CONTRO GLI OPPOSTI IMPERIALISMI!

«Negli Stati Uniti Donald Trump ha firmato la legge che autorizza a sanzionare la Cina in caso di violazioni dei diritti umani a Hong Kong e che richiede al Dipartimento di Stato una revisione annuale dello status speciale in materia commerciale conferito all’ex colonia britannica. Sono entrambe misure estremamente significative. Si tratta ovviamente di un uso strategico dei diritti umani: gli americani attingono selettivamente alla propria narrazione di protezione umanitaria quando in ballo ci sono questioni strategiche urgenti, come una rivolta in seno al principale rivale. Gli Stati Uniti intendono sfruttare il più possibile questo momento di difficoltà della Repubblica Popolare – dal Xinjiang a Hong Kong, dal rallentamento economico alle rivelazioni sullo spionaggio – per ingolfarne l’ascesa» (F. Petroni, Limes).

Uso strategico e selettivo dei “diritti umani”; ovvero, la continuazione della guerra sistemica (o imperialista) con mezzi politico-ideologici.

«La reazione cinese non si è fatta aspettare. Pechino convoca l’ambasciatore Usa e lo esorta a non applicare la legge. Quindi ribadisce che la questione dell’ex colonia britannica è “un affare interno” alla Cina. Lo si legge in un comunicato del ministero degli Esteri cinese emesso nella mattina di oggi, ora locale. “Avvertiamo gli Stati Uniti a non agire arbitrariamente, o altrimenti la Cina contrattaccherà, e gli Usa dovranno sostenere tutte le relative conseguenze”. La Cina – si legge in una nota emessa nella mattina di oggi dal ministero degli Esteri – accusa gli Stati Uniti di “sinistre intenzioni di natura egemonica» (F. Santelli, La Repubblica).

Da Marx in poi, gli anticapitalisti rivendicano e praticano l’ingerenza di classe, la quale infrange la sovranità nazionale di qualsiasi Paese, se ne infischia bellamente dei confini nazionali difesi dallo Stato. I proletari non hanno patria, diceva sempre quello, e chi gliela vuole dare, con le buone (magari chiamandola “Unione Europea”) o con le cattive (magari in vista di una patria molto più grande e potente: vedi lo scontro Pechino-Hong Kong), lo fa per legarlo mani, piedi e – soprattutto – cervello al carro del Dominio. I proletari non hanno patria, mentre avrebbero un mondo da guadagnare. Avrebbero, appunto. La logica della «non ingerenza negli affari interni di un Paese» è la tipica logica degli Stati nazionali, macchine al servizio delle classi dominanti. Una logica, peraltro, che vale soprattutto quando c’è di mezzo il proprio Paese, mentre essa è più “elastica” quando si tratta del Paese avversario.

Quanto alle «sinistre intenzioni di natura egemonica», di certo il Celeste Imperialismo cinese non è secondo a nessuno.

ODESSA E IL MONDO SEMPRE PIÙ FEROCE

1908321_813884558640004_2429129820417131050_nOdessa e il mondo «sempre più feroce»

«Corpi bruciati e accatastati l’uno sull’altro. Uomini, donne, bambini, cristallizzati nei loro ultimi momenti, mentre cercano una via di fuga dalle fiamme, ma non ce la fanno. Le immagini dei morti di Odessa, stipati come animali in gabbia nella casa dei Sindacati, fanno male agli occhi e al cuore» (Panorama.it).

«Non avevo previsto, per mancanza di coraggio intellettuale, che il mondo divenisse sempre più feroce» (William Butler Yeats).

Chi si sforza di cogliere la maligna essenza di questo mondo strutturato in classi sociali, per trovare il modo di archiviarlo, non può fare a meno di nutrirsi di questo «coraggio intellettuale». Per questo egli “prevede” con estrema facilità tutto il peggio possibile nella società che non conosce ancora l’uomo, ma solo «capitale umano» da mettere a valore.

