LA BEFANA SOCIALISTA CON CARATTERISTICHE CINESI

La foto che ha toccato il “punto G” dei nipotini con caratteristiche cinesi.

I sempre più caricaturali nipotini di Stalin e di Mao basati in Italia tirano un gran sospiro di sollievo: pare che il nuovo timoniere della Cina sia lungi dal voler liquidare il «socialismo con caratteristiche cinesi». Che poi la caratteristica essenziale del “socialismo cinese” sia quella di non essere per nulla, nemmeno alla lontana, un Socialismo, bensì un Capitalismo all’ennesima potenza, se così posso esprimermi, ebbene agli orfani del “bel tempo che fu” questo infimo dettaglio non importa un fico secco. Mi correggo: non ne hanno alcuna contezza, perché il loro paradigma di Socialismo è il Capitalismo di Stato “duro e puro” come quello che venne fuori attraverso la controrivoluzione stalinista in Russia e la rivoluzione nazione-borghese in Cina.

«Quel che è certo», scrive ad esempio Francesco Deledonne, «è che non si può rimanere indifferenti di fronte al fatto che un Paese guidato da un Partito comunista, patria di un quinto della popolazione mondiale e in cui – anche dopo le riforme – il settore pubblico e la pianificazione continuano a giocare un ruolo determinante, continui a svilupparsi a ritmi extraterrestri ponendo così le basi per la fine del dominio dell’imperialismo a guida statunitense sul mondo» (da Fronte Popolare, 12 novembre 2012). Ma «certo» per chi? Giusto per i tristi, e ancora numerosi, nostalgici del «Socialismo reale», appunto. «Certo» per quei “comunisti” che hanno collaborato come nessun altro allo sputtanamento planetario del comunismo. E che continuano nella loro scientifica opera. Con zelo. Imperterriti. Il Dominio sociale capitalistico mondiale ringrazia, come sempre.

«Certo», infine, per chi desidera porre termini al «dominio dell’imperialismo a guida statunitense sul mondo» in vista di un dominio imperialistico a guida cinese, o magari russo-cinese. Imperialismo, purché non «a guida statunitense»: un acquisto storico e sociale che pizzica tutte le corde della mia residua umanità…

Per quanto mi riguarda, se il Glorioso XVIII Congresso del PCC avesse deliberato l’esistenza della Befana «con caratteristiche cinesi», non avrei certo alzato barricate dottrinarie contro il più grande Partito Comunista del mondo. (Comunista, beninteso, sempre con le note «caratteristiche cinesi»). Bisogna pur fidarsi di chi promette di voler continuare a camminare lungo il solco del Socialismo, sebbene «con caratteristiche cinesi». O no?

Forse memore degli scritti maoisti intorno ai biechi «nemici in seno al Popolo e al Partito», Delledonne ricorda che la “linea nera” della «restaurazione capitalistica» è sempre in agguato: «basti pensare che alcuni dirigenti hanno espresso parere favorevole al rapporto stilato qualche mese fa dalla Banca Mondiale, “China 2030″, in cui si dice che senza un ridimensionamento delle aziende di Stato, senza la privatizzazione della terra e riforme politiche radicali, in sostanza senza la restaurazione del capitalismo, la Cina entrerà inevitabilmente in una grave crisi economica e sociale». A parte il fatto che in Cina non c’è alcun Capitalismo da restaurare, ma un regime sociale capitalistico da mandare avanti tra mille opportunità e altrettante difficoltà e incognite, in un Paese da sempre alle prese con gigantesche contraddizioni d’ogni genere: sociali, ambientali, etniche, nazionali e via discorrendo; a parte questo, il contenuto del rapporto elaborato dalla Banca Mondiale appena citato non fa che riprendere un “dibattito” stravecchio all’interno del regime cinese, diventato particolarmente scottante in un momento particolarmente critico dello sviluppo capitalistico del Paese.

Mutatis mutandis, da Mao in