ASPETTANDO I MISSILI…


Tieniti pronta Russia, i missili
arriveranno (Donald Trump).

Come diceva quello, la situazione è assai confusa, ma in compenso non è – mi si consenta una piccola variante – eccellente, tutt’altro, almeno se considerata dal punto di vista di chi è costretto a subire un processo sociale mondiale fondato su interessi che nulla a che fare hanno con il benessere, la libertà e la felicità degli individui. E difatti la sola certezza che mi sento di poter esternare in questo momento, mentre in tutto il mondo si parla di guerra economica (vedi la controversia sui dazi) e di guerra militare (vedi la Siria), riguarda l’irriducibile e irriformabile natura disumana di questa società mondiale, una società che trasuda violenza, odio e precarietà esistenziale da tutti i suoi pori. Ieri ho scritto un post sulla crisi siriana per dire la mia sulla vicenda, e che solo adesso ho la possibilità di pubblicare. Ciò che però adesso m’importa dire, per quel che vale, è che al di là delle analisi più o meno puntuali e intelligenti (e quindi non sto parlando delle mie “analisi”!) intese a penetrare nella complessità e contraddittorietà delle questioni geopolitiche, politiche, militari e quant’altro, ciò che davvero ha senso è conquistare questo semplice concetto: dal punto di vista umano e delle classi subalterne non esiste una sola ragione valida per schierarsi con questa o quella Potenza, con questa o quella Nazione (soprattutto con la propria!), con questa o quella fazione capitalistica, con questo o quel partito, di governo o di opposizione. Oggi, come sempre, in gioco ci sono solo interessi di potere (economico, politico, militare ecc.), e dal mio punto di vista quegli interessi non valgono un solo capello – uno solo dico! – cresciuto sulla testa di un solo individuo.

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Ultim’ora! Mentre scrivo aerei militari da ricognizione degli Stati Uniti sono decollati dalla base americana di Sigonella per raggiungere la regione Mediorientale. Il Premier turco ha dichiarato che, «gas o non gas, Assad se ne deve andare per consentire una soluzione politica della crisi. Assad ha massacrato un milione di civili siriani, e ciò non è accettabile». È invece accettabile il massacro dei curdi da parte della Turchia. Mi viene in mente la favola raccontata da Platone (Fedro): «Un lupo, vedendo un pastore che mangiava carne di pecora, disse: “solleveresti un gran clamore se lo facessi io”». Non so chi legge, ma io vedo in azione solo lupi affamati di bottino. E mi scuso con i lupi in carne ed ossa per l’odiosa analogia! Intanto Israele minaccia il regime siriano: «Cancelleremo la Siria dalle carte geografiche se permetterà all’Iran di attaccarci». Dalla Casa Bianca trapela quanto segue: «Gli Stati Uniti stanno ancora valutando ciò che è avvenuto a Douma. Niente è ancora stato deciso ma il Pentagono ha offerto al Presidente una serie di opzioni militari». Come colpire duramente, molto più che in passato, Bashar al Assad senza scontrarsi direttamente con l’esercito russo? Pare che al Pentagono non sia stata ancora trovata la soluzione a un problema che, com’è facile capire, non è di poco momento. Le “destre unite” del nostro Paese si dichiarano indisponibili a votare un intervento militare italiano contro la Siria e contro la Russia; «Il senatore di Forza Italia, Paolo Romani, esorta il centrodestra ad “alzare la voce sull’assurda minaccia di rappresaglia rispetto al presunto utilizzo di armi chimiche in Siria e chieda al governo di dissociarsi da tali inopportune eventuali azioni. Non è possibile – prosegue – immaginare che Assad nel momento in cui i ribelli jihadisti di Duma si stanno per arrendere abbia utilizzato armi chimiche che avrebbero scatenato la reazione internazionale. Oltre a essere inutile sarebbe un’idea stupida. Auspico, pertanto, che il governo si dissoci”» (il Giornale.it). Forse nemmeno su Contropiano si leggono difese così accorate e puntuali del regime di Damasco!

Il Premier Gentiloni, non ancora scaduto, dice che l’uso dei gas contro la popolazione da parte del regime di Damasco va certamente condannato e duramente sanzionato dal diritto internazionale, e che tuttavia «dobbiamo lavorare per la pace»: che sant’uomo! Il Partito Democratico accusa Matteo Salvini e «l’ammucchiata di destra» di voler portare l’Italia fuori dal tradizionale quadro di alleanze internazionali: sarà il compagno Salvini a guidare il “Nuovo Movimento per la Pace”? Certo è che per la Mummia Sicula ospitata al Quirinale la crisi siriana è un forte argomento da far valere nelle prossime consultazioni politiche con i partiti in vista della formazione del nuovo governo.

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Come spiegare l’improvvisa accelerazione della crisi siriana? Ciò che mi sento di dire con una certa sicurezza è che l’ipotizzato uso di gas da parte del macellaio di Damasco non c’entra niente.

Per gli Stati Uniti si tratta di rintuzzare l’espansione geopolitica della Russia in un’area strategicamente importante come rimane indubbiamente il Medio Oriente; una Russia che, come dimostra il suo attivismo in Europa (vedi la crisi ucraina ma non solo), non vuole retrocedere dal rango di potenza mondiale conquistato nella sua precedenza configurazione politico-istituzionale – naturalmente alludo all’Unione Sovietica, crollata miseramente alla fine degli anni Ottanta inizio anni Novanta. In questa legittima aspirazione il Paese oggi condotto con mano ferma da Vladimir Putin, un faro politico-ideologico per il fronte sovranista europeo (ieri Salvini ha dichiarato che non si fanno le guerre sulla base di un presunto uso di armi chimiche), è spalleggiato dalla Cina, ossia dalla potenza che contende agli americani il primato assoluto nella competizione capitalistica mondiale. Le merci e i capitali Made in Cina ormai dilagano dappertutto e ciò non può non irritare Washington, che difatti sta reagendo all’ascesa imperialistica di quel Paese mettendo in atto una serie di misure economiche e politiche il cui impatto potremo valutare nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Oggi colpire la Russia significa per gli Usa colpire anche la Cina, e viceversa. Con ciò non voglio affatto dire che gli interessi della Russia coincidono perfettamente e strategicamente con quelli della Cina; qui è il breve/medio periodo che importa prendere in considerazione.

Detto questo, non possiamo d’altra parte dimenticare che solo qualche settimana fa Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero presto abbandonato la regione siriana presidiata dal loro esercito (oltre duemila soldati), abbandonando così i curdi al loro triste destino, come peraltro sta dimostrando la campagna turca di sistematico annientamento dei curdi chiamata cinicamente ramoscello di ulivo. Certamente l’annunciato disimpegno americano ha irritato non poco l’Arabia Saudita, impegnata in un duro confronto con l’Iran nello Yemen, e Israele, la quale teme più di ogni altra cosa che Trump possa rinverdire la politica di appeasement con il regime iraniano di obamiana memoria. Non sono insomma da escludersi pressioni su Washington da parte degli alleati regionali, impauriti dalla prospettiva di perdere il sostegno militare statunitense.

Per Israele si tratta di reagire a una sfida esistenziale che ha nell’Iran la sua punta più affilata; com’è noto, Teheran si serve degli Hezbollah libanesi e dei palestinesi di Hamas, attivi nella striscia di Gaza, per controllare, colpire e logorare il regime israeliano, il cui “pacifismo” si sta peraltro esercitando in questi giorni anche sui palestinesi inermi. Come dimostra la “guerra dimenticata” nello Yemen, l’Iran è senz’altro la potenza regionale in ascesa nel quadrante Mediorientale, a spese soprattutto dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, della Turchia e, appunto, di Israele.

Secondo molti analisti basati in Medio Oriente, Mosca avrebbe consentito l’uso da parte dell’esercito regolare siriano di cloro o di agenti chimici ancora più potenti per accelerare la resa dei “ribelli” ancora presenti a Douma. Si tratta di «gruppi islamisti sostenuti dall’Arabia Saudita quali i qaedisti di Jabat Fatah al-Sham e soprattutto di Jaish al-Islam (“Esercito dell’Islam”), i quali hanno respinto gli accordi dei giorni scorsi, accettati da altri gruppi, di essere accompagnati con le loro famiglie in autobus nella provincia di Idlib, com’è stato per i combattenti della battaglia di Aleppo, ed anzi, hanno continuato a bombardare Damasco con i mortai» (Notizie Geopolitiche). È comunque un fatto che i “ribelli” di Douma hanno accettato di trasferirsi con le loro famiglie nel Nord del Paese: «Gradualmente la Siria mostra un nuovo assetto, certamente seguito all’incontro del 4 aprile ad Ankara tra il presidente russo Vladimir Putin, quello iraniano Hassan Rohai e quello turco Recep Tayyp Erdogan: a nord e per tutta la provincia di Idlib vi sarebbero gli oppositori con le popolazioni turcomanne, mentre i curdi sono respinti dall’esercito turco a est e il resto del paese sarebbe sotto il controllo di Damasco». Come sempre, è la violenza degli eserciti che disegna sul terreno le mappe geopolitiche, e le classi subalterne non possono far altro che subire gli interessi delle Potenze, grandi o piccole che siano, e i loro mutevoli rapporti di forza.

Non possono far altro, beninteso, fin quando esse rimarranno inchiodate politicamente, ideologicamente e psicologicamente al carro del Dominio. La tragedia planetaria che viviamo non ha nulla a che fare con il destino cinico e baro, ed è spiegabile perfettamente in termini di interessi e di violenza di classe.

Leggo da qualche parte: «L’attacco chimico di Ghūṭa è un episodio occorso la mattina del 21 agosto 2013 durante la guerra civile siriana in cui alcune aree controllate dai ribelli nei sobborghi orientali e meridionali di Damasco, sono state colpite da missili superficie-superficie contenenti l’agente chimico sarin. Ribelli e governo siriano si accusano a vicenda di aver perpetrato l’attacco». È quindi dall’estate del 2013 che in Siria i diversi contendenti di una guerra sempre più feroce e internazionale usano “agenti chimici” per annientarsi a vicenda, senza mostrare alcun interesse per l’impatto che le armi “non convenzionali” hanno sui civili. In sette anni di guerra si contano circa 85 attacchi con armi chimiche. Del resto, le armi cosiddette convenzionali non sono affatto meno terribili di quelle dichiarate illegali dal diritto internazionale, che poi altro non è se non il diritto dei più forti di stabilire le regole del gioco. Un “gioco” che, come anche i bambini ormai sanno, ha il nome di contesa per il potere sistemico: economico, politico, militare, ideologico, psicologico. Con o senza l’uso di armi chimiche di qualche tipo, in Siria sono morti oltre quattrocentomila civili, e dunque perché indignarsi solo quando i media ci mostrano le conseguenze sulla popolazione civile di quelle armi?

A proposito di Diritto Internazionale, in un post del 2015 dedicato alle Barrel Bombs usate dal famigerato perito chimico di Damasco (parlo di Assad, ovviamente), mi chiedevo retoricamente: «Non sarà che all’Onu non si muove foglia che l’Imperialismo (a cominciare dalle Potenze maggiori: Stati Uniti, Russia, Cina, Unione Europea a trazione tedesca) non voglia?». Leninianamente parlando definivo l’Onu come «un covo di briganti». «Sono passati settant’anni dalla conferenza di Yalta, quando Stalin, Roosevelt e Churchill decisero di coprire con la foglia di fico delle Nazioni Unite la spartizione dell’Europa e del mondo fra Occidente americano e Russia sovietica». Così scriveva tre anni fa Lucio Caracciolo su Limes, in un articolo che auspicava «una nuova Yalta», la sola che potrebbe mettere un po’ di ordine al tanto caos che “sgoverna” il Nuovo Ordine Mondiale post Guerra Fredda: «Ordine del giorno: rimettere ordine in questo caos. L’obiettivo di qualsiasi ordinamento: la riduzione della complessità. Non si potrebbe scegliere luogo più simbolico della corrente incertezza geopolitica».

Naturalmente tutti i protagonisti del Sistema Mondiale del Terrore sostengono che «il dialogo è la sola via», ma intanto preparano o fanno la guerra, direttamente o per “procura”, con le armi che hanno a disposizione: dal gas nervino alla Massive ordnance air blast; dalle tecnologicamente arretrate (ma quanto efficaci!) barrel bombs ai più sofisticati e “intelligenti” Tomahawk. Mikhail Gorbaciov, l’ex statista odiato dai nostalgici dell’Unione Sovietica e della Guerra Fredda, si è detto «enormemente angosciato» per i recenti sviluppi negativi nelle relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia, e dopo aver evocato la crisi dei missili a Cuba del 1962, ha caldeggiato un immediato incontro “pacificatore” tra Putin e Trump.  Intanto il Presidente americano si diverte a “bullizzare” il Presidente russo: «La Russia minaccia di abbattere tutti i missili sparati verso la Siria. Tieniti pronta Russia, perché stanno per arrivare, belli, nuovi e “intelligenti”! Non dovreste essere alleati di un animale assassino che uccide la sua gente con il gas e si diverte! Le nostre relazioni con la Russia sono peggiori di quanto non lo siano mai state, compresa la Guerra Fredda. Non c’è ragione per questo». E se si trattasse di una ragione chiamata Potere Mondiale? Avanzo una mera ipotesi, sia chiaro.

Insomma, osservo con disgusto estremo l’ennesima ipocrisia politico-diplomatica-mediatica intorno all’ennesimo massacro di civili siriani ottenuto con l’uso di gas. Da parte di chi? Da parte dell’«animale assassino» di Damasco, che si regge in piedi solo grazie all’appoggio della Russia e dell’Iran, e che in passato ha fatto largo uso delle citate Barrel Bombs, o dei suoi oppositori interni, appoggiati (con alterne vicende) dagli Stati Uniti, da Israele, dalla Turchia e dall’Arabia Saudita? Alle mie orecchie questa domanda suona del tutto priva di senso, sotto tutti i punti di vista. Non solo la guerra non è, in generale e notoriamente, un “pranzo di gale” e i nemici si combattono fra loro usando tutti i mezzi a loro disposizione, spessissimo prendendo scientemente di mira i civili per conseguire nel modo più rapido e “economico” possibile obiettivi strategici di grande importanza (lo abbiamo visto su una scala gigantesca in Europa e poi in Giappone nel corso del Secondo Macello Mondiale definito dai vincitori “Guerra di Liberazione”); ma in questa guerra c’è in gioco solo il Potere sistemico cui ho accennato sopra, e non un solo “valore” che sorrida alla vita delle classi subalterne. Non uno.

«I governi terroristi di Israele e degli USA sono un pericolo terribile per tutti noi e vanno fermati nel nome del futuro dell’umanità». Così ha scritto l’altro ieri Carlo Formenti, esponente di punta di Potere al popolo, sempre a proposito della “sporca guerra” siriana. Sottoscrivo! Ma un momento! Qualcosa non mi torna: e il regime siriano, dove lo mettiamo? E la Russia di Vladimir Putin? E l’Iran di Hassan Rohani? E la Turchia di Recep Tayyip Erdogan? Senza contare la Francia di Emmanuel Macron che sta cercando in tutti i modi di incunearsi fra le contraddizioni degli “alleati” della Siria per acciuffare qualcosa in termini di posizionamento geopolitico nella delicatissima regione Mediorientale. Per come la vedo io, terroristi e nemici dell’umanità sono tutti i carnefici in campo, comprese le forze che si contrappongono militarmente al regime di Assad solo per sostituirlo con un regime altrettanto reazionario. Inutile dire che si tratta di un terrorismo messo al servizio di enormi interessi economici, strategici, militari, politici. Certamente, il concetto di imperialismo sintetizza benissimo la questione.

Per taluni sedicenti antimperialisti esiste un solo imperialismo, quello americano-israeliano (sai la novità: è dai tempi di Stalin che la cosa va avanti!), mentre gli imperialisti concorrenti vanno in qualche modo sostenuti per rafforzare la lotta delle classi subalterne contro l’imperialismo. Che geniale astuzia dialettica! Ma non si tratta di “contraddizioni in seno al popolo”; non si tratta di “compagni che sbagliano”: si tratta piuttosto di personaggi orientati politicamente da un punto di vista ultrareazionario, ossia filo-capitalistico e filo-imperialista. Questi personaggi hanno sposato la causa del capitalismo (vedi il Venezuela di Maduro, ad esempio) e dell’imperialismo di certi Paesi (vedi Russia, Cina, Iran*) perché sono attratti da regimi forti e autoritari (purché ostili agli Usa e a Israele), meglio se fondati su un capitalismo di stampo statalista, che poi essi vendono al mondo e a se stessi, in tutta buona fede, come «Socialismo del XXI secolo». Purtroppo è il solo “socialismo” che questi sinistri personaggi conoscono e comprendono. Molte volte ho avuto modo di polemizzare con qualcuno di loro; c’è chi crede in buona fede di partecipare alla “lotta di classe concreta” come si dà nel XXI secolo, mentre in realtà si muove sul terreno della geopolitica, ossia dello scontro interimperialistico, e così si schiera con una fazione del Sistema Mondiale del Terrore in odio all’altra.

* Il fascio-stalinista Diego Fusaro, sempre più ridicola caricatura di se stesso, è arrivato a definire l’Iran «uno Stato eroicamente resistente al mondialismo imperialistico, e che, come tale, già da tempo è stato designato come bersaglio privilegiato da parte della monarchia del dollaro e delle sue colonie asservite (Italia in primis, ovviamente). […] La Sinistra del Costume, dal canto suo, anziché resistere e opporsi a queste pratiche in nome della leniniana lotta contro l’imperialismo, le legittima in nome dei diritti umani con bombardamento etico incorporato e della democrazia missilistica d’asporto. Dov’è finita, in effetti, la sinistra? Perché non lotta contro l’imperialismo, come fece Lenin? Perché non difende gli Stati resistenti al mondialismo capitalistico e anzi si adopera perché vengano invasi militarmente?». Lenin arruolato, si spera suo malgrado, nello scontro interimperialistico e nelle risibili beghe tra i diversi spezzoni della sempre più confusa, miserabile ed evanescente (speriamo!) sinistra italiana. Sinistra Sovranista e Populista, la quale assimila Lenin al virile Putin, ad Assad, a Rohani e ad altri “eroi dell’imperialismo” di simile escrementizio conio, versus «Sinistra dei Costumi», che ha sposato i valori della «Destra del Danaro»  e che «confonde l’internazionalismo con l’europeismo e il cosmopolitismo», che lotta «contro il burka e per la minigonna»: una bella partita, non c’è dubbio. Il fatto che la lettura che «l’ultimo marxista» (strasic!) Diego Fusaro fa del mondo sia perfettamente sovrapponibile a quella di Massimo Fini, ciò non solo non è paradossale o sorprendente, almeno per chi non si lascia abbacinare dalla fraseologia pseudomarxista del primo, ma è perfettamente coerente con la “concezione del mondo” (ultrareazionaria) dei due personaggi. Se mi occupo, sempre più controvoglia, di queste ridicole e miserabili cose è solo perché spero (mi illudo?) di poter convincere anche un solo militante della “sinistra”, più o meno estrema/radicale, che da quella parte c’è solo conservazione sociale, esattamente come a destra.

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TRUMP O MERKEL? CHI DIFENDE MEGLIO I “VALORI OCCIDENTALI”?

L’intervista rilasciata giovedì scorso da Angela Merkel al Corriere della sera si segnalava non tanto per originalità, quanto perché la Cancelliera vi ribadiva e precisava, anche in termini per così dire ideologici, ciò che aveva dichiarato nel corso degli ultimi mesi soprattutto in relazione alla politica economica ed estera di Donald Trump. Leggiamone qualche significativo passo:

«È vero che l’ordine mondiale è in cambiamento e che i rapporti di forza si modificano. Ciò ha a che fare con l’ascesa della Cina, ma anche l’India compie grandi passi con un tasso di crescita di più del 7 per cento, di gran lunga superiore a quello cinese. Entrambi i Paesi hanno 1,3 miliardi di abitanti circa, fattore decisamente significativo. A ciò si aggiunge il fatto che l’amministrazione americana e il presidente Trump giudicano la globalizzazione in modo diverso rispetto a noi tedeschi. Mentre noi cerchiamo di cogliere le possibilità che derivano dalla collaborazione sotto ogni aspetto, agli occhi dell’amministrazione americana la globalizzazione è un processo in cui non possono esserci situazioni win-win, ma solo vincitori e perdenti. [La concezione isolazionista e protezionista del Presidente americano] si oppone totalmente al mio punto di vista. Sicuramente, il presidente Trump è stato eletto da molti che guardano alla globalizzazione in modo scettico, e si sente in obbligo nei confronti di questi elettori. Ma già da molto tempo l’Fmi, l’Ocse e anche il G20 non parlano semplicemente di crescita, bensì di crescita inclusiva e sostenibile. Non vogliamo che siano soltanto in pochi a trarre vantaggio dai progressi economici. Tutti ne devono beneficiare». È la globalizzazione capitalistica “ben temperata” e “potabile” che tanto piace a tipi come Emma Bonino, Romano Prodi e Pierluigi Bersani, il quale l’altro ieri ha detto, giusto per far scompisciare dalle risa l’animaccia dell’avvinazzato di Treviri, che «la vera sinistra è per un’economia di mercato, non per una società di mercato». Porre una simile distinzione nella società capitalistica in generale, e in particolare in quella caratterizzata dal dominio planetario e totalitario del Capitale su tutto e su tutti, qual è appunto la Società-Mondo del XXI secolo, è semplicemente ridicolo, e può al massimo servire ad alimentare le miserabili ideologie “progressiste” che sostengono la possibilità di un Capitalismo/Imperialismo dal volto umano. Ma chiudiamo la parentesi polemica e riprendiamo il discorso della Cancelliera.