Ai più questo “dono” appare quasi come un’affettazione cinica, magari di chi non riesce ad avere successo nel «mondo reale», e che per questo non vede che il male e s’inventa un mondo irreale di sua fantasia. Ma si tratta semplicemente di una coscienza che non vuole scendere a patti con il Dominio (in tutte le sue manifestazioni: economiche, politiche, geopolitiche, ecc.), e che sa che esso non è necessariamente e inevitabilmente l’ultima parola nella nostra storia.

D’altra parte, i fatti stessi si incaricano di ricordarci sempre di nuovo che «il mondo diviene sempre più pericoloso». Ma privi dell’irriducibile coscienza di cui sopra, facilmente ci abituiamo a sopravvivere «alla meno peggio» perfino nei campi di sterminio e nei «campi di rieducazione attraverso il lavoro». Per questo le sventure lontane non ci guastano l’appetito. Il «male agli occhi e al cuore» presto finisce. A cena esso sembra già del tutto assente.

trinceaDimmi con chi stai e ti dirò chi sei!

Molti stalinisti, più o meno dichiarati e più o meno “post ideologici”, sembrano vivere una seconda giovinezza. La crisi ucraina ha fatto questo cattivo miracolo. Ad esempio, mi è capitato di leggere su Facebook commenti di questo genere: «L’offensiva di Kiev fallirà senza bisogno dell’intervento dell’Armata Rossa». Capite? Armata «Rossa», non Russa. Lo so, qui siamo allo stadio più patologico dello stalinismo, ma non bisogna credere che quelli che applicano lo schema della Seconda guerra mondiale (quella «patriottica» e «antinazista»)* alla questione ucraina esibiscano un’eccellente stato di salute, quantomeno sul terreno dell’analisi politica e geopolitica. Per dirla con l’ubriacone di Treviri, la prima volta come tragedia, la seconda come malattia.

C’è gente talmente ideologicamente “malata”, che non capisce come essere contro tutti gli attori della crisi (filoeuropei, filorussi, filoamericani, nazionalisti, stalinisti, democratici, autoritari, ecc.) non equivale affatto ad assumere una posizione neutrale nel conflitto, ma come all’opposto questo atteggiamento sia il solo adeguato sul terreno dell’autentico anticapitalismo/antimperialismo. Non in un’astratta dimensione storica, ma nel 2014, nell’epoca della sussunzione totalitaria e mondiale del pianeta al Capitale. Se un “comunista” qualsiasi assimila l’autonomia di classe al neutralismo, vuol proprio dire che con lui perfino l’esorcista avrebbe vita difficile. Amen!

10262079_705833302796397_6196992169817477510_n* Scrivevo su un post pubblicato su Facebook il 25 aprile:

Un diffuso mito giustificazionista

Scrive Michele Nobile (Sinistrainrete, 10 aprile 2014):

«Un diffuso mito giustificazionista è quello basato sul ruolo dell’Armata rossa nella liberazione dell’Europa dal nazismo. A questo proposito, dovrebbe bastare ricordare che, se è vero che fu l’Unione sovietica a sopportare l’urto maggiore delle armate naziste dopo il giugno 1941 e poi a liberare da esse gran parte dell’Europa, tuttavia fu il patto tra Hitler e Stalin (per interposti ministri) nel 1939 che segnò l’inizio alla Seconda guerra mondiale: ad esso seguì immediatamente l’invasione e la spartizione della Polonia di comune accordo tra la Germania nazista e l’Unione sovietica. Se si vuol ragionare in modo geopoliticamente o strategicamente onesto, allora non dovrebbe essere difficile comprendere che l’alleanza di fatto fra i due totalitarismi fu quanto permise a Hitler di conquistare quasi tutta l’Europa continentale, essendosi assicurato il confine orientale e venendo pure rifornito di materie prime essenziali per la guerra dall’Unione sovietica, fino all’ultimissimo momento prima di rivolgersi contro di essa. La solidarietà con le atroci sofferenze dei popoli sovietici sotto il tallone nazista non può far passare in secondo piano il fatto che l’Armata rossa fosse strumento al servizio del totalitarismo sovietico e che esso si sia imposto con la forza nell’Europa centrale e orientale. Le rivolte dei lavoratori e le conseguenti repressioni in Germania orientale, Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia, sono lì a testimoniarlo. Questo è solo un esempio, ma storicamente e psicologicamente importante, per illustrare un concetto più generale: la politica estera sovietica e degli altri «socialismi» ha sempre avuto (ed ha) natura nazionalista e conservatrice».

