IL MONDO “CAPOVOLTO” DEL WORLD ECONOMIC FORUM

È sufficiente leggere gli interventi dei protagonisti del World Economic Forum di quest’anno, per capire chi oggi sta vincendo la partita della competizione capitalistica/imperialistica mondiale. Sto forse alludendo alla Cina? Soprattutto al grande Paese asiatico, com’è ovvio di questi tempi; ma è tutta la regione dell’Asia-Pacifico che si conferma sempre più come l’area capitalisticamente più strutturata, forte e dinamica del mondo. Certo, anche quella più “resiliente” ai cigni neri (incluse le pandemie), tanto per civettare anch’io con il lessico modaiolo.

Mentre i leader occidentali ostentano pessimismo e perplessità sul futuro dell’attuale modello di Capitalismo (ovviamente non sul Capitalismo in quanto tale, come peculiare modo di produzione fondato su rapporti sociali di dominio e di sfruttamento storicamente determinati: questa è roba vecchia!), accusato di generare contraddizioni, conflitti (anche generazionali), disuguaglianze mai viste prime, ingiustizie sociali d’ogni tipo, degrado ambientale e quant’altro; mentre accade questo «solo Xi Jinping, il presidente cinese, resta ancorato alla globalizzazione di prima della pandemia, come se nulla fosse accaduto, forte dei successi economici che i brandelli del multilateralismo, ancora rimasti sul terreno dopo il tornado Trump, ancora gli concedono. Nessuna riflessione o aggiustamento da parte del leader cinese» (Businnessinsider.com). Qualche commentatore particolarmente spiritoso (e arguto) ha scritto che più che a Davos (ancorché virtuale, causa Coronavirus), per certi versi sembra di trovarsi al Forum sociale di Porto Alegre, tra i nemici dell’onnipotenza del potere del denaro e degli eccessi dell’ultra-liberalismo della scuola dei Chicago Boys. Perfino il Presidente francese Macron non ha voluto fare mancare la sua personale critica: «Il modello capitalista non può più funzionare»; ma ha subito aggiunto che in ogni caso «il capitalismo e l’economia di mercato non si possono certo liquidare in fretta»: e che premura c’è? Per Macron bisogna insomma emendare il «lato oscuro» del Capitalismo, non fare di esso una caricatura per buttare, come si dice, il bambino insieme all’acqua sporca. Personalmente non vedo che acqua sporchissima e un Moloch che si nutre della vita degli individui. Occorre, ha concluso il Presidente francese, «mettere al centro del problema la risposta alle problematiche del modello capitalista»: chissà che voleva dire.

Come sempre la Cancelliera Tedesca ha cercato di rassicurare sia Washington («Dobbiamo lavorare insieme ma con trasparenza»: vedi le responsabilità cinesi sulla genesi della pandemia) che Pechino («Chiudersi non serve, il multilateralismo è centrale. Non si deve guardare solo indietro, ma anche avanti»). Il senso di questo guardare avanti è probabilmente anche contenuto nell’accordo Cina-UE del 30 dicembre scorso. Ancora la Cancelliera (rivolta alla Cina): «Quando iniziano le interferenze? e quando finiscono se si sostengono valori fondamentali? Il presidente della Cina si è impegnato a rispettare la dichiarazione delle Nazioni Unite (sui diritti dell’uomo, ndr). Bisogna discutere questa questione, non importa da quale sistema sociale proveniamo» (Il Sole 24 Ore). Tranquilla, Angela: «proveniamo» dallo stesso sistema sociale, quello capitalistico – ovviamente.

Dopo aver esternato la sua – solita – apologia della globalizzazione capitalistica (che oggi vede appunto vincente la Cina), Xi Jinping ha voluto lanciare alla concorrenza (soprattutto agli Stati Uniti) un messaggio forte e chiaro: «Chi crea clan o inizia una nuova guerra fredda, chi rifiuta, minaccia o intimidisce gli altri, chi imporre l’allontanamento tra i popoli, o interrompe le catene di appalti con le sanzioni, al fine di indurre l’isolamento, sta solo spingendo il mondo alla divisione e persino allo scontro». La nuova Amministrazione statunitense è avvertita. Il punto più caldo della competizione capitalistica globale oggi si trova nell’area dell’Est-Pacifico, e non è un caso se le strategie militari della Cina e degli Stati Uniti sono sempre più focalizzate su quell’area.

Aveva detto Xi Jinping al Forum di Davos del 2017: «La Cina ha fatto passi coraggiosi per abbracciare il mercato globale. Abbiamo affrontato le onde più alte, ma abbiamo imparato a nuotare»: la concorrenza, soprattutto quella che oggi boccheggia, se n’è accorta, eccome!

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SULL’ACCORDO CINA-UE DEL 30 DICEMBRE 2020

Qui di seguito cercherò di dare una mia prima valutazione sul significato del Comprehensive Agreement on Investment (CAI) firmato il 30 dicembre scorso dalla Cina e dall’Unione Europea, e lo farò come sempre riportando le considerazioni di analisti e politici che mi sono sembrate più interessanti – non necessariamente più condivisibili, soprattutto sul piano dell’interpretazione politica di fondo, com’è ovvio.

Sul terreno propriamente economico, il Comprehensive Agreement on Investment appare come un netto successo per l’UE (e, sembra quasi inutile precisarlo, soprattutto per la Germania), la quale strappa a Pechino una serie di importanti concessioni, come l’accesso agli investitori europei di diversi settori dell’industria, dei servizi e della finanza cinesi, compresi alcuni di quelli considerati strategicamente “delicati”, come le telecomunicazioni. Scrive Alessia Amighini: «Le aziende europee avranno ora un migliore accesso ai settori manifatturiero, ingegneristico, bancario, contabile, immobiliare, delle telecomunicazioni e della consulenza. I negoziatori della Commissione sono riusciti a inserire una clausola secondo la quale i loro investimenti non devono essere “trattati in modo meno favorevole” rispetto ai concorrenti nazionali. I funzionari dell’UE hanno anche convenuto che la Cina deve essere più trasparente riguardo ai sussidi statali. In cambio di un migliore accesso al mercato europeo ancor più grande di quello che ha oggi, Pechino sarà obbligata a pubblicare ogni anno una lista di sussidi forniti ai settori designati» (ISPI). Inutile dire che su quest’obbligo molti analisti nutrono forti dubbi. «Sul lavoro forzato, una questione che aveva minacciato i negoziati, l’UE ha dichiarato: “La Cina si è impegnata ad attuare efficacemente le convenzioni dell’ILO che ha ratificato, e ad adoperarsi per la ratifica delle convenzioni fondamentali dell’ILO, comprese sul lavoro forzato“» (South China Morning Post, Hong Kong). Anche su questo “impegno” è lecito nutrire qualche dubbio, diciamo così. Infatti, è dal 2001, anno di ingresso della Cina nel WTO, che Pechino fa “melina” sui suoi impegni riguardanti il rispetto dei diritti dei lavoratori e dei cittadini. L’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt, oggi parlamentare europeo, ha dichiarato: «Le storie che escono dallo Xinjiang sono puro orrore. In queste circostanze, qualsiasi firma cinese sui diritti umani non vale la carta su cui è scritta». Sull’orrore che caratterizza la situazione nello Xinjiang, siamo d’accordo (esclusi ovviamente i miserabili sostenitori del capitalismo con caratteristiche cinesi, soprattutto quelli che si definiscono “comunisti”); sui «cosiddetti diritti umani» (Marx) usati dagli Stati come arma di lotta sistemica (economica, ideologica, geopolitica), personalmente stendo un velo pietosissimo, e il richiamo ai “diritti” mi serve solo per ribadire, per quel che vale, la mia radicale ostilità all’Imperialismo Unitario (ma non unico, tutt’altro!) colto nella sua compatta e disumana totalità (1).

L’accordo del 30 dicembre per un verso si limita a prendere atto di un fatto: oggi l’interscambio commerciale tra l’Unione Europea e la Cina è più intenso di quello che stringe gli europei agli Stati Uniti: secondo l’Eurostat il sorpasso della Cina sugli Usa come principale partner commerciale dell’UE si è consumato a luglio 2020; nei primi dieci mesi del 2020 il volume degli scambi tra UE e Cina si è assestato a 477 miliardi di euro (582,8 miliardi di dollari USA), il 2,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2019. «Al contrario, il commercio di merci con gli Stati Uniti nel periodo gennaio-ottobre è sceso a 460,7 miliardi di euro, in calo dell’11,2% su base annua. A ottobre, l’Unione Europea ha esportato beni per 178,9 miliardi di euro, in calo del 10,3% su base annua, e ha importato 150,8 miliardi di euro, con una diminuzione del 14,3% rispetto al mese di ottobre del 2019» (Il Sole 24 Ore). Il trend di crescita nell’interscambio commerciale UE-Cina ha subito una netta accelerazione nel 2009, nel momento in cui gli Stati Uniti facevano ancora fatica a trovare un sentiero di crescita dopo la nota crisi.

Par altro verso il CAI pone le premesse per una serie di sviluppi a medio/lungo termine che superano di molto la semplice dimensione economica, andando a investire direttamente i rapporti e gli equilibri geopolitici tra le grandi potenze capitalistiche del mondo. Ed è proprio su questo terreno, tutt’altro che limpido e di facile lettura, che si è focalizzato l’interesse di politici e di analisti geopolitici.

Francia e Germania sembrano aver rilanciato insieme il tradizionale asse strategico Parigi-Berlino che detta l’agenda agli altri Paesi dell’Unione, ma la realtà è che ancora una volta è Berlino che guida le danze, mentre Parigi deve fare buon viso a cattivo gioco per rimanere sulla scia della potenza europea egemone, tanto più che adesso non può più giocare di sponda come prima con la riottosa Gran Bretagna. Controllare la potenza sistemica tedesca per la Francia diventa più difficile che nel passato, e per mascherare la propria debolezza nei confronti della Cancelliera tedesca Macron ha fatto di tutto per strappare a Berlino e a Bruxelles la sua presenza alla videoconferenza del 30 dicembre, cosa che ha fatto irritare soprattutto l’Italia, sempre più fragile e isolata nel contesto europeo e internazionale. Il sottosegretario agli Esteri Ivan Scalfarotto, notoriamente molto legato a Washington, ha espresso le “perplessità” con cui il governo italiano ha seguito le fasi conclusive dell’accordo: «Devo esprimere la mia più grande sorpresa per il formato. Era ovvio che ci fossero Von der Leyen e Michel e per le istituzioni Ue e Merkel come presidente di turno. Ma avere Macron, la scelta di un solo Paese sugli altri 26, non credo si giustifichi. È un formato irrituale che segna anche una sconfitta per noi italiani. E ci dice che quello sciagurato accordo sulla Via della Seta che il precedente governo ha concluso nel 2019 è stato un fallimento completo. Non solo non ci ha aiutato nel rapporto commerciale e ci ha fatto pagare un prezzo politico: non ci ha dato neanche la credibilità per essere leader in questa negoziazione. Fu una mossa sbagliata, che non vincolava i cinesi a nessun obbligo commerciale, ma dava loro un enorme dividendo politico. Tutto questo rivela la nostra debolezza» (Il Corriere della Sera). Una debolezza che l’Italia di oggi esibisce anche nel suo storico cortile di casa, e basta pensare a cosa accade in Libia per averne un immediato riscontro. Per il “nostro” Paese non sarà facile conservare (o riconquistare?) lo status di media potenza regionale.

L’italica irritazione nei confronti della Germania si esprime senza infingimenti “europeisti” soprattutto a “destra”; scrive ad esempio Gianni Micalessin «L’obbiettivo politico ed economico della Cancelliera è emerso in tutta la sua spregiudicata evidenza il 30 dicembre quando, nel penultimo giorno di Presidenza tedesca dell’Unione, è arrivato l’annuncio dell’intesa con Pechino sul trattato per gli investimenti. Il trattato, messo a punto dopo sette anni di negoziati, dovrebbe in teoria garantire ad Europa e Cina un terreno comune per i reciproci affari. In verità rappresenta un meschino e stupido apparentamento con una potenza comunista pronta a farsi beffe dei diritti umani e a venderci merci prodotte grazie al lavoro a costo zero di centinaia di migliaia di musulmani uiguri deportati nei lager e utilizzati alla stregua di schiavi. Dietro l’intesa sugli investimenti ci sono i calcoli di una Cancelliera convinta che il futuro dell’economia tedesca sia strettamente e inevitabilmente legato a Pechino. Dal suo punto di vista non ha torto. L’Europa piegata, ancor prima che dal Covid, dal surplus commerciale teutonico ben difficilmente potrà assorbire ulteriori crescite produttive di Berlino. E ben difficilmente accetterà di farlo un’America decisa, fin dai tempi di Obama, a contrastare la rapacità di una Germania sorda ad ogni richiesta di riequilibrio commerciale». (G. Micalessin, Il Giornale).

Per Carlo Pelanda, docente di Geopolitica economica all’Università Guglielmo Marconi ed esperto di Studi strategici, «al momento, l’accordo è una finzione che evita una restrizione all’export tedesco in Cina da cui dipende una parte rilevante del Pil della Germania (e dell’Italia che fornisce componenti all’industria tedesca). Ma anche una finzione utile a negoziare con gli Stati Uniti. In sintesi, il problema dell’Ue è non riuscire ancora a formulare una strategia di collocamento dell’Ue stessa entro il conflitto tra Cina e America. Merkel lo ha risolto provvisoriamente con una tattica di finzione e rinvio, nonché cerchiobottismo, facendo comunicare al proxy Valdis Dombrovskis che l’accordo con la Cina non impedisce un trattato euroamericano. Ma evidentemente la formulazione di una strategia di collocamento internazionale stabile dell’Ue non è più rinviabile» (La Verità). Non dimentichiamo che appena un anno fa Bruxelles ha definito la Cina «rivale sistemico», offrendo agli Stati Uniti la sponda europea nel suo sforzo di contenimento della Cina.

Interessante questa riflessione “analogica” di carattere storico sempre di Pelanda: «Un fatto curioso mostra la difficoltà di Berlino. Merkel ha usato la tattica cinese, codificata da Sun Tsu (L’arte della guerra) nel 500 avanti Cristo, di usare l’estensione del tempo e la finzione per risolvere un problema contingente, mentre Xi ha adottato lo schema (1831) del prussiano Carl von Clausewitz con enfasi sulla massima rapidità – compressione del tempo, blitz – per raggiungere un obiettivo». Come si spiega, secondo Pelanda, la tattica adottata dal Presidente cinese? «Anche Xi è in difficoltà. Deve contrastare l’isolamento della Cina e, soprattutto, un accordo economico forte euroamericano che creerebbe il nucleo imbattibile di un impero e mercato delle democrazie molto più grande e potente del suo. Ha usato una megacarota, ma anche un megabastone: il ricatto di restringere l’export tedesco se l’accordo non fosse stato firmato entro fine 2020 perché voleva chiuderlo prima che Joe Biden entrasse nei pieni poteri (il 20 gennaio). I collaboratori di Biden, infatti, agli inizi di dicembre hanno dato forti segnali di irritazione nei confronti dell’Ue». E difatti il Financial Times riportava pochi giorni prima dell’accordo una dichiarazione rilasciata da un membro dello “staff di transizione” statunitense, secondo cui «l’amministrazione Biden-Harris ha intenzione di consultarsi con la UE in un approccio coordinato sulle pratiche economiche corrette e altre importanti sfide». La Merkel ha voluto bruciare i tempi e mettere la nuova Amministrazione americana di fronte a un fatto compiuto, un fatto che in ogni caso non preclude nulla e che si segnale piuttosto per la sua molteplicità di interessi e di significati, non necessariamente univoci e coerenti tra loro, tutt’altro.

Per Pelanda, che giudica il CAI «un accordo che apparentemente offre un grande successo al Partito comunista cinese e al suo regime autoritario, aggressivo, repressivo, schiavista e bugiardo», la giusta strategia per l’UE deve necessariamente parlare il linguaggio della forza, il solo che capiscono i “comunisti”: «Stringere con l’America un accordo economico fortissimo, ravvivando quello militare».

