Accade nella Cina capitalista. IL LAVORO FORZATO NON MACCHIA, ARRICCHISCE

«I consumatori dovrebbero chiedersi perché i nostri vestiti sono così economici. La risposta sta nello sfruttamento di intere fasce di persone della regione uigura, la cui manodopera è costretta a produrre cotone a basso costo» (Joanna Ewart-James, Direttore esecutivo di Freedom United). «La moda globale fa uso di cotone, filati e tessuti prodotti da lavoro forzato uiguro» (Forced Labour Fashion).

Il Domani pubblica oggi un articolo di Youssef Hassan Holgado dedicato alla pessima, a dir poco, condizione di vita e di lavoro che affligge gli uiguri che vivono nello Xinjiang, nel Nordovest della Cina: «Lavori forzati, sorveglianza strettissima, torture, la minoranza musulmana prova a liberarsi dall’oppressione di Pechino e sogna l’indipendenza. Ma ora anche la Turchia, che per anni li ha difesi e ospitati, non è più sicura. A fine dicembre la Cina ha ratificato l’accordo di estradizione con la Turchia siglato nel 2017, quando il primo ministro Erdogan era andato a Pechino per un incontro sulla nuova Via della Seta, l’ambizioso progetto di Xi Jinping che punta a migliorare i collegamenti commerciali con l’Africa e l’Europa. Una delle nuove rotte commerciali passa proprio per la Turchia, un regalo difficile da rifiutare per il governo di Erdogan. La paura è che siano i rapporti economici tra i due paesi a spostare l’ago della bilancia sul tema della repressione uigura. Fino a ora Ankara ha sempre cercato di ritardare la ratifica del trattato vista la forte opposizione all’interno del parlamento, ma la Cina sta spingendo affinché avvenga il prima possibile. Xi Jinping tiene sotto ricatto economico, e ora anche sanitario dato che la Turchia ha acquistato il vaccino cinese della SinoVac, il primo ministro Erdogan».

«Ankara non rimpatria direttamente gli uiguri in Cina, ma si libera di loro espellendoli in paesi terzi come il Tagikistan dove l’estradizione presenta meno difficoltà e dove non si ha alcuno scrupolo a rinviarli in Cina. In questo modo accontenta Pechino e fa apparire in patria tale pratica più accettabile dalla comunità musulmana turca» (Huffingtonpost). Quando si dice salvare le apparenze…

Com’è noto, il regime cinese costringe centinaia di migliaia di uiguri e altre minoranze (kazaki e musulmani turchi) a lavorare nei campi di cotone e nelle fabbriche tessili (dalla raccolta del cotone alla confezione dei capi finiti: un completo quanto infernale ciclo produttivo) in condizioni di totale schiavitù. Il Partito Capitalista Cinese ovviamente nega tutto, e parla di «scuole di formazione professionale», di «campi di rieducazione» (basata sul verbo di Mao secondo l’interpretazione di Xi Jinping) e di «riduzione della povertà». Chi ha letto 1984 di George Orwell, conosce i principi della neolingua, i quali trovano una loro puntuale e sistematica applicazione soprattutto (ma non solo) nei regimi totalitari.

«Secondo gli analisti dell’ASPI International Cyber Policy Centre, ben 80mila cittadini di etnia uigura negli ultimi tre anni sarebbero stati spostati e costretti a operare nelle linee di produzione di fabbriche sparse per tutta la nazione. Verrebbero inoltre sottoposti a “ricondizionamento” coatto, compiuto tramite controllo politico, sorveglianza digitale, rieducazione e, appunto, il lavoro» (DolceVita). Forse il lavoro non rende liberi, come promettevano i nazisti, ma probabilmente può “rieducare” le persone mettendole al servizio, ad esempio, del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

«Fino al 2019, 83 aziende straniere e cinesi avrebbero beneficiato direttamente o indirettamente dell’uso di lavoratori uiguri al di fuori dello Xinjiang attraverso programmi di trasferimento . Di queste, quasi un quarto è nel settore tessile. Nomi celebri e molto amati da sportivi e giovani: Abercrombie & Fitch, Adidas, Calvin Klein, Cerruti 1881, Fila, Gap, H&M, Jack & Jones, Lacoste, Nike, The North Face, Polo Ralph Lauren, Puma, Skechers, Tommy Hilfiger, Uniqlo, Victoria’s, Secret, Zara, Zegna».