Chissà perché queste considerazioni non suonano nuove alle mie orecchie. Forse perché è dalla fine degli anni Settanta che mi batto contro il «mito giustificazionista» e contro il mito resistenzialista, due facce della stessa ultrareazionaria medaglia. Intanto mi inchino con piacere al mito della Scampagnata!

Da Stalinismo di andata e di ritorno:

Per me lo stalinismo fu una dittatura capitalistica esattamente – mutatis mutandis sulla scorta del diverso retaggio storico – come lo furono, dittature al servizio del Capitale, il fascismo in Italia e il nazismo in Germania. Per certi versi quello russo (o «sovietico») fu un regime sociale ancora più oppressivo e miserabile di quello italiano e di quello tedesco. In più, ma dalla mia prospettiva sarebbe meglio dire ancora peggio, tale regime dittatoriale (capitalistico: questo elementare concetto va sempre ripetuto) si autoproclamava «socialista/comunista», gettando in tal modo nel discredito, con la zelante collaborazione degli stalinisti basati a Occidente, la stessa possibilità dell’emancipazione del proletariato internazionale e, dunque, dell’intera umanità. Basta insomma poco per comprendere perché lo stalinismo in tutte le sue varianti nazionali (togliattismo, maoismo, guevarismo, castrismo, ecc.) si sia subito imposto alla mia mente come il nemico principale su cui sparare a palle incatenate.

Infatti, per me si è trattato di cogliere due obiettivi strettamente correlati l’uno all’altro: 1. svelare la natura capitalistica del falso socialismo/comunismo russo (e poi jugoslavo, cinese, cubano, vietnamita e chi più ne ha più ne metta), mostrando per questa via la miserabile funzione controrivoluzionaria espletata dal cosiddetto «movimento comunista internazionale» devoto a Mosca (e poi in parte anche a Pechino); 2. combattere la falsa idea secondo la quale l’esperimento «sovietico» dimostrerebbe quanto vana sia la ricerca di una società fondata su rapporti sociali umani: «Se il comunismo è questo, meglio tenerci il capitalismo!». Gli stalinisti di tutto il mondo hanno fatto di tutto per confermare al 100 per 100 il noto aforisma di Churchill.

Non ho mai pensato che questa battaglia fosse facile, tutt’altro; ma una volta impadronitomi di questo fondamentale punto di vista su un evento che ha segnato l’intero Novecento, e che proietta la sua maligna ombra anche sul nuovo secolo, per me non si è posta all’attenzione alcuna alternativa, né a dire il vero l’ho mai cercata. Per mutuare un noto statista americano, sono da sempre un antistalinista non perché sia facile esserlo, ma perché è vero (ancora oggi, anche dopo il crollo dei miserabili muri!) esattamente il contrario.

Naturalmente da questo giudizio sullo stalinismo (come espressione della sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre) discendono a cascata una serie di importanti tesi: sulla Seconda guerra mondiale (come guerra imperialistica analoga alla Prima), sulla Resistenza (come continuazione della guerra imperialistica con altri mezzi e nelle mutate circostanze), sulla «Repubblica nata dalla Resistenza» (come continuazione del regime sociale capitalistico con altri mezzi e nelle mutate circostanze, e quindi in assoluta continuità “strutturale” con il precedente regime fascista), e via di seguito. Sul piano teorico, l’antistalinismo mi ha permesso di approcciarmi a Marx e a Lenin senza la maligna mediazione dei “marxisti-stalinisti”, cosa che mi ha evitato un miserabile destino di statalista-riformista-nazionalista.