«In qualità di rappresentante dello stato dell’economia di mercato sociale, è in questo spirito che voglio condurre il vertice del G20. È sensato che l’Europa unisca le forze. A ciò si accompagna una perdita di importanza di potere degli Stati Uniti? Non saprei. L’importanza del potere deriva dalla forza economica, militare e civile, e in tutti questi tre settori gli americani rappresentano ancora una potenza mondiale, come del resto dimostrano i forti dibattiti interni. Evidentemente, l’amministrazione americana non vuole più rappresentare il “poliziotto” che stabilisce l’ordine in tutte le regioni del mondo. La si può considerare sia una buona che una cattiva notizia, a seconda dei casi. A tale proposito: negli ultimi decenni gli americani si sono presentati ovunque come una potenza. E ciò, per usare un eufemismo, può essere visto anche in maniera critica. […] Ci siamo abituati a questo impegno, poiché sin dai tempi della Guerra Fredda riconoscevamo negli Stati Uniti una grande potenza in opposizione all’Unione Sovietica, e si presumeva che volessero questo ruolo. Dopo la caduta del Muro apparivano l’unica superpotenza rimasta. Oggi il mondo è multipolare. Ma a ragione: effettivamente gli americani non hanno il diritto di intervenire in qualsiasi parte del mondo. Probabilmente gli Stati Uniti non saranno coinvolti nelle misure in Africa, come sarebbe necessario. […] Dobbiamo sempre ricordare i nostri obiettivi quando diciamo che l’Europa dovrebbe prendere il proprio destino nelle proprie mani, ossia: mantenere i nostri valori e interessi europei, creiamo ricchezza e nuovi posti di lavoro negli Stati membri».

A proposito del G20 di Amburgo Matteo Scotto ha parlato di «debutto dell’egemonia tedesca»: «Al G20 di Amburgo culmina un percorso durato oltre settant’anni: Berlino ha preso coscienza di sé ed è pronta a esercitare il suo ruolo di guida, non solo dell’Europa. Grazie anche a Trump e Macron. I paragoni con il Secondo e Terzo Reich sono privi di senso» (Limes). Sono privi di senso, mi permetto di aggiungere, se sono costruiti ideologicamente, se sono paragoni che non tengono conto della complessità del processo sociale considerato nella sua essenziale dimensione storica. Sul ruolo della Germania nel processo di formazione di un polo imperialista unitario europeo rinvio al PDF La guerra in Europa. Il conflitto sistemico nel Vecchio Continente, e al post I tedeschi non scherzano mai.

Le parole della Cancelliera assumono un aspetto ancora più pregnante alla luce del viaggio di Trump in Polonia, il cui significato è stato ben riassunto, a mio avviso, da Federico Petroni, sempre su Limes: «La visita di Trump in Polonia è geopoliticamente più significativa del G20 di Amburgo di venerdì. Quest’ultimo si limiterà a evidenziare le attuali divergenze fra le venti maggiori economie mondiali in ambito commerciale e ambientale; al massimo fornirà un’occasione per ben più interessanti incontri bilaterali (come quello tra lo stesso Trump e Putin). Il viaggio a Varsavia è pensato per attribuire un riconoscimento a un paese gradito a tutti i rami della geopolitica a stelle e strisce. Alla stessa Casa Bianca, per cominciare, in funzione anti-tedesca e anti-Ue. Non per caso Trump terrà il suo discorso di lodi alla Polonia e alla sua capacità di diventare “potenza europea” presso il monumento alla resistenza ai nazisti del 1944. Non per caso presenzierà al secondo summit dell’Iniziativa dei Tre Mari dei 12 paesi dell’Ue dell’Europa centro-orientale. Benché fondato nell’estate 2016 per scopi d’integrazione infrastrutturale (soprattutto energetica) del fianco est dell’Unione, l’attuale gruppo ricalca (Ucraina esclusa) il progetto degli anni Venti dell’Intermarium pensato dalla neo-indipendente Polonia per aggregare attorno a sé l’Europa di mezzo fra Berlino e Mosca. Ora riesumato con l’ambizione – forse l’utopia – di estendere l’influenza di Varsavia a discapito di Bruxelles, non più percepita come fonte di protezione politica (vedi le critiche sulla deriva autoritaria), economica (dopo la crisi del 2008) e militare (causa assertività russa). Al di là delle irrilevanti affinità ideologiche (specie in materia di immigrazione), a Trump le critiche polacche all’Ue piacciono perché sono sostanzialmente rivolte alla Germania. Rendendo Varsavia una carta da giocare nello scontro che va maturando fra Washington e Berlino. La Polonia è utile anche agli occhi del Congresso e degli apparati statunitensi come perno del contenimento della Russia. Nell’elogiare il traguardo del 2% della spesa militare sul pil raggiunto da Varsavia nella Nato, Trump indirettamente giustificherà la russofobia che guida i polacchi in materia di sicurezza. E complicherà i propri propositi di riavvicinamento a Mosca».

Il discorso tenuto giovedì da Trump a Varsavia ha spiazzato non pochi analisti di politica internazionale che nei mesi scorsi avevano alimentato la balla speculativa di un Presidente americano ormai completamente prono ai diktat di Mosca, docile e ricattabile pedina nelle mani del virile Putin, o comunque lontanissimo dalla tradizionale postura antirussa mantenuta dalla Casa Bianca nel corso degli ultimi sette decenni. «È un Donald Trump più anti-russo che mai quello che ha preso la parola a Varsavia, in piazza Krasinski, di fronte a una folla adorante. Trump conferma il suo stile: muscolare, diretto, per nulla incline ai compromessi. Il discorso di Varsavia è l’antipasto di un confronto che si annuncia durissimo. Dalla crisi in Ucraina alla questione energetica, The Donald non fa sconti a Mosca. “Incalziamo la Russia perché smetta la sua attività destabilizzante in Ucraina”, afferma il leader americano. A differenza di quanto avvenuto durante il vertice Nato del maggio scorso, questa volta il presidente ribadisce pubblicamente l’impegno degli Usa “nella difesa dell’Europa centrale e orientale”. Torna così in auge il patto di mutua difesa della Nato – “uno per tutti e tutti per uno” – rappresentato dall’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica. Gli Stati Uniti – scandisce Trump – “sostengono con forza l’articolo 5 del Trattato Nato”. Mosca è avvertita: Washington è tornata in campo per difendere la Polonia e i suoi vicini dai “comportamenti destabilizzanti” della Russia. Dalla vicina Polonia Trump esorta la Russia a mettere fine alle sue “attività destabilizzanti” in Ucraina e in altri Paesi. Non solo: Mosca deve anche “smettere di sostenere regimi criminali” come la Siria e unirsi “alla comunità delle nazioni responsabili” nella lotta al terrorismo islamico e “in difesa della civilizzazione”. Da Trump anche la promessa che la Polonia, assieme agli altri Paesi della regione orientale europea, “non dovrà mai più essere ostaggio di un unico fornitore di energia”. Gli Stati Uniti garantiranno “l’accesso a tutte le fonti di energia” affinché “la Polonia e i suoi vicini non siano più ostaggio di un solo fornitore”, assicura Trump in un chiaro riferimento all’influenza russa nella regione in materia di energia. […] Acclamato dalla folla di piazza Krasinski, Trump lancia così il suo secondo tour europeo. La piazza teatro della rivolta del 1944 contro l’occupazione nazista diventa così il palcoscenico da cui lanciare il suo appello all’Occidente. “Così come la Polonia non ha potuto essere sconfitta, così l’Occidente non potrà esserlo. I nostri valori vinceranno e la nostra civiltà trionferà. Come i polacchi, lottiamo tutti insieme per la pace, per la libertà, per le famiglie, per il Paese e per Dio. Nel popolo polacco vediamo l’anima dell’Europa La storia della Polonia è la storia di un popolo che non ha mai dimenticato la sua identità”» (G. Belardelli, Huffington post).

Riassumo, con le sue stesse parole, la sfida politico-ideologica che Trump lancia in direzione di amici e nemici: «La domanda fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente ha la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli ad ogni costo? Abbiamo abbastanza rispetto verso i nostri cittadini per proteggere i confini? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà, in faccia a coloro che vogliono sovvertirla e distruggerla?». Insomma, Trump dice soprattutto alla Germania, al Paese che esibisce anno dopo anno un eccezionale surplus nella sua bilancia commerciale (300 miliardi di dollari nel 2016, se non sbaglio), che non si può recitare indefinitamente il comodo ruolo dei difensori della civiltà occidentale potendo contare sui soldi, sui missili e sul sangue dello Zio d’America.

A questo punto si tratta di capire chi difende meglio gli interessi e i valori dell’Occidente: la Germania della Merkel o gli Stati Uniti di Trump? Naturalmente scherzo; il problema è impostato in quell’insulso modo dagli esponenti politici e dagli intellettuali (*) che fanno capo alle classi dominanti dei vari Paesi, le quali si muovono sul piano economico e su quello politico (soprattutto attraverso la potente leva statale) non per difendere valori e concezioni del mondo, ma per difendere interessi sistemici d’ogni genere: economici, tecnologici, scientifici, geopolitici, ecc, ecc. Insomma, si tratta della ben nota e famigerata contesa interimperialistica, oggi più ingarbugliata e più feroce che mai. In ogni caso, personalmente non faccio parte di nessuna tifoseria imperialista, compresa quella che ciancia di “antimperialismo” solo perché sventola le bandiere delle squadre che giocano contro gli interessi degli americani e dei suoi alleati. Per dirla con il filosofo di Stoccarda, nella buia notte del Capitalismo mondiale tutte le vacche imperialiste mi appaiono dello stesso colore.

Cito dall’«Appello per costruire una mobilitazione internazionale contro il G20»: «Crediamo nelle alternative al di fuori e contro la globalizzazione neoliberale, il nazionalismo e il comando autocratico. Crediamo nella globalizzazione della giustizia e nei diritti per tutti, respingiamo tutte le soluzioni nazionalistiche e xenofobe, che si oppongono alla nostra visione di un mondo giusto, un mondo unito dalla solidarietà. Il contro-vertice, il campo, il presidio transnazionale con decine di migliaia di persone nella città di Amburgo e le azioni di massa di disobbedienza civile ci daranno l’opportunità di incontrarci, discutere e condividere le nostre visioni, idee e pratiche di resistenza per un mondo libero, eguale e solidale». Sul «contro-vertice» di Amburgo cercherò di scrivere qualcosa di intelligente domani, magari in guisa di bilancio complessivo dell’evento internazionale che si concluderà oggi, se non sbaglio. Ma non mi faccio troppe illusioni. Sulla mia intelligenza, intendo dire…

(*) Un solo esempio: «L’Europa è oggi la negazione di duemila anni di storia dei popoli, di civiltà, delle culture e delle lingue europee. Chi ama davvero l’Europa dev’essere nemico di questa Unione Europea, che è la negazione dell’ideale di Europa di Husserl, di Kant, di tutti i grandi teorici dell’Europa. Oggi essere per l’Europa significa essere contro l’Unione Europea delle banche, del capitale, della distruzione pianificata, organizzata dei diritti sociali e del lavoro. Questo è il punto fondamentale. L’Euro è il compimento del capitalismo assoluto che dopo il 1989, venuto meno il Comunismo, dichiara guerra agli stati sovrani nazionali, come luoghi del primato della politica democratica sull’economia spoliticizzata. Sempre più il conflitto sarà tra chi difende le sovranità nazionali e quindi la democrazia, i diritti sociali del lavoro, e chi invece difende il globalismo apolide, sradicante di cui l’Unione Europea è vettore» (D. Fusaro). Il noto “materialista storico-dialettico” ha dimenticato almeno duemila anni di storia di dominio di classe. Capita. Quanto al cosiddetto «Comunismo» che sarebbe venuto meno nell’anno di disgrazia (per gli stalinisti d’ogni tendenza, beninteso!) nel 1989, è meglio stendere un pietosissimo velo. A Varsavia Trump ha ricordato che «i polacchi trovarono la forza di sconfiggere il comunismo quando durante la prima messa celebrata da Giovanni Paolo II dissero che volevano Dio». Una freccia polemica che forse raggiunge anche il fondoschiena del celebre filosofo, il quale comunque potrebbe sempre dire, da par suo, che «la religione è l’oppio dei popoli». Sic!

Post scriptum

Scrive Gianni Riotta: «I dimostranti che al G20 hanno impegnato la polizia, con scontri, arresti e feriti, sono i fieri discendenti del popolo No Global, nato a Seattle 1999 per protestare contro il mercato globale, il Wto, i patti internazionali sul commercio. Le immagini tv sembravano note, meno tragiche che al G8 di Genova, ma sulla stessa falsariga, con giovani e meno giovani contestatori, persuasi che l’economia aperta sia una truffa. La loro filosofia è illustrata da film premio Oscar, con Michael Moore, da premi Nobel vedi il professor Stiglitz, e ha generato grandi firme, da Noam Chomsky alla Naomi Klein, all’economista greco Varoufakis, all’irato filosofo Zizek. Perfino il Papa è scettico sul globalismo. Il successo dei no global ormai unisce destra e sinistra, dalla Le Pen a Grillo e Salvini, dai socialisti Sanders e Corbyn al presidente Donald Trump, che ha stracciato i patti commerciali con Asia ed Europa, e minaccia di riscrivere quello con Canada e Messico. Insomma, il popolo no global ha vinto, il protezionismo è il nuovo “pensiero unico”, chi parla di società aperta e libero scambio, o ricorda come l’economia dell’ultima generazione abbia strappato alla fame miliardi di esseri umani – il salto di benessere più straordinario della storia – passa per prezzolato dai padroni. Dunque, bene le proteste, ma occorre invertire rotta al prossimo summit ragazzi: non fischiare ma applaudire Trump e gli altri leader no global – Erdogan e gli europei dell’Est per esempio – lodandone il protezionismo. No global ieri, trumpiani oggi? La realtà sorprende solo chi ama gli slogan e detesta i fatti» (La Stampa).

Riotta ama invece i fatti, i quali attestano indiscutibilmente 1. il dominio globale, mondiale e totalitario dei rapporti sociali capitalistici e 2. una competizione capitalistico-imperialista sistemica (economica, geopolitica, tecnologica, scientifica, ideologica, ecc.) sempre più aspra e foriera di conseguenze nefaste per le classi subalterne di tutto il mondo e per l’umanità in generale. Il fatto che lo sviluppo capitalistico dell’ultimo mezzo secolo «abbia strappato alla fame miliardi di esseri umani» è cosa che si spiega benissimo sulla scorta delle leggi di un’economia basata sullo sfruttamento/saccheggio sempre più scientifico degli uomini e della natura, e dunque questo fatto, che peraltro interseca altri fatti di segno opposto (vedi la crescente denutrizione che ancora oggi si registra in molte aree del mondo, soprattutto in Africa), non contraddice affatto la natura radicalmente disumana della vigente società mondiale. Non per niente Marx chiarì a suo tempo che il concetto di miseria crescente, così ridicolmente frainteso dai suoi detrattori, non va declinato in termini assoluti ma relativi: il salario-denaro consente al produttore diretto della ricchezza sociale di accedere a una minima parte, relativamente sempre più piccola se confrontata alla crescente produttività del suo lavoro, di quella ricchezza.

Non si tratta del noto problema del bicchiere (lo vedi mezzo vuoto o mezzo pieno?), si tratta piuttosto delle “classiche” contraddizioni capitalistiche. Ad esempio, l’ingresso di Paesi come la Cina e – in parte – l’India nella fascia del Capitalismo sviluppato ha messo in diretta e feroce concorrenza centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo, livellando verso il basso i salari e le condizioni generali di lavoro e di vita di moltissimi proletari “occidentali”, diventati per questo massa di manovra politico-elettorale per i “populisti” d’ogni tendenza politica – mi riferisco alla cosiddetta “destra” e alla cosiddetta “sinistra”. Bisogna allora lottare contro la «globalizzazione neoliberale»? No, si tratta di lottare contro il Capitalismo tout court, a prescindere dalle fenomenologie, che tanto impressionano gli scienziati sociali incapaci di profondità analitica, che esso assume contingentemente su scala internazionale e nazionale.

Detto questo, debbo anche aggiungere, per concludere, che il sarcasmo del “bravo giornalista” qui citato, il quale cerca di tratteggiare in termini caricaturali il Movimento No Global di ieri, di oggi e di domani, trova a mio avviso un qualche appiglio nelle insufficienze e nelle contraddizioni politiche e “teoriche” (ossia nella “concezione generale del mondo”) manifestate ampiamente nel corso degli anni da quel Movimento, il cui antiglobalismo è parso spesso voler strizzare l’occhio a un periodo ormai superato, e spesso mitizzato, di Capitalismo, cosa che lo ha esposto alla facile strumentalizzazione politico-ideologica operata da una parte delle classi dominanti interessate a imbrigliare in qualche modo il cavallo della “globalizzazione selvaggia”. Ma su questo punto ritornerò un’altra volta.

A CHE PUNTO È L’APOCALISSE NUCLEARE?

Gli analisti di geopolitica più accreditati del pianeta non hanno dubbi: le prime mosse militari di Trump hanno un forte, se non esclusivo, significato politico, tanto in chiave esterna (avvertimento ai cinesi, ai russi, ai siriani, agli jihadisti, ai nord-coreani, agli alleati orientali e occidentali), quanto in chiave interna: «Trump è impegnato in una dura battaglia con gli altri poteri americani, intelligence inclusa, e quindi gioca la carta del comandante in capo per recuperare prestigio e influenza. D’altro canto, l’unico momento in cui un presidente americano è veramente a capo del sistema è durante la guerra» (L. Caracciolo, L’Unità). Come capita spesso, e non solo negli Stati Uniti, mostrare i muscoli porta consenso al Comandante in capo: basti pensare che già dopo l’attacco con 59 missili alla base siriana di al-Shayrat l’indice di gradimento per il Presidente è passato dall’anoressico 34 per cento a un più dignitoso 42. Chissà quanto in alto sarà schizzato quell’indice dopo il propagandistico uso della Madre di tutte le bombe in Afghanistan! A tal proposito, e a dimostrazione che l’imperialismo americano bombarda secondo inappuntabili criteri di umanità e precauzione (altro che il macellaio/chimico di Damasco!), «il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha sottolineato che nell’azione “sono state prese tutte le precauzioni per evitare vittime civili e danni collaterali”» (ANSA). Queste più che credibili assicurazioni fanno bene al cuore, nevvero?

Per Enrico Oliari il messaggio del Presidente può essere sintetizzato in questi termini: «con lui è “America first”. Anche fuori casa». Esatto. E questo naturalmente in perfetta continuità con la prassi politica (sfera militare inclusa) di quella che rimane la prima potenza imperialistica del pianeta. Sulla falsa alternativa isolazionismo/interventismo nella politica estera americana rimando ai miei post dedicati al tema.

Poteva il virile Putin non reagire alla maschia provocazione trumpista? Certo che no! «L’uso in Afghanistan della potentissima Moab da parte dell’esercito Usa deve aver indispettito i colleghi russi. RT Russia, infatti, sul suo account Twitter si è sentita di puntualizzare che la bomba non nucleare più potente – e molto più “maschia” – è a disposizione dell’arsenale russo. “La Madre di tutte le bombe non spaventa i russi, noi ne abbiamo una ancora più potente: gli americani avrebbero molta più paura del nostro “padre”. La super-bomba russa, precisa il Moscow Times, ha una potenza equivalente a 44 tonnellate di tritolo contro i “soli” 11 di quella Usa – e, a quanto pare, un raggio di distruzione maggiore» (ANSA). Si tratta insomma di una gara a chi possiede l’ordigno più grosso e potente; Madre di tutte le bombe contro Padre di tutte le bombe: qui anche la psicoanalisi freudiana avrebbe forse qualcosa di intelligente da dire, soprattutto a proposito di chi è attratto dalla virile postura dei Cari Leader mondiali dei nostri più che disgraziati tempi.

A proposito di Cari Leader mondiali, c’è da dire che in questi giorni è un vero spasso compulsare i siti sinistrorsi e destrorsi che al momento dell’elezione di Trump avevano brindato, forse un pochino in anticipo sui tempi, all’«alleanza populista» tra gli Stati Uniti e la Russia; oggi vi si nota un certo imbarazzo, per così dire, e certamente molta frustrazione. Secondo certi personaggi rigorosamente “antimperialisti”, il Presidente a stelle e strisce avrebbe infine ceduto alla pressione e ai ricatti dello «Stato profondo» americano, o dell’establishment, oppure dei «poteri forti» (poverino!), o della lobby pro-global (Unione Europea in testa, si capisce). Leggo da qualche parte: «Il tradimento di Trump ha aperto il vaso di Pandora». Tradimento! Il blocco populista-sovranista si vede costretto a retrocedere dal superbo trumputinismo che avrebbe dovuto spezzare le reni al blocco globalista guidato dalla Cina e dall’Unione Europea, a un più modesto e tradizionale putinismo. Bisogna accontentarsi di quel che passa il convento dell’«antimperialismo oggettivo».