Un mese fa Adrian Zenz, un membro anziano della Victims of Communism Memorial Foundation di Washington, ha lanciato dalla BBC un appello al mondo della moda: «Chiunque abbia a cuore le ragioni dell’etica deve guardare allo Xinjiang, che rappresenta l’85% del cotone cinese e il 20% di quello mondiale, e dire: no, non possiamo più farlo». Ma il Capitale, in Cina come nel resto di questo capitalistico mondo, ha a cuore solo le ragioni del profitto, e non potrebbe essere diversamente. Si calcola che «Un capo di abbigliamento su cinque, in tutto il mondo, è macchiato dal colore del lavoro forzato» (Collettiva.it). Si tratta del colore del Capitale nella sua espressione più brutale e disumana. In realtà il lavoro forzato non macchia nemmeno le coscienze dei buoni di spirito, mentre ovviamente arricchisce chi lo sfrutta – magari “a sua insaputa”…

«I lavoratori forzati nella regione uigura – aggiunge Scott Nova del Worker Rights Consortium – si trovano ad affrontare violente ritorsioni se dicono la verità sulla loro situazione». Sempre a calunniare il grande Partito Capitalista Cinese e uno straordinario Paese che si avvia a passo spedito (si parla del 2028) verso il primato capitalistico mondiale!

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1. CARA ILARIA TI SBAGLI: SI TRATTA PROPRIO DI VIOLENZA DI STATO. QUESTO È LO STATO (DI DIRITTO)!

Il diritto alla violenza è un’odiosa prerogativa delle classi dominanti.

«Non ho mai smesso di chiedermi il perché di tanta violenza. Non riesco a cancellare dalla mia mente l’immagine del corpo di mio fratello Stefano, martoriato dai colpi e poi abbandonato dagli innumerevoli pubblici ufficiali che lo hanno visto durante il suo calvario, sei giorni dopo il violentissimo pestaggio. Una sospensione del diritto. Come accaduto nel Carcere di Santa Maria Capua Vetere. Video e testimonianze raccolte dai magistrati ricostruiscono una violenza spietata, scientificamente coordinata. Durante il lockdown pensato alle carceri. Alle celle sovraffollate dove vige la sospensione dei diritti umani. Mi sono chiesta cosa potessero pensare quelle persone, perché di persone si tratta, quando ascoltavano le raccomandazioni pressanti su distanziamento sociale, cautela e mascherine. Mi sono chiesta se qualcuno avesse a cuore la sorte di quei detenuti. La loro paura e la profonda frustrazione che dovevano provare nell’ascoltare quei drammatici appelli a cui loro, per destino e pena, dovevano rimanere estranei. A Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile è accaduto qualcosa di spaventoso. Sono arrivati in trecento, da altri istituti, in tenuta anti sommossa, coperti dai caschi, anonimi. Hanno picchiato, picchiato e ancora picchiato. Calci, schiaffi, insulti e altre violenze. Non hanno risparmiato nemmeno un detenuto sulla sedia a rotelle. “Avete fatto la protesta?” dicevano. La mente corre alla “macelleria messicana” di Genova della scuola Diaz, nel luglio del 2001 durante le proteste per il G8. Erano in trecento, a Santa Maria Capua Vetere. A tutto ciò hanno assistito, in silenzio, forse impotenti, i loro colleghi di servizio in quel carcere. Mi rifiuto di pensare che si tratti soltanto di mele marce. Chi avrà la tentazione di parlare di questo mancherà di rispetto all’intelligenza di tutti noi cittadini. Sarebbe un’intollerabile ipocrisia cui preferirei le violente e strampalate difese di politici privi di scrupoli e umanità. Ma non voglio nemmeno sentire parlare di violenza di Stato. Vi prego non fatelo perché questo non è lo Stato. Non lo può essere. Questo è anti stato. Questo è crimine efferato commesso verso persone indifese. Qualcuno si affretterà a dire che, in fin dei conti, si tratta di delinquenti: lo considero inaccettabile perché, nella migliore delle ipotesi, sono uomini e donne che hanno sbagliato, che magari hanno anche commesso gravi errori. Il carcere, però, non può e non deve essere questo. Il carcere in uno stato di diritto ha una funzione sociale: il reinserimento, non l’annientamento» (Ilaria Cucchi).

