VENEZUELA. RESA DEI CONTI FINALE?

«”Sì, se puede”. L’urlo di obamiana memoria, quel “Yes we can” che nel 2008 portò l’ex presidente degli Stati Uniti al trionfo, si leva altissimo su plaza Venezuela, il cuore di Caracas. Sono decine di migliaia le persone che ascoltano il capo dell’opposizione e leader dell’Assemblea nazionale Juan Guaidó giurare sulla costituzione, autoproclamandosi presidente ad interim fino a che non ci saranno nuove elezioni democratiche» (Il Secolo XIX). Siamo dunque arrivati all’epilogo dell’esperienza “rivoluzionaria” iniziata da Hugo Rafael Chávez Frías nel 1999? «Della dottrina di Hugo Chavez, castrista e guevarista, non resta granché nel paese. Tanto che anche i quartieri operai di Caracas, serbatoio di consensi del «socialismo democratico», ridotti allo sfinimento da una crisi economica senza fine, si sono schierati col giovane ingegnere industriale di 35 anni che ha preso il potere ieri» (A. Spalla, Il Messaggero). In effetti, di “socialismo”, di qualsiasi genere, in Venezuela non è mai stata vista nemmeno l’ombra. Comunque non è il caso adesso di fare i “pignoli”… Rimando piuttosto ai miei post sul “Socialismo petrolifero” o “Socialismo del XXI secolo” – sic!

La devastante crisi sociale del Venezuela, che dura ormai da parecchi anni, ha grandemente indebolito il regime sempre più autoritario e violento di Nicolás Maduro, il quale per sostenersi ha dovuto stringere un’alleanza sempre più stretta con la Cina e con la Russia. Questo a ulteriore dimostrazione (ma solo a favore di chi ha un minimo di intelligenza e di senso critico/autocritico) che nel XXI secolo ogni discorso intorno alla sovranità nazionale è una menzogna che ha il solo scopo di avvelenare la coscienza delle classi subalterne e stringerli al carro degli interessi nazionali, ossia capitalistici. In “pace” come in guerra. Ma questo lo dicevano già un secolo fa i marxisti europei che si opposero alla Grande Guerra: figuriamoci se oggi, nell’epoca del dominio totalitario e mondiale del rapporto sociale capitalistico, si possa parlare con un minimo di serietà “rivoluzionaria” di sovranità nazionale!

Chi dice Nazione dice Dominio di classe: tutto il resto è ultrareazionaria paccottiglia ideologica, sia che venga declinata da “destra”, sia che venga propalata “da sinistra”. «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale. […] Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere» (A. Schopenhauer, Il giudizio degli altri). Combattere ogni forma di nazionalismo è sempre necessario, e lo è tanto più oggi, quando la competizione sistemica tra i Paesi si fa di giorno in giorno sempre più conflittuale, come vediamo, “in piccolo”, anche a proposito del contenzioso italo-francese.  Ovviamente il regime venezuelano punta molto sulla carta del nazionalismo “antimperialista”, come d’altra parte hanno sempre fatto in America Latina soprattutto i regimi di matrice “populista” – o peronista che dir si voglia.

Gli Stati Uniti stanno approfittando dell’estrema debolezza economica e politica del regime (*) per chiudere rapidamente la partita con le “forze rivoluzionarie bolivariane” che intendono destabilizzare il suo tradizionale cortile di casa permettendo alla Cina e alla Russia di conquistare importanti posizioni economiche e strategiche, ciò che appare inammissibile all’imperialismo a stelle e strisce. La ritrovata sintonia con il Brasile ha permesso a Washington di premere sull’acceleratore della crisi politico-istituzionale, con esiti imprevedibili. Ieri Trump ha dichiarato che da parte degli Stati Uniti tutte le opzioni sono contemplate «per difendere la democrazia venezuelana dall’usurpatore Maduro». Non ci vuole certo la scienza geopolitica di un Vittorio Zucconi per capire che «Nel sostegno a Guaidó c’è la voglia di ribadire l’egemonia planetaria Usa» (La Repubblica); se non planetaria, certamente quella “regionale”, in un’area del pianeta che tocca il cuore stesso dell’Impero Americano.

«Hanno l’ambizione di mettere le mani sul petrolio, il gas e l’oro, diciamo loro: queste ricchezze non sono vostre, appartengono al popolo del Venezuela ed è così che sarà per sempre»: così ha tuonato sempre ieri Maduro dal Balcone del Popolo nel Palazzo Miraflores. Inutile dire che al «popolo» di quelle ricchezze arrivano solo delle miserrime briciole, e solo quando esse effettivamente cadono a terra – cosa che non sempre avviene e comunque non a favore di tutti: certamente a favore di chi sostiene attivamente il regime. Ha poi così continuato il caudillo di Caracas: «I nostri problemi si risolvono in casa, contando sempre sul popolo, sulla classe operaia, sulle Forze Armate Nazionali Bolivariane, sulle donne. Nessuno deve ingerire negli affari interni del Venezuela!». E io invece mi voglio “ingerire”: contro il regime venezuelano, contro i nemici di Maduro che intendono sostituirlo, più o meno “democraticamente”, al potere, contro l’imperialismo americano, contro l’imperialismo cinese e ogni altro Paese amico o nemico del Venezuela, e soprattutto per esprimere, per quel niente che vale (ma per me personalmente vale moltissimo: un po’ di autoreferenzialità “di classe” ci vuole!), la mia solidarietà politica e umana alle classi subalterne del Venezuela che in questi anni hanno patito miserie d’ogni tipo e che in questi giorni sono chiamati a versare sangue (il loro e quello degli altri) per sostenere cause che non mettono in alcun modo in discussione la loro pessima condizione sociale, la loro subalternità nei confronti di una società basata su rapporti sociali di dominio e sfruttamento. Già si contano parecchi morti (oltre 15 tra ieri e l’altro ieri) e molti arresti, e come sempre molto attivi nella repressione sono i gruppi paramilitari filo-governativi chiamati Los Colectivos.

Non morire per difendere cause ultrareazionarie è un “imperativo categorico” che purtroppo rimarrà ancora una volta inascoltato.

Non si tratta di essere “equidistanti”, come mi rimproverano gli amici di Maduro (che poi spesso sono anche amici della Siria, della Russia, della Cina, insomma del “Campo Antimperialista”: sic!): si tratta piuttosto di essere attivamente nemici di tutte le fazioni e posizioni capitalistiche in campo.

(*) «Il paese ha perso il 10 per cento della popolazione negli ultimi quattro anni. Più di tre milioni di venezuelani hanno lasciato il paese per trasferirsi in uno stato vicino (Colombia o Brasile) o in Spagna per quelli che possono ottenere il passaporto. Per dare un’idea, gli esuli venezuelani sono più numerosi dei profughi del Medio Oriente arrivati in Europa negli ultimi anni. Per quelli rimasti, la vita quotidiana è un inferno, con un’inflazione assurda arrivata a 1.300.000 per cento all’inizio dell’anno e che, secondo le previsioni, potrebbe raggiungere quota 10 milioni per cento nei prossimi mesi. Risultato: la fame, una mortalità infantile in forte aumento, mancanza di medicinali e la miseria più nera in un paese che, ricordiamolo, per decenni è stato molto ricco e segnato da un’enorme disuguaglianza. Alla guida del Venezuela dalla morte di Hugo Chávez, nel 2013, Nicolás Maduro non può più contare sugli introiti petroliferi che avevano permesso al suo predecessore di condurre una politica sociale generosa. La produzione di petrolio continua a calare e il paese non può più ripagare i debiti. Il parlamento controllato dall’opposizione ha dichiarato “illegittimo” il secondo mandato di Maduro, ma il presidente ha privato i parlamentari delle loro prerogative. Pur mantenendo l’apparenza di un funzionamento istituzionale, Maduro ha messo fine alla separazione dei poteri. Ha imprigionato diversi oppositori e preso di mira i mezzi d’informazione. La sua legittimità è contestata da 13 paesi dell’America Latina, riuniti nel cosiddetto gruppo Lima, che hanno firmato una dichiarazione comune con cui si rifiutano di riconoscere il nuovo mandato. Un tempo candidato al titolo di nuova Cuba, faro della rivoluzione, il Venezuela si trova oggi isolato. Solo il nuovo presidente messicano Andrés Manuel López Obrador si è dissociato dalla dichiarazione comune dei paesi del gruppo Lima. La Cina però continua a sostenere il Venezuela, prestando molto denaro al governo e facendosi ripagare in petrolio. Maduro è stato a Pechino a settembre, tessendo le lodi di Mao prima di ripartire con cinque miliardi di dollari di credito. La Russia, nel frattempo, denuncia una “destabilizzazione” del paese. I partigiani di Hugo Chávez in tutto il mondo si sono progressivamente allontanati da Maduro. Persino il leader della sinistra radicale francese Jean-Luc Mélenchon, che in vista delle elezioni del 2017 aveva promesso di far aderire la Francia a una “alleanza bolivariana” ispirata a Chávez, si pronuncia sempre meno sull’argomento. Certo, l’ostilità di Washington nei confronti della rivoluzione bolivariana resta intatta, ma nessuno crede che l’“imperialismo” americano sia così potente da aver distrutto dall’interno il paese. Al momento non si sa come finirà questo incubo per i venezuelani. Nell’attesa, la loro priorità è la sopravvivenza» (Internazionale, 10/01/2019).

 

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IL NOME DEL MORTO. Sul fallimento del “laboratorio politico-sociale” latinoamericano

«Il Brasile, ha sottolineato il nuovo Presidente Bolsonaro, “non poteva continuare a flirtare con il socialismo, il comunismo, il populismo e l’estremismo della sinistra”. Il risultato del voto in Brasile segna anche una nuova sconfitta per i partiti e i leader protagonisti della cosiddetta “marea rosa” progressista che investì l’America Latina all’inizio del secolo XXI, dopo le vittorie elettorali del centrodestra in Argentina, Cile, Perù e Colombia e le derive autoritarie in Venezuela e Nicaragua» (Ansa.it). “Socialismo”, “comunismo”, “marea rossa”, “derive autoritarie”: ma di cosa stiamo parlando? Quale progetto politico è fallito in America Latina? Chi è il morto che bisogna seppellire in fretta? Cerco di dare una prima risposta a queste scottanti domande con una riflessione messa giù ieri.

Ho appena letto un articolo di Daniele Benzi sull’America Latina, e più precisamente sulla grave, e forse financo mortale crisi che sta interessando le forze politiche “progressiste” che per diverso tempo, un quindicennio, sono state al potere in diversi Paesi latinoamericani. «Daniele Benzi vive in America latina dal 2008. Ha studiato, fatto ricerca ed insegnato a Cuba, in Venezuela, Bolivia, Messico ed Ecuador. Attualmente risiede in Brasile»: così recita la nota di presentazione al suo artcolo, il cui titolo è, come si dice, tutto un programma: Chiuso per fallimento (e lutto). Insomma, Benzi sembra avere qualche buon titolo per parlare con una certa credibilità su ciò che accade in America Latina. Ebbene, cosa bisogna considerare «chiuso per fallimento e per lutto» secondo il Nostro? È presto detto: «il “laboratorio” politico latinoamericano». Mi verrebbe da dire: l’eterno, e puntualmente fallimentare, «“laboratorio” politico latinoamericano», che per molti sedicenti anticapitalisti attivi nel secolo scorso ha rappresentato una sorta di “terza via” rispetto al modello sovietico, andato definitivamente in malora alla fine degli anni Ottanta, e al modello cinese, che invece proprio in quegli anni ha iniziato a macinare successi (*). Dalla Cuba castrista in poi, l’America Latina ha offerto ai “marxisti” occidentali “modelli rivoluzionari” sempre nuovi, a getto continuo, si potrebbe dire; modelli che hanno avuto un solo punto debole: non avere mai avuto nulla a che vedere con un autentico processo sociale anticapitalistico, con una autentica prospettiva di emancipazione delle classi subalterne e dell’intera umanità. Nulla, e solo il retaggio stalinista e maoista, che ancora oggi pesa come un macigno sulla “sinistra radicale” occidentale (a cominciare da quella italiana, particolarmente nostalgica del “bel tempo che fu”), ha potuto far sorgere nella testa di molti “anticapitalisti” l’idea di un «nuovo mondo possibile» francamente miserabile, e in ogni caso interamente confinata nel mondo dominato dai rapporti sociali capitalistici.

A dire il vero la tesi di Benzi, che nasce da un investimento politico, a mio avviso completamente sbagliato, in «un progetto di radicale rifondazione e sperimentazione sociale con un orizzonte anticapitalista», non mi è nuova, e io stesso ne avevo parlato in un articolo del 2015 dedicato al Venezuela e al cosiddetto “Socialismo del XXI Secolo”, soprattutto ai suoi ridicoli simpatizzanti italiani. E cosa sosteneva Benzi tre anni fa? Questo: «Un progetto che, tuttavia, lungi dall’avere raggiunto i suoi principali obiettivi programmatici, per differenti ragioni si è impantanato, sino al paradosso di avere in effetti accentuato le differenti facce del modello rentier. […] In termini politici, si configura sostanzialmente come un modello di relazioni clientelari che si nutre e sostenta della rendita (in spagnolo appunto “renta”) che uno Stato capta dal mercato mondiale. Un modello spesso accompagnato da pratiche assistenzialiste e paternaliste che si sposano bene con stili e metodi di governo populisti o autoritari. Semplificando, questa dinamica perversa e potenzialmente distruttiva è generata dal potere e dall’apparente libertà che la rendita petrolifera, essendo un’entrata economica legata a un bene estratto e non prodotto il cui valore commerciale è fissato dal mercato mondiale, dà allo Stato per distribuirla senza esigere contropartite particolarmente onerose. La dimensione della rendita e la capacità di distribuzione rappresenterebbero quindi i limiti più importanti che affrontano i suoi gestori. Lo “Stato magico” nasce in queste condizioni, e così le sue qualità miracolose e l’ipertrofica corte burocratica con il conseguente centralismo, corruzione, verticalismo, improvvisazione, clientelismo e inefficienza. È qui che il ruolo dello Stato venezuelano prende storicamente forma “come elemento istituzionale chiave nel controllo della rendita petrolifera”» (Petrolio e petrodollari nella politica estera del Venezuela, Visioni LatinoAmericane, numero 11, Luglio 2014).

Nel frattempo, la crisi economico-sociale venezuelana si è aggravata, e di molto, e la drammatica vicenda dei migranti rappresenta solo il sintomo più evidente di una situazione sociale che definire catastrofica non è affatto esagerato, e che può avere sul piano politico e geopolitico conseguenze ancora più gravi per le classi subalterne di quel Paese. Basti pensare al fatto che l’imperialismo americano di certo non resterà a guardare senza reagire con tutti i mezzi necessari all’espansione cinese in quella che da sempre Washington considera il cortile di casa degli Stati Uniti; espansione economica e politica resa possibile anche dalla fallimentare gestione del potere da parte del “progressismo” latinoamericano, il quale nel tentativo di fuggire dalla padella americana oggi si trova a doversi gettare dentro la gigantesca brace cinese, un po’ come accadde, mutatis mutandis, al nazionaldemocratico Fidel Castro agli inizi degli anni Sessanta, quando fu costretto a saltare sul carro dell’imperialismo sovietico (cioè Russo) non trovando più negli Stati Uniti la sperata e fino all’ultimo ricercata “fraterna collaborazione”. Questo a dimostrazione del fatto che parlare di sovranità nazionale nell’epoca della competizione tra potenze imperialistiche è quantomeno ridicolo. Quantomeno.

Analogo discorso si può fare per il Nicaragua, l’altro solido punto di riferimento della “sinistra” mondiale, almeno fino a qualche mese fa. Rispetto a tre anni fa oggi Benzi scrive concetti ancora più chiari e per certi versi definitivi sulle speranze “rivoluzionarie”, o quantomeno “progressiste”, andate ampiamente deluse in America Latina.

Riporto dunque un ampio stralcio del suo articolo per contribuire a disegnare un quadro realistico su quanto avviene in quel delicato quadrante geopolitico. L’intenzione politica di chi scrive è sempre la stessa (si spera con un esito diverso…): comunicare a chi legge, chiunque egli sia, che i pietosi fallimenti dei cosiddetti “comunisti”, “socialisti”, “progressisti”, “sinistri” ecc. registrati in ogni parte del globo, non compromettono affatto la possibilità di una fuoriuscita rivoluzionaria delle classi subalterne e dell’umanità intera dalla disumana dimensione capitalistica, e questo semplicemente perché quei personaggi non hanno mai avuto niente a che fare né con la teoria né con la prassi dell’anticapitalismo militante. Al più, si è trattato e si tratta di sostenitori di un Capitalismo di Stato più o meno integrale, più o meno “originale” (vedi certi teorici del “Comune”), più o meno autoritario/democratico. Non più di questo.

«Comunque vadano le cose [in Brasile e in Venezuela], in questi e in altri paesi (Nicaragua in primis), il peggio per le sinistre purtroppo è già accaduto. Il “laboratorio” politico latinoamericano che le aveva ridato fiato, fiducia e speranze non è temporaneamente chiuso per ferie, ma per fallimento. E lutto. Rivelando, fra le altre cose, che almeno per ora un altro mondo non è possibile». Il vero problema, come ho accennato sopra, è capire la natura sociale di questo mondo supposto nuovo rispetto alla società capitalistica. Gli “esperimenti sociali” di cui oggi si attesta il fallimento hanno tradito le speranze solo di chi, sbagliando in modo a dir poco imbarazzante, hanno creduto che essi potessero andare oltre una diversa gestione della società capitalistica, e in verità essi si sono dimostrati fallimentari anche da questo punto di vista, peraltro il solo pertinente nella fattispecie. Il problema qui posto non è teorico, ma strettamente politico, perché creare falsi “mondi possibili”, per poi vederli puntualmente fallire e morire, non può che aumentare il senso di impotenza delle classi subalterne, le quali sono indotte a credere che davvero non si dà alcuna reale (e soprattutto degna di venir perseguita) alternativa al mondo dominato dal Capitale. Ma riprendo la citazione.