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Un contributo

kiev1_6401.Il principio di autodeterminazione dei popoli sotto l’egida dell’Imperialismo è stato da sempre una cinica menzogna, e lo è ancor di più oggi, nell’epoca della sussunzione totalitaria del pianeta al Capitale. Citare acriticamente le posizioni di Lenin o di Trotsky relative alla questione dell’autodecisione nazionale elaborate in un’altra fase storica, stavo per dire in un’altra era geologica (per rimarcare i tanti e profondi mutamenti intervenuti da allora nella struttura economica e geopolitica del capitalismo mondiale), significa, a mio parere, obliterare la sostanza del metodo storico-dialettico che informarono quelle posizioni.

2. Il nucleo vitale di esse va rintracciato nel principio secondo il quale i marxisti si approcciano ai problemi nazionali «non dal punto di vista dell’utopia piccolo-borghese del capitalismo pacifico, non per motivi di “giustizia”, ma dal punto di vista degli interessi della lotta rivoluzionaria del proletariato della nazione dominante, contro il capitalismo». Mentre gli «utopisti piccolo-borghesi sognano l’eguaglianza e la pace tra le nazioni in regime capitalista» (Lenin, Il proletariato e il diritto di autodecisione, 1915), i marxisti all’opposto approcciano anche la questione nazionale dal punto di vista della rivoluzione sociale anticapitalista. Non bisogna d’altra parte dimenticare che nella polemica che lo oppose ai sostenitori dell’indifferentismo in materia di rivendicazioni nazionali nel quadro geopolitico europeo (pensiamo a Rosa Luxemburg), Lenin considerava la questione dal punto di vista di un marxista russo, ossia di un anticapitalista nato in un Paese che opprimeva molte nazioni, etnie, culture, e che, fra l’atro, «non ha ancora compiuto la sua rivoluzione democratica borghese» (Lenin). Per questo egli può parlare senza opportunistici peli sulla lingua della democrazia borghese in Russia e negli altri paesi ritardatari in termini di sviluppo capitalistico (basti pensare alla Cina e all’India) come di un fatto storicamente progressivo.

3. Ciò che intendo dire è che la sostanza concettuale di molte delle parole che l’anticapitalista usa per descrivere e per cambiare il mondo, muta di significato e di funzione al mutare della struttura sociale. Di certo Marx non riscriverebbe allo stesso modo la parte programmatica del Manifesto del 1848, pensato in un’epoca in cui, ad esempio, la borghesia tedesca radicale aveva ancora molto da dire in termini di progresso storico.

4. Appoggiare l’iniziativa politica della Russia in materia di “autodecisione dei popoli” significa sostenere le ragioni dell’Imperialismo russo, così come appoggiare l’iniziativa politica di Kiev tesa a difendere l’integrità del territorio nazionale significa sostenere le ragioni della classe dominante ucraina filo-occidentale e quelle dell’Imperialismo occidentale (europeo e americano), il quale non smette di attrarre la periferia dell’ex “Impero Sovietico” verso la sua orbita. Nel caso ucraino si confrontano insomma interessi che non solo nulla hanno a che spartire con gli interessi delle classi subalterne di tutte le nazioni coinvolte direttamente e/o indirettamente nella contesa, ma la cui difesa rafforza ed espande l’oppressione materiale e spirituale di quelle classi. Compito di chi non vuole dare il proprio contributo a questa contesa interimperialistica e interborghese dovrebbe essere quello di demistificare il contenuto ultrareazionario del conflitto in atto, mostrando la reale posta in gioco celata (piuttosto malamente, peraltro) dietro le frasi circa il diritto all’autodecisione dei popoli, la difesa della democrazia referendaria e/o elettiva, la difesa della sovranità nazionale, la difesa del diritto internazionale e via di seguito.