Certo, il reinserimento in una società che produce violenza di ogni genere e in quantità industriale, e che annienta ogni possibilità di vita autenticamente umana. Cara Ilaria, sbagliata (disumana) è in primo luogo questa società, la società che mercifica tutto e tutti, e che fa del denaro la misura di tutte le cose. Su questo escrementizio fondamento sociale è possibile tutto il male che riusciamo a immaginare, e altro ancora che non riusciamo nemmeno a concepire col pensiero – salvo poi indignarci e farci delle illusioni sullo Stato (capitalistico) di diritto. Solidarietà ai fratelli detenuti.

2. SI SCRIVE “UOMO”, SI LEGGE CAPITALE. «Abusi, incuria e colate di cemento: la colpa è dell’uomo, non della natura» (M. Tozzi, La Stampa). Si scrive “uomo”, si legge Capitale. Mutatis mutandis, la stessa cosa vale a proposito della parola “Coronavirus” e ai disastri sociali a essa associati.

3. SCHIAVI DI STATO NELLA CINA CAPITALISTA Scrive Lorenza Formicola: «Lo stato-partito cinese ha di fatto istituzionalizzato la schiavitù, l’ha portata su scala industriale e ha offerto schiavi a compagnie straniere. Schiavi a bassissimo costo, raccolti, senza fatica né rumore, tra le minoranze religiose. L’Australian Strategic Policy Institute, in un rapporto intitolato Uiguri in vendita, ha accusato Pechino di aver costretto oltre 80.000 uiguri e altre minoranze musulmane a lavorare da schiavi per 82 noti marchi globali tra cui Apple, BMW, Gap, Huawei, Nike, Samsung, Sony e Volkswagen. La cifra stimata è prudente, quella effettiva è probabilmente molto più elevata. Nelle fabbriche, lontano da casa, vivono gli schiavi moderni: dormitori e segregazione, una formazione ideologica, cinese e comunista [leggi: capitalista con caratteristiche cinesi] organizzata al di fuori dell’orario di lavoro, sottomissione a sorveglianza costante, impossibilità a partecipare alle cerimonie religiose. Siamo nella regione autonoma che oggi i cinesi chiamano Xinjiang – “nuovo possedimento” – dove giocano esattamente il ruolo della potenza coloniale. Dal 2017, oltre un milione di persone è stato privato della libertà personale e rinchiuso in “campi di rieducazione” a causa della fede, in quello che alcuni esperti definiscono un programma sistematico di genocidio culturale guidato dal governo. “Lavare i cervelli, pulire i cuori, sostenere il diritto, rimuovere ciò che è sbagliato”, è il motto dei campi di lavoro forzato. Proprio come l’ideologia comunista [leggi: stalinista con caratteristiche cinesi] vuole e come le terribili campagne di rieducazione del pensiero di massa di Mao Tse-tung hanno fatto scuola. Detenuti con la forza e in condizioni disumane, questi nuovi schiavi hanno la quotidianità divisa in due: il giorno è per il lavoro, la notte per l’educazione patriottica. Dopo la scoperta delle 13 tonnellate di capelli umani , prelevati da internati in uno dei campi di concentramento cinesi, di alcune settimane fa – un carico illegale del valore stimato di 800.000 dollari fermato a New York – ecco che il rapporto ASPI pubblica l’ennesima prova dei campi su cui regime di Pechino continua a mentire. Il rapporto denuncia una nuova fase nella campagna di reingegnerizzazione sociale della Cina rivolta alle minoranze religiose, rivelando nuove prove circa quelle fabbriche che utilizzano il lavoro forzato uiguro nell’ambito di un programma di trasferimento del lavoro sponsorizzato dallo Stato che sta contaminando la catena dell’economia globale» (Il Giornale).