«Nessuno, neanche il più scettico, avrebbe potuto immaginare una disfatta di queste proporzioni. Sembrerebbe naturale, quindi, puntare il dito contro l’imperialismo e i suoi “lacchè”, responsabili di “guerre economiche”, di “golpe parlamentari”, “mediatici”, “giudiziari” e tante altre improbabili cospirazioni. È la logica binaria dei leninisti, il loro sport preferito quando il Palazzo d’Inverno è assediato dai bianchi o sta per crollare. L’imperialismo, però, come fenomeno inerente allo sviluppo storico del capitalismo, è un problema troppo serio per essere ridotto a capro espiatorio, a teorema del complotto, a deus ex machina a discolpa del fallimento dei governi “progressisti”. […] Questa spiegazione, tuttavia, non riesce a cogliere il fallimento del “laboratorio” politico latinoamericano se non mette a fuoco, al di là delle specificità nazionali e di ciò che hanno in comune le “rivoluzioni passive”, anche l’“eccezione globale” nel suo insieme. L’America del Sud è stata l’unica regione al mondo, come sostiene Perry Anderson, in cui si è sperimentata la convivenza fra movimenti sociali ribelli e governi eterodossi. Ciò è stato possibile sulla scia della poderosa e multiforme resistenza al neoliberismo e perché gli Stati Uniti si erano temporaneamente allontanati dal cortile di casa. (Da qui gli impressionismi iniziali sulla “moltitudine” o il miraggio della ricomposizione populista che, almeno, ha captato gli elementi salienti del momento della “rottura”). Ma è stato possibile grazie anche al boom delle materie prime. Paradossalmente è questo che, da apparente punto di forza (e delirio di onnipotenza nel caso venezuelano), si è rivelato il tallone d’Achille dei governi “progressisti”. Non occorre essere economisti o marxisti per capirlo.

Stregati dalle straordinarie quotazioni mondiali del petrolio, del gas, dei minerali, della soia (transgenica), dell’olio di palma e di altre materie prime, non c’è stato leader o governo che non si sia lanciato con foga nell’esplorazione e sfruttamento indiscriminato delle risorse disponibili sul proprio territorio, o che non abbia cercato di ampliare la frontiera agricola favorendo l’agricoltura estensiva e d’esportazione. Certo, in teoria avevano delle buone ragioni e dei buoni propositi come risolvere la questione sociale e riprendere il cammino dell’industrializzazione. Ma la verità è che non ne sono stati capaci. Le politiche sociali ed altri sussidi e incentivi sono riusciti fino al 2013 a ridurre considerevolmente gli indici di povertà e ad estendere l’accesso a servizi e diritti fondamentali, ma hanno inciso molto poco o per niente sulla struttura delle disuguaglianze, cioè, sull’espressione più compiuta dei rapporti di classe in una società. Il rilancio dell’industrializzazione, invece, è stato o altalenante e mediocre (Brasile e Argentina), fallimentare (Ecuador), immaginario (Bolivia) o addirittura disastroso (Venezuela). Ovunque, il peso delle risorse naturali è cresciuto significativamente nel paniere delle esportazioni e nella composizione del Pil, consolidando anziché invertire il processo di deindustrializzazione in atto dagli anni ottanta. Oggi, certamente, l’America latina è più dipendente e periferica nell’economia politica globale che quindici anni fa. I costi di affidarsi a un modello di accumulazione e di sviluppo basato sull’effimero boom delle commodity sono stati altissimi per i governi “progressisti”. Ne ha danneggiato o spezzato in modo irrimediabile l’alleanza con la galassia ecologista ed alcuni movimenti indigeni e sociali che, d’altro canto, a torto e a ragione spesso si sono rinchiusi in una logica difensiva senza avanzare proposte alternative realistiche. Li ha esposti a relazioni altamente pericolose con grandi gruppi transnazionali e finanziari e ne ha sancito la dipendenza dai capitali cinesi. Li ha illusi di potere coccolare a suon di sussidi e privilegi vari (di cui ha beneficiato anche chi scrive) quelle stesse classi medie e settori economici che oggi appoggiano la restaurazione neoliberale e financo fascista. Li ha spinti a fare dei ritocchi solo cosmetici o rinviare sine die una riforma tributaria così necessaria nella regione più disuguale del pianeta. Ne ha ridotto, anche, i margini di cooperazione sul piano dell’integrazione regionale generando, anzi, logiche di competizione oggi francamente risibili che però hanno portato allo stallo l’ALBA-TCP e l’UNASUR ben prima dell’offensiva delle destre e dell’imperialismo. Li ha convinti, infine, di poter prescindere dal supporto attivo, cosciente ed autonomo delle classi popolari, cioè, di poterle comprare facendole comprare (e indebitare) un po’ di più».

A proposito del chavismo, se di fallimento si deve parlare con serietà di analisi storia e sociale, fuori e contro ogni illusione ideologica, ebbene occorre dire che si tratta di un fallimento non riferito al socialismo comunque declinato (ideale o reale, di vecchia o di nuova concezione), appunto perché questo “esperimento sociale” non ha mai avuto niente a che fare con la costruzione di una società socialista, bensì di una fallimentare esperienza di gestione del potere politico in vista di uno sviluppo economico-sociale del Venezuela che non c’è stato, anzi! Confrontato con la crisi economica mondiale e con la discesa del prezzo del petrolio, il “socialismo petrolifero” inaugurato da Chávez ha fatto bancarotta. Il modello chavista ha dunque dimostrato di essere un modello fallimentare sul solo terreno possibile, considerata la sua natura ultrareazionaria: quello della società capitalistica. A mio avviso, chi si batte contro il capitalismo, in Venezuela e ovunque nel mondo, non ha di che rammaricarsi nel prendere atto del pietoso fallimento dell’ennesimo falso “nuovo socialismo”.

* Chi volesse farsi un’idea di chi siano e di cosa pensino i sostenitori Made in Italy del Celeste Imperialismo Cinese, può leggere l’articolo qui linkato. «In attesa della pubblicazione degli Atti del Convegno, la speranza è quindi che il movimento comunista italiano possa riflettere profondamente sulla necessità di approfondire la “questione cinese”, la quale rimane oggetto di mistero o di repulsione per molti comunisti italiani che, accettando il giudizio liquidatorio del “marxismo occidentale” e della stessa intellighenzia borghese, rischiano di stare dalla parte sbagliata della barricata. Costoro mancheranno di identificare nella Repubblica Popolare Cinese, non tanto un modello teorico da riproporre e a cui fare riferimento per il nostro Paese, quanto piuttosto un alleato potenziale per una possibile alternativa all’eurocentrismo e all’atlantismo, ossia alle strutture dell’imperialismo che dominano ancora vaste aree del globo, compreso il nostro Paese, potenza imperialista di secondo piano e in pari tempo semi-colonia subalterna agli USA e al grande Capitale internazionale». Se ne ricava che secondo gli alleati “comunisti” della Cina, questo Paese ormai al vertice del Capitalismo/Imperialismo mondiale non farebbe parte delle «strutture dell’imperialismo che dominano» il pianeta. Sì, qui solo una risata è adeguata al concetto appena espresso. Bisogna «ripartire non dalle formule magiche, non dai dogmi, non dalle citazioni ripetute meccanicamente, ma dai princìpi originari e dal metodo rivoluzionario del materialismo dialettico». Ora finalmente capisco la mia ostilità nei confronti del Celeste Imperialismo (ostilità peraltro estesa a tutti gli imperialismi, a cominciare da quello italiano): difetto di «materialismo dialettico»! E difatti è con piena consapevolezza che considero gli amici italiani della Cina degli ultrareazionari con i quali non vale nemmeno la pena di scambiare quattro chiacchiere al bar.

UN’UMANITÀ RESPINTA ALLA FRONTIERA

Dal Venezuela alla Siria, dal Nicaragua alla Libia 

«Non solo in Europa la gente non ne può più dell’assalto migratorio incontrollato, pure in America Latina l’arrivo di ondate di venezuelani e nicaraguensi sta cominciando a provocare ribellioni nella gente» (D. Rosa, Affaritaliani). Da notare: «assalto migratorio». Da noi Matteo Salvini parla di «guerra dei migranti»: di fatto l’esercito degli immigrati destabilizza la società come un qualsiasi esercito nemico, e per questo il suo assalto va senz’altro fermato alla frontiera, a ogni costo. Gli immigrati non passeranno! È questo il concetto sovranista che si afferma ovunque nel mondo. Nella capitale della Costa Rica, San José, che ha visto l’afflusso di migliaia di nicaraguensi in fuga dalla grave crisi economica che morde il loro Paese e dal regime sempre più oppressivo di Daniel Ortega, sono comparse sui muri delle abitazioni delle svastiche. Il fatto è che “piovono” poveri e disperati su società già “bagnate” dalla povertà e dalla disperazione, e come accade sempre e ovunque, in assenza di un minimo di coscienza e di solidarietà “di classe” il disagio, le paure e le angosce d’ogni tipo alimentano le guerre tra i poveri e la xenofobia, esponendo soprattutto gli ultimi della scala sociale alle lusinghe dei demagoghi e dei “populisti” d’ogni genere.
Ma qui è sui profughi e sui proletari venezuelani che intendo attirare l’attenzione di chi legge, attraverso alcune citazioni.

«Settimana scorsa il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, ha reso noto che la crisi economica del Venezuela ha ormai costretto 2.3 milioni di venezuelani a fuggire perlopiù nei paesi limitrofi, ovvero in Colombia, Brasile, Perù e Cile. Si tratta di un numero importante, se si pensa che il paese latinoamericano conta 31 milioni di abitanti. Dujarric ha spiegato che “La gente cita la mancanza di cibo come principale ragione della fuga”, e difatti l’inflazione, che ha superato il 40mila per cento e che secondo gli analisti entro fine anno potrebbe arrivare a un milione per cento, sta rendendo impossibile l’acquisto di generi alimentari. Da tempo vi sono episodi di veri e propri assalti ai negozi di pane e alimentari e ai camion che li portano, ma Dujarric ha fatto anche notare che 100mila venezuelani sieropositivi “potrebbero non avere presto accesso alle terapie necessarie”» (G. Keller, Notizie Geopolitiche).

«È una crisi umanitaria enorme, dalle dimensioni paragonabili a quella dei profughi siriani: e per questo in Sudamerica stanno succedendo cose simili a quelle che accadevano in Europa tra il 2015 e il 2016, con soldati schierati alle frontiere e raid della polizia per bloccare gli immigrati irregolari. Se prima il Venezuela era un paese che attirava immigrati, dall’arrivo al potere di Hugo Chávez nel 1999 la tendenza si è invertita. Inizialmente a lasciare il paese furono i più abbienti, che a migliaia si trasferivano in altri paesi del Sudamerica o – se potevano ottenere un visto – negli Stati Uniti. Poi, con l’arrivo di Nicolás Maduro e la bruttissima piega che ha preso l’economia venezuelana, le cose sono peggiorate coinvolgendo soprattutto persone finite in condizioni di povertà. Solo dallo scorso agosto circa 250.000 persone hanno attraversato il confine con la Colombia; ogni giorno circa 3.000 persone fanno la stessa cosa. […] Per i paesi intorno al Venezuela, affrontare questa enorme crisi migratoria non è una cosa semplice, anche perché il Venezuela non è tecnicamente in guerra (anche se nel 2017 si è arrivati molto vicini a qualcosa che sembrava una guerra civile) ed è difficile inquadrare quello che sta succedendo come una crisi umanitaria. […] “Come ogni altro paese al mondo, anche la Colombia ha diritto ad avere un confine sicuro” ha detto Winston Martínez, vicedirettore dell’agenzia colombiana per l’immigrazione, ripetendo una frase che anche in Europa si è sentito spesso. […] Gli episodi di violenza più gravi si sono verificati nella cittadina di Pacaraima, nello stato brasiliano di Roraima, al confine con il Venezuela e principale punto di accesso dei cittadini venezuelani in Brasile. Sabato scorso gli abitanti di Pacaraima hanno attaccato due campi profughi di venezuelani in città, appiccando alcuni incendi. L’attacco è iniziato dopo che la sera prima un abitante di Pacaraima era stato ferito in un’aggressione per la quale erano stati accusati dei venezuelani del campo. Molti migranti hanno poi lasciato i campi e sono tornati in Venezuela» (Il Post).

Disperati in fuga dal Venezuela alla Colombia attraverso il ponte Simone Bolivar a Cucuta.

«Intanto il Venezuela di Nicolas Maduro continua a precipitare, le scuole sono aperte solo alcuni giorni alla settimana, la corrente elettrica funziona solo per certi orari e nei negozi manca di tutto.
La tensione politica è alle stelle, con manifestazioni e contromanifestazioni, disordini e intervento dei gruppi paramilitari filogovernativi, che sparano a vista e che in pochi mesi hanno ucciso centinaia di giovani manifestanti» (E. Oliari, Notizie Geopolitiche).

«Con l’iperinflazione attuale, sono necessari molti giorni di lavoro al salario minimo anche solo per comprare una dozzina di uova, e negli ultimi due anni centinaia di migliaia di venezuelani sono scappati dal loro paese, una crisi che ha le dimensioni di quella dei profughi siriani in Europa» (Il Post).

«Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha ieri annunciato l’aumento degli stipendi minimi di ben 35 volte, al momento pari a 180.000.000 di bolivar (1.800 bolivar sovrani, cioè 30 dollari), come pure l’aumento dell’Iva dal 12 al 16%. La moneta è stata riformata e con domani entrerà in vigore il bolivar sovrano: gradualmente spariranno le vecchie banconote, ma non è di certo spostando la virgola e abolendo 5 zeri che si risana l’economia; un bolivar sovrano corrisponderà a 100.000 di vecchi bolivar» (G. Keller, Notizie Geopolitiche).

«Il bolívar soberano sarà legato al petro, la criptovaluta controllata dallo stato e introdotta dal governo lo scorso febbraio per aggirare le sanzioni finanziarie imposte al Venezuela. In teoria il valore del petro è basato sulle riserve petrolifere nazionali, quindi su un petrolio di fatto non ancora estratto e su cui ci sono moltissime incertezze» (Il Post).

«Visto che non c’è mercato [per il petro], non c’è nemmeno un prezzo di mercato, quindi è difficile capire cosa significhi ancorarlo a qualcosa. Il governo venezuelano mantiene la capacità di stampare petro. Questo rende il fatto di legare il bolívar al petro non tanto diverso dal legare il bolívar a sé stesso» (F. Rodríguez, Financial Times). In ogni caso, il gioco stregato dei segni monetari ha un sicuro impatto “populista”; si tratta di vedere quanto dura l’effetto allucinatorio sulle masse, e quanto tempo impiegano i “duri fatti” a imporsi sui giochi di prestigio valutari.

«A preoccupare i venezuelani è soprattutto il “nodo” della benzina. Per tenerla a un prezzo irrisorio, il governo ha sborsato nell’ultimo anno l’equivalente di 5,5 miliardi di dollari. Cioè – afferma Asdrúbal Oliveros, direttore di Ecoanalítica – il triplo della spesa per educazione, salute e sicurezza. Sul fatto che non possa più permetterselo, concordano anche gli anti-chavisti. Oltretutto, Pdvsa, colosso petrolifero statale, non è più in grado di soddisfare una domanda che il prezzo calmierato tiene alta. Con il 40 per cento delle raffinerie fuori uso per mancanza di manutenzione e i pozzi dissestati, la produzione cala di un 5 per cento l’anno. Non solo. Circa metà del greggio viene trafficato nella vicina Colombia, dove il carburante ha costi tra i più alti del Continente. Con una perdita per la compagnia di 2,2, miliardi di dollari l’anno» (Avvenire).

«Il carburante sarà venduto al prezzo di mercato Dobbiamo impegnarci in una disciplina fiscale prussiana ed eliminare definitivamente l’emissione di denaro speculativo a favore della creazione di denaro rivolto alla produzione di ricchezza, petrolio, oro e turismo» (N. Maduro).

Inutile dire che per le classi subalterne del Venezuela si annunciano tempi ancora più tristi e duri di quelli, scanditi dalle lacrime e dal sangue, che vivono già da anni. «Il governo ha precisato che il rincaro non toccherà gli intestatari del “carnet de la patria”, la tessera che consente di ottenere sussidi statali» (Avvenire). Probabilmente non appena la crisi economica costringerà il regime venezuelano a introdurre “riforme” che andranno a colpire anche il clientelismo “populista”, che nutre il suo ampio zoccolo duro di consenso sociale e che è basato sulla rendita petrolifera, il destino di Maduro, oggi appeso ai fucili dell’Esercito venezuelano, avrà compiuto il suo ciclo, per così dire.

Burro o cannoni? Kalashnikov! «Il ministro della Difesa venezuelano il Generale Vladimir Padrino López ha annunciato che, entro la fine del 2019, nel Paese sud americano si produrranno i famosissimi fucili kalashnikov. La fabbrica dei famosissimi fucili è stata installata a Maracay (Stato di Aragua) su una precisa scelta dell’ex Presidente venezuelano, Hugo Chavez. Da qui usciranno gli AK-103 con le relative munizioni» (Report Difesa). Finalmente una bella notizia, diciamo.

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IL VENEZUELA E L’ODIOSA COAZIONE A RIPETERE DELLO STALINISMO

Mutatis mutandis

 

Qui per stalinismo intendo una peculiare concezione della società e della politica che prescinde dallo stesso puntuale riferimento storico alla concreta esperienza stalinista consumatasi in Russia come espressione della controrivoluzione antisovietica dispiegatasi nella seconda metà degli anni Venti del secolo scorso.