C_4_articolo_2030075_upiImagepp5. In questo senso è corretto dire che i problemi nazionali che oggi investono l’Ucraina sono in sostanza problemi dell’Imperialismo unitario (russo, americano, europeo, cinese). Imperialismo unitario ma non unico né privo di dialettica interna. Sotto questo aspetto, è importante cogliere tanto la dinamica interna al blocco europeo, fra i diversi paesi del Vecchio Continente (Germania, Francia e Inghilterra in testa, ovviamente), quanto la tensione dialettica che non smette di crescere tra questo blocco imperialista che da decenni cerca di darsi una coerenza (e qui il ruolo della Germania è centrale) e quello statunitense. Stati Uniti e Russia sono tentati di riproporre lo schema della Guerra Fredda proprio per tenere sotto più stretto controllo l’Europa. Tuttavia, oggi sembrano non esserci le condizioni per riporre una Guerra Fredda 2.0.

6. L’Imperialismo è unitario in primo luogo sotto questo peculiare significato, che la sua struttura e la sua logica interna non possono in alcun modo incrociare positivamente la lotta anticapitalistica del proletariato ovunque questa lotta dovesse dispiegarsi. «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti»: questa tesi marxiana è il minimo sindacale teorico e politico che possiamo pretendere da un comunista (possibilmente non solo di nome) attivo nella Società-Mondo del XXI secolo.

7. In altri termini, non esistono imperialismi più/meno imperialisti degli altri, secondo le vecchie teorie terzomondiste che di fatto individuavano nell’Imperialismo occidentale praticamente il solo Imperialismo attivo sulla scena mondiale, e in ogni caso il nemico numero uno dei popoli. Nel XXI secolo il nemico numero uno delle classi dominanti del pianeta e della possibilità emancipatrice dell’intera umanità è appunto l’Imperialismo (o Capitalismo) unitario. Ciò peraltro implica dialetticamente la mia lotta contro le basi NATO in Italia e contro l’Imperialismo italiano in quanto militante critico-radicale (non voglio scomodare abusivamente altre definizioni) basato nel Bel Paese.

8. Tanto per essere chiaro fino in fondo: non verserò una sola lacrima (figuriamoci se una sola goccia di sangue!) nel caso in cui il Veneto, o qualche altra regione italiana, dovesse decidere di separarsi dall’odierno Stato nazionale. Né d’altra parte mai mi batterei per sostenere «il diritto all’autodeterminazione» del popolo veneto piuttosto che di quello siciliano, e invece cercherei di orientare il disagio sociale dei lavoratori e dei proletari veneti e siciliani su un terreno schiettamente classista. Certamente oggi non sostengo l’opera di repressione condotta dallo Stato italiano contro i cosiddetti serenissimi, ma anzi mi servo dell’occasione repressiva per mostrare soprattutto ai proletari il vero volto del regime democratico, il quale all’occorrenza sa usare bene tanto la carota quanto il bastone.

9. Come ho detto altre volte, più si rafforza la tendenza del Capitale a mettere ogni cosa e ciascuno nel tritacarne del processo economico-sociale chiamato a generare profitti, e più si rafforzano le spinte identitarie d’ogni tipo: politiche, culturali, linguistiche, religiose, etniche, razziali, sessuali, e quant’altro. È questa maligna dialettica che bisogna comprendere per evitare di finire intruppati sotto questa o quella bandiera ultrareazionaria, in questa o quella tifoseria nazionale o/e imperialista. Una lotta, quella qui delineata a grandi linee, che non può avere altra sponda che non sia quella, oggi inesistente, del movimento operaio e proletario nazionale e internazionale. Non è sparando con i metaforici (?) fucili degli altri (ad esempio, da quelli offerti dal virile Vladimir Putin ai partigiani del «principio di autodeterminazione dei popoli», o da Xi Jinping ai tifosi del «socialismo con caratteristiche cinesi») che l’antimperialista può surrogare una potenza politica che oggi non ha. Prima di armare (sempre metaforicamente parlando, maresciallo!) la nostra mano, dovremmo armare la nostra testa.