Il virus che “contamina” «la catena dell’economia globale» si chiama Capitale, la cui dimensione più naturale è quella planetaria. La schiavitù di Stato della Cina si armonizza perfettamente con la «schiavitù del lavoro salariato» (K. Marx). Tutto sotto il Cielo – del Capitale.

4. ROSSANDA E L’ALBUM DI FAMIGLIA – STALIN PADRE

Scriveva Rossana Rossanda sul Manifesto del 28 marzo 1978: «Chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria». Anch’io, allora giovanissimo militante del “Movimento Studentesco”, sarei potuto finire in quell’escrementizio album di famiglia; mi vengono i brividi solo a pensarlo! Qualche giorno dopo, sulle pagine dell’Unità comparve un pietoso articolo del parlamentare “comunista” Emanuele Macaluso, che replicava: «Io non so quale album conservi Rossana Rossanda: è certo che in esso non c’è la fotografia di Togliatti». Non c’è niente da fare: lo stalinista con caratteristiche italiane perdeva il pelo, ma non il vizio della menzogna.

LA CINA DI MAIO…

Noi in questo momento non vogliamo interferire nelle
questioni altrui e per quanto ci riguarda abbiamo un
approccio di non ingerenza nelle questioni di altri paesi.
Luigi Di Maio

Radunate tutti quelli che devono essere radunati.
Partito Capitalista Cinese

«In Xinjiang va tutto bene, parola del Blog di Beppe Grillo. Mentre i media mondiali riprendono un poderoso lavoro giornalistico del New York Times che ha portato allo scoperto altre corpose informazioni sulla repressione dello Stato cinese contro i musulmani uiguri che vivono nella regione, il vangelo grillino ospita un articolo che segue nettamente la linea di Pechino. Ossia quella della narrazione contro i nemici della Cina, e sostiene che è in atto “una campagna mediatica sui diritti umani volta a screditare l’operato del governo cinese”. Passo indietro. Lo Xinjiang è una regione autonoma della Cina nord-occidentale dove vive una maggioranza etnica turcofona e musulmana; è un’area geograficamente strategica da sempre, perché è il prolungamento fisico-politico del Regno di Mezzo verso l’Europa, e ora acquisisce ancora più importanza nell’ambito della macro-infrastruttura geopolitica Belt & Road. Il Partito Comunista cinese da sempre non vive serenamente quella presenza, anche perché ha creato negli anni problematiche autonomiste al governo centrale, ed è stata interessata da fenomeni di radicalizzazione islamica. […] Il Blog arriva al suo nocciolo, che è identico a quello cinese: le denunce, dice, partono dalle organizzazioni umanitarie perché sono collegate al governo degli Stati Uniti. E dunque diventerebbe tutto un gioco di disinformazione americana, chiaramente collegato alla competizione in corso tra potenze secondo l’opinione che il centro di controllo grillino diffonde ai simpatizzanti. È esattamente quello che Pechino sta cercando di raccontare al mondo riguardo questo genere di dossier, dallo Xinjiang a Hong Kong. Situazioni create ad arte dai nemici, dicono i cinesi, con l’atteggiamento tipico dei governi autoritari alle prese con crisi interne» (Formiche.net).