 

Marinellys Tremamunno, una giovane giornalista italo-venezuelana, ha scritto un libro intitolato Venezuela. Il crollo di una rivoluzione (Edizioni Arcoiris, 2017). In realtà in quel Paese non è crollata alcuna rivoluzione; piuttosto è andata in frantumi l’ennesima illusione “rivoluzionaria” di chi non avendo ben chiaro in testa il concetto stesso di rivoluzione, e volendo tuttavia «cambiare il mondo qui e subito», si lascia turlupinare con estrema facilità dalla propaganda “rivoluzionaria” del liberatore di turno, ossia dal demagogo/populista chiamato dal processo sociale ad esprimere gli interessi (economici e politici) della classe dominante o solo di una sua particolare cosca. D’altra parte sempre i “liberatori” si presentano dinanzi all’opinione pubblica nelle vesti dei «veri rivoluzionari», nei panni di chi la rivoluzione la vuole fare davvero, e non solo a chiacchiere – vedi chi scrive. L’ex socialista Benito Mussolini, promotore della “Rivoluzione Fascista”, una volta proclamò: «In principio è l’azione!». Il bello, ma si fa per dire, è che questi personaggi credono davvero di essere dei rivoluzionari, soprattutto perché essi hanno in testa un concetto ultramiserabile di “rivoluzione”. Chi non vuole lasciarsi usare dal demagogo di turno ha invece l’obbligo di capire la precisa natura di ciò che si agita nella società, per non nutrire false speranze, per non sostenere senza volerlo progetti ultrareazionari e, last but not least, per non lasciarci le penne difendendo una causa completamente sbagliata. Per l’autentico rivoluzionario e per chi non vuole diventare cibo per i pescecani della politica, la teoria non è un lusso, ma una stringente necessità politica, un vero e proprio “salvavita”.

Come scrive Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano, in un articolo molto interessante fin dal titolo (Quando il problema è la sinistra), «Quello che sta succedendo in Venezuela non ha nulla a che vedere con una “rivoluzione” o con il “socialismo”, né con la “difesa della democrazia”e nemmeno con la trita “riduzione della povertà”, tanto per passare in rassegna gli argomenti che si utilizzano a destra e sinistra. Si potrebbe menzionare il “petrolio”, e saremmo più vicini». Non c’è dubbio. L’interessante articolo di Zibechi, che invito a leggere, si conclude come segue: «La polarizzazione destra-sinistra è falsa, non spiega quasi nulla di quel che sta accadendo nel mondo. La cosa peggiore, tuttavia, è che la sinistra è diventata simmetrica alla destra in un punto chiave: l’ossessione per il potere». Tuttavia se non si chiarisce la natura di questo potere, l’ossessione di cui giustamente parla l’intellettuale uruguayano rimane confinata in una sfera più psicologica che politica. La polarizzazione destra-sinistra non spiega niente di essenziale, ed è sempre più una mera finzione ideologica posta al servizio della lotta politica (borghese), perché essa si dà interamente dentro il perimetro tracciato dagli interessi capitalistici: “destra” e “sinistra” sono le due facce di una stessa medaglia perché entrambe difendono, magari in modo diverso (ma non sempre e non necessariamente) lo stesso status quo sociale.

Non essendo uno sprovveduto, Maduro sapeva benissimo che il suo invito a discutere da pari a pari rivolto a Donald Trump sarebbe suonato provocatorio alle orecchie del focoso Presidente della prima potenza imperialista del pianeta, e difatti la reazione della Casa Bianca non si è fatta attendere, cosa che ha permesso al Presidente venezuelano di intascare un prezioso dividendo “antimperialista”. Le minacce americane naturalmente sono le ben venute a Caracas, perché esse creano un clima di assedio che può consentire al regime chávista di alimentare la sua retorica “antimperialista” e così recuperare consenso almeno in una parte della popolazione venezuelana che lo ha abbandonato. Quando il nemico bussa alla porta, l’onesto patriota è chiamato ad abbandonare ogni controversia nazionale per schierarsi senza se e senza ma in difesa del sacro suolo patrio.

In quanto disonesto disfattista io difendo invece questa posizione: nello scontro sistemico (economico, tecnologico, scientifico, ideologico, militare) tra i Paesi (tra gli Stati, tra le Nazioni, tra le Potenze) le classi subalterne, e chi ha in odio i vigenti rapporti sociali capitalistici, non devono stare dalla parte dei soggetti capitalistici contingentemente più deboli, ma in primo luogo devono contrastare il proprio Paese e, in secondo luogo, il sistema delle nazioni capitalistiche in quanto tale, preso per così dire in blocco, senza fare alcuna distinzione tra piccole e grandi nazioni, tra piccoli e grandi imperialismi. Esiste un solo Sistema Mondiale del Terrore, e ogni sezione locale (regionale, nazionale, continentale) dà a esso il proprio maligno contributo in termini di sfruttamento, di oppressione e quant’altro. Nello scontro tra Venezuela e Stati Uniti io mio schiero contro entrambi i Paesi e, per quel che vale, auspico (dire «mi batto» mi sembra eccessivo, velleitario e soprattutto non vero, purtroppo!) un flusso di solidarietà che coinvolga i lavoratori venezuelani e statunitensi, così che essi possano affrancarsi dall’ideologia dominante, disintossicarsi dal veleno nazionalista, patriottardo, sovranista. La classe dominante vuole dare una patria ai dominati per legarli a doppio filo al carro degli interessi nazionali, i quali esprimono i suoi specifici interessi.

La mia opposizione a un eventuale intervento militare americano in Venezuela (o in Corea del Nord) non si situa dunque, politicamente parlando, sul terreno sovranista, né intende concedere un atomo di credibilità alla borghesissima e pacchiana menzogna della pari dignità tra le nazioni. Posto il vigente regime sociale mondiale, l’ineguaglianza degli individui e delle nazioni è un portato necessario; come scrisse una volta Engels, «L’effettivo contenuto della rivendicazione proletaria dell’eguaglianza è la rivendicazione della soppressione delle classi. Ogni rivendicazione di eguaglianza che esce da questi limiti va necessariamente a finire nell’assurdo» (Antidühring). Il nazionalismo borghese è costretto a fare la voce grossa soprattutto perché nell’epoca del dominio totalitario e totale (globale e mondiale) del Capitale ogni pretesa sovranista appare per quel che è: ridicola (*). Se vuoi allentare la corda che ti tiene legato a un imperialismo, devi necessariamente accettare di “venire a compromessi” con un altro imperialismo, il quale magari all’inizio è disposto a concederti una maggiore libertà di movimento, salvo revocarla immediatamente al bisogno. E in ogni caso si tratta della “libertà” concessa dal Signore al vassallo, il quale strilla tanto più forte, assume pose sempre più virili, quanto più la realtà ne mostra tutta la pochezza e l’impotenza.

Sul terreno interno (nazionale) come su quello esterno (internazionale) il diritto è un fatto di rapporti di forza, e compito dell’autentico anticapitalista (e antimperialista) è quello di far luce intorno all’ideologia dominante, affinché i lavoratori possano scoprire il fondo di menzogna che si nasconde dietro le feticistiche parole così care soprattutto all’intellighentia progressista: diritto, uguaglianza, pari opportunità e dignità, democrazia, ecc., ecc., ecc.

Personalmente ho sempre lottato contro la NATO non per affermare l’indipendenza nazionale dell’Italia, un’illusione ultrareazionaria tipica del sinistrismo di matrice stalinista/maoista, ma per combattere l’imperialismo internazionale nelle sue concrete manifestazioni. Non solo, ma anche nel contesto di questa battaglia ho sempre privilegiato, nella mia qualità “anagrafico-sociale” di proletario italiano, la mia avversione nei confronti dell’imperialismo italiano, il quale all’ombra del padrone americano non ha mai smesso di tessere la sua tela di interessi sistemici (economici, politici, militari) nel suo tradizionale cortile di casa: Balcani, Nord Africa, Medio Oriente. L’antimperialismo di molti cosiddetti antimperialisti è stato in passato e continua a essere nel presente un antiamericanismo profondamente intriso di volgare nazionalismo. Non pochi “antimperialisti” sperano in cuor loro, e alcuni non ne fanno mistero, che in Paesi come Venezuela, Russia, Cina, Corea del Nord e Iran non dilaghi, come io invece spero ardentemente, l’antagonismo sociale perché temono un indebolimento dei regimi che oggi garantiscono l’esistenza di un fronte antiamericano e, più in generale, antioccidentale. «Avete visto cosa ha provocato la Primavera di Gorbaciov?». Non c’è dubbio: meglio la Tienanmen dei compagni cinesi! Per questo negli anni scorsi quei personaggi hanno criticato le cosiddette Primavere (in Europa orientale, in Africa, in Medio oriente, a Hong Kong), mentre la mia critica era indirizzata a mettere in luce il vero carattere storico-sociale di quelle “Primavere“, il cui contenuto rivoluzionario – considerato dal punto di vista critico-rivoluzionario e non da quello degli interessi capitalistici – era pari a zero.

Nel corso della «marcia anticapitalista» [sic!] del 14 agosto Nicolas Maduro ha annunciato l’avvio di esercitazioni militari in tutto il Paese per il 26 e il 27 agosto. «Gridiamolo assieme e che si senta fino a Washington: il popolo del Venezuela dice Trump, go home!». Il Presidentissimo ha inoltre chiesto che la Costituente Bolivariana mandi a processo tutti coloro che appoggiano l’idea di un intervento statunitense in Venezuela. Della serie: chi non è con me, è con l’imperialismo americano, d’ufficio! Gente disfattista come me oggi rischia grosso in quel Paese “rivoluzionario”. Intanto non si arresta l’epurazione degli elementi meno affidabili dai ranghi delle Forze Armate “bolivariane”, delicata quanto vitale (per il regime) operazione affidata ai servizi segreti venezuelani, i quali si avvantaggiano del prezioso supporto dei servizi cubani, la cui genesi, forse non è inutile ricordarlo, fu a suo tempo fortemente influenzata dai servizi segreti della Germania Orientale. Le “democrazie popolari” non temono confronti in fatto di controllo sociale e repressione del dissenso.

A proposito di retorica “antimperialista”, ecco cosa ha scritto Edgardo Lander, sociologo venezuelano di idee “progressiste”: «Il fatto che un governo tenga un discorso anti-imperialista e che sia visto come nemico da parte degli Usa e della destra globale, non lo converte in automatico in un governo di sinistra. Nel processo politico venezuelano attuale si sta giocando in varia maniera il futuro della sinistra non solo venezuelana e latinoamericana, ma mondiale. Il collasso del blocco socialista ha lasciato gran parte della sinistra globale senza prospettiva; l’affermazione dei cosiddetti governi progressisti in Sudamerica, specialmente il processo bolivariano, li ha convertiti in punti di riferimento e speranze. Si fa senz’altro un danno a queste speranze se si difende come “di sinistra” o “anticapitalisti” governi sempre più autoritari e repressivi, che usano strumentalmente la democrazia e che la mettono da parte quando ciò dà loro fastidio. Governi che concedono accesso alle risorse petrolifere e minerarie a multinazionali a condizioni che non si differenziano da quelle dei governi neoliberisti. È come se molti settori della sinistra mondiale non avessero imparato nulla dallo stalinismo e dall’immenso prezzo della complicità con l’autoritarismo sovietico». (Il Manifesto). Qui aggiungo solo, per la solita maniacale precisione che mi distingue, che «l’autoritarismo sovietico» fu messo al servizio del Capitalismo e dell’Imperialismo targato URSS. È meglio non essere generici quando analizziamo o semplicemente citiamo i regimi politico-istituzionali del passato e del presente.

Sulla vicenda venezuelana Roma cerca di recitare, come sempre del resto, più parti in commedia. Se ufficialmente il Governo Gentiloni ha dichiarato di non riconoscere la nuova Assemblea Costituente, allineandosi così agli Stati Uniti, all’Unione Europea e a molti governi del continente americano, l’ambasciatore italiano a Caracas Silvio Mignano ha incontrato la Presidentessa dell’aborrito organismo “bolivariano”, Delcy Rodriguez, la quale ha subito divulgato la notizia ai quattro venti per dimostrare che il regime chávista non è affatto isolato, cosa che ha creato qualche imbarazzo diplomatico nella capitale italiana. D’altra parte gli interessi italiani in quel Paese fino a qualche anno fa (diciamo fino al 2013/2014) erano ragguardevoli (Astaldi, Salini Impregilo, Enel, Pirelli, Iveco, Italferr, Alitalia, solo per citare le imprese italiane più grandi attive colà), mentre oggi solo l’Eni, presente da decenni in Venezuela, continua la sua attività senza grossi cambiamenti; in ogni caso il mercato venezuelano va in qualche modo presidiato e coltivato, in attesa di tempi migliori. Senza parlare della numerosa comunità italovenezuelana che può garantire all’Italia una non disprezzabile proiezione economica, diplomatica e culturale.  Gli interessi attuali e potenziali del Sistema-Italia in Venezuela vanno insomma difesi, anche a costo di inciampare in qualche bega politico-diplomatica costruita dall’opposizione venezuelana e italiana – la Lega ad esempio ha chiesto un «chiarimento urgente» al Governo: «Riconosciamo il golpe comunista di Maduro o sosteniamo l’opposizione democratica?». Un dilemma che investe la coscienza dei “comunisti” e dei “democratici”, mentre lascia del tutto indifferente quella di chi scrive.

Leggo da qualche parte: «Basta sapere chi c’è dietro la cosiddetta opposizione venezuelana per sapere chi va sostenuto [il regime chavista, si capisce], costi quel che costi». Bel ragionamento, non c’è che dire; soprattutto dialettico, direi. Oltre che virile: «Costi quel che costi»! Ma non capendo niente di bei ragionamenti e, soprattutto, di dialettica, non posso fare a meno di chiedermi «chi c’è dietro» tutte le parti in campo, e farlo a partire da un punto di vista ben preciso: anticapitalista, internazionalista, indipendente ed ostile nei confronti di tutte le fazioni della classe dominante, di tutti gli Stati, di tutti i partiti e le organizzazioni (sindacati collaborazionisti compresi) che a vario titolo difendono lo status quo sociale. E che scopro osservando la crisi sociale venezuelana da questa peculiare prospettiva? Che tanto il regime di Caracas quanto l’opposizione ufficiale che lo contrasta non sono che due diverse espressioni dello stesso dominio sociale (capitalistico) che sfrutta e opprime il proletariato venezuelano. Beninteso, si tratta dello stesso regime sociale vigente in tutto il mondo: dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Germania al Giappone, dall’Italia alla Russia. Per quanto mi riguarda il gagliardo «costi quel che costi» va dunque rispedito al mittente, con aggiunta pernacchia rigorosamente critico-rivoluzionaria.

Il concetto di regime sociale (o di status quo sociale) ha una straordinaria capacità critica perché permette di andare oltre la schiuma politico-ideologica che occulta la natura di classe dei conflitti che continuamente si sviluppano nella società, non solo tra le classi «storicamente nemiche» (borghesia e proletariato), ma anche all’interno della stessa classe dominante, la quale, come insegnò a suo tempo l’alcolista di Treviri, si ricompatta solo per contrastare le rivendicazioni dei nullatenenti. Ecco perché non mi sconvolge neanche un po’ il conflitto tra chávisti e antichávisti; un conflitto per il potere giocato sulla pelle dei proletari e di una classe media ridotta ormai ai minimi termini. Di qui l’urgenza di costruire in Venezuela (e ovunque nel mondo) l’autonomia/coscienza di classe, senza la quale le classi subalterne sono “libere” solo di scegliere l’albero a cui impiccarsi: quello di “sinistra” o quello di “destra”? quello “sovranista” o quello “globalista”? quello “statalista” o quello “liberista”? quello antiamericano (e magari filocinese e filorusso) o quello filoamericano?

Ma c’è un motivo in più che mi porta a scatenare «fuoco e fiamme», per dirla con Trump, contro quel simpaticone di Maduro: l’abissale balla speculativa chiamata «Socialismo del XXI secolo», e che andrebbe invece tradotto come segue: «Stalinismo – e financo peronismo/fascismo – del XXI secolo»; certo, mutatis mutandis, come sempre del resto. Volendo affermare una posizione radicalmente anticapitalista, devo assolutamente, come mosso da un invincibile imperativo categorico, gridare in faccia ai miei “colleghi di classe” venezuelani, statunitensi, italiani ecc. che i chávisti (anche quelli di casa nostra) chiamano «Socialismo» ciò che se va bene (per gli statalisti di “destra” e di “sinistra”, si capisce) non è che un Capitalismo di Stato più o meno “integrale”. Dopotutto, è una vita che mi batto contro ogni falso socialismo: da quello sovietico a quello cinese, da quello albanese a quello cubano, da quello jugoslavo a quello Nordcoreano, da quello emiliano (ricordate il mitico “compagno” Zangheri?) a quello cambogiano. Quando cadde il Muro di Berlino io e alcuni amici particolarmente inclini all’ottimismo della rivoluzione pensammo che finalmente ci fossimo liberati una volta per sempre della gentaglia che tanta cacca aveva portato al mulino del Socialismo e tanta acqua invece al mulino della conservazione capitalistica. Ahimè, ci sbagliavamo! È dal 1989, infatti, che vetero e post stalinisti, benché ammaccati dalle macerie del Muro che tanto amavano, si muovono in tutte le direzioni nella speranza di scoprire nel vasto e capitalistico mondo «nuove e originali vie per il Socialismo». E un regime statalista che si proclama “Socialista” da qualche parte si trova sempre! Meglio se si tratta di uno statalismo basato sulla rendita petrolifera usata come formidabile strumento di consenso e di controllo sociale. E qui ritorniamo al Venezuela. Lo so, nel caso di specie non si può nemmeno parlare di statalismo; ma uso questo termine solo in chiave polemica, senza alcuna intenzione “scientifica”.

Insomma, osservato dal peculiare punto di vista che offro ai lettori, il cosiddetto chávismo non appare come la soluzione del problema qui posto (la necessità e l’urgenza dell’autonomia di classe, della coscienza di classe), non appare nemmeno come un tentativo inteso a risolverlo, né, men che meno, esso mi appare come un esempio positivo da additare ai proletari e ai lavoratori di tutto il mondo (anzi!): esso è piuttosto parte organica di quel problema, semplicemente perché il regime venezuelano è, nel suo piccolo, parte organica del sistema mondiale capitalistico.