Sul versante politico opposto (ma sullo stesso terreno di classe!), Giuliano Ferrara soffre perché non riesce a riposizionarsi senza nulla concedere all’avversario: l’attivismo militare di Trump sarebbe più che legittimo politicamente e giustificato sul terreno della «battaglia culturale», soprattutto dopo il catastrofico disimpegno obamiano sul fronte della difesa dei sacri valori occidentali; ma tutto questo se alla Casa Bianca ci fosse un vero statista, magari intellettualmente modesto come George W. Bush, e non un inaffidabile miliardario newyorchese che insegue giorno per giorno il successo di immagine come una qualsiasi star hollywoodiana. Berlusconi ai suoi tempi, benché su una scala geopolitica molto più ridotta, faceva lo stesso, ma almeno non aveva alcuna arma fine di mondo da lanciare su qualche malcapitata popolazione del pianeta! Tempi duri per gli amici di Washington.

Da Pechino, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ci fa sapere che «si ha la sensazione che un conflitto potrebbe scoppiare da un momento all’altro» (che bella notizia!), ma che d’altra parte «il dialogo è la sola via»: tiro un sospiro di sollievo! Naturalmente tutti i protagonisti del Sistema Mondiale del Terrore sostengono che «il dialogo è la sola via», ma intanto preparano o fanno la guerra armata (quella sistemica non conosce soste) con le armi che hanno a disposizione: dal gas nervino alla Massive ordnance air blast; dalle tecnologicamente arretrate (ma quanto efficaci!) barrel bombs ai più sofisticati e “intelligenti” Tomahawk. Anche Trump è per il “dialogo”, si capisce: «Ho una grande fiducia nel fatto che la Cina gestirà bene la situazione della Corea del Nord». Ma il Presidente, ligio al motto «fidarsi è bene, non fidarsi è meglio», ha già pronto un piano di riserva: «Se non è in grado di farlo, gli Usa, con i suoi alleati, lo faranno». Ecco! Dopo questa puntualizzazione mi sento ancora più tranquillo, diciamo.

Intanto il Caro Leader nordcoreano si appresta a celebrare da par suo la Festa del Sole dedicata all’Eterno Presidente Kim Il Sung, fondatore della dinastia stalinista-maoista che regna in Corea del Nord dal 1948. «Choe Ryong-hae, secondo alcuni analisti il secondo più potente ufficiale della Corea del Nord, ha detto che il Paese è pronto ad affrontare qualsiasi minaccia posta dagli Stati Uniti.  “Risponderemo a una guerra totale con una guerra totale, e a una guerra nucleare con il nostro stile di un attacco nucleare”» (ANSA). Esiste dunque uno stile nordcoreano di attacco nucleare? Non lo sapevo. Per fortuna il Caro – e lui si augura soprattutto Eterno – Senatore Antonio Razzi vola a Pyongyang e si offre come scudo umano: «Quello che voglio far capire a Donald, rispetto al mio viaggio nordcoreano, è che io sono per il dialogo perché “Dio ci ha dato la bocca per parlare e non ci ha dato le bombe da sganciare”. E allora, amico caro, io dico: se ci ha dato la bocca, parliamone» (Il Tempo). Ci sarebbe da ridere se si trattasse di un film comico, e invece da un momento all’altro potrebbe scoppiare, almeno a dar credito ai quotidiani italiani, la Terza guerra mondiale, quella “intera”, non quella “a pezzetti” di cui tanto parla il Santissimo Padre.

Secondo il già citato Lucio Caracciolo, il confronto Usa-Corea del Nord ha superato il perimetro dell’escalation puramente verbale: «Stavolta c’è di più, nel senso che per la prima volta da quando la Corea del Nord è diventata nucleare, gli americani temono che non sia un bluff, quello ordito da Pyongyang, per portare a casa soldi e aiuti, ma che si tratti di una minaccia effettiva. Secondo alcuni analisti, nel giro del primo mandato presidenziale di Trump, Pyongyang potrebbe dotarsi di missili balistici intercontinentali armati con la bomba atomica, in grado di colpire la California, San Francisco o Los Angeles. Questo implica la possibilità che Trump ordini un attacco preventivo per impedire che ciò accada. Che per l’America il riarmo nucleare nord coreano fosse un “grosso pericolo” è stato lo stesso Obama a segnalarlo al suo successore nel colloquio che ha segnato il passaggio di consegne alla Casa Bianca. Non da oggi, peraltro, il confine più critico al mondo è quello che divide le due Coree. Un confine estremamente militarizzato. E tutto questo nel contesto di una partita che si gioca da molti anni nel Nord-Est asiatico fra le principali potenze, tutte schierate a ridosso del confine intracoreano: la Cina, la Russia, il Giappone e naturalmente gli stessi Stati Uniti. Tutto questo rende l’evoluzione di quella crisi permanente uno scenario d’interesse globale».

Ricordo che già nella primavera del 2013 si parlò della possibilità di uno scontro armato imminente in quell’area, come si evince da un mio post (Prove di apocalisse nucleare lungo il 38° parallelo) pubblicato quell’anno: «Per Pyongyang sembra alla fine essere arrivato il “tempo della battaglia finale”. Il Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito dei lavoratori (sic!) nordcoreano, ha dichiarato la scorsa domenica che in seguito alle manovre militari congiunte tra Washington e Seul la Corea del Nord considera l’armistizio del 1953 con la Corea del Sud “completamente nullo da oggi”. Se non si tratta di una dichiarazione di guerra, poco ci manca. Le truppe ammassate lungo il famigerato 38° parallelo “aspettano solo l’ordine di attacco”. L’inevitabile redde rationem bussa dunque alle porte del Sudest Asiatico? D’atra parte, l’ex “Caro Leader” Kim Jong-il aveva dichiarato, qualche mese prima di raggiungere il Paradiso Comunista dell’Aldilà, che “a causa della sconsiderata politica bellica dei sud-coreani, non si tratta di guerra o pace nella regione coreana, ma di quando scoppierà la guerra”, e aveva aggiunto, giusto per tranquillizzare i fratellastri sud-coreani, i cugini cinesi e gli odiati giapponesi, che la guerra “condurrà al confronto nucleare e non sarà circoscritta alla penisola coreana”. Com’è noto, la sola fabbrica nordcoreana davvero produttiva è quella del terrore: poliziesco (verso l’interno) e nucleare (verso l’esterno); una fabbrica che ha consentito all’inquietante regime militare di Pyongyang di mantenersi a galla nonostante l’estremo degrado economico, morale e psicologico della popolazione del Paese. Pare che il giovane leader Kim Jong-un sia di fatto ostaggio della “casta militare”, la quale da sempre è stata ostile a qualsiasi “riforma economica”, anche timida e limitata ma quantomeno in grado di frenare l’emorragia di cittadini nordcoreani che fuggono con tutti i mezzi possibili verso la Corea del Sud e verso la Cina».

Quattro anni dopo ci risiamo! Che sia la volta buona? Scherzo! È il Sistema Mondiale del Terrore che invece non ha alcuna voglia di scherzare.

C’È ANCORA QUALCOSA DA BOMBARDARE AD ALEPPO?

18-1-600x400«Qui giace Aleppo», scriveva ieri Libération, nella sua ennesima denuncia della pavidità esibita in questi anni dall’Occidente democratico, nonché inventore dei «diritti umani», nei confronti del ben più assertivo e spregiudicato Putin – che proprio ieri è stato scelto da Forbes, per il quarto anno consecutivo, come persona più potente del mondo: «Dal suo Paese, fino in Siria, passando per le elezioni americane, Putin continua a ottenere quello che vuole». Che soddisfazione per i tanti figli di Putin italiani che stravedono per il virile Vladimir, il quale sempre ieri ha ricevuto dal regime iraniano le «vivissime congratulazioni» per i successi militari russi mietuti a Palmira e ad Aleppo.

Aleppo come Grozny? Forse anche peggio, magari solo per confermare la macabra – ma quanto veritiera! – tesi secondo la quale il peggio non conosce misura. Aleppo. Una città che ha (o forse dovrei scrivere aveva) alle spalle una lunghissima storia; la città che fino al 2011 era considerata la capitale economica della Siria. Oggi di quella città non rimane che un cimitero di uomini e un deserto di edifici sventrati. La guerra di sterminio (o di “pulizia” politica, etnica e religiosa) organizzata e portata avanti con inaudita ferocia da Bashar al-Assad, con il decisivo apporto della Russia putiniana, dell’Iran e dei miliziani libanesi di holzebollha, sembra volgere al termine. Infatti, è rimasto ben poco da bombardare, da catturare, da fucilare, da torturare. «Ancora tre settimane fa», scriveva ieri Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera, «si parlava di 250.000 persone intrappolate nelle zone orientali. Ora sono ridotte forse a 50.000. Gli altri sono nelle mani del regime e tutto ciò inquieta, fa paura. Per molti aspetti una tragedia annunciata. Già all’inizio delle rivolte contro il regime nella primavera 2011 le manifestazioni pacifiche furono represse nel sangue con violenza inaudita e sproporzionata. Mosca e Damasco li chiamano “terroristi”. Ma sono di civili le grida di aiuto che giungono da Aleppo. “Ci massacrano. Aiutateci! Gli sciiti di Hezbollah e i miliziani di Assad selezionano gli uomini quando si arrendono con le loro famiglie. Li prendono, li picchiano e poi spariscono. Non sappiamo più nulla di loro. Ma sentiamo spari, tanti spari. Che li stiano già fucilando?”, ci diceva via Skype dal quartiere circondato di Salaheddin tre giorni fa Ismail Alabdullah, noto Casco Bianco (come vengono chiamate le squadre di soccorso che cercano i sopravvissuti tra le macerie). “Non so se potrò parlare ancora. Ci stanno bombardando”, diceva a sera tarda domenica. Ora il suo numero tace». Speriamo che sia solo «il suo numero» a tacere. Ma l’ottimismo qui ha davvero poco senso.

«Il dramma di Aleppo – scrive Alberto Negri sul Sole 24 Ore di oggi – è che i guerriglieri di Al Nusra tengono in ostaggio i civili e non intendono arrendersi alle condizioni del regime di Damasco. A loro volta le truppe di Assad non esitano a bombardare a tutto spiano anche i civili. Gli iraniani non vogliono mollare i jihadisti di Aleppo se non in cambio della fine dell’assedio degli sciiti di Fuaa e Kefraya nell’area di Idlib. La Russia e la Turchia (che con l’Iran si troveranno a Mosca il 27 dicembre)  fanno finta di negoziare per salvare la faccia: Putin non vuole passare come il macellaio di Aleppo ed Erdogan deve farsi perdonare di avere mollato i jihadisti che ha sostenuto fino a ieri contro Assad prendendo i soldi dalle monarchie del Golfo. Gli Stati Uniti […] hanno molto da nascondere e poco da dire di fronte alla sconfitta. Quasi ne uccide più l’ipocrisia che le bombe». Più che di ipocrisia io parlerei, più realisticamente e al di là dei soliti infantili piagnistei sui «grandi della Terra che non riescono a trovare un accordo per il bene della pace e dell’umanità» (e la coscienza è soddisfatta!), di guerra per il potere – politico, militare, economico, ideologico. E questo vale per tutti i protagonisti della carneficina, i quali da anni tengono in ostaggio il popolo inerme di Aleppo e dell’intera Siria. Analogo discorso ovviamente vale per la guerra nello Yemen. Un conto è il linguaggio della guerra, che dice sempre la verità (basta intenderla); un conto affatto diverso è il linguaggio della propaganda di chi difende e ricerca il potere per mezzo della guerra. Tutto il resto è… ipocrisia.

Il regime di Assad ha – per adesso, in attesa di una futura “soluzione diplomatica” del conflitto – salvato la pelle. «La vittoria del regime su Aleppo sarebbe un duro colpo per l’opposizione: Damasco avrebbe così il controllo delle quattro maggiori città del paese. Tuttavia, questo avvenimento non segnerebbe la fine del conflitto civile, cominciato nel 2011. Resta dubbia la capacità delle forze governative di mantenere il controllo dei territori riconquistati, nonostante l’intervento russo abbia consentito ad Assad di cambiare le sorti del conflitto e guadagnare terreno» (The Post Internazionale). La sorte del regime siriano è completamente nelle mani della Russia e dell’Iran, e la cosa appare evidente soprattutto ad Assad, che infatti teme di essere sacrificato, prima o poi, sull’altare di un accordo tra la Russia di Putin e l’America di Trump («l’equazione sconosciuta», secondo la definizione di Le Figaro), magari con l’intesa dell’Iran e della Turchia. In ogni caso, alla «guerra di liberazione» del macellaio di Damasco possono dar credito solo certi inquietanti personaggi che animano l’escrementizio “campo antimperialista”.

«I presidenti di Russia e Turchia, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, hanno discusso del conflitto in Siria e “in particolare dello sviluppo della situazione ad Aleppo” in una conversazione telefonica: lo ha riferito il Cremlino nella tarda serata di ieri, sottolineando che i due capi di Stato “hanno rimarcato la necessità di unire gli sforzi per migliorare la situazione umanitaria e facilitare il lancio di un vero processo politico in Siria”. Putin ed Erdogan hanno inoltre discusso della cooperazione tra Russia e Turchia, anche nel settore energetico» (ANSA). Insomma, la geopolitica e la geoeconomia macinano fatti, non si fermano davanti a niente e a nessuno, alla faccia di chi vede nell’inferno siriano (o yemenita) solo vecchi, bambini, uomini e donne affamati, assediati e uccisi: in guerra, per dirla con Diderot, «Di giusto, tutto sommato, basta avere la mira» (Il nipote di Rameau).

Non c’è dubbio, la Russia, l’Iran e il blocco sciita controllato da Teheran stanno portando a casa una bella vittoria sulla concorrenza geopolitica regionale e mondiale. I fascisti e gli stalinisti (camerati e compagni, ogni camuffamento “nuovista” è inutile dalle mie parti!) di casa nostra che negli ultimi cinque anni hanno sostenuto «la causa del Popolo siriano» (cioè, tradotto per chi non conosce il lessico del “Campo Antimperialista”, la causa del regime siriano) possono stappare con legittimo orgoglio qualche bottiglia di italianissimo spumante: quella vittoria – e il relativo bagno di sangue – è anche la loro vittoria. Gli si potrebbe obiettare che è facile “fare politica” con gli Stati e con gli eserciti – e che eserciti! – degli altri, ma bisogna pur concedere ai tifosi della squadra vincente qualche piccola soddisfazione.

Scriveva Lorenzo Declich lo scorso ottobre: «In questi ultimi tempi l’amore per Bashar al-Assad è riuscito ad allineare fascisti, alcuni comunisti, alcuni pacifisti, persino leghisti e – da ultimi – alcuni grillini. Ma com’è potuto succedere?». Non vorrei passare per quello che “la sa più lunga degli altri”, anche perché non è così, purtroppo; e tuttavia devo confessare che la cosa “paradossale” denunciata da Declich non mi sorprende affatto, tutt’altro. Come ho scritto negli ultimi post dedicati al cosiddetto populismo, gli estremi si toccano quando essi insistono sullo stesso piano – o terreno di classe, nella fattispecie. La metafora geometrica mi sembra abbastanza chiara. Fascisti e cosiddetti “comunisti” (in realtà si tratta di vetero o “post” stalinisti, gente che in ogni caso non ha nulla a che fare con l’autentico comunismo) condividono lo stesso terreno di classe (borghese/capitalista/imperialista), come sempre al netto di fraseologie “anticapitaliste” e “antimperialiste” che possono convincere solo qualche sprovveduto in materia di Capitalismo e di Imperialismo.

La tifoseria fascio-stalinista pro Assad e pro Putin, e lo stesso silenzio del cosiddetto Movimento Pacifista, così sensibile quando a bombardare e a massacrare in giro per il mondo sono stati gli Stati Uniti d’America, si spiegano benissimo con la tradizione antiamericana che nel nostro Paese è stata forte tanto a “destra” quanto – certo, soprattutto – a “sinistra”. Ancora prima della Seconda guerra mondiale molti fascisti, stalinisti e cattolici polemizzavano con lo stile di vita americano, e individuavano negli USA il cuore di quel demoniaco capitalismo «liberista-selvaggio» che ben presto avrebbe provocato il tramonto definitivo dei tradizionali valori prodotti dalla Civiltà europea. Mutatis mutandis, per certi personaggi siamo ancora a questo punto.

Per quanto riguarda l’attuale mutismo del “Movimento Pacifista”, mi limito a ricordare che è dagli anni Cinquanta che esso subisce la cattiva egemonia di partiti (a cominciare dal PCI di Togliatti) e di gruppi politici (la cosiddetta “estrema sinistra”) che nel pessimo mondo vedevano in opera un solo imperialismo – inutile specificare quale.

Scrive Marco Santopadre su Contropiano: «Ovviamente, al di là delle dichiarazioni di circostanza dei governi siriano e russo, sono numerosi i civili rimasti uccisi nelle ultime settimane sotto le bombe sganciate dai caccia o i colpi di mortaio sparati dai cosiddetti ribelli che hanno tentato di ritardare la loro sconfitta rifugiandosi negli edifici, nelle scuole, negli ospedali e nelle moschee. Quella siriana, d’altronde, è una guerra civile atroce, combattuta casa per casa, strada per strada. In una guerra del genere che coinvolge grandi città, non è pensabile che la popolazione civile non venga massicciamente colpita». Si sa, la «guerra civile» non è un pranzo di gala, «non è pensabile che la popolazione civile non venga massicciamente colpita»: cerchiamo di essere realisti! «Non posso andarmene da Aleppo perché faccio parte del personale medico e questo vuol dire che agli occhi del regime sono un terrorista», racconta un infermiere al quotidiano britannico The Guardian. È la «guerra civile», bellezza! E poi, perché rilasciare simili dichiarazioni a un quotidiano occidentale che fa parte del mainstream mediatico venduto ai poteri forti occidentali?

«Ma salta agli occhi», continua Santopadre, «la intollerabile partigianeria delle versioni diffuse dai media e dalle classi politiche occidentali. Se le conseguenze sui civili degli attacchi e dei bombardamenti su Aleppo o prima su altre città da parte delle truppe siriane o delle forze russe vengono fedelmente riportate e spesso anche amplificate, le vittime degli analoghi raid compiuti dai caccia statunitensi o francesi o britannici o dalle artiglierie turche vengono sistematicamente ignorate, e scompaiono dalle cronache. […] Se è vero che una parte della popolazione di Aleppo ha reagito con terrore e preoccupazione all’ingresso nei quartieri orientali delle truppe siriane e degli alleati russi, iraniani e libanesi, temendo ritorsioni per aver collaborato con i jihadisti o aver apertamente parteggiato per loro, è altrettanto vero che una parte consistente degli abitanti della seconda città del paese è scesa in strada a festeggiare la tanto attesa liberazione. Perché sostiene il regime, perché ritiene il regime il male minore rispetto al terrore jihadista, perché spera semplicemente che la Siria possa tornare presto alla normalità dopo anni di scontri feroci, di morti, di distruzioni. Ancora: è possibile dar credito alla versione secondo cui i bombardamenti russi su Aleppo causino sempre vittime tra i civili mentre quelli statunitensi su Mosul o Raqqa si limitino a eliminare, “chirurgicamente”, i capi di Daesh senza colpire coloro di cui i jihadisti si sono circondati per ritardare l’avanzata dei nemici?». In buona sostanza, secondo Santopadre per combattere la propaganda dei «media mainstream occidentali», che «occultano sistematicamente le notizie non conformi», bisogna prendere per buona la propaganda orchestrata dal regime siriano e dalla Russia (*). Come non inchinarsi dinanzi a questa stringente logica “antimperialista”? O si sta da una parte della «guerra civile», o si sta dall’altra: l’autonomia di classe non è nemmeno concepita in linea di principio. E ciò non mi stupisce affatto conoscendo certi polli.