Inutile dire che anche chi scrive è, nel suo infinitamente piccolo, al servizio della «disinformazione americana» – con l’aggravante di non ricevere in cambio nemmeno un dollaro!

«Quanto all’Italia, è di due settimane fa la presa di posizione del ministro degli Esteri, e leader dei Cinque Stelle, Luigi di Maio. Proprio in Cina, in visita a Shangai, ha detto che “noi in questo momento non vogliamo interferire nelle questioni altrui e per quanto ci riguarda abbiamo un approccio di non ingerenza nelle questioni di altri paesi”. Tuttavia, il passaggio (con al seguito molte competenze prima in capo al ministero dello Sviluppo) di Luigi Di Maio alla guida della Farnesina ha confermato senza dubbi l’impostazione pro-Pechino che, nel quadro delle intese sulla “Via della Seta”, è di tutto il Movimento 5Stelle. Non è un caso, del resto, che il presidente della Casaleggio associati abbia presentato il suo piano per la “smart economy” sull’evoluzione delle imprese assieme a Thomas Miao, amministratore di Huawei Italia» (G. Gentili, Il Sole 24 Ore).

Miao?

«I leader del Movimento 5 Stelle sembrano da mesi impegnati a promuovere il modello cinese […] La posizione dei Cinque stelle coincide con quella cinese sia quando parliamo di Xinjiang sia quando parliamo di Hong Kong. Allo stesso tempo si nota anche una sorprendente tenacia da parte del M5s nel promuovere i colossi cinesi in Italia – è il caso di Huawei, ma non solo. […] Del resto all’inizio di luglio, nelle prime settimane delle manifestazioni, era stato il fedelissimo di Di Maio, il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, a volare a Hong Kong senza dire una parola sulle proteste.  […] Ma è soprattutto la Casaleggio Associati a tessere i rapporti con le telecomunicazioni cinesi: il 14 novembre scorso il ceo di Huawei Italia, Thomas Miao, ha pronunciato il discorso d’apertura dell’evento “Smart company” della Casaleggio» (G. Pompili, Il foglio).

Sì, Miao! «Non importa il colore del gatto, purché questo acchiappi il topo» (Deng Xiaoping).

«Il blog del noto comico pubblica un imbarazzante elogio del sistema cinese in Xinjiang, nonostante un milione di persone siano state messe nei campi di concentramento per motivi etnici e religiosi» (Dagospia).

Campi di concentramento: le solite esagerazioni! O no?

«Lo Xinjiang come l’Alto Adige. Così sembra dipingerlo il blog di Beppe Grillo. Secondo il Verbo dell’Elevato, la regione cinese mostra chiaramente come tutto quello che si racconta sulla repressione del governo comunista sia pura disinformazione. Non esistono campi di concentramento, c’è il bilinguismo, viene lasciata ampia libertà di espressione e di culto e le misure contro il terrorismo funzionano perfettamente. Un vero modello da importare subito in Europa. Ma sarà vero? La realtà racconta tutt’altro. Come insegna Ilham Tohti, premio Sakharov 2019, condannato all’ergastolo da parte delle autorità cinesi per il suo attivismo nei confronti del popolo uiguro. […] Negli ultimi tre anni qui si è passati a un controllo sempre più massiccio delle persone, soprattutto tramite l’uso del riconoscimento facciale. Nella regione si contano quasi 1000 campi di “rieducazione”, dove, periodicamente, vengono inviati decine di migliaia di persone per facilitare la loro assimilazione nel tessuto socioeconomico della Repubblica Popolare. Secondo alcune esperti intervistati da Radio Free Asia il numero delle persone che sarebbero passate per i campi di “rieducazione” o “lavoro” (o rieducazione attraverso il lavoro) sarebbe il 10% della popolazione uigura». Solo così si spiega la reticenza del governo cinese, che seleziona accuratamente i visitatori nella regione e spinge affinché in Occidente e nelle istituzioni internazionali nessuno parli dello Xinjiang. Altro che complotto americano. Non ne parla l’Europa, divisa tra imbarazzati silenzi e supporto entusiastico alla causa della Repubblica Popolare (il report infatti è stato più un caso isolato). Evitano di farne un caso mondiale gli Stati Uniti, che invece lo citano ma alle volte preferiscono tacere. Troppo grande è la forza e la potenza economica della Cina, che impone il proprio volere senza farsi troppi problemi» (Linkiesta).