Su un post dedicato al Venezuela, Giorgio Cremaschi se la prende con «la sinistra governativa», ma anche con una parte della «sinistra cosiddetta radicale», ossia con quei compagni che non riescono a capire che in quel Paese «si combattere il capitalismo americano nel nome del socialismo»: «settori della cosiddetta sinistra radicale e dell’antagonismo hanno inanellato ponderose analisi, il succo delle quali era la scelta di non stare né col Venezuela chavista, né con quello filoamericano e fascista. Una fuga sulla Luna in attesa della rivoluzione globale». Ammetto di abitare sulla Luna e di “lavorare”, nel mio infinitamente piccolo, per la «rivoluzione globale», e infatti le critiche di Cremaschi non mi sfiorano nemmeno, anche perché la «scelta del né col Venezuela chavista, né con quello filoamericano e fascista» è lontanissima dalla mia posizione: io mi schiero contro l’uno e contro l’altro. La neutralità la lascio a chi non sa ragionare in termini radicalmente classisti. Ma molti “socialisti” sono talmente lontani dalla concezione rivoluzionaria del conflitto sociale che non riescono nemmeno a concepire l’idea che, per dirla sempre col barbuto di Germania, «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo», e viceversa.

«Essere contro il Venezuela di Chavez è diventata una patente di democrazia distribuita a cani e porci», dice Cremaschi. Anche qui, non mi sento minimamente chiamato in causa, perché come si evince benissimo dai miei precedenti post sul Venezuela, la mia posizione antichávista non ha niente a che fare con la rivendicazione di una «vera democrazia», anche perché per me «vera democrazia» e fascismo (e/o stalinismo) si equivalgono, sono due modi diversi di servire gli interessi della classe dominante. Finchè ha potuto usare gli introiti della rendita petrolifera per crearsi una vasta base di consenso sociale il regime chávista ha usato lo strumento democratico-parlamentare; il crollo del prezzo del compagno Petrolio ha costretto il regime a dare molto più peso all’esercito, che peraltro già controllava diversi settori strategici dell’economia del Paese (come quello dell’approvvigionamento alimentare), e a inventarsi nuove soluzioni istituzionali che se fossero state semplicemente pensate da un Renzi, da un Berlusconi o da un Grillo (molto più attendibile come esempio), certamente avrebbero scatenato la resistenza antifascista di molti sostenitori del caudillo di Caracas. «Ora e sempre resistenza contro la deriva autoritaria del governo di Caio o di Tizio»: quante volte gli italici sostenitori della rivoluzione bolivariana ci hanno massacrato i… timpani denunciando l’ennesima «svolta autoritaria» intrapresa dal “fascista” di turno? Dite che il paragone non regge? Ah già, dimenticavo: in Venezuela è in corso una marcia verso il socialismo. Che sbadato che sono! Per fortuna c’è chi prontamente mi riporta alla verità dei fatti (diciamo): «Che la rivoluzione possa difendersi o meno con la forza dalla consueta reazione violenta dell’imperialismo (in America Latina quasi sempre USA) delle destre, del capitalismo e delle forze militari, è forse la questione centrale, quella dirimente, che separa – nel giudizio, nello schierarsi – le forze rivoluzionarie da quelle controrivoluzionarie o della sinistra moderata, quelle “interne” al sistema capitalistico. È il problema dei problemi: quello del potere. Ed è bene – una volta tanto – affrontare la “questione venezuelana” dal punto di vista anche teorico, politico-teorico» (Contropiano). È appunto quello che dico io! Non bisogna essere dei Lenin per capire che senza teoria rivoluzionaria non c’è prassi rivoluzionaria. Solo che la “mia” teoria colloca l’esperienza chávista interamente dentro il potere capitalistico riguardato nella sua dimensione nazionale, regionale (continentale) e mondiale. Giusto uno stalinista può richiamare la battaglia di Lenin contro Kautsky («Del marxismo si ammette tutto, tranne i mezzi rivoluzionari di lotta») per portare acqua al mulino del regime venezuelano! Della serie: pensavo fosse un potere rivoluzionario e invece era un calesse – pieno di sostanza escrementizia, diciamo.

Intanto ieri la «cricca di Maduro» ha perfezionato la “rivoluzione istituzionale”: «Il cerchio è chiuso. Con un decreto disposto dalla presidente Delcy Rodríguez, già tumultuosa ministro degli Esteri e fedele chavista, la neonata Assemblea Costituente azzera le competenze del Parlamento venezuelano e si assume il potere di legiferare su temi di ordine pubblico, sicurezza nazionale, diritti umani, sistema socio-economico e finanze. Sarà il vero organo legislativo del Paese e diventa nei fatti una sorta di Consiglio dei ministri alle dirette dipendenze del presidente Nicolás Maduro. Il Parlamento non viene sciolto ma il suo ruolo viene sterilizzato ad un semplice foro di dibattito. Nel migliore dei casi». Dobbiamo aspettarci la nascita di un Aventino venezuelano? «Ma intanto in un video l’ex procuratore Luisa Ortega Diaz ha detto oggi che dispone di prove su casi di corruzione legati alla multinazionale brasiliana Odebrecht “che coinvolgono Nicolas Maduro e il suo entourage”. Ortega Diaz ha sostenuto che i vertici chavisti “sono molto preoccupati, perché sanno che ho tutte le informazioni, i dettagli di ogni operazione e il nome di chi si è arricchito”. L’ex procuratrice è fuggita insieme al marito, il deputato chavista German Ferrer» (D. Mastrogiacomo, La Repubblica). Pare che il regime chávista sia coinvolto anche in assai lucrosi traffici di droga. Ma lascio volentieri ai professionisti delle mani pulite queste “problematiche” che non modificano di una virgola l’essenza della questione (almeno nella “declinazione” che mi sforzo di elaborare): la natura ultrareazionaria del regime di Caracas. Tutto il resto è propaganda e lotta politica interborghese, sul piano interno come su quello internazionale.

Scrive ancora Cremaschi: «Mezzo secolo dopo la rivoluzione cubana, Chavez e Morales si sono dati come obiettivo esplicito la ripresa della marcia verso il socialismo [ecco!]. L’hanno realizzato? Certo che no. Hanno dovuto fare compromessi e anche errori? Sicuramente e anche hanno commesso ingiustizie che hanno deluso una parte di chi li sosteneva. Ma ovviamente non è per questo che sono sotto attacco, al contrario lo sono proprio perché nonostante tutto questo non hanno rinunciato all’obiettivo del socialismo. Ed è proprio questa parola, socialismo, che dà fastidio e che crea persino rancore in una certa sinistra». E qui ritorniamo alla più gigantesca balla ideologica del XX secolo, riciclata in questo scorcio di XXI secolo, e alla cacca, con rispetto parlando (per la cacca!), di cui sopra. Lo ammetto: quando personaggi del tipo qui preso di mira straparlano di “socialismo” mi assale una fastidiosissima voglia di bastonarli. Si tratta di una bastonatura critica, sia chiaro.

Antonio Moscato, che a differenza di chi scrive (notoriamente un purista e un settario) aveva guardato con molta simpatia all’esperimento chávista, oggi stigmatizza l’atteggiamento acritico dei sinistri che appoggiano «senza se e senza ma» il regime di Caracas: «Qualunque critica alla situazione attuale [del Venezuela] viene messa in conto ai “servi dell’imperialismo”. Questo ricorda da vicino le accuse a chi ascoltava le voci del dissenso (in origine anche marxista) e i dati dell’economia per capire dove stava finendo il sistema che presumeva di essere il “socialismo reale” e per giunta credeva di essere eterno. Ogni esplosione di malcontento (che naturalmente veniva soppressa facilmente per l’efficienza dei vari KGB e affini non contro il nemico di classe ma verso i critici interni) veniva attribuita all’onnipotenza della CIA». Confermo. È dal remotissimo 1980, da quando cioè ho iniziato a criticare la menzogna del «Socialismo reale» (in realtà un reale Capitalismo), che mi sento dare del «servo sciocco dell’imperialismo» (cioè degli Stati Uniti e di Israele) da non pochi sinistrorsi devoti a Stalin e a Mao. D’altra parte, se perfino un Trotsky o un Bordiga passavano per «agenti del fascismo, del nazismo e dell’imperialismo», chi sono io per lamentarmi!

Riprendo la citazione (e mi scuso per la sua lunghezza): «Quelli che si erano chiusi gli occhi di fronte ai segni inequivocabili del declino e dell’involuzione definitiva dell’URSS potevano avere una mezza attenuante, era la prima volta. Ma ora, che attenuante possono avere i difensori di un sistema che affama la popolazione e pretende di rappresentare il socialismo? […] Gli argomenti dei difensori incondizionati di Maduro sono debolissimi ma inquietanti. Se la prendono con i giornalisti superficiali che parlano alla leggera di “dittatura”, ma sorvolano sulla dimensione reale dello scontro in Venezuela. Non è su astratti problemi di architettura istituzionale che è esplosa la crisi, ma sulla fame provocata da una politica economica dissennata. A differenza di molti degli ardenti sostenitori nostrani del regime attuale, io ho seguito dall’inizio il “processo bolivariano” senza pregiudizi per l’origine militare di Chávez, anche se con qualche cautela rispetto agli entusiasmi che ritenevo eccessivi di altri compagni che stimo, ma con un appoggio indiscusso a questa e ad altre manifestazioni di quello che avevo chiamato “il risveglio dell’America Latina” (titolo di un mio libro pubblicato da Alegre nel 2007). Tuttavia non mi ero nascosto mai il carattere non socialista (ma pur sempre positivo) delle misure di nazionalizzazioni con indennizzi consistenti, col risultato che il settore privato negli anni di Chávez si era rafforzato rispetto a quello pubblico. Le scandalose cessioni di bond dell’azienda petrolifera di Stato alla Goldman Sachs dell’ultimo periodo hanno rappresentato però un salto di qualità rispetto a una politica consolidata di favori concessi per ottenere la benevolenza dei grandi petrolieri, tanto è vero che sono rimaste segrete a lungo. Ma nessuno di quelli che del Venezuela non si erano mai occupati fino a quel momento ha avuto il sospetto che l’aumento delle proteste potesse essere collegato alle privazioni inflitte alla popolazione per assicurare questi regali alla grande finanza, e per far apparire il governo un buon pagatore del debito accumulato. Privazioni che si possono quantificare: hanno ridotto i tre quarti dei salariati a sopravvivere con meno di due dollari al giorno, è cresciuta di nuovo la mortalità infantile per carenze di medicinali che non vengono più importati, dato che l’importazione di beni e servizi è scesa da 66 miliardi di dollari nel 2012 a circa un miliardo e mezzo nel 2017».

Un post di Cronache latinoamericane invita a riflettere «intorno alla figura del lavoratore venezuelano, ricattato e costretto a percorrere la via scelta dal governo per poter mantenere il proprio posto di lavoro e portare il pane a casa. Cos’è quindi la coscienza di classe, come fa a provocare processi di emancipazione quando lo statalismo e la burocrazia dettano le regole del gioco? Quali spazi per la critica ci sono dentro al socialismo venezuelano?» La mia risposta a quest’ultima domanda è: zero spazi, per mancanza di materia prima, per così dire. Come ho più volte scritto, il «socialismo venezuelano» è una pura invenzione propagandistica utile a chi vuol fregare, da “destra” o da “sinistra”, le classi subalterne. Ma il post appena citato è interessante anche perché introduce un testo di Rolando Astarita, Professore di economia dell’Università di Buenos Aires, che offre alla riflessione del lettore utili spunti critici. Astarita lancia frecce critiche soprattutto in direzione dei difensori di Maduro, i quali «sono convinti che quando si costringe un operaio di PDVSA o della metropolitana di Caracas, ad andare a votare per Maduro, si stia rafforzando la coscienza socialista della classe operaia. Inoltre alcuni pensano che in questo modo il governo venezuelano stia combattendo pericolosi lavoratori ”contro-rivoluzionari pro-imperialisti”. Per questo motivo non vedono nulla di essenzialmente criticabile in ciò che fa Maduro. Essi hanno così tanto interiorizzato i metodi burocratici che li accettano con la stessa naturalezza  con cui diciamo “oggi piove”. Non hanno imparato nulla dalle tragiche esperienze del “socialismo reale”, delle collettivizzazioni forzate, dell’unanimità conseguita sulla base di campi di concentramento e muri di Berlino. Si tratta di una sinistra alienata dal nazionalismo statalista, a cui, come sempre, piace pensare che  “l’avanguardia illuminata” detiene la ragione storica che giustifica tutto. Tutto questo con una conseguenza brutale: agli occhi di milioni di sfruttati nel mondo, il socialismo oggi si incarna in Maduro che minaccia di punire i lavoratori “riluttanti”, nel contesto di un paese devastato dalla fame e scosso da ripetute uccisioni di manifestanti oppositori». Ciò che critico della posizione di Astarita è il fatto che egli concepisce lo stalinismo non come la negazione più patente del socialismo, ma come una sua forma degenerata (burocratizzata), e in ciò forse ha un peso la lettura trotskista della «degenerazione burocratica» del potere sovietico con l’ascesa della «cricca stalinista» dopo la morte di Lenin. Ma posso sbagliarmi. Per il resto considero molto interessante il suo scritto e invito a leggerlo.

(*) Scrive Raúl Zibechi: «Al di là di quanto possano sostenere le estemporanee dichiarazioni di Donald Trump, non sono certo le precarie condizioni della democrazia né esattamente l’eredità chavista del Socialismo del XXI Secolo la maggiore preoccupazione che spinge gli Stati Uniti ad avere tanta fretta di liberarsi del governo di Nicolas Maduro. Per comprenderlo, basta dare un’occhiata al profilo della presenza strategica cinese: il Venezuela è un “socio” importante per noi, sostiene il Global Times, rivista di proprietà del Quotidiano del Popolo. Caracas riceve già quasi la metà dei rilevanti prestiti cinesi nella regione sudamericana e a Pechino sono intenzionati a mantenere una solida presenza nell’area, del tutto indipendentemente dal colore politico dei governi che si succederanno. Gli investimenti più importanti sono naturalmente quelli nel settore petrolifero e, se tutto va come deve andare, presto il mercato cinese è destinato a superare quello statunitense per l’export venezuelano. […] «“Le sommosse politiche significano rischi per gli investimenti cinesi e la Cina deve apprendere ad affrontarle. La Cina non può rinunciare alla sua presenza economica in America Latina solo per la sua instabilità politica”, afferma l’articolo del Global Times». In altri termini, se il Venezuela e gli altri Paesi dell’America Latina vogliono avvantaggiarsi dell’amichevole attenzione del Capitale cinese, essi devono tenere sotto controllo l’effervescenza sociale e politica che da sempre li caratterizza. Gli affari hanno bisogno di sicurezza e di stabilità! Riprendo la citazione: «La Cina è uno dei principali soci commerciali dei paesi della regione e ha sostituito, dal 2005 al 2016, la Banca Mondiale e la BID (Banca Interamericana di Sviluppo) come principale fonte di prestiti, con 141 miliardi di dollari rovesciati sull’America Latina e i Caraibi, secondo l’Inter-American Dialogue. Il Venezuela assorbe quasi la metà del totale dei prestiti, con 62,200 miliardi di dollari, seguito dal Brasile con 36,800 miliardi, e abbastanza più indietro l’Ecuador e l’Argentina. Gli investimenti in Venezuela ebbero un picco nel 2010 e dopo sono discesi considerevolmente, ma continuano ad occupare un posto rilevante. Il grosso è destinato ad energia, ossia a idrocarburi, ma anche alle attività minerarie e alle infrastrutture. […] Proseguendo su questa strada, la Cina finirà con il sostituire gli Stati Uniti come principale mercato del petrolio venezuelano, che è il paese che ostenta le maggiori riserve mondiali di greggio. Questa realtà, più che il “socialismo del XXI secolo”, spiega i motivi di Washington per abbattere Maduro» (Sinistrainrete).

L’ARMATA BRANCAMADURO

– Andate al fronte, compañeros? Attenti alle fucilate! – E tutti si misero a ridere. Le sentinelle esclamarono:
– Addio! Non ammazzateli tutti! Lasciatene qualcuno per noi!
(J. Reed, Messico insorto).

«Vamos a matar, compañeros! La Brigata Maduro è pronta per partire per il Venezuela a difendere il regime chavista che, in un colpo solo, ha esautorato il Parlamento controllato dall’opposizione e ha affidato al presidente Nicolás Maduro i pieni poteri militari, economici, sociali, politici e civili. La dittatura si fa legge. Persino papa Francesco si è schierato contro Maduro. La Brigata Maduro, come ci ha raccontato Fabrizio Caccia sul Corriere, è folta: Gianni Minà, Fausto Bertinotti, Nichi Vendola, Gianni Vattimo, i parlamentari del M5S Manlio Di Stefano e Ornella Bertorotta, aperti sostenitori della rivoluzione bolivariana, e soprattutto il filosofo da talk Diego Fusaro, che si è auto-attribuito la patente di “intellettuale scomodo” (un altro!), in lotta per l’emancipazione umana. “Se Marx, Gramsci e Lenin fossero vivi – questo il pensiero del marxista immaginario e immaginifico – ora sarebbero qui a difendere il comunista e patriota Maduro dall’aggressione americana che, come nel Cile del ‘73, punta ad abbattere un governo che resiste al capitalismo globalizzato”. Vamos a matar, compañeros! Su minima&moralia Raffaele Alberto Ventura ha spiegato bene come la chiacchiera fusariana consista sempre “nel montaggio semi-aleatorio di un pugno di moduli argomentativi preconfezionati, di formule declamatorie”. Se Marx avesse le ruote… Quando il gioco si fa Maduro, i duri e puri cominciano a giocare» (A. Grasso, Il Corriere della Sera, 6 agosto 2017).

I chávisti con caratteristiche italiote hanno dunque la rara capacità di trasformare persino un Aldo Grasso qualunque in un gigante del pensiero politico-sociale. Complimenti! D’altra parte, come diceva quello: tutto è relativo!

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Su Libération del 29 maggio è apparso l’interessante e breve editoriale di Laurent Joffrin che riporto interamente per mantenere desta l’attenzione sulla gravissima crisi sociale che scuote il Venezuela. L’editoriale ha come titolo En arriére, con esplicita allusione alla sinistra chávista francese ed europea che ancora oggi difende il ridicolo – questo però appartiene al mio modestissimo bagaglio “dottrinario” e politico – mito del «Socialismo del XXI secolo», ultimo rifugio per stalinisti e maoisti bisognosi di un lifting ideologico. So che più di un lettore avrà cura di mettermi nel fetido mazzo dei «grandi potentati della stampa internazionale, che agiscono su ordini precisi di Usa e Unione Europea» (Luciano Vasapollo, estimatore della «repressione pacata e lungimirante dell’esercito e della polizia bolivariana»), ma la cosa non mi turba più di tanto.