Tra l’altro il nostro “antimperialista” non fa nemmeno un accenno al ruolo decisivo che il regime di Assad ha avuto all’inizio della crisi siriana deflagrata nel marzo del 2011, e «da subito tramutatasi in scontro armato indiretto tra un numero consistente di potenze locali e internazionali». Da subito? Scriveva Francesco Tronci nella sua interessante lettera al Popolo della sinistra: «Non c’era Daesh in Siria, non c’erano le armi, non c’era la guerra, non c’era neanche la richiesta di rovesciare il regime: i manifestanti chiedevano delle riforme, e solo dopo mesi di brutale repressione passarono dalla richiesta di riforme al chiedere la caduta di Assad. Non c’era perciò alcun elemento su cui fondare quella subdola propaganda che in seguito avresti usato contro la rivoluzione siriana. Non c’era niente di tutto questo, ma guarda caso non c’eri nemmeno tu. […]  Era il 2012 quando i governi d’Europa e il governo degli Stati Uniti, coloro che avevano i mezzi per supportare le forze progressiste, decisero di lasciare che la Siria bruciasse. Per anni i siriani hanno combattuto per la libertà contro questi barbari, per anni hanno chiesto un aiuto di base per assicurarsi che la libertà inizialmente conquistata nel 2011 dal movimento popolare pacifico potesse essere goduta fuori dalla portata della barbarie: di Assad e dei suoi barili bomba, dei gas mortali e del napalm; dell’Iran, con i suoi squadroni della morte, le sue milizie ed il suo costante flusso di soldi e armi; della Russia e della sua aviazione, dei suoi missili, i carri armati, il fosforo bianco e una diplomazia imperialista che consente il genocidio. Non arrivò nessuno ad aiutarli, nessuna solidarietà giunse in maniera organica dalla sinistra mondiale e da parte tua, popolo della sinistra, neanche quando la rivoluzione non aveva ancora imbracciato le armi e i manifestanti pacifici venivano massacrati dal regime, incarcerati, torturati». Sperare che l’imperialismo occidentale (europeo e americano) potesse correre in aiuto della «rivoluzione siriana» mi sembra quantomeno frutto di un pensiero politicamente ingenuo, né penso si possa parlare, in generale, delle cosiddette Primavere arabe nei termini di «rivoluzioni», cosa che ovviamente non implica (non ne vedo i minimi presupposti) sostenere i regimi contestati nelle piazze arabe né imputare al solito complotto targato USA-ISRAELE il malessere sociale della popolazione mediorientale. Sulla natura sociale delle Primavere arabe rimando ai miei post dedicati al tema (ad esempio: Si fa presto a dire “rivoluzione”, Teoria e prassi della “rivoluzione”. A proposito della “Primavera Araba”).  La lettera di Tronci è interessante soprattutto perché l’autore si sente parte di quel «popolo della sinistra» che sta dando un pessimo spettacolo «agli occhi della storia»: «Questa lettera che ho deciso di scriverti nasce da un moto impetuoso di indignazione e sconcerto.  […] Per questa ragione, popolo della sinistra, dovremmo tutti vergognarci». Naturalmente l’invito non mi riguarda, non avendo io mai fatto parte del «popolo della sinistra». Almeno questa vergogna mi sia risparmiata!

Scriveva il già citato Declich: «Possiamo discutere quanto vogliamo del comportamento degli americani in Siria, in Medio Oriente e nel mondo. Possiamo fare una storia dell’imperialismo americano, costellata di fatti terribili e intollerabili. Tuttavia dobbiamo aprire un altro capitolo, avendo sempre in mente che l’infamia di uno non cancella quella di un altro, e che non esistono imperialismi migliori degli altri. Esempio: radendo al suolo la Cecenia a partire dalla metà degli anni Novanta, Putin non ha combattuto contro l’imperialismo americano. Anzi, quando dovette finire il lavoro, all’inizio del nuovo millennio, lo si poteva vedere andare a braccetto con gli americani: tutto il mondo – e quindi anche i russi – diceva di fare la “guerra al terrore”. E ai russi fu dato semaforo verde in Cecenia. C’è chi, però, fa un ragionamento definito “campista”: si immagina che esista questo “Grande Imperialista americano” da sconfiggere, e che quindi tutti gli altri – cioè il campo opposto – siano i “buoni”, o che comunque servano la causa e dunque vadano bene. Nella realtà, però, questi campi non esistono». In realtà esiste un solo grande (quanto il nostro pianeta) e disumano campo: quello degli interessi economici, politici e geopolitici che fanno capo alle classi dominanti e ai loro Stati nazionali, piccoli o grandi che siano. «Non c’è più patria; da un polo all’altro non vedo nient’altro che tiranni e schiavi» (Diderot).

Solo dei servi sciocchi possono scindere – nella loro testa – il campo imperialista in Paesi “buoni”, o comunque “meno cattivi”, e Paesi decisamente “cattivi”, e decidere di appoggiare “tatticamente” i primi contro i secondi, credendo che questo sia il solo realistico modo di “fare politica”. Non c’è dubbio, così si fa politica: la politica delle classi dominanti, degli Stati, delle Potenze, degli imperialismi, grandi o piccoli che siano. La politica di chi si oppone all’imperialismo unitario (il campo che “ospita” la contesa interimperialistica) è ovviamente enormemente più difficile, e oggi essa appare perfino irrealistica, talmente forti sono le classi dominanti in tutto il mondo e tragicamente deboli le classi subalterne.

Non ho dunque messaggi di speranza per un “pronto riscatto” da comunicare al mondo? Oggi no. A volte è meglio non mettere nemmeno un po’ di zucchero nell’amara bevanda offertaci gentilmente dalla vita, e apprezzare per intero la condizione di impotenza politico-sociale che caratterizza la nostra, pardon: la mia esistenza.  (Non voglio coinvolgere nessuno nel mio pessimismo). Lo so che a Natale si può dare di più, ma pure  l’autoinganno ha i suoi limiti. Per acquistare un po’ di speranza a basso costo ci si può sempre rivolgere a Papa Francesco, o, male che vada, al “Campo Antimperialista”. Sic!

(*) Un solo esempio: «Chi chiede una tregua in Siria vuole in realtà “dare una possibilità” ai miliziani di respirare ed essere riforniti di armi, ha accusato senza mezzi termini il ministro degli Esteri di Mosca Sergej Lavrov sostenendo che il blitz di Daesh a Palmira sarebbe stato reso possibile dalla tregua de facto concessa dalla coalizione internazionale a guida statunitense ai jihadisti di Mosul. Ieri il portavoce del ministero della Difesa russo, generale Igor Konashenkov, aveva dichiarato che ad Aleppo “nelle zone orientali sono state tenute come scudi umani dai terroristi più di 100 mila persone. Tutte queste, nel più breve tempo possibile, sono state evacuate dalla zona e hanno raggiunto le zone controllate dal governo siriano, ottenendo aiuto reale e cibo”» (M. Santopadre). Che brava gente! Altro che imperialismo russo!

CUCINARE LENIN IN SALSA SOVRANISTA. SIGNORI, LA CIOFECA È SERVITA!

lenin-cat1Contrapporre Lenin, anche solo in guisa di mostruosa mummia crudelmente esposta nel noto mausoleo moscovita, alle «sinistre» in generale e alla Presidente della Camera Laura Boldrini in particolare è una bizzarra idea che poteva maturare solo nella dialettica testa di un autentico “marxista”, ancorché sedicente “ultimo”. Alludo forse al filosofo più telegenico d’Italia, nonché appunto «ultimo marxiano», come da rubrica, Diego Fusaro? Ovviamente! Leggiamo dunque una perla storico-dialettica di rara bellezza uscita dal suo fecondo cervello: «Nel tempo del sovrano disinteresse per la condizione del lavoro e per i diritti sociali, la sinistra pare essersi reinventata come sinistra arcobaleno dei diritti civili [rispetto a questa cianfrusaglia piccolo-borghese il Virile Vladimir Putin è cosa assai più seria!] e dell’Europa senza se e senza ma. Ma siamo davvero sicuri che l’idea degli Stati Uniti d’Europa sia emancipativa, progressiva e di sinistra? Proviamo a chiederlo a un autore che certo di destra non era e che sarebbe pure difficile liquidare come nazionalista o in odore di fascismo [excusatio non petita, accusatio manifesta?]. Alludo a Lenin, l’eroe della Rivoluzione bolscevica e del comunismo storico novecentesco» (1). Segue citazione leniniana tratta da un celebre (presso i cultori della materia, si capisce) scritto dell’agosto 1915: Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa (2). Ora, accostare l’uomo di Simbirsk alle «sinistre» (da Varoufakis a Laura Boldrini, da Lafontaine a Fassina, da Corbyn a… Fusaro), anche solo in forma strumentale, ossia per criticarne gli esponenti più illustri, ha un solo atomo di senso? A mio avviso ciò può avere un solo senso: quello di metterci nelle condizioni di comprendere l’idea di “sinistra” che hanno in testa Fusaro e gli intellettuali “marxisti” di analogo (pessimo!) conio politico-ideologico. Ma nel momento in cui perfino un Alfredo Reichlin può impunemente scrivere sul giornale fondato da Matteo Renzi (L’Unità) i passi che seguono: «Ebbene sì, Enrico Berlinguer era comunista. Ma c’è di peggio. C’è gente come me che non solo era comunista, lo è ancora»; se le cose stanno così, nessuno, nemmeno Vladimir Il’ic in persona, può impedire al personaggio non di rado preso di mira su questo modesto blog le corbellerie storico-politiche che ama propinare sul mercato delle ideologie.  Ma sì, arruoliamo pure l’internazionalista Lenin nella campagna antieuropeista a difesa dello Stato nazionale (borghese)!

Ma cosa scriveva nel pieno della Grande Guerra il capo bolscevico a proposito dell’ultrareazionaria parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa? Leggiamo qualche passo tratto dall’articolo citato sopra: «Gli Stati uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari. Il capitale è divenuto internazionale e monopolistico. […] In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico né delle singole aziende, né dei singoli Stati. In regime capitalistico non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, all’infuori della crisi economica nell’industria, e della guerra nella politica. Certo, fra i capitalisti e fra le potenze sono possibili accordi temporanei. In tal senso sono anche possibili gli Stati uniti d’Europa, come accordo fra i capitalisti europei… Ma a qual fine? Soltanto al fine di schiacciare tutti insieme il socialismo in Europa per conservare, tutti insieme, le colonie usurpate, contro il Giappone e l’America che sono molto lesi dall’attuale spartizione delle colonie e che nell’ultimo cinquantennio si sono rafforzati con rapidità incomparabilmente maggiore dell’Europa arretrata, monarchica, la quale incomincia a putrefarsi per senilità. In confronto agli Stati Uniti d’America, l’Europa, nel suo insieme, rappresenta la stasi economica. […] Gli Stati uniti del mondo (e non d’Europa) rappresentano la forma statale di unione e di libertà delle nazioni, che per noi è legata al socialismo, fino a che la completa vittoria del comunismo non porterà alla spartizione definitiva di qualsiasi Stato, compresi quelli democratici» (313-314). Per Lenin, dunque, il progetto “europeista” si collocava interamente nella dimensione degli interessi del Capitalismo europeo giunto nella sua fase imperialista: conservare le colonie, difendere lo status quo politico-istituzionale del Vecchio Continente, schiacciare il proletariato rivoluzionario, rafforzarsi nei confronti degli imperialismi concorrenti: Stati Uniti d’America e Giappone, in primis.

Osservo en passant che in una nota scritta alla fine dell’agosto 1915 Lenin puntualizza nuovamente come «la parola d’ordine reazionaria» degli Stati Uniti d’Europa significasse «un’alleanza temporanea delle grandi potenze d’Europa per una più efficace oppressione delle colonie e per la rapina del Giappone e dell’America, che si sviluppano più rapidamente» (3). Ora, volendo ragionare al modo di tante mosche cocchiere “antimperialiste” che ancora oggi si basano sul famigerato principio maoista del Nemico Principale, dovremmo concludere che allora Lenin sostenesse politicamente, in chiave tattica, l’imperialismo nippo-americano («Nemico secondario») contro l’Europa («Nemico principale»). Cosa che naturalmente farebbe scompisciare dal ridere anche la mummia di Lenin.

Ovviamente il rivoluzionario russo non era così teoricamente sciocco e politicamente così sprovveduto da pensare che la rivoluzione sociale proletaria potesse avere immediatamente una dimensione mondiale; proprio a causa dell’ineguale sviluppo capitalistico, «una legge assoluta del capitalismo» che detta i tempi – e impone il ritmo – al processo sociale considerato nella sua dimensione planetaria rende impossibile «il trionfo del socialismo» in tutti i Paesi, o quantomeno nei più importanti Paesi del mondo, “in simultanea”, e nemmeno nel corso di un breve arco di tempo. Certo, se poi la cosa dovesse realizzarsi nessun comunista griderebbe allo scandalo, questo è sicuro! Ma è sempre meglio attrezzarsi per il peggio, come testimonia peraltro la stessa esperienza rivoluzionaria europea di inizio Novecento culminata nell’Ottobre Rosso – poi, con lo stalinismo, diventato Russo, anzi: Grande-Russo.

Qualche mese fa un lettere di un mio post sulla Cuba castrista mi domandava (fra l’altro): «Dunque per te la rivoluzione o è mondiale o non è?». Ecco la mia risposta:

Anche per me la rivoluzione sociale anticapitalistica non può prescindere dall’ambito nazionale, necessariamente, perché la dimensione nazionale è un dato di fatto. La simultaneità della presa del potere su scala planetaria è un’ipotesi affascinante e bellissima, ma credo abbastanza utopistica. Penso anche che se la dimensione nazionale di una rivoluzione riuscita non viene superata quanto prima (e solo la prassi può stabilire la misura di questo tempo) la «costruzione del socialismo in un solo Paese» sia non un’utopia, ma un’idea ultrareazionaria buona solo a mistificare la realtà della sconfitta. Ogni riferimento alla controrivoluzione stalinista è del tutto voluto. La natura proletaria e socialista del Grande Azzardo leniniano non consistette, a mio avviso, nelle misure economico-sociali prese dai bolscevichi dopo l’Ottobre, quasi tutte rubricabili come provvedimenti da economia di guerra (questo fu in pratica il “Comunismo di guerra” sul terreno economico-organizzativo, come confesserà lo stesso Lenin nel 1921, in sede di bilancio critico) (4), ma nella dimensione internazionale di quella rivoluzione, nel porsi essa come avanguardia di un processo sociale rivoluzionario di respiro mondiale, o quantomeno europeo. La Russia come anello debole della catena imperialistica; la Rivoluzione Russa come scintilla che incendia il mondo: su queste basi Lenin architettò nel corso di molti anni e implementò con geniale tempestività il Grande Azzardo. Com’è noto, il mondo non prese fuoco. Ma ciò, sempre a mio avviso, non depone contro la Grande Scommessa; dimostra piuttosto che la rivoluzione sociale è un’equazione con moltissime incognite (5).

Lo scritto di Lenin sugli stati Uniti d’Europa è stato spesse volte chiamato in causa dagli stalinisti, e dallo stesso Stalin nel dicembre del 1924, se ricordo bene, per dimostrare – contro Trotskij (6) – come la tesi del Socialismo in un solo Paese fosse stata elaborata, o quantomeno evocata, per la prima volta da Lenin, il quale scriveva: «È possibile il trionfo del socialismo dapprima in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si porrebbe contro il resto del mondo capitalistico, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, infiammandole a insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro Stati» (7). Ora, qualsiasi cosa avesse in testa Lenin nel 1915 a proposito dell’organizzazione della produzione socialista in un solo Paese (e certamente allora egli non stava pensando alla capitalisticamente arretrata Russia, ma semmai alla Germania e all’Inghilterra), rimane il fatto che alla fine della Guerra Civile il comunista russo sosterrà la vitale necessità di una dolorosa «ritirata strategica», da sostanziarsi soprattutto in una Nuova Politica Economica che mettesse il proletariato russo nelle condizioni materiali, oserei dire fisiologiche, di resistere al potere in alleanza con i contadini poveri, in attesa di un nuovo ciclo rivoluzionario in Europa e nel mondo. La Rivoluzione d’Ottobre può essere valutata correttamente solo da un punto di vista internazionale.  La scommessa, al limite dell’impossibile, non andò a buon fine, e al posto della rivoluzione mondiale chiamata a soccorrere l’affamata, isolata e accerchiata Russia dei Soviet sarebbe arrivata la marea controrivoluzionaria che porta il nome di Stalin. Ma questa è un’altra storia – il cui maligno retaggio però continua a intossicare non poche teste.

Se, per mera (assurda?) ipotesi, qualche marxista, o perfino lo stesso Marx (che però non era, com’è noto, un marxista, esattamente come chi scrive!), prima del 1917 avesse coltivato l’idea del «Socialismo in un solo Paese», la prassi, la prova regina del materialismo storico, ha definitivamente tolto ogni pur debole fondamento a quell’idea sbagliata sul terreno della teoria critico-rivoluzionaria. La prassi controrivoluzionaria ha confermato in pieno la teoria rivoluzionaria.

Il materialista storico-dialettico Fusaro mette nella testa di Vladimir (si parla di Il’ic Ul’janov, non di Putin!) il concetto di nazione che lui ha nella sua testolina di intellettuale borghese, e così fa del comunista russo un sostenitore, uno sponsor di «un impiego emancipativo del concetto di nazione, non regressivo e reazionario». In primo luogo, se Lenin non avesse concepito (già un secolo fa!) la nazione, almeno la nazione come si configurava storicamente e socialmente nei Paesi capitalisticamente avanzati del suo tempo (ma anche nella Russia zarista, per la sua funzione storica di avamposto controrivoluzionario), nei termini di un concetto regressivo e reazionario, un concetto contrario alla lotta di emancipazione delle classi subalterne e dell’intera umanità, egli non avrebbe certo definito come imperialista, da ogni lato del fronte, la natura della Grande Guerra. Lenin oppose alla reazionaria parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa l’internazionalismo proletario, non un «concetto di nazione non regressivo e reazionario». Scriveva sempre Lenin: «L’Italia democratica e rivoluzionaria, cioè l’Italia della rivoluzione borghese che si liberava dal giogo austriaco, l’Italia del tempo di Garibaldi, si trasforma definitivamente davanti ai nostri occhi nell’Italia che opprime altri popoli, che depreda la Turchia e l’Austria, nell’Italia di una borghesia brutale, sudicia, reazionaria» (8).  Ecco come ragiona un autentico materialista storico: sul piano del progresso storico l’Imperialismo, in Italia e negli altri Paesi capitalisticamente sviluppati d’Europa e del mondo, attesta definitivamente, una volta per tutte, l’esaurimento della spinta propulsiva dell’epoca borghese, e ciò implica necessariamente che niente di storicamente progressivo (non diciamo di rivoluzionario) può più dare la borghesia nazionale nell’epoca del dominio totalitario (o globale) del Capitale sugli uomini e sulla natura. Altro che Nazione proletaria! Altro che Secondo Risorgimento! Altro che Nazionalismo di classe! Altro che Socialismo nazionale! Altro che… Benito Mussolini! Analogo discorso si può fare per la Seconda guerra mondiale.

In risposta al libro di T. Barboni Internazionalismo o nazionalismo di classe? (1915), Lenin scrisse che i veri socialisti «devono servirsi di ogni lotta allo scopo di smascherare e abbattere ogni governo, e in prima linea il proprio governo per mezzo dell’azione rivoluzionaria del proletariato internazionalmente solidale. Non c’è via di mezzo; in altre parole: il tentativo di prendere una posizione intermedia significa in realtà un passaggio camuffato dalla parte della borghesia imperialista» (9). Com’è noto, la mosca cocchiera (o «transfuga del partito operaio» secondo il Lenin del 1915) che si affermerà in guisa di Duce degli italiani all’inizio degli anni venti, alla fine del 1914 bollò la posizione internazionalista qui sintetizzata da Lenin (e sostenuta dall’estrema sinistra del PSI) come il frutto di un socialismo parolaio che non sapeva fare i conti con la storia, e che quindi era condannato al più impotente dei settarismi. Contro la «barbarie teutonica» l’ex massimalista di Predappio difendeva «un impiego emancipativo del concetto di nazione, non regressivo e reazionario».

In secondo luogo, la dimensione nazionale a cui alludeva Lenin nello scritto sull’Europa era quella segnata dalla rivoluzione proletaria vittoriosa, non la dimensione caratterizzata dal dominio capitalistico. Quando parla di nazione e di Stato nazionale Fusaro rimane sempre nel vago, usa formule ambigue (10) prese a prestito quasi sempre da Gramsci: non si capisce se sta parlando dello Stato nazione borghese, o dello Stato di nuovo conio che sorge in quanto «dittatura rivoluzionaria del proletariato», secondo la nota formulazione marxiana. Scrive Fusaro: «Come dirà Gramsci, nei Quaderni del carcere, la prospettiva deve certo essere internazionalista (l’emancipazione dell’umanità), ma il punto di partenza dev’essere nazionale». Su questo punto io cito l’internazionalista di Treviri: «Lassalle aveva considerato il movimento operaio dal più angusto punto di vista nazionale, in contrasto con il Manifesto comunista e con tutto il socialismo precedente. Lo si segue in questo e proprio dopo l’attività dell’Internazionale! Si comprende da sé che per poter, in genere, combattere, la classe operaia deve necessariamente organizzarsi nel proprio paese, in casa propria, come classe, e che l’interno di ogni paese è il teatro immediato della sua lotta. Per questo la sua lotta di classe è nazionale, come dice il Manifesto comunista, non per il contenuto, ma per la sua “forma”. Ma l’ambito dell’odierno Stato nazionale, per esempio del Reich tedesco, si trova a sua volta, economicamente, nell’ambito del mercato mondiale, e politicamente “nell’ambito del sistema degli Stati”. […] L’intero programma , malgrado tutte le chiacchiere democratiche, è appestato completamente dalla fede del suddito, proprio della setta di Lassalle, verso lo Stato o, cosa non certo migliore, dalla fede democratica nei miracoli, oppure è piuttosto un compromesso tra queste due specie di fede nei miracoli, ugualmente lontane dal socialismo» (11). Avete capito adesso chi è il vero teorico dei socialsovranisti, da Stalin in poi? State forse pensando allo statalista Lassalle? Allora pensate bene! Il fatto che la stragrande maggioranza delle persone, di “destra” come di “sinistra”, associa il “socialismo” con il Capitalismo di Stato ci dà la misura del successo politico di Lassalle, camuffato con la barba del mangia crauti tedesco (12).