È la contesa interimperialistica, bellezza! Sono i sempre mutevoli rapporti di forza fra le Potenze, e tu non puoi farci niente!

«Il New York Times ha ottenuto più di 400 pagine di documenti riservati sottratti al governo cinese che mostrano e raccontano il modo in cui il regime comunista ha organizzato le detenzioni di massa e la repressione delle minoranze musulmane nella provincia occidentale dello Xinjiang, tra cui quella degli uiguri. È una delle fughe di notizie più significative di sempre all’interno del Partito comunista cinese. Il New York Times ha analizzato e in parte tradotto i documenti. Non è chiaro come i circa 400 documenti siano stati selezionati e sottratti al governo cinese, ma il fatto che i documenti siano trapelati, scrive il New York Times, suggerisce un maggiore malcontento all’interno del partito rispetto al passato. Nell’inchiesta il New York Times fa velocemente riferimento a un membro della dirigenza del partito che ha chiesto di restare anonimo e che ha espresso la speranza che la divulgazione di queste informazioni impedisca l’impunità per le detenzioni di massa. […] Xi Jinping Paragona l’estremismo islamico al contagio di un virus o a una droga che crea dipendenza, e dice che “l’impatto psicologico del pensiero religioso estremista sulle persone non deve mai essere sottovalutato. Le persone che sono intrappolate nell’estremismo religioso – maschi o femmine, vecchi o giovani – hanno la coscienza distrutta, perdono l’umanità e uccidono senza batter ciglio”. Dai documenti risulta anche che la repressione abbia incontrato dubbi e resistenze da parte di alcuni funzionari locali: temevano che avrebbe peggiorato le tensioni etniche e limitato la crescita economica. Risulta che Chen Quanguo e il partito abbiano risposto eliminando i funzionari sospettati di ostacolare l’operazione. Il New York Times dice che migliaia di funzionari nello Xinjiang sono stati puniti per aver resistito o non aver seguito le indicazioni. Dice che sono state messe al lavoro squadre segrete di investigatori per identificare coloro che non stavano facendo abbastanza e scrive che nel 2017 il partito ha avviato oltre 12 mila indagini sui membri del partito nello Xinjiang per infrazioni nella “lotta contro il separatismo”. I documenti comprendono, infine, una guida del 2017 su come gestire gli studenti delle minoranze che, tornando a casa nello Xinjiang per la fine del semestre, non trovavano più i loro genitori o i loro familiari che, nel frattempo, erano stati internati. La guida contiene indicazioni precise sulle risposte da dare a domande quali: “dov’è la mia famiglia?”: “È in una scuola di formazione istituita dal governo”, dice la guida. Ai funzionari viene poi data l’indicazione di spiegare che i genitori non sono dei criminali, ma che comunque non possono lasciare quelle “scuole”. La guida comprendeva anche una minaccia: agli studenti doveva essere detto che il loro comportamento avrebbe potuto ridurre o prolungare la detenzione dei genitori: “Sono sicuro che li sosterrai, perché questo è per il loro bene e anche per il tuo bene”. Il documento avverte in generale del rischio che gli studenti possano entrare a far parte della rivolta dopo aver appreso cosa è successo ai loro genitori e raccomanda dunque di incontrarli immediatamente, al loro rientro. La guida fornisce risposte anche a una serie di altre domande: quando verranno rilasciati i miei genitori? Perché non possono tornare a casa? I loro genitori, stabilisce la guida delle risposte, erano stati “infettati” dal “virus” del radicalismo islamico e dovevano essere messi in quarantena e curati. Nemmeno i nonni e i familiari che sembravano troppo vecchi per commettere violenza potevano essere risparmiati, secondo quanto riferito dai funzionari. “Se non si sottopongono allo studio e alla formazione, non comprenderanno mai completamente i pericoli dell’estremismo religioso”. O ancora: “Indipendentemente dall’età, chiunque sia stato infettato dall’estremismo religioso deve sottoporsi allo studio”. La conclusione della guida è che gli studenti dovrebbero essere grati alle autorità per aver portato via i loro genitori e fatto il possibile per alleviare le loro difficoltà» (Il Post).