10. Scrive Jacques Sapir: «Dal punto di vista del diritto internazionale sono in conflitto due principi, l’inviolabilità delle frontiere e il diritto dei popoli all’autodeterminazione» (Voci dall’estero, 17 marzo 2014). Ora, come il punto di vista del diritto interno alle nazioni è il punto di vista delle classi dominanti, almeno per chi non crede nell’ideologia borghese del Patto sociale, analogamente il diritto internazionale è il punto di vista dell’Imperialismo mondiale in generale, e delle Potenze imperialiste più forti, in particolare. Per questo russi, europei, americani e cinesi possono ad esempio usare la Crimea o il Kosovo secondo i loro interessi, affermando una tesi per poi magari smentirla con un’altra di segno contrario, e sempre rivendicando il diritto internazionale, che a quanto pare è di dubbia interpretazione. Diciamo così.

11. Orientarsi sulla base del diritto internazionale significa per le classi dominate scegliere l’albero a cui impiccarsi, magari con l’illusione di partecipare a chissà quale progresso umano. Lo abbiamo visto soprattutto in occasione dei due primi macelli mondiali. E poi lo abbiamo rivisto tante altre volte: in Corea, in Vietnam, in Afghanistan, in Irak e via di seguito. Chi si illude di poter usare strumentalmente (tatticamente) il diritto internazionale in chiave antimperialista, mostra di muoversi nel mondo di oggi alla stregua di una mosca cocchiera.

sic12. Gianni Petrosillo se la prende con i media «russofobi» occidentali, e in particolare con Limes, la nota «rivista italiana di geopolitica», per aver riservato alle cadenti statue di Lenin in Ucraina una riflessione a dir poco insolente: «Limes, quantunque sia diretta da una persona competente come Lucio Caracciolo, ha pubblicato articoli di odio e razzismo russofobo, dove si potevano leggere frasi come questa: “Persino le statue di Lenin erano ancora al loro posto, prima di essere abbattute finalmente solo un paio di mesi fa”. Prendiamocela pure con i monumenti e col passato dato che non siamo all’altezza né dei grandi personaggi che hanno fatto la Storia europea del XX secolo né del futuro che ci attende (al varco)» (Conflitti e strategie, 8 aprile 2014). Lenin come un Garibaldi russo? Forse forzo l’interpretazione. Sia come sia, e ricordato che per me il nome Lenin evoca una straordinaria pagina di lotta di classe anticapitalista di respiro internazionale (e dunque che ci azzecca la statua di Lenin, non dico in Ucraina, ma su questo pianeta?), mi permetto di citarmi, giusto per dare un senso al luogo comune secondo il quale la vita è bella perché è varia.

«Quando una statua di Lenin – o di Marx – finisce miseramente a terra, la materia di cui essa è composta finisce virtualmente sulla testa e sulla coscienza di chi non ha fatto nulla durante i trascorsi decenni per spiegare alle classi dominate del pianeta che il famigerato «socialismo reale» non ha mai avuto niente a che fare con l’autentica prospettiva dell’emancipazione degli individui. Vedere il “padre della Rivoluzione d’Ottobre” ridotto a monumento ideologico eretto nel nome e per conto di un Capitalismo e di un Imperialismo mascherati da “Socialismo”, ancorché “reale” (sic!): è stata questa la pena che hanno dovuto patire gli autentici comunisti da quando la Rivoluzione d’Ottobre è caduta sotto i colpi dello stalinismo. Certo, preferirei che i monumenti di Lenin – e di Marx – fossero abbattuti da una moltitudine di proletari coscienti della storia e, soprattutto, delle urgenze del momento; ma ultimamente mi accontento di poco. Ad esempio, mi accontento di trasformare una notizia apparentemente insignificante per ribadire concetti che, a quanto pare, sono di assai difficile assimilazione. Non sono pessimista: pessima è la realtà, con o senza statue di Lenin – e di Marx. E tuttavia! (Quando una statua di Lenin – o di Marx – cade).