«Io non sto con i buoni. Io sto con i cattivi. Io non sto con gli Stati Uniti di Obama ma con la Russia di Putin, e anche l’Europa dovrebbe stare con il “cattivo” Putin. Il mondo ha bisogno di una Russia geopoliticamente forte e militarmente autonoma. L’Europa dovrebbe guardare alla Russia per contenere l’imperialismo americano, per appoggiare i Paesi che vi si oppongono, per frenare il dilagare dell’economia capitalistica di stampo americano. Ma l’Europa oggi non esiste nemmeno geograficamente; esiste solo l’euro» (13). Geopoliticamente parlando l’Europa non esiste: che peccato! Ma un momento: questo significa che degli Stati Uniti d’Europa cattivi, geopoliticamente forti e militarmente autonomi, ossia di stampo rigorosamente antiamericano, andrebbero bene a Fusaro? Giuro, non l’ho ancora capito! Per una mia congenita indigenza dialettica, probabilmente.

In effetti, l’intellettuale che dalla gabbia televisiva recita il ruolo del “rivoluzionario” duro e puro per una platea assetata di sangue “castale” e neoliberista sembra avere occhi solo per un imperialismo (quello statunitense/Occidentale), solo per un’economia sfruttatrice (quella di stampo anglosassone), solo per una cultura omologata e omologante (quella statunitense/Occidentale). Evidentemente egli ritiene più “umani” e “progressivi” l’imperialismo, il capitalismo e la cultura dei Paesi concorrenti degli Stati Uniti. Insomma, qui ci troviamo dinanzi al solito antiamericanismo camuffato da antimperialismo che sa fare politica e geopolitica, che è in grado di fare i conti con la realtà qual è, e non come taluni dottrinari vorrebbero che fosse. Peccato che sia una capacità politica messa interamente al servizio dell’imperialismo che contende agli Stati Uniti il dominio, o quantomeno l’egemonia sull’intero pianeta. L’operazione politica di non pochi putinisti di “sinistra” (perché ci sono anche quelli di “destra”) è oltremodo chiara: mettere l’internazionalista Lenin al servizio dell’imperialismo russo, assetato di rivincita dopo i disastri dell’Unione Sovietica. Cucinare Lenin in salsa putiniana: la ciofeca è servita!

«La vera prospettiva internazionale è quella che non annulla le specificità universali sotto il segno del capitale e della sua uniformazione planetaria: è, invece, quella che unifica mantenendo le specificità nazionali e culturali, facendo sì che i popoli siano fratelli e democratici, liberi e solidali. Per queste ragioni, oggi più che mai, con Lenin bisogna ripetere senza tema di smentita che “la parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa è sbagliata”» (14). Almeno fino a quando essa non sarà lanciata contro gli Stati Uniti d’America: sbaglio? Che significa, poi, mantenere le «specificità nazionali e culturali»: di quali nazioni e di quale cultura si sta parlando? «Che i popoli siano fratelli e democratici, liberi e solidali»: qui poi siamo in piena retorica veterostalinista! Quando un Tizio dice di voler stare con la Russia di Putin (o con l’America di Obama, con la Germania della Merkel, con la Cina di Xi Jinping, con il Venezuela chavista, e così via), e magari difende le ragioni del noto macellaio di Damasco, e poi, come se niente fosse, mi parla di “socialismo”, di “libertà” e di “umanità”, beh io non posso fare a meno di tirare fuori la metaforica pistola: come diceva il compagno Totò, anche il mio limite ha una pazienza!

«Lenin», ci spiega ancora Fusaro, «sta dicendo che la lotta contro l’internazionalismo deve essere lotta all’interno dello Stato nazionale: non per santificare lo Stato nazionale, bensì per fare sì che da singoli Stati nazionali liberati dal capitale si passi gradualmente a un’universalizzazione del socialismo, mediante la lotta di questi Stati contro il regime del classismo planetario». Ecco, questo lo dice appunto Lenin, sempre al netto delle ambiguità fusariane intorno allo Stato nazionale. Ecco cosa invece dice Fusaro in quanto Fusaro: «È il culmine del dominio usurocratico del capitale, che con il debito impone la schiavitù e nuove radicali forme di classismo, delle quali la Grecia è un laboratorio a cielo aperto. È il sistema che distrugge il pur residuale [sic!] primato del politico sull’economico, primato garantito dalla forma Stato [borghese, aggiungo io per mera pignoleria]. Seguitando con Lenin [ci risiamo!], gli Stati Uniti d’Europa si sono realizzati, appunto, da Maastricht a Lisbona, “come accordo fra i capitalisti europei” con il tacito accordo di schiacciare non solo “il socialismo in Europa”, ma anche le residue forme di democrazia esistenti nel quadro del vecchio e certo perfettibile [all’infinito!] Stato sovrano nazionale» (borghese). Non è che citando Marx e Lenin nel contesto di una riflessione centrata sulla difesa dello Stato nazionale (borghese, lo Stato nazionale del XXI secolo, epoca del tardo imperialismo), questa riflessione diventa, chissà per quale strana magia, meno ultrareazionaria. Questo modo di fare può forse impressionare qualche intellettuale sinistrorso ossessionato dal «pensiero unico neoliberista» ma non certo chi si sforza – almeno ci tenta!  – di elaborare un’autentica posizione anticapitalistica, di praticare l’autonomia di classe come sa, tutte le volte che può, nei modi che la contingenza rende possibile.

A proposito, con «il socialismo in Europa» che sarebbe stato schiacciato dagli Stati Uniti d’Europa «da Maastricht a Lisbona» si allude forse al cosiddetto «Socialismo reale» di marca russa? Lo so, la domanda suona fortemente retorica, visto che Fusaro è fra i non pochi (compresi molti geopolitici occidentali) che rimpiangono il precedente assetto imperialistico del mondo chiamato Guerra Fredda (15).

«Quello che mi piace di Tsipras, diversamente da una certa sinistra nostrana, è la capacità d’intrecciare la lotta classica contro il capitale transnazionale finanziario per l’emancipazione a una lotta per la sovranità nazionale democratica» (16). Così parlava il nostro filosofo il 26 agosto scorso, cioè prima che il leader greco portasse a compimento il suo “tradimento” accettando (per pavidità? per opportunismo? per realpolitik?) gli ignobili diktat dei famigerati “poteri forti” transnazionali. In buona sostanza, per Fusaro Lenin e il Tsipras dell’ Oxi stanno, mutatis mutandis, sullo stesso terreno politico: quello della “vera sinistra”; i due personaggi condividerebbero, sempre mutatis mutandis,  la stessa prospettiva strategica: la rivoluzione sociale anticapitalistica in vista della comunità senza classi. Naturalmente nell’ambiente mediatico, culturale e politico che abitualmente frequenta il Nostro a nessuno verrà mai in mente di chiedergli: «Scusi, ma lei sostiene queste cose per scherzare, per farci ridere, per prenderci in giro oppure crede davvero in quel che dice?». Ci crede, ci crede, eccome se ci crede! Un’altra perla fusariana: «Sempre citando Lenin, in forma variata, oggigiorno solo lo Stato può essere rivoluzione, perché è il solo capace, potenzialmente, di imporre politiche di sviluppo e distributive senza dover chiedere il permesso alla Finanza internazionale». Più che «in forma variata», Fusaro cita Lenin in forma avariata. Infatti, lo Stato di cui egli parla è lo Stato attuale, lo Stato come Leviatano posto a difesa dei vigenti rapporti sociali; ciò che per lui rappresenta, almeno «oggigiorno», la «rivoluzione» è il Capitalismo di Stato (o «socialismo nazionale», socialnazionalismo, come si chiamava una volta). Mi stupisco? Mi indigno? Trasecolo? Mi arrabbio? Ma nemmeno un poco! È una vita che faccio i conti con stalinisti e statalisti d’ogni risma e colore.

Quando gli intellettuali “marxisti” cianciano di “rivoluzione”, di “lotta di classe”, di “comunità umana”, di “anticapitalismo” e quant’altro, per capire l’autentico significato del loro discorso bisogna fare la dovuta tara alle parole che usano, le quali normalmente celano una sostanza che chiamare escrementizia è ancora poco. Un ultimo esempio: «Credo nel primato della politica e dello Stato [borghese!] sull’economia. Un ritorno a una valuta nazionale sia in Grecia come in Italia sarebbe un modo per riaffermare il potere sovrano dello Stato» [borghese]. Solo dei raffinati dialettici possono afferrare la sostanza “internazionalista” e “umanista” in un discorso che prima facie appare grettamente e odiosamente nazionalista.

«Il sacro dogma degli Stati Uniti d’Europa», lamenta Fusaro, «da qualche tempo è diventato la nuova bandiera delle sinistre, un cliché indiscutibile, sottratto a ogni agire comunicativo habermasiano e a ogni dialogo socratico: di più, chi osi anche solo metterlo in discussione sarà puntualmente silenziato e diffamato con le categorie di reazionario e nazionalista» (17). Personalmente credo che si possa dare tranquillamente, e con un certo fondamento “scientifico”, del reazionario nazionalista al filosofo ingabbiato anche senza conoscere né l’«agire comunicativo habermasiano», qualunque significato si voglia attribuire a questa sofisticata  locuzione, né il dialogo socratico. Lo dico sapendo peraltro che con me il simpatico “ultimo marxiano” non corre il rischio né di essere silenziato né di essere diffamato: purtroppo non sono un assiduo frequentatore di talk show televisivi. Mannaggia!

(1) D. Fusaro, Lettera 43, 27 ottobre 2015.
(2) Lenin, Opere, XXI, p. 311, Editori Riuniti, 1966.
(3) Lenin, Opere, XXI, p. 315.
(4) Nell’ottobre del ’21, presentando al Partito La Nuova Politica Economica, Lenin ammise con la consueta franchezza la grande illusione nella quale i bolscevichi vissero durante tutto il periodo precedente: «In parte sotto l’influenza dei problemi militari e della situazione apparentemente disperata nella quale si trovava la repubblica noi commettemmo l’errore di voler passare direttamente alla produzione e alla distribuzione su basi comuniste. […] Non posso affermare che noi allora ci raffigurassimo questo piano con così grande precisione ed evidenza; comunque, agimmo press’a poco in questo senso. Disgraziatamente è così» (Lenin, La Nuova Politica Economica e i compiti dei centri di educazione politica, Opere, XXXIII, p. 48, opere, 1967). Scriveva  sempre Lenin in un opuscolo del 1918 (Sull’economia russa contemporanea ): «Nessun comunista, credo, ha più contestato che l’espressione “Repubblica socialista sovietica” significa che il potere dei Soviet è deciso a realizzare il passaggio al socialismo, ma non significa affatto che riconosca come socialisti i nuovi ordinamenti economici» (i passi saranno ripresi dallo stesso autore nell’importante discorso Sull’imposta in natura, 1921,  p. 310, Opere, XXXII, 1967).
Come ricorderà Lukács nel 1967, nella Postilla all’edizione italiana del suo saggio su Lenin del 1924, «Già prima dell’ottobre 1917 Lenin previde giustamente che nella Russia economicamente arretrata era indispensabile una forma di transizione del tipo della futura NEP. Tuttavia la guerra civile e gli interventi imposero ai soviet di ricorrere al cosiddetto “comunismo di guerra”. Lenin si piegò alla necessità dei fatti, senza però rinunciare alla sua convinzione teorica. Egli attuò al meglio tutto il “comunismo di guerra” che la situazione imponeva, ma, a differenza della maggior parte dei suoi contemporanei, senza riconoscere neppure per un istante nel comunismo di guerra la vera forma di transizione al socialismo; era fermamente deciso a tornare alla linea teoricamente giusta della NEP, appena la guerra civile e gli interventi [militari] fossero finiti. In entrambi i casi non si comportò né da empirista né da dogmatico, ma da teorico della prassi, da realizzatore della teoria» (G. Lukács, Lenin, Unità e coerenza del suo pensiero, p. 124, Einaudi, 1967).
(5) Nel caso di specie, la più grande incognita fu rappresentata dai contadini. «Non per niente i radicali russi chiamavano il contadino la sfinge della storia russa» (L. Trotskij, La rivoluzione permanente, 1929, p. 77, Einaudi, 1975 ). Sul ruolo ambivalente (contraddittorio) giocato nella Rivoluzione d’Ottobre dai contadini rinvio al mio studio Lo scoglio e il mare.
(6) «È utile ricordare qui la distinzione trotskiana tra Stato operaio e società socialista. Lo Stato operaio sorge non appena il potere politico è stato strappato alle vecchie classi dominanti, emerge dalla stessa vittoria della rivoluzione. la società socialista è lo stadio conclusivo di un processo, ed è appunto questo stadio che non può essere raggiunto se non infrangendo il quadro angusto degli Stati nazionali. E dalla proposizione teorica derivano implicazioni politiche concrete. Dall’affermazione della possibilità della costruzione del socialismo in un paese solo e, più tardi, dalla presunzione che l’obiettivo fosse stato raggiunto, discendeva che compito essenziale di tutto il movimento operaio e dell’Internazionale era la difesa dello Stato sovietico. Dalla tesi trotskiana discendeva, invece, che compito primario era lo sviluppo della rivoluzione su scala mondiale e che a questo fine la difesa degli interessi dello Stato sovietico doveva essere subordinata. A Trotskij l’utopia risibile di una rivoluzione contemporanea su scala mondiale o continentale non gli può essere in alcun modo attribuita» (L. Maitan, Introduzione a La rivoluzione permanente di Trotskij, pp. XIX-XX). In compenso, si può accusarlo di intelligenza con il Capitalismo mondiale, con l’imperialismo, con il fascismo, con il nazismo (salvo Patto Ribbentrop-Molotov, si capisce), e magari poi spettinargli i capelli con un bel colpo di piccozza, giusto per estirpare definitivamente dalla sua testa traditrice la mala pianta del… trotskismo.
(7) Lenin, Sulla parola d’ordine…, p. 314.
(8) Lenin, Imperialismo e socialismo in Italia, 1915, Opere, XXI, p. 327.
(9) Ibidem, p. 331.
(10) Del genere: «Il concetto di comunità umana deve esprimersi non attraverso l’internazionalismo [e questo è chiarissimo!], ma attraverso comunità locali specifiche» (e questo è meno chiaro, diciamo). Più che marxismo, più o meno (a)variato, qui parlerei di supercazzolismo comunitarista.
(11) K. Marx, Critica al programma di Gotha, 1875, pp. 45-56, Savelli, 1975.
(12) Scriveva E. Franceschini qualche giorno fa su Repubblica: «Nelle librerie d’Inghilterra c’è una nicchia che all’improvviso vende benissimo: quella specializzate in opere di Marx, saggi sull’anarchia, testi sulla storia del movimento operaio. Il Times lo descrive come un’esplosione di interesse per i libri di sinistra, collegando il fenomeno alla “Corbynmania”: il fervore per un progressismo più radicale e per i suoi valori tradizionali, alimentato dalla recente elezione di Jeremy Corbyn, per trent’anni inascoltata primula rossa del suo partito, a nuovo leader del Labour, a cui ha imposto una sterzata rispetto al riformismo di Tony Blair e anche alla linea dei suoi successori Gordon Brown e Ed Miliband. […] Nuovi clienti, in particolare giovani, richiedono autori che erano stati a lungo messi da parte; e le presentazioni di libri su questi argomenti registrano di colpo il tutto esaurito. […] Un simile revival potrebbe rendere orgoglioso Karl Marx [come no!], che a Londra morì e vi è sepolto. Ma proprio attorno alla sua tomba è scoppiata in questi giorni una polemica, riportava ieri l’edizione europea del Wall Street Journal. Il piccolo cimitero di Highgate dove giace il padre del comunismo è privato, non pubblico; e i gestori fanno pagare 4 sterline (circa 5 euro e mezzo) d’ingresso ai visitatori che vanno a scattare foto o deporre fiori sulla lapide con la scritta “proletari di tutto il mondo unitevi”. I responsabili sostengono che quei soldi servono a coprire le spese per tenere in ordine il cimitero, ma qualche associazione di sinistra contesta la procedura come un modo indebito di fare soldi sul marxismo [presto, datemi un martello!]. Sarebbe piaciuto al nemico del capitalismo, ironizza il quotidiano di Wall Street, un simile commercio sul suo sepolcro?». Ma la domanda che, anche qui, deve porsi chiunque abbia un minimo di sale in zucca è un’altra, questa: che cavolo ci azzecca l’ultrareazionario (e ultra scialbo) Corbyn con il comunista di Treviri? Che senso ha leggere Marx, o un altro rivoluzionario (anche borghese: un Robespierre, ad esempio), alla luce della “teoria” e della prassi di un Corbyn? Può avere un solo significato, quello di addomesticare lo Spettro, di ridurlo in guisa di vecchio leone da zoo: spelacchiato, sdentato, fiaccato dalla noia, incapace di ruggire mentre in compenso sbadiglia per tutto il giorno. Meglio, molto meglio, l’oblio!  Associare in qualche modo Marx al nuovo leader laburista inglese la dice lunga sul cattivo mondo in cui viviamo; un mondo totalmente incapace non solo di “fare” la rivoluzione sociale ma anche semplicemente di pensarla. E così all’ubriacone tedesco possiamo fargli recitare come se nulla fosse la parte del nonno degli ultrareazionari chiamati progressisti (o “socialisti”, o financo “marxisti”). Si, datemi un martello! «Che cosa ne vuoi fare?». Beh, per iniziare potrei distruggere il Santo Sepolcro di Londra, e poi magari fare una capatina a Mosca… Iconoclasta, sono!
(13) D. Fusaro, da La Gabbia, 16 settembre 2015.
(14) D. Fusaro, Lettera 43, 27 ottobre 2015.
(15) «La Russia in Siria ci riporta alla Guerra Fredda, per fortuna. Dalla dissoluzione dell’Urss, l’Onu e la cosiddetta comunità internazionale hanno sostenuto interventi “umanitari” contro i governi legittimi, con risultati disastrosi. La mossa di Putin può anticipare un sano ritorno al multilateralismo e alla tutela dello Stato sovrano» (C. Moffa, Limes, 26 ottobre 2015). Sì, compagni e amici, visto che oggi non possiamo fare la rivoluzione sociale mondiale simultanea, non ci rimane che lottare affinché il mondo abbia non un solo poliziotto, ma molti poliziotti; non un solo padrone, ma molti padroni. È la politica del “male minore” in vista di “equilibri sociali più avanzati”.
(16) Intervista di A. De Alberi a D. Fusaro, Lettera 43, 26 agosto 2015.
(17) D. Fusaro, Lettera 43, 27 ottobre 2015.

LA SINDROME DI MONACO

russiForse mai come nel caso di specie un accordo di pace, o di tregua, ha ricevuto un’accoglienza tanto fredda da parte di quasi tutti gli osservatori di politica internazionale. Se c’è stato un barlume di ottimismo, esso è durato davvero poco. Già venerdì i maggiori quotidiani europei e statunitensi mostravano di non avere dubbi nell’additare Putin come il vero vincitore del summit di Minsk. «Alla fine, è lui che vince», titolava Libération venerdì scorso. E non a torto. Sulla performance bielorussa di Angela Merkel i pareri dei commentatori sono invece discordi: alcuni la coinvolgono nel generale disastro della (inesistente) politica estera europea, altri all’opposto ne rimarcano l’accresciuta forza, anche a scapito dell’alleato statunitense. Ad esempio, Gian Enrico Rusconi, uno dei più quotati germanisti del nostro Paese, è disposto a concedere altro credito alla Cancelliera di Ferro: «L’Europa si trova esposta e in serie difficoltà lungo tutto il suo confine geopolitico orientale e sudorientale. Dall’Ucraina, alla Libia, passando per la Grecia. Tre crisi di natura e gravità molto diverse ma micidiali nel loro convergere. Mostrano impietosamente la fragilità politica dell’Unione europea nel farvi fronte. Forse che la Germania della Merkel può porvi qualche rimedio? Per fortuna dunque c’è la Germania della cancelliera Merkel?» (La Stampa, 15 febbraio 2015). La risposta di Rusconi è problematicamente positiva.

Detto en passant, l’opinionista della Stampa fa molto bene a mettere insieme quelle tre crisi, non solo perché esse in qualche modo convergono su un identico punto di caduta, mettendo alla prova l’hegeliana legge dialettica della quantità che, superato il punto critico, determina nella cosa un salto qualitativo; ma soprattutto perché quelle crisi sorgono sulla base di un sistema sociale che ormai abbraccia l’intero pianeta e che è attraversato da contraddizioni e conflitti sempre più intensi e profondi. Basti pensare alla genesi recente della crisi libica: i raid aerei francesi contro il regime di Gheddafi nel marzo 2011. Oggi Romano Prodi inveisce contro la «sconsiderata» iniziativa di Sarkozy, appoggiata obtorto collo anche dal riluttante Berlusconi, ma allora dal fronte antiberlusconiano fu tutto un fiorire di commenti sarcastici su un Cavaliere Nero azzoppato anche sul fronte geopolitico. Adesso, la minaccia dello Stato Islamico portata al cuore dell’«Occidente Crociato» offre al Belpaese l’occasione per riprendersi dallo scacco subito dai cugini d’Oltralpe e difendere in modo più attivo (militare) i suoi vitali interessi economici e geopolitici.