Com’è magnanimo il Celeste Imperialismo!

«“Ying shou jin shou”: “Radunate tutti quelli che devono essere radunati”. L’eco di 1984, Brave New World o Fahrenheit 451 è inconfondibile. Ma questa non è finzione distopica. È una vera direttiva burocratica preparata dalla leadership cinese, attingendo a una serie di discorsi segreti di Xi Jinping, leader autoritario della Cina, sul trattare spietatamente i musulmani che mostrano “sintomi” di radicalismo religioso. Non c’è nulla di teorico al riguardo: sulla base di questi diktat, centinaia di migliaia di uiguri, kazaki e altri musulmani nella regione occidentale dello Xinjiang sono stati radunati nei campi di internamento per sottoporsi a mesi o anni di indottrinamento destinati a trasformarli in seguaci secolari e fedeli del partito comunista. Questo moderno lavaggio del cervello totalitario viene rivelato in una straordinaria serie di documenti trapelati al New York Times da un anonimo funzionario cinese. L’esistenza di questi campi di rieducazione è nota da qualche tempo, ma nulla prima aveva offerto uno sguardo così lucido sul pensiero dei capi cinesi sotto il pugno del signor Xi, dalla ossessiva determinazione a sradicare il “virus” di pensiero non autorizzato ai cinici preparativi per la repressione a venire, incluso come affrontare le domande degli studenti che ritornano in case vuote e fattorie non curate. Quest’ultima sceneggiatura è stranamente orwelliana: se gli studenti chiedessero se i loro genitori scomparsi avessero commesso un crimine, gli sarebbe stato detto di no, “è solo che il loro pensiero è stato infettato da pensieri malsani. La libertà è possibile solo quando questo virus nel loro pensiero viene sradicato e sono in buona salute”. […] Che qualcuno all’interno della spietata e segreta leadership cinese correrebbe l’enorme rischio di passare 403 pagine di documenti interni a un giornale occidentale è di per sé sorprendente, soprattutto perché i documenti includono un rapporto di 11 pagine che riassume le indagini del partito sulle attività di Wang Yongzhi, un ufficiale che avrebbe dovuto gestire un distretto in cui i militanti uiguri avevano organizzato un attacco violento, ma che alla fine ha sviluppato dubbi sulle strutture di detenzione di massa che aveva costruito. “Ha rifiutato”, ha detto il rapporto, “di radunare tutti coloro che devono essere radunati”. Dopo settembre 2017, il signor Wang è scomparso dal pubblico. Dai documenti emerge chiaramente che il signor Xi è molto più preoccupato per qualsiasi sfida all’immagine di forza del Partito comunista che per la reazione straniera. Già nel maggio 2014 ha dichiarato a una conferenza sulla leadership: “Non abbiamo paura se le forze ostili si lamentano o se le forze ostili diffamano l’immagine dello Xinjiang”. Di conseguenza, il governo cinese non ha fatto alcuno sforzo per negare i documenti trapelati, ma piuttosto ha presentato la repressione nello Xinjiang come un grande successo contro il terrorismo. Il signor Xi ha sostenuto che le nuove tecnologie devono far parte dell’ampia campagna di sorveglianza e raccolta di informazioni per sradicare la dissidenza nella società uigura, anticipando il dispiegamento nello Xinjiang del riconoscimento facciale, dei test genetici e dei big data. Chiunque ha fatto trapelare questi documenti rivelatori ovviamente non era d’accordo e ha avuto il coraggio di fare qualcosa al riguardo. La sua azione coraggiosa è un grido al mondo. Lo sdegno internazionale potrebbe trasformarlo in un campanello d’allarme per i leader cinesi, nonostante la loro spavalderia totalitaria, se il mondo inizia a vederli come paria, non solo come partner commerciali» (New York Times).