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BLACK SITES USA, DIRITTI UMANI E BENALTRISMO

Guantanamo-Bay-007Scrive Alessandro Mauceri su Notizie Geopolitiche (4 aprile): «Nel 2009 Obama promise di chiudere i black sites, ma da allora pare che poco o nulla sia cambiato né per quanto riguarda questi luoghi di detenzione né per quanto riguarda le “tecniche rafforzate” adottate. La verità è che, come sempre, le promesse fatte durante le elezioni sono poi rimaste solo parole al vento. Così è stato per Guantanámo e per gli altri centri di tortura degli Stati Uniti [..] Dei black sites si è tornato a parlare solo grazie alla pubblicazione da parte del quotidiano The Washington Post, di un rapporto in 6.300 pagine stilato dalla commissione Servizi Segreti del Senato federale, ufficialmente top secret. In questo rapporto si parlerebbe anche delle tecniche adottate dai “paladini dei diritti umani” statunitensi. Tecniche come costringere i detenuti a rimanere a lungo immersi in vasconi colmi di acqua ghiacciata oppure il ben più noto waterboarding, l’annegamento controllato (che prevede di riversare acqua nelle vie respiratorie del recluso). Questi moderni sistemi di tortura, perché di questo si tratta in definitiva e nient’altro, sono spesso eufemisticamente definiti «tecniche rafforzate d’interrogatorio» sarebbero, in qualche caso ed entro certi limiti, ufficialmente approvati dal Pentagono. Il problema potrebbe sembrare un mero cavillo legale, ma non è così. Fino a che punto enti come la Cia sono autorizzati a ricorrere ad autentiche torture? È sufficiente dire che “informazioni cruciali” non si potrebbero raccogliere altrimenti, per autorizzare di fatto la tortura di altri esseri umani?». A quanto pare sì. La risposta, ancorché cinica, è innanzitutto realistica, si fonda cioè sull’esperienza degli ultimi… secoli.

Chi intende approcciare la scottante questione qui presa a oggetto senza smottare nell’inutile piagnisteo politically correct o nell’insulsa ideologia pacifista (peraltro sempre incline a trasformarsi nel suo contrario al momento opportuno) deve prendere atto di questa realtà. Viceversa, si corre sempre di nuovo, a cadenza regolare, il rischio di scoprire che «ancora» nel XXI secolo ciò che decide del nostro destino è la forza, è un gioco di potere che si consuma interamente sopra le nostre teste, dietro le nostre spalle. Certo, “il sistema” ci concede la “libertà” di indignarci, e perfino di pretendere, attraverso manifestazioni, petizioni ed elezioni, «un mondo più giusto», ossia un inferno più a “misura d’uomo”. D’altra parte, pretendere ciò che questo mondo imperfetto non può offrire significa entrare nel cul de sac dell’utopia, che non a caso fa rima con follia. Ma se lacerare il sacco del Dominio è un’impresa folle, forse occorre che scriviamo un Elogio della follia 2.0, piuttosto che acconciarci al meno peggio, che poi prepara puntualmente il peggio possibile. Insomma, «abbiamo elogiato la Follia, ma non proprio da folli»; piuttosto da umanisti, se mi è concesso esprimermi secondo un gergo da tempo pensionato.