Anche il civettare di Tsipras con la Russia e con la Cina in funzione antitedesca legittima, a mio avviso, la trinità critica (Ucraina, Libia e Grecia) proposta da Rusconi. Si tratta, infatti, di un civettare che trasuda mistificazione e violenza da tutti i pori. Checché ne dicano i tifosi italioti del nuovo governo greco.

In generale, il processo sociale capitalistico scuote tutto il pianeta, mettendo in crisi i vecchi equilibri sistemici sia nelle aree più sviluppate, sia in quelle meno sviluppate: vedi le cosiddette “Primavere Arabe”. Si entra in crisi sia per “troppo capitalismo”, sia per “troppo poco capitalismo”, secondo la legge dell’ineguale sviluppo del Capitalismo che qui è sufficiente evocare. Ma ritorniamo al summit di Minsk.

Alla fine, l’«irresponsabile» politica del fatto compiuto praticata dal Presidente russo avrebbe prevalso sulle indecisioni e sulle divisioni che minano il fronte occidentale, il quale dopo una debole resistenza diplomatica si sarebbe acconciato a un compromesso al ribasso a spese di Kiev – e, in prospettiva, di Varsavia e delle capitali baltiche. E questo, per pavidità, per opportunismo e per mancanza di una vera strategia unitaria. Anziché tenere duro e mostrare i muscoli, il solo linguaggio che lo Zar di Mosca sarebbe in grado di comprendere, l’Occidente avrebbe ancora una volta tradito i suoi valori nella vana illusione che una politica di appeasement con il nemico possa indurre questo a più miti consigli. Ma l’arrendevolezza eccita l’orso, anziché placarlo, e la fame, com’è noto, «vien mangiando»: quanto è grande la fame di “spazio vitale” di Vladimir?

conferenza-monaco1938Ecco insomma riappare per l’ennesima volta nel dibattito politico internazionale lo «spirito di Monaco», con allusione fin troppo scoperta alla Conferenza che nel 1938 si tenne nella città tedesca con piena soddisfazione degli appetiti territoriali del Führer. A fare le spese dell’aggressività dei tedeschi e dell’arrendevolezza di francesi e inglesi fu allora la Cecoslovacchia, che dovette cedere al Terzo Reich una parte del suo territorio abitato da persone di etnia tedesca. La rivendicazione tedesca dei Sudeti apparve a Mussolini, Chamberlain e Daladier comprensibile e tutto sommato accettabile, soprattutto alla luce dell’imperativo categorico riconosciuto da tutte le parti in causa: il mantenimento della pace in un’Europa ancora segnata dalle cicatrici della Grande guerra. La pace ha vinto, proclamò il pomposo Duce degli italiani, allora ai vertici della popolarità; la cessione dei Sudeti soddisfa completamente le rivendicazioni della Germania, proclamò Hitler. Chamberlain e Daladier pensarono di aver acquistato quantomeno tempo, utile a preparare le rispettive nazioni all’urto bellico che appariva comunque incombente. Un mese dopo il Führer dava l’ordine di «inglobare tutta la Cecoslovacchia», e siccome la fame vien mangiando, nel marzo del ‘39 la Wermacht occupa il territorio di Memel in Lituania mentre Hitler rivolge alla Polonia rivendicazioni territoriali che Varsavia respinge prontamente al mittente. Il 27 agosto dello stesso anno Germania a Unione Sovietica firmano un accordo di non aggressione, con annesso protocollo segreto che definisce le reciproche sfere di interessi nell’Europa orientale. Il seguito della storia è noto.

Minsk 2015 come Monaco 1938? Donetsk e Lugansk come i Sudeti? Hitler come Putin? Merkel e Hollande come Chamberlain e Daladier? Molti la pensano così, e già un anno fa l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton dichiarava quanto segue: «L’operato di Vladimir Putin in Crimea ricorda quello di Hitler prima della Seconda Guerra Mondiale. Quello che sta accadendo in Ucraina ha qualcosa di familiare. È quello che Hitler fece negli Anni Trenta. A tutti i tedeschi “etnici”, i tedeschi di ascendenza che vivevano in Cecoslovacchia, in Romania e in altri luoghi, Hitler continuava a dire che non erano trattati bene. Diceva: “devo andare a proteggere il mio popolo”. La missione di Putin appare quella di voler ripristinare la grandezza russa, riaffermando in particolare il controllo sui Paesi dell’ex Unione Sovietica. Quando guarda l’Ucraina, Putin vede un luogo che crede essere, per sua natura, parte integrante della “Madre Russia”». L’ultima parte del ragionamento potrebbe essere sottoscritto dal Presidente russo, il quale non ha mai fatto mistero di voler in qualche modo ripristinare lo spazio vitale che la Russia ha perso in seguito al crollo dell’Unione Sovietica: le forme politico-ideologiche dell’Imperialismo passano, la sostanza di quell’Imperialismo rimane, e rivendica i suoi diritti. Contro altri diritti, egualmente legittimi sulla base della vigente struttura sociale del pianeta.

Qui mi permetto la solita (antipatica?) autocitazione: «Quando Putin dichiarò, all’inizio della crisi in Crimea, che Mosca avrebbe difeso con ogni mezzo la vita e gli interessi dei cittadini russi ovunque essi vivano, a molti osservatori di politica internazionale e a molti storici balenò subito alla mente la Germania di Hitler affamata di “spazio vitale”. Una sorta di riflesso condizionato che a mio avviso ha un suo fondamento, naturalmente cambiando quel che c’è da cambiare, come è sempre giusto fare quando si mettono a confronto differenti eventi storici. Ciò che tuttavia rende legittimo, almeno ai miei occhi, l’accostamento azzardato dalla Clinton è la natura imperialistica dei due fatti storici. Natura che ovviamente accomuna tutti i protagonisti di ieri e di oggi, compresi gli Stati Uniti d’America, i quali dalla Prima guerra mondiale in poi hanno indossato i panni dei paladini della democrazia e della civiltà occidentale» (Due parole sulla Crimea, 16 marzo 2014).

Scriveva Charles Urjewicz nel 1994: «Venticinque milioni di russi vivono fuori della Russia e, da un giorno all’altro, si sono trovati ad essere quasi degli stranieri; vivono nel cosiddetto “estero vicino” [11 milioni in Ucraina secondo il censimento del 1981], formando una sorta di diaspora nelle province della Russia […] La Russia non possiede i mezzi per accogliere, e ancora meno per integrare, questi immigrati sui generis» (Il gigante senza volto, Limes, 1/94). Nel frattempo la Russia è diventata più forte, grazie soprattutto agli alti prezzi delle materie prime, petrolio e gas in primo luogo, che abbondano nel suo sottosuolo, e questo ha notevolmente accresciuto la sua forza di attrazione verso l’Estero Vicino, a cominciare dall’Ucraina, sottoposta appena due anni dopo la proclamazione d’indipendenza (24 agosto 1991) a forti tensioni sociali (crisi dell’industria pesante e del complesso industriale militare di matrice sovietica) ed etniche (Galizia e altre regioni occidentali versus Crimea* e altre regioni orientali). Nonostante l’esito univoco, a favore di un’Ucraina «indipendente, pluralista e democratica», del referendum sull’indipendenza del dicembre 1991, la tenuta dell’unità nazionale del Paese è stata sempre appesa a un filo, che adesso si è spezzato nel peggiore dei modi. La rapida discesa dei prezzi delle materie prime degli ultimi mesi ha d’altra parte riproposto la debolezza strutturale dell’imperialismo russo, la cui capacità attrattiva deve necessariamente evolversi qualitativamente attraverso una profonda ristrutturazione di tutta l’economia russa. Più facile a dirsi che a farsi, come sa bene l’energico Vladimir.

* Carmela Giglio offre una interessante lettura della decisione presa da Khruščëv nel 1954 di “regalare” la Crimea all’Ucraina: «Tra le possibili spiegazioni della mossa del Cremlino, spicca quella che Mosca abbia usato la Crimea per aizzare i popoli musulmani contro Kiev, ennesima versione del comandamento divide et impera. Fino alla deportazione voluta da Stalin nel ’44, la penisola era stata la terra d’origine e d’elezione dei tartari di Crimea. Mosca ha così buon gioco a fomentare un “imperialismo” ucraino cedendo alla repubblica una regione che per diritto spetterebbe ai tartari. Inoltre, considerando la particolare animosità spesa contro la Turchia nella campagna propagandistica per la “riunione” di mosca e Kiev, la cessione della Crimea può rientrare nei piani russi di esercitare pressioni su Ankara servendosi dell’Ucraina. Gli ucraini, dal canto loro, pagano a caro prezzo questo regalo di Mosca, fornendo larga parte della manodopera necessaria per colonizzare le terre vergini della Siberia e del Kazakhstan. Sono gli anni in cui la russificazione e la slavizzazione delle estreme regioni sovietiche, già iniziata nel ’41, raggiunse la punta massima. […] La politica dei nuovi insediamenti favorì le popolazioni slave contro quelle non slave dell’Unione Sovietica. Di questo complesso gioco la Crimea è una delle pedine» (La fatal Crimea, Limes, 1/94). Il regime sovietico seppe muovere con estrema perizia la leva nazionale ed etnica per indebolire le spinte centrifughe sempre latenti e incombenti e rafforzare il potere centrale.  Inutile dire che tale perizia fu causa di oppressione, di sfruttamento e di milioni di morti, fatti passare sotto silenzio anche dai moltissimi stalinisti made in Italy.

PER CHI SUONA LA CAMPANA PETROLIFERA?

9san_123124141445fg%20(2)Cerchiamo di fare rapidamente il punto sulla sempre più scottante questione petrolifera, questa volta in relazione alla Russia di Vladimir Putin. Scrivevo lo scorso 18 ottobre:

«Ieri Putin ha dichiarato che se il prezzo del petrolio si stabilizzasse intorno agli 80 dollari al barile per un lungo periodo l’economia mondiale certamente collasserebbe. Affermando questo il virile leader russo ha inteso esprimere le preoccupazioni che in questi giorni travagliano il suo regime, la cui proiezione esterna e la cui stabilità politica interna hanno molto a che fare con il prezzo delle materie prime: in primis petrolio, gas e carbone. In effetti, la soglia minima del prezzo del greggio sotto la quale salta il cosiddetto equilibrio di bilancio è fissata in Russia intorno ai 104 dollari/barile. Oggi il petrolio russo si vende sul mercato mondiale a 92 dollari/barile. Il bilancio statale russo per il 2014 è stato redatto prevedendo un ricavo medio di 117 dollari il barile. Il bilancio del 2015 prevede ricavi medi di 100 dollari al barile».

limesA che punto è la situazione due mesi dopo? È presto detto: per la prima volta dal 2009 il prezzo del greggio Brent è sceso sotto i 60 dollari il barile. Nonostante il forte sostegno ricevuto dalla Banca Centrale, il rublo, classica petrovaluta (o valuta petrolio-dipendente), non smette di indebolirsi innescando una pericolosa fuga di capitali. Lunedì la divisa russa ha messo a segno il calo più forte in 15 anni, perdendo il 10% in una seduta, con una perdita di valore del 49% da gennaio. L’economia mondiale non è – ancora – al collasso, ma certamente quella russa sta vivendo, tra magagne petrolifere e “inique sanzioni”, un momento davvero brutto. Ieri il Wall Street Journal scriveva di una disfatta del rublo putiniano, e metteva in guardia l’Occidente dall’«avventurismo russo»: un regime ferito e indebolito potrebbe essere ancora più pericoloso. La Crimea potrebbe essere solo l’inizio di un incubo.

«Il calo del potere d’acquisto della moneta si trasmette direttamente nell’aumento del costo della vita e nella fuga (per chi i soldi li ha) verso l’acquisto di beni-rifugio come oro, immobili ecc., i cui prezzi aumentano e che pertanto sono in grado di preservare il loro valore. A crescere anche il prezzo dei beni importati in un paese che, nonostante l’originale propaganda filo-Putin messa in piedi da taluni politici nostrani che si recano a Mosca per la questua, i 12 fusi orari, il petrolio e la potenza nucleare, ha lo stesso Pil dell’Italia. A colpire sono le prospettive di crescita, che, secondo la Banca di Russia, saranno nei prossimi anni pari o attorno allo 0%: ieri l’istituto di emissione ha avvertito che la Russia rischia una profonda recessione, con un calo del Pil del 4,5% nel 2015, se il prezzo del greggio resta a 60 dollari per tutto l’anno (Notizie Geopolitiche, 16 dicembre 2014).

Come informa Askanews, il crollo del rublo degli ultimi giorni ha provocato forti critiche nei confronti delle autorità russe da parte di investitori e parlamentari: «Il calo del rublo e della borsa non rappresentano solo una reazione alla caduta dei prezzi del greggio, ma anche la sfiducia nelle misure economiche del governo», ha scritto in nottata l’ex ministro delle Finanze Alexei Kudrin su Twitter. «Per altri la Banca centrale e la sua governatrice, pupilla del presidente Vladimir Putin, hanno valutato male la situazione, provocando un disastro. “La mancanza di iniziativa ha messo a rischio la stabilità stessa del sistema finanziario. Non sono certo che Nabiullina possa sopravvivere a questo. La credibilità della Banca centrale è a pezzi”, ha scritto Timothy Ash, analista di Standard Bank».

In base ai dati aggiornati a fine giugno estrapolati dalle statistiche della Banca dei regolamenti internazionali, le banche italiane sono esposte nei confronti della Russia per poco più di 29 miliardi di dollari (circa 23,2 mld di euro). Sono seconde alle spalle delle banche francesi (50,6 miliardi) e davanti a quelle tedesche (21,54 miliardi). «Secondo la Coldiretti, con l’effetto congiunto dell’embargo russo e del crollo del rublo, che ha reso meno convenienti le importazioni, gli acquisti del Made in Italy in Russia sono crollati di quasi 300 milioni di euro in un solo trimestre. “Siamo di fronte a una vera e propria escalation negativa della presenza del Made in Italy nel Paese di Putin con le esportazioni che si sono ridotte di 169 milioni di euro a ottobre, di 96 milioni di euro a settembre e di 33 milioni di euro ad agosto”, ha osservato la Coldiretti che ha effettuato un’indagine nel primo trimestre dall’avvio dell’embargo scattato il 7 agosto a seguito del conflitti in Ucraina sulla base dei dati Istat. A ottobre, rispetto allo scorso anno, segnala l’organizzazione che rappresenta il mondo agricolo, le esportazioni sono calate in media del 15,8%, con cali anche più pesanti che hanno interessato alcuni settori chiave, dall’agricoltura (-73,5%) alle automobili (-83,4%), dai mobili (-21,3%) all’abbigliamento (-19,4%) fino agli apparecchi elettrici (-23%). Dall’analisi è evidente che le tensioni politiche e l’andamento del rublo stanno avendo riflessi anche sugli scambi di prodotti non colpiti direttamente dall’embargo ma particolarmente significativi per l’Italia» (Italia Oggi, 17 dicembre 2014). Anche se non bisogna esagerare gli effetti dell’impatto della crisi russa sul Made in Italy (come ricorda oggi Il Sole 24 Ore, «il nostro export verso la Russia è ancora poco più del 2% del totale, anche se di grande interesse per alcuni settori»), sarebbe però sbagliato e miope sottovalutarli, soprattutto in chiave prospettica, strategica. Si spiega anche con gli interessi in ballo oggi e con quelli che potrebbero ballare nel prossimo futuro l’attivismo pro russo di molti esponenti politici italiani più o meno folcloristici. Com’è noto, anche in Germania il partito filorusso è forte, e sempre più alti si fanno i toni della fazione capitalistica tedesca ostile non solo alle “inique sanzioni”, ma anche al Trattato Transatlantico di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti. L’antiamericanismo in Germania ha solide radici.

Come ricordava ieri il Post, «L’industria del petrolio e quella del gas naturale sono fondamentali per l’economia russa: insieme valgono il 16 per cento dell’intera economia del paese e circa il 70 per cento di tutte le sue esportazioni. Metà delle entrate dello Stato derivano dal petrolio e dal gas naturale (in sostanza, dagli utili delle compagnie petrolifere di proprietà pubblica). Il petrolio è così importante che il ministro dell’Economia ha annunciato una manovra economica correttiva, visto che il bilancio 2015-17 era basato su un prezzo del petrolio intorno ai 100 dollari al barile». La Russia insomma continua ad avere una struttura economica da Paese in via di sviluppo che all’interno della divisione mondiale del lavoro occupa la non invidiabile posizione di fornitore di materie prime.

Apro una piccola parentesi: il Venezuela, la cui bilancia dei pagamenti dipende al 96 per cento dalla voce Petrolio e affini, è sull’orlo del baratro, sotto forma di rischio imminente di default. Nonostante il regime chavista di Maduro stia facendo di tutto (dai razionamenti alla politica dei «giusti prezzi») per salvare il «Socialismo del XXI secolo» (sic!) e la «Suprema Felicità del popolo» (strasic!), l’economia del Paese non sembra poter reggere a lungo un prezzo del petrolio così basso. Naturalmente la Cina, grande “alleata” del Venezuela, è pronta ad assumersi le sue “responsabilità”. È fin troppo facile prevedere giorni molto bui per il proletariato e per la classe media del Paese Sudamericano così caro anche a molti chavisti basati in Occidente. Anche lì è in gioco il consenso sociale comprato con la rendita petrolifera (alcuni lo chiamano “socialismo petrolifero”: sic al cubo!). Ma ritorniamo alla Russia.

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Massimo Nicolazzi definisce la Russia uno Stato rentier: «Quando il pil di un paese è largamente tributario dell’esportazione di risorse è di uso corrente definire quel paese come uno Stato rentier, dipendente perciò per il suo budget (welfare incluso) dallo sfruttamento di un dono di natura anziché della propria capacità di esportare beni e servizi. Più un paese è tributario e più il suo benessere e la sua pace sociale sono funzione del prezzo della materia prima. Di qui, a fronte del contemporaneo scendere del prezzo del petrolio e della crisi ucraina, il riflettore si è acceso sul futuro della Russia, e sulla sua capacità di resistenza all’eventuale ridursi della rendita mineraria» (Limes, numero 12/14). A proposito: l’editoriale del citato numero di Limes dedicato alla Russia in guerra firmato da Lucio Caracciolo non lascia dubbi nei lettori: «La Russia è in guerra. Contro l’America. Di riflesso contro noi europei, suoi pallidi alleati. E se noi non vogliamo capirlo, poco importa» (Uomini verdi, uomini neri, ominicchi e quaquaraquà). Il titolo è, come si dice, tutto un programma.

Un imperialismo che vuole degnamente competere con Potenze globali del calibro degli Stati Uniti e della Cina non può avere semplicemente quella funzione. Il crollo del prezzo del petrolio e il declino di quello del gas hanno messo in luce tutte le debolezze di una Potenza basata sulle materie prime: l’imperialismo energetico con caratteristiche russe è, alla lunga, insostenibile. D’altra parte, è la stessa storia dell’Unione Sovietica che lo dimostra; come ha scritto il Professor Igor Pellicciari, «L’Unione Sovietica è crollata non per una repentina voglia di aprirsi all’Occidente, bensì perché il sistema non era più sostenibile economicamente» (Limes, 23 settembre 2014). Sistema capitalistico (sebbene con “caratteristiche russe”) al 100 per 100, aggiungo io per evitare equivoche quanto antipatiche interpretazioni.

All’indomani del varo delle sanzioni occidentali seguite all’annessione “democratica” della Crimea da parte della Russia, Putin sostenne che quelle sanzioni erano in fondo le benvenute, perché avrebbero accelerato il processo di ristrutturazione e diversificazione dell’arretrata economia russa, basata appunto sull’esportazione di materie prime – senza però dimenticare né sottovalutare il comparto-armi. Il fatto è che quel processo non è nemmeno iniziato, e che comunque esso non è né di facile attuazione, anche dal punto di vista dei costi sociali che necessariamente implica un progetto di enorme portata quale si prospetta ai leader russi, né di breve periodo.

Scrive Serghei Duz: «Il mercato delle risorse energetiche, come tutti gli altri mercati, passa attraverso cicli. Su questo mercato incidono, indubbiamente, fattori geopolitici. Adesso è la politica a determinare la linea economica. I maggiori giocatori vanno coscientemente contro il mercato. Ma ben presto l’istinto di conservazione li costringerà a ritornare al buonsenso e alla razionalità» (La voce della Russia). Mi verrebbe di aggiungere: forse. C’è naturalmente del vero in questa considerazione, ma a me essa suona più come una sorta di esorcismo. Staremo comunque a vedere.