Anche per Federico Rampini l’accordo di dicembre segna un punto a favore della Cina: «Nell’applicazione concreta Xi potrà continuare a privilegiare il suo “capitalismo politico”, i campioni nazionali dell’industria di Stato, e a discriminare contro gli imprenditori europei. Le promesse più vaghe sono quelle che riguardano ambiente, diritti umani, trattamento dei lavoratori. Biden può ancora sperare di far deragliare questo accordo nella fase di ratifica all’Europarlamento, dove le obiezioni americane troveranno consensi. Ma non si fa illusioni. Il presidente eletto ha troppa esperienza di politica estera per non capire il segnale che arriva da Bruxelles. L’Ue lo accoglierà a braccia aperte, felice di chiudere il capitolo Trump. Ma un conto saranno le buone maniere, altro è la sostanza» (La Repubblica). E la sostanza è fatta, oggi come ieri e come sempre in regime capitalistico, dagli interessi sistemici e dai rapporti di forza, nient’altro che da questo. Tutto il resto è fumisteria propagandistica venduta ai politici e agli intellettuali di serie B, nonché, soprattutto, all’opinione pubblica interna e internazionale.

«Nella nuova guerra fredda Usa-Cina», continua Rampini, «gli europei sono convinti di potersi ritagliare una posizione intermedia, scegliendo di volta in volta da che parte stare, in base ai propri interessi geo-economici e strategici. Non accettano che la riscoperta solidarietà occidentale sia un pretesto per subordinarli alle priorità di Washington, neanche sotto un nuovo presidente atlantista e multilateralista. Pensano perfino di poter insegnare a Biden la giusta via per estrarre concessioni da Xi. A loro volta, gli europei non dovranno scandalizzarsi se l’agenda Biden sarà segnata dal nazionalismo economico. Meno rozza nei modi, rispetto all’agenda Trump, ma non del tutto diversa». Sulla sostanziale continuità della politica estera americana attraverso l’alternarsi delle Amministrazioni presidenziali non è possibile nutrire alcun serio dubbio, anche se sarebbe sbagliato, a mio avviso, pensare al sistema sociale capitalistico americano nei termini di un blocco unico privo di contraddizioni interne, con quel che ne segue anche sul terreno della “dialettica politica” nazionale (2). Mutatis mutandis, e non è davvero poco, analogo discorso vale anche per il sistema sociale capitalistico cinese.

La Commissione europea ha cercato, prima e dopo l’accordo con la Cina, di rassicurare gli “alleati” americani circa l’impegno dell’UE nella comune politica di contenimento del “nemico strategico”: «L’accordo non influirà sull’impegno del blocco per la cooperazione transatlantica, che sarà essenziale per affrontare una serie di sfide create dalla Cina». Ma non saranno certo le dichiarazioni diplomatiche che potranno convincere Washington, e probabilmente non passerà molto tempo per assistere alla contromossa americana. Comunque l’accordo non entrerà in vigore immediatamente, ma dovrà attendere il superamento di non pochi e complessi passaggi politici e tecnici, e questo darà agli europei (soprattutto ai tedeschi) il tempo di aggiustare la loro linea di condotta nei confronti della Cina e degli Stati Uniti. La ratifica da parte del Parlamento Europeo è infatti prevista per il 2022/2023.

Danilo Taino teme una pericolosa “deriva bipolarista”: «Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli accordi bilaterali, o tra blocchi (la sola Ue ne ha firmati 72). Così, il commercio non è più un veicolo per la collaborazione tra Paesi ma diventa sempre più spesso strumento di alleanze, di divisioni e in certi casi viene “militarizzato” a scopi geopolitici. Se affrontato in una dimensione bilaterale, il rapporto con Pechino è destinato a favorire la divisione del mondo in rapporti preferenziali, nel tempo fondamento di conflitti. Solo in una dimensione multilaterale la relazione con la Cina può avere un carattere proficuo. L’accordo Ue-Cina non va in questa direzione» (Il Corriere della Sera). Che il commercio internazionale sia «un veicolo per la collaborazione tra Paesi» può crederlo solo un bambino o un ingenuo “idealista” di stampo liberale-liberista.

A proposito di ideologia liberale-liberista, vale la pena riportare il pensiero del Caro e Celeste Leader: «Il presidente cinese ha sottolineato che l’accordo avrà una grande forza trainante per la ripresa economica post-pandemica, promuovendo la liberalizzazione e la facilitazione del commercio e degli investimenti globali, intensificando la fiducia della comunità internazionale verso la globalizzazione economica e il libero commercio e dando importanti contributi cinesi ed europei alla costruzione di un’economia mondiale più aperta» (Formiche.net). Non sono commoventi queste parole? Per il resto, qui è solo il caso di ricordare che la politica della porta (leggi mercato mondiale) aperta è storicamente la politica seguita dalle potenze in ascesa che sanno di poter rivaleggiare con successo con le potenze concorrenti più o meno declinanti. Non dimentichiamo che la firma del Comprehensive Agreement on Investment segue quella che ha suggellato un altro importante accordo commerciale, il Regional Comprehensive Economic Partnership, sottoscritto tra i paesi dell’ASEAN più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. In ogni caso, ancora nel 2021 non bisogna dare come definitivo il declino assoluto della potenza statunitense, la quale possiede tutti i mezzi (compreso ovviamente quello militare) per frenare quantomeno la tendenza a essa sfavorevole.

La crisi pandemica ha proiettato la Cina ancora più in alto nella gerarchia imperialista del pianeta, essendo stato il suo sistema sociale, capitalistico al 100 per 100 (3), quello che è riuscito a subire meno danni rispetto agli altri Paesi concorrenti (Stati Uniti, in primis) e ad avvantaggiarsi di più delle altrui disgrazie. Come in ogni guerra, c’è chi vince e c’è chi perde – e poi ci sono quelli che, pur perdenti, recitano la parte dei vincenti: ogni riferimento alla Francia e all’Inghilterra del 1945 è puramente voluto.

Scrive il “marxista” David Harvey: «L’altro lato che è importante da un punto di vista anticapitalista, è che la Cina è ancora impegnata nella sua posizione marxista. È ancora governata da un partito comunista, e se molti diranno che il Partito Comunista è in realtà un partito di classe capitalista, è comunque un partito nominalmente comunista in cui i pensieri di Marx, Lenin, Mao, Deng Xiaoping, e ora Xi Jinping, sono considerati come centrali per le loro ambizioni. L’ultimo congresso del partito ha dichiarato che prevede di diventare un’economia pienamente socialista entro il 2050» (L’importanza della Cina nell’economia mondiale, Antiper). Se è per questo, io dichiaro di diventare bellissimo e intelligentissimo entro il 2030, salvo incidenti di percorso sempre possibili nelle ambiziose “fasi di transizione”. Beninteso, si tratta di una mera previsione… «Il nome d’una cosa è per sua natura del tutto esteriore. Se so che un uomo si chiama Jacopo, non so nulla sull’uomo» (K. Marx). Certi “marxisti” amano attenersi feticisticamente alla «natura del tutto esteriore» delle cose: contenti loro!

Marx, Lenin, Mao, Deng Xiaoping, Xi Jinping: che bell’ammucchiata! «Io non sono un marxista!», disse una volta il comunista di Treviri: che saggezza! che lungimiranza!

A proposito: che fine ha fatto Jack Ma?

(1) Questo concetto cerca di esprimere una realtà (l’imperialismo mondiale del XXI secolo) altamente complessa, composita e conflittuale. Esso non ha dunque nulla a che vedere con il Super Imperialismo di kautskiana memoria. Necessariamente conflittuale al suo interno, l’Imperialismo Unitario è radicato in un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che domina l’intero pianeta, e si rapporto con le classi subalterne come un solo Moloch sociale. Per approfondire la conoscenza del mio punto di vista “geopolitico” rinvio a due testi: Il mondo è rotondo e Sul concetto di imperialismo unitario. Il concetto di Sistema Mondiale del Terrore è stato invece da me “elaborato” anni fa con un preciso intento polemico nei confronti della cosiddetta guerra al terrorismo (per chi scrive terrorizzante e terroristica è la società mondiale presa nella sua disumana totalità): rimando al PDF intitolato La radicalizzazione del male. Ovvero: il Sistema Mondiale del Terrore.
(2) L’imperialismo americano tra realtà e “narrazione”; Gli Stati Uniti tra “isolazionismo” e “internazionalismo”.
(3) Sulla natura capitalistica della Cina, tanto per quanto riguarda la sua “struttura” economica quanto per ciò che concerne la sua “sovrastruttura” politico-istituzionale, rimando ai miei diversi scritti dedicati al grande Paese asiatico. Solo alcuni titoli: La Cina è capitalista? Solo un pochino; Chuang e il “regime di sviluppo socialista”; La “doppia circolazione” della Cina capitalista; Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; Da Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinesi.        

 

 

 

 

 

 

 

LA “DOPPIA CIRCOLAZIONE” DELLA CINA CAPITALISTA

Dal 26 al 29 ottobre si è tenuto a Pechino il 5° Plenum del 19° Comitato centrale del Partito Capitalista Cinese che aveva il compito di stabilire le linee guida del 14° Piano quinquennale (2021-2025), e quelle di una strategia di medio termine ribattezzata Visione 2035. Cerchiamo di capire di cosa si è discusso in questo Plenum che molti analisti ed esperti di “cose cinesi” hanno già definito storico, districandoci, come sempre in questi casi, tra dichiarazioni realistiche dei Cari Leader e propaganda politico-ideologica a uso interno e internazionale. Si tratta di una prima impressione “a caldo”, e quindi tutta da verificare.

Il comunicato ufficiale rilasciato il 29 ottobre sostiene che entro il 2035 il Pil pro capite della Cina dovrà raggiungere il livello delle «nazioni moderatamente sviluppate» e la sua classe media espandersi in modo significativo (oggi essa ammonta a circa 400 milioni di persone). «L’autosufficienza tecnologica, principale fronte della sfida con gli Stati Uniti, viene definita come il “supporto strategico” decisivo per lo sviluppo. Arriveranno massicci investimenti per realizzare “passi avanti maggiori” che portino la Cina “nella prima linea dei Paesi innovativi”. Il plenum ha riconosciuto che per raggiungere questi traguardi ci sarà bisogno di proseguire con le riforme, citando quella dei “diritti di proprietà”, e insistito molto su un concetto bilanciato e sostenibile di crescita. La leadership cinese vuole ridurre le disparità tra città e campagne, promuovere una nuova urbanizzazione, continuare a diminuire le emissioni (anche qui nessun numero, ma Xi ha parlato di “neutralità” entro il 2060)» (La Repubblica). Per adesso si tratta di semplici titoli, dell’enunciazione degli obiettivi che si intendono conseguire, mentre per una più concreta definizione della nuova linea politico-economica, caratterizzata da tempi certi e da numeri precisi, bisognerà attendere qualche mese. Per adesso siamo ancora alla “filosofia”, per così dire, aspettando la sua prossima “messa a terra”.

«Per la prima volta nella sua storia, il Pcc ha steso un preciso programma per creare una “grande cultura socialista” entro il 2035, tappa intermedia per arrivare a essere “una moderna nazione socialista” nel 2049. Pechino vuole promuovere il soft-power cinese, cavalcando ad esempio i successi che il regime rivendica nella lotta alla pandemia da coronavirus. La leadership del Partito è stata chiara: la vittoria contro il Covid-19 e il recupero dell’economia mostrano la superiorità del sistema politico della Cina» (AsiaNews). Se di superiorità si deve parlare, ed è tutto da vedere, almeno nel medio e lungo periodo, si tratta in ogni caso di una superiorità tutta interna al capitalismo mondiale, alla competizione interimperialistica, checché ne dicano gli anticomunisti (che non sanno nulla di comunismo, sebbene giustamente lo temono come la peste) e i tifosi del «socialismo con caratteristiche cinesi» (che di comunismo ne sanno ancora di meno), che sono poi le due facce della stessa escrementizia medaglia. Non a caso ho parlato all’inizio di Partito Capitalista Cinese, perché da Mao Tse-tung a Xi Jinping di capitalismo “con caratteristiche cinesi” si tratta, sebbene nelle diverse forme che esso ha assunto in Cina dal 1949 in poi, cioè lungo il travagliato e assai turbolento (anche in termini di conflitti politici e sociali, con relativi morti, feriti e incarcerati) processo di formazione e consolidamento della moderna nazione cinese (1).

«Le autorità non trascurano il potenziamento militare. Il piano quindicennale prevede la trasformazione delle Forze armate in una moderna macchina da guerra entro il 2027: è la prima volta che un documento del genere contiene un riferimento allo sviluppo militare. Gli analisti osservano che l’idea di Pechino è quella di avere entro tale data un esercito allo stesso livello degli Usa». A questo proposito occorre ricordare che la sessione plenaria annuale del comitato centrale del Pcc è stata preceduta da una celebrazione dei 70 anni dall’ingresso della Cina nella Guerra di Corea (ottobre 1950) davvero paradigmatica circa l’attuale postura strategica del gigante asiatico nei confronti degli Stati Uniti. Ricordando la guerra «per resistere all’aggressione americana e aiutare la Corea», il Presidente Xi Jinping ha dichiarato: «Il popolo cinese sa che bisogna usare una lingua che gli invasori possono capire, combattere la guerra con la guerra, fermare l’aggressione con la forza, guadagnare la pace con la vittoria. Gli eroici soldati cinesi hanno distrutto il mito dell’invincibilità dell’esercito americano». Naturalmente parlare del passato è servito al Presidente cinese per chiarire come oggi si configura la posizione della Cina nei confronti del suo nemico strategico principale: gli Stati Uniti d’America, appunto. E per meglio chiarire il concetto, Xi ha aggiunto: «Il popolo cinese non vuole creare problemi, ma non ha paura, le nostre gambe non tremeranno, le nostre schiene non si piegheranno». Un messaggio forte e chiaro, non c’è dubbio. Il tono particolarmente aggressivo e propagandistico del Caro Leader è tanto più significativo se si riflette sul fatto che quasi mai la celebrazione di quell’evento straordinario nella storia della Cina moderna ha toccato i livelli propagandistici e nazionalisti di quest’anno; addirittura negli anni Settanta del secolo scorso, al tempo della “distensione” tra Washington e Pechino, quella ricorrenza subì un evidente declassamento. Allora il nemico numero uno della Cina era l’Unione Sovietica. Solo dopo la sanguinosa repressione del movimento sociale del 1989 (Piazza Tienanmen) quella ricorrenza fece registrare un’impennata nazionalistica, per poi ritornare rapidamente ai toni più moderati e concilianti che abbiamo registrato nel corso della lunghissima fase di crescita economica del Paese che ha portato il Dragone ai vertici del capitalismo mondiale. Dopo molti anni di “pacifica collaborazione”, il barometro dei rapporti Cina-Usa tornano a indicare brutto tempo, e questo a prescindere dalla Presidenza Trump.

Limes

Intanto si intensifica, con alterne fortune, l’attivismo politico-militare degli Stati Uniti in un’area che la Cina considera il proprio cortile di casa: «L’ottobre appena concluso ha segnato in modo marcato l’impegno americano nell’indo-pacifico ed è stato il mese più proficuo (tra quelli recenti) per strategia e tattica statunitense, che vede l’impegno nella regione come la più logica componente geopolitica del confronto globale con la Cina. Sulla colonna delle vittorie dirette, Washington segna certamente l’accordo di cooperazione militare con Nuova Delhi. […] Nella costruzione del puzzle strategico americano nell’Indo-Pacifico manca un tassello importante: la Corea del Sud. La posizione di Seul è riassumibile nelle parole che il presidente Moon Jae-inn ha affidato a un suo consigliere: “Se gli Stati Uniti ci costringessero ad aderire a un’alleanza militare contro la Cina, sarebbe un dilemma davvero esistenziale per noi”». (Formiche, novembre 2020).

Ma ritorniamo ai risultati del Quinto Plenum, la cui discussione si è incardinata intorno a una parola chiave: shuang xunhuan (doppia circolazione). Di che si tratta?

A leggere i resoconti di molti analisti, pare che il Partito fedele al Xi Jinping-Pensiero voglia orientare il Paese in direzione di una sua chiusura autarchica (suggestione che richiama i “fasti” del maoismo), cioè verso una sorta di capitalismo in un solo Paese, a prevalenza statale, in grado di innalzare una sorta di muraglia economica e tecnologica che metta la “pacifica e armoniosa” società cinese al riparo dagli shock della globalizzazione e dall’iniziativa ostile dei cattivoni a stelle e strisce. Ma stanno davvero così le cose?

Nella sua ultima visita nel Guandong (13 ottobre, celebrazione del 40° anniversario dal lancio della Zona economica speciale di Shenzhen), Xi Jinping ha chiarito il concetto di doppia circolazione (intendendo per circolazione la produzione, la distribuzione e il consumo di “beni e servizi”): «È necessario promuovere la formazione di un nuovo modello di sviluppo in cui il grande ciclo domestico sia il corpo principale e nel quale la doppia circolazione si promuove a vicenda». Filippo Fasulo prova a chiarire meglio: «Nella visione proposta da Xi Jinping, per doppia circolazione si intende una dialettica fra la circolazione economica domestica e quella internazionale. Per visualizzare il tema si pensi che il termine cinese è lo stesso utilizzato quando si parla di “circolazione sanguigna”. In parole più semplici, viene messa in relazione l’integrazione globale – la circolazione esterna – con i consumi domestici – la circolazione interna. La dinamica da gestire, dunque, è quella fra una economia dipendente dalle esportazioni e, quindi, dalla domanda internazionale, e un ruolo più ampio accordato ai consumi interni. L’indicazione di oggi è che, nell’attuale contesto di incertezza dovuto alla pandemia e alle dispute commerciali, si debba puntare soprattutto sulla circolazione interna» (ISPI, 30/9/2020). In astratto la cosa appare abbastanza intuitiva, mentre sul piano pratico la questione si presenta oltremodo complessa e contraddittoria, a partire dal fatto che ancora oggi Cina e Stati Uniti sono molto integrati dal punto di vista commerciale, tecnologico (2) e finanziario. Il temuto o auspicato disaccoppiamento (decoupling) tra le economie dei due Paesi al vertice del capitalismo mondiale appare quantomeno “problematico”: «Secondo i leader cinesi, “protezionismo e unilateralismo” – un indiretto riferimento a Washington – sono le principali minacce esterne alla crescita economica del Paese, messa in pericolo anche dagli squilibri economici interni. Il “decoupling” (separazione) dagli Stati Uniti è visto però come “irrealistico”: nel terzo trimestre dell’anno gli scambi commerciali tra le due potenze sono cresciuti in effetti del 16%» (AsiaNews, 30/10/2020).

Anche sul piano finanziario l’integrazione tra i due Paesi ha raggiunto un livello assai rilevante, e tutto lascia prevedere che lo sarà molto di più nel prossimo futuro. Di certo il mercato finanziario cinese si sta muovendo in quel senso, come dimostra per ultimo il “caso Alibaba” (3).

«L’americanissima Bloomberg il 27 ottobre ha pubblicato un articolo in cui afferma che a settembre c’è stato un import cinese di merci americane record, 10 miliardi. Gli acquisti di beni energetici sono aumentati a settembre del 75%, con import record di petrolio. Il valore dei prodotti agricoli è aumentato del 60%, mentre l’import della soia, cuore nevralgico degli Stati agricoli americani, è aumentato del 600%. Sono aumentati enormemente anche gli acquisti di auto e cotone, ma Bloomberg fa sapere che le spedizioni, e le prenotazioni di merci americane,  a settembre, che arriveranno a ottobre o novembre, sono da record. Ricordiamo che a settembre l’import totale di merci dal mondo è aumentato del 14%, i dati delle merci americane ci dicono che gli Usa in Cina stanno enormemente sovraperfomando rispetto a rivali commerciali storici come la Germania. La strategia di Trump di reindustrializzazione degli Usa attraverso pressioni per un fair trade trova riscontro, dopo due anni burrascosi, in Cina (anche se esportano soprattutto prodotti agricoli, come un paese del terzo mondo…), che riconoscono la legittimità delle sue richieste. Forse non vedono di buon occhio un democratico, magari burattino dei guerrafondai alla Hillary Clinton, alla Casa Bianca. Preferiscono un ruvido uomo d’affari. Cosa combina all’interno del proprio paese non è affar loro, ma sono pronti a sfruttarne le debolezze. Certo, Trump strepita contro il “virus cinese” nella campagna elettorale, ma loro non ne fanno un dramma, sono solo parole. Sotto sotto si va avanti con gli accordi» (Contropiano). L’autore dell’articolo, che a quanto pare è un ammiratore, se non addirittura un fervente sostenitore, del Capitalismo/Imperialismo cinese, conclude come segue: «Perché loro possono e noi no? Perché non siamo un Paese sovrano e la classe dirigente, da decenni, è espressione di quella che altrove – in America Latina, per esempio – viene chiamata borghesia compradora. Letteralmente in vendita, subordinata oltre ogni limite, che assume le istanze delle potenze estere come espressione della sua politica (vedi Di Maio). Trump dimostra che la politica è tutt’altro, e gli affari internazionali non c’entrano niente con le sparate propagandistiche. Forse, se non crolla, dopo il 4 novembre farà una telefonata a Xi Jinping e Putin….». Vuoi vedere che i socialsovranisti di casa nostra, il cui “realismo geopolitico” ricorda molto quello della destra repubblicana statunitense, tifano, sotto sotto (ma poi non così tanto sotto), per Trump? Io lo sospettavo, diciamo così.

La “doppia circolazione” spiegata da Andrew Sheng, Distinguished Fellow all’Asia Global Institute dell’Università di Hong Kong, e da Xiao Geng, professore e direttore del Research Institute of Maritime Silk-Road dell’Università di Pechino (si tratta quindi del punto di vista cinese): «Per cominciare, la pandemia COVID-19 ha evidenziato quanto siano vulnerabili alle interruzioni le nostre catene di approvvigionamento globali “just in time”, cosa che ha alimentato le richieste di “de-globalizzazione”. Allo stesso tempo, le tensioni con gli Stati Uniti, il più grande partner commerciale della Cina, stanno aumentando. Il disaccoppiamento economico ora sembra più probabile che mai. La strategia della doppia circolazione della Cina è una risposta pragmatica alle pressioni interne ed esterne in rapida evoluzione che il Paese deve affrontare. L’obiettivo dei responsabili politici è aumentare la catena di approvvigionamento e la resilienza del mercato sfruttando l’enorme popolazione cinese di 1,4 miliardi, inclusi 400 milioni di consumatori della classe media. […] La strategia della doppia circolazione aiuterà, creando mercati nazionali più liberi e più unificati per il capitale fisico, finanziario e umano, i prodotti, i servizi, la tecnologia e le informazioni. Ma rafforzare i cicli interni di produzione e consumo non significa distruggere le reti di commercio estero, investimenti, turismo e istruzione; al contrario, la Cina è destinata a continuare ad aprire la sua economia, in particolare il suo mercato finanziario. Piuttosto, la doppia circolazione significa che gli scambi esterni saranno espansi e approfonditi in modi che completino l’economia nazionale. Se il resto del mondo vorrà cooperare in questi termini per la Cina andrà bene. In caso contrario, la Cina farà affidamento sui propri formidabili punti di forza per sostenere la propria crescita e sviluppo: un’ampia base di consumatori, capacità innovative in rapida crescita, eccetera. In poche parole, se il mondo non è pronto per la cooperazione, la Cina si adatterà alla polarizzazione» (CNA, 4/10/2020).Per Andrew Sheng e Xiao Geng il rafforzamento del mercato interno della Cina non significa dunque arrestare o sottovalutare il commercio con l’estero, ma piuttosto che gli scambi con l’estero verranno ampliati e approfonditi in modi che completino l’economia interna.

Xi Jinping da parte sua ha voluto chiarire che la doppia circolazione non ha una natura tattica di breve respiro, non è stata cioè pensata come risposta a problemi contingenti, superati i quali lo sviluppo dell’economia cinese riprenderà il cammino intrapreso nel lontano 1978, quando al III Plenum dell’XI Comitato Centrale si diede avvio alla politica di “riforma e apertura” di Deng Xiaoping; essa segna invece una vera e propria svolta strategica nella linea di sviluppo della società cinese. Detto questo, il conflitto commerciale e tecnologico con gli Stati Uniti degli ultimi anni e la pandemia che ha avuto proprio nella Cina il suo luogo di origine hanno certamente accelerato processi sociali in corso già da tempo e fatto maturare decisioni politiche di cui si parla già da qualche anno. Scrive Filippo Santelli: «Non è una novità: da tempo il Partito comunista sta cercando di pilotare la transizione dell’economia cinese dal modello low cost “fabbrica del mondo” a uno basato su innovazione e consumi. La “doppia circolazione” rilancia l’obiettivo, al momento incompiuto e reso ancora più urgente dalla recessione. virale e dalla sfida innescata dagli Stati Uniti. L’ambiente esterno presenta grandi rischi, sotto la spinta di Washington, ma non solo, il mondo prova a diminuire la propria dipendenza economica dalla Cina. L’unico modo per tenere a giri elevati il motore della crescita è dare più peso alla circolazione interna (pur senza chiudere le porte al mondo, ma anzi incentivando l’afflusso di competenze e capitali di cui il Paese ha bisogno)» (La Repubblica, 29/10/2020).

La controffensiva commerciale americana – e in parte europea – e la crisi pandemica hanno dunque accelerato processi economici e scelte strategiche maturati nel corso di oltre un decennio. Le prime avvisaglie della “grande transizione” (dal primato delle esportazioni al primato dello sviluppo interno) si possono far risalire alla crisi economica internazionale del 2008/2009, quando la contrazione della domanda mondiale costrinse la Cina a praticare una politica di massicci “stimoli economici” che ha portato l’economia del Paese sul poco virtuoso sentiero dell’indebitamento e della sovrapproduzione. Nel 2015 si è iniziato a parlare in Cina di una “Nuova Normalità”, ossia di una crescita economica basata sulla produzione di qualità (vedi il progetto Made in China 2025) e sempre più orientata al mercato interno – secondo il modello della China International Import Expo, prima fiera delle importazioni che si tiene a Shanghai dal 2018. L’anno scorso, l’interscambio commerciale con l’estero equivaleva al 32% del prodotto interno lordo cinese, esattamente la metà del picco del 64% raggiunto nel 2006. «Ma per mantenere la stabilità sociale a dispetto degli inevitabili costi sociali di una simile metamorfosi, sarà necessaria una “svolta politica”, una decisa oscillazione del tradizionale pendolo che segnala il clima politico all’interno del Partito dal mercato verso lo stato. In questa nuova fase di “instabilità” e “incertezza” i 400 milioni di persone diventati classe media negli ultimi anni non sono più sufficienti ad alimentare il “sogno cinese” promosso da Xi Jinping. Nel 2019, i consumi hanno rappresentato il 55,4% del Pil (contro il 49.3% nel 2010), ancora decisamente inferiori rispetto al 70-80% tipico delle economie avanzate. E, più che in tanti altri paesi – a causa della loro spiccata tendenza al risparmio – quella post-Covid si preannuncia come una lunga fase di stagnazione dei consumi dei cinesi, particolarmente restii a spendere nel clima d’insicurezza determinato dalla pandemia e dalla guerra commerciale-tecnologica» (M. Cocco, Centro studi sulla Cina contemporanea, 21/10/2020).

Per farci un’idea, anche solo approssimativa, della struttura sociale della Cina e della sua dinamica sono sufficienti questi pochi dati: sono circa 600 milioni i lavoratori che guadagnano meno di 140 dollari al mese, mentre la popolazione rurale ammonta a 560 milioni, pari a circa il 40% della popolazione cinese, una percentuale che distanzia ancora enormemente la Cina dai Paesi capitalisticamente avanzati. D’altra parte quella popolazione costituisce la riserva di manodopera a basso costo di cui hanno estremo bisogno soprattutto le metropoli industrializzate del Paese – a partire dalla provincia del Guandong – e le multinazionali di tutto il mondo che sfruttano manodopera cinese. «Secondo i dati della Fao, fra un lavoratore urbano e uno rurale il rapporto sulla differenza di guadagno mensile è di 1 a 10. Inoltre, questo guadagno rischia di essere ancora minore dato che i contadini non hanno il permesso di vendere la propria produzione in un mercato libero, ma devono consegnarne una parte allo Stato, che la compra a prezzi “calmierati”» (AsiaNews). Nel 2006 vivevano nelle aree rurali 737 milioni di individui, ovvero il 56% della popolazione del Paese. Ogni anno, negli ultimi 14 anni, è dunque emigrato dalle campagne in direzione delle città un esercito di oltre 12 milioni di persone. L’agricoltura impiega circa 211 milioni di lavoratori, pari al 26,5% della forza lavoro totale; i lavoratori occupati nell’industria sono 225 milioni (28,27%) e quelli occupati nei servizi 359 milioni (45,17%), per un totale di 795 milioni (dati stimati per il 2019). Come già detto, la classe media cinese ammonta a 400 milioni di persone.

Se il decollo del capitalismo cinese è avvenuto sotto il segno della sua piena integrazione nel sistema capitalistico mondiale, diventandone un nodo centrale nella cosiddetta catena globale del valore (soprattutto grazie al basso costo della forza-lavoro cinese), oggi l’enfasi è posta dunque sulla “circolazione interna”, ossia sulla produzione, la distribuzione e il consumo di “beni e servizi” interni alla società cinese. Il concetto, come abbiamo visto, è tutt’altro che nuovo, dal momento che è da almeno un decennio che il regime parla della necessità di portare lo sviluppo economico anche nelle vaste regioni interne del Paese non ancora toccate dalla modernizzazione capitalistica. Si tratta di una gigantesca riserva di caccia che offre al Capitale cinese eccezionali opportunità di profitti, anche se questa stessa possibilità promette di innescare processi e contraddizioni sociali di non facile gestione politica. Ma il Partito-Stato è abituato a confrontarsi con i complessi problemi che derivano dallo sviluppo economico, e al momento i risultati danno ragione ai sostenitori di un assetto totalitario delle istituzioni cinesi – senza peraltro azzerare del tutto le opzioni aperte a una riforma, più o meno “timida”, dell’architettura statuale cinese. Per dirla con Michelangelo Cocco, autore di Una Cina “perfetta”. La Nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale (Carocci, 2020), il Partito Capitalista Cinese «si sta affermando come una sempre più efficiente macchina di governance del XXI secolo».

Il mondo “post globalizzazione” di cui tanto si parla negli ultimi tempi registra certamente una battuta d’arresto, o probabilmente solo un rallentamento della macchina capitalistica mondiale, ma sarebbe errato, a mio avviso, dedurne una tendenza “regressiva” generale, ossia un ritorno indietro del capitalismo verso un suo assetto di tipo autarchico. L’adeguamento dei maggiori capitalismi mondiali alla nuova fase non avviene comunque su scala nazionale ma continentale, ed è certamente tale la dimensione non solo dell’Europa centrata sull’asse francotedesco, ma anche della Cina (in realtà di tutta l’area del Pacifico asiatico) e degli Stati Uniti, Paesi che sono sufficientemente grandi e ricchi di risorse umane ed energetiche da poter fronteggiare con buone possibilità di successo la cattiva congiuntura dell’economia internazionale e prepararsi per la nuova fase espansiva della “globalizzazione”.

La produzione e i consumi interni come volano della futura crescita economica della Cina: si tratta di una strategia di ampio respiro e dalle molteplici conseguenze (di natura interna e internazionale) i cui primi effetti si vedranno, se si vedranno, nei prossimi anni e non certo nei prossimi mesi. Infatti, non è facile né senza incognite di varia natura riorientare una macchina gigantesca qual è diventata l’economia capitalistica cinese.

Per Martin Jacques, autore nel 2009 del bestseller When China Rules the World che annunciava la prossima «fine del mondo occidentale e la nascita di un nuovo ordine globale» centrato sul Celeste Imperialismo Cinese, ha di recente dichiarato che «ricorderemo il 2020 come il momento della Grande Transizione. L’anno in cui la Cina ha sostituito gli Stati Uniti come potenza leader del mondo» (Financial Times). Gideon Rachman, editorialista del Financial Times, ha obiettato a Jacques di aver fatto una previsione troppo in anticipo sui tempi che sottovaluta grandemente i fattori di debolezza che continuano a zavorrare la Cina, come le sue arretrate aree rurali interne, la sua periferia non ancora domata sotto il profilo etnico-religioso, una demografia che potrebbe sfuggire al rigido controllo di Pechino e un sistema politico-istituzionale totalitario che alla fine potrebbe non essere più in grado di controllare l’ascesa impetuosa delle classi medie. Il tempo dirà da quale parte sta la ragione – di certo non dalla parte delle classi subalterne che nutrono il Dragone, se le cose rimarranno inalterate sul terreno del conflitto sociale.

(1) Rimando i lettori ai miei diversi scritti sulla Cina; ne cito solo quattro: Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; Da Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinesi.
Scriveva Paul M. Sweezy: «Nel caso della Cina, lo sviluppo del Partito comunista cinese ebbe luogo nelle grandi città costiere e si basò soprattutto sulle loro classi operaie, sul modello dei bolscevichi prerivoluzionari in Russia. Ma dopo le sconfitte del 1927 per mano del Kuomintang e dei suoi finanziatori esteri, il Pcc fu costretto a ritirarsi nelle campagne, e dopo di allora, fino alla conquista finale del potere vent’anni dopo, la composizione del movimento rivoluzionario fu per lo più rurale (contadini, senza terra, piccoli borghesi)» (P. M. Sweezy, Il Marxismo e il futuro, 1981, p. 91, Einaudi, 1981). In realtà, il mutamento nella composizione sociale del movimento rivoluzionario cinese registrò una sua ben più radicale trasformazione: infatti, da promettente soggetto rivoluzionario proletario il Partito Comunista Cinese, sottoposto alle “amorevoli” cure dello stalinismo (espressione più emblematica della controrivoluzione in Russia e nel mondo) diventò un soggetto rivoluzionario nazionale-borghese. In altre parole, con il PCC di Mao non siamo dinanzi a un semplice cambiamento nella strategia politica dei comunisti, intesa ad adeguarla alla nuova situazione; ci troviamo piuttosto di fronte alla morte della natura proletaria (nell’accezione teorico-politica, e non meramente sociologica, del concetto) di quel Partito, nonostante esso conservasse il vecchio nome – secondo l’esempio sovietico.
(2) «Il dato che salta all’occhio, in questo ambito, è quello delle importazioni di circuiti integrati che, con un valore superiore ai 300 miliardi di dollari rappresenta la prima voce dell’import cinese, superiore ai poco meno di 250 miliardi di dollari di petrolio, di cui Pechino guida la domanda mondiale. Inoltre, gli investimenti in innovazione anche nel 2019 hanno superato un tasso di crescita del 10%, indirizzandosi, per l’83,4% allo sviluppo industriale e contribuendo, dunque, alla crescita qualitativa dell’industria cinese. Anche in occasione dello stimolo economico approvato a fine maggio una grande attenzione è stata rivolta alla tecnologia avanzata, promuovendo le cosiddette “nuove infrastrutture” (ferrovie ad alta velocità, 5G, Big Data, AI e colonnine per i veicoli elettrici) per un valore che nel 2020 potrebbe superare i 2.000 miliardi di Rmb» (F. Fasulo, ISPI, 30/9/2020).
(3) «Due giorni dopo l’Election Day negli Stati Uniti, in due borse cinesi inizierà contemporaneamente il più grande collocamento di una new entry – IPO, Initial Pubblic Offering – mai vista sul mercato mondiale. Si tratta di Ant Group, il “braccio finanziario” di Alibaba, fondata dal miliardario cinese Jack Ma poco meno di 20 fa. Si è recentemente ritirato dal management di Alibaba (non dal’azionariato), e possiede ora anche Alipay, la maggiore azienda di pagamento digitale della Repubblica Popolare. Insieme a WeChat, controllata da Tencent Holdings, detiene il 40% del mercato, Alipay il è leader – con il 55% – del pagamento “senza contanti” attraverso la lettura di un codice QR dal proprio Smartphone. Si possono fare acquisti che alle nostre latitudini solitamente vengono effettuati in contante strisciando il proprio cellulare su un quadrato bianco-nero stampato su un semplice pezzo di carta. Il sistema di pagamento attraverso le carte di credito è stato “saltato” dalla Cina, che è passata direttamente al digitale e ai relativi servizi, divenendone per quantità e qualità il leader mondiale. Si può pagare un taxi, un pasto, l’affitto o le bollette… Il suo bacino di utenza è attualmente di 730 milioni di persone al mese; ha creato in pratica un “ecosistema” economico per i beni di consumo affiancando il sistema bancario cinese a controllo pubblico, tendenzialmente indirizzato prevalentemente al finanziamento dell’industria statale e di progetti infrastrutturali. […] Si tratta di un avvenimento in qualche misura “epocale” perché mostra come l’epicentro della finanzia mondiale si stia spostando sempre più verso la Cina, ora in grado di attirare gli investimenti dei big di Wall Street – Citigroup, JP Morgan e Morgan Stanley saranno tra i maggiori beneficiari dell’offerta – e di mettere direttamente sul mercato, ad Hong Kong o nella Cina continentale, alcuni “fiori all’occhiello” della propria economia, mettendo al riparo giganti digitali delle dimensioni di Netease o JD.com da eventuali ritorsioni sui mercati nord-americani» (Internazionale).

Aggiunta

COSA CI DICE L’“INQUIETANTE ” VICENDA DI JACK MA? QUALCHE IPOTESI

La vicenda della mancata quotazione in Borsa (prevista per il 5 novembre contemporaneamente a Shangai e a Hong Kong) di Ant Group, uno dei più grandi operatori finanziari del mondo, si offre a mio avviso come un’eccellente occasione per una più chiara comprensione della dinamica capitalistica cinese, soprattutto nel sempre più dinamico, potente e problematico mercato finanziario, e di come essa impatti significativamente sull’assetto  sociale della Cina in generale, e su quello politico-istituzionale, in particolare. Tensioni sociali e rischi sistemici generati dal processo economico, che potrebbero dar luogo a vasti conflitti sociali, spesso costringono il Partito-Regime (il Partito Capitalista Cinese,il quale con evidenti richiami orwelliani si definisce “Comunista”) a usare il pugno di ferro per governare un Paese che sprizza capitalismo da tutti i pori, con ciò che ne segue – o ne potrebbe seguire – appunto sul piano della sua complessiva tenuta sociale. Le dimensioni contano, eccome, quando si tratta di governare un Paese come la Cina: ad esempio, un conto è la disperazione di qualche milione di piccoli risparmiatori traditi da investimenti non precisamente “oculati”, un conto affatto diverso sarebbe avere a che fare con centinaia di milioni di persone ridotte sul lastrico dal fallimento di una finanziaria, o non più in grado di onorare i loro debiti.

Occorre poi ricordare che dentro il Partito-Regime cinese si sono sempre confrontate e scontrate diverse anime (almeno due: la “Rossa” e la “Nera”, quella più statalista e quella meno statalista, quella più “sovranista” e quella più “globalista”), espressioni di interessi sociali diversi (sempre di stampo rigorosamente capitalistico) e di differenti linee politiche (in economia, in politica estera, nella gestione dei conflitti sociali). Spesso queste “anime” si sono date battaglia anche ricorrendo alla violenza fisica, e quasi sempre con il pretesto della lotta alla corruzione (che comunque in Cina esiste ed è diffusissima a tutti i livelli del regime) e della difesa del “bene comune” – nonché, dulcis in fundo, della sacra indipendenza nazionale. Probabilmente la vicenda di Ant non è estranea al contesto qui sommariamente abbozzato. In ogni caso l’offensiva capitalistica cinese continua su tutti i fronti della competizione interimperialistica, come dimostra per ultimo l’accordo di libero scambio fra la Cina e 15 Paesi dell’Asia e del Pacifico firmato il 15 novembre (*). Anche il fronte della moneta internazionale digitale è ben presidiato dal Celeste Capitalismo: vedremo tra qualche anno con quali risultati. Vincent Lorphellin e Christian Saint-Etienne, sostenitori di un polo imperialista europeo unitario, su un articolo pubblicato da Le Monde qualche settimana fa scrivevano che «la nuova posizione della Cina è una minaccia terminale alla supremazia tecnologica» europea e occidentale. Saprà reagire l’imperialismo occidentale a questa titanica “sfida gialla”? Di certo chi scrive non ha consigli da dare a tal riguardo…

Un articolo pubblicato dal Post il 13 novembre è utile a mio avviso a comprendere un aspetto importante della “problematica” messa in luce dalla vicenda qui ricordata. Ne pubblico ampi stralci.

(*) Secondo le stime iniziali il valore dell’intesa rappresenterà circa il 30% del Pil mondiale, il 50% della produzione manifatturiera mondiale e raggiungerà 2,2 miliardi di consumatori, cioè a dire quasi un terzo della popolazione mondiale. «Il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) è stato sottoscritto ad Hanoi, in Vietnam, con diversi leader collegati in videoconferenza a causa dell’emergenza Covid-19, e di certo avrà come conseguenza una crescita dell’egemonia commerciale cinese nell’area riducendo la dipendenza di Pechino dagli Usa e dall’occidente ad esempio i prodotti tecnologici. L’India si è chiamata fuori temendo una maggiore dipendenza dalla Cina con la quale rapporti non sono ottimali, mentre all’accordo di libero scambio, che gradualmente comporterà la riduzione della tassazione sui beni importati nell’arco di un decennio ma anche investimenti, commercio elettronico, proprietà intellettuale e appalti pubblici, hanno aderito anche Australia e Nuova Zelanda; ha tuttavia fatto scalpore la partecipazione del Giappone, nonostante le contese con la Cina per alcune isole (Senkaku e Takeshima) e soprattutto per le divisioni per motivi di carattere storico. Il ministero delle Finanze cinese ha commentato che “Per la prima volta Cina e Giappone hanno raggiunto un accordo bilaterale di riduzione delle tariffe, raggiungendo una svolta storica”» (Notizie Geopolitiche). Per Nicolas Beverez (Le Figaro), «La nascita dell’Asian Free Trade Area è una grande vittoria per la Cina, che riesce con il RCEP dove gli Stati Uniti avevano fallito con il Patto Trans-Pacifico. L’accordo dimostra che il libero scambio non è moro, e che il protezionismo, a differenza di quanto spesso si sostiene, non è morto. L’Asia, che si considera la regione del futuro, ritiene che il libero scambio è il futuro non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello geostrategico. Nel 1929 Henry Ford disse al Presidente Hoover che il protezionismo è una stupidaggine economica. Xi Jinping lo ha compreso perfettamente. È tempo che l’Europa e gli Stati Uniti riscoprano il libero scambio se intendono rispondere con successo al capitalismo totalitario cinese». Ci voleva il “compagno” Xi Jinping per rianimare i tifosi del libero scambio!

«Ant è una società di fintech, cioè un’azienda tecnologica che offre servizi finanziari per il pagamento, il credito e gli investimenti. La sua quotazione in Borsa darebbe stato il più grande debutto di sempre. […] Ma meno di 48 ore prima del debutto, la borsa di Shangai ha annunciato a sorpresa che avrebbe ritirato la quotazione di Ant. Le regolamentazioni del settore sono cambiate improvvisamente, hanno detto i funzionari di borsa, e la quotazione deve essere rimandata. Poco dopo ha fatto lo stesso anche la borsa di Hong Kong. Il ritiro della quotazione di Ant è stato un fiasco per Jack Ma, l’uomo più ricco della Cina, che ha fondato l’azienda di ecommerce Alibaba e che ha creato e controlla Ant. È stato un fiasco anche per l’economia cinese, che in Ant aveva un campione nazionale: l’ascesa dell’azienda era considerata come un segnale di forza del settore finanziario, e le sue disgrazie sono state viste all’estero come un sintomo di immaturità del mercato. La ragione per cui la quotazione è stata ritirata con così poco anticipo è ancora incerta. C’è una ragione ufficiale: appena prima della quotazione, il governo cinese ha annunciato un cambiamento molto importante delle regole per gli operatori finanziari digitali. Secondo alcuni calcoli, per rispettare i nuovi criteri Ant dovrebbe aumentare il suo capitale di 20 miliardi di dollari.

Ma le motivazioni di questo cambiamento improvviso sono difficili da comprendere, perché gran parte delle decisioni di alto livello nella politica cinese è presa in maniera riservata e non è resa pubblica. Molti media  indicano un discorso tenuto da Jack Ma il 24 ottobre a Shanghai come una delle probabili cause: durante il discorso, tenuto durante un forum al quale partecipavano le più importanti personalità politiche ed economiche del paese, Jack Ma  ha criticato con parole durissime le regolamentazioni del settore finanziario, dicendo che le autorità hanno una “mentalità da banco dei pegni” che non consente l’innovazione. Questo discorso ha fatto molto arrabbiare le autorità cinesi ed è arrivato fino al presidente Xi Jinping. Secondo il Wall Street Journal, sarebbe stato lui in persona a ordinare l’apertura delle procedure che avrebbero portato, da lì a poco, al ritiro della quotazione. Ci sono però anche ragioni più profonde, che in questi giorni sono state raccontate da analisti ed esperti del settore.

[…] Alibaba fu fondata nel 1999 da jack Ma, allora un insegnare di inglese, e non deve essere confusa come “l’Amazon cinese”. Due dei suoi prodotti più importanti sono Taobao e Tmall, due piattaforme che rispettivamente consentono la compravendita tra privati e tra aziende e consumatori. Per facilitare queste transazioni, nel 2004 Jack Ma creò Alipay, un servizio per facilitare e garantire i pagamenti sulle sue piattaforme, simile per certi aspetti a PayPal. Il successo di Alipay fu così grosso che nel 2011 Jack Ma decise di separare Alipay da Alibaba, trasformandola in un’azienda indipendente. […] Porter Erisman, ex vicedirettore di Alibaba e autore di un libro sul tema, disse che secondo Jack Ma Alipay aveva le potenzialità per diventare “la banca più grande della Cina”. In vari discorsi pubblici Jack Ma ha detto che l’obiettivo di Alipay era quello di rivoluzionare il mercato finanziario cinese. Nel 2008 disse che gli istituti finanziari non erano in grado di sostenere l’imprenditoria perché le regole erano soffocanti: “Se le banche non cambiano, cambieremo noi le banche”. Alipay, che nel frattempo è diventata Ant c’è riuscita. L’azienda ha 700 milioni di utenti e nel tempo ha creato prodotti che sono stati capaci di cambiare in maniera radicale il mercato finanziario cinese. Nel 2013 presentò Yu’e Bao, un fondo di investimento monetario con caratteristiche mai viste prima: il limite era appena di 1 yuan (cioè 0,13 euro), i rendimenti garantiti erano belli alti e si potevano ritirare i propri soldi in qualsiasi momento, senza penali. Il tutto si poteva fare comodamente, tramite app sul telefono. Nel giro di un mese i cinesi avevano già investito in Yu’e Bao 1,6 miliardi di dollari, e nel marzo del 2018 era diventato il più grande fondo di investimento del mondo, con 267 miliardi di dollari di asset. Il fondo era così grande che a un certo punto le autorità cinesi temettero che potesse costituire un rischio per la tenuta dell’intera economia (se ci fossero stati problemi con Yu’e Bao, centinaia di milioni di piccoli risparmiatori sarebbero stati rovinati), e intervennero: Ant cambiò alcune regole in Yu’e Bao a aprì la sua piattaforma ad altri, riducendo la dimesione del fondo e di conseguenza il rischio.

Episodi come questo, in cui Ant spinge al limite l’innovazione nel sistema finanziario, fino a generare possibili rischi sistemici, sono una parte consistente dell’azienda.
Secondo i documenti depositati da Ant prima della sua mancata quotazione, l’azienda opera in quattro settori principali: il credito, che genera il 39 per cento delle entrate, i pagamenti (36 per cento delle entrate), gli investimenti (16 per cento) e le assicurazioni (8 per cento). Già da qui si può capire che Ant si comporta in gran parte come una banca. Il settore di gran lunga più redditizio, quello che negli ultimi anni ha generato poco più di metà della crescita di Ant, è il credito. […] Nel settore del credito Ant ha due prodotti principali: Huabei, un sistema di carte di credito virtuali, e Jiebei, un sistema di microprestiti. Huabei fornisce credito a un tasso di interesse annuale del 15 per cento, che è appena sotto la soglia dello strozzinaggio secondo la legge cinese. I due servizi, assieme, negli ultimi 12 mesi hanno erogato credito e prestito a 500 milioni di utenti: è più di un terzo della popolazione di tutta la Cina, e la metà di tutti gli utenti di internet cinesi.

Queste cifre enormi sono giustificate dal fatto che, quando si parla di sistemi di pagamento e di finanza, la Cina è passata direttamente dal contante al digitale, senza sviluppare un sistema diffusi di carte di credito e di debito. Per i cittadini cinesi, il modo più facile per ottenere credito o piccoli prestiti è passare da servizi digitali e facilmente accessibili tramite app come Huabei e Jiebei, non dalle banche. I servizi di credito di Ant hanno avuto così tanto successo che anche le altre grandi compagnie di internet sono entrate nel mercato, e ben presto Tencent, Baidu e JD, tra le altre, hanno presentato i loro sistemi di microprestiti. […]

Una situazione del genere è già abbastanza peculiare: sarebbe come se in Occidente Amazon, Google e facebook si mettessero a offrire prestiti alle famiglie, pubblicizzandoli anche in maniera piuttosto aggressiva. La media dei prestiti concessi da Ant è di 300 dollari: sembra poco, ma bisogna ricordare che la stragrande maggioranza della popolazione cinese vive in condizioni modeste. Fuori delle grandi città della costa 300 dollari sono più o meno le entrate medie di un mese, e questo significa che molti prestiti concessi da Ant hanno un certo grado di rischio. Questo ha fatto preoccupare le istituzioni finanziarie, anche perché negli scorsi anni in Cina ci sono statti scandali pesanti che hanno coinvolto operatori finanziari rapaci o inesperti che hanno rovinato molte persone con servizi di prestiti sconsiderati. Ant inoltre aveva un’altra ragione per preoccupare il governo: da tempo le autorità sostengono che l’azienda non abbia abbastanza capitale per rendere sicuri tutti i suoi prestiti. Ant infatti non concede i prestiti dalle sue casse, ma li esternalizza in gran parte alle banche: come ha scritto il Financial Times, con 450 milioni di dollari di capitale Ant eroga 45 miliardi di dollari di prestiti.

Considerando che Jack Ma è l’imprenditore più importante di tutta la Cina, e uno dei meglio collegati (come molti suoi colleghi, è membro del Partiti comunista), è probabile che, quando ha tenuto il suo discorso durissimo davanti alle istituzioni finanziarie cinesi il 24 ottobre, già sapesse che le autorità stavano preparando nuove regole molto onerose per le compagnie fintech. Il discorso attaccava ferocemente proprio le figure e gli enti che devono regolare ilmercato finanziario, che Jack Ma definisce obsoleti, incapaci di correre rischi e con una “mentalità da banco dei pegni”, come già detto. Attaccava particolarmente le regole che impongono che chi fa credito abbia riserve di capitale molto alte, esattamente quello che Ant non ha.

[…] Secondo il Financial Times, la quotazione dell’azienda non è stata abolita del tutto, ma soltanto rimandata. Ritarderà però almeno di sei mesi, e il suo valore di mercato potrebbe essere molto ridotto, perché le nuove regole potrebbero cambiare in maniera consistente il modello di business di Ant e le sue fonti di entrata. La vicenda dell’azienda è stata vista soprattutto in Cina come un intervento necessario, anche se tardivo, da parte del governo: alcune attività di Ant costituivano un rischio per il sistema finanziario e dovevano essere regolate. D’altro canto, soprattutto in Occidente, è stata vista come la prova dell’interventismo dannoso del governo cinese sulla libertà d’impresa».

LA LOTTA MONDIALE ALLA PANDEMIA COME MOMENTO NON SECONDARIO DELLA CONTESA INTERIMPERIALISTA

A testimoniare della natura squisitamente sociale – e per nulla naturale – della crisi sanitaria mondiale di questi mesi, giunge anche la ritorsione del Presidente Trump nei confronti dell’Organizzazione Mondiale della sanità, accusata non solo di grave negligenza e pressappochismo in tutta la questione epidemica, ma di essersi mossa di fatto in piena sintonia con gli interessi cinesi, cosa che l’avrebbe portata addirittura a «insabbiare informazioni e dati sulla diffusione dell’epidemia» (*). Bisogna dire che la decisione di Trump non giunge inattesa, dal momento che essa «è stata annunciata da giorni e sostenuta persino dai media americani anche più progressisti» (Notizie Geopolitiche). Scrive Enrico Oliari: «Il sospetto della Casa Bianca e non solo è che l’asse tra i cinesi e l’Oms sia consolidato, anche perché nel 2017 l’etiope Ghebreyesus fu eletto con i voti di quasi tutti i paesi africani, gli stessi in cui Pechino detta legge attraverso il neoimperialismo coloniale. Di certo la polemica torna utile allo stesso presidente nella logica dello scarica barile, dal momento che i suoi ordini e i contrordini sulla gestione dell’epidemia negli Usa si stanno traducendo nei dati di oggi: 600mila contagiati e 25mila morti» (Notizie Geopolitiche).

Per il Corriere della Sera «L’Oms si è mossa in ritardo e, pur lanciando allarmi, per molto tempo ha evitato di sollecitare interventi radicali dichiarando la pandemia soltanto dopo un mese. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus è andato a Pechino ad omaggiare Xi Jinping per la sua presunta trasparenza anche se la Cina ha nascosto a lungo le reali dimensioni dell’epidemia: ed è verosimile che l’organizzazione si sia comportata in questo modo perché marcata stretta dalla Cina». Come si vede, anche qui viene avanti il rapporto che la Cina ha stretto con il direttore dell’OMS e, più in generale, le conseguenze sul piano geopolitico della dinamica e capitalisticamente aggressiva presenza dell’imperialismo cinese in Africa – e non solo

In un’intervista a Repubblica, l’ambasciatore della Cina in Italia Li Junhua ha dichiarato che «La Cina è pronta a fare da guardiano all’ordine mondiale e da riparatrice dell’economia globale»: è chiaro che questa chiara strategia non può non inquietare l’imperialismo americano, il quale evidentemente capisce che l’ordine mondiale che la Cina intende difendere inizia a penalizzarlo in modo sempre più serio e su diversi fronti.

Da più parti in Occidente si sostiene che la Cina stia approfittando della crisi epidemica per espandersi economicamente, politicamente e ideologicamente in quei Paesi europei fiaccati dalla crisi epidemica. La particolare struttura politico-istituzionale della Cina avrebbe permesso a questo Paese di mostrare una grande resilienza sistemica e un’eccezionale capacità di reazione, e ciò l’avrebbe messo nelle condizioni di avvantaggiarsi delle altrui debolezze. Come sempre nelle guerre, alla fine c’è chi perde e chi vince. Naturalmente le classi subalterne di tutti i Paesi, sia che appartengano al novero dei vinti che a quello dei vincitori, da questa guerra escono sempre e puntualmente come perdenti, ma questo è un altro (forse) discorso. Ha ragione chi teme il rafforzamento dell’imperialismo cinese anche grazie all’epidemia in corso? Non c’è dubbio. Ma non si tratta, ovviamente, di cattiveria, ma della natura del capitalismo/imperialismo mondiale. Di solito le nazioni si scandalizzano per l’altrui attivismo imperialista, mentre il loro proprio imperialismo non lo vedono neanche: «Il nostro Paese desidera per il mondo pace, armonia, prosperità e uguaglianza tra le nazioni». Come no! Perché dunque scandalizzarsi della pratica imperialista della Cina? Chi si scandalizza mostra di difendere interessi che fanno capo ad altri imperialismi: ad esempio a quello americano, o a quello europeo – che ancora fatica a trovare una “sintesi” nell’Unione Europea.

«Il coronavirus è l’ultima arma del nuovo imperialismo cinese?», domanda Luca Forestieri di Rolling Stone alla sinologa Giada Messetti. «Finita la pandemia», continua Forestieri, «l’equilibrio di forze potrebbe cambiare e la Cina di Xi Jinping potrebbe soffiare agli Stati Uniti il primato di maggiore economia mondiale». Che ne pensa di questo scenario l’autrice di Nella testa del dragone (Mondadori, febbraio 2020)? La via della seta e la via della sanità hanno a che fare con le mire egemoniche dell’imperialismo cinese? Ecco la risposta della sinologa: «È un modus operandi esattamente com’è stato quello degli USA dopo la seconda guerra mondiale: avere un controllo geopolitico di alcune parti del mondo da parte della Cina. Anche gli USA non hanno dato i soldi all’Europa [dopo la Seconda guerra mondiale] per benevolenza. E così la Cina: ha un surplus pazzesco e cerca nuovi mercati in cui vendere le merci. […] È il soft power cinese che si sostituisce a quello americano. Una volta erano gli americani che aiutavano. Adesso sono i Cinesi che si stanno raccontando all’esterno come coloro in grado di fornire aiuti e assistenza. Tanto che in Cina si parla già di “Via della Seta sanitaria”». È la contesa interimperialistica, e tu non puoi farci niente, sciocco occidentale! A proposito: si scrive «modus operandi», si legge prassi imperialista.

«Più capitalista o più socialista. Come sarà la Cina del futuro?», chiede ancora Luca Forestieri, il quale evidentemente non ha letto i miei fondamentali scritti (faccio dell’ironia!) sulla Cina, a Giada Messetti. «Non so rispondere, ma penso che la Cina diventerà sempre di più un modello a cui noi guarderemo. Il capitalismo cinese è un mix tra socialismo e capitalismo perché sono riusciti a rendere cinese il capitalismo occidentale». Ma non sarebbe stato più corretto e semplice rispondere che quello cinese non è che un capitalismo “con caratteristiche cinesi”? Un «mix tra socialismo e capitalismo» è una formula che sarebbe molto piaciuta a Marx: anche qui, faccio della facile ironia. Come ho scritto non so quante volte commentando le risibili (qui invece faccio dell’eufemismo) tesi dei tifosi occidentali del “Socialismo con caratteristiche cinesi”, la “sovrastruttura” politico-istituzionale della Cina è (è sempre stata, da Mao a Xi Jinping, con la mediazione di Deng Xiaoping) perfettamente adeguata alla sua “struttura” economica-sociale, la quale è capitalistica al 100 per cento. «Ma il Partito che dà sostanza al regime autoritario cinese si chiama comunista!». Ecco, appunto, si chiama

Naturalmente i sostenitori dell’imperialismo occidentale hanno tutto l’interesse ad accreditare la natura “comunista” del regime cinese, in modo da celare gli interessi imperialistici che difendono dietro una cortina di lotta ideologica (secondo il ben noto e rodato schema dello scontro fra le civiltà), e da poter dimostrare ai lavoratori occidentali quanto poco appetibile sia un “regime comunista”, il quale quanto a sfruttamento della forza lavoro e a oppressione politica («In Cina gli operai se li sognano i sindacati liberi e indipendenti!) vince la gara con i regimi democratici occidentali.

Ancora la sinologa Messetti: «L’Occidente ha sfruttato la Cina per avere profitti più alti perché avevano bisogno di manodopera a basso costo. La Cina l’ha fatto, ma quando ha acquisito le competenze, ha detto “Ok, noi ora vogliamo diventare la potenza tecnologica più avanzata del mondo”. Non è rimasta passiva, ma ha girato le cose a suo vantaggio. E ora è arrivato il suo momento. La Cina se ne frega della cultura occidentale, fa come dice lei perché crede che il suo metodo sia superiore al nostro. Ed è la prima volta che l’Occidente si ritrova in questa situazione dopo secoli in cui si è sentito superiore rispetto agli altri». Non c’è che dire, l’imperialismo occidentale ha trovato pane imperialistico per i suo denti – e sempre posto che abbia un senso mettere l’Europa e gli Stati Uniti in un solo fascio, mentre in realtà molte e profonde le faglie di scontro sistemico tra le due sponde dell’Atlantico, e questo ancora una volta porta acqua al mulino del Celeste Imperialismo.

Per Vittorio Emanuele Parsi (Il Messaggero) la frenata economica di Cina e Stati Uniti provocata dalla pandemia potrebbe rivelarsi «la vera chance per l’Europa», la quale potrebbe approfittare della momentanea debolezza di quei due Paesi per acquistare autonomia e capacità di iniziativa geopolitica. Secondo Francesco Bechis, l’attivismo cinese in Europa si spiega anche con una serie di problemi che la Cina si trova a dover affrontare: «Ora che gli Stati Uniti di Donald Trump hanno iniziato a rispondere con i fatti e a venire in soccorso degli alleati europei, la “coronavirus diplomacy” cinese nel Vecchio Continente è entrata in una nuova, più aggressiva fase della campagna diplomatica per stringere rapporti (e contratti) con i partner del Vecchio Continente nel guado dell’emergenza sanitaria. Due le ragioni che spiegano una così brusca accelerazione. La prima: la crisi economica. Oggi mantenere un accesso privilegiato al mercato europeo non è un optional, è questione di vita o di morte per l’economia cinese. La caduta a picco del Pil, che, scrive Reuters, gli analisti stimano in un -6,5% sull’anno precedente da gennaio a marzo, -9,9% su base trimestrale, preoccupa non poco le feluche cinesi. Per trovare un precedente bisogna risalire al 1992. Se si pensa che nel primo trimestre del 2019 il Pil cinese è cresciuto del 6% si ha una dimensione del baratro. La seconda: non tutto fila liscio nella campagna cinese in Europa a suon di aiuti internazionali, mascherine, equipaggiamento medico. Negli ultimi giorni, il piano di Xi Jinping ha iniziato a mostrare le prime crepe» (Formiche.net). Staremo a vedere. Naturalmente Bechis, essendo un sostenitore del “mondo libero e democratico”, si augura che la controffensiva americana abbia pieno successo. Personalmente tifo invece per la catastrofe del Capitalismo/Imperialismo mondiale preso in blocco, nella sua disumana ed escrementizia totalità, ma questi sono dettagli che forse ai lettori non interessano.

Il noto scienziato sociale Alessandro Di Battista non ha invece alcun dubbio su dove punti l’ago della bilancia nella lotta per il potere mondiale: «La Cina vincerà la Terza guerra mondiale senza sparare un solo colpo. Noi abbiamo carte da giocare in Europa, come il rapporto con la Cina» (Il Fatto Quotidiano). Alla luce della sapienza geopolitica del “leader di riserva” dei pentastellati, dire che «La Cina è vicina», come si diceva una volta, suona del tutto anacronistico: la Cina è già qui e non se ne andrà più, per la felicità dei tifosi del “modello cinese”.

Scrive Jacob L. Shapiro: «Stati Uniti e Cina sono i due pilastri dell’economia globale. Insieme, assommano il 40% del pil mondiale. Eppure, la minaccia unica e planetaria posta dal coronavirus non ha avvicinato i due paesi. Anzi, li ha ulteriormente allontanati. In questo momento le relazioni bilaterali sono ai minimi dagli anni della guerra in Vietnam, quando Pechino inviò centinaia di migliaia di soldati nel Vietnam del Nord per supportare i vietcong. Il mondo già ne soffre, ma è molto probabile che abbia a soffrirne ancora di più» (Limes). Il futuro non promette nulla di buono? Niente sarà più come prima, è d’altra parte il mantra del momento: non so a chi legge, ma a me quel mantra suona oltremodo sinistro. La “nuova normalità” si annuncia ancora più brutta di quella vecchia, su ogni aspetto della vita individuale e sociale. Ora, e per non dar libero corso al mio antipatico pessimismo, non si vede perché «la minaccia unica e planetaria posta dal coronavirus» avrebbe dovuto avvicinare i due Paesi che oggi si contendono il primato mondiale in ogni ambito della contesa imperialistica: in quello economico, tecnologico, scientifico, geopolitico, militare, ideologico. La stessa lotta alla pandemia si è presto e necessariamente trasformata in una continuazione della guerra mondiale sistemica con altri mezzi, in un suo importante, e per molti analisti geopolitici perfino decisivo, momento di quella guerra. Per Le Monde, la pandemia forza tendenze già presenti sulla scena geopolitica da molto tempo e segna il definitivo tramonto dell’Occidente, la cui egemonia sistemica (economica, politica, culturale) sul mondo passa decisamente nelle mani dell’Oriente più estremo: dalla Cina alla Corea del Sud – che non a caso hanno offerto al mondo i due modelli ritenuti più di successo nella lotta al Covid-19. Avremo modo di verificare la solidità di questa tesi, la quale peraltro riprende la ben nota “profezia” di Oswald Spengler esposta nel suo famoso libro pubblicato nell’estate del 1918 – nel pieno della Spagnola.

«Il virus – osserva Shapiro – colpisce gli esseri umani indipendentemente dal colore della pelle, dal credo religioso, dalla nazionalità. Il virus non guarda se il suo ospite è americano, cinese, spagnolo o sudafricano. Il dolore di perdere i propri cari, la paura di lasciare casa, la necessaria ma innaturale necessità di isolarci dalle nostre comunità, l’incertezza economica sono divenute esperienze universali nelle ultime settimane. Per il Covid-19, siamo tutti uguali». Com’è ingenuo, signor Shapiro! Per il virus un “ospite vale l’altro”, ma la malattia che esso innesca impatta non su un’astratta umanità, ma su una Società-Mondo che mostra di essere radicalmente ostile agli uomini in generale, e alle classi subalterne in particolare. Senza contare poi, che è stata la distruzione degli ecosistemi prodotta dal capitalismo a gettare il famigerato virus nella mischia sociale, per tacere delle altre cause squisitamente sociali che ne hanno determinato la diffusione planetaria e la sua pericolosità per la salute umana. Ma su questo aspetto rimando ai miei precedenti post dedicati alla “problematica”.

(*) REVISIONI CON CARATTERISTICHE CINESI

«Coronavirus, la Cina ha rivisto, a sorpresa, i conti dell’epidemia, conti che fin dall’inizio hanno sollevato perplessità in Occidente: la città di Wuhan, il focolaio del Covid-19, ha annunciato i numeri di contagi e decessi aumentandoli, rispettivamente, di 325 unità a 50.333 e di 1.290 unità a 3.869 totali. Il quartier generale municipale impegnato nella prevenzione e controllo del virus ha spiegato in una nota, secondo i media locali, che la “revisione è conforme a leggi e regolamenti, e al principio di essere responsabili verso la storia, le persone e i defunti”» (Il Messaggero). «Non c’è mai stato un insabbiamento delle informazioni sull’epidemia di Covid-19 in Cina, il governo di Pechino non consente operazioni del genere. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli esteri cinese, Zhao Lijian» (La Presse). Quasi quasi ci credo. Quasi. Però no, meglio di no. Non vorrei attirare su di me l’ira dello spettro del dottor Li Wenliang, e la rabbia dei “giornalisti di strada” di Wuhan che il Partito-Regime ha silenziato “solo” perché hanno denunciato le sue menzogne sulla crisi sanitaria. Piuttosto è lecito attendersi ulteriori “revisioni”, e perfino qualche “autocritica”. Chissà!

LA MASCHERINA NUOVA DEL PRESIDENTE XI JINPING

Dopo qualche giorno di “latitanza”, il Presidente Xi Jinping si è fatto vivo mediaticamente, probabilmente per confutare le notizie di un suo indebolimento politico circolate in questi epidemici giorni. Ieri il Financial Time si chiedeva se il ciclo dinastico di Xi fosse al tramonto, se pendesse sulla sua graziosa testa la revoca del mandato del Cielo, se il Celeste Imperatore devoto a Mao e a Deng Xiaoping non fosse sul punto di vivere sulla sua pelle il «momento Chernobyl» che dal 1989 angoscia il Partito-Regime. Un po’ si prevede, un po’ si “gufa”, com’è ovvio in questi casi. Naturalmente il Caro Leader indossava la mascherina d’ordinanza, e altrettanto ovviamente egli ha usato il classico registro dell’orgoglio nazionale: «Wuhan è una città eroica e il popolo dello Hubei e di Wuhan sono popoli eroici che non sono mai stati schiacciati da alcuna difficoltà e pericolo nella storia. Finché i nostri compagni lavorano insieme, combattono con coraggio per superare le difficoltà possiamo certamente ottenere una piena vittoria nella lotta contro l’epidemia». Si combatte l’epidemia virale, si sperimentano procedure  idonee ad affrontare crisi sociali di vasta portata e ci si addestra in vista di future guerre con i nemici strategici del Celeste Imperialismo. Ma la preoccupazione più immediata, per il regime cinese, è quella di contenere e soffocare le prime avvisaglie di uno smottamento nel prestigio di cui esso ha indubbiamente goduto nel Paese durante il lunghissimo ciclo espansivo dell’economia cinese, economia capitalistica a tuttotondo, come capitalistico, “senza se e senza ma”, è il Partito-Regime che si fa chiamare “comunista” – in primis per la felicità degli anticomunisti! Questo è sempre bene ribadirlo anche in spregio degli italici tifosi del “Socialismo con caratteristiche cinesi” – tipo Oliviero Diliberto, l’ex leader del Pdci ed ex ministro della Giustizia che insegna diritto romano all’università di Wuhan. «Criminalizzare le usanze di questo popolo è sbagliato e il livello di igiene a Wuhan è altissimo», sostiene Diliberto. Ma non si tratta affatto, almeno per chi scrive, di «criminalizzare le usanze» del popolo cinese, ma di combattere il regime cinese, il capitalismo cinese, l’imperialismo cinese, e questo discorso per l’autentico comunista vale per tutti i Paesi del mondo – a cominciare dall’Italia, per quanto mi riguarda. Da buon non-comunista Diliberto loda invece «l’efficienza estrema» del regime cinese, il quale «ha costruito in sei giorni un ospedale da mille posti»: in fretta e furia, con metodi socialmente “discutibili” (l’assenza di sindacati indipendenti aiuta!), per recuperare il tempo perduto dopo censure, repressioni e menzogne!

Intanto anche ai vertici del PCC si insinua il dubbio circa la necessità di riformare in profondità l’assetto politico-istituzionale del Paese, le cui “rigidità” tipiche dei regimi autoritari a partito unico non sembrano più adeguate ad affrontare le sfide che la globalizzazione e la modernizzazione lanciano alla Cina del XXI secolo. La cinghia di trasmissione, dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, rappresentata dal Partito-Regime potrebbe bloccarsi con esiti a dir poco catastrofici. La crisi virale di queste settimane (crisi sociale a tuttotondo, è bene precisarlo) potrebbe essere un salutare campanello d’allarme per svegliare i Cari Leader. Sembra che alcuni esponenti “apicali” del PCC ragionano nei termini qui sinteticamente esposti. Naturalmente quando un Caro Leader cinese sente parlare di glasnost e di perestrojka fa gli scongiuri, diciamo. Basterà?

Diceva il Grande Timoniere (della Rivoluzione nazionale-borghese): «Chi ha paura della critica: il Partito comunista o il Kuomintang? È il Kuomintang quello che teme la critica; che vieta la critica. Per questo motivo non ha potuto sottrarsi al naufragio». Chi ha paura della critica? Chi vieta la critica oggi in Cina?

CONTRO GLI OPPOSTI IMPERIALISMI!

«Negli Stati Uniti Donald Trump ha firmato la legge che autorizza a sanzionare la Cina in caso di violazioni dei diritti umani a Hong Kong e che richiede al Dipartimento di Stato una revisione annuale dello status speciale in materia commerciale conferito all’ex colonia britannica. Sono entrambe misure estremamente significative. Si tratta ovviamente di un uso strategico dei diritti umani: gli americani attingono selettivamente alla propria narrazione di protezione umanitaria quando in ballo ci sono questioni strategiche urgenti, come una rivolta in seno al principale rivale. Gli Stati Uniti intendono sfruttare il più possibile questo momento di difficoltà della Repubblica Popolare – dal Xinjiang a Hong Kong, dal rallentamento economico alle rivelazioni sullo spionaggio – per ingolfarne l’ascesa» (F. Petroni, Limes).

Uso strategico e selettivo dei “diritti umani”; ovvero, la continuazione della guerra sistemica (o imperialista) con mezzi politico-ideologici.

«La reazione cinese non si è fatta aspettare. Pechino convoca l’ambasciatore Usa e lo esorta a non applicare la legge. Quindi ribadisce che la questione dell’ex colonia britannica è “un affare interno” alla Cina. Lo si legge in un comunicato del ministero degli Esteri cinese emesso nella mattina di oggi, ora locale. “Avvertiamo gli Stati Uniti a non agire arbitrariamente, o altrimenti la Cina contrattaccherà, e gli Usa dovranno sostenere tutte le relative conseguenze”. La Cina – si legge in una nota emessa nella mattina di oggi dal ministero degli Esteri – accusa gli Stati Uniti di “sinistre intenzioni di natura egemonica» (F. Santelli, La Repubblica).

Da Marx in poi, gli anticapitalisti rivendicano e praticano l’ingerenza di classe, la quale infrange la sovranità nazionale di qualsiasi Paese, se ne infischia bellamente dei confini nazionali difesi dallo Stato. I proletari non hanno patria, diceva sempre quello, e chi gliela vuole dare, con le buone (magari chiamandola “Unione Europea”) o con le cattive (magari in vista di una patria molto più grande e potente: vedi lo scontro Pechino-Hong Kong), lo fa per legarlo mani, piedi e – soprattutto – cervello al carro del Dominio. I proletari non hanno patria, mentre avrebbero un mondo da guadagnare. Avrebbero, appunto. La logica della «non ingerenza negli affari interni di un Paese» è la tipica logica degli Stati nazionali, macchine al servizio delle classi dominanti. Una logica, peraltro, che vale soprattutto quando c’è di mezzo il proprio Paese, mentre essa è più “elastica” quando si tratta del Paese avversario.

Quanto alle «sinistre intenzioni di natura egemonica», di certo il Celeste Imperialismo cinese non è secondo a nessuno.

DAVIDE, GOLIA E LA TIGRE DI CARTA

L’altro ieri il Presidente Xi Jinping ha scagliato contro Hong Kong l’ennesimo ultimatum: «La determinazione del governo cinese a salvaguardare la sovranità nazionale, la sicurezza e gli interessi di sviluppo è irremovibile», così come lo è «la determinazione a opporsi alle interferenze di qualsiasi forza esterna». Pare che la pazienza del Caro Leader sia agli sgocciolo, tanto più dopo che i precedenti ultimatum non hanno sortito alcun effetto: anche oggi nell’ex colonia britannica la polizia dovrà fronteggiare la rabbia di migliaia di giovani che non intendono mollare.

Molti analisti politici pensano che il movimento politico-sociale attivo a Hong Kong ormai da giugno di quest’anno, e che si ricollega direttamente ai movimenti di protesta che lo hanno preceduto nel corso degli ultimi cinque anni, si sia cacciato (o è stato cacciato?) in un pericolosissimo cul de sac. Probabilmente quegli analisti hanno ragione, e il moltiplicarsi degli episodi di violenza da parte dell’ala più radicale del movimento è forse la testimonianza più evidente delle difficoltà che esso sta incontrando in questa fase. È bene precisare, a scanso di antipatici equivoci, che in generale l’uso della violenza da parte dei giovani manifestanti nasce come risposta alla violenza repressiva delle autorità che governano la metropoli sotto l’occhiuta sorveglianza del regime cinese. Uno dei discorsi più ripetuti dai ragazzi hongkonghesi è: «Siete voi che ci avete fatto capire che solo con la violenza riusciamo a ottenere qualcosa». È bene anche ricordare che contro il movimento di protesta le autorità hongkonghesi si sono servite più volte della feccia mafiosa (vedi Triadi). Questo è successo anche all’epoca del cosiddetto Movimento degli ombrelli (2014).

In questi giorni gli analisti di cui sopra hanno sempre più spesso evocato le mitiche figure di Davide e Golia: il giovane coraggioso, armato solo della propria fede e di una modesta fionda, che si batte in una lotta apparentemente impari contro un campione armato fino ai denti e protetto da corazze prodigiose. Ricordate? La fronte del possente Goliat, orgoglio dei Filistei, rimane scoperta, e l’intraprendente figlio d’Israele lo colpisce proprio lì: «La pietra gli si conficcò nella fronte ed egli cadde con la faccia a terra. Così Davide vinse il Filisteo; lo colpì e lo uccise, senza avere spada in mano» (Samuele, 17/49). Ma gli osservatori che monitorano Hong Kong non pensano che la storia possa ripetersi; un abisso infatti divide, quanto a potenza, i contendenti che si fronteggiano in quella fatidica città: nemmeno un miracolo potrebbe insomma salvare il movimento hongkonghese dall’ira del gigante cinese, se da Pechino partisse l’ordine di chiudere la partita, come accadde nell’estate del 1989. Ricordate Piazza Tienanmen? Ricordate lo studente che da solo cerca di fermare l’avanzata di una colonna militare protetta dai carri armati? Chissà che fine ha fatto quell’intrepido e ormai iconico Davide.

Nemmeno un miracolo potrebbe dunque salvare il Davide dei nostri giorni? Sembrerebbe proprio di no. Forse però dipende dalla qualità del miracolo. Chi può dirlo? Cosa accadrebbe, ad esempio, se i lavoratori e gli studenti della Cina continentale urlassero in faccia al regime che nessuna goccia di sangue deve cadere sulle strade di Hong Kong calpestate da gente che manifesta la propria paura di finire ingoiata e digerita dal Dragone? «Non toccate i nostri fratelli di Hong Kong, se non volete che anche noi sfasciamo tutto!»: questo sì che sarebbe un miracolo!

Scriveva Adriano Sofri qualche mese fa: «La sacra scrittura immaginò un colosso splendido e terribile d’oro e d’argento e di rame e di ferro, dai piedi d’argilla. Qualcosa come una tigre di carta» (Il Foglio). In effetti, le classi subalterne hanno nelle loro mani il potere di trasformare il Moloch capitalistico in una tigre di carta; peccato che esse non ne abbiano la minima coscienza. E sto parlando del mondo, non solo di Hong Kong e della Cina.

Post scriptum:

Scrive Peter Sloterdijk in Ira e tempo (Marsilio, 2019): «Il modo di parlare che è dominante in Cina dal 1981, secondo il quale l’eredità di Mao è buona per il 70 per cento e cattiva per il 30 per cento, fa apparire i 60-70 milioni di vite umane che, dopo il 1949, vanno messe sul conto del maoismo, come un peso a cui è possibile far fronte solo con l’arte di tirare bilanci tipica di questo paese. Cioè: se gli stessi cinesi in patria non si fanno domande sulle vittime della politica di Mao, gli storici indiscreti e i ricercatori dell’Ovest non devono avere nessun diritto a costringerli a rispondere alle domande su quella politica». Come diceva Marx, in tempi “normali” (non rivoluzionari) l’ideologia dominante è quella che fa capo alla classe dominante, è l’ideologia che emana spontaneamente dai rapporti sociali, dalla stessa quotidiana prassi sociale. Questo semplicemente per dire che anche i lavoratori, i proletari e i contadini poveri cinesi si sono fin troppo abituati alla macabra contabilità dei morti caduti sull’altare della Potenza cinese. In quanto proletario mi “ingerisco” negli «affari interni cinesi» per dare il mio microscopico contributo al tentativo, che so essere quasi disperato, di mettere in crisi «l’arte di tirare bilanci» così diffusa anche tra i miei colleghi di classe cinesi. Ecco perché mi occupo con tanta insistenza di ciò che avviene a Hong Kong; non solo per questo, si capisce, ma soprattutto per questo.

Non mi sfugge insomma la natura interclassista (a tratti venata di sentimenti xenofobi) del movimento di lotta hongkonghese, né il carattere ultrareazionario dell’ideologia che ispira gran parte dei suoi protagonisti (esaltazione del sistema sociale capitalistico con caratteristiche occidentale); ma questo non mi impedisce di inquadrare quel movimento nel più generale processo di trasformazione che ha investito l’ex colonia britannica (una delle cosiddette Tigri Asiatiche, insieme a Singapore, Corea del Sud e Taiwan) negli ultimi 38 anni, da quando cioè la Cina si è proposta come fabbrica del mondo, per arrivare alla potenza sistemica dei nostri giorni. L’industria a Hong Kong ha perso molti punti, e pure il settore finanziario non vanta più l’alto rating di una volta (*); la crisi del 2008 ha poi accelerato il processo di ristrutturazione/declino della sua economia, e i lavoratori come sempre hanno dovuto pagare il prezzo più alto: salari più bassi, lavori più precari, orari di lavoro più lunghi, concorrenza con i lavoratori immigrati, aspettative pensionistiche ribassate, affitti più cari, ecc. Sono molto interessato a capire come i movimenti di protesta di qualsiasi genere impattano sulla degradata condizione di larghi strati di popolazione hongkonghese e ne siano, almeno in qualche misura, l’espressione. E sono ancora più interessato a vedere come quei movimenti impattano sul gigantesco corpo della società cinese, su un Paese che gioca un grandissimo  ruolo nel sistema capitalistico mondiale, e non mi riferisco solo al dato economico. In ogni caso, l’illusione non trova posto nella mia riflessione, mentre l’imprevisto e financo l’imprevedibile sono i benvenuti: magari!

Più in generale, sono tutt’altro che indifferente al male che il processo sociale arreca agli individui, a tutti gli individui, anche a quelli che hanno la fortuna di non condividere la mia stessa condizione sociale, e trovo degno del mio interesse il loro tentativo di porre una qualche resistenza al Moloch storico-sociale che li stritola. Che oggi quel tentativo sia informato da ideologie ultrareazionarie, ciò non solo non mi stupisce ma anzi conferma le mie analisi, e non alludo solo a Hong Kong. Tuttavia, il mio interesse non viene meno alla luce di quel dato di fatto “sovrastrutturale”.

(*) Nel 1993 Hong Kong era la decima potenza commerciale del mondo, e si avvantaggiava della brulicante provincia cinese del Guangdong. Nel Guangdong c’erano allora non meno di 30.000 aziende (con oltre tre milioni di addetti) che lavoravano per conto di capitalisti basati a Hong Kong, che rappresentava l’anticamera per chi intendesse stringere rapporti commerciali con la Cina – il cui ritmo di sviluppo capitalistico marciava intorno alla sbalorditiva cifra del 13%. Quell’anno la Borsa di Hong Kong conquistò, per il secondo anno consecutivo, la palma del mercato più redditizio del mondo. Tutto questo oggi non esiste più, anche se l’ex colonia britannica rimane un polo capitalistico (industriale, commerciale, finanziario) tutt’altro che disprezzabile.

DA MAO ZEDONG A XI JINPING. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinesi

In un’intervista rilasciata ieri a Radio Radicale, il deputato di Fratelli d’Italia Federico Mollicone ha dichiarato che «in Cina il regime ha realizzato un capitalismo comunista, che sembra un ossimoro ma che invece è una realtà». Con rispetto parlando, più che l’ossimoro qui scomoderei piuttosto il concetto fantozziano di cagata pazzesca.

Ovviamente il fratello italiota ha tutto l’interesse ad associare il “comunismo”, che per il destro personaggio è un inarrivabile concetto (e la cosa vale, mutatis mutandis, anche per quei sinistri che sostengono le “buone ragioni” della Cina capitalista e imperialista del XXI secolo), con quanto di più ostile possa esserci per l’umanità, in generale, e per le classi subalterne, in particolare: il capitalismo, appunto.

«Martedì a Pechino, la capitale della Cina, si terrà la più grande parata militare mai organizzata nel paese. In piazza Tienanmen, il luogo dove nel 1989 ci furono enormi proteste studentesche represse duramente dall’esercito, ci saranno 15mila soldati, più di 500 mezzi militari e armamenti, e 160 aerei che sorvoleranno la manifestazione. Saranno presenti i più importanti politici cinesi, tra cui il presidente Xi Jinping, per celebrare i 70 anni di governo comunista: l’1 ottobre 1949, infatti, il rivoluzionario Mao Zedong annunciò la nascita della Repubblica Popolare Cinese, mettendo fine a una lunga guerra civile combattuta negli anni precedenti tra comunisti e nazionalisti» (Il post). Si annuncia insomma una celebrazione degna del ruolo e delle aspirazioni della potenza cinese. «Il modello di governo autoritario della Cina potrebbe imporsi come alternativa alla democrazia liberale occidentale, a patto che riesca a tenere sotto controllo le tensioni sociali e a mantenere la stabilità economica» (Francis Fukuyama). Ed è puntando i riflettori su queste due scottanti “problematiche” che anche oggi Xi Jinping ha sostenuto l’imperativo categorico di una forte e coesa leadership politica che sappia condurre con armonia e coesione il Paese nel «Risorgimento della Nazione», «con il ritorno della Cina a rango di superpotenza. Tale processo per Xi non può prescindere dall’unificazione tra la Cina continentale e Taiwan. Ammesso che nel frattempo Pechino riesca a gestire il rallentamento economico (il pil dovrebbe crescere non più del 6% quest’anno), il duello con gli Usa e a preservare la stabilità delle altre aree storicamente più instabili: Xinjiang, Tibet e Hong Kong» (Limes). Personalmente mi auguro per la Cina, come per ogni altro Paese di questo capitalistico mondo (a iniziare dall’Italia), la più grande instabilità sociale possibile. Che i tempi siano interessanti!

A proposito di Fukuyama! Contrariamente alle sue “bizzarre” previsioni la storia non è finita nel fatidico 1989, quando il Muro di Berlino rovinò sulla testa di non pochi “comunisti” europei, ma ha continuato a dipanarsi sotto il plumbeo cielo dei rapporti sociali capitalistici, oggi dominanti in ogni angolo del mondo.

«Tra i meriti di Deng Xiaoping, politico scaltro, pragmatico e deciso, come dimostrato in occasione delle manifestazioni del 1989, c’è sicuramente quello di aver stipulato con la Gran Bretagna, durante gli anni ’80, il passaggio di Hong Kong alla Cina, attraverso l’invenzione della teoria «un paese due sistemi» (Il Manifesto). Non c’è dubbio, Deng Xiaoping fu un «politico scaltro, pragmatico e deciso»; ma non suona un tantino riduttivo, per non dire altro, l’accenno che il “Quotidiano Comunista” fa «delle manifestazioni del 1989», le quali, com’è noto, furono duramente represse e infine soffocate nel sangue dal Partito-Regime guidato allora proprio da  Deng Xiaoping? A pensar male si fa peccato, ma…

Scrive Angelo Bertozzi, «tra i maggiori esperti italiani della Cina e della Nuova Via della Seta»: «Credo che ci siano pochi dubbi a proposito: Xi Jinping e il suo governo possono mostrare all’opinione pubblica mondiale la realizzazione concreta del messaggio lanciato da Mao nell’ottobre del 1949: “la Cina si è levata in piedi”». Concordo. Mi permetto di aggiungere un solo dettaglio, per pura pignoleria storico-sociale: trattasi di un successo interamente conseguito sul terreno del Capitalismo e dell’Imperialismo.

Ho raccolto in questo PDF una parte dei miei post scritti sulla Cina. Rinvio poi i lettori a Tutto sotto il cielodel Capitalismo, uno studio sulla Cina di qualche anno fa.

HONG KONG E LO SPETTRO DI TIENANMEN

Ieri Hong Kong ha conosciuto l’ennesimo giro di vite repressivo in attesa di un nuovo weekend di proteste anticinesi. Secondo fonti governative dell’ex colonia britannica sono stati arrestati diversi «elementi antipatriottici» e sequestrate molte bottiglie pronte a diventare pericolosissime molotov. Il movimento studentesco ostile al regime cinese nelle ultime settimane si è indebolito e frastagliato, anche grazie alla morsa repressiva che su sollecitazione di Pechino si stringe giorno dopo giorno, nonché a causa delle diverse linee politiche che attraversano la leadership del movimento, ma esso sembra tutt’altro che morto, e per far fronte alla violenza “convenzionale” e “non convenzionale” (come nel 2014, nel corso del primo Movimento degli ombrelli, sono ricomparse sulle strade di Hong Kong le squadracce bianche legate alle famigerate Triadi cinesi), i ribelli stanno sperimentando nuove forme di lotta. «”Solitamente la polizia ci circonda e non possiamo andare da nessuna parte”, spiega a Reuters uno dei manifestanti. “Così questa volta abbiamo adattato la nostra strategia che ora è molto più fluida e flessibile”. A differenza del Movimento degli Ombrelli del 2014, i manifestanti hanno deciso di adottare una nuova tattica. “Essere senza forma, essere come l’acqua” diceva Bruce Lee» (F. Radicioni, La Stampa). In ogni caso il problema dell’autodifesa del movimento si pone, perché la violenza repressiva statale e “parastatale” («lo scorso week-end squadracce legate alle Triadi hanno attaccato con bastoni e sbarre di ferro manifestanti, giornalisti e passanti») è destinata a crescere con l’avvicinarsi delle celebrazioni “repubblicane” di ottobre (1949-2019), che i Cari Leader di Pechino intendono festeggiare in grande stile come testimonianza della poderosa ascesa del Paese ai vertici del potere capitalistico mondiale.

Scrive Alberto Negri: «I cittadini di Hong Kong temono di essere divorati dal dragone cinese, ieri come oggi. All’origine delle proteste vi è la preoccupazione che le richieste di estradizione verso la Cina continentale diano adito a violazioni dei diritti umani e che possano essere usate come pretesto per raggiungere i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese. Nonostante il piano di estradizione non si applichi ai reati politici, il rischio è che si finisca per “legalizzare” i rapimenti che si sono susseguiti a Hong Kong negli ultimi anni e di cui Pechino è stata in molte occasioni ritenuta la principale mandante. Qualsiasi compromesso potrebbe creare un precedente che rischia di estendersi alle relazioni tra Pechino e altre aree contese come Macao, Taiwan, Tibet, Xinjiang e Mongolia interna. Ecco perché la partita di Hong Kong non è per niente marginale ma decisiva, se vista con l’ottica di Pechino. […] Inoltre Pechino sta investendo sulla realizzazione della “Greater Bay Area”, una zona economica e finanziaria che comprende anche Hong Kong, in grado di rivaleggiare con le baie di San Francisco e Tokyo. I cinesi su Hong Kong non molleranno la presa ma sanno anche che se tirano la corda rischiano di mandare in frantumi la vetrina del loro capitalismo» (Linkiesta). D’altra parte il regime teme che l’infezione ribellistica possa contagiare anche quella parte di società cinese che non ha beneficiato in alcun modo del relativo benessere economico generato dal lungo e straordinario sviluppo capitalistico del Paese, o quegli strati di classe operaia più sfruttati e meno pagati, senza contare la massa di studenti che non possono contare su famiglie benestanti, anche in senso semplicemente relativo. Per Hong Kong una soluzione del tipo Tienanmen potrebbe insomma diventare per Pechino praticabile, come extrema ratio, per scongiurare il propagarsi della pessima emulazione. A questo proposito il messaggio lanciato da Chen Yixin, Segretario Generale della Commissione politica e legale, dalle pagine dello Study Times, un quotidiano legato al Partito-Regime, è stato chiarissimo: «Mentre il nostro Paese si avvicina sempre di più al centro della scena mondiale c’è il rischio che qualcuno possa pianificare congiuntamente qualcosa seminando incertezza nella nostra sicurezza interna. […] Dovremmo innovare e migliorare il nostro lavoro nel guidare l’opinione pubblica e prevenire la comparsa di cigni neri e rinoceronti grigi». E per «prevenire la comparsa di cigni neri e rinoceronti grigi», oscure e impreviste minacce che non si saprebbe come affrontare, occorre fare di tutto, anche pagando un prezzo molto caro in termini di immagine. Inutile dire che quando un politico cinese parla per metafore si è autorizzati a fare gli scongiuri: i giovani di Hong Kong staranno toccando gli ombrelli…

Certo è che i fatti hongkonghesi rischiano di mandare in frantumi anni di stucchevole propaganda di regime intorno alla ritrovata Armonia nella società cinese, la quale peraltro sta conoscendo un’ondata nazionalista senza precedenti, del tutto organica alla strategia di espansione economica e geopolitica del Celeste Imperialismo. Per un anticapitalista i movimenti sociali, anche quelli socialmente più “spuri” e lontani dal terreno classista, sono sempre molto interessanti perché essi vanno a impattare su una società piena di contraddizioni e di conflitti più o meno sopiti, e quindi si dà sempre la possibilità che, se così posso esprimermi, “da cosa” possa nascere qualche altra cosa, qualcosa di ben’altra natura e pregnanza sociale. Gli stessi movimenti sociali sono suscettibili di più o meno “anomale” trasformazioni, soprattutto se sorgono sulla base di un reale disagio sociale (magari espresso in termini reazionari sul piano politico-ideologico) e se hanno una certa durata, se cioè hanno il tempo di sedimentare esperienze significative. In ogni caso l’anticapitalista non è minimamente disturbato dai problemi che i movimenti sociali, di qualsivoglia natura, arrecano ai governi e alle classi dominanti.

Chi minaccia la «sicurezza interna» della Cina? Chi complotta contro la Celeste Armonia? Ovviamente gli Stati Uniti, supportati dagli amici britannici, stanno usando gli argomenti tipici della propaganda politico-ideologica occidentale (difesa o conquista della libertà, della democrazia e dei diritti umani) «per destabilizzare la sovranità del Partito comunista. Taipei, per nulla intenzionata a seguire il modello hongkonghese e a riunificarsi alla Repubblica Popolare, riceverà oltre due miliardi di finanziamenti militari americani. Per rappresaglia, Pechino potrebbe sanzionare le aziende Usa che vendono armi a Formosa» (Limes). Scrive Giuseppe Gagliano a proposito di Taiwan: «Nel programma di politica estera del Libro Bianco, Pechino ha nuovamente sottolineato la necessità che la Repubblica di Cina, cioè Taiwan, ritorni alla Repubblica Popolare Cinese anche attraverso l’uso offensivo dello strumento militare. Ebbene, il sostegno militare che gli Stati Uniti hanno offerto a Taiwan e che è andato via via crescendo, soprattutto grazie all’amministrazione Trump, non fa altro che rendere verosimile da parte della Cina l’impiego di un’offensiva militare volta a riannettere l’isola. […] La necessità da parte della Cina di annettere Taiwan nasce da un lato da una politica estera di stampo nazionalista, e l’unificazione rientra nel più ampio progetto cinese di unità nazionale, ma dall’altro lato ha origine da esigenze di politica interna, poiché se questo obiettivo fosse conseguito la autorevolezza e la credibilità dell’attuale leader cinese sarebbero indiscutibili. Non è certo un caso che, fra i principali analisti cinesi, una delle ragioni di conflitto principali a medio lungo termine tra Stati Uniti e Cina riguarderà certamente Taiwan. Come indicato da Manlio Graziano, la ragione principale della volontà annessionistica cinese consiste nella possibilità di privare gli Stati Uniti di una fondamentale portaerei collocata di fronte alle proprie coste, e quindi l’annessione di Taiwan consentirebbe alla Cina il controllo del Mar Cinese ed altresì un’adeguata proiezione di potenza verso il Pacifico. Da questo punto di vista Taiwan, come sottolineato da uno dei più noti studiosi di geopolitica, Nicholas Spykman, costituisce la chiave del Mediterraneo asiatico» (Notizie Geopolitiche).

Siamo insomma alla presenza di uno scontro interimperialistico di vasta portata, le cui conseguenze nel medio periodo non lasciano molto spazio alle ingenue idee sulla pacifica convivenza dei popoli e delle nazioni.

Com’è noto, il quadro giuridico che regola i rapporti tra Pechino e Hong Kong come stabilito dalla Cina e dalla Gran Bretagna nel luglio del 1997, quando l’ex colonia britannica fu riconsegnata alla madrepatria dopo oltre un secolo e mezzo di “cattività coloniale”; quel quadro giuridico, dicevo, ruota intorno alla formula Un Paese, due sistemi. Dal mio punto di vista quella formula, che parte da un presupposto del tutto falso (la natura socialista della società cinese), va riformulata come segue: Un Paese (ovviamente la Cina), un sistema sociale (quello capitalistico), due diversi regimi politico-istituzionali. Naturalmente i simpatizzanti del «Socialismo con caratteristiche cinesi», quelli cioè che difendono le ragioni dell’imperialismo cinese contro le ragioni dell’imperialismo statunitense (*), non possono condividere la mia posizione antimperialista “a 360 gradi”. Personalmente considero quei personaggi parte del problema (cioè dello scontro interimperialistico), e quindi li considero come miei avversari, non certo come “compagni che sbagliano”: con loro non andrei a bere neanche un caffè!

 

(*) Due soli esempi: «In questo quadro, con l’auspicio [sic!] che la situazione non precipiti, è necessario sostenere la piena legittimità della Cina a muovere i passi necessari affinché si giunga alla decolonizzazione completa di Hong Kong, Macao e Taiwan per estirpare radicalmente la mala pianta del colonialismo imperialista!» (Contropiano). Che «la piena legittimità della Cina» abbia lo stesso segno storico-sociale della «piena legittimità degli Stati Uniti»; che insomma siamo al cospetto di due “piene legittimità” di stampo imperialistico, e come tali entrambe ostili alle classi subalterne, ebbene questa elementare realtà non ha alcun senso per chi si muove sul terreno del conflitto tra le potenze capitalistiche.
Scrive l’ultrareazionario Pino Arlacchi: «Una parte degli abitanti di Hong Kong coltiva il sogno di un ritorno al passato che preservi uno status di hub finanziario che per la Cina ha perso rilevanza. E che non è sintonia con le politiche di Pechino volte a favorire l’economia reale a scapito della finanza privata [sic!]. Ma è una storia non facile da raccontare. Lo 0,1% preferisce far passare una storiella più sbrigativa, con il tiranno Xi Jinping da un lato e gli eroi della democrazia liberale dall’altro» (L’Antidiplomatico). Ovviamente per l’anticapitalista non si tratta di tifare per il regime “con caratteristiche cinesi” piuttosto che per quello con “caratteristiche occidentali”: si tratta piuttosto di denunciare “senza se e senza ma” la repressione che lo Stato cinese esercita su chiunque metta in pericolo la cosiddetta pace sociale e gli interessi del Paese, i quali sono sacri solo per i difensori dello status quo sociale. Inutile dire che lo stesso discorso vale per gli Stati Uniti, l’Italia e per tutti i Paesi di questo capitalistico mondo.

WELCOME XI JINPING!

Scrive Antonio Polito sul Corriere della Sera di oggi: «La polemica che si è aperta nel governo sull’accordo Italia-Cina dimostra che il sovranismo è una categoria politica molto relativa, per quanto assoluta e inflessibile voglia apparire. È bastata infatti una intesa bilaterale, anzi, un memorandum di intesa, per far temere a Salvini il rischio di una “colonizzazione” dell’Italia. Dopo mesi passati a difendersi da un’Europa dipinta come nemica, eccoci qui a scoprire che ogni relazione internazionale comporta un condizionamento, quando non una limitazione, della propria sovranità. Perché così funziona il mondo interconnesso; e se non sei connesso, non sei». Semplicemente. Polito chiama «mondo interconnesso» ciò che io chiamo Capitalismo/Imperialismo, ma il concetto è il medesimo, e solo la cieca e miserabile ideologia sovranista, non importa se declinata da “destra” o da “sinistra”, non permette di vedere ai suoi sostenitori il gigantesco «stato di cose» che lo sottende.

Ma alla vigilia del viaggio del Presidente cinese Xi Jinping in Europa, voglio qui ricordare il massacro di studenti e operai che si consumò in Cina nel giugno del 1989; lo faccio non per mettere in cattiva luce solo il regime totalitario cinese e il Governo italiano che si appresta a sottoscrivere con Pechino un importante accordo politico-commerciale: lo faccio soprattutto in odio al dominio capitalistico oggi trionfante in ogni parte del pianeta e in segno di solidarietà con gli sfruttati e gli oppressi che in tutto il mondo cercano di porre un qualche argine alla brutalità del Moloch chiamato Capitale, e che quando lo fanno rischiano di finire sulla strada, in carcere o sotto terra.

Scrive Wuer Kaixi, uno dei leader della rivolta di Tienanmen che sfidò in un dibattito l’allora presidente Li Peng: «Eravamo giovani e pieni di speranze, vedevamo mutamenti in tutto il mondo comunista, e pensavamo che anche in Cina i cambiamenti radicali fossero dietro l’angolo. Il regime invece mandò i carri armati per soffocare la nostra protesta pacifica». Wuer Kaixi chiama «mondo comunista» (l’Unione Sovietica e i suoi “Paesi fratelli”) quello che per me va chiamato con il suo vero nome: mondo capitalista. Come ho scritto altre volte, la strage di Tienanmen va considerata come una delle tantissime pagine che compongono il Libro Nero del Capitalismo mondiale.

Va ricordato che nel giugno 1989 la decisione di reprimere nel sangue il movimento sociale presa dai vertici dello Stato cinese ebbe come non ultima causa l’apparizione, accanto alle organizzazioni studentesche, di primi embrioni di un combattivo associazionismo proletario indipendente da quello “patriottico” offerto dal Regime-Partito: una minaccia ai tempi di sviluppo e ai ritmi di sfruttamento imposti dal progetto di fare della Cina una potenza di rango mondiale tanto sul terreno della competizione economica, quanto su quello della contesa geopolitica. Fatto! L’ascesa di una nazione nello scacchiere mondiale non è mai stata un pranzo di gala, tanto più se si tratta di una nazione così ricca di peculiarità (storiche, demografiche, ecc.) com’è indubbiamente quella cinese. Allora i “Cari Leader” tremavano al solo pensiero che il movimento sociale della metropoli potesse saldarsi con la lotta delle minoranze etniche, sottoposte a un controllo sempre più oppressivo e capillare.

The dark side of China

Oggi il controllo di tutta la società cinese può contare su una tecnologia davvero avanzata, mentre il “sistema della vita a punti” (Social Credit System) si propone agli occhi del capitalistico mondo come il più “intelligente” ed efficace modello di controllo e di repressione degli individui. Beninteso, i vecchi e cari sistemi di repressione non sono stati affatto abbandonati: i campi di internamento (o lager, chiamateli come volete) sono più attivi che mai, lavorano a pieno… regime, e sempre operativo è il lavaggio del cervello a cui il regime sottopone i «nemici della patria socialista», nonché «agenti al servizio delle potenze imperialistiche», insomma chiunque osi esternare un dissenso nei suoi confronti. Rieducazione attraverso il lavoro, lo chiamano. Il culto della personalità che ha come oggetto Xi Jinping è diventato così esibito sui media cinesi mainstream, che lo stesso Presidente cinese ha pensato bene di “consigliare” ai giornalisti di regime a non esagerare con gli elogi e la retorica adulatoria: «Occhio, che il mondo ci guarda». E per quanto mi riguarda, non è certo un bel vedere, diciamo. Lo so, questa mia dichiarazione di “benvenuto” al «principe rosso» (sic!) non sfuggirà all’occhiuta attenzione del personale preposto alla gestione del Social Credit System…

CINESERIE. OVVERO: POVERO MARX!

«Per il bicentenario della nascita del padre del comunismo, nel 2018, Pechino ha realizzato un colosso di oltre sei metri da piazzare nella località che gli ha dato i natali. Sindaco e giunta sono d’accordo ma gli abitanti non ci stanno. Anche perché “viene da un paese che mescola autoritarismo feroce al turbocapitalismo più spregiudicato”» (repubblica.it). Ma lo sanno tutti che Il Capitale è la bibbia dei turbocapitalisti! O no?

«Ieri il presidente del circolo di scrittori Pen, Ralf Nestmeyer, ha inviato una lettera al sindaco di Treviri, Wolfram Leibe, chiedendo di spostare la data di inaugurazione della statua di Marx finché «la nostra socia onoraria, la poetessa Liu Xia, non sarà liberata dagli arresti domiciliari e non avrà la possibilità di viaggiare». «Sono sicuro che anche Marx sarebbe stato d’accordo», ha aggiunto Nestmeyer, dal momento che la libertà di stampa era considerata dal filosofo tedesco un principio irrinunciabile. La casa editrice berlinese de Il Capitale, la Karl Diets Verlag, ha reso noto di aver aumentato le vendite di Marx come mai prima d’ora, in particolar modo nell’ultimo trimestre del 2018: “Quest’anno ci aspettiamo, sulla base di questi primi mesi, una nuova crescita di oltre 3000 copie, che è un numero enorme per un’opera storica di questo tipo”», ha detto Sabine Nuss» (Corriere.it). Profitti troppo tardivi, caro Karl!

«Il più grande pensatore dei tempi moderni. L’autore del Capitale resta “il tutore rivoluzionario del proletariato e dei lavoratori nel mondo intero (…) e il più grande pensatore dei tempi moderni”, ha dichiarato Xi Jinping, che dal suo arrivo al potere ha enfatizzato il richiamo al pensiero marxista. Il Partito comunista cinese (Pcc), al potere dal 1949, resterà “il guardiano” del marxismo, ha promesso il presidente, che ha rafforzato decisamente il potere della leadership a Pechino dal suo arrivo alla testa del Partito e dello Stato. La Cina popolare, dai tempi del fondatore Mao Zedong, ha profondamente cambiato faccia. Ha riabilitato la proprietà privata, adottando un’economia di mercato “con caratteristiche cinesi” e diventando la seconda potenza economica mondiale. Nel paese dove si contano non meno di 370 miliardari (in dollari), intanto, le ineguaglianze sono sempre più in crescita» (rai news.it). Si tratta della famosa via miliardaria al Socialismo.

«Se i cittadini cinesi conoscessero seriamente i principi del marxismo, capirebbero che in realtà e al di là della propaganda del regime la Cina è oggi un Paese antimarxista e antisocialista. Il fatto che i diritti dei lavoratori oggi siano protetti meglio nei Paesi capitalistici che in Cina, dimostra quanto sia fallita moralmente e intellettualmente la versione del marxismo di Xi Jinping» (jon Ken Stars, docente alla City University of Hong Kong, Radio Radicale). Detto en passant, non è che la versione maoista del “marxismo” avesse molto a che fare con l’ubriacone di Treviri. Ma queste son quisquilie! Forse.

Proprio ieri mi è capitato di leggere quanto segue:

«La “sorveglianza emotiva” in fabbriche e aziende oggi non è più un racconto da libro di fantascienza ma realtà, almeno in Cina. Alcune aziende del colosso asiatico già utilizzano, infatti, cappelli e caschi con sensori elettronici in grado di “leggere le emozioni” degli operai e adattare le loro mansioni a stress e stati d’animo del momento. L’obiettivo è di aumentare la produttività ed elevare il livello di sicurezza sul lavoro. Alcune imprese di Pechino, supportate dal governo cinese, ormai leggono nella mente dei lavoratori. La tecnologia in grado di catturare i pensieri ancora [ancora!] non c’è: l’obiettivo, grazie a sensori e intelligenza artificiale, è di captare i segnali del cervello per comprendere lo stato emotivo dei dipendenti. A un primo sguardo, sono normali uniformi e divise, ma un piccolo impianto integrato all’interno dei caschi degli operai o dei cappelli da ferroviere capta le onde cerebrali e invia le informazioni all’intelligenza artificiale. Quest’ultima mastica i dati e, grazie a un algoritmo, capisce se il lavoratore è stressato, in ansia, depresso, arrabbiato o troppo stanco. [… ] C’è però chi, come il professore della Beijing Normal University, Qiao Zhian, sottolinea i rischi e tratteggia uno scenario da “Grande Fratello”. “In Cina – afferma – non esiste una legge che limiti l’uso di dispositivi di questo tipo. Il datore di lavoro è incentivato ad adottarli per aumentare i profitti e gli impiegati sono solitamente troppo deboli per dire di no”. Se la gestione dei dati di Facebook è già un problema, “la sorveglianza del cervello può portare l’abuso della privacy a un livello completamente nuovo”. Qiao invoca quindi una regolamentazione, perché “la mente umana non dovrebbe essere sfruttata a scopo di lucro”» (www.rainews.it).

Ma nel capitalismo, ancorché con “caratteristiche cinesi” (e quindi capitalismo nel senso eminente del concetto), «la mente umana» dei lavoratori è sempre «sfruttata a scopo di lucro»! E questo Marx lo sa. Salvo immaginare la possibilità di lavoratori privi di cervello, oltre che di coscienza di classe…

Leggi:

ŽIŽEK, BADIOU E LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

TUTTO SOTTO IL CIELO (DEL CAPITALISMO)

NIENTE DI NUOVO SOTTO IL CELESTE IMPERIALISMO. Alcune considerazioni sul discorso di Xi Jinping

Niente di nuovo sotto il Celeste Imperialismo. Questo mi vien da commentare a caldo dopo aver letto ampi stralci del tanto atteso discorso del Presidente cinese Xi Jinping, tenuto finalmente ieri in apertura del 19° Congresso nazionale del cosiddetto Partito Comunista Cinese. Scrivo cosiddetto, come già sanno i miei lettori più pazienti, a ragione della natura ultracapitalista del Partito-Stato e, ovviamente, della società che esso controlla ormai da 68 anni in regime di assoluto monopolio. A proposito! Gli italici tifosi “marxisti-leninisti” della Cina stiano pur tranquilli, perché nel suo lunghissimo intervento Xi Jinping ha promesso solennemente che il «sogno cinese» continua (mentre quello americano affoga e quello europeo boccheggia), sebbene tra non poche contraddizioni e difficoltà, e che il traguardo finale rimane la costruzione di una “grande e moderna nazione socialista». Naturalmente si tratta del mitico «socialismo con caratteristiche cinesi», il quale, ha sostenuto Xi, «è entrato in una nuova era». I “marxisti-leninisti” con caratteristiche italiane hanno insomma di che discutere. Chiudo la parentesi “ideologica” rimandando i lettori al mio ultimo post sulla Cina.

Dire niente di nuovo non significa però negare o sminuire la portata politica del discorso del Caro Leader cinese, tutt’altro. Anche perché tra le righe di quel discorso si possono chiaramente individuare le criticità della modernizzazione capitalistica cinese, considerata tanto dal lato della “struttura” economica quanto da quello della “sovrastruttura” politico-istituzionale. È peraltro interessante notare che Xi considera ancora la Cina come «la più grande nazione in via di sviluppo», espressione che tiene conto del grande divario che persiste tra la costa del Paese, capitalisticamente molto sviluppata, e le sue aree interne, ancora largamente arretrate e che con la loro manodopera a bassissimo prezzo incrementano continuamente la base di valorizzazione capitalistica su cui può contare non solo il Capitale cinese, ma anche quello internazionale.

Scrive Guido Santevecchi (Il Corriere della Sera): «Il segretario generale e presidente della Repubblica popolare ha subito rivendicato che sotto la sua guida, negli ultimi cinque anni, il Pil cinese è salito da 8,2 a 12 trilioni di dollari. Il 30% cento della crescita globale è dovuto alla Cina, ha ricordato tra gli applausi». Dall’alto dell’invidiabile performance capitalistica della Cina, che continua a crescere a ritmi abbastanza sostenuti (6,9% nella prima metà dell’anno), Xi ha potuto dichiarare che «il Partito ha come missione di provvedere alla felicità del popolo». Certo, bisogna ancora stringere la cinghia e continuare a tirare la carretta senza lesinare fatica e sudore, e farlo preferibilmente in silenzio; certo, «non sarà una passeggiata nel parco» (né un pranzo di gala…), ma alla fine, auspicabilmente nel centenario della proclamazione della Repubblica Popolare (2049), l’edificazione di «un Paese socialista moderno, forte militarmente, democratico, culturalmente avanzato e bello» sarà un fatto compiuto, uno straordinario e giusto premio che il popolo cinese potrà con orgoglio esibire dinanzi al mondo intero. Il futuro è luminoso (questo per definizione!) e il grande risorgimento nazionale cinese è a portata di mano: parola del Caro Presidente, il cui eccezionale «Pensiero» probabilmente troverà posto nella Costituzione cinese, magari accanto a quello di Mao, il luminoso Padre della Patria.

Xi dedicò uno dei suoi primi discorsi dopo essere diventato Presidente, nel 2012, a quattro grandi imprese: affrontare grandi sfide, sviluppare grandi progetti, promuovere grandi cause e realizzare grandi sogni. In Cina tutto è grande, a cominciare dallo sfruttamento capitalistico dei lavoratori, i quali com’è noto non godono di nessuna libertà di organizzazione sindacale e politica. Oggi il Carissimo Leader invita «il popolo» a non sottovalutare i successi già conquistati e a continuare a lavorare duro in vista di una sempre più vicina «società moderatamente prospera». Come proletario con caratteristiche italiane mi sento moderatamente confortato riflettendo sulle condizioni sociali dei miei colleghi di classe cinesi. Si fa per scherzare!

«La Cina “diventerà sempre più aperta” e le barriere di ingresso agli investimenti stranieri saranno ulteriormente abbassate, ha detto Xi. Il segretario generale Xi Jinping ha assicurato che “la porta della Cina è stata aperta e non sarà chiusa, ma si aprirà di più”. Xi ha parlato di continuazione del processo di “liberalizzazione dei cambi e dei tassi d’interesse” e ha pronosticato una crescita dell’economia nei prossimi anni “a passo medio-alto”. Il Partito comunista cinese, ha però precisato passando dall’economia alla difesa, “deve mantenere l’assoluto controllo sulle forze armate”. Il partito, ha ammonito, “si opporrà a ogni azione che metta a rischio la sua leadership”. Pechino deve poi “mantenere una ampia autorità centrale su Hong Kong e Macao”» (Il Sole 24 Ore). Il Presidente promette cambiamenti significativi, certo, ma nella più rigorosa continuità politica, istituzionale e ideologica. Una sempre più spinta apertura alla globalizzazione capitalistica, che ai tempi dell’isolazionista Trump mette la Cina alla guida del liberismo internazionale (affiancata dalla Germania), certo, ma sotto la paterna guida del Partito, la cui autorità non deve essere discussa neanche per pura ipotesi. Il richiamo alle Forze Armate («un esercito costruito per combattere», ma che Pechino «non userà mai a fini egemonici ed espansionistici»: io ci credo!) e a Hong Kong ci dice quanto forte sia il “dibattito” interno al Partito tra le sue diverse “anime” su come gestire i due scottanti dossier.

Sul fronte della lotta alla corruzione secondo Xi ci sono ancora «tigri da abbattere», «mosche da schiacciare» e «volpi da stanare»; insomma, continua a si inasprisce la lotta interna al Partito. Scrive Giorgio Cuscito (Limes): «Mao è passato alla storia per aver fondato la Repubblica Popolare, Deng per averla aperta al mondo. L’esito del prossimo Congresso aiuterà a capire se Xi riuscirà a trainare concretamente la sua nazione verso il tanto desiderato risorgimento». Staremo a vedere. Intanto segnalo la continuità storica da Mao a Xi segnalata da Cuscito e che personalmente condivido in polemica con quei “marxisti-leninisti” che teorizzano il contrario.

«Poi, di nuovo, il tema della Cina da fare “bella”, proteggendo l’ambiente con uno “sviluppo verde”. Qui Xi, visto che il cielo sopra Pechino è coperto dallo smog, ha ammesso che i livelli di inquinamento sono malsani. Ma subito ha aggiunto che ogni dirigente del Partito respira la stessa aria del popolo» (Il Corriere della Sera). «Com’è umano lei!», avrebbe detto il compagno Fantozzi.