«L’esperienza del Venezuela, tanto decantata nella sinistra radicale in Francia e altrove, si conclude in un disastro. Mentre detiene le maggiori riserve di petrolio del mondo, il paese è indietro di diversi decenni, con gli standard di vita che precipitano, un’inflazione a tre cifre e una drammatica crisi alimentare. I venezuelani devono ora sopportare interminabili code per il cibo o per trovare farmaci. Una parte della popolazione, soprattutto nelle classi inferiori, non ha abbastanza da mangiare. Le proteste, che non provengono tutte da destra, si moltiplicano. Il piano del governo si propone di salvare il regime mettendo il suo destino nelle mani dell’esercito e delle milizie violente legate al partito chavista. Ora si teme l’istituzione di un regime semi-dittatoriale che ricorda quelli legati alla tradizione latino-americana che credevamo superata. I difensori della “rivoluzione bolivariana” attribuiscono la crisi alla caduta dei prezzi del petrolio, la risorsa principale del paese. Questo fattore ha ovviamente un grande peso, ma non è l’unico. Dopo il successo iniziale, reso possibile principalmente dalla distribuzione delle entrate petrolifere, unica ed elementare misura economica, il regime ha completamente fallito l’obiettivo di diversificare il suo sistema produttivo e, sulla base di un’ideologia dogmatica, ha aumentato in proporzioni irragionevoli l’intervento dello Stato nell’economia. Come sempre in questi casi, l’economia si è vendicata. I produttori, grandi e piccoli, sono stati scoraggiati, la corruzione amministrativa è cresciuta e la redistribuzione ha preso una piega sempre più clientelare. Ora è il popolo venezuelano, che il populista Chávez si vantava di difendere, che paga crudelmente il prezzo».

Per Carlo Formenti in Venezuela e nel resto dell’America Latina è in atto una «controrivoluzione», il che mi fa pensare a una precedente rivoluzione in quegli esotici luoghi che evidentemente non ha avuto il garbo di attirare la mia eurocentrica attenzione: mi son distratto un attimo! Formenti appartiene a quel partito filo-chávista che nemmeno immagina possibile l’esistenza di un’alternativa tra il tifare per il regime di Caracas e il tifare per la fazione opposta, e che pensa che chi non si schiera apertamente dalla parte del primo porta acqua, quantomeno “oggettivamente”, al mulino della “destra liberista-selvaggia” venezuelana e, ovviamente, al gigantesco mulino dell’Imperialismo a stelle e strisce, pronto a distruggere qualsivoglia presenza scomoda che si agiti nel suo cortile di casa. Per molti sostenitori delle ragioni di Nicolas Maduro, reprimendo il movimento politico-sociale che imperversa nel Paese il Presidente venezuelano non sta facendo niente di diverso rispetto a quello che farebbero le democrazie occidentali se si trovassero alle prese con un simile fenomeno. Verissimo! Dalla mia bizzarra prospettiva il regime apertamente autoritario (bastone) e il regime democratico (un’alternanza di scheda elettorale e di bastone) sono due facce della stessa medaglia, due diversi – e complementari/sinergici – modi di gestire le contraddizioni e i conflitti sociali. Ma perché sostenere il diritto alla repressione di questo o quel regime? Ah! Dimenticavo: in Venezuela si tratta di arginare una controrivoluzione in atto…

Scrivevo in un precedente post dedicato alla crisi sociale venezuelana: «Si può essere contro il regime cosiddetto chávista senza per questo sostenere, neanche un po’, chi gli si oppone rimanendo sullo stesso terreno di classe? Per me la risposta è di un’ovvietà disarmante: certo che si può! Anzi, dal mio punto di vista si deve. Quando parlo di “terreno di classe”, usando una vecchia espressione che tuttavia riesce ancora a toccare la sostanza della realtà sociale del XXI secolo, intendo ovviamente riferirmi alla natura capitalistico-borghese del regime venezuelano e degli oppositori politici che da anni cercano di prenderne il posto, anche correndo il rischio di pagare un prezzo assai salato in termini di sangue versato». Ma chi sono io per impartire lezioni di “autonomia di classe” a intellettualoni del calibro di Vasapollo  e Formenti?

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Un moderno Paese capitalista può vivere solo esportando petrolio o altre (poche) materie prime? Diciamo, per economia di pensiero, che in quel caso più che di una vita si dovrebbe piuttosto parlare di una stentata sopravvivenza, strettamente dipendente dalle oscillazioni del ciclo economico mondiale. Il regime politico di quel Paese potrebbe mantenersi a galla a una sola condizione, ossia alla condizione che il prezzo del petrolio sul mercato mondiale sia sufficientemente e costantemente alto. In questo caso quel regime potrebbe usare una parte della pingue rendita petrolifera per crearsi una base sociale con cui puntellarsi. Infatti, anche il regime più totalitario di questo mondo sa che per svolgere bene e con continuità la propria funzione al servizio dello status quo sociale non può contare solo sul bastone, ma deve anche ricercare il consenso politico-ideologico da parte delle cosiddette masse, un’impresa che, come testimonia la storia passata e recente, è tutt’altro che impossibile. Insomma, sto parlando del Venezuela, e del suo regime “diversamente socialista” che tanto piaceva – e, a quanto pare, continua a piacere – a una parte non piccola del mondo sinistrorso di casa nostra.

L’export del Venezuela dipende per il 95% dal petrolio, che costituisce oltre la metà delle entrate pubbliche; negli ultimi due anni il bilancio pubblico del Paese è stato calibrato su un prezzo del greggio pari a 60 dollari al barile, mentre solo intorno ai 100 dollari al barile Caracas può scongiurare un definitivo deterioramento della sua già drammatica situazione debitoria. Come ricorda Alessandro Giberti (Lettra43), Chávez «ha provato a distruggere il sindacato operaio (Ctv). Ne ha inventato un altro (la Unt), e ha proposto una legislazione che proibiva la negoziazione collettiva e gli scioperi nel settore pubblico e petrolifero», confessando con ciò stesso il lato forte e, al contempo, debole del suo regime. Ieri il Presidente Maduro ha annunciato il «terzo aumento del salario minimo nel corso dell’anno in Venezuela. Un incremento del 60% per tutti i lavoratori statali e per i pensionati La decisione è stata presa per fronteggiare una crisi economica devastante e l’ondata di proteste» (TgCom24). Per implementare le sue «politiche redistributive» Chávez poteva contare sui cospicui dividenti petroliferi garantiti da un alto prezzo del petrolio, una condizione favorevole che ha voltato le spalle al suo successore. Sono i limiti del “socialismo petrolifero” – a dire il vero molto petrolifero e per niente socialista. Scherzi a parte, la “modernizzazione” della struttura economica del Paese (ma la cosa riguarda quasi tutti i Paesi latinoamericani) rimane un nodo decisivo che qualsiasi governo/regime è chiamato a sciogliere; mi rendo conto, è più facile a dirsi che a farsi, soprattutto perché l’impresa crea fortissime tensioni sociali nonché la messa in discussione di fortissimi interessi economici e politici, ponendo così le premesse per l’ennesima avventura “rivoluzionaria” guidata dall’ennesimo Salvatore della Patria – o caudillo che dir si voglia.

Con il rapido declino del prezzo del petrolio, del gas e, più in generale, delle materie prime è entrata in crisi anche l’«Alternativa Bolivariana per i Popoli della Nostra America» (ALBA), la creatura geopolitica voluta dall’ambizioso Chávez e nata a Cuba nell’aprile del 2006 (primi firmatari Venezuela, Bolivia e Cuba). La “Rivoluzione Bolivariana” ha insomma esaurito la… benzina… Pardon, volevo dire la spinta propulsiva, per riprendere una celebre formula  berlingueriana riferita – nientemeno! – alla Rivoluzione d’Ottobre.

Per fidelizzare almeno una parte dell’Esercito, il regime chávista ha militarizzato diverse attività economiche, e molti analisti ritengono che ormai Nicolás Maduro sia ostaggio delle Forze Armate, che la sua permanenza al potere, cioè, dipenda unicamente dal loro appoggio. «Con Maduro c’è l’esercito e il suo peso politico, e lo scorso 17 aprile ha fatto avere al presidente il proprio sostegno “incondizionato”». Si tratta di vedere fino a quando e a quale prezzo questo sostegno rimarrà «incondizionato». In un articolo pubblicato su Liberazione (allora organo di Rifondazione Comunista, se ricordo bene) del giugno 2007, la giornalista A. Nocioni notò come «tra i fedeli del Presidente» Chávez ci fossero  «molti ufficiali amici e pochi civili»; il Comitato Bolivariano La Madrugata di Firenze si sentì in dovere di precisare quanto segue: l’articolo fa «una lista di generali in diversi posti chiave dello Stato venezuelano, ma chi conosce la realtà delle attuali forze armate in Venezuela sa che non c’è alcuna dittatura militare. L’esercito adesso è attivo in ogni missione sociale governativa, esercito come ente sociale che si è unito al popolo in quella che si chiama unità civico-militare. Un esercito differente da quello che conosciamo in America Latina, composto da gente di ogni classe, non di casta, che segue un indirizzo umanista» (da Il Pane e le rose). Molto commovente e, soprattutto, convincente. Diciamo… Anche da questa presa di posizione in difesa del caudillo di Caracas si comprende quanto capillare sia in Venezuela la presenza dei militari.

La scorsa settimana il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato, buon ultimo e certamente leccandosi i metaforici baffi, che «il Venezuela è un disastro»: difficile dargli torto. «Quando nel 2006 ero venuto a seguire le elezioni vinte da Chavez contro Rosales, nelle “favelas” di Caracas la logica [del regime] reggeva ancora, grazie al boom del greggio che consentiva di finanziare l’assistenzialismo, la corruzione, e pure la sopravvivenza del castrismo a Cuba, anche se nel frattempo la struttura produttiva del Venezuela veniva lentamente smantellata. Col prezzo del petrolio crollato da oltre 100 dollari al barile a meno di 30, però, l’ illusione è finita. Oggi un ingegnere, se va bene, guadagna cento dollari al mese, e se ha figli fatica a garantire loro il pane. Ammesso che lo trovi, perché persino i generi alimentari di base vengono importati dal Messico o dai paesi vicini. Al supermercato si fanno i turni, nel senso che puoi andare a fare la spesa solo nei giorni in cui il numero finale della tua tessera sociale corrisponde con quello autorizzato a mettersi in fila. L’inflazione è al 150%, ma alcuni la stimano oltre l’800%» (P. Mastrolilli, La Stampa, 29 aprile 2017). Il piano di nazionalizzazioni voluto da Chávez (e venduto al mondo come «transizione al socialismo») ha fallito tutti i suoi obiettivi, mettendo in ginocchio la già fragile struttura industriale venezuelana. La violenza, “comune” e politica, impazza nel Paese, facendo del Venezuela uno dei luoghi più pericolosi del pianeta, probabilmente insieme al Brasile, anch’esso sprofondato in una grave crisi sistemica: economica, politica, istituzionale, sociale. Si parla di 80 persone uccise ogni giorno dalla delinquenza venezuelana: una vera e propria guerra incivile di vaste proporzioni, espressione di un degrado sociale davvero impressionante.

La Russia di Putin sta cercando di puntellare finanziariamente il regime di Caracas, ma può farlo solo entro precisi limiti, perché anche Mosca deve fronteggiare la crisi sociale derivata dal crollo del prezzo del petrolio. Su questo punto rimando al post Oro nero bollente. La Cina come al solito agisce con prudenza e discrezione, ma simile al ragno è pronta a papparsi la preda che finisce dentro la sua tela finanziaria.

Ovviamente il regime di Caracas attribuisce la catastrofica situazione del Paese all’azione antipatriottica della destra volta a implementare «il piano destabilizzante ordito dall’imperialismo statunitense, con la finalità di imporre, attraverso la forza e il ricatto, un governo al servizio della sua egemonia nel continente, smontando i processi di liberazione nazionale iniziati in America Latina agli inizi di questo secolo, sovvertendo i cambiamenti progressisti che hanno permesso ai lavoratori e lavoratrici e al popolo in generale, di stabilire diritti e conquiste sociali negati storicamente da governi che rispondevano, assolutamente, agli interessi della grande borghesia associata in condizioni di subordinazione all’imperialismo nordamericano». Ho appena citato un documento redatto da un sedicente Partito Comunista del Venezuela, il quale chiama «il Grande Polo Patriottico alla più ampia unità d’azione antimperialista». Lo spauracchio del nemico esterno che minaccia la sacra indipendenza della patria mostra ancora la sua maligna efficacia nell’opera tesa a compattare le classi subalterne a difesa dello status quo.

«I proletari non hanno patria», diceva il comunista di Treviri; e lo dico anch’io, nella mia pochezza politico-dottrinaria, s’intende. Ma un conto è dirlo… Ancora nel XXI secolo, nell’epoca del dominio totalitario e globale del Capitale sull’uomo e sulla natura la carta nazionalistico-patriottica si rivela, per le classi dominanti, vincente, ovunque. Come scrisse una volta Karl Kraus, «Il nazionalismo è un fiotto di sangue in cui ogni altro pensiero annega». A proposito di nazionalismo mi piace citare spesso anche Schopenhauer: «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale. […] Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere πύξ κάì λάξ [a pugni e calci, con le unghie e coi denti] tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze». Le classi dominanti sanno bene come solleticare il miserabile orgoglio nazionale dei «poveri diavoli», e lo fanno puntualmente tutte le volte che se ne presenti l’occasione per oliare il meccanismo del controllo sociale. Ecco perché ciò che un tempo si chiamava internazionalismo proletario rimane non un astratto principio da sbandierare per esibire una – ridicola – purezza ideologica, salvo poi contraddirlo nella prassi (magari con la scusa che “fare politica” significa scendere a compromessi con la realtà e perle “dialettiche” di simile conio), bensì un’imprescindibile investimento politico.

Si può essere contro il regime cosiddetto chávista senza per questo sostenere, neanche un po’, chi gli si oppone rimanendo sullo stesso terreno di classe? Per me la risposta è di un’ovvietà disarmante: certo che si può! Anzi, dal mio punto di vista si deve. Quando parlo di «terreno di classe», usando una vecchia espressione che tuttavia riesce ancora a toccare la sostanza della realtà sociale del XXI secolo, intendo ovviamente riferirmi alla natura capitalistico-borghese del regime venezuelano e degli oppositori politici che da anni cercano di prenderne il posto, anche correndo il rischio di pagare un prezzo assai salato in termini di sangue versato. Nell’ultimo mese si parla di 32 manifestanti antichávisti uccisi: «Nel paese continuano ad operare i “colectivos”, bande di estremisti che sostengono il regime e che attaccano i manifestanti dell’opposizione arrivando a sparare al volto» (Notizie Geopolitiche). Lo squadrismo con caratteristiche “bolivariane” non scherza! L’esercito, la polizia e la milizia paramilitare “socialista” (o “patriottica”) naturalmente non fanno mancare il loro prezioso contributo repressivo sul terreno della lotta contro il neoliberismo e l’imperialismo.

Beninteso faccio dell’ironia; vorrei che i lettori cogliessero il mio intento denigratorio nei riguardi della “Rivoluzione Bolivariana”, o “Socialismo del XXI secolo” che dir si voglia, la cui natura sociale, politica e ideologica è organica alla tradizione “populista” o “caudillista” dell’America Latina. «Cos’hanno in comune le storie politiche dei Paesi del Sud America? Qual è, se c’è, il tratto distintivo della via latino-americana all’esercizio del potere? La risposta è semplice: la presenza, più o meno costante, della figura del capo invincibile, del condottiero semi-divino, della guida di un intero popolo verso la terra promessa. E non è un caso se proprio a queste latitudini è stata coniata la parola che riunisce tutti questi concetti in uno solo: caudillismo. Gli esempi si sprecano: Hugo Chavez, Evo Morales, Daniel Ortega in Nicaragua, per molti versi anche Rafael Correa in Ecuador. E prima di loro, Juan Domingo Peron in Argentina, Alvaro Obregon, Lazaro Cardenas e Porfirio Diaz in Messico, Getulio Vargas in Brasile, Augusto Pinochet in Cile, Rafael Trujillo nella Repubblica Dominicana, Manuel Noriega a Panama, Alberto Fujimori in Perù, Fulgencio Batista e Fidel Castro a Cuba sono i primi di una lista che arriva a contare tranquillamente una cinquantina di nomi. In terra latina, deve esserci qualcosa di così particolare che, anche in tempi storici in cui è praticamente impossibile instaurare sistemi politici fondati sul più completo assolutismo, l’arrivo in questo o quel Paese di un nuovo caudillo è sempre una possibilità concreta. Hugo Chavez, il pilastro del Venezuela della rinascita bolivariana, è caudillo in tutto e per tutto, in modo addirittura caricaturale» (A. Giberti, Lettra43). Per chi scrive il fenomeno “caudillista”, che ha nella propaganda dal forte contenuto demagogico il suo tratto distintivo (caratteristica eccellente quando si tratta di controllare masse costantemente in subbuglio), va ricondotto ai suoi reali – e marxiani – termini strutturali, in senso sociale (stratificazione delle classi, composizione economica della sfera produttiva: agricoltura, industria leggera, industria pesante, ecc.), storico (ritardo capitalistico dei Paesi sudamericani) e geopolitico (l’egemonia imperialistica statunitense sull’intero Continente Americano), termini che naturalmente si trovano in intima relazione tra loro, e che qui non è il caso di indagare più a fondo.