A pagare il prezzo più salato della crisi economico-finanziaria che sta attanagliando la Russia, sono naturalmente le classi subalterne di quel Paese, alle prese con una pesante decurtazione del loro salario reale (si parla di un 40/50 per cento) e con la prospettiva di un peggioramento nella qualità del già non eccelso welfare nazionale, finanziato in gran parte con la rendita derivante dalla vendita all’estero delle materie prime estratte nel ricco sottosuolo russo. La popolarità di Putin è ancora alta, perché in Russia, come del resto altrove nel mondo, la merce patriottica si vende molto bene, soprattutto nei bassifondi della società, là dove ai nullatenenti non rimane altro bene di conforto che l’amore verso la Madre Patria: «Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere a pugni e calci, con le unghie e coi denti tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze» (A. Schopenhauer). Più il «povero diavolo» diventa povero, e più ricca diventa l’offerta di merce patriottica esposta sugli scaffali mediatici. Ripeto, questo non solo in Russia, ma ovunque nel capitalistico mondo. «L’Unione Sovietica ci dava una vita miserabile, ma un grande orgoglio nazionale»: si stava meglio quando si stava peggio! Al grande orgoglio nazionale Putin vuole aggiungere un benessere diffuso: ci riuscirà?

«“Niente e nessuno fermerà la Russia nel cammino verso una democrazia che si rafforza e verso il rispetto della libertà e dei diritti umani”: così dixit Vladimir Putin in un discorso. Purtroppo, l’economia non ha molto rispetto per la magniloquenza e la crisi russa, che ieri ha conosciuto una pericolosa virata, rischia di rinfocolare tensioni e repressioni in una società che assomiglia poco a una democrazia». Così scrive oggi Fabrizio Galimberti sul Sole 24 Ore. Dal mio punto di vista è interessante monitorare gli sviluppi della crisi economica russa per vedere se essa incomincia a gettare acqua sul fuoco del velenoso sentimento nazionale del proletariato russo: le illusioni sulla democrazia, sulla libertà e sui cosiddetti diritti umani le lascio volentieri ad altri.

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GOODBYE OSTPOLITIK?

putin-merkel-609765La Germania sta forse dicendo addio per sempre all’Ostpolitik? Siamo alla vigilia di un radicale mutamento degli equilibri geopolitici nel cuore stesso dell’Europa? È quello che, con le dovute cautele, sosteneva ieri dalle colonne del Guardian Natalie Nougayrède, esperta di politica internazionale. Sulla scorta della nuova visione strategica in materia di politica estera che Berlino sta elaborando per rispondere all’attivismo russo, l’Europa dovrà probabilmente ridefinire il suo approccio con l’insieme dell’Est europeo: la Nougayrède è giunta a questa impegnativa conclusione analizzando l’importante discorso pronunciato da Angela Merkel a Sydney il 17 novembre scorso, nell’ambito dell’ultimo G20. Vale quindi la pena di ripercorrere, in modo assai stringato, i punti salienti di quel discorso, che in effetti  potrebbe segnare, se visto retrospettivamente tra qualche tempo (mesi? anni?), una sorta di spartiacque tra due epoche. Come sempre la Questione Tedesca è necessariamente una Questione Europea.

Gli osservatori hanno fatto notare il tono particolarmente duro che la Cancelliera di Ferro ha voluto conferire al suo discorso, mentre di solito la Frau preferisce pizzicare la corda civile, per dirla con Pirandello. Ma veniamo al merito:«La Russia guarda all’Ucraina in termini di sfere di influenza. Ma qui non si tratta solo dell’Ucraina. Si tratta della Moldavia, della Georgia e, se si va avanti così, ci si può chiedere se ci si debba interrogare anche sulla Serbia e sugli stati dei Balcani dell’ovest. […] L’idea che una guerra moderna possa essere circoscritta è un errore fatale. Da una crisi regionale nei Balcani il conflitto divampò in poche settimane. […] Come si poté arrivare a tanto, 100 anni fa, fra i popoli e le nazioni? Mancò la volontà di risolvere pacificamente le divergenze, anche per il credo arrogante nella propria superiorità militare. […] Ci sono ancora forze che credono nella legge del più forte, e non nella forza della legge. […] L’Unione Europea si basa invece sulla forza unificante di valori condivisi». Chi vuol intendere…

Lo stesso giorno arrivò la stizzita risposta del virile Putin sottoforma di intervista rilasciata alla tv tedesca Ard: la Russia non si lascia intimidire da chicchessia, e d’altra parte la Germania farebbe bene a non dimenticare i solidi legami economici che la uniscono alla Federazione Russa. Il combattivo Presidente ucraino Petro Poroshenko naturalmente non si lasciò sfuggire l’occasione di dimostrare al mondo di saperla più lunga in fatto di virilità: «Siamo pronti per uno scenario di guerra totale». Chi scrive non sarà mai pronto per uno scenario di quel tipo. Forse non sono macho abbastanza: vorrà dire che andrò a lezioni da Vladimir!

Secondo Natalie Nougayrède, con il Cancelliere e poi uomo d’affari (vedi alla voce Gazprom) Gerhard Schröder l’Ostpolitik ha toccato l’apice del cinismo: nemmeno l’annessione dell’Ucraina da parte della Russia ha infatti impedito a Schröder di riconfermare platealmente a Putin la sua intima amicizia. Sarà difficile per la Merkel vincere la potente e intricata rete di interessi interni ed esterni (vedi ad esempio l’«Italy’s industrial lobbies»,  o l’Ungheria di Viktor Orbán) su cui può contare Mosca. Tuttavia, come ha dichiarato la stessa Cancelliera, «la strategia di Putin non prevarrà, anche se la strada sarà lunga, ardua e piena di ostacoli». Piena di ostacoli: non c’è dubbio. Ad esempio, Pierluigi Mennitti registra «Un crollo drammatico per le esportazioni in Russia, che contribuisce ad appesantire le ali di un’economia solo fino a qualche mese fa convinta di poter attraversare senza grandi danni la crisi dei mercati sudeuropei. Le sanzioni contro Putin hanno dunque colpito profondamente l’economia tedesca. Una conseguenza attesa, ma la dimensione della caduta ha sorpreso tutti. La mancanza di mercati alternativi nei quali dirottare i prodotti venduti ai russi ha messo poi in luce quanto il miracolo tedesco degli ultimi anni nascondesse una tradizionale debolezza strutturale: l’eccessiva dipendenza da fattori esterni» (Limes, 4 novembre 2014).

Si parla di una diminuzione del volume di esportazioni verso la Russia di oltre il 26% rispetto all’anno precedente, per un incasso mancato pari a 2,3 miliardi di euro. E siamo solo agli inizi di una contesa che si annuncia piuttosto lunga. Secondo La BBC (24 novembre 2014) Anton Siluanov, Ministro delle Finanze russo, ha calcolato in 140 miliardi di dollari i danni totali provocati all’economia russa dal forte calo del prezzo del petrolio (100 miliardi) e dalle sanzioni (40 miliardi) imposte dall’Occidente in seguito alla crisi ucraina ammontano. Se Atene piange…

5256-02-lapa10«Bisognerà poi vedere se i tedeschi saranno in grado di recuperare il terreno perduto, giacché nel frattempo, a rendere le sanzioni praticamente inutili, ci hanno pensato i paesi emergenti del Bric, occupando gli spazi di mercato lasciati liberi dagli europei» (Limes). Prima di abbandonare al suo destino la vecchia e cara Ostpolitik la Germania ci penserà su parecchio. In ogni caso, la Germania è chiamata a elaborare nel medio periodo (salvo improvvise accelerazioni “geopolitiche”) una coerente ed efficace strategia politica in grado di affrontare le inedite sfide che certamente non mancheranno di mettere alla prova la sua tradizionale capacità reattiva.

È appena il caso di ricordare, in conclusione, che la Ostpolitik, la politica di “apertura” verso l’Est, fu varata dal socialdemocratico Willy Brandt, ex borgomastro di Berlino diventato Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca nel 1969. Con l’Ostpolitik la penetrazione mercantile e finanziaria della Germania Ovest assume una più adeguata fisionomia politico-ideologica e una maggiore efficacia. Il Partito liberale tedesco, espressione di non pochi importanti gruppi industriali e finanziari molto interessati ai mercati “socialisti” e alle materie prime dell’Est, fu forse il più tenace assertore della nuova politica estera “distensiva”, la quale accelerò quel processo di attrazione sistemica lungo l’asse Bonn-Berlino che culminerà vent’anni dopo nella Riunificazione. Stati Uniti, Francia e Inghilterra dovettero fare buon viso a cattivo gioco dinanzi a una strategia che di fatto essi osteggiarono, per evidenti motivi concorrenziali, nei limiti delle loro possibilità.Per la già boccheggiante Unione Sovietica, militarmente forte ma economicamente già assai debole (in un modo allora non ancora sospettato dai più), l’Ostpolitik rappresentò invece una boccata d’ossigeno, probabilmente l’ultima prima del lungo rantolo finale.

Insomma, con l’Ostpolitik ci troviamo dinanzi a una formula di straordinario successo dell’imperialismo tedesco.

LA COMPETIZIONE IMPERIALISTICA DOPO IL SUMMIT APEC

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Oggi ho visto lo spirito del mondo a cavallo! (G. W. F. Hegel).
Oggi ho visto lo spirito del mondo a Pechino!

Qui di seguito cerco di fare un bilancio provvisorio del summit Apec del 10 e 11 novembre tenutosi a Pechino. Si tratta in realtà di una rassegna stampa, o poco più, in attesa di più approfondite analisi.

Per il settimanale inglese The Economist era dai tempi del Celeste Timoniere che un leader cinese non faceva sfoggio di tanta intelligenza e «magnanimità» diplomatica: il summit Apec si è svolto avendo come sfondo «una coreografia quasi imperiale» che ha inteso comunicare al resto del pianeta che «l’ordine cinese», se non è già una realtà, è certamente una prospettiva di medio periodo. Salvo brusche accelerazioni sempre possibili, mi permetto di chiosare. Certo, scrive il settimanale britannico, la Cina di Xi Jinping ha fatto dei notevoli passi avanti sul terreno delle normali relazioni politiche con l’Occidente, ed è certamente positivo che il Presidente cinese abbia dichiarato che «la Cina e gli Stati Uniti rappresentano un’àncora di stabilità per il mondo e per la pace mondiale»; e tuttavia, al di là delle coreografie e delle apparenze (già, le solite ombre cinesi!), dopo il summit pechinese non c’è molto che suggerisca l’arrivo di cambiamenti nel modo in cui il grande Paese asiatico si relaziona con il mondo. Nella leadership cinese continua a prevalere «la vecchia paranoia sospettosa comunista»: le cose cambierebbero, conclude The Economist, se la Cina finisse di vedere ovunque complotti ai suoi danni e si percepisse forte come in realtà la vede il resto del mondo.

A proposito della «vecchia paranoia sospettosa comunista»! Sulla natura capitalistica del Celeste Imperialismo rinvio ai miei numerosi post (ad esempio l’ultimo) e al mio studio sulla storia cinese (Tutto sotto il cielo – del Capitalismo).

Gli esperti di geopolitica concordano, quasi all’unanimità, nell’attribuire alla Cina il pieno successo nel summit: successo a tutto campo (economico, tecnologico, politico, ambientale, militare) e nei confronti di tutti i suoi maggiori partner/concorrenti (Stati Uniti, Russia e Giappone). «Il summit si è concluso nettamente a favore della Cina», ha scritto  ad esempio Giorgio Cuscito su Limes (13 novembre): «Il presidente cinese ha proposto di lavorare con gli Usa a un nuovo tipo di “relazioni tra grandi paesi” che escluda il conflitto e che preveda il rispetto reciproco (incluso quello della sovranità territoriale), la prosperità comune e la collaborazione in una molteplicità di campi: commerciale, militare, anti-terrorismo, energia, cambiamento climatico, salute, infrastrutture eccetera. Pechino ha dato maggiore concretezza ai suoi progetti di politica estera, nel segno dell’apparente ascesa pacifica dell’Impero del Centro e della collaborazione con gli Usa. Con la nuova Via della seta e il “Sogno dell’Asia Pacifico”, Xi ha proposto il suo ordine regionale, che può potenzialmente sovrascrivere quello pensato dagli Usa. In più ha stretto ulteriormente i rapporti con Putin, il quale invece ha dialogato per poco tempo con Obama sui dossier Ucraina, Siria e Iran. Questo summit potrebbe dare inizio a una nuova fase del rapporto tra Cina e Usa, in cui entrambe potrebbero intensificare gli sforzi per dettare le regole in Estremo Oriente. Resta da vedere se e come le loro rispettive strategie collideranno».

Per Paolo Mastrolilli (La Stampa, 12 novembre 1014) dopo il summit di Pechino gli equilibri geopolitici non saranno più gli stessi: «In teoria, era un incontro tra ventuno paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, finalizzato a definire nuovi accordi per favorire gli scambi commerciali. Nella pratica, però, il vertice Apec che si è appena tenuto a Pechino è stato un delicato esercizio di rapporti di forza, che potrebbe avere implicazioni molto più vaste degli equilibri nella regione. In sostanza un braccio di ferro a tre, fra l’ultima superpotenza rimasta al mondo ma colpita dalla sindrome della decadenza, la nuova potenza emergente, e l’ex superpotenza che si agita per restare rilevante». A proposito di queste tre potenze il professor Arduino Paniccia, docente di Studi Strategici, parla di Triade Maggiore: «Esistono tre potenze mondiali egemoni, quella che ho voluto definire come la “triade maggiore”: Stati Uniti, Cina e Russia. La prima caratteristica che le contraddistingue è che, pur dovendo tener conto ovviamente della presenza degli altri attori globali e regionali, non soffrono dell’egemonia di altre potenze. Queste tre potenze hanno ognuna un fattore che le rende particolarmente forti: per gli Stati Uniti si tratta della capacità di proiettare la propria forza militare in qualsiasi parte del globo nel giro non di giorni, ma addirittura di ore. La Cina è diventata la prima potenza industriale al mondo, ed è questa essenzialmente la sua forza. La Russia basa la sua potenza soprattutto sulle forniture energetiche e di materie prime. Esistono poi tre altre realtà, che formano invece una “triade minore”. Queste sono l’India, l’Unione Europea e il Giappone» (Notizie geopolitiche, 7 novembre 2014).

Va detto che l’Unione Europea non è una realtà sistemica omogenea come lo sono invece l’India e il Giappone, e proprio questo grande handicap non le consente di recitare quel ruolo di grande potenza mondiale che pure essa sarebbe in grado di mettere in scena, e con un certo successo, sulla base delle  economie dei singoli Paesi che la compongono. Ma, appunto, si tratta di singole economie incapaci di fare “gioco di squadra”. Secondo il già citato Mastrolilli, l’Europa sta sostanzialmente alla finestra a guardare impotente «tutta questa lotta di potere»: «Alleata degli Usa, soprattutto nel tentativo di contenere la Russia, ma obbligata a trovare i suoi spazi in Asia, perché senza i mercati di questo continente le sue aziende non possono competere con quelle americane. Un rompicapo di difficile soluzione, insomma, dove le manovre per determinare i futuri equilibri geopolitici globali sono appena cominciate». E qui naturalmente tocchiamo la scottante Questione Tedesca, la quale sempre più mostra di essere una Questione Europea. Ma è un tema, questo, che qui conviene non sviluppare. RU-CINA%20nuove%20vie%20della%20seta_bigVa da sé che in Occidente non mancano gli entusiasti del summit, o, meglio, del suo esito trionfale per il «socialismo con caratteristiche cinesi», i quali in gran numero fanno capo al partito che sostiene la formazione di un polo imperialista centrato sulla Cina, sulla Russia e sull’India alternativo al polo imperialista egemonizzato dagli Stati Uniti, secondo l’idea ultrareazionaria di Samir Amin, tanto per fare un solo nome*. Un polo, insomma, in grado di correggere l’attuale «multilateralismo asimmetrico» che vede negli USA la sola Potenza davvero totale e globale oggi in attività, sebbene lungo una tendenza di relativo declino – dove a mio avviso l’enfasi va posta sul carattere relativo di questo declino, fatto di fenomeni che tirano la società americana in diverse direzioni, e che comunque subiscono molto l’influenza dei processi tecnologici e scientifici.

Decenni di stalinismo (anche nella sua variante cinese) e di terzomondismo continuano a generare mostri concettuali e politici. Come ho scritto in diversi post, è nell’interesse di ogni autentico anticapitalista (europeo, americano, russo, cinese, ecc.) opporsi all’imperialismo unitario (ma non unico né unito: tutt’altro!) e alla sua guerra sistemica, qualsiasi forma essa assuma: “fredda”, “calda”, politica, militare, economica, tecnologica, ideologica e via di seguito. Considero alla stessa stregua i tifosi di entrambi i poli, e solo per decenza preferisco non esplicitare il senso di questa frase, peraltro già di per sé abbastanza chiara.

Gli entusiasti del summit di Pechino sono gli stessi che sicuramente hanno accolto con una standing ovation le dichiarazioni del virile Vladimir Putin rilasciate ieri, alla vigilia del G20 di Brisbane (Australia): «Stiamo cercando di prendere le distanze dalla dittatura del mercato che obbliga a trattare in dollari tutti gli scambi petroliferi, stiamo spingendo il più possibile per garantire l’uso delle valute nazionali come il rublo e lo yuan». L’approvazione da parte del Parlamento europeo dell’accordo di associazione tra L’unione Europea e la Moldavia finalizzato alla creazione di una «zona di libero scambio globale e approfondito» che comprende anche la Transnistria, di certo non calmerà il focoso leader russo, il quale ha ricordato alla Germania che la sua feconda collaborazione con la Russia «garantisce ai tedeschi circa 300mila posti di lavoro. In mancanza di contratti quei posti di lavoro rischiano però di andare perduti». Come si vede, gli spazi per l’affettato linguaggio diplomatico si restringono molto rapidamente.

Molto, e con fin troppa enfasi, i media hanno parlato dell’accordo (in realtà si tratta di una dichiarazione d’intendi) sui temi ambientali tra i due più grandi inquinatori del pianeta (Stati Uniti e Cina sono responsabili del 44% delle emissioni globali di gas serra, contro il 10% dell’Unione europea, il 7,1% dell’India e il 5,3% della Federazione russa). C’è qualcosa di sostanziale in quella merce mediatica venduta all’opinione pubblica internazionale come «evento epocale»? C’è dell’arrosto dietro il fumo (come quello che avvolge il cielo di molte città cinesi)? Secondo gli esperti c’è davvero molto poco di sostanziale, e la propaganda “ecologista” sino-americana non è bastata a nascondere del tutto la magagna. «Per riempire la vasca di una fontana si comincia con tante piccole gocce», avrebbe detto il pragmatico Xi all’amico Obama, il quale «ha sorriso, ha indicato l’elegante illuminazione che proiettava ombre blu e rosse nel giardino», e ha esclamato: «Bello spettacolo, bella regia, ottima preparazione» (F. Rampini, La Repubblica, 12 novembre 2014). Commovente, davvero; ma l’arrosto climatico?

Soprattutto Obama ha cercato di accreditare la balla speculativa dell’«accordo storico» sulle emissioni dei gas serra (ridurre le emissioni di Co2 entro i prossimi 15 anni): «In un contesto già complicato dalla pesante sconfitta subita alle elezioni di Mid-term, Obama non poteva permettersi di tornare a casa a mani vuote. La notizia della “vittoria” americana all’APEC, inoltre, ha completamente oscurato gli esiti reali del meeting APEC dove al centro dell’attenzione vi era il dualismo fra l’accordo di libero scambio promosso dai cinesi, il FTAAP, e quello portato avanti dagli americani, il TPP. La vera novità di questo vertice è l’avanzamento delle negoziazioni sul FTAAP, inizialmente criticato dagli americani, che costituisce un successo per Xi Jinping nel contesto regionale. L’aver accettato un accordo sul clima, che non era nei programmi iniziali e risulta essere di grande enfasi mediatica ma di poca sostanza per la Cina, sembrerebbe una mossa studiata ad hoc per non indebolire eccessivamente un interlocutore importante come Obama. […] L’avanzamento del FTAAPP, l’accordo di libero scambio fra Cina e Corea del Sud, la crescita dell’Asian Investment Infrastructure Bank – un’organizzazione finanziaria alternativa all’Asian Development Bank e fuori dal controllo della World Bank – e, infine, il lancio dei progetti cinesi di una nuova Via della Seta, marittima e terrestre, da cui gli Usa sarebbero naturalmente esclusi per questioni geografiche, presentano uno scenario in cui il pallino sembra sempre più in mano ai cinesi, determinando un esito negativo per la visita di Obama a Pechino» (ISPI, 12 novembre 2014).

Insomma, tanto rumore – verde ecologista – per nulla, o comunque per qualcosa immanente alle attuali tendenze economiche e tecno-scientifiche: basti pensare alla teoria della «nuova normalità» elaborata dal creativo Presidente cinese per dar conto della necessità di riforme strutturali in grado di assicurare al grande Paese asiatico un adeguato trend di sviluppo dopo il necessario declino della spinta propulsiva iniziata con Deng Xiaoping trent’anni fa. obama_xi_us_embassy_nl* La politica della Russia (così come è sviluppata dall’amministrazione di Putin) di resistenza al progetto di colonizzazione dell’Ucraina (e degli altri paesi dell’ex Unione sovietica, in Transcaucasia e Asia centrale) deve essere supportata. L’esperienza degli Stati baltici non deve ripetersi. L’obiettivo della costruzione di una comunità “Eurasiatica”, indipendente dalla Triade (Usa, Europa centrale e occidentale, Giappone) e dai suoi alleati europei subordinati, è anch’esso da appoggiare. […] Qualunque possa essere la nostra valutazione di cosa è stata l’Unione sovietica (“socialista” o qualcos’altro), essa venne combattuta dalla Triade semplicemente perché rappresentava un tentativo di sviluppo indipendente dal capitalismo/imperialismo dominante» (S. Amin, Contropiano.org, 10 aprile 2014). L’idea di un imperialismo “sovietico”, peraltro molto aggressivo sul piano militare, in competizione con altri imperialismi per il dominio sul mondo pare non poter far breccia nell’intelligenza di Amin.