Enduring Freedom«Il vero problema forse è che oggi alcuni Paesi arrivano a considerare “eticamente accettabile” che una superpotenza utilizzi, e non da ora ma da decenni, ogni mezzo per sovvertire il sistema politico di un altro Paese o per raggiungere certi obiettivi di conquista economica. E anche quando ciò non viene visto come “politically correct” spesso si pensa che basti voltarsi dall’altra parte e far finta di non vedere, nascondendosi dietro una maschera di omertà e di garanti della “sovranità nazionale”». Il vero problema, a mio benaltristico avviso, è piuttosto l’esistenza del Capitalismo internazionale nella sua fase socialmente totalitaria, ossia nell’epoca della sussunzione TOTALE (o globale: sociale, spaziale, esistenziale) degli individui al Capitale. Cercare di mettere un freno alla violenza del Moloch attraverso leggi, convenzioni e dichiarazioni, non solo si rivela essere, decennio dopo decennio, uno sforzo inutile, tale da far impallidire un Sisifo, come peraltro denunciano le stesse Agenzie Umanitarie (laiche e religiose); ma a ben considerare questo atteggiamento è parte del problema, nella misura in cui inchioda la cosiddetta opinione pubblica mondiale al muro di chimeriche illusioni circa fantomatici diritti inalienabili dell’uomo puntualmente violati. Di più: violentati. Discorrere di «diritti umani» sorvolando sull’assenza della “materia prima”, cioè dell’umanità, di rapporti sociali umanamente orientati, significa fare dell’ideologia, e perfino dell’apologetica. Certo: un altro mondo è possibile. Ma questa possibilità nega in radice la vigente struttura classista del mondo, ossia il fondamento materiale che genera con stringente necessità la violenza sistemica (materiale, spirituale, psicologica, esistenziale) sugli individui e sulla natura. È su questo maligno fondamento sociale che si dà la competizione interimperialistica per il controllo del pianeta e la spartizione del bottino (capitali, mercati, materie prime, risorse energetiche, risorse “umane”, ecc.), ed è in questa coscienza che occorre individuare l’abisso concettuale che passa tra il punto di vista geopolitico* e quello critico-radicale – che io chiamo punto di vista umano.

È sufficiente riflettere sulla questione delle armi chimiche siriane per capire quanto cinico sia ogni sforzo “umanitario” centrato sugli Stati. Oltre 20 civili morti e decine di feriti: questo è il bilancio dell’esplosione di alcune bombe sganciate dall’esercito siriano su Aleppo lo scorso 4 aprile. Il bilancio complessivo del mattatoio siriano, dopo diversi anni dall’inizio della «guerra civile», parla di 140mila morti, di cui 50mila civili, tra i quali circa 8mila bambini e 5mila donne: una carneficina condotta a quanto pare con armi rigorosamente “convenzionali”. Le sostanze chimiche no, i “rimedi” meccanici, termici e atomici : qui rilevo una discriminazione tecno-scientifica bella e buona!

guatnamo_1346231f«Così [il Presidente degli Stati Uniti] potrà continuare con il MUOS in Sicilia, continuare a combattere su e giù per il mondo (celando vere e proprie guerre come “missioni di pace” Obama, che pure aveva promesso di finire le guerre cominciate dai Bush, oggi continua a inviare truppe su più fronti di tutti i suoi predecessori), continuare a sottoscrivere leggi e accordi internazionali per la pace nel mondo e per il rispetto dei diritti umani che poi ci si guarderà bene da rispettare, continuare a imporre le proprie scelte a popoli diversi, continuare a dislocare eserciti in molti Paesi» (A. Mauceri). Insomma, Obama potrà continuare a servire al meglio delle sue capacità la prima potenza capitalista (e quindi imperialista) del pianeta. Non vedo nulla di disdicevole in tutto questo, nulla che possa stuzzicare la mia indignazione, la quale è interamente mobilitata contro il Moloch capitalistico mondiale a prescindere da chi in un determinato momento lo serve e lo legittima sul piano ideologico e politico: democratico o repubblicano che sia, “socialista” con caratteri cinesi o con caratteri venezuelani, e così via. Mi sa che il buon Mauceri a suo tempo coltivò qualche illusione circa la «rivoluzione copernicana» promessa dal Democratico Obama. E son delusioni, lo capisco!

* Almeno nell’accezione mainstream del termine. La geopolitica volgare/apologetica (o semplicemente borghese) si limita a prendere atto della bilancia del potere internazionale, e ne descrive la mutevole fenomenologia (l’ascesa e il declino delle nazioni e delle grandi potenze è un classico concetto geopolitico, forse quello di maggior successo). Naturalmente essa offre molto materiale empirico e analitico alla riflessione del pensiero critico-radicale.

Leggi anche: Droni e diritto internazionale.