Parlavo poco sopra di «ovvietà disarmante» circa la natura sociale (ultrareazionaria) del chávismo; la cosa appare però meno ovvia, meno scontata, agli occhi del sinistrismo mondiale che alla fine degli anni Novanta del secolo scorso individuò nel tenente colonnello Hugo Chávez il suo Nuovo Messia del «socialismo dal volto umano», dopo i rovesci patiti sul fronte del “socialismo reale”. In realtà Chávez fu l’ennesimo “uomo della provvidenza” chiamato dal processo sociale a controllare/imbrigliare/incanalare le forti tensioni sociali e politiche generate dalla crisi economica. Scrive Pedro Castro, docente all’Universidad Autónoma Metropolitana di Città del Messico e studioso di caudillismo: «Nel nostro continente destra o sinistra da questo punto di vista è sempre stata la stessa cosa. Sono le condizioni, oggettive e soggettive di un Paese, che determinano il caudillismo. In America latina la povertà economica (condizione oggettiva) ha sempre prodotto delle speranze altissime. Le masse si aspettano molto e quando riconoscono qualcuno che potrebbe risolvere loro il problema gli si concedono totalmente». Crisi sociale, povertà e assenza di coscienza di classe: sono le condizioni “oggettive” e “soggettive” che rendono possibile il successo dell’uomo della provvidenza.

Come sempre, è stato il sinistrismo italiota a vincere la medaglia d’oro nella gara apologetica del «Nuovo Socialismo» o «Socialismo del XXI secolo». Alcune perle italo-cháviste chiariranno il concetto.

«Se la scelta è tra la democrazia, imperfetta, europea e nordamericana, ormai soffocata dal peso del denaro che domina le campagne elettorali e la democrazia imperfetta di Chávez e di Castro, scelgo quest’ultima, in nome della solidarietà con i più deboli e dello sforzo, che vedo qui all’opera, di costruire una società più giusta, anche se spesso non più ricca» (G. Vattimo, La Stampa, 25 luglio 2005). Il noto filosofo qui ci regala un saggio di “socialismo” concepito come miseria generalizzata: miseria della filosofia, ci verrebbe da dire scopiazzando il noto ubriacone tedesco. Il “simpatico” Gianni Minà, chávista della prima ora, fu attratto soprattutto dal «militarismo progressista» messo in campo dal compagno Chávez, il quale offriva almeno alle masse diseredate «l’illusione di poter fare una politica sconveniente agli Stati Uniti e alle multinazionali dell’energia» (Il Manifesto, 13 maggio 2002). Alla prova dei fatti il «militarismo progressista» di marca chávista si sta dimostrando all’altezza della situazione: la sua efficacia repressiva è degna di ammirazione – da parte dei chávisti italiani (vedi Il manifesto), beninteso.

«Ho una profonda simpatia per quel laboratorio chiamato “rivoluzione bolivariana”, un’esperienza che ha fatto invecchiare la stella di Cuba, perché Chávez, questa è la profonda verità, riesce dove Fidel ha fallito» (N. Vendola, Corriere della sera, dicembre 2012). Chissà come avranno reagito i castristi fondamentalisti dinanzi alla dichiarazione del noto narratore. In un’intervista rilasciata al quotidiano argentino Página 12, l’allora leader di Sinistra, Ecologia e Libertà, si disse «invidioso dell’America Latina e delle sue rivoluzioni: quelle guidate dal presidente venezuelano Hugo Chávez, dal il presidente boliviano Evo Morales e dagli altri leader di sinistra». Sono invidie che lascio volentieri ai chávisti con caratteristiche italiote.

«Hugo Chavez è la spiegazione del perché, in tutta l’America Latina, la parola socialismo ha ancora un profondo significato, mentre in Europa lo ha perduto quasi del tutto». Quando un personaggio che trasuda stalinismo da tutti i pori come Giulietto Chiesa straparla di «socialismo», non si può che sghignazzare. Ma continuiamo la citazione (Il Fatto quotidiano, 10 marzo 2013): «Finché visse fu invincibile. Parlò incessantemente con il suo popolo in quelle incredibili maratone televisive che milioni ascoltavano perché le sentivano sincere, ma che erano anche lezioni di storia patria, scuola di formazione culturale di massa, insegnamenti di autodifesa. Gli occidentali, istupiditi dalle loro televisioni, ironizzavano. Ma Chavez aveva capito meglio di loro i segreti della comunicazione. E poiché non voleva ingannare o istupidire, con la pubblicità e l’intrattenimento yankee, semplicemente parlava. Sapeva che c’era poco da ridere». Qui concordo: dinanzi alla sirena demagogica che riesce a ipnotizzare (e a ingannare e istupidire) “le masse”, c’era e c’è poco da ridere. Ma per Chiesa esiste solo l’inganno e l’istupidimento con caratteristiche yankee: tutto il resto (da Putin ad Assad) è “antimperialismo” e resistenza al “pensiero unico” – amerikano, si capisce.

Vogliamo parlare del noto post-post marxista Toni Negri? Anche lui a suo tempo mostrò di apprezzare l’esperimento sociale chávista, e il caudillo di Caracas ricambiò la stima invitandolo a Telesur, la televisione di regime, e citandolo spesso durante i suoi comizi televisivi. «Per me è molto interessante vedere come si sviluppa questo processo rivoluzionario, che dà il potere al popolo. […] Il nemico si può sconfiggere solo con la lotta di classe. Voi lo chiamate socialismo, io lo definirei comunismo» (Panorama, 2006). Come non apprezzare il rigore dottrinario di Negri…

Per Bertinotti il chavismo era «un movimento che cerca di dare al popolo dignità e un migliore futuro», e oggi Rifondazione Comunista (sic!) fa ricadere le responsabilità della crisi sociale, del caos e della violenza che imperversano in Venezuela «all’opposizione, espressione dell’oligarchia economica del Paese, per tentare di rovesciare il legittimo governo venezuelano e di fomentare lo scontro civile in Venezuela». I rifondatori se la prendono anche con «il ruolo inaccettabile dell’informazione, che in Italia produce una sistematica disinformazione sulla situazione venezuelana, a partire dall’etichettatura di regime o dittatura». Forse la critica non mi riguarda, visto che personalmente parlo di regime e di dittatura (capitalistica) anche per ciò che riguarda la Repubblica nata dalla Resistenza. Così come si può essere contro il regime Repubblicano senza per questo essere a favore del regime Fascista, analogamente, e mutatis mutandis, si può benissimo essere contro il regime di Maduro senza per questo sostenete o simpatizzare per le ragioni dell’opposizione antichávista. Ma non spero certo di far comprendere il concetto di autonomia di classe ai simpatizzanti del regime chávista di ieri e di oggi: conosco i miei forti limiti teorici e politici!

Il limite politico e analitico più grave del vecchio terzomondismo, ereditato dal cosiddetto “Campo Antimperialista” dei nostri giorni, è stato quello di aver voluto individuare come «nemico principale» del proletariato mondiale un solo polo imperialista (quello occidentale a guida statunitense) e di aver trascurare quasi del tutto la dinamica del conflitto sociale in quei Paesi che in qualche modo cercavano di sottrarsi dall’influenza nordamericana. Quel conflitto sociale veniva in ogni caso ricondotto, per esserne di fatto sterilizzato, dentro la logica della «lotta antimperialista». Mutatis mutandis, è con gli occhi del terzomondismo che il “Campo Antimperialista” sta approcciando la crisi sociale venezuelana.

Per chi si batte per l’autonomia di classe in vista – diciamo così – della rivoluzione sociale anticapitalistica è davvero triste vedere le classi subalterne recitare il ruolo di impotente massa di manovra nelle mani di una delle fazioni (filogovernativi versus antigovernativi, “sinistra” versus “destra”, statalisti versus liberisti, democratici versus autoritari, globalismi versus sovranisti, ecc., ecc., ecc.) che si contendono il potere capitalistico. Un tragico spettacolo che abbiamo visto anche nel corso delle cosiddette Primavere Arabe. Ma non è che in Europa – Italia compresa – o negli Stati Uniti la musica sia diversa, tutt’altro.

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7862538873441967Luca Mastrantonio definisce «socialismo magico» il regime chavista che si radicò in Venezuela dopo le elezioni del 2007 e che sembra essere morto con le elezioni del 2015. In effetti, il “socialismo del XXI secolo” in salsa chavista aveva qualcosa di magico, nel senso che solo in virtù di categorie mutuate dal pensiero magico è possibile definire “socialista” il regime che prese il nome del defunto caudillo, nonché ex militare golpista, di Caracas. E giusto degli intellettuali “marxisti”, avvezzi a definire socialista qualsiasi misura economico-sociale statalista e qualsiasi personaggio che si definisce appunto “socialista” e che è in grado di balbettare i sacri nomi di Marx, di Lenin e (udite, udite!) di Trotsky (ma anche quelli di Mao e di Gramsci); dicevo solo personaggi di tal infido conio oggi possono piagnucolare sulla disfatta elettorale di Maduro. Vedremo tra poco qualche spassoso esempio.

Interessante è la definizione che Mastrantonio ci offre del chavismo: «Un mix di marxismo post coloniale e di culto della personalità, quella carismatica di Chávez. Un “socialismo magico” che ha mantenuto poco di quello che aveva promesso, soprattutto rispetto alle risorse che aveva a disposizione (giacimenti petroliferi, consenso ben organizzato), e che ha potuto contare sulla facile demagogia anti-nordamericana (dalla Russia all’Iran). Non a caso, i più accaniti e ciechi sostenitori del chavismo non erano gli intellettuali e gli scrittori sudamericani. No. Il chavismo spopolava fuori dal Sudamerica, tra i radical Usa come Noam Chomsky e Oliver Stone. In Italia, per esempio, piaceva ad Antonio Negri e Gianni Vattimo (ma pure alla destra nazionalista, e a vaste aree dell’antipolitica Cinque Stelle). Per loro, orfani di una Cuba scesa a miti consigli con Washington, il Venezuela era l’ultima nave battente bandiera rossa. Ma era una nave crociera, per nostalgici della rivoluzione. Che c’è stata, e ha fallito». Mi permetto di dissentire su quest’ultimo punto: in Venezuela la «rivoluzione» non ha avuto modo di fallire semplicemente perché essa non ha messo i piedi sul suolo venezuelano. Evocando l’uomo coi baffi che, più o meno segretamente, piace assai agli intellettuali “marxisti” e ai socialnazionalisti, la rivoluzione sociale in Venezuela (e peraltro ovunque nel mondo) Addavenì! Si spera! Certo, si può sempre inventarne una ogni venti o trenta anni, che problema c’è? Morta una “originale esperienza rivoluzionaria” se ne inventa un’altra!

Stessa cosa vale, ovviamente, per ciò che viene venduto all’opinione pubblica per “socialismo”. Ma è, questa, un’ovvietà che non ha alcun peso presso gli intellettuali, “marxisti” o “antimarxisti” che siano, che scrivono sui “giornaloni”, che sono saggisti di successo (che invidia!), che parlano dai pulpiti televisivi, che orientano politicamente e ideologicamente la cosiddetta opinione pubblica. Leggiamo cosa diceva ad esempio Toni Negri nel 2007: «Per me è molto interessante vedere come si sviluppa questo processo rivoluzionario, che dà il potere al popolo. Il nemico si può sconfiggere solo con la lotta di classe. Voi lo chiamate socialismo, io lo definirei comunismo». L’intellettuale padovano è sempre un passo avanti agli altri! In direzione di clamorosi errori? Non importa: comunque sia egli è sempre all’avanguardia, sempre pronto a regalare alle classi subalterne del pianeta qualche perla di saggezza rivoluzionaria. Anche Slavoj Žižek, che pure nutriva qualche dubbio sulla politica estera chavista («La sua politica estera è in qualche misura una catastrofe. Il suo approccio verso l’Iran e la Bielorussia è folle»), teneva in gran considerazione il caudillo venezuelano come credibile alternativa alla «Terza Via di Blair e Zapatero». Se le cose non stanno così, diceva l’intellettuale sloveno, «Fukuyama, quell’idiota che ha pensato che la storia fosse già finita, avrebbe avuto ragione». E noi non vogliamo darla vinta a Fukuyama, nevvero? Certo, l’alternativa concepita da Žižek mi va un po’ stretta ma posso sempre dar fondo al mio proverbiale realismo politico pur di non darla vinta alla storiografia degli idioti. Si tratta a questo punto di capire da quale parte stia la stupidità. Il lettore sta forse pensando a me? Questo non l’avevo mica previsto!

Scriveva Pino Buongiorno all’apice del successo chavista: «Questa corsa di tanti intellettuali a vedere in Chávez l’ultimo eroe se non addirittura il profeta della sinistra antimperialista, invece che un despota, lascia letteralmente senza parole uno dei filosofi più stimati in Venezuela, Massimo Desiato, già docente all’Università cattolica Andres Bello e firma domenicale di spicco del quotidiano El Nacional.”Ho cambiato il mio giudizio su Vattimo e su molti altri pensatori europei che appoggiano Chávez senza poi pagare sulla propria pelle le conseguenze del suo modo di governare. Chávez si trasforma per Vattimo, Negri e tanti altri in un simbolo e in un sintomo. Il simbolo della rivoluzione perenne e il sintomo della vecchiaia di questi intellettuali”» (Panorama). Sapete, i sicofanti della borghesia odiano a morte il «processo rivoluzionario che dà il potere al popolo». E poi chi è Massimo Desiato per giudicare il turismo antimperialista di certi attempati rivoluzionari?

È relativamente facile mandare avanti il «socialismo petrolifero» quando il prezzo del petrolio garantisce al regime una rendita annua assai cospicua (oltre metà delle entrate statali sono dati dalle attività petrolifere); le cose cambiano drammaticamente quando il prezzo/barile tocca i 40 dollari e rischia di precipitare ancora più in basso. Scrivevo un anno fa: «Anche altri Paesi produttori di petrolio masticano amaro dopo la rapida discesa del prezzo/barile, che nel 2008 ha toccato il picco massimo di 147 dollari, una vera pacchia per i regimi che usano la rendita petrolifera soprattutto in chiave di stabilità politico-sociale: vedi il “socialismo petrolifero” di marca venezuelana tanto decantato anche dal sinistrismo italiano, il quale evidentemente simpatizza per l’assistenzialismo clientelare di massa con caratteristiche latino-americane. Il bilancio statale del Venezuela fissa una soglia di 60 dollari/barile per la mera sopravvivenza della popolazione, mentre per implementare un serio programma di investimenti tesi al miglioramento delle infrastrutture e dei servizi sociali non si può scendere sotto ai 100 dollari/barile. L’uso (produttivo/improduttivo) della rendita petrolifera è forse il maggior nodo gordiano che la classe dominante venezuelana è chiamata a tagliare quanto prima per salvare il Paese dal disastro economico» (Il punto dal fronte petrolifero)*.

C’è anche chi “da sinistra” rimprovera al Comandante Eterno «l’errore politico» di non aver voluto costruire il «vero socialismo», quello «scientificamente fondato da Marx»: come se Chávez avesse mai avuto, in questa o in un’altra vita, una seppur vaga idea del «socialismo scientifico» di Marx! Il lettore potrebbe a questo punto obiettarmi le letture chaviste delle opere di Vattimo e di Negri. Appunto!

Quei rimproveri naturalmente la dicono lunga non sulla debolezza del pensiero “socialista” del defunto Comandante, o sulle sue supposte intenzioni (il più delle volte mere proiezioni di altrui illusioni), ma sulla qualità del «socialismo scientifico» dei suoi critici. «Il presidente Nicolas  Maduro, sembra inoltre non aver nemmeno compreso la gravità di questo trionfo terribile della borghesia sul proletariato, infatti ha dichiarato che: “in Venezuela ha vinto la democrazia e la costituzione”. Questo denota una totale incomprensione della lotta di classe» (Red Militant). Insomma, i socialisti rigorosamente scientifici rimproverano a due personaggi che con il socialismo e con la lotta di classe rivoluzionaria non hanno mai avuto nulla a che spartire di non aver voluto [sic!] o saputo [strasic!] fare né il socialismo né la lotta di classe: cose dell’altro mondo! Mi correggo: cose di questo escrementizio mondo. Le aspettative e le pretese dei socialisti rigorosamente scientifici spesse volte precipitano nel ridicolo.

C’è poi il solito filosofo “marxista” di successo (avete già capito: trattasi di Diego Fusaro) che producendosi in un «elogio del chavismo» cerca, per l’ennesima volta, di sdoganare il proprio socialsovranismo (coda di paglia?): «Il chavismo ha svolto una funzione benemerita, mostrando la via anche all’Europa alla mercé delle banche e della monarchia del dollaro: ha insegnato a tutti noi la necessità di coniugare nazione e democrazia, falsificando in atto l’equazione che identifica la nazione con la destra e con il fascismo. La nazione, nel tempo dell’internazionale finanziaria e liberista, può e deve costituire il vettore della democrazia e dell’emancipazione, garantendo, per mezzo dello Stato, diritti sociali e civili inaccessibili per le leggi del do ut des mercatistico. Il superamento degli Stati nazionali – qualcuno ancora non l’ha capito? [Eccomi!] – non sta portando al sol dell’avvenire [davvero?], ma al dominio monocratico del sistema internazionale delle banche e del capitale finanziario. Chavez l’aveva pienamente capito: e aveva capito che il solo modo per continuare oggi nella lotta che fu di Marx contro il classismo planetario e contro l’alienazione che esso secerne consiste nel difendere la potenza dello Stato nazionale come fonte del primato della politica sull’economia, come forza in grado di disciplinare e regolare l’economico, come potenza capace di tutelare gli interessi dei più deboli e di garantire diritti sociali altrimenti destinati a sparire in nome della “competitività internazionale”, il dogma preferito della teologia neoliberista». In un post di qualche settimana fa avevo scherzato sull’abilità fusariana di cucinare Lenin in salsa sovranista sostanzialmente per sostenere l’imperialismo russo: «Io non sto con i buoni. Io sto con i cattivi. Io non sto con gli Stati Uniti di Obama ma con la Russia di Putin, e anche l’Europa dovrebbe stare con il “cattivo” Putin. Il mondo ha bisogno di una Russia geopoliticamente forte e militarmente autonoma». Oggi mi tocca sghignazzare su come l’intellettualone cerca di cucinare l’ubriacone di Treviri in salsa chavista (aggiungendo forse anche un pizzico di Massimo Recalcati): «Il chavismo ha insegnato, a noi europei obnubilati dall’individualismo estremo e dalle lotte iperindividuali sempre e solo per i diritti civili dell’io isolato (nel completo oblio del sociale e del tema del lavoro), la necessità di difendere i lavoratori e i diritti sociali contro la “sacra fames” del capitale finanziario globalizzato. Chavez ha continuato, a suo modo, nella lotta che fu di Marx, schierandosi in modo fermo e onesto dalla parte del lavoro e dei lavoratori». Personalmente consiglio sempre chi è in difetto di autostima di leggere le perle politico-dottrinali di Diego Fusaro. No, decisamente la lotta che fu di Chávez  «contro il classismo planetario e contro l’alienazione che esso secerne» non è una merce che potrei comprare, in questa e i nessun’altra vita. Mi pare di capire che certi intellettuali nostrani sensibili al tema della decadenza dei valori occidentali e della crisi identitaria dei giovani vedano in figure forti (virili) e carismatiche come Chávez e Putin una valida alternativa al Califfato Nero e alle ideologie dell’estrema destra populista**. «Dopo sedici anni di dominio incontrastato, il governo socialista ha registrato una pesantissima sconfitta elettorale. Diciamolo pure apertamente, senza giri di parole: è una tragedia». Può darsi. Ma tragedia esattamente per chi? Certamente non per chi scrive. Per le classi subalterne del Venezuela e del pianeta? Diciamo che nutro qualche dubbio a tal proposito.