«I conflitti capitalismo/socialismo e nord/sud, non sono dissociabili. Il capitalismo è un sistema mondiale e le lotte politiche e sociali, se vogliono essere efficaci, devono essere condotte simultaneamente in ambito nazionale e su un piano mondiale. Questo Marx voleva dire con “proletari di tutti i paesi, unitevi!”. Essere comunista vuole anche dire essere internazionalista. […] È assolutamente indispensabile integrare la questione del clima, delle risorse naturali e dell’ambiente nel conflitto Nord-Sud». (Il capitalismo entra nella sua fase senile, Sinistrainrete, 11 novembre 2012). Sul bizzarro “internazionalismo” dei tardo o post terzomondisti occorre stendere un velo pietoso, tanto più oggi, nell’epoca della sussunzione totale e mondiale del mondo al Capitale. Come si declina oggi, nell’epoca che non conosce le rivoluzioni nazionali-borghesi del passato, il “Sud” del mondo? La Cina, la Russia, l’India, il Brasile e così via: è questo l’odierno “Sud” del mondo? È pur vero, d’altra parte, che i maghi della “dialettica” sono sempre in grado di creare Sud del mondo con la bacchetta magica, e così protrarre in eterno l’alleanza fra il proletariato delle metropoli capitalistiche e le «borghesie nazionali progressiste»: questo, in fondo, «Marx voleva dire con “proletari di tutti i paesi, unitevi!”». O no?

Samir non capisce perché molti «comunisti di sinistra» attaccano così tanto quello che lui stesso definisce Capitalismo di Stato cinese: questi signori, cultori del China bashing (pestaggio o stroncatura della Cina), avrebbero come «loro sport preferito quello di dare addosso alla Cina». Personalmente il mio sport non è quello di denigrare il Celeste Imperialismo, che naturalmente giudico alla stessa stregua degli altri imperialismi (con una particolare malevola attenzione nei confronti  dell’imperialismo “straccione” di casa mia), ma quello di far luce sulla storia falsamente socialista della Cina dal 1949 in poi.

LA TAIGA DELL’ORSO

putin-bear2L’orso russo perde il pelo ma non il vizio. E soprattutto la bestia impellicciata è molto arrabbiata, e ci tiene a farlo sapere alla concorrenza. Fuor di metafora, sono due, in ordine di tempo, gli esempi che illustrano bene l’umore della Russia di Vladimir Putin dopo le “inique sanzioni” occidentali sulla questione ucraina e la flessione del prezzo del petrolio*.

  1. Il trionfo di Putin a Belgrado. «La grande parata organizzata, praticamente in suo onore, a Belgrado il 16 ottobre scorso in occasione dei 70 anni dalla liberazione dai tedeschi della capitale serba da parte dell’Armata Rossa. […] Il calore riservato a Putin e la minuziosità con cui è stato preparato l’evento chiariscono il messaggio che il Cremlino ha voluto lanciare: “la Nato può anche arrivare fino ai nostri confini e minacciare di superarli, ma noi siamo saldamente presenti – politicamente, militarmente ed economicamente – nel cuore dell’Europa, anzi lì dove da sempre l’Europa è più turbolenta e scoppiano le grandi crisi, nei Balcani”» (A. Sansoni, Limes, 21 ottobre 2014).

Lanciato nel centenario della Grande Guerra, il messaggio non suona esattamente come un buon auspicio.

  1. L’annuale tre giorni di discussioni organizzata a Sochi dal Valdai club e conclusasi il 24 ottobre. In un discorso durato 40 minuti, il virile Presidente russo ha espresso tutto il suo disaccordo in merito alla posizione dell’Occidente sulla Russia. A un certo punto Putin ha citato un proverbio latino: «Quello che è concesso a Giove, non è concesso al bove». «Non possiamo essere d’accordo con queste definizioni», ha detto Putin. E ha concluso: «Forse non è ammissibile per un bue, ma devo dire che un orso russo non chiede il permesso a nessuno. L’Orso russo è il padrone della Taiga e non rinuncia a niente».

La Taiga ovviamente è il cortile di casa, o estero-vicino, della Russia.

Dalle parti di Washington e Varsavia** non l’hanno presa bene. Berlino*** e Roma pensano invece ai loro affari con la Russia, che adesso vanno male, e non vedono l’ora di sedersi al tavolo della pace con l’orso russo. Perché morire per la Taiga dell’orso? Il Times di Londra l’atro ieri ha scritto che «a Putin dev’essere ricordato che l’Ucraina è uno Stato sovrano, non il territorio di caccia dell’orso russo». Per Le monde, dopo quello che è successo e che continua ad accadere nell’Ucraina orientale, e alla luce del persistente attivismo diplomatico e militare della Russia putiniana «il peggio non è da escludere». Come si vede, altre parole volte a rassicurare l’opinione pubblica internazionale. Diciamo.

Ma non preoccupatevi: non ci sarà una nuova Guerra Fredda, nonostante l’evocazione di orsi e di foreste siberiane. «E una guerra Calda?». Per la risposta il lettore deve rivolgersi alla cartomanzia: qui al più si “divinizza” il passato – meglio se remoto…

«Secondo Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, nello scontro tra il multipolarismo e l’unipolarismo statunitense Putin sta tentando di resistere agli Stati Uniti. Questo grazie al rafforzamento di una serie di legami politici e culturali fuori e dentro i propri confini nazionali spesso esprimenti sistemi valoriali tra loro diversi. Il presidente russo è certamente consapevole dei rischi che potrebbero comportare queste alleanze. Una politica di de-escalation della crisi in corso con Mosca è nell’interesse di ogni democratico europeo; altrimenti Putin potrebbe continuare a dare spazio a chi – come Salvini e Le Pen – nel Vecchio Continente si sta muovendo per spaccare l’Unione monetaria europea» (D. Flores, Limes, 4 novembre 2014).

Ma sono molti in Europa anche gli “antimperialisti” di provata fede “marxista” (leggi stalinista, più o meno 2.0) che sognano la formazione di un grande polo imperialista, con al centro la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping, da contrapporre al polo egemonizzato dagli Stati Uniti. È nell’interesse di ogni autentico anticapitalista (europeo, americano, russo, cinese, ecc.) opporsi all’imperialismo unitario (ma non unico né unito: tutt’altro!) e alla sua guerra sistemica, qualsiasi forma essa assuma: “fredda”, “calda”, politica, militare, economica, tecnologica, ideologica e via di seguito.

con-naryshkin* «Per Mosca l’Ucraina è solo un effetto scatenante che si somma ad altre incertezze politiche interne russe, finora rimaste in ombra come la fuga di capitali, le difficoltà dei Paesi emergenti colpiti dal tapering della Fed e dal calo dei prezzi delle materie prime che stanno facendo venire a galla squilibri di parte corrente o di deficit pubblici, fragilità finora restati fuori dall’attenzione dei mercati. […] Ieri la divisa russa ha raggiunto un nuovo minimo storico a 49,4 per euro e il minimo da cinque anni sul dollaro a 36. La svalutazione del rublo infatti ha l’effetto di ridurre le spese interne, ad esempio il pagamento delle pensioni, in relazione alle entrate fiscale generate dei prezzi del petrolio sul mercati internazionali, espressi in dollari. Sarà ma i mercati vedono anche rischi di inflazione, e fuga dei capitali» (Vittorio Da Rold, Il Sole 24 Ore, 24 ottobre 2014).

** Scrive la Newsweek Polska di Varsavia (16 ottobre 2014): «Nei Balcani la situazione è ancora peggiore. Una gran parte della popolazione si identifica con i russi, e non solo per ragioni storiche. Per Krastev i bulgari si considerano i grandi perdenti dei cambiamenti avvenuti in Europa e ritengono che la posizione del loro paese si sia ulteriormente degradata negli ultimi 25 anni, sull’esempio di quella russa. Inoltre non si sentono legati agli ucraini. La Slovenia e la Croazia non hanno nulla contro Putin e le sanzioni contro Mosca non piacciono loro. A sua volta la Serbia, che un giorno vorrebbe entrare nell’Ue, si identifica pienamente con la Russia. Solo i rumeni non si sentono attirati da Mosca e rappresentano l’eccezione nei Balcani – così come la Polonia nel gruppo di Visegrád. Angela Merkel ha già troppi problemi con i suoi connazionali, la cui maggioranza è contraria alle sanzioni, per cercare di far cambiare idea ad altri paesi. In secondo luogo l’Europa centrale, che in passato era molto filoamericana, adesso non sembra più dare fiducia agli americani. In ultima analisi si può affermare che le simpatie per Putin sono in gran parte un effetto secondario della crisi dell’Unione europea e del ritiro degli Stati Uniti dall’Europa».

*** Le sanzioni contro Putin affondano l’export della Germania.

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CONTINUA IL BAGNO DI SANGUE IN UCRAINA

ucrainaContinua il bagno di sangue in Ucraina. «Fonti mediche della città di Donetsk, in Ucraina, hanno riportato che ammonterebbe almeno ad una trentina il numero dei morti degli scontri di ieri fra i miliziani filo-russi e i militari di Kiev, cosa riscontrabile dai cadaveri presenti all’obitorio. […] I miliziani filo-russi sono sempre più isolati dal Cremlino, al quale palesemente interessa solo mantenere il controllo sull’annessa Crimea, dove ha la potente base militare della Flotta del Mar Nero, anche come risarcimento per i debiti non pagati di Kiev: le truppe russe ai confini sono state ritirate e ieri il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ha detto di essere pronto al dialogo con il neo-eletto presidente ucraino Petro Poroshenko, “ma senza mediatori”» (Notizie Geopolitiche, 27 maggio 2014).

Si tratta dell’«ennesima vergogna euro-americana», come sostengono i tifosi italiani di Putin? Non c’è dubbio, se vogliamo rimanere sul terreno dell’indignazione etica.

Peccato che essi non vedano l’altra faccia dell’escrementizia medaglia: l’attivismo dell’Imperialismo russo, il suo decisivo ruolo nella maledetta vicenda. Chi giustifica, di fatto, la Russia con l’argomento che essa, «in fondo», si muove dentro il suo cortile di casa, dentro il suo storico «spazio vitale», si piega nel modo più «vergognoso» alla sanguinosa logica degli interessi nazionali (quelli che, ad esempio, motivano la controffensiva di Kiev nell’Est del Paese) e imperialistici (vedi la contesa globale tra Cina, Russia, Stati Uniti, Europa, Giappone, ecc.).

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QUALCHE CONSIDERAZIONE SULL’ACCORDO RUSSO-CINESE

20140520_103602_344614_12494848Le implicazioni geopolitiche dell’accordo russo-cinese sul gas sembrano talmente evidenti e di così ampio respiro, che l’analista non sente quasi il bisogno di spendervi sopra lunghe considerazioni.  Ma, appunto, sembrano. In realtà l’accordo (in effetti pare che si tratti ancora di un memorandum in via di perfezionamento) si presta a più di una lettura e in ogni caso esso va collocato all’interno della contesa interimperialistica che investe l’intero pianeta.

Quelle che seguono sono più che altro delle rapide annotazioni a margine dell’accordo, che mi propongo di riprendere e verificare alla luce di quanto sarà accaduto nel frattempo.

Per la Cina l’accordo sulla fornitura del gas russo ha soprattutto (non solo: basta por mente a quanto sta avvenendo nel quadrante Sud-Est del Pacifico) un significato economico, mentre dal versante russo ciò che ha permesso di raggiungere in poco tempo la “massa critica” idonea a superare ogni pregresso impedimento (il negoziato è durato dieci anni) ha un carattere immediatamente geopolitico. Per le ragioni che tutti possono facilmente intuire riflettendo su quanto sta accadendo in Ucraina.

La Cina ha colto con la consueta intelligenza diplomatica l’occasione per strappare alla Russia un buon prezzo (oscillante, secondo indiscrezioni, in un range tra i 350 e i 400 dollari per mille metri cubi), e quest’ultima, pressata da incombenze di vario tipo, ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Nella divisione capitalistica del lavoro tra Cina e Russia quest’ultima accetta dunque il tradizionale ruolo di fornitrice di materie prime, riaffermando così il lato debole della sua struttura economica e del suo Imperialismo. La considerazione esattamente speculare vale invece per il capitalismo e per l’Imperialismo con caratteristiche cinesi, basati come sono sulla produzione per il mercato estero e – sempre più col trascorre del tempo – interno.

Non a caso in occasione dell’accordo per la fornitura di petrolio russo alla Cina per i prossimi 25 anni (firmato il 21 giugno 2013 dalla compagnia russa Rosneft e dalla compagnia cinese Cnpc), Putin dichiarò che «Essenzialmente è una nuova era di collaborazione che significa che nella cooperazione con i nostri partner strategici passiamo dalle pure forniture di greggio a una collaborazione a tutto campo nella sfera dell’ingegneristica e della manifattura» (da Notizie geopolitiche, 21 dicembre 2013). Segno che Mosca ha ben presente i limiti di una potenza globale basata esclusivamente sulla vendita di materie prime.

Scriveva Laura Canali nel 2008: «Quello che Mosca dovrà valutare è se conviene aprire a Pechino e alla sua penetrazione nella Russia orientale, dove solo le compagnie cinesi avranno forse il coraggio di lavorare allo sviluppo di una regione tanto ostile, o economizzare le sue risorse. Nella Mosca che conta c’è chi sostiene che ci sono troppi “stream” russi in giro per il mondo, mentre in casa ne servirebbero di più» (Il drago ha sete, Limes, 10 luglio 2008). La differenza di “pressione” tra Russia e Cina in termini di peso economico e di dimensioni demografiche è troppo grande per non conferire alla strategia dell’attenzione tra i due Paesi un carattere quantomeno problematico e potenzialmente perfino ingovernabile.

0_0_putin_1I tifosi dell’asse imperialistico Pechino-Mosca in funzione antiamericana farebbero bene a moderare gli entusiasmi e a non dare per scontato ciò che scontato non è affatto. Oggi la Cina e la Russia hanno più di un motivo per esibire una ritrovata sintonia strategica, per mostrare insieme i muscoli davanti all’opinione pubblica mondiale. Ma ciò non significa che il fondo problematico della relazione russo-cinese sia scomparso magicamente. Nemmeno al virile Putin e al “neomaoista” Xi Jinping è concessa la facoltà di usare la bacchetta magica sul terreno del confronto interimperialistico.

Certo, come scrive Le Monde (con una certa apprensione), «Mosca e Pechino oggi hanno interessi a intendersi contro gli Stati Uniti e l’Europa». Appunto, oggi. Tra l’altro il quotidiano francese parla, sempre a proposito dell’asse russo-cinese, di una «comune lotta ideologica», mentre in realtà si tratta di una lotta tutta interna all’Imperialismo mondiale. Lo schema ideologico del confronto fra le civiltà (Oriente versus Occidente, regimi autoritari contro democrazie, ecc.) non spiegava niente ieri e certamente è del tutto inservibile come strumento per capire il mondo di oggi.

linfa800Secondo Aleksandr Prosviryakov, partner di Lakeshore International, «Questo accordo con Gazprom e la cooperazione con la Russia dimostra come la Cina si stia espandendo, diventando sempre più grande, e che questa parte del Mondo è dominata da Cina, India e Russia. Il ruolo degli Stati Uniti si sta restringendo» (Russia Today). Già vedo l’espressione gongolante delle milizie “antimperialiste” (leggi: antiamericane e anti-Occidente) di “destra” e di “sinistra”.

L’Unione Europea, che ancora fino allo scorso anno rappresentava per il gas russo il primo mercato di sbocco (con 160 miliardi di metri cubi acquistati, ma la Cina da sola già da quest’anno probabilmente sarà un mercato più grande), accusa certamente il colpo ma ancora non ha nelle sue mani tutti gli elementi per iniziare ad abbozzare una coerente ed efficace risposta, sia in termini economici che politici. Ciò che facilmente si può prevedere è un’accelerazione delle tendenze in corso sul terreno della diversificazione delle fonti di approvvigionamento delle materie prime energetiche, dello sviluppo di nuove tecnologie estrattive, e così via. Com’è noto, per il Capitalismo la sfida è un fondamentale motivo di sviluppo.

Come sempre, quando si parla di Ue in realtà bisogna alludere ai singoli Paesi che la compongono, i quali com’è noto sono fra loro divisi su diversi “dossier” economici e politici, come peraltro la stessa questione ucraina ha messo in luce.

Gli Stati Uniti quasi certamente cercheranno di trasformare questo accordo che irrobustisce l’asse Mosca-Pechino in una ennesima leva tesa a mettere all’angolo gli alleati europei (soprattutto la recalcitrante Germania) e costringerli a una collaborazione Atlantica “più fattiva e convinta”.

Russia's President Vladimir Putin (L) at Da Facebook (23 maggio)

Ieri il Financial Times consigliava Putin a smorzare gli entusiasmi e a riflettere piuttosto sul reale significato dell’accordo firmato a Shangai con la Cina. Infatti, per il FT l’accordo mette in evidenza soprattutto le debolezze strutturali della Russia, che si appresta a recitare il ruolo di «alleato junior» (minore) della grande potenza cinese. Secondo il quotidiano della City la funzione di fornitrice di materie prime umilia la storica fierezza della Russia.

Per Enrico Oliari «Da più parti è stata sopravvalutata la portata del contratto firmato lo scorso 21 maggio fra la Russia e la Cina per la fornitura di gas naturale prelevato dall’Artico: l’accordo fra la Gazprom e la Cnpc, che era in preparazione da almeno un decennio e che porterà il combustibile in Cina a partire dal 2018, prevede una fornitura per un valore di 426 mld di dollari, spalmabile però su 30 anni.

Facendo tuttavia un raffronto con quanto avviene con l’Europa, intesa come continente e non solo come Unione europea, risulta che, per quanto la cifra faccia impressione, si tratta di una fornitura non proprio consistente: il gas russo viene venduto in Europa ad una cifra compresa fra 350 e 550 dollari per 1000 m3, a seconda del paese acquirente; tenendo una cifra ipotetica di 400 dollari per per 1000 m3 (i dati precisi sono secretati), si deduce che il quantitativo di gas venduto dalla Russa alla Cina corrisponde ad una cifra di 14 mld di dollari all’anno, pari a 35 mld di m3 di gas, per una popolazione che è quasi il doppio di quella dell’intero continente europeo. Questi ha infatti importato nel solo 2013 dalla Russia 130 mld di m3 di gas, ovvero più di tre volte la portata di quanto previsto dal contratto fra la Gazprom e la Cnpc, per una popolazione che è quasi il doppio di quella del continente europeo» (Notizie Geopolitiche).

Scrive Giorgio Cuscito:

«Il riavvicinamento tra Pechino e Mosca è legato anche alle contingenze. Espandendo l’export energetico in Cina, Putin vuole dimostrare di saper sopravvivere alle sanzioni occidentali legate alla crisi Ucraina, rafforzando al contempo il legame con il suo vicino. Ma la Russia non vuole essere il junior partner della Cina o una “potenza regionale” (così è stata definita dal presidente Usa Barack Obama). I due paesi hanno entrambi una vocazione imperiale e condividono circa 4 mila chilometri di confine. Questi fattori li rendono rivali strategici. Insomma, la logica “il nemico del mio nemico è mio amico” potrebbe non avere vita lunga» (Limes, 23 maggio 2014).

Io non parlerei di «vocazione imperiale», ma di vocazione imperialista, la stessa vocazione che, mutatis mutandis, muove nell’agone mondiale gli Stati Uniti d’America e l’Europa (più precisamente, i Paesi di maggior peso economico e politico che la strutturano: Germania, Inghilterra e Francia, in primis).

A differenza del Financial Times, The Wall Street Journal Europe mette in evidenza i punti forti dell’accorda stipulato a Shanghai, che si compendiano in un rafforzamento dell’asse Mosca-Pechino in funzione antiamericana. Almeno questo nel breve e nel medio termine.

Mentre gli stati Uniti d’America arretrano anno dopo anno sullo scacchiere geopolitico mondiale, la collaborazione strategica fra Russia e Cina mette entrambi i Paesi nelle condizioni di avanzare tanto dal punto di vista politico-militare quanto da quello economico e tecnologico. In questo contesto si acuisce l’irrilevanza geopolitica dell’Europa.

Secondo il WSJE l’accordo di Shanghai sul gas echeggia il patto Molotov-Ribbentrop del 1939. Se riflettiamo sul destino non certo luminoso cui andò incontro il patto di non aggressione firmato dalla Germania nazista e dalla Russia stalinista, capiamo subito su quale scivoloso terreno si muove la contesa imperialistica dei nostri giorni. Quello del WSJE non sembra affatto un punto di vista ottimista sul mondo. D’altra parte, niente invita oggi all’ottimismo.