E se lo «sdegno internazionale» fosse indirizzato contro tutti gli Stati e le Nazioni del pianeta? «Qui si fa dell’internazionalismo!». E certo; che altro si può fare dalle mie parti?! «Inammissibile internazionalismo!» Ce ne faremo una ragione, signori devoti allo status quo sociale mondiale e alla Realpolitik.

Personalmente me ne infischio bellamente dello «sdegno internazionale» (che poi allude alla presunta superiorità politica, etica e sistemica dell’Occidente), e combatto (che parolona!) per quel che posso e come posso contro ogni imperialismo: sia esso con “caratteristiche cinesi” (o russi), sia esso con “caratteristiche occidentali”. N’è d’altra parte bisogna concedere un solo atomo di credibilità ai rimasugli riciclati dello stalinismo/maoismo, cioè a quei personaggi che accusano chi denuncia la politica repressiva del regime capitalistico cinese (e non sto parlando del solo regime economico, ma del regime sociale cinese tout court)  di portare “oggettivamente” acqua al mulino degli interessi statunitensi. Bisogna dare per scontata questa escrementizia tesi, perché per gli stalinisti del XXI secolo l’autonomia di classe è un concetto del tutto privo di senso, sebbene talvolta lo richiamino pappagallescamente per rinverdire la fraseologia della setta: «Siamo ancora comunisti, che diamine!» Come no! Se è per questo, io sono Babbo Natale!

Per quei sinistri personaggi gli Stati Uniti rimangono il «nemico principale» delle classi subalterne dell’intero pianeta, una tesi già completamente infondata quando fu confezionata; figuriamoci oggi, nel mondo che ha conosciuto l’ascesa della Cina ai vertici del capitalismo (e quindi dell’imperialismo) mondiale. Eppure taluni continuano a sostenere le ragioni della Cina a proposito di Hong Kong tirando in ballo un processo di decolonizzazione che esiste solo nelle loro teste: la Cina di Xi Jinping del 2019 non è la Cina di Mao del 1949, del Paese, cioè, che portò a termine la sua rivoluzione nazionale-borghese. Un po’ di “materialismo storico”, per cortesia! Il tempo non passa invano, e infatti, 70 anni dopo la Cina contende il primato mondiale nientemeno che agli Stati Uniti, potenza in declino – ma solo in senso relativo. Questo significa che chi scrive sostiene il separatismo hongkonghese?  Nemmeno per idea! Ma di certo non sostengo il centralismo cinese, così come non sostengo il centralismo spagnolo, pur essendo contro il separatismo e il nazionalismo catalani. Sono contro il separatismo della – mitica – Padania, ma non per questo sostengo le ragioni dell’Unità Nazionale centrata su Roma. «E che ne facciamo del Risorgimento?» Mettetelo in quel posto! «Quale posto?» Il solito! A proposito: il mio nemico principale si chiama Italia.

Concludo! Io sostengo le ottime ragioni, oggi totalmente neglette, dell’autonomia di classe, e mi servo di ogni occasione, anche di quelle politicamente più complesse e “scabrose” (vedi Hong Kong) per denunciarne la latitanza e sottolinearne la necessità.