C’è anche la sinistra rigorosamente di classe (come no!) che rimprovera al “socialismo” con caratteristiche venezuelane di non essere stato abbastanza stalinista (o fascista, o autoritario in una qualsiasi forma politico-istituzionale borghese), di essere insomma caduto nella trappola della democrazia borghese. Leggiamo e facciamoci, anche qui, quattro crasse risate: «In questo senso, a Cuba (ma non solo, c’è tutta una storia del socialismo realizzato a cui attingere) hanno sperimentato con relativo successo modelli di rappresentanza e di partecipazione alternativi alla democrazia borghese simboleggiata dalle elezioni nazionali. […].Una testa un voto è un assioma liberale che non può essere recepito tout court dal socialismo, perché non rappresenta il livello massimo di democratizzazione ma, all’inverso, è alla base del potere economico su quello politico. Insomma, per concludere questo punto, una volta avviata la strada verso il socialismo non si torna indietro, non la si certifica attraverso un passaggio elettorale basato sulle scelte dell’opinione pubblica, perché questa non è libera di formarsi ma è piuttosto il prodotto di un rapporto di forza economico» (Militant). Quando i sostenitori del «socialismo realizzato» (dalla Russia di Stalin alla Cina di Mao, dalla Jugoslavia di Tito alla Corea del Nord dei Cari e Immortali Leader, e schifezze “comuniste” di analogo conio) alludono alla «dittatura rivoluzionaria del proletariato», ancorché declinata in termini adeguati ai nostri tempi, non posso non impugnare la metaforica rivoltella e gridare, un po’ istericamente: «Stalinisti (o fascisti), non avrete il mio scalpo!». Poi penso che la cosa “classista” non è seria ma abbastanza ridicola e mi rilasso.

Questi stessi sinistri di classe oggi rimproverano al chavismo i limiti di un «progetto socialista» incentrato sulla rendita petrolifera e sul culto della personalità, e forse iniziano financo a sospettare che l’internazionalismo petrolifero venezuelano non sia stato che un onesto, anche se probabilmente un pochino velleitario, tentativo del Paese bolivariano di giocare le sue carte sul tavolo dei rapporti di forza interimperialistici, soprattutto pensando alla sua area di competenza geopolitica. Leggo: «È vero che il Venezuela ha sperimentato con l’Alba una forma di cooperazione economica con altri Stati antimperialisti [ah, ah, ah!], ma rimane una forma di relazione in cui il Venezuela ha una centralità economica derivante dal petrolio che non è stata attenuata e anzi ha reso paradossalmente gli altri paesi dipendenti dallo stesso Venezuela». Commento: ma va? Grande scoperta, non c’è che dire. Il problema, ovviamente, non sta nei “limiti” e negli “errori” del chavismo ma in chi ha dato credito al “socialismo” e all’antimperialismo di Chávez e compagni.

In tempi di devastante crisi economica le classi subalterne, la cui esistenza materiale è in gioco tutti i giorni, sono disposte a seguire ciecamente la bandiera della “rivoluzione”, rossa (vedi anche statalismo caraibico) o nera (vedi anche “islamismo radicale”) che sia, cioè a dire a mettersi nelle mani di chiunque offra loro la maligna speranza di un lavoro sicuro (o di un sussidio statale sicuro) e di una ritrovata dignità nazionale (che poi è, come sempre, la dignità dei servi): è in questo potente fatto che risiede la forza delle classi dominanti, le quali pescano sempre dal mazzo la carta vincente da giocare, almeno per un periodo di tempo. Mentre la sinistra rigorosamente di classe (come no!) piange sul chavismo versato ed è già alla ricerca della prossima «originale esperienza rivoluzionaria» (come no!), chi si sforza di elaborare un’autentica posizione critico-radicale sul capitalistico mondo che ci ospita, non può non fare i conti con la maligna dialettica del Dominio appena evocata. La cosa induce al pessimismo, me ne rendo conto; ma chiudere gli occhi dinanzi alla tragedia non serve a niente. L’ottimismo della volontà “rivoluzionaria” bisogna lasciarlo alla cosiddetta «sinistra di classe».

Concludendo (si fa per dire)! I “marxisti” occidentali hanno voluto vedere nella «democrazia partecipativa e protagonista» del regime chavista una forma originale di democrazia  “dal basso”, mentre essa corrispondeva alle esigenze di mobilitazione e di controllo sociale degli strati sociali più poveri del Paese da parte del regime. E analogamente essi hanno voluto vedere nelle mitiche Missioni create dal governo venezuelano nel 2003 il segno tangibile di una svolta radicale in senso “socialista” del Paese, mentre si trattava del modo in cui lo Stato cercava di distribuire le briciole della rendita petrolifera per mantenere e rafforzare il suo controllo sociale, da una parte, e del modo in cui Chávez cercava di consolidarsi al potere contro una mai domata opposizione politica e sociale, dall’altra. Insomma, quei personaggi per anni hanno venduto in Occidente il populismo, la demagogia, lo statalismo petrolifero e l’ambiziosa geopolitica (basata sempre sul petrolio) del Patriota di Caracas come una nuova, originale e inedita esperienza “socialista”, per il legittimo godimento di Luca Mastrantonio e degli altri avversari della “rivoluzione chavista”. Che non c’è stata.

* Scrivono Daniele Benzi e Ximena Zapata Mafla, che non nascondono le loro simpatie per «un progetto radicale di rifondazione e sperimentazione sociale con un orizzonte anticapitalista»: «Un progetto che, tuttavia, lungi dall’avere raggiunto i suoi principali obiettivi programmatici, per differenti ragioni si è impantanato, sino al paradosso di avere in effetti accentuato le differenti facce del modello rentier. […] In termini politici, si configura sostanzialmente come un modello di relazioni clientelari che si nutre e sostenta della rendita (in spagnolo appunto “renta”) che uno Stato capta dal mercato mondiale. Un modello spesso accompagnato da pratiche assistenzialiste e paternaliste che si sposano bene con stili e metodi di governo populisti o autoritari. Semplificando, questa dinamica perversa e potenzialmente distruttiva è generata dal potere e dall’apparente libertà che la rendita petrolifera, essendo un’entrata economica legata a un bene estratto e non prodotto il cui valore commerciale è fissato dal mercato mondiale, dà allo Stato per distribuirla senza esigere contropartite particolarmente onerose. La dimensione della rendita e la capacità di distribuzione rappresenterebbero quindi i limiti più importanti che affrontano i suoi gestori. Lo “Stato magico” nasce in queste condizioni, e così le sue qualità miracolose e l’ipertrofica corte burocratica con il conseguente centralismo, corruzione, verticalismo, improvvisazione, clientelismo e inefficienza. È qui che il ruolo dello Stato venezuelano prende storicamente forma «come elemento istituzionale chiave nel controllo della rendita petrolifera» (Petrolio e petrodollari nella politica estera del Venezuela, Visioni LatinoAmericane, numero 11, Luglio 2014).

** Scrive oggi Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera: «Marine denuncia “un’indecente campagna di calunnie, concepita nelle stanze del potere ed eseguita servilmente”. E spiega quale sarà la tattica dei prossimi diciotto mesi: il Front National sarà l’unica opposizione; la partita alle Presidenziali non sarà tra destra e sinistra, ma “tra mondialisti e patrioti”, tra coloro che intendono sciogliere la Francia “nel grande magma globale” e coloro che vogliono difendere la nazione come “spazio protettivo per i francesi”. Da una parte “la Francia eterna e fraterna”, dall’altra un’alleanza mostruosa tra vecchio establishment, politici ladri, banchieri usurai, imprenditori che delocalizzano, migranti di ogni fede ma soprattutto musulmani». Un bel programmino sovranista, non c’è che dire. Peccato per quella scivolata sui migranti musulmani! Ma per raggiungere l’obiettivo primario si può sempre chiudere un occhio; come insegna il chavismo la lotta di classe prevede compromessi e una sapienza dialettica inarrivabile agli amanti della purezza dottrinaria.

IL PUNTO DAL FRONTE PETROLIFERO

82038293_0_0Dal fronte petrolifero continuano ad arrivare cattive notizie per non pochi operatori economici i cui profitti galleggiano sul nero liquido chiamato, ancora a giusta ragione, oro nero. Ecco un tipico bollettino di guerra degli ultimi giorni: «New York. Non si ferma la caduta del prezzo del petrolio, che segna oggi un’accelerazione in seguito alla decisione dell’Opec di mantenere la produzione immutata. Il light crude Wti di New York ha toccato un minimo dal maggio 2010 di 67,75 dollari, in calo di quasi 5 dollari. Il Brent di Londra, intanto, perde 4,85 dollari a 72,90 dollari al barile dopo aver aggiornato il proprio minimo da oltre quattro anni a 71,25 dollari al barile» (AGI, 27 novembre 2014). Già si contano i morti, i feriti e i terrorizzati.

Su un post del 18 ottobre (Oro nero bollente) facevo notare, peraltro sulla scorta delle analisi degli esperti del settore petrolifero, come per diversi Paesi produttori della preziosa materia prima la soglia minima di sicurezza del suo prezzo si aggirasse intorno ai 100 dollari al barile: «È comunque un fatto che sotto gli 80 dollari al barile Paesi che vivono di rendita petrolifera entrano in sofferenza». Mi permetto di citare alcuni passi del post:

«Ieri Putin ha dichiarato che se il prezzo del petrolio si stabilizzasse intorno agli 80 dollari il barile per un lungo periodo l’economia mondiale certamente collasserebbe. Affermando questo il virile leader russo ha inteso esprimere le preoccupazioni che in questi giorni travagliano il suo regime, la cui proiezione esterna e la cui stabilità politica interna hanno molto a che fare con il prezzo delle materie prime: in primis petrolio, gas e carbone. In effetti, la soglia minima del prezzo del greggio sotto la quale salta il cosiddetto equilibrio di bilancio è fissata in Russia intorno ai 104 dollari/barile. Oggi il petrolio russo si vende sul mercato mondiale a 92 dollari/barile. Il bilancio statale russo per il 2014 è stato redatto prevedendo un ricavo medio di 117 dollari il barile. Il bilancio del 2015 prevede ricavi medi di 100 dollari al barile».

«Anche altri Paesi produttori di petrolio masticano amaro dopo la rapida discesa del prezzo/barile, che nel 2008 ha toccato il picco massimo di 147 dollari, una vera pacchia per i regimi che usano la rendita petrolifera soprattutto in chiave di stabilità politico-sociale: vedi il “socialismo petrolifero” di marca venezuelana tanto decantato anche dal sinistrismo italiano, il quale evidentemente simpatizza per l’assistenzialismo clientelare di massa con caratteristiche latino-americane. Il bilancio statale del Venezuela fissa una soglia di 60 dollari/barile per la mera sopravvivenza della popolazione, mentre per implementare un serio programma di investimenti tesi al miglioramento delle infrastrutture e dei servizi sociali non si può scendere sotto ai 100 dollari/barile. L’uso (produttivo/improduttivo) della rendita petrolifera è forse il maggior nodo gordiano che la classe dominante venezuelana è chiamata a tagliare quanto prima per salvare il Paese dal disastro economico».

Dopo il vertici Opec di Vienna del 27 novembre, per Russia e Argentina le previsioni più fosche si sono avverate.

img1024-700_dettaglio2_Petrolio-prezzoSecondo Euronews (28 novembre 2014), «La Russia trema dopo la decisione dell’Opec di non tagliare la produzione del petrolio. L’onda lunga del terremoto in arrivo da Vienna investe appieno Mosca e sprofonda il rublo ancora più giù. Dipendente per la metà del suo budget dagli oltre 10 milioni di barili di greggio che sforna ogni giorno, la Russia ha già annunciato che sarà costretta a correre ai ripari con una manovra correttiva alla finanziaria 2015-2016. Una stabilizzazione del petrolio sotto gli 80$ al barile potrebbe tradursi in perdite da 80 miliardi di euro l’anno, ma la picchiata del rublo non permette ora a Mosca di stringere i rubinetti del greggio. Affondata dall’Opec, la valuta russa ha accelerato il suo crollo e toccato nuovi picchi negativi nei confronti dell’euro e del dollaro, che a Mosca di sono rispettivamente scambiati contro 60 e 48 rubli».

A questo bisogna naturalmente aggiungere le magagne connesse alle “inique sanzioni” occidentali decise dall’Asse del «disordine creativo» nel contesto della nota vicenda Ucraina: «Per dare un esempio della disfatta basta rifarsi al recente intervento del ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, ad un forum sull’economia del 24 novembre scorso, dove ha ammesso che “Stiamo perdendo 40 miliardi di dollari all’anno a causa delle sanzioni e stiamo perdendo circa 90/100 miliardi di dollari l’anno a causa del calo del 30% del prezzo del petrolio”. Una batosta, se si pensa che l’introito per la vendita di gas all’Unione Europea è di 130 miliardi di dollari l’anno, cosa che rappresenta buona parte dell’export (la vendita di armi assicura 15,7 miliardi di dollari)» (E. Oliari, Notizie Geopolitiche, 28 novembre 2014).

Vendita di materie prime e di armi: è questa la base fondamentale del Capitalismo russo nell’epoca di Putin, in ciò in piena (strutturale) continuità con il Capitalismo russo di matrice stalinista. Naturalmente questa è una tesi che chi concepisce il “socialismo” nei termini del Capitalismo di Stato (il «socialismo di Stato» di lassalliana memoria a suo tempo ridicolizzato da Marx) non è obbligato a condividere.

Veniamo al Paese bolivariano: «In Venezuela, grande produttore mondiale con i conti in bilico, il presidente Maduro ordina tagli del bilancio statale» (RaiNews, 29 novembre 2014). Com’è noto, circa il 70% dell’economia venezuelana dipende dalle vendite di petrolio. Il successore del “mitico” Chávez ha fatto di tutto per convincere i colleghi dell’Opec circa la necessità di ridurre la produzione, quantomeno per sostenere il prezzo del greggio e non lasciarlo al suo declinante destino. Ma gli “amici” arabi non si sono commossi neanche un pochino. Prevedere un approfondimento della già grave crisi sociale che da anni travaglia il Paese, significa darsi alle fin troppo facili profezie. Perché le «riforme strutturali» incalzano.

Come osserva Oliari, l’esito del vertice di Vienna ha spiazzato anche altri importanti Paesi produttori, come Stati Uniti, Iran e Messico, «uniti pur con intenti diversi in un fronte che a tutti i costi voleva il taglio della produzione in modo da alzare i prezzi».

Ma «male è andata anche per la stessa Eni e per Tenaris. A livello europeo l’indice di settore dei titoli energetici è crollato del 3,47%, con i tonfi di colossi come Total, Bp, Royal Dutch Shell e soprattutto Statoil, che è arrivata a perdere il 10% malgrado rassicurazioni sulla tenuta dei dividendi (RaiNews).

Alla fine sembra che si sia imposta, senza compromessi che ne mutassero la sostanza, la linea sostenuta dall’Arabia Saudita (maggior produttore di petrolio al mondo) e dal Kuwait, principali sponsor dello status quo petrolifero. «Dopo avere accumulato una riserva di circa 750 miliardi di dollari, l’Arabia saudita sta cercando di diversificare la sua economia per non dipendere dal greggio. Così, la monarchia si è detta soddisfatta dall’attuale situazione e ha votato contro la proposta di ridurre la produzione. Gli esperti di energia credono che si tratti di una strategia di Riad per far fronte alla concorrenza di Paesi come Iran, Siria Russia e Stati Uniti, nuovo leader nella produzione di shale oil» (Formiche, 28 novembre 2014). Diversificare l’economia per non dipendere dal greggio è un sogno che le fazioni più dinamiche e “moderniste” delle borghesie attive nei Paesi che si reggono sulla rendita petrolifera inseguono praticamente da sempre. Con scarsi risultati, finora.

Secondo Oliari, «La dura legge del mercato ha quindi aperto una grossa crepa in quello che fino ad oggi era il cartello dei membri Opec». In realtà tutto lascia immaginare che siamo solo all’inizio di una dura partita economica e politica – peraltro ancora non del tutto decifrata – dalle forti valenze geopolitiche. Forse non si esagera osservando che nel XXI secolo il petrolio è ancora in grado di evocare scenari che hanno molto a che fare con la continuazione della guerra economica con altri mezzi.

ORO NERO BOLLENTE

2mmftawUno spettro si aggira nei Paesi produttori del famigerato – e tanto bramato – oro nero: il crollo del suo prezzo sui mercati mondiali. Dallo scorso giugno il prezzo/barile del greggio è caduto di circa il 20 per cento. Non è poco. A fine settembre 2014 il benchmark mondiale del prezzo del petrolio, quello del Brent grezzo, è sceso sotto ai 95 dollari il barile, confermando le previsioni fatte nel 2013  dal Dipartimento dell’energia americano: «Il costo del barile di greggio si manterrà sotto i 100 dollari nel 2014» (Panorama,  4 aprile 2013).

