LA CONSAPEVOLEZZA E IL CONSOLIDAMENTO DELLA POTENZA CAPITALISTICA CINESE

Ecco come Romano Prodi, studioso della società cinese e grande amico del Partito-Regime di Pechino, presentava ieri sulle pagine del Messaggero la prossima apertura del «19° Congresso del Partito Comunista Cinese. Un evento che deciderà in modo irrevocabile la futura politica di una Cina ormai diventata potenza globale nel campo politico, economico e militare»:

«La futura politica della Cina viene bene riassunta dalle due espressioni che più sono ripetute nelle informali discussioni precongressuali. Due espressioni che suonano come “consapevolezza e consolidamento” del ruolo della Cina nel mondo. Il paese che fino a pochi mesi fa veniva definito dai sui stessi governanti come un paese “in via di sviluppo” si prepara cioè ad un Congresso che vuole prendere apertamente atto di un grande obiettivo: giocare un ruolo di assoluta primazia nel futuro del pianeta. Prima di tutto con uno sforzo interno di trasformazione di un paese in cui ogni giorno nascono quindicimila nuove imprese, si abbandonano le produzioni a basso valore aggiunto, aumentano vertiginosamente le spese in ricerca e si sfida il primato mondiale in settori di vitale importanza nel futuro, come l’automobile elettrica e i supercomputer. Obiettivi che debbono accompagnarsi alla sostituzione di consumi agli investimenti, alla riforma del sistema bancario e alla riduzione delle inefficienze di molte imprese pubbliche. In politica estera saranno gli anni della concreta attuazione della via della Seta, che si traduce in un enorme impegno per l’espansione verso l’estero, attraverso una presenza pervasiva nell’Asia Centrale e una crescente influenza in Europa ed Africa. Un progetto di proiezione economica verso l’estero che non ha uguali. Il tutto accompagnato da un processo di modernizzazione e di rafforzamento degli apparati militari, anche se fino ad ora vi è una sola base militare all’estero (a Gibuti) di fronte alle alcune centinaia che gli Stati Uniti presidiano in tutto il mondo. Xi Jinping potrà aprire il Congresso con la consapevolezza che il progetto di spingere la Cina verso la primazia mondiale si fonda sulla condivisione di un nuovo sentimento di orgoglio nazionale».

Molti analisti di geopolitica segnalano con preoccupazione il crescente ruolo che Xi Jinping si sta ritagliando al centro del regime cinese, un ruolo paragonabile, mutatis mutandis, solo a quello avuto dal grande leader storico della Cina moderna Mao Tse-tung. Di certo c’è il fatto che la grande campagna moralizzatrice degli ultimi anni ha avuto un segno politico inequivocabile, tutto centrato sulla necessità di tagliare «alcuni nodi di potere che potevano condizionare la compattezza del comando della Cina. In conseguenza di queste decisioni politiche molti osservatori pensano che il prossimo congresso voterà in favore di un ulteriore accentramento del potere, con il passaggio da sette a cinque componenti del Comitato Centrale, che dovrebbe essere in ogni modo totalmente rinnovato. Rinnovato per fare che cosa?», si chiede Prodi. Questo in parte lo abbiamo già visto, lo vediamo oggi e lo vedremo soprattutto nel prossimo futuro.

Recensendo il libro di Simone Pieranni Cina globale (manifestolibri) Toni Negri parla della forte iniziativa imperialista cinese nei termini di un «discreto sogno imperiale». Verrebbe da dire: «discreto» solo fino a un certo punto, anche sul terreno squisitamente militare; e poi perché definire «imperiale» quel «sogno» e non invece, come pare più corretto a chi scrive, schiettamente imperialista? È sufficiente riflettere sull’espansione economico-finanziaria del capitalismo cinese, ad esempio in Africa, per capire che il concetto di imperialismo si applica a meraviglia alla Cina del XXI secolo. E senza che ciò significhi in alcun modo, come pensano i nostalgici del maoismo, una rottura radicale con l’esperienza rivoluzionaria nazionale-borghese (cosiddetta “socialista”) iniziata nel 1949. Esperienza che ha invece posto le premesse politiche e sociali dell’eccezionale decollo capitalistico della Cina moderna agli inizi degli anni Ottanta.

Alla Cina di Mao si può certamente attribuire, come fa Negri, il merito storico della «grande rinascita della nazione cinese: una rinascita costruita e gestita dal Pcc». Un merito che tuttavia non travalica di un solo millimetro i confini, appunto, della dimensione nazionale-borghese. A mio modestissimo avviso il Partito di Mao fu “comunista” solo di nome, esattamente come lo fu il partito “fratello” russo. Scriveva G. Carocci nell’Introduzione al libro di Maria Weber La Cina alla conquista del mondo (Newton, 2006): «Considerata in una prospettiva storica, la rivoluzione cinese, forse la più grande del ventesimo secolo, è stata paradossalmente il modo in cui si è affermato in Cina il capitalismo». A mio avviso non «paradossalmente», ma necessariamente, appunto perché quella rivoluzione non uscì mai dal quadro nazionale-borghese, sempre al netto della fraseologia pseudo marxista (condita in salsa cinese) usata dai suoi protagonisti, la quale certamente poteva impressionare gli intellettuali occidentali ormai stanchi della grigia propaganda filosovietica e alla ricerca di un nuovo mito “socialista”, magari più fresco ed esotico, ma che non poteva in alcun modo cambiare la natura del processo sociale avviato in Cina con la Rivoluzione del 1949. I fatti hanno la testa dura, come si diceva un tempo, e non si lasciano commuovere dalle liturgie ideologiche, siano esse di rito Russo (“ortodosso”), siano esse di rito Cinese.

Sulla rivoluzione cinese e sul maoismo rinvio a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; diversi post sulla Cina sono stati pubblicati in questo Blog e per trovarli basta compulsare il suo motore di ricerca. Riprendo il filo del discorso.

La stessa «via della seta» che Negri ha cura di ricordare («un percorso marittimo e terrestre, sul quale costruire infrastrutture che permettano un più stretto collegamento fra la Cina, l’Asia centrale e meridionale e l’Europa») parla il linguaggio del Capitalismo giunto nella sua piena maturità imperialistica, se mi è consentito scopiazzare Lenin. D’altra parte Negri è più affezionato al concetto di impero che a quello di imperialismo. Su questo aspetto rinvio al post Quel che resta di Negri.

«Essa [la Cina] è l’unico grande paese industriale che subisce la crisi [del 2008] in maniera secondaria: ciò le permette oggi di esprimere una politica globale, da “grande potenza”». Sono sicuro che se Negri ci avesse intrattenuto sul “sogno” di un altro «grande paese industriale», ad esempio sul “sogno”degli Stati Uniti o del Giappone, certamente egli avrebbe aggiunto alla locuzione appena riportata la seguente precisazione: capitalistico. Per me la Cina è appunto un grande Paese industriale capitalistico, e non potrebbe essere diversamente nell’epoca in cui il rapporto sociale capitalistico domina in tutto il pianeta e influenza, in modo più o meno diretto e visibile, ogni aspetto della nostra esistenza. Dimenticanza o ambiguità da parte dell’intellettuale padovano? Ma forse egli dà per scontata la natura pienamente capitalistica della Cina mentre io, fedele al mio deprecabile settarismo, mi sforzo di individuare magagne ideologiche che non ci sono. Forse!

Scrive David Harvey: «La mia opinione è che anche se ci furono aspetti negativi, ovviamente, della storia dell’Unione Sovietica, onestamente, da quando è caduto il muro di Berlino il mondo non è certo diventato un posto migliore, in nessun modo. È peggiorato significativamente, e il motivo per cui non è peggiorato cosi prima è perché esisteva la minaccia del comunismo. Quando è sparita la minaccia del comunismo, ha lasciato un vuoto in cui ora regna il capitale, senza l’opposizione di nessuna forza, che ha portato all’accumulazione velocissima di ricchezza totalmente sbilanciata da parte di un gruppo minuscole della popolazione. E per me, l’unico antidoto possibile è ancora la Cina, nel senso che la Cina non è un paese pienamente capitalista nel senso normale del termine, e non è ancora chiaro come la Cina agirà». Chissà se Negri è d’accordo con questa ultrareazionaria posizione, tipica degli orfani e dei nostalgici del mondo perduto della Guerra Fredda.

Scriveva Negri su un saggio-intervista del 2006 (Goodbye Mr. Socialism, Feltrinelli): «Al momento della morte di Mao e dell’avvio del processo alla Banda dei Quattro, dal 1976 in poi, fino al 1989, si aprì [in Cina ] un dibattito estremamente importante, su quale modernità abbracciare. Era acquisita l’unanimità rispetto alla critica verso la Rivoluzione culturale, però restava la domanda: “Un’altra modernità è possibile?” Nel 1989, il Partito comunista cinese ha deciso che un’altra modernità non fosse possibile, che la sola modernità possibile fosse quella capitalistica, perdendo secondo me in quel momento e con quella decisione politica il treno dell’informatica e del lavoro cognitivo. […] Tien-An-Men è  questo: lo scontro tra il Pcc, che aveva scelto la via americana capitalisticamente classica, contro gli studenti e soprattutto contro il proletariato di Pechino che sostenevano gli studenti». Personalmente non capisco, per un evidente difetto di dialettica storico-economica, se Negri concepisca l’opzione “informatico-cognitiva” come una modernizzazione in ogni caso interna al modo di produzione capitalistico, come io credo, oppure se tale scelta, se presa, avrebbe portato la società cinese in direzione di un oltrepassamento del Capitalismo. In ogni caso è evidente che l’intellettuale italiano avrebbe preferito di gran lunga l’opzione “informatico-cognitiva” su quella «capitalisticamente classica» di stampo americana, e ciò probabilmente si spiega con la sua teoria proletario-cognitivista.

In effetti, la repressione del giugno ’89 va vista a mio avviso alla luce delle forti tensioni sociali, nazionali, etniche e financo generazionali generate dalla violenta accelerazione del processo di sviluppo capitalistico verificatosi in Cina appunto nei primi anni Ottanta, quando l’ambizioso programma di modernizzazione economica annunciato nel 1978 da Deng Xiaoping iniziò a essere implementato con confuciano rigore e su vasta scala. Per parafrasare la celebre battuta del Grande Timoniere, l’accumulazione/modernizzazione capitalistica, sebbene con «caratteristiche cinesi», non è mai stata, da nessuna parte, un pranzo di gala. La rivendicazione di una maggiore «agibilità politica» (sindacati liberi, stampa libera, associazionismo studentesco non irreggimentato dentro le strutture del Partito-regime, ecc.) e le stesse illusioni democratiche dei manifestanti, fomentate allora dalla perestrojka gorbacioviana e dal «sogno americano», hanno senso solo se considerate alla luce del grande rivolgimento sociale prodotto dal definitivo “decollo” del capitalismo cinese come nuova fabbrica del mondo, un fatto che ha avuto un grande impatto sull’intera struttura capitalistica mondiale, come sanno bene anche i salariati occidentali, la cui svalorizzazione (relativa e, in molti casi, assoluta) e la cui accresciuta produttività si spiegano appunto anche alla luce dei successi del Capitalismo cinese. Ricordo che nell’89 molti “comunisti” occidentali liquidarono il Movimento studentesco cinese come «entità controrivoluzionaria» solo perché esso aveva osato portare in Piazza Tienanmen un facsimile della statua della Libertà: che orrore! Meglio l’austero faccione del dittatore “rosso”.

«Al nuovo secolo cinese corrisponde forse il declino americano?», si chiede Negri nell’Introduzione citata in apertura: «Si può davvero pensare che il predominio geopolitico americano abbia lasciato spazio alla nuova potenza cinese? La discussione è aperta. […] È quindi sul terreno egemonico, che l’alternativa cinese si propone. Essa evita di presentarsi in un confronto diretto con la potenza americana ma agisce piuttosto in maniera trasversale». Ciò che Negri chiama «terreno egemonico», probabilmente anche per richiamare concetti cari alla sinistra italiana di matrice gramsciana («la parola “egemonia” è un sigillo che permette agli ortodossi di riconoscersi tra loro», avrebbe forse detto Marx), per me non è che una competizione interimperialistica sistemica; trattasi di una vera e propria guerra generalizzata: economica (industriale, commerciale, finanziaria, monetaria), scientifica, tecnologica, politica, geopolitica (strumento militare incluso), ideologica, psicologica. Per quel che ho capito, Pieranni e Negri osservano l’«incrociarsi di ostilità nazionaliste e di pretese egemoniche» solo nel campo dei competitors (Stati Uniti, Russia, India), mentre la Cina cercherebbe di implementare un progetto di globalizzazione fortemente inclusiva e pacifica: quella cinese sarebbe una “benevola” egemonia osteggiata dalla politica protezionista e muscolare (sul piano militare) di Trump. Scrive Pieranni: «La globalizzazione cinese ed il suo concetto di global governance si basa dunque su alcuni assiomi: armonia dal punto di vista diplomatico, mercati liberi ed in grado di far girare agevolmente merci e investimenti, pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità». Che bella globalizzazione! Insomma, Pieranni e Negri si limitano a riportare senza alcun commento ciò che da decenni ripete la propaganda politico-ideologica del regime cinese: «Pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità». Perfino il terribile Trump sottoscriverebbe le celesti intenzioni del regime cinese!

Nel 2008 Zhao Tingyang ha esposto con estrema chiarezza la filosofia dell’imperialismo cinese del XXI secolo con­trapponendo al mondo hobbesiano degli occidentali, fondato sugli Stati nazionali, il mondo-centro confu­ciano, fondato sull’armonia. «Se una politica è positiva ed è accettata da tutti diventerà la politica del mondo intero. È il sistema che noi chiamiamo “tutto-sotto-il-cielo”. Questa idea della politica si affermò in Cina tremila anni fa. Essa rappresentava la concezione ci­nese della politica mondiale. Nel sistema “tutto-sotto-il-cielo”, quando una società è largamente accettata dall’umanità, assurge a paradigma internazionale. In questo senso, l’attuale mondo anarchico è non-mondo. In altre parole, oggi il mondo in senso politico non esiste, mentre esiste in senso geografico […] Lo spirito del sistema Zhou era quello di massimizzare la coope­razione e minimizzare i conflitti […] Col trascorrere del tempo, l’immagine della Cina che si è andata af­fermando nel mondo è quella dell’impero cinese. Ma si tratta di un grave travisamento del nostro pensiero. Come eredità della dinastia Zhou, il sistema “tutto-sotto-il-cielo” ha sempre rappresenta­to la concezione cinese del mondo. I filosofi cinesi di varie generazioni ne hanno offerto per migliaia di anni nuove inter­pretazioni. Quel sistema influisce ancora oggi nel modo in cui i cinesi interpretano la politica. Non è possibile comprendere la politica cinese se non si comprende prima il sistema “tut­to-sotto-il-cielo”. Ogni cosa dipende dalle altre. La coesistenza è necessaria all’esistenza. Questa è l’ontologia cinese. […] Laozi disse che se si vuole capire il mondo bisogna osservare le cose dal punto di vista del mondo intero» (Limes, 11/07/2008). Ora che l’economia capitalistica ha davvero fatto del nostro pianeta un solo mondo; ora che tutti gli individui vivo­no sotto un solo cielo, cioè sotto un solo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, la Cina può seriamente aspirare a porsi al centro del mondo, rendendo concreta l’”utopia” della dinastia Zhou.

Che poi Negri guardi con un occhio di riguardo, per così dire, al regime cinese si capisce anche dalla preoccupazione che segue: «Sono talvolta spaventato dall’intensità della lotta ideologica attorno alla ridefinizione della “nazione” cinese. È fuori dubbio, e Pieranni sarà d’accordo, che ogni definizione di populismo diventerà derisoria se dovessimo confrontarla alla nascita di un eventuale nazionalismo cinese, all’emergere, non più fantasmatico, di un “dragone rosso”. Malgrado tutto – ed è opportuno doverlo ammettere – il partito comunista cinese si rivela assai efficace nel controllare ogni pericolo su questo terreno». Da notare: «talvolta» (quale tatto! quale prudenza! quale cautela!) e «eventuale nazionalismo cinese». Eventuale! Ma per fortuna «il partito comunista cinese» si mostra ancora in grado di contenere la bestia nazionalista che si agita nel sottosuolo cinese. Qualcuno avverta l’intellettualone di Padova che ormai da decenni il “dragone rosso” è venuto fuori dalla dimensione “fantasmatica” per recitare un ruolo di grandissimo rilievo sulla scena interna e internazionale. Altro che eventuale: il nazionalismo cinese è una gigantesca realtà! Cosa attestata, tra l’altro, dalla questione Hong Kong e dalle tensioni politico-militari con il Giappone per ciò che riguarda il Mar Cinese Orientale e Meridionale.

«Il libro di Pieranni ha il merito tutto teorico di identificare il nuovo terreno sul quale, oggi, la ricerca dell’ordine globale (e le alternative ad esso) non può non concentrarsi. L’ordine globale sta infatti costruendosi sull’orizzontale dei rapporti di forza piuttosto che sull’asse verticale del potere sovrano, ed è investito da flussi globali ed attraversa le frontiere, si propone di coordinare mobilità e molteplicità degli attori. Se lì si forma l’ordine mondiale, è lì dentro che dobbiamo analizzare i rapporti di sfruttamento ed organizzare la lotta di classe». In effetti «l’ordine globale» si è sempre costruito «sull’orizzontale dei rapporti di forza» economici, e alla fine la cosa diventa palese attraverso eventi (vedi il crollo dell’Unione Sovietica e l’ascesa di Paesi come la Germania e il Giappone) che lasciano sbigottiti solo chi osserva la contesa interimperialistica da una prospettiva politicista e ideologica. Presto o tardi il reale fondamento sociale dell’imperialismo viene a galla, ed è per questo che mi fa ridere quando qualcuno presenta l’imperialismo cinese dei nostri giorni nei termini di un «soft power» fondamentalmente pacifico.

In un articolo pubblicato il 14 luglio 2017 sul Manifesto Pieranni ha ricordato  Liu Xiaobo, il premio Nobel cinese per la pace del 2010 morto dopo anni di persecuzioni e di galera. «Liu Xiaobo è morto in un ospedale cinese, come successe a un unico altro Nobel, il giornalista tedesco von Ossietzky, morto nel 1938 in ospedale mentre era ancora sotto custodia dei nazisti». Lo ammetto: questo “oggettivo” accostamento tra nazionalsocialisti e socialnazionalisti mi garba molto. «In Charta 08 – prosegue Pieranni – oltre alla richiesta di democrazia, elezioni, divisioni dei poteri, rispetto per i diritti umani e federalismo repubblicano, si invitava anche a smantellare le aziende di stato, a privatizzarle. Analogamente veniva proposta la privatizzazione delle terre. E più di tutto si chiedeva una riscrittura completa della costituzione cinese. Per Pechino si trattò di un documento che aveva superato ogni limite del consentito, perché non solo criticava lo status quo, ma metteva anche in evidenza i passaggi politici possibili per mutare l’ordinamento politico cinese».

Ora mi chiedo: se domani, e sottolineo se, la società cinese venisse investita da una “Primavera” che avesse come sua piattaforma politico-economica la Charta liberale e liberista di Liu Xiaobo, come si comporterebbero, quali parti sosterrebbero Pieranni e Negri nel caso in cui il regime, che com’è noto ha al cuore «il partito comunista cinese», decidesse di reprimerla e annegarla nel sangue come accadde ventotto anni fa? È una pura curiosità, intendiamoci. Come mi comporterei io? Di certo non prenderei le parti del regime stalinista con caratteristiche cinesi; di certo non mi preoccuperei per l’integrità nazionale della Cina minacciata dal caos sociale, e di certo non tiferei per il Capitalismo di Stato con caratteristiche cinesi minacciato da un programma di liberalizzazioni economiche. Come dice Negri, anche in Cina si tratta di «organizzare la lotta di classe», senza alcun riguardo per le diverse fazioni (nazionali e internazionali) della classe dominante. Detto en passant, secondo dati ufficiali in Cina il settore privato genera il 60 % del Pil e occupa l’80 % della forza-lavoro. Grandi e numerose sacche di inefficienza e di corruzione si possono individuare soprattutto nel settore statale del Capitalismo cinese. Anche da questo punto di vista “tutto il mondo è Paese”.

E qui per oggi mi fermo, pronto a ritornare sulla questione dopo aver letto il fondamentale discorso del Premier cinese.

TEMPI IMPREVEDIBILI E INTERESSANTI. La competizione interimperialistica ai tempi di Trump

4316_0_210627509-kzid-u432701054207251q1h-1224x916corriere-web-sezioniDobbiamo essere imprevedibili (D. Trump).

L’aspetto politicamente più intrigante di un personaggio  “impolitico” (ma si vedrà presto fino a che punto questo cliché potrà reggere) come Donald Trump consiste, a parer mio, nella sua inclinazione a esprimere opinioni e concetti senza badare troppo ai paludati canoni della tradizionale mediazione politico-diplomatica. Il rude linguaggio del nuovo Presidente americano esprime il brutale linguaggio degli interessi, prim’ancora che le sue personali convinzioni sul mondo e su quant’altro. Detto questo, occorre anche dire che molte delle recenti dichiarazioni di Trump, che hanno messo in subbuglio l’establishment politico dell’Unione Europea e della Cina, mentre hanno invece rincuorato “l’amico Putin”, non esprimono un’assoluta originalità di linea politica, neanche rispetto alla sostanza di molti aspetti della politica estera – e in parte anche di quella interna: vedi la politica di contenimento dell’immigrazione ai confini del Messico – praticata dal progressista Premier uscente. Da anni Obama batte sul tasto dei costi della politica di sicurezza dell’Alleanza Atlantica, ribadendo in ogni occasione utile la necessità di riequilibrarli a vantaggio degli USA. Su questo punto rinvio al mio post Gli Stati Uniti tra “isolazionismo” e “internazionalismo”. La novità sta piuttosto nella franchezza del linguaggio politico adoperato da Trump, franchezza che a sua volta segnala un’accelerazione nelle tendenze politico-strategiche degli Stati Uniti, riscontrabile nella seguente dichiarazione: «L’Alleanza Atlantica è obsoleta, perché è stata concepita tanti e tanti anni fa». In sé questa posizione non ha nulla di sconvolgente, e suona anzi quasi banale alla luce dei tanti e importanti avvenimenti che si sono prodotti dal 1989 in poi; soprattutto i geopolitici americani di orientamento “realista” sostengano dagli anni Novanta la tesi del superamento definitivo dell’Alleanza Atlantica e della necessità di “chiudere” il suo strumento militare: la NATO.

Ma è la prima volta, mi pare, che questa tesi viene formulata a così alti livelli, entrando a far parte, di fatto, del programma politico della nuova Amministrazione. Da minaccia velata, lo scioglimento della vecchia Alleanza Occidentale diventa moneta corrente nella politica estera statunitense. In ogni caso già nel marzo del 2016 Trump aveva messo le carte in tavola a proposito dell’Alleanza Atlantica:  «La Nato? È una buona cosa… se funzionasse anche senza di noi. Siamo seri. Gli sviluppi in Ucraina hanno investito molti paesi della Nato, ma non gli Stati Uniti. Eppure, se notate, stiamo facendo tutto noi. I nostri alleati cosa hanno fatto? Perché non interviene la Germania? Perché tutti i paesi confinanti con l’Ucraina non trattano con la Russia? Perché noi siamo la nazione più forte? È vero. La Nato come concetto va bene, ma all’atto pratico funziona solo se ci siamo noi dentro. Non ci aiuta nessuno. […] Regaliamo centinaia di miliardi di dollari per sostenere paesi che sono, in teoria, più ricchi di noi. O non lo sapete? Germania, Arabia Saudita, Giappone, Corea del Sud. La Nato è stata istituita in un momento diverso. È stata creata quando eravamo un paese più ricco. Prendiamo denaro in prestito dai cinesi, lo capite? La Nato ci costa una fortuna e sì, stiamo proteggendo l’Europa, ma stiamo spendendo un sacco di soldi. Punterò alla ridistribuzione dei costi ed assicuro che gli Stati Uniti non sopporteranno ancora il totale peso della difesa in Europa. Non è giusto e non otteniamo nulla in cambio, così come il nostro impegno in Corea del Sud». Più chiaro di così.

Non raramente, anzi abbastanza frequentemente, nei momenti di svolta geopolitica e di accelerazione nei processi economici che investono quella che ancora oggi è la prima potenza imperialistica del pianeta, e che tale rimarrà, con ogni probabilità, ancora per diverso tempo, emergono nel panorama politico americano personaggi “stravaganti” o comunque non omogenei alla tradizionale postura politica dei repubblicani e dei democratici. Pensiamo a Ronald Reagan. Negli anni Settanta la classe dominante americana era molto divisa al suo interno, un po’ come accade oggi, e la debole Amministrazione Carter rispecchiò bene questa situazione. Solo con l’ex attore, di mediocre talento artistico ma molto versato sul piano della fascinazione popolare, la leadership politica del Paese riuscì a trovare il bandolo dell’intrigata matassa assecondando una ristrutturazione tecnologica delle imprese e una “rivoluzione finanziaria” non più procrastinabili. Si parlò di reaganismo – versione statunitense del thatcherismo. I nostalgici del vecchio capitalismo di stampo keynesiano parlarono di “controrivoluzione liberista”, palesando con ciò la miserabile idea di rivoluzione che avevano in testa. L’Amministrazione Reagan implementò misure di economia politica che all’inizio apparsero agli occhi di quasi tutti gli analisti economici americani ed europei estremamente contraddittorie e per questo destinate a un sicuro insuccesso. Sappiamo come è andata a finire. Lo stesso Barack Obama più volte ha esternato la propria ammirazione nei confronti della figura politica del leader americano che seppe piegare definitivamente «l’Impero del Male», altrimenti chiamato Unione Sovietica. Ma ritorniamo ai nostri giorni.

L’Unione Europea, ha detto Trump, è stata creata per far concorrenza economica agli Stati Uniti d’America, e per questo gli americani non hanno alcun interesse a sostenerla. Il discorso, come si dice, non fa una grinza. L’Unione Europea come tentativo di creare un polo imperialista europeo a guida franco-tedesca in grado di confrontarsi con gli Stati Uniti, con la Cina e con la Russia: è una tesi che può impressionare solo chi non capisce nulla di processo storico-sociale mondiale. È dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso che il contenzioso economico-finanziario tra gli Stati Uniti e i suoi maggiori alleati strategici (Germania e Giappone in primis) è diventato il più importante fattore nella determinazione della politica estera americana. Negli anni Ottanta gli USA hanno ricercato a tutti i costi la superiorità militare nei confronti dell’Unione Sovietica non solo nel tentativo, peraltro riuscito, di assestare ai russi il colpo del KO (ma, com’è noto, un colosso cade ingloriosamente solo se ha i piedi d’argilla), ma anche e soprattutto per surrogare con la potenza politico-militare una superiorità economico-tecnologica che gli americani non vantavano più nei confronti degli europei e dei giapponesi. Ecco perché fino all’ultimo Reagan cercò di puntellare politicamente Gorbaciov, ossia per non spezzare quel confronto bipolare che aveva tenuto sotto scacco l’intero Vecchio Continente. Probabilmente per gli americani sarebbe stato più utile un nemico “sovietico” certamente indebolito e ridotto al rango di potenza regionale ma in grado tuttavia di reggere l’antica funzione di spauracchio antioccidentale, e quindi legittimare l’ordine mondiale scaturito dal Secondo macello mondiale. Più che di scardinare quell’ordine, Washington lavorava per aggiornarlo e “ristrutturarlo” alla luce dell’ascesa della Germania e del Giappone al rango di potenze capitalistiche di prima grandezza. Lo stesso Presidente francese Mitterrand parlò nei primi anni Ottanta della necessità di una «nuova Yalta». Scriveva in quegli stessi anni l’ex Presidente Richard Nixon su un saggio dedicato al confronto USA-URSS: «Le nostre differenze rendono impossibile una pace perfetta e ideale, ma i nostri interessi comuni rendono conseguibile una pace pragmatica e vera». Allora il nemico numero uno del capitalismo a stelle e strisce si chiamava, appunto, Giappone, contro la cui economia Washington implementò diverse rappresaglie commerciali e monetarie. «In Giappone non vengono rispettati gli standard di tutela dei diritti dei lavoratori che noi invece garantiamo alle nostre maestranze, e ciò rende disonesta la capacità competitiva del made in Japan»: così scrivevano i “giornaloni” statunitensi nel pieno del conflitto economico con il Sol Levante. È, questo, un ritornello propagandistico che alla fine degli anni Novanta sarà impiegato, mutatis mutandis, nei confronti dell’«immorale capitalismo cinese».

Personalmente condivido la tesi di chi sostiene che «il vero vincitore del ciclo storico delle guerre mondiali [è] stata la Germania. «Quest’affermazione può suonare paradossale; ha tuttavia il merito di sottolineare che l’impiego di strumenti puramente economici può consentire il riassetto della economia internazionale in modo addirittura più efficace del ricorso alla forza militare» (Carlo Jean, Manuale di geopolitica). Con «ciclo storico delle guerre mondiali» occorre intendere, secondo Jean, il lungo periodo che va dalla Prima guerra mondiale alla fine della cosiddetta Guerra Fredda, culminata agli inizi degli anni Novanta nella Riunificazione Tedesca e nella dissoluzione dell’Unione Sovietica.

In realtà l’Unione Europea è stata concepita dalla Francia e dall’Inghilterra soprattutto per controllare e marcare da vicino la potenza sistemica della Germania, e magari usarla all’occorrenza in funzione antirussa e antiamericana. Come spesso accade la volontà politica si deve arrendere al cospetto della forza dell’economia. Ancora Trump: «Guardate l’Ue e vi ritrovate la Germania, è un grosso strumento per la Germania. È la ragione per la quale credo che il Regno Unito abbia fatto bene ad uscirne». La verità a volte può avere l’effetto della benzina gettata sul fuoco. «In questo momento stiamo abbandonando l’Europa e pianifichiamo un vertice biennale del Commonwealth. Costruiremo una Gran Bretagna veramente mondiale»: è quanto ha dichiarato la Premier britannica Theresa May circa il piano del governo sulla Brexit. Oggi la “relazione speciale” angloamericana appare più forte che mai e le ambiziose, ma non saprei dire quanto fondate, parole della May la dicono lunga sul mutamento dello scenario nel cuore stesso del Vecchio Continente. Come reagirà alle “provocazioni” e alle sfide la “riluttante” Germania? E che dire della Cina!

Ecco cosa dichiarava Trump, sempre nel marzo del 2016, sulla Cina: «Noi abbiamo il potere commerciale sulla Cina. Non credo che inizieranno la terza guerra mondiale, ma dobbiamo essere imprevedibili, rispetto a ciò che siamo adesso, assolutamente scontati. Siamo totalmente prevedibili e questo è male. Conosco molto bene la Cina, faccio affari con loro da decenni. Hanno ambizioni incredibili e si sentono invincibili. Il fatto è che noi abbiamo ricostruito la Cina, grazie ai nostri miliardi. Se non fosse per noi, non avrebbero aeroporti, strade e ponti. La Cina va affrontata sotto il punto di vista commerciale. Il libero scambio ci ha rovinato. Loro portano ogni cosa nel nostro paese. Noi, invece, dobbiamo pagare». Ecco come ha risposto ieri il Presidente cinese Xi Jinping parlando al World Economic Forum di Davos: «La globalizzazione ha certamente creato dei problemi, ma non si deve gettare il bambino con l’acqua sporca. Nuotiamo tutti nello stesso oceano». Com’è noto, questo oceano si chiama Capitalismo Mondiale. Concludo la citazione: «Il protezionismo, il populismo e la de-globalizzazione sono in crescita, e questo non va bene per una più stretta cooperazione economica a livello globale».

Chiosa Alessandro Barbera su La Stampa: «Dalle alpi svizzere arriva il nuovo alfiere della globalizzazione, il presidente cinese Xi Jinping. Il messaggio del leader all’Europa è chiaro: se volete il mercato, il mercato siamo noi. L’avreste mai detto?» Se dico che io l’ho pure scritto, oltre che detto, commetto un grave peccato di presunzione? Certo, se uno crede nella colossale balla del «socialismo con caratteristiche cinese» può anche rimanere spiazzato da certe affermazioni di Xi.

«Il leader comunista difende la globalizzazione e il libero commercio»: è questo insomma il “mantra” che oggi impazza su tutte le prime pagine dei quotidiani italiani e mondiali. Scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera: «Corrono tempi particolari, quando il segretario del partito comunista cinese parla a Davos come Tony Blair dieci anni fa o Bill Clinton vent’anni fa. Stesse formule ben levigate sui benefici della globalizzazione o i danni del protezionismo». Federico Rampini parla invece di un «mondo capovolto»: il Paese fondato dal “comunista” (le virgolette sono a cura di chi scrive) Mao oggi si propone al mondo come il leader della globalizzazione e del libero mercato. Ma la discontinuità tra la Cina di Mao e quella di Xi non ha una natura ideologica, come crede Fubini, né essa segnala una radicale diversità di carattere storico-sociale rispetto al regime maoista, essendo stato esso fondato su un capitalismo di Stato che si trovò a dover fare i conti con il pesante retaggio storico del Paese, segnato da un lungo passato di colonia sfruttata e dalla più recente egemonia imperialistica imperniata sul bipolarismo USA-URSS. Il merito storico e politico di Mao fu quello di aver consegnato ai suoi eredi un Paese certamente prostrato sul piano economico e molto lacerato su quello sociale e politico, ma tuttavia un Paese ancora unito sul piano nazionale (anche in virtù di pesantissime repressioni ai danni delle minoranze etniche che vivono nell’area cinese) e pronto al decollo sulla scena mondiale. Un successo, quello di Mao, interamente ottenuto sul terreno dello sviluppo capitalistico e della costruzione di una potenza imperialistica, non certo sul terreno della costruzione del «socialismo con caratteristiche cinese», come blateravano ai “bei tempi” i maoisti europei e come continuano a blaterare i non pochi sostenitori italioti del «socialismo cinese». Sulla storia del maoismo rinvio a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.

Indubbiamente la Cina e la Germania sono i due Paesi che oggi hanno più da temere dalla politica estera di Trump, ed è per questo che i due Paesi sembrano parlare lo stesso linguaggio. «Pechino e Bruxelles hanno in comune molto più di quanto non possa accadere con la nuova amministrazione americana», si leggeva qualche giorno fa su un editoriale del quotidiano di Stato in inglese China Daily. Si scrive Bruxelles ma si legge, molto probabilmente, Berlino.

Scrive sul Foglio Giuliano Ferrara, il quale continua a non voler salire sul carro del vincitore, come invece si sono premurati a fare in molti, sia a “destra” sia a “sinistra” (anche qui, nessuno sbigottimento da parte di chi scrive, ma solo conferme): «Un celebre proverbio dice che devi pregare Iddio perché non ti faccia vivere in tempi interessanti. Bisogna pregare molto, molto, molto. Ma, a parte questo, che facciamo? Salire su quel carro mi sembra non auspicabile e anche impossibile. Fermarlo non è così semplice. […] La Merkel, considerata da Trump come una sfruttatrice dell’Europa unita, una cui concedere una fiducia a termine, potrebbe farcela ma non è certo». Sarà un anno interessante, purtroppo». Come si dice dalle mie parti, questo è poco ma è sicuro.

Quel che ci apprestiamo a vivere è dunque un tempo capovolto, insicuro, imprevedibile, interessante; di certo la contesa interimperialistica si fa sempre più aspra e disumana. E anche qui possiamo dire: questo sarà pure poco ma almeno è sicuro.  Una volta Keynes disse: «L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre»; speriamo che «l’inatteso» almeno per una volta militi a favore delle classi subalterne e dell’umanità in genere. Di questi tempi mi tocca confidare pure in Keynes, e ho detto tutto!

CINA. CANTA IL ROSSO PICCHIA IL NERO!

mondo

Alta volatilità!

Questo post è stato scritto ieri, mentre andava in scena il rimbalzo borsistico su scala planetaria e giungevano eccellenti notizie circa l’«economia reale» del Capitalismo a stelle e strisce, ritornato a essere almeno per un giorno la locomotiva del mondo. Che cosa accadrà oggi? E domani? Ci vorrebbe un Nostradamus, né più né meno. Anche perché la volatilità rimane alta, sotto ogni aspetto!

Una crisi di transizione?

Per George Magnus, economista del Financial Times, ciò che accade in Cina va senz’altro rubricato come «crisi di transizione». Si tratta di vedere fino a che punto questa crisi possa rivelarsi “di crescita”, com’è ovviamente negli auspici dei leader cinesi e di chiunque nel mondo ha interesse a che la Cina ritorni a essere la locomotiva del capitalismo planetario. In diversi punti l’analisi di Magnus sembra avvicinarsi alla mia; ne suggerisco comunque la lettura perché essa illumina aspetti importanti del problema in oggetto. Riporto alcuni passi dell’articolo:

«Agosto in Cina è stato tutt’altro che il tranquillo mese del mito. Gli sviluppi nei mercati azionari, nei mercati dei cambi e anche il terribile incidente industriale a Tianjin potrebbero sembrare, se considerati singolarmente, mera sfortuna. Tuttavia, se presi insieme, questi episodi simboleggiano l’epilogo in slow motion del modello economico e politico della Cina. Il paese sta attraversando una crisi di transizione senza precedenti dal momento in cui Deng Xiaoping decise di porre una soluzione di continuità tra l’era di Mao e il futuro della Cina. Ripristinare l’autorità e il primato del Partito comunista, proseguire sulla strada di riforme spesso controverse, liberalizzare la finanza e riequilibrare l’economia tentando di sostenere un tasso di crescita irrealistico appaiono obiettivi complessi e reciprocamente incompatibili. Il compito di Deng, in una società pre-industriale senza una classe media e dei social media, è stato per molti versi più facile. […] Per far fronte ai gravi problemi del Paese, il presidente Xi Jinping ha portato indietro le lancette dell’orologio. Ha accumulato più potere di qualsiasi altro leader da Mao in poi e ha sottolineato la necessità di una “purezza di partito” di stampo leninista per evitare il destino del partito comunista sovietico. […] La transizione economica della Cina è stata sempre difficile, ma gli sviluppi di quest’anno suggeriscono che le cose non stanno andando secondo i piani. La centralizzazione del potere si sta rivelando una spada a doppio taglio per la riforma; la campagna contro la corruzione sta soffocando l’iniziativa privata e la crescita dell’economia non può essere mantenuta su un sentiero di espansione non realistico da stimoli senza fine. […] Una parte centrale della sfida per la Cina sarà la sua capacità di gestire l’occupazione, un indicatore più politicamente sensibile del PIL. Il tasso di disoccupazione ufficiale, che si aggira da molti anni intorno al 4 per cento, è una finzione. Molte ragioni (come gli attuali livelli di investimento nella produzione ad alta intensità di manodopera) inducono a credere che il tasso reale di disoccupazione può solo essere superiore al 6,3 per cento stimato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. […] Sarà questo scenario a mettere alla prova la credibilità e la volontà riformatrice dei leader cinesi nei modi che determineranno le prospettive del Paese per gli anni a venire».

A proposito di conti truccati! Secondo diversi analisti economici (anche cinesi) i dati reali sui conti cinesi attestano quanto segue: crescita del Pil non al 7%, ma già sotto il 5%, debito pubblico esploso oltre il 300% del Pil, sopra i 30 mila miliardi di dollari, metà evaporati nei debiti immobiliari e metà generato dalle banche ombra. Se son spine, pungeranno. Questo è sicuro, e a questo punto non ci vorrà molto per accertarlo.

Scrive L’Huffington Post del  24 agosto: «Gli effetti della crisi cinese sui mercati globali sono sotto gli occhi di tutti, eppure non è facile rendersi conto perché Pechino, da sola, possa far tremare l’economia mondiale. Una strada immediata per rendersene conto è osservare queste quattro tabelle realizzate FTN Financial, che mostrano chiaramente perché il rallentamento dell’economia cinese spaventa così tanto i mercati di tutto il mondo». Ecco dunque le tabelle:

1

3

4

Per la Goldman Sachs l’Occidente non ha motivo per allarmarsi più di tanto: «La Cina sta frenando più di quanto ci si aspettasse. E per i Paesi emergenti il rallentamento di Pechino, il crollo delle materie prime e il rialzo dei tassi americani (quando arriverà, aspettando Godot) saranno una bella sberla. Ma ha senso parlare di recessione globale? Secondo un recentissimo report di Goldman Sachs no. La crescita degli Stati Uniti e la lenta progressione dell’Europa non verranno seriamente azzoppate dai guai di Pechino, anzi riceveranno un colpo di acceleratore dallo scivolone del petrolio. Anche se quest’ultimo terrà l’inflazione più bassa di quanto si stimasse qualche mese fa, gli analisti di Goldman Sachs rimangono convinti che “una recessione globale sia davvero improbabile”» (Enrico Marro, Il Sole 24 Ore, 24 agosto 2015).

Romano Prodi invita alla calma, come si conviene a uno statista (peraltro molto apprezzato dalla leadership cinese) ben temperato del suo calibro, ma non nasconde le sue preoccupazioni, anche di natura geopolitica: «Se la Borsa cinese continua a calare non dobbiamo preoccuparci troppo perché, dopo che era tanto irragionevolmente cresciuta, un bel calo entra nella normalità. Il vero pericolo è che la crisi cinese, che è insieme crisi della sua economia reale e della sua finanza, non infetti tutta l’economia mondiale che è già debole di per sé. Lo vogliono gli Stati Uniti? Lo vuole di conseguenza la Germania? Lo vuole davvero la Cina sapendo quale riforme deve fare per raggiungere questo obiettivo? Date le tensioni politiche che montano ogni giorno vedo molto difficile questo percorso» (Il Sole 24 Ore, 26 agosto).

I Cari Leader cinesi

I Cari Leader cinesi

Qualche giorno fa mi chiedevo se si fosse esaurita la spinta propulsiva del Capitalismo con caratteristiche cinesi; Giampaolo Visetti risponde positivamente alla domanda e descrive una situazione che ricorda molto la vigilia di una crisi di regime: «Nemmeno la censura riesce più a reprimere un dissenso nuovo, che da ideologico diventa finanziario, che da studenti e intellettuali contagia operai, classe media e milionari, l’immenso popolo consegnato al capitalismo comunista. L’accusa collettiva contro i vertici del partito non ha precedenti e supera ormai i blocchi del web: “Vi abbiamo obbedito, ci avete tradito e infine venduto”. Milioni di cinesi non dimenticano che proprio le autorità, ancora in giugno, incitavano la gente a comprare azioni, a vendere casa e a fare debiti per gettarsi nel sogno del mercato di Stato, gonfiato del 150% in un anno. Quelle stesse autorità ora tacciono, scatenano censura e repressione, aggiustano le statistiche, rincorrono con imbarazzante ritardo gli scoppi delle bolle. È come se la fine di un’era del suo sviluppo colpisse a morte lo stesso Dragone». Sull’«immenso popolo consegnato al capitalismo comunista» [sic!] oggi sorvolo: non posso sempre diffondermi sulla balla speculativa del «comunismo con caratteristiche cinesi»! Sulla natura nazionale-borghese della rivoluzione maoista e sulla mia interpretazione della cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale rimando a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo.

Linea rossa

Oggi molti nella “sinistra radicale” stanno rispolverando la figura del compagno statalista Bo Xilai, il «principe rosso», nonché «leader neomaoista», caduto in disgrazia nel 2012 a causa di una vicenda politico-giudiziaria i cui contorni rimangono ancora oscuri, come del resto capita spesso in Cina quando i Cari Leader di Pechino dibattono su quale sia la migliore via da prendere per il bene del Paese. Nello scontro interno al Partito-Stato Bo Xilai difese gli interessi politici ed economici della fazione continuista («linea rossa») messi pesantemente in discussione dai “riformisti” («linea nera»). Scrivevo su un mio post del 16 marzo 2012 dal titolo, forse un po’ “profetico”, Cina: ora per allora:

«Che accade in Cina? Cambiato il molto che c’è da cambiare, nel Celeste Impero del Capitalismo mondiale è in corso l’ennesima lotta tra le due tradizionali fazioni (la “linea rossa” e la “linea nera”) del PCC? E qual è la posta in gioco? È ancora presto per dirlo. Certo è che l’improvviso siluramento dell’astro nascente Bo Xilai avviene in un momento in cui l’economia del Paese inizia a risentire l’onda lunga della crisi economica internazionale, la quale ha messo in luce le contraddizioni e i punti deboli del gigantesco balzo sistemico compiuto dalla società cinese negli ultimi trent’anni. La crescita economica rallenta, e il raggiungimento della pericolosa soglia del 7 per cento annuo di crescita del Pil appare più che un’ipotesi. La tensione sociale, mai bassa per la verità, deve perciò necessariamente crescere, pericolosamente. “Bo Xilai ha cercato di rappresentare questi malumori con una campagna molto demagogica, e ha condito le implicite critiche al governo con un tripudio di bandiere rosse e canti popolari che appartengono al vecchio repertorio della Rivoluzione culturale” (Sergio Romano, Corriere della sera, 16 marzo 2012). Dopo aver descritto una situazione economica non eccellente, e aver perorato la causa di riforme economiche e politiche “radicali”, il Primo ministro Wen Jiabao ha chiuso la sessione annuale del Parlamento cinese stigmatizzando ogni tentativo di ripristinare i vecchi metodi della “Rivoluzione Culturale”».

Il già citato Visetti ieri raccontava scene e sentimenti che evocano un clima da “Nuova Rivoluzione Culturale”: «Sparite, nel quartiere dei grattacieli eleganti di Pudong, auto sportive e borsette di lusso. Chiusi i ristoranti gourmet, spente le vetrine con gli orologi svizzeri. Lavorare in Borsa, fino a due mesi fa, in Cina era il simbolo del successo e proiettava nella “dolce vita all’ occidentale”. Regola numero uno: esibire l’ eccesso, mostrare a tutti di avercela fatta. Oggi il “compagno economista” recupera dall’armadio i vecchi jeans, sandali e t-shirt, va in ufficio in metrò ed entra dal retro, succhiando tagliolini liofilizzati assieme alle giovani migranti interne assunte per le pulizie. L’alternativa è venire linciati dalla folla, o essere arrestati dalla polizia. […] La risposta del Quotidiano del Popolo, organo del politburo, alla crisi del Duemila è da purghe anni Sessanta. Annuncia la mobilitazione della polizia, scatenata contro “banche ombra, funzionari sospetti e finanziamenti illeciti”». […] Centinaia di milioni di cinesi, assieme al resto del mondo, si chiedono se i successori di Deng Xiaoping stiano «cavalcando la crisi», oppure se ne siano travolti, se “il nuovo Mao stia in sella o tra le zampe del cavallo”. L’ Occidente scopre di essere orfano del suo motore della crescita, ma milioni di cinesi si vedono rubare il sogno di archiviare per sempre fame, sacrifici e ciotola di riso» (La Repubblica, 26 agosto 2015).

Secondo Simone Pierani la diri­genza del PCC è «divisa e sta­rebbe ingag­giando una bat­ta­glia con­tro le volontà di cam­bia­mento di Xi. Man­cano ancora le riforme più impor­tanti sulle aziende di stato, sulla terra e sui poteri fiscali dell’Assemblea nazio­nale. Riforme for­te­mente osteg­giate. Il desi­de­rio di quasi tutti i potenti del Par­tito è che in realtà nulla cambi: che il socia­li­smo di mer­cato della Cina possa rifor­marsi, senza dover pro­vo­care scos­soni ai cen­tri di potere» (Il Manifesto, 25 agosto 2015). Bo Xilai era appunto uno dei leader dell’ala antiriformista, il quale, come scriveva sempre Pierani sul Manifesto due anni fa, «ottenne visi­bi­lità per la sua cam­pa­gna nota come “canta il rosso, pic­chia il nero”. Da un lato recu­però tutta la reto­rica maoi­sta, attra­verso la spe­di­zione degli stu­denti a impa­rare dai con­ta­dini, l’invio di mes­saggi sui cel­lu­lari con cele­bri frasi del Timo­niere. Dal punto di vista poli­tico ed eco­no­mico, agì da despota incon­tra­stato: uti­lizzò una spericolata poli­tica eco­no­mica che fece cre­scere Chon­g­qing anche del 16 per­cento, con una bolla immo­bi­liare vertiginosa, che attra­verso la costru­zione di molti alloggi popo­lari, gli fece gua­da­gnare un’ottima fama spe­cie tra i ceti meno agiati del paese. Il suo mix di inve­sti­menti pub­blici e pri­vati, per altro spesso acca­par­rati a spese di Pechino, crea­rono quello che venne defi­nito “modello Chongqing”. Canta il rosso, pic­chia il nero: sono motti militanti come questi che “ai bei tempi” mandavano in visibilio il popolo maoista che sfilava nelle italiche strade sventolando il mitico Libretto rosso di Mao, come ricorda oggi Lanfranco Caminiti in un articolo abbastanza sfizioso pubblicato dal Garantista e dal titolo quantomeno bizzarro: Dal maoismo al “borsismo”. La Cina è vicina e fa di nuovo paura alla borghesia. Per fortuna chi scrive non è un borghese e non ha quindi nulla da temere da un eventuale crollo del colosso asiatico! E soprattutto chi scrive non è mai stato un maoista.

Bando ai personalismi piccolo-borghesi e veniamo al neomaoismo del XXI secolo. Secondo Pierani, «La “visione” di Bo Xilai rap­pre­senta ancora oggi – con tutti i suoi limiti [chi non ha limiti scagli la prima pietra!] – l’unica alter­na­tiva alla crisi del capitalismo di Stato cinese». Vedremo. Di sicuro io non faccio il tifo per il Celeste Capitalismo, «di Stato» o «neoliberista» che sia. Come ovviamente non faccio il tifo per nessun’altro Capitalismo presente sulla faccia della Terra, a cominciare da quello italico. Da molto tempo ho imparato a ragionare in termini di Società-Mondo, e oggi il mondo si estende interamente sotto il cielo plumbeo dei rapporti sociali capitalistici.

Linea nera

Abbiamo visto la «linea rossa» del noto “Quotidiano comunista”. Adesso giriamo lo sguardo verso la «linea nera» dei “neoliberisti”. Secondo Oscar Giannino ciò che l’Occidente sta chiedendo di fare alla leadership cinese serve solo a «bloccare la paura» dei mercati, ma a lungo termine si tratta di una ricetta sbagliata. Soprattutto Europa e Stati Uniti sbagliano a sollecitare l’intervento dello stato cinese nella sfera economica del Paese, mentre si tratta di auspicare proprio il contrario, perché le attuali magagne cinesi hanno molto a che fare con lo statalismo, o, detto altrimenti, con il cosiddetto «socialismo con caratteristiche cinesi». Allo Stato cinese Giannino chiede una ritirata strategica ma ordinata dall’economia, non prima, però, di aver fatto esso stesso pulizia e chiarezza nella celeste e caotica nebulosa capitalistica del Paese. Leggiamo: «No, la riposta cinese di ieri non è quella più adeguata alle ormai gravi contraddizioni dell’economia cinese, è solo una pezza a colori. […]

Le mosse della banca centrale cinese appaiono più figlie della disperazione che della lezione sin qui appresa. […] L’oceano di liquidità monetaria figlia di politiche monetarie troppo lasche gonfia le bolle finanziarie e immobiliari, perché con le borse che guadagnano a ritmi imparagonabili ai rendimenti del capitale nell’economia reale, è ovvio che il denaro poco caro prenda sempre più la via della finanza facile». Com’è noto, il cavallo capitalistico beve solo l’acqua che porta profitti, possibilmente alti e di rapida acquisizione. Ma riprendiamo la citazione: «L’Occidente deve offrire alla Cina una finestra spalancata per fare dello yuan una valuta di riserva visto il peso che la Cina ha nel mondo, chiedendo alla Cina nel frattempo di fare in grande scala quanto fece la Svezia negli anni Novanta, cioè avviare un enorme processo di scouting sui troppi debiti insostenibili e sui troppi asset dichiarati a un valore che non esiste. Che lo Stato cinese si concentri su quello, mentre attua una vera vigilanza sulle sue banche e chiude nel tempo alla possibilità che oltre un terzo della sua intermediazione finanziaria sia operata da chi non è soggetto ad alcuna regolazione. Un enorme programma pluriennale cinese di stabilità e pulizia finanziaria, da assumere come priorità internazionalmente condivisa perché la Cina resti una locomotiva mondiale, continui ad assorbire sempre più esportazioni mondiali ad alto valore aggiunto per le sue centinaia di milioni di nuovi consumatori, e dipenda sempre meno da un proprio export forte per un basso costo della manodopera destinato comunque ad alzarsi».

Un bel programma “neoliberista”, non c’è che dire. Si tratta di vedere quanto realistico. È chiaro che nel brevissimo periodo è la “linea rossa” della gestione demagogica delle contraddizioni sociali che appare quella più praticabile dal Partito-Regime. Intanto, giusto per dispiacere Giannino, dalla Cina giunge la notizia di una «Nuova iniezione di liquidità da parte della Banca centrale cinese a sostegno del sistema bancario. La People’s bank of China, nel corso della notte, ha iniettato 150 miliardi di yuan, circa 23,4 miliardi di dollari» (Ansa, 27 agosto 2015). Con tutta questa liquidità in giro la papera della speculazione finanziaria galleggerà alla grande!

La calda estate del dragone – Si tratta di una nota pubblicata su Facebook il 23 agosto.

Scrive Alessandro Mauceri: «Ormai non esistono più frontiere che non possano essere valicate dai prodotti cinesi, che hanno invaso la vita di tutti. Ma se i prodotti realizzati in Cina viaggiano veloci, non altrettanto può dirsi per le informazioni. Dopo l’esplosione lo scorso 12 agosto di un magazzino a Tianjin, che ha causato 114 morti (ma mancano all’appello ancora un centinaio di persone tra cui 85 pompieri), circa 700 feriti e l’evacuazione di buona parte della popolazione della città, restano ancora forti dubbi su cosa sia realmente avvenuto. Le notizie ufficiali hanno parlato di un “incidente” in uno stabilimento dove si adoperavano sostanze contenenti cianuro. Secondo la versione ufficiale, il deposito conteneva 700 tonnellate di cianuro di sodio, ben 70 volte di più di quello che avrebbe dovuto contenere, una sostanza altamente tossica. Anche l’esplosione è stata anomala e di intensità tale da essere stata rilevata dall’istituto sismologico cinese che ha valutato la potenza della seconda esplosione, la più forte, equiparandola alla detonazione di 21 tonnellate di tritolo. E, nel frattempo, piccole esplosioni continuano ad essere segnalate nella zona del disastro e la vista dall’alto mostra un cratere di dimensioni spaventose, che a molti ha ricordato quelli lasciati dopo l’esplosione di ordigni nucleari. […] Nelle ultime ore ad essere accusate sono state anche le autorità cinesi, ree di non aver diffuso dati veri sulla reale contaminazione ambientale: nel fiume Haihe, vicino alla città, si è verificata una inspiegabile moria di migliaia di pesci, con tutta probabilità avvelenati dalle sostanze rilasciate dall’esplosione della scorsa settimana» (Notizie Geopolitiche, 21 agosto 2015).

A proposito! «Nuova esplosione in un impianto chimico in Cina. A soli dieci giorni dalla tragedia di Tianjin, a essere colpito oggi è uno stabilimento nella provincia orientale cinese dello Shandong. Secondo il primo bilancio comparso sui media locali sono almeno nove i feriti. L’esplosione ha mandato in frantumi i vetri degli edifici e delle abitazioni nel raggio di un chilometro dall’impianto, gestito dal gruppo Runxing Chemical. Secondo le prime testimonianze, le scosse dovute all’esplosione sono state avvertite in un raggio di due chilometri» (Il Sole 24 Ore, 22 agosto 2015).

Intanto, il Partito Capitalista Cinese è alle prese con una crisi che rischia di farsi esplosiva (è proprio il caso di dirlo!) anche sul versante della cosiddetta economia reale. «Quali eventi hanno scatenato questa “tempesta perfetta” dopo una settimana già preda di forti turbolenze? Le indicazioni sul marcato rallentamento dell’economia cinese continuano a pesare sulle borse mondiali. I problemi non appaiono più circoscritti alla finanza ma anche all’economia reale, come dimostrato ieri dalla performance molto negativa del Pmi manifatturiero cinese sceso in luglio a 47,1 punti, il livello più basso da oltre sei anni» (Il Giornale, 22 agosto 2015).

Sbaglia, a mio avviso, chi profetizza un crollo del Celeste Capitalismo, almeno come lo conosciamo oggi, nel breve termine; però la sua crisi sistemica mi sembra abbastanza evidente, e i Cari Leader di Pechino sono i primi ad averne coscienza. Ma le “riforme strutturali” sono una brutta bestia dappertutto, non solo nella Vecchia Europa. Si tratta poi di vedere come il Partito-Regime fronteggerà le contraddizioni sociali (di tutti i tipi!) che stanno mettendo in tensione l’intero Sistema-Paese. Probabilmente alla lunga le immancabili “campagne moralizzatrici” promosse dal Partito (con tanto di arresti, processi esemplari e carcere duro ai danni di burocrati locali e nazionali, ma anche di Cari Leader caduti improvvisamente in disgrazia: praticamente il migliore dei mondi possibili per i giustizialisti di casa nostra!*) mostreranno i loro limiti in termini di ricerca del consenso e di controllo sociale. Staremo a vedere!

* «La polizia cinese ha arrestato 12 persone in relazione alle esplosioni che a Tianjin hanno ucciso 139 persone e devastato l’area del porto, riporta oggi l’agenzia di stampa Nuova Cina citando il Ministero della Sicurezza pubblica. Tra gli arrestati anche il presidente della Tianjin International Ruihai Logistics, Yu Xuewei, il vice presidente Dong Shexuan e tre vicedirettori generali» (ANSA, 27 agosto 2015 ).

QUALCOSA BOLLE NEL GRAN PENTOLONE CINESE

1Qualcosa di grosso bolle nel gran pentolone cinese. Questo è sicuro. Si tratta solo di capire l’esatta natura della pietanza messa a cottura dal processo sociale capitalistico. Qui mi limito a segnalare due sintomi, giusto per dare continuità al mio interesse per ciò che accade nel Paese che secondo i dati forniti dal Wall Street Journal quest’anno dovrebbe superare “ufficialmente” gli Stati Uniti in termini di produzione di beni e servizi: 17.600 miliardi di dollari made in China a fronte dei 17.400 miliardi made in USA.

Qualche settimana fa la campagna contro la corruzione lanciata ormai più di un anno fa dal Celeste Presidente Xi Jinping ha conosciuto un nuovo salto di qualità con l’arresto del generale Xu, dal 2004 al 2012 vicepresidente della Commissione centrale militare, il comando supremo. Un pezzo grosso dell’apparato, insomma. «Finora la campagna anti-corruzione aveva colpito l’enorme macchina burocratica civile della Cina, il coinvolgimento dei militari è un’ulteriore prova di forza del presidente Xi Jinping. Dietro si intravede anche uno scontro politico, con una fazione dell’Esercito accusata apertamente di “deviazionismo ideologico” Nelle ultime settimane sulla stampa e in tv sono comparse decine di immagini di Xi Jinping in giacca alla Mao verde oliva tra gli ufficiali. Li ha convocati a Gutian, la base dove nel 1929 Mao Zedong stabilì il principio che il partito controlla l’esercito. E da Gutian Xi ha ripetuto la parola d’ordine di Mao: “È il partito che comanda il fucile”» (G. Santevecchi, Il Corriere della Sera, 26 novembre 2014). In effetti, il Partito Regime con caratteristiche cinesi cerca di avere – come vedremo tra poco a proposito del secondo sintomo – il comando su ogni aspetto della vita sociale cinese, il cui crescente dinamismo mette sotto pressione la capacità di controllo dell’apparato.

È pur vero che l’autonomia dell’Esercito Popolare di Liberazione nei confronti del PCC è sempre stata assai ridotta, essendo stato il primo fin dalla fondazione della Repubblica Popolare non più che l’ala militare (la baionetta) del secondo. Basti pensare che «Deng Xiaoping per anni non ha avuto ruolo di primo piano nel governo o nel Partito comunista cinese, ma è stato presidente della commissione militare. Dopo di lui, sia Jiang Zemin sia Hu Jintao hanno portato i tre cappelli principali insieme: capo di Stato, segretario generale del Partito e presidente della commissione militare» (F. Sisci, Limes, 9 marzo 2012).

Due differenti – ma non necessariamente opposte, anzi il più delle volte complementari – linee strategiche hanno sempre attraversato il dibattito cinese sulla funzione dell’EPL: la linea “rossa” che concepisce l’esercito come mera estensione del corpo e degli ordini del Partito, come la continuazione della politica del PCC con altri mezzi (Mao teorizzò e praticò questa linea “politicista/movimentista”); e la linea “nera”, sempre minoritaria e perdente, che sostiene la necessità di una maggiore autonomia e specializzazione (professionalizzazione) dello strumento militare.

Scrive Francesco Sisci: Deng Xiaoping «aveva drasticamente ridotto il budget militare per dare all’economia civile maggiori risorse per crescere, e nei primi anni Ottanta aveva tagliato di un terzo le truppe dell’Esercito. In cambio, aveva permesso ai militari di fare affari, avviare imprese, fare soldi, essere capitalisti e di fatto disinteressarsi alle questioni militari. Tuttavia, con la repressione del movimento di Tiananmen i militari sono stati riportati politicamente in prima linea. È stato chiesto loro di attaccare gli studenti e prendere posizione nella lotta di potere al vertice che ha portato alla fine politica dell’ex capo del partito Zhao Ziyang». Ogni crisi (sociale, etnica, nazionale) tende oggettivamente a rafforzare il ruolo dell’Esercito nella gestione del potere, e per i vertici del Partito si pone puntualmente la necessità di come far rientrare nei ranghi le aspirazioni dei generali cinesi.

Probabilmente il rapido incremento del budget per la difesa, che secondo fonti non ufficiali ma assai credibili (naturalmente non per il China Daily, il giornale di regime dato in pasto all’opinione pubblica internazionale) è aumentato nell’ultimo decennio di quasi sette volte, e la crescente proiezione geopolitica della Cina (soprattutto nella cruciale e scottante area pacifico-asiatica), che tende a concentrare gli investimenti militari nel settore aereo-navale (vedi la recente inaugurazione della Liaoning, la prima portaerei cinesi), hanno esacerbato le mai sopite “diversità di vedute” all’interno dell’Esercito, il cui peso nella sfera economica del Paese rimane molto grande (basti pensare che la Cina è il terzo esportatore mondiale di armi con un giro di affari di 1.783 milioni di dollari), e al vertice del Partito.

68e107ff-882d-46ef-8c36-c3f9fc6f10f3A proposito di Esercito! Sul Financial Times del 4 dicembre Philip Stephens osservava, riflettendo sull’ascesa dei political strongman (Xi Jinping e Vladimir Putin in testa), che il 2014 ha visto Kant lasciare definitivamente il passo a Hobbes. Non sono d’accordo. Diciamo piuttosto che dal 1945 in poi il pacifismo kantiano ha offerto l’ideologia al mondo hobbesiano, il quale ovviamente da sempre include a pieno titolo la kantiana Europa un tempo stregata dal “sogno federalista”. Chiudo la breve parentesi “filosofica”.

Veniamo al secondo sintomo, che sembra ricordare le marxiane parole intorno alla tragedia che ritorna in guisa di farsa:

«Marciamo-con-fierezza-lungo-la-gloriosa-strada-delle-Istruzioni-del-7-maggio-del-Presidente-Mao»-Museo-degli-Affari-Militari-dell’Esercito-Popolare-di-L«Quando il partito spedisce intellettuali e artisti nelle campagne, in Cina suona l’allarme. In queste ore a Pechino quella sirena squilla. Non siamo ancora alla tragedia del decennio della gogna ideologica collettiva, concluso nel 1976. Per la prima volta però, a quasi quarant’anni dal processo alla Banda dei Quattro, il potere torna a inviare in aree rurali e regioni popolate dalle minoranze etniche coloro che, per mestiere, usano il cervello in modo, se non autonomo, quantomeno pericolosamente creativo. “Gli artisti – aveva avvertito Xi Jinping – non devono diventare schiavi del mercato e puzzare di soldi, come gli uomini di cultura non devono formarsi senza la guida della politica”. La memoria di tutti è corsa al proclama di Mao del 1949, che teorizzò “la funzione dell’arte come servizio al partito”. Prima un presentimento, ora la conferma. I prescelti per la cura rossa partiranno a scaglioni di cento, selezionati dall’Amministrazione statale per i media. Divisi tra “villaggi rurali, luoghi-simbolo per lo spirito del partito e miniere dovranno fare studi sul campo ed esperienze di vita”. Nella realtà la Cina rurale viene sistematicamente distrutta, le minoranze sono colonizzate, le miniere sono cimiteri di morti sul lavoro e gli artisti indipendenti, come Ai Weiwei, finiscono arrestati. L’idillio medievale delle campagne di Mao non corrisponde all’orrore postindustriale dei deserti senza vita ereditati da Xi Jinping. In attesa delle prime comitive di intellettuali verso Tibet e Mongolia Interna, il solo autorizzato a parlarne apertamente è stato il Nobel per la letteratura Mo Yan. Premiato a Hong Kong, che ha invitato i connazionali ad “abbandonare la contaminazione occidentale e il luoghi comuni della scrittura straniera per ritrovare l’originalità del nostro cuore”» (G. Visetti, La Repubblica, 5 dicembre 2014).

PrintNon stupisce quindi che gli studenti di Hong Kong temano di sperimentare l’originalità del cuore con caratteristiche cinesi. Per quanto riguardo il significato della cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale Proletaria avviata da Mao nel 1966, rimando al mio studio sulla Cina Tutto sotto il cielo – del Capitalismo.

Mi pare che si possa dire, in conclusione, che il Partito Regime registri parecchi segnali di crisi nelle profondità della società cinese, sottoposta negli ultimi tre decenni a un processo di sviluppo economico che probabilmente non ha eguali nella storia del Capitalismo mondiale, e che esso cerchi il modo più adeguato per far fronte alle sfide (economiche, politiche, demografiche, generazionali, ambientali, etniche, ecc.) che quelle crisi gli lanciano. Per adesso siamo, per così dire, all’usato sicuro politico-ideologico, sotto forma di “ritorno alle origini”: un classico, soprattutto nei regimi autoritari/totalitari. Ma, come sempre, nulla è come appare sulla scorta di ciò che il Potere cerca di vendere al pubblico, in Cina come altrove nel capitalistico mondo.

LA COMPETIZIONE IMPERIALISTICA DOPO IL SUMMIT APEC

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Oggi ho visto lo spirito del mondo a cavallo! (G. W. F. Hegel).
Oggi ho visto lo spirito del mondo a Pechino!

Qui di seguito cerco di fare un bilancio provvisorio del summit Apec del 10 e 11 novembre tenutosi a Pechino. Si tratta in realtà di una rassegna stampa, o poco più, in attesa di più approfondite analisi.

Per il settimanale inglese The Economist era dai tempi del Celeste Timoniere che un leader cinese non faceva sfoggio di tanta intelligenza e «magnanimità» diplomatica: il summit Apec si è svolto avendo come sfondo «una coreografia quasi imperiale» che ha inteso comunicare al resto del pianeta che «l’ordine cinese», se non è già una realtà, è certamente una prospettiva di medio periodo. Salvo brusche accelerazioni sempre possibili, mi permetto di chiosare. Certo, scrive il settimanale britannico, la Cina di Xi Jinping ha fatto dei notevoli passi avanti sul terreno delle normali relazioni politiche con l’Occidente, ed è certamente positivo che il Presidente cinese abbia dichiarato che «la Cina e gli Stati Uniti rappresentano un’àncora di stabilità per il mondo e per la pace mondiale»; e tuttavia, al di là delle coreografie e delle apparenze (già, le solite ombre cinesi!), dopo il summit pechinese non c’è molto che suggerisca l’arrivo di cambiamenti nel modo in cui il grande Paese asiatico si relaziona con il mondo. Nella leadership cinese continua a prevalere «la vecchia paranoia sospettosa comunista»: le cose cambierebbero, conclude The Economist, se la Cina finisse di vedere ovunque complotti ai suoi danni e si percepisse forte come in realtà la vede il resto del mondo.

A proposito della «vecchia paranoia sospettosa comunista»! Sulla natura capitalistica del Celeste Imperialismo rinvio ai miei numerosi post (ad esempio l’ultimo) e al mio studio sulla storia cinese (Tutto sotto il cielo – del Capitalismo).

Gli esperti di geopolitica concordano, quasi all’unanimità, nell’attribuire alla Cina il pieno successo nel summit: successo a tutto campo (economico, tecnologico, politico, ambientale, militare) e nei confronti di tutti i suoi maggiori partner/concorrenti (Stati Uniti, Russia e Giappone). «Il summit si è concluso nettamente a favore della Cina», ha scritto  ad esempio Giorgio Cuscito su Limes (13 novembre): «Il presidente cinese ha proposto di lavorare con gli Usa a un nuovo tipo di “relazioni tra grandi paesi” che escluda il conflitto e che preveda il rispetto reciproco (incluso quello della sovranità territoriale), la prosperità comune e la collaborazione in una molteplicità di campi: commerciale, militare, anti-terrorismo, energia, cambiamento climatico, salute, infrastrutture eccetera. Pechino ha dato maggiore concretezza ai suoi progetti di politica estera, nel segno dell’apparente ascesa pacifica dell’Impero del Centro e della collaborazione con gli Usa. Con la nuova Via della seta e il “Sogno dell’Asia Pacifico”, Xi ha proposto il suo ordine regionale, che può potenzialmente sovrascrivere quello pensato dagli Usa. In più ha stretto ulteriormente i rapporti con Putin, il quale invece ha dialogato per poco tempo con Obama sui dossier Ucraina, Siria e Iran. Questo summit potrebbe dare inizio a una nuova fase del rapporto tra Cina e Usa, in cui entrambe potrebbero intensificare gli sforzi per dettare le regole in Estremo Oriente. Resta da vedere se e come le loro rispettive strategie collideranno».

Per Paolo Mastrolilli (La Stampa, 12 novembre 1014) dopo il summit di Pechino gli equilibri geopolitici non saranno più gli stessi: «In teoria, era un incontro tra ventuno paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, finalizzato a definire nuovi accordi per favorire gli scambi commerciali. Nella pratica, però, il vertice Apec che si è appena tenuto a Pechino è stato un delicato esercizio di rapporti di forza, che potrebbe avere implicazioni molto più vaste degli equilibri nella regione. In sostanza un braccio di ferro a tre, fra l’ultima superpotenza rimasta al mondo ma colpita dalla sindrome della decadenza, la nuova potenza emergente, e l’ex superpotenza che si agita per restare rilevante». A proposito di queste tre potenze il professor Arduino Paniccia, docente di Studi Strategici, parla di Triade Maggiore: «Esistono tre potenze mondiali egemoni, quella che ho voluto definire come la “triade maggiore”: Stati Uniti, Cina e Russia. La prima caratteristica che le contraddistingue è che, pur dovendo tener conto ovviamente della presenza degli altri attori globali e regionali, non soffrono dell’egemonia di altre potenze. Queste tre potenze hanno ognuna un fattore che le rende particolarmente forti: per gli Stati Uniti si tratta della capacità di proiettare la propria forza militare in qualsiasi parte del globo nel giro non di giorni, ma addirittura di ore. La Cina è diventata la prima potenza industriale al mondo, ed è questa essenzialmente la sua forza. La Russia basa la sua potenza soprattutto sulle forniture energetiche e di materie prime. Esistono poi tre altre realtà, che formano invece una “triade minore”. Queste sono l’India, l’Unione Europea e il Giappone» (Notizie geopolitiche, 7 novembre 2014).

Va detto che l’Unione Europea non è una realtà sistemica omogenea come lo sono invece l’India e il Giappone, e proprio questo grande handicap non le consente di recitare quel ruolo di grande potenza mondiale che pure essa sarebbe in grado di mettere in scena, e con un certo successo, sulla base delle  economie dei singoli Paesi che la compongono. Ma, appunto, si tratta di singole economie incapaci di fare “gioco di squadra”. Secondo il già citato Mastrolilli, l’Europa sta sostanzialmente alla finestra a guardare impotente «tutta questa lotta di potere»: «Alleata degli Usa, soprattutto nel tentativo di contenere la Russia, ma obbligata a trovare i suoi spazi in Asia, perché senza i mercati di questo continente le sue aziende non possono competere con quelle americane. Un rompicapo di difficile soluzione, insomma, dove le manovre per determinare i futuri equilibri geopolitici globali sono appena cominciate». E qui naturalmente tocchiamo la scottante Questione Tedesca, la quale sempre più mostra di essere una Questione Europea. Ma è un tema, questo, che qui conviene non sviluppare. RU-CINA%20nuove%20vie%20della%20seta_bigVa da sé che in Occidente non mancano gli entusiasti del summit, o, meglio, del suo esito trionfale per il «socialismo con caratteristiche cinesi», i quali in gran numero fanno capo al partito che sostiene la formazione di un polo imperialista centrato sulla Cina, sulla Russia e sull’India alternativo al polo imperialista egemonizzato dagli Stati Uniti, secondo l’idea ultrareazionaria di Samir Amin, tanto per fare un solo nome*. Un polo, insomma, in grado di correggere l’attuale «multilateralismo asimmetrico» che vede negli USA la sola Potenza davvero totale e globale oggi in attività, sebbene lungo una tendenza di relativo declino – dove a mio avviso l’enfasi va posta sul carattere relativo di questo declino, fatto di fenomeni che tirano la società americana in diverse direzioni, e che comunque subiscono molto l’influenza dei processi tecnologici e scientifici.

Decenni di stalinismo (anche nella sua variante cinese) e di terzomondismo continuano a generare mostri concettuali e politici. Come ho scritto in diversi post, è nell’interesse di ogni autentico anticapitalista (europeo, americano, russo, cinese, ecc.) opporsi all’imperialismo unitario (ma non unico né unito: tutt’altro!) e alla sua guerra sistemica, qualsiasi forma essa assuma: “fredda”, “calda”, politica, militare, economica, tecnologica, ideologica e via di seguito. Considero alla stessa stregua i tifosi di entrambi i poli, e solo per decenza preferisco non esplicitare il senso di questa frase, peraltro già di per sé abbastanza chiara.

Gli entusiasti del summit di Pechino sono gli stessi che sicuramente hanno accolto con una standing ovation le dichiarazioni del virile Vladimir Putin rilasciate ieri, alla vigilia del G20 di Brisbane (Australia): «Stiamo cercando di prendere le distanze dalla dittatura del mercato che obbliga a trattare in dollari tutti gli scambi petroliferi, stiamo spingendo il più possibile per garantire l’uso delle valute nazionali come il rublo e lo yuan». L’approvazione da parte del Parlamento europeo dell’accordo di associazione tra L’unione Europea e la Moldavia finalizzato alla creazione di una «zona di libero scambio globale e approfondito» che comprende anche la Transnistria, di certo non calmerà il focoso leader russo, il quale ha ricordato alla Germania che la sua feconda collaborazione con la Russia «garantisce ai tedeschi circa 300mila posti di lavoro. In mancanza di contratti quei posti di lavoro rischiano però di andare perduti». Come si vede, gli spazi per l’affettato linguaggio diplomatico si restringono molto rapidamente.

Molto, e con fin troppa enfasi, i media hanno parlato dell’accordo (in realtà si tratta di una dichiarazione d’intendi) sui temi ambientali tra i due più grandi inquinatori del pianeta (Stati Uniti e Cina sono responsabili del 44% delle emissioni globali di gas serra, contro il 10% dell’Unione europea, il 7,1% dell’India e il 5,3% della Federazione russa). C’è qualcosa di sostanziale in quella merce mediatica venduta all’opinione pubblica internazionale come «evento epocale»? C’è dell’arrosto dietro il fumo (come quello che avvolge il cielo di molte città cinesi)? Secondo gli esperti c’è davvero molto poco di sostanziale, e la propaganda “ecologista” sino-americana non è bastata a nascondere del tutto la magagna. «Per riempire la vasca di una fontana si comincia con tante piccole gocce», avrebbe detto il pragmatico Xi all’amico Obama, il quale «ha sorriso, ha indicato l’elegante illuminazione che proiettava ombre blu e rosse nel giardino», e ha esclamato: «Bello spettacolo, bella regia, ottima preparazione» (F. Rampini, La Repubblica, 12 novembre 2014). Commovente, davvero; ma l’arrosto climatico?

Soprattutto Obama ha cercato di accreditare la balla speculativa dell’«accordo storico» sulle emissioni dei gas serra (ridurre le emissioni di Co2 entro i prossimi 15 anni): «In un contesto già complicato dalla pesante sconfitta subita alle elezioni di Mid-term, Obama non poteva permettersi di tornare a casa a mani vuote. La notizia della “vittoria” americana all’APEC, inoltre, ha completamente oscurato gli esiti reali del meeting APEC dove al centro dell’attenzione vi era il dualismo fra l’accordo di libero scambio promosso dai cinesi, il FTAAP, e quello portato avanti dagli americani, il TPP. La vera novità di questo vertice è l’avanzamento delle negoziazioni sul FTAAP, inizialmente criticato dagli americani, che costituisce un successo per Xi Jinping nel contesto regionale. L’aver accettato un accordo sul clima, che non era nei programmi iniziali e risulta essere di grande enfasi mediatica ma di poca sostanza per la Cina, sembrerebbe una mossa studiata ad hoc per non indebolire eccessivamente un interlocutore importante come Obama. […] L’avanzamento del FTAAPP, l’accordo di libero scambio fra Cina e Corea del Sud, la crescita dell’Asian Investment Infrastructure Bank – un’organizzazione finanziaria alternativa all’Asian Development Bank e fuori dal controllo della World Bank – e, infine, il lancio dei progetti cinesi di una nuova Via della Seta, marittima e terrestre, da cui gli Usa sarebbero naturalmente esclusi per questioni geografiche, presentano uno scenario in cui il pallino sembra sempre più in mano ai cinesi, determinando un esito negativo per la visita di Obama a Pechino» (ISPI, 12 novembre 2014).

Insomma, tanto rumore – verde ecologista – per nulla, o comunque per qualcosa immanente alle attuali tendenze economiche e tecno-scientifiche: basti pensare alla teoria della «nuova normalità» elaborata dal creativo Presidente cinese per dar conto della necessità di riforme strutturali in grado di assicurare al grande Paese asiatico un adeguato trend di sviluppo dopo il necessario declino della spinta propulsiva iniziata con Deng Xiaoping trent’anni fa. obama_xi_us_embassy_nl* La politica della Russia (così come è sviluppata dall’amministrazione di Putin) di resistenza al progetto di colonizzazione dell’Ucraina (e degli altri paesi dell’ex Unione sovietica, in Transcaucasia e Asia centrale) deve essere supportata. L’esperienza degli Stati baltici non deve ripetersi. L’obiettivo della costruzione di una comunità “Eurasiatica”, indipendente dalla Triade (Usa, Europa centrale e occidentale, Giappone) e dai suoi alleati europei subordinati, è anch’esso da appoggiare. […] Qualunque possa essere la nostra valutazione di cosa è stata l’Unione sovietica (“socialista” o qualcos’altro), essa venne combattuta dalla Triade semplicemente perché rappresentava un tentativo di sviluppo indipendente dal capitalismo/imperialismo dominante» (S. Amin, Contropiano.org, 10 aprile 2014). L’idea di un imperialismo “sovietico”, peraltro molto aggressivo sul piano militare, in competizione con altri imperialismi per il dominio sul mondo pare non poter far breccia nell’intelligenza di Amin.

«I conflitti capitalismo/socialismo e nord/sud, non sono dissociabili. Il capitalismo è un sistema mondiale e le lotte politiche e sociali, se vogliono essere efficaci, devono essere condotte simultaneamente in ambito nazionale e su un piano mondiale. Questo Marx voleva dire con “proletari di tutti i paesi, unitevi!”. Essere comunista vuole anche dire essere internazionalista. […] È assolutamente indispensabile integrare la questione del clima, delle risorse naturali e dell’ambiente nel conflitto Nord-Sud». (Il capitalismo entra nella sua fase senile, Sinistrainrete, 11 novembre 2012). Sul bizzarro “internazionalismo” dei tardo o post terzomondisti occorre stendere un velo pietoso, tanto più oggi, nell’epoca della sussunzione totale e mondiale del mondo al Capitale. Come si declina oggi, nell’epoca che non conosce le rivoluzioni nazionali-borghesi del passato, il “Sud” del mondo? La Cina, la Russia, l’India, il Brasile e così via: è questo l’odierno “Sud” del mondo? È pur vero, d’altra parte, che i maghi della “dialettica” sono sempre in grado di creare Sud del mondo con la bacchetta magica, e così protrarre in eterno l’alleanza fra il proletariato delle metropoli capitalistiche e le «borghesie nazionali progressiste»: questo, in fondo, «Marx voleva dire con “proletari di tutti i paesi, unitevi!”». O no?

Samir non capisce perché molti «comunisti di sinistra» attaccano così tanto quello che lui stesso definisce Capitalismo di Stato cinese: questi signori, cultori del China bashing (pestaggio o stroncatura della Cina), avrebbero come «loro sport preferito quello di dare addosso alla Cina». Personalmente il mio sport non è quello di denigrare il Celeste Imperialismo, che naturalmente giudico alla stessa stregua degli altri imperialismi (con una particolare malevola attenzione nei confronti  dell’imperialismo “straccione” di casa mia), ma quello di far luce sulla storia falsamente socialista della Cina dal 1949 in poi.

LE CARATTERISTICHE CINESI DEL DOMINIO CAPITALISTICO

41809Mentre il presidente del Celeste Imperialismo* (o capitalismo con caratteristiche cinesi) Xi Jinping continua a lavorare alacremente per irrobustire «lo Stato di diritto socialista con caratteristiche cinesi» (in Cina ogni cosa ha naturalmente caratteri rigorosamente cinesi, e ciò anche in ossequio al vecchio e caro “internazionalismo proletario”…), pure non cessa la battaglia del Partito-Regime contro la corruzione che da sempre alligna nell’elefantiaca burocrazia “comunista” (al centro come alla periferia dell’Impero) e contro le sirene dell’occidentalismo. Quest’ultimo rivoluzionario impegno ha come oggetto la coscienza politica dei giovani, i quali sembrano pericolosamente attratti dai demoniaci «valori occidentali», anche in materia di preferenze politico-istituzionali.

Come informava qualche tempo fa il mensile di Partito Qiushi (Verità: quella del regime, inutile dirlo), le tre principali università cinesi (Pechino, Shanghai, Canton) stanno battendo sempre più ossessivamente il tasto sulla necessità di impegnarsi seriamente nella campagna di «raddrizzamento del pensiero» lanciata sempre dal compagno presidente Xi Jinping, il cui obiettivo appare oltremodo chiaro: dare un ennesimo giro di vite al controllo politico-ideologico soprattutto sui giovani. Tanto più dopo la “rivoluzione degli ombrelli” di Hong Kong.

Per il regime si tratta di capire «come portare avanti il lavoro ideologico nelle università date le nuove condizioni storiche», ossia di come formare e controllare la coscienza dei sudditi cinesi nell’epoca di Internet: «Negli ultimi anni alcune persone spinte da secondi fini hanno ravvivato le fiamme di Internet contro l’obiettivo finale del Partito comunista e del sistema socialista». I comportamenti “antisocialisti” di chi «versa olio sul fuoco con i propri pensieri hanno un forte impatto negativo sull’opinione pubblica». Non c’è dubbio. Urge dunque «difendere il pensiero marxista e consolidare il socialismo».

Piccola e quasi insignificante precisazione, che faccio solo a causa di una pignoleria congenita che non riesco proprio a superare (malgrado molti sforzi profusi in questo senso): quando i “comunisti” cinesi parlano di «pensiero marxista», essi alludono allo stalinismo con caratteristiche cinesi chiamato maoismo (ideologia che supportò la rivoluzione nazionale-borghese guidata dal PCC di Mao Tse-tung), un «pensiero» che all’avviso di chi scrive nulla ha a che fare con quello di Marx, nonostante le fumisterie terminologiche made in China, che molto piacciono agli intellettuali “comunisti” occidentali, possono far pensare il contrario. Quando invece parlano di «socialismo», i leader cinesi si riferiscono appunto al capitalismo con caratteristiche cinesi che dai tempi del Grande Timoniere ha fatto davvero dei passi da gigante, soprattutto a partire dalla prima metà degli anni Ottanta del secolo scorso, quando il processo di modernizzazione capitalistica subì una violentissima accelerazione. Si badi bene: tutto questo non in rottura sostanziale con la passata esperienza maoista, secondo la lettura mainstream di quegli eventi e come sostengono ancora oggi non pochi tardo-maoisti, ma in continuità storico-sociale con quella esperienza, la quale ebbe il merito di proiettare in qualche modo nella modernità la Cina nella sua attuale dimensione geopolitica.

imagesUna volta Deng Xiaoping disse che «Il compagno Mao ha fatto il 70% di cose giuste e il 30% di cose sbagliate»; con quel 30% Deng intese alludere soprattutto alla cosiddetta Grande Rivoluzione Culturale, avviata da Mao nel 1966 per spazzare via i suoi avversari politici (i più vecchi tra i lettori ricorderanno sicuramente gli slogan allora in voga: Ribellarsi è giusto!, Sparate sul quartier generale!, ma prendete bene la mira, mi raccomando…), e osannata in Occidente come l’ultima parola in materia di emancipazione degli oppressi. Ebbene, pare che l’attuale Timoniere della Cina intenda ridurre, e di molto, la percentuale di errori attribuiti dalla leadership post-maoista alla lunga stagione di “radicalismo rivoluzionario”.

ombr«Lo studioso di Legge Zhang Xuezhong aveva scritto su Weibo, il Twitter cinese, che a lui e ad altri insegnati dell’università di Giurisprudenza di Shanghai era stato richiesto di evitare argomenti “scomodi” come la democrazia, i valori universali, la società civile, il liberismo, l’indipendenza dei media, gli errori commessi in passato dal Pcc (il cosiddetto “nichilismo storico”) e le contraddizioni tra le politiche di apertura e riforme e la natura socialista del regime. Per questo il tweet di Zhang Xuezhong era divenuto immediatamente virale ed era stato censurato. Tutt’oggi sulla Rete cinese non ce n’è traccia, ma gli internauti si riferiscono ai suoi contenuti con la parafrasi “i sette innominabili”, in cinese qibujiang (Lettera 43).

Insomma, il tanto propagandato Stato di diritto socialista con caratteristiche cinesi ha il significato che segue: il Partito-Regime deve continuare a dire l’ultima parola su tutto e su tutti anche nel XXI secolo. Ne ha il diritto, che gli deriva dalla sua forza materiale e ideologica. In questo senso diritto e “socialismo con caratteristiche cinesi” sono le facce della stessa capitalistica medaglia. D’altra parte è stato lo stesso Xi Jinping a chiarire come stanno le cose: «La leadership del partito e lo stato di diritto socialista sono una cosa sola». E per dissolvere ogni equivoco “occidentalista”, il Giornale del popolo, megafono del Partito-Regime, ha scritto qualche giorno fa che «È sbagliato dire che lo “stato di diritto” contraddice la legge del partito unico perché la legge in Cina è la codificazione delle direttive del partito». Detto, fatto: «Nella riunione del Quarto Plenum del Comitato centrale il viceministro del Dipartimento internazionale Guo Yezhou ha chiarito che la leadership del Partito comunista cinese è un requisito fondamentale per la costruzione dello stato di diritto» (ASCA, 30 ottobre 2014).

La corrente cosiddetta costituzionalista del PCC, propensa a una maggiore apertura politica del regime in senso “liberale”, è stata prima criminalizzata dai giornali ufficiali (in quanto sostenitrice di una «democrazia di tipo occidentale»), e poi isolata all’interno del Partito. Il lungo dibattito intorno alla necessità di una più netta divisione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario) e al rapporto tra il Partito e la legge (è il Partito che deve sottomettersi alla legge o viceversa?) sembra dunque essere approdato a una prima conclusione: il Partito-Regime è la legge. Detto in termini “cinesi”, il PCC si pone come garante supremo della legalità “socialista”. Come giustamente sostiene Wang Zhicheng, questa dialettica Partito-Legge «rafforza ancora di più il potere dei vertici, minacciando però i singoli membri a seguire la legge, per evitare la crisi del Partito soffocato dalla corruzione e dalle ingiustizie» (Asia News).

ombrelChi in Occidente ha temuto una deriva “occidentalista” della Cina può insomma tirare un sospiro di sollievo: la dittatura del partito unico non è – per il momento – in discussione. La democrazia popolare con caratteristiche cinesi è viva e lotta insieme a noi. Mi correggo: lotta insieme ai sostenitori della costruzione di un forte polo imperialista da contrapporre al polo imperialista egemonizzato dagli Stati Uniti. Chi segue questo modesto blog conosce la posizione antimperialista “a 360 gradi” di chi scrive: contro l’imperialismo unitario (ma non unico), senza se e senza ma. E per evitare antipatici equivoci “costituzionalistici”, ribadisco la mia radicale avversione a ogni forma di Stato di diritto, a prescindere dalla sua caratteristica nazionale. Come testimonia ampiamente anche il post precedente dedicato all’italica dialettica democratica.

Quanto potrà durare lo status quo politico-istituzionale cinese? Difficile dirlo; è tuttavia facilmente prevedibile che le pressioni sistemiche (economiche, sociali, etniche, demografiche, geopolitiche) cui esso è sottoposto non si allenteranno col tempo, tutt’altro. «Le cronache della Cina sono piene di petizioni, rivolte familiari, rivolte sociali a causa di casi giudiziari che danno ragione a priori ai governatori locali» (Asia News, 24 ottobre 2014). Rispondere alla vecchia maniera alle tensioni sociali diventa sempre più difficile e inefficace, e proprio l’esigenza di approntare un serio programma di “riforme istituzionali” in grado di mettere il regime in sintonia con i profondi mutamenti sociali (economici, culturali, psicologici) che hanno trasformato il grande Paese asiatico ha messo all’ordine del giorno la questione dello Sato di diritto, sebbene con “caratteristiche cinesi”.

Scrive Simone Pieranni (Il Manifesto, 24 ottobre 2014): «Il Ple­num del Pcc, con­clu­sosi il 23 otto­bre, ha san­cito il via libera “allo Stato di diritto socia­li­sta con caratteristiche cinesi”. In particolare nel comu­ni­cato si legge che “Solo con il governo secondo la legge, e con l’attuazione dello Stato di diritto sotto la guida del par­tito il popolo può essere vera­mente padrone della pro­pria casa”. Poco? Forse, ma i tempi cinesi non sono i nostri: solo porre all’ordine del giorno di un incon­tro così impor­tante la que­stione, costi­tui­sce un passo avanti». Nessuno mette in discussione i tempi necessariamente lunghi del celeste Imperialismo. La sindrome sovietica è sempre in agguato. Come l’incubo Tienanmen, peraltro.

ouningMa un dubbio subito mi assale: «un passo avanti» per chi? Non certo per le classi subalterne cinesi. Almeno così penso io. E ancora: cosa significa che «il popolo cinese è padrone della pro­pria casa»? Soprattutto nel XXI secolo, nell’epoca della sussunzione totalitaria e planetaria degli individui al Capitale, parlare di «popolo» significa fare dell’ideologia ultrareazionaria: in Italia come in Cina, in Venezuela come negli Stati Uniti. Chi ha interesse a mistificare la natura classista della società cinese? Non sarà che anche Pieranni è un simpatizzante del «socialismo con caratteristiche cinesi»? Certo non me ne stupire, tutt’altro.

* Con Imperialismo intendo qui riferirmi all’ascesa della Cina a potenza economica di livello mondiale. Prim’ancora che un fenomeno di natura politico-militare, l’Imperialismo moderno (borghese) è un fenomeno squisitamente sociale al cui centro pulsa sempre più forte la prassi economica – tecno-scienza inclusa. Come scriveva Henryk Grossmann, «proprio il carattere aggressivo del capitalismo odierno gli imprime il marchio specifico che noi concepiamo sotto il nome di “imperialismo”» (Il crollo del capitalismo). Quanto a carattere aggressivo il capitalismo con caratteristiche cinesi non scherza. O no?

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3755136-oltretomba+2ed+16+il+simbolo+della+vendettaChe il castigo, se così posso dire, colpisca l’anima, non il corpo (G. De Mably).

In un post  del 6 giugno dedicato alla corruzione scrivevo:

«Se l’occasione fa di un politico, di un burocrate o di un imprenditore un potenziale ladro, non c’è ghigliottina, simbolica o reale che sia, che possa scongiurare la caduta del politico, del burocrate e dell’imprenditore nella «condotta criminale». In Cina, ad esempio, le pene contro la corruzione sono severissime, ma il partito-regime è così capillarmente infiltrato in ogni aspetto della prassi sociale che ogni anno sono migliaia i funzionari di partito di ogni ordine e grado che finiscono nelle maglie repressive della Giustizia con caratteristiche cinesi. Resistere al potere del denaro che dà ricchezza e potere sugli individui, è una prova davvero troppo dura per tantissima gente».

Nel Celeste Capitalismo però il regime non si dà per vinto, e contro la dilagante – ed “eterna” – corruzione esso sta cercando di correre ai ripari con ogni mezzo possibile. Al limite, pure con quei mezzi che possono apparire impossibili, o quantomeno di ardua implementazione, per così dire. E non mi riferisco ai siti web governativi che incoraggiano la delazione dei cinesi ai danni della burocrazia corrotta, secondo l’antica strategia cinese sintetizzata nello slogan maoista «Sparare sul quartier generale». C’è dell’altro.

Guido Santevecchi riportava sul Corriere della Sera di ieri ampi stralci di un editoriale apparso sul Quotidiano del Popolo «a firma della professoressa Lin Zhe, della Scuola centrale del partito comunista: il pensiero del regime». Secondo la professoressa «Bisogna adottare misure per bloccare le vie di fuga giudiziarie per i corrotti che cercano di evitare la punizione con il suicidio». Hai intascato la mazzetta e, una volta beccato, vuoi ammazzarti? Troppo facile!

sito-corruzione-640«Il ragionamento», spiega Santevecchi, «è clinico: i suicidi dei dirigenti corrotti causano gravi perdite agli sforzi contro la corruzione, perché una larga parte dei guadagni illeciti non vengono recuperati con la confisca. Quindi, il suicidio può essere un sotterfugio per lasciare in eredità alla famiglia le tangenti e le ruberie. La signora Lin Zhe ricorda come la legge cinese preveda la fine del procedimento in caso di morte dell’indagato e aggiunge che nella cultura cinese c’è quella sorta di rispetto per i morti che impedisce di parlare delle loro colpe. La richiesta dunque: una drastica correzione della procedura: se non si riesce a prevenire il suicidio, i corrotti vanno puniti anche nella tomba». Mi pare giusto. Ma come fare?

«Sul piano pratico, per evitare i suicidi, la Commissione disciplina ha appena ordinato che le “stanze per le discussioni”, come vengono chiamati gli ambienti per gli interrogatori (e le torture spesso), vengano ricoperti di pannelli imbottiti per evitare che i sospetti commettano atti autolesionistici». Ma se, nonostante la convincente “discussione” con caratteristiche cinesi, il maledetto reo dovesse trovare il modo di svignarsela nell’altro mondo? Che si fa? Si chiede l’intervento del Celeste Timoniere come Giustiziere di Ultima Istanza? Certo, non importa di che colore sia il fantasma purché questo acchiappi i corrotti morti; ma qui si esagera!

«L’editoriale che chiede di non fermarsi nemmeno davanti alla morte fa capire che a Pechino è in corso la battaglia finale per la lotta alla corruzione. Il Quotidiano del Popolo giorni fa ha avvertito che “le grandi tigri si riuniscono in bande per cercare di andare al contrattacco”. Qualcuno ha invocato l’amnistia per i reati commessi prima del 2012, perché si teme che la vastità dell’operazione, le decine di migliaia di arresti e condanne, destabilizzino il partito e il Paese. Davanti al Politburo Xi Jinping avrebbe detto: “Nessun compromesso, a costo della vita, preparate cento bare e lasciatene una per me, sono pronto a morire in questa battaglia per il futuro”». Qui mi commuovo, è più forte di me!

Non so chi legge, ma chi scrive avverte una forte puzza di bruciato. La permanente lotta interna al partito-regime si è forse acuita? D’altra parte, sono molte le contraddizioni sociali (di natura economica, politica, generazionale, etnica, ecc.) e le sfide geopolitiche che il Celeste Imperialismo sta affrontando.

Rimane tuttavia il problema di fondo: come punire il corrotto morto. C’è materia per un Convegno Internazionale contro la corruzione. Ma per carità, non ditelo a De Magistris!

Print«Una botta di marxismo per impedire che il funzionario “sia disorientato e si perda” è la ricetta delle autorità cinesi contro il virus dell’ideologia occidentale e, soprattutto, contro la corruzione. Pechino ha annunciato un intenso programma di educazione ideologica destinato ai membri della macchina statale per rafforzare la loro fede nel comunismo» (Lettera43, 22 luglio 2014). Sulla mia opinione circa la «botta di marxismo» e la «fede nel comunismo» rinvio il lettore ai miei post sul cosiddetto «socialismo con caratteristiche cinesi», da me interpretato come Capitalismo tout court, Capitalismo senza se e senza ma. Rinvio anche al mio studio sulla Cina Tutto sotto il cielo – del Capitalismo.

«Il Global Times, quotidiano noto per le posizioni nazionaliste, ha intervistato un anonimo professore di Scienze politiche d’accordo sul fatto che la Cina dovrebbe stabilire “un proprio sistema di valori fondamentali”, ma anche determinato nel sostenere che “il problema attuale non è il risultato della penetrazione dell’ideologia occidentale. La politica di riforma e apertura deve essere applicata non solo alla costruzione materiale della nostra società, ma anche alla vita spirituale e culturale”. Criptico, ma non troppo. Il professore prudentemente anonimo dice che se è vero che la Cina si è aperta totalmente al mondo in quanto ad affari e consumi, sul piano culturale e ideologico stenta ancora a fare lo stesso. E, probabilmente, è proprio il cortocircuito creato da un capitalismo di Stato senza gli anticorpi della libera discussione a generare corruzione, protervia, ingiustizia. Detto altrimenti: è un problema interno, i “valori occidentali” non c’entrano» (Lettera43). Non c’è il minimo dubbio.

Si tratta del “classico” problema afferente all’adeguamento della “sovrastruttura” alla “struttura”; un problema che non poteva non aprirsi in Cina dopo il lungo processo di sviluppo capitalistico che ha portato il Paese ai vertici del mondo industrializzato. Un problema, infine, che in un Paese vasto e complesso (socialmente ed etnicamente) come quello di cui trattiamo si presenta particolarmente difficile, come ha largamente dimostrato il massacro di Piazza Tienanmen del fatale (per gli stalinisti d’ogni osservanza) 1989. Come ai tempi di Mao, e mutatis mutandis, la lotta ideologica (che, ripeto, con il “marxismo” e il “comunismo” nulla ha a che fare) interna al Partito-Regime cela e, al contempo, rivela scontri politici e sociali di grande portata, che proprio a motivo del rilevante peso specifico sistemico del Celeste Imperialismo non possono non coinvolgere in qualche misura gli stessi equilibri internazionali.

152158552-bcf16130-7356-4868-96f1-90e5fd422027Aggiunta da Facebook (28 settembre)

HONG KONG. SINDROME TIENANMEN

Terzo giorno di protesta studentesca a Hong Kong. La repressione patriottica con caratteristiche cinesi si fa più dura.

«Come in piazza Tienanmen, un quarto di secolo dopo, Pechino torna a picchiare e ad arrestare gli studenti democratici per difendere l’autoritarismo del partito comunista. Il fronte tra libertà e oppressione, dalla capitale, si è spostato ad Hong Kong, l’ex colonia britannica che la Cina, in meno di vent’anni, ha trasformato nella sua cassaforte finanziaria del Sud. Gli scontri sono esplosi alle prime luci del giorno, dopo che venerdì notte una cinquantina di adolescenti sono riusciti a penetrare nella sede del governo metropolitano, occupando parte del palazzo davanti a Civic Square, nel quartiere degli affari di Admirality. Esercito e polizia hanno caricato i manifestanti disarmati, facendo irruzione nell’edificio presidiato da giorni. Il bilancio ufficiale parla di 74 arresti e decine di feriti» (La Repubblica).

Il Partito-Regime teme il contagio, ha cioè paura che le rivendicazioni politiche degli studenti di Hong Kong possano trovare ascolto a Shangai e Pechino. Ma teme anche che l’effervescenza democratica degli studenti possa contagiare i lavoratori cinesi, proprio in una fase particolarmente delicata nel processo di trasformazione capitalistica (in un’accezione non meramente economica) del Paese. Va infatti ricordato che nel giugno 1989 la decisione di reprimere nel sangue il movimento di Tienanmen ebbe come non ultima causa l’apparizione accanto alle organizzazioni studentesche di primi embrioni di un associazionismo proletario indipendente da quello “patriottico” offerto dal Regime-Partito cosiddetto “comunista”.

QUALCHE CONSIDERAZIONE SULL’ACCORDO RUSSO-CINESE

20140520_103602_344614_12494848Le implicazioni geopolitiche dell’accordo russo-cinese sul gas sembrano talmente evidenti e di così ampio respiro, che l’analista non sente quasi il bisogno di spendervi sopra lunghe considerazioni.  Ma, appunto, sembrano. In realtà l’accordo (in effetti pare che si tratti ancora di un memorandum in via di perfezionamento) si presta a più di una lettura e in ogni caso esso va collocato all’interno della contesa interimperialistica che investe l’intero pianeta.

Quelle che seguono sono più che altro delle rapide annotazioni a margine dell’accordo, che mi propongo di riprendere e verificare alla luce di quanto sarà accaduto nel frattempo.

Per la Cina l’accordo sulla fornitura del gas russo ha soprattutto (non solo: basta por mente a quanto sta avvenendo nel quadrante Sud-Est del Pacifico) un significato economico, mentre dal versante russo ciò che ha permesso di raggiungere in poco tempo la “massa critica” idonea a superare ogni pregresso impedimento (il negoziato è durato dieci anni) ha un carattere immediatamente geopolitico. Per le ragioni che tutti possono facilmente intuire riflettendo su quanto sta accadendo in Ucraina.

La Cina ha colto con la consueta intelligenza diplomatica l’occasione per strappare alla Russia un buon prezzo (oscillante, secondo indiscrezioni, in un range tra i 350 e i 400 dollari per mille metri cubi), e quest’ultima, pressata da incombenze di vario tipo, ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Nella divisione capitalistica del lavoro tra Cina e Russia quest’ultima accetta dunque il tradizionale ruolo di fornitrice di materie prime, riaffermando così il lato debole della sua struttura economica e del suo Imperialismo. La considerazione esattamente speculare vale invece per il capitalismo e per l’Imperialismo con caratteristiche cinesi, basati come sono sulla produzione per il mercato estero e – sempre più col trascorre del tempo – interno.

Non a caso in occasione dell’accordo per la fornitura di petrolio russo alla Cina per i prossimi 25 anni (firmato il 21 giugno 2013 dalla compagnia russa Rosneft e dalla compagnia cinese Cnpc), Putin dichiarò che «Essenzialmente è una nuova era di collaborazione che significa che nella cooperazione con i nostri partner strategici passiamo dalle pure forniture di greggio a una collaborazione a tutto campo nella sfera dell’ingegneristica e della manifattura» (da Notizie geopolitiche, 21 dicembre 2013). Segno che Mosca ha ben presente i limiti di una potenza globale basata esclusivamente sulla vendita di materie prime.

Scriveva Laura Canali nel 2008: «Quello che Mosca dovrà valutare è se conviene aprire a Pechino e alla sua penetrazione nella Russia orientale, dove solo le compagnie cinesi avranno forse il coraggio di lavorare allo sviluppo di una regione tanto ostile, o economizzare le sue risorse. Nella Mosca che conta c’è chi sostiene che ci sono troppi “stream” russi in giro per il mondo, mentre in casa ne servirebbero di più» (Il drago ha sete, Limes, 10 luglio 2008). La differenza di “pressione” tra Russia e Cina in termini di peso economico e di dimensioni demografiche è troppo grande per non conferire alla strategia dell’attenzione tra i due Paesi un carattere quantomeno problematico e potenzialmente perfino ingovernabile.

0_0_putin_1I tifosi dell’asse imperialistico Pechino-Mosca in funzione antiamericana farebbero bene a moderare gli entusiasmi e a non dare per scontato ciò che scontato non è affatto. Oggi la Cina e la Russia hanno più di un motivo per esibire una ritrovata sintonia strategica, per mostrare insieme i muscoli davanti all’opinione pubblica mondiale. Ma ciò non significa che il fondo problematico della relazione russo-cinese sia scomparso magicamente. Nemmeno al virile Putin e al “neomaoista” Xi Jinping è concessa la facoltà di usare la bacchetta magica sul terreno del confronto interimperialistico.

Certo, come scrive Le Monde (con una certa apprensione), «Mosca e Pechino oggi hanno interessi a intendersi contro gli Stati Uniti e l’Europa». Appunto, oggi. Tra l’altro il quotidiano francese parla, sempre a proposito dell’asse russo-cinese, di una «comune lotta ideologica», mentre in realtà si tratta di una lotta tutta interna all’Imperialismo mondiale. Lo schema ideologico del confronto fra le civiltà (Oriente versus Occidente, regimi autoritari contro democrazie, ecc.) non spiegava niente ieri e certamente è del tutto inservibile come strumento per capire il mondo di oggi.

linfa800Secondo Aleksandr Prosviryakov, partner di Lakeshore International, «Questo accordo con Gazprom e la cooperazione con la Russia dimostra come la Cina si stia espandendo, diventando sempre più grande, e che questa parte del Mondo è dominata da Cina, India e Russia. Il ruolo degli Stati Uniti si sta restringendo» (Russia Today). Già vedo l’espressione gongolante delle milizie “antimperialiste” (leggi: antiamericane e anti-Occidente) di “destra” e di “sinistra”.

L’Unione Europea, che ancora fino allo scorso anno rappresentava per il gas russo il primo mercato di sbocco (con 160 miliardi di metri cubi acquistati, ma la Cina da sola già da quest’anno probabilmente sarà un mercato più grande), accusa certamente il colpo ma ancora non ha nelle sue mani tutti gli elementi per iniziare ad abbozzare una coerente ed efficace risposta, sia in termini economici che politici. Ciò che facilmente si può prevedere è un’accelerazione delle tendenze in corso sul terreno della diversificazione delle fonti di approvvigionamento delle materie prime energetiche, dello sviluppo di nuove tecnologie estrattive, e così via. Com’è noto, per il Capitalismo la sfida è un fondamentale motivo di sviluppo.

Come sempre, quando si parla di Ue in realtà bisogna alludere ai singoli Paesi che la compongono, i quali com’è noto sono fra loro divisi su diversi “dossier” economici e politici, come peraltro la stessa questione ucraina ha messo in luce.

Gli Stati Uniti quasi certamente cercheranno di trasformare questo accordo che irrobustisce l’asse Mosca-Pechino in una ennesima leva tesa a mettere all’angolo gli alleati europei (soprattutto la recalcitrante Germania) e costringerli a una collaborazione Atlantica “più fattiva e convinta”.

Russia's President Vladimir Putin (L) at Da Facebook (23 maggio)

Ieri il Financial Times consigliava Putin a smorzare gli entusiasmi e a riflettere piuttosto sul reale significato dell’accordo firmato a Shangai con la Cina. Infatti, per il FT l’accordo mette in evidenza soprattutto le debolezze strutturali della Russia, che si appresta a recitare il ruolo di «alleato junior» (minore) della grande potenza cinese. Secondo il quotidiano della City la funzione di fornitrice di materie prime umilia la storica fierezza della Russia.

Per Enrico Oliari «Da più parti è stata sopravvalutata la portata del contratto firmato lo scorso 21 maggio fra la Russia e la Cina per la fornitura di gas naturale prelevato dall’Artico: l’accordo fra la Gazprom e la Cnpc, che era in preparazione da almeno un decennio e che porterà il combustibile in Cina a partire dal 2018, prevede una fornitura per un valore di 426 mld di dollari, spalmabile però su 30 anni.

Facendo tuttavia un raffronto con quanto avviene con l’Europa, intesa come continente e non solo come Unione europea, risulta che, per quanto la cifra faccia impressione, si tratta di una fornitura non proprio consistente: il gas russo viene venduto in Europa ad una cifra compresa fra 350 e 550 dollari per 1000 m3, a seconda del paese acquirente; tenendo una cifra ipotetica di 400 dollari per per 1000 m3 (i dati precisi sono secretati), si deduce che il quantitativo di gas venduto dalla Russa alla Cina corrisponde ad una cifra di 14 mld di dollari all’anno, pari a 35 mld di m3 di gas, per una popolazione che è quasi il doppio di quella dell’intero continente europeo. Questi ha infatti importato nel solo 2013 dalla Russia 130 mld di m3 di gas, ovvero più di tre volte la portata di quanto previsto dal contratto fra la Gazprom e la Cnpc, per una popolazione che è quasi il doppio di quella del continente europeo» (Notizie Geopolitiche).

Scrive Giorgio Cuscito:

«Il riavvicinamento tra Pechino e Mosca è legato anche alle contingenze. Espandendo l’export energetico in Cina, Putin vuole dimostrare di saper sopravvivere alle sanzioni occidentali legate alla crisi Ucraina, rafforzando al contempo il legame con il suo vicino. Ma la Russia non vuole essere il junior partner della Cina o una “potenza regionale” (così è stata definita dal presidente Usa Barack Obama). I due paesi hanno entrambi una vocazione imperiale e condividono circa 4 mila chilometri di confine. Questi fattori li rendono rivali strategici. Insomma, la logica “il nemico del mio nemico è mio amico” potrebbe non avere vita lunga» (Limes, 23 maggio 2014).

Io non parlerei di «vocazione imperiale», ma di vocazione imperialista, la stessa vocazione che, mutatis mutandis, muove nell’agone mondiale gli Stati Uniti d’America e l’Europa (più precisamente, i Paesi di maggior peso economico e politico che la strutturano: Germania, Inghilterra e Francia, in primis).

A differenza del Financial Times, The Wall Street Journal Europe mette in evidenza i punti forti dell’accorda stipulato a Shanghai, che si compendiano in un rafforzamento dell’asse Mosca-Pechino in funzione antiamericana. Almeno questo nel breve e nel medio termine.

Mentre gli stati Uniti d’America arretrano anno dopo anno sullo scacchiere geopolitico mondiale, la collaborazione strategica fra Russia e Cina mette entrambi i Paesi nelle condizioni di avanzare tanto dal punto di vista politico-militare quanto da quello economico e tecnologico. In questo contesto si acuisce l’irrilevanza geopolitica dell’Europa.

Secondo il WSJE l’accordo di Shanghai sul gas echeggia il patto Molotov-Ribbentrop del 1939. Se riflettiamo sul destino non certo luminoso cui andò incontro il patto di non aggressione firmato dalla Germania nazista e dalla Russia stalinista, capiamo subito su quale scivoloso terreno si muove la contesa imperialistica dei nostri giorni. Quello del WSJE non sembra affatto un punto di vista ottimista sul mondo. D’altra parte, niente invita oggi all’ottimismo.

 

XI JINPING E IL SOGNO CON CARATTERISTICHE CINESI

34204Scrive Alessandro Mauceri a proposito della Cina e alla vigilia del tour europeo del «nuovo Imperatore rosso» Xi Jinping: «La realtà è che anche nell’ultimo baluardo del comunismo, i principi di uguaglianza e di parità (se mai sono esistiti) sono scomparsi e non da oggi, ma da molto tempo» (Cina. C’era una volta il Comunismo, Notizie geopolitiche, 24 marzo 2014). Io mi permetto di rettificare, in questo senso: l’«ultimo baluardo del comunismo» già ai tempi di Mao non aveva nulla a che fare con il comunismo, salvo quell’accozzaglia di simbolismo e di fraseologia pseudo comunisti che a suo tempo tanto impressionarono favorevolmente il sinistrismo europeo alla ricerca di una nuova «Patria del Socialismo» dopo che l’Unione Sovietica volle concedersi il lusso della “distensione” con gli odiati amerikani. Proprio qualche giorno fa scrivevo: «Se un rimprovero si deve dunque muovere alla “nuova sinistra”, e per la verità allo stesso Carlo Formenti, è quello di non avere fatto i conti fino in fondo con lo stalinismo; non solo, ma di avere a un certo punto contrapposto a esso ideologie e “modelli sociali” che proprio nello stalinismo e nell’esperienza russa post-rivoluzionaria avevano la loro radice. Alludo ovviamente al maoismo e al “comunismo cinese”, in primo luogo, e poi al castrismo, al guevarismo e via di seguito. […] Mutatis mutandis, in Cina il maoismo rappresentò l’ala più radicale, e alla fine vincente, della rivoluzione nazionale-borghese basata sui contadini. La fragile natura proletaria del comunismo cinese evaporò alla fine degli anni Venti, anche grazie all’intervento di Mosca nella lotta di classe in Cina. Che il Partito di Mao si proclamasse “comunista”, come il cugino russo, può forse fare qualche differenza in sede di analisi storica? Certamente. Ma in questo senso: grazie allo stalinismo e alla sua variante cinese nel mondo è circolato un mito (o una balla speculativa) che con il socialismo non aveva nulla a che fare. E ne piangiamo ancora le conseguenze, come lo stesso Formenti conferma» (Chimere letali).

Ecco perché non mi sento affatto spiazzato, tutt’altro, quando leggo affermazioni come quelle che seguono: «Dopo il fallimento dell’URSS come Paese “comunista”, il vessillo di baluardi del comunismo del ventunesimo secolo era rimasto solo nelle mani di nazioni come Cuba o la Cina. Poi, venuta meno la pressione su Cuba della Russia (troppo indaffarata a risolvere problemi interni) e la figura carismatica di Castro, a fregiarsi di Paese “comunista” rimase solo la Cina. E con questo aggettivo oggi continuano a presentarsi quanti risiedono ai vertici del partito e quanti governano il Paese sotto un ritratto di Mao Tse Tung. […] I cinesi di una certa età ricordano bene le privazioni e lo stato di miseria prima del 1979, cioè prima che Deng Xiaoping aprisse la Cina all’economia di mercato. Fu allora che il Paese decise di aprire le proprie frontiere e di legarsi a doppio filo all’economia dei Paesi più industrializzati (che erano anche dei grandi acquirenti)» (Cina. C’era una volta il Comunismo).

Insomma, secondo Mauceri il “comunismo” significò per i cinesi la miseria, mentre il Capitalismo, sebbene con caratteristiche cinesi, spalancò loro la strada che mena alla ricchezza, o quantomeno a una vita più dignitosa e meno stentata. A mio modesto avviso le cose non stanno affatto così. Dopo la morte di Mao il Paese imboccò con decisione la strada della transizione da una struttura capitalistica di un certo tipo, la quale, sebbene tra mille limiti e contraddizioni, assicurò alla Cina 1. l’indipendenza nazionale, anche nei confronti della sempre più invadente Unione Sovietica, 2. la coesione nazionale, da sempre minata da forti spinte centrifughe (nazionali, etniche, culturali, ecc.), e 3. un certo grado – assai basso, per la verità – di modernizzazione capitalistica (come si vede, obiettivi schiettamente borghesi); a una struttura capitalistica di un tipo diverso, in grado di superare la perdurante crisi economico-sociale che minava le conquiste politiche del Paese, a cominciare dalla sua autonomia nei confronti delle potenze mondiali, e di affrontare quindi in modo adeguato le nuove sfide interne e internazionali.

imagesPCDPC06GNessuna transizione, dunque, dal socialismo «con caratteristiche maoiste» al «socialismo di mercato» inaugurato da Deng Xiaoping nel 1978, come cianciano i filocinesi di derivazione maoista e terzomondista. La «transizione» si svolge tutta nel segno della continuità capitalistica e, cosa da valutare con grande attenzione, della continuità nazionale, ossia nel segno della Cina come Potenza Sistemica Mondiale, prima in fieri, in potenza, e adesso in forma dispiegata. Sotto questo (capitalistico) aspetto, Mao Tse-tung ha lavorato bene in circostanze davvero eccezionali. Ma è una medaglia appesa al petto del Capitale cinese, non certo a quello del proletariato cinese. La stessa strage di Piazza Tienanmen nel giugno dell’89 si spiega con le tensioni sociali e nazionali generate dal processo cui ho fatto cenno.

«Il presidente Xi Jinping ha usato le celebrazioni per il 120mo anniversario della nascita di Mao Zedong, lo scorso 26 dicembre, per legittimare le sue politiche conservatrici – e la concentrazione del suo potere al vertice dell’apparato del partito-Stato. […] In linea con la serie di esortazioni fatte dopo essere divenuto capo del Partito al 18mo Congresso nel novembre 2012, il supremo leader 60enne ha sottolineato l’imperativo della “fede nel socialismo con caratteristiche cinesi”. Lodando Mao per aver “risolto in modo creativo l’importante questione di sintetizzare il Marxismo-leninismo con le realtà cinesi”, Xi ha ripetuto che i cinesi dovrebbero con orgoglio mostrare la loro “autostima nel nostro cammino, nelle nostre teorie e nelle nostre istituzioni”. Il presidente e comandante in capo ha reso omaggio al principio maoista di “indipendenza e autodeterminazione” che – ha detto – ha escluso [la possibilità] che la Cina copiasse alcun modello straniero, specie quelli dell’occidente capitalista. “Nessun popolo o nazione è divenuto forte e rinvigorito confidando su forze estranee o seguendo strettamente le orme degli altri”, ha aggiunto. “Ciò porterebbe solo al fallimento o al risultato di divenire un Paese vassallo di altri” (Asia News, 15 gennaio 2014). Qui Xi allude in primo luogo all’Unione Sovietica in piena decadenza di Gorbaciov e alla Russia «corrotta e serva del Capitalismo occidentale» dell’ubriacone Eltsin. Proprio per sottrarre il Paese al “destino” sovietico la classe dirigente cinese decise, alla fine degli anni Settanta, con l’ascesa al vertice del regime cinese di Deng Xiaoping nel 1978 e dopo la «sconfitta interna dei maoisti radicali che volevano ricominciare la Rivoluzione culturale» (Paul Krugman), di avviare la non più procrastinabile perestrojka «con caratteristiche cinesi», che ebbe appunto nel massacro di Piazza Tienanmen del giugno 1989 un momento drammatico e decisivo. Se Mao, negli anni Cinquanta, aveva guardato al Capitalismo «con caratteristiche sovietiche» come modello di accumulazione accelerata e di passaggio alla modernità, salvo ricredersi abbastanza rapidamente, Deng studiò bene e cercò di implementare in Cina il modello sperimentato con successo a Singapore, a Taiwan, nella Corea del Sud. Sappiamo com’è andata.

«In effetti, nel suo ormai famoso discorso dello scorso dicembre sul trarre la giusta lezione dal collasso del Partito comunista nell’Unione sovietica, Xi notava che il Pcus ha compiuto un errore fatale nel denigrare Lenin e Stalin. Il risultato del loro abbandono dei padri fondatori – ha messo in luce X – [è stato che] “i membri del partito degli ultimi tempi sono annegati nel nichilismo storico”. E ha aggiunto: “I loro pensieri divennero confusi, e i differenti livelli dell’organizzazione del partito divennero inutili”» (Asia News). Questo richiamo alla necessità di non mettere in discussione il cemento ideologico che bene o male tiene ancora unito il PCC la dice lunga sulle gigantesche tensioni sociali (nonché nazionali, etniche, religiose, culturali, ecc.) che scuotono il Paese e che hanno un puntuale riscontro nel Partito-Stato. Detto en passant, l’accostamento di Stalin a Lenin mette in luce il reale fondamento del maoismo come ideologia ufficiale dello Stato cinese, ossia il suo retaggio stalinista. Come sa chi ha la pazienza di leggere le mie modeste cose, mettere insieme Lenin e Stalin per me equivale a mettere insieme la Rivoluzione e la Controrivoluzione: impresa impossibile perfino per i “comunisti” con caratteristiche cinesi. Ma anche per quelli con caratteristiche italiote, a dire il vero!

CHINA_(IT)_140114_Xi_Invokes«La verità», scrive Mauceri, «è che, da almeno un decennio, la Cina si trova ad un bivio: da una parte ci sono i leader del partito comunista cinese che temono di perdere l’enorme potere accumulato negli anni e il controllo sul popolo; dall’altra, un ristretto numero di soggetti (rispetto al totale dei componenti il Parlamento) che teme che la crescita eccessivamente veloce dell’economia del Paese possa portare al collasso una società sempre più disuguale e divisa proprio da questa crescita. In Cina è in corso una vera e propria guerra interna per il controllo del potere tra chi per decenni ha fatto credere alla popolazione che tutti hanno gli stessi diritti e doveri e, facendolo, ha potuto gestire enormi vantaggi e enormi poteri e chi, invece, vuole mettere da parte qualsiasi ideologia e, proprio come avviene nei Paesi occidentali, fare ciò che vuole per accrescere le proprie ricchezze nascondendosi dietro la maschera di paladini del bene comune». Ieri Le Monde scriveva che la «ricentralizzazione del potere» in Cina attuata da Xi Jinping fa pensare a un ritorno di fiamma del maoismo nel Celeste Imperialismo, prospettiva che agita i sogni dei miliardari cinesi e dei «principini rossi».

In realtà non c’è alcun “ritorno”, e da Mao in poi le battaglie ideologiche che si sono periodicamente accese nel seno del cosiddetto Partito Comunista Cinese hanno sempre avuto un preciso significato politico e sociale, ovviamente del tutto diverso da quello raccontato in Occidente da chi si è lasciato suggestionare dalla ridondante fraseologia pseudo marxista cara ai leader cinesi. Ad esempio, ai tempi del Grande Timoniere le diverse fazioni del PCC si sono date battaglia sul modello di sviluppo capitalistico più adeguato alla società cinese e alle sue ambizioni di potenza – di qui, ad esempio, l’abbandono del modello di sviluppo sovietico già nei primi anni Sessanta, e la conseguente polemica maoista sul «revisionismo» post-staliniano. Solo i credenti in Mao basati in Occidente hanno voluto vedere in quella furibonda lotta intestina, combattuta con tutti i mezzi necessari (roba da far impallidire un Machiavelli, per intenderci), l’espressione di una “lotta di classe” tra proletariato «in ascesa» e borghesia «in declino» ma pronta a vender cara la pelle prima di esalare l’ultimo respiro, aderendo in toto alla propaganda politico-ideologica maoista.

«I generali dell’esercito hanno giurato di portare avanti i precetti maoisti di politica estera militare ed aggressiva, specie nel campo del “combattere l’imperialismo”. In un seminario sulle dottrine di Mao sulla difesa nazionale, tenutosi all’Accademia delle scienze militari, il direttore del Dipartimento generale di politica, gen. Zhang Yang, ha detto che “il pensiero militare di Mao è una forte arma ideologica per annientare i nemici e vincere le guerre”.  Facendo un collegamento fra il pensiero di Mao e il “sogno cinese” del Comandante in capo Xi, il gen. Zhang ha chiesto agli ufficiali e alle truppe di studiare con attenzione le istruzioni del Grande Timoniere, “così da rafforzare la nostra coesione e realizzare il sogno cinese e il sogno del nostro forte esercito”» (Asia News). Che il generale Zhang, fulgida espressione dell’Imperialismo con caratteristiche cinesi, consideri «il pensiero militare di Mao una forte arma ideologica per annientare i nemici e vincere le guerre» può stupire solo qualche maoista ritardatario. Diciamo così. L’aumento della spesa militare in Cina conferma come i «cari leader» di Pechino stiano facendo di tutto per realizzare «il sogno cinese»: «La Cina aumenta la spesa militare. Il budget della Difesa registrerà quest’anno una crescita del 10,7%, per un totale di 720,2 miliardi di yuan (l’equivalente di 88,8 miliardi di euro e 91 miliardi di dollari). Il bilancio militare di Pechino si conferma al secondo posto nel mondo ma resta comunque inferiore di oltre cinque volte a quello degli Stati Uniti, che è di 534 miliardi di dollari. La notizia è stata diffusa nel primo giorno dell’Assemblea nazionale del Popolo, che sancirà il passaggio del testimone dalla vecchia classe dirigente che ha guidato il Paese negli ultimi dieci anni ai nuovi leader» (Il Sole 24 Ore, 5 marzo 2013). Inutile dire che il sogno con caratteristiche cinesi è un incubo, esattamente come quello che ci ammannisce tutti i giorni che il Capitale manda in Terra l’Imperialismo delle altre Potenze attive sulla scena mondiale.

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