Ieri Putin ha dichiarato che se il prezzo del petrolio si stabilizzasse intorno agli 80 dollari il barile per un lungo periodo l’economia mondiale certamente collasserebbe. Affermando questo il virile leader russo ha inteso esprimere le preoccupazioni che in questi giorni travagliano il suo regime, la cui proiezione esterna e la cui stabilità politica interna hanno molto a che fare con il prezzo delle materie prime: in primis petrolio, gas e carbone. In effetti, la soglia minima del prezzo del greggio sotto la quale salta il cosiddetto equilibrio di bilancio è fissata in Russia intorno ai 104 dollari/barile. Oggi il petrolio russo si vende sul mercato mondiale a 92 dollari/barile. Il bilancio statale russo per il 2014 è stato redatto prevedendo un ricavo medio di 117 dollari il barile. Il bilancio del 2015 prevede ricavi medi di 100 dollari al barile.

Anche altri Paesi produttori di petrolio masticano amaro dopo la rapida discesa del prezzo/barile, che nel 2008 ha toccato il picco massimo di 147 dollari, una vera pacchia per i regimi che usano la rendita petrolifera soprattutto in chiave di stabilità politico-sociale: vedi il “socialismo petrolifero” di marca venezuelana tanto decantato anche dal sinistrismo italiano, il quale evidentemente simpatizza per l’assistenzialismo clientelare di massa con caratteristiche latino-americane. Il bilancio statale del Venezuela fissa una soglia di 60 dollari/barile per la mera sopravvivenza della popolazione, mentre per implementare un serio programma di investimenti tesi al miglioramento delle infrastrutture e dei servizi sociali non si può scendere sotto ai 100 dollari/barile. L’uso (produttivo/improduttivo) della rendita petrolifera è forse il maggior nodo gordiano che la classe dominante venezuelana è chiamata a tagliare quanto prima per salvare il Paese dal disastro economico.

images79XRDQK8Per non entrare in fibrillazione l’Iran ha bisogno di un prezzo/barile fissato all’astronomica quota di 140 dollari, ma per «ritornare sul mercato petrolifero mondiale dopo lunghi e difficili anni di sanzioni, nonostante i costi finanziari l’Iran si è precipitato a lottare per i clienti riducendo il prezzo del petrolio di 85 centesimi al barile fino a quasi 96 dollari. Anche se l’Iran non è interessato ad abbassare il prezzo sotto i 100 dollari al barile, per non perdere clienti è costretto a vendere il petrolio al prezzo al quale è disposto a comprare. Gli affari sono affari». Non c’è dubbio. Si tratterà di vedere fino a che punto questa strategia sarà efficace e sostenibile dal punto di vista sociale.

L’Iraq vede nero sotto i 106 dollari. L’Arabia Saudita può resistere anche con un prezzo/barile fissato a 80 dollari, e il regime saudita ha dichiarato ufficialmente che il “prezzo giusto” è fra 70 e 80 dollari. Un prezzo di 80/85 dollari può essere remunerativo anche per i produttori di shale oil, il petrolio estratto dagli scisti bituminosi usando la devastante tecnologia fracking.

Ho fatto una veloce ricerca sul costo di estrazione (lifting cost) del greggio, per farmi un’idea sufficientemente realistica anche sulla speculazione mondiale che negli ultimi anni si è concentrata sul petrolio. Rimane inteso che i numeri che ho dato e che darò vanno presi con le molle, e hanno solo un significato indicativo, giusto per dare un’idea anche solo approssimativa del problema in oggetto.

Naturalmente il costo di estrazione del greggio varia moltissimo nei diversi Paesi produttori: si va dai circa 2 dollari al barile dell’Arabia Saudita, che vanta il costo di estrazione più basso al mondo, ai 30/50 dollari/barile del Mare del Nord, che invece fissa i costi di estrazione attualmente più alti. Nonostante i suoi molti problemi di sicurezza e di instabilità politica, l’Iraq fa registrare un costo di estrazione molto basso: circa 5 dollari al barile. Altri dati: Argentina 11 dollari, Venezuela 20/30 dollari,  Nigeria 15/30 dollari, Kazakhstan  12/18 dollari. Per lo stesso Paese i costi variano a seconda che i pozzi si trovano nell’entroterra oppure offshore. Ma anche il tempo di sfruttamento del singolo pozzo incide sul costo di estrazione, a causa della perdita di pressione naturale del greggio, che costringe le imprese petrolifere a usare pompe di estrazione sempre più potenti a mano a amano che questa pressione si abbassa. Per “raschiare il fondo” del pozzo in esaurimento si usano poi i più costosi metodi cosiddetti terziari, basati su iniezioni di vapore, anidride carbonica e altri gas e sostanze chimiche. Appare intuitivo che il costo di estrazione del greggio dipende, in linea generale, dalla facilità/difficoltà di questa estrazione: più è facile “spillare” oro nero dalle viscere della terra, più il suo costo risulterà relativamente basso.

imagesXP1EAEF0L’uso di tecnologie estrattive sempre più sofisticate ha ridotto il costo di estrazione del greggio di circa 15 dollari al barile rispetto agli anni Ottanta; ma d’altra parte i costi tendono a crescere nella misura in cui queste stesse tecnologie permettono alle multinazionali del petrolio di estrarre il prezioso liquido in luoghi prima inaccessibili per clima e struttura geologica (vedi l’attuale corsa all’Artico, che sta provocando una rapida militarizzazione del circolo polare artico). In alcuni casi si parla di un costo alla produzione di 80/120 dollari al barile.

Diverso da luogo a luogo è anche il finding cost, ossia il costo connesso all’esplorazione e allo sviluppo dei nuovi giacimenti: si va dai circa 5 dollari al barile del Medio Oriente ai 49 dollari dell’offshore americano, ai 64 dollari dell’offshore brasiliano e ai 61 dollari dell’offshore europeo.

La somma di lifting cost e finding cost dà il cosiddetto break-even, ossia il punto superato il quale inizia la redditività, calcolata come differenza tra il  prezzo di mercato del barile e il break-even. La Saudi & Co., ad esempio, fissa il suo break-even sui 30 dollari: tutto il rimanente margine è profitto che cola, per così dire.

La novità tecnologia degli ultimi tempi è il petrolio cosiddetto non convenzionale, ottenuto trattando sabbie bituminose, oppure materie prime vegetali (biocarburante), o per frantumazione idraulica delle rocce porose sedimentarie. Gli specialisti indicano che il costo di produzione del petrolio di scisto americano è di circa 65 dollari al barile.

Dove bisogna fissare la soglia del prezzo/barile di mercato più “naturale”, più corrispondente ai reali prezzi di produzione? Pare che non esista una risposta univoca. Gli esperti in materia petrolifera hanno infatti a tal riguardo idee molto diverse tra loro: c’è chi parla addirittura di 40 dollari, chi di 75/80 dollari. È comunque un fatto che sotto gli 80 dollari al barile Paesi che vivono di rendita petrolifera entrano in sofferenza.

Si tratta ora di capire le cause che negli ultimi mesi hanno fatto declinare considerevolmente il prezzo del petrolio sul mercato mondiale, mettendo in seria apprensione i Paesi la cui economia fa molto affidamento alla vendita di quella materia prima. E anche qui le opinioni sono assai disparate e spesso confliggenti le une con le altre. Si va da cause puramente economiche, a cause radicate nella geopolitica. E ovviamente non mancano le teorie complottiste: alcuni pensano a un complotto contro la Russia (ordito naturalmente dagli Stati Uniti), altri contro gli Stati Uniti (ad opera soprattutto dell’Arabia Saudita, che ha aumentato la produzione di petrolio), altri ancora contro il “socialismo petrolifero” venezuelano, e via discorrendo. Praticamente ognuno può fabbricare una propria tesi, a seconda delle proprie simpatie politiche e geopolitiche.

Sta di fatto che le ragioni oggettive del rapido declino del prezzo del petrolio sono molte e solo il complottista più ottuso può non vederle. Eccone alcune: perdurante impasse nell’economia europea, rallentamento dell’economia mondiale (forse la Cina non toccherà il tasso di sviluppo del 7,5 per cento fissato per quest’anno), produzione dello shale oil americano a ritmi imprevisti, aumento della produzione petrolifera in Arabia Saudita, speculazione al ribasso sul petrolio, magagne geopolitiche di varia natura sparse per il triste mondo. «Nel 2008 il barile era a 150 dollari e la sete di greggio della Cina, in pieno boom, sembrava infinita. Tutte le compagnie hanno fatto investimenti enormi in trivellazioni, con la certezza di essere remunerate. Ma negli idrocarburi ci vogliono 6 o 7 anni prima di raccogliere i frutti degli investimenti. Dal 2008 a oggi è passato il tempo giusto a inondare il mercato di nuovo greggio, come sta succedendo ora. Da qui una concausa del ribasso dei prezzi» (M. Siano, La Stampa, 17 ottobre 2014). A volte le spiegazioni più semplici sono quelle che più si avvicinano alla realtà. Soprattutto quando si parla di profitti.

offshoreJeremy Rifkin, saggista di successo, teorico del capitalismo «a costo marginale zero» e guru del paraguru di Genova (il Beppe nazionale), è come sempre ottimista: «Non è la fine del petrolio, è il tramonto di un’era. La società gerarchizzata, fortemente accentrata nel potere e nelle ricchezze, si sta lentamente sgretolando. E al suo posto comincia a prendere forma un modello a rete, in cui centinaia di milioni di persone producono l’energia che serve alle loro case e alle loro attività. È una rivoluzione sociale, non solo energetica» (Corriere della Sera, 10 ottobre 2014). Più il Capitale ci prende nella sua rete, estendendo sempre più capillarmente  e scientificamente il suo dominio, e più si fa spesso il velo tecnologico che occulta il processo sociale. Così crediamo di controllare sempre più facilmente ciò che invece ci controlla e ci incalza sempre più da vicino. Il feticismo (della merce, del denaro, della tecnologia) cresce insieme al dominio capitalistico.

DAL VENEZUELA ALL’UCRAINA, DALL’ARGENTINA ALLA SIRIA. Criterio geopolitico versus criterio di classe

1392890937873_small_140220_101424_to200214est_0256Scrivevo Ieri su Facebook:

Rifondazione Comunista con caratteristiche venezuelane

Continua in Venezuela la dura repressione poliziesca contro gli studenti – e non solo. Nella repressione, di chiaro stampo rivoluzionario-bolivariano, sono stati mobilitati anche reparti di paracadutisti. Sono già 11 (forse 14) le vittime accertate degli scontri fra i manifestanti (sicuramente al soldo degli americani, e quindi: fatti loro!) e le eroiche forze dell’ordine al servizio del socialismo con caratteristiche venezuelane. (E se non è proprio socialismo, di sicuro non è capitalismo, checché ne dicano i soliti dottrinari in malafede!). Intanto fioccano le denuncie di studenti arrestati e torturati. Trattasi evidentemente di menzogne propalate dai massmedia foraggiati dalle forze della reazione e dal noto imperialismo a stelle e strisce, lo stesso che, ad esempio, impedisce ai venezuelani una dignitosa igiene personale basata sulla carta igienica, colà diventata, com’è noto, un genere di lusso.

piazzadigitale-foto-500x329Poteva mancare il Giù le mani dal Venezuela! dei rifondatori dello statalismo, pardon del “comunismo”? No, è chiaro. Violentando la mia vescica causa scompisciamento (con rispetto parlando), cito: «La Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista esprime la propria solidarietà e vicinanza al legittimo governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela, vittima di un nuovo tentativo di golpe strisciante … Da quando la Rivoluzione bolivariana [ah, ha, ha: è dura, ma continuo!] ha avuto inizio, nonostante le sue ripetute affermazioni democratiche e via elezioni, è stata vittima di una incessante attività eversiva da parte di forze reazionarie e legate all’imperialismo, che il popolo venezuelano ha sempre sconfitto, mobilitandosi a sostegno della rivoluzione [datemi un pannolone, presto che è tardi!], come sta avvenendo anche questa volta».

Un utente di Facebook ha così commentato lo spassoso comunicato rifondarolo: «Vecchie abitudini dure a morire. Manco la penicillina li salva…». Si può dargli torto? Io non me la sento, con tutta la buona volontà bolivariana di questo mondo!

Ancora un altro passo: «Rifondazione Comunista denuncia inoltre il ruolo inaccettabile dell’informazione, che in Italia produce una sistematica disinformazione sulla situazione venezuelana, a partire dall’etichettatura di regime o dittatura per un governo e un Presidente della Repubblica legittimamente e democraticamente eletti». Questa accusa naturalmente non mi sfiora nemmeno, anche perché per me la democrazia è regime esattamente allo stesso titolo di altre forme politico-istituzionali di controllo sociale e di repressione. Lascio molto volentieri ai “comunisti” più o meno rifondati coltivare certe superstizioni e certi feticci che hanno la sola funzione di ipnotizzare le classi dominate.

«Rifondazione Comunista impegna i propri iscritti e circoli in una campagna di mobilitazione e controinformazione a difesa della rivoluzione bolivariana». E poi dice che uno si butta a… Fate un po’ voi!

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Criterio geopolitico versus criterio di classe

Insomma, gli stessi personaggi che negli anni scorsi hanno straparlato di “Primavere” e di “Rivoluzioni” a ogni sussulto (e a volte perfino a ogni starnuto/scorreggia) del processo sociale, oggi non si fanno scrupoli a blaterare di «reazione fascista» a proposito del Venezuela, dell’Ucraina, dell’Argentina e della Siria. Il loro è un criterio geopolitico, e dunque ultrareazionario nella Società-Mondo del XXI secolo (ma già Marx, se non sbaglio, disse che il proletariato non ha patria), di valutazione e di orientamento, il quale sostiene una vecchia tesi cara allo stalinismo internazionale (maoismo e guevarismo compresi): il nemico dell’Occidente in generale e degli Stati Uniti in particolare è mio amico. Io seguo un altro, anzi opposto criterio: tutti gli imperialismi (a cominciare da quello di casa mia) e tutte le classi dominanti (a cominciare dai padroni che sfruttano onestamente i lavoratori nella santissima “economia reale”) sono nemici dell’umanità in generale e del proletariato in particolare.

Sto forse sostenendo “a prescindere” la piattaforma politica degli studenti venezuelani e quella di chi oggi nella patria di San Chávez manifesta in qualche modo contro la grave crisi economica che da anni azzanna le classi subalterne e impoverisce i ceti medi? Ma nemmeno per idea! Non sono un amante di immaginarie “Primavere” né, tanto meno, di risibili “Rivoluzioni”; mi limito piuttosto a sostenere un punto di vista minimamente anticapitalistico, ossia una posizione che non fa sconti a nessun tipo di regime (democratico, fascista, populista, bolivariano, “socialista”), a nessuna fazione delle classi dominanti nazionali e sovranazionali e a nessun Paese di questo capitalistico pianeta. Lascio al suo triste destino la mosca cocchiera che si illude di fare la “lotta di classe” con le armi (politiche e non solo: vedi il noto “aforisma” di Clausewitz ) del Leviatano.

VENEZUELA. TRABALLA LA “RIVOLUZIONE BOLIVARIANA”

venezLeggo dalla Repubblica di oggi: «Dopo l’esigua vittoria elettorale alle presidenziali dell’aprile di un anno fa, Nicolas Maduro si trova a fronteggiare la più grande rivolta sociale dai tempi dello sciopero di Pdvsa, la holding del petrolio, nel 2002. Da tre settimane migliaia di dimostranti, all’inizio soprattutto studenti, liceali e universitari, protestano per la crisi economica, l’inflazione senza freni (60%), la scarsità ormai congenita di numerosi prodotti di prima necessità, dallo zucchero alla farina, la criminalità dilagante. La situazione del Paese è drammatica: scarseggia perfino la carta per stampare i giornali. Otto persone sono già morte negli incidenti, l’ultima era un sostenitore del presidente Maduro. Vie d’uscita non se ne vedono. […] Maduro fa volare i caccia militari sui cortei e lascia liberi di agire i cosiddetti “colectivos”, una sorta di formazioni paramilitari armate nate nei “cerros”, le favelas di Caracas, che rappresentano il nocciolo più duro e radicale della rivoluzione bolivariana. E che sono disposti a difenderla comunque con le armi […] Oggi la situazione potrebbe degenerare di nuovo, a Caracas sono previste due marce: una dell’opposizione per chiedere la liberazione di Lopez, rinchiuso in un carcere militare in attesa di processo; l’altra dei sostenitori di Maduro. Nel Tachira, uno stato al confine con la Colombia, il governo ha dichiarato lo stato d’assedio e utilizzato battaglioni di paracadutisti per reprimere le proteste, mentre emergono dettagli sulla violenza. Due studenti hanno raccontato di essere stati torturati in carcere. Li avrebbero picchiati più volte e violentati con le canne dei fucili».

Inutile dire che il nuovo caudillo di Caracas ha attribuito la responsabilità della drammatica crisi sociale che sta piegando il Paese al governo americano e alle forze di opposizione venezuelane da esso foraggiate. «Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha espulso tre funzionari del governo statunitense. Essi sarebbero colpevoli, secondo Maduro, di aver collaborato con alcuni esponenti di Voluntad popular, il principale partito di opposizione in Venezuela, nell’organizzazione delle rivolte di piazza che durante la scorsa settimana hanno causato una dura repressione da parte delle forze di polizia, producendo tre morti fra i manifestanti» (Notizie Geopolitiche, 19 febbraio 2014).

338231_19215_1La carta del nazionalismo sembra dunque essere rimasta, insieme a quella della distribuzione “clientelare” (o “populista”, oppure “socialista” [sic!], fate un po’ voi!) della rendita petrolifera,  la sola carta vincente rimasta nelle mani del regime post-chavista. Se, come sostiene Maduro, lo spirito rigorosamente bolivariano di Hugo Chávez è in grado di compiere più miracoli di Padre Pio, forse il “socialismo” con caratteristiche venezuelane ha ancora qualche chance di sopravvivere a se stesso. Magari portando in sacrificio al Santo protettore qualche centinaio di «provocatori al servizio di Washington».

«L’uso della forza da parte del governo venezuelano contro i cittadini è inaccettabile», ha dichiarato John Kerry in una nota di protesta indirizzata al governo di Caracas. È facile fare il pacifista con i governi degli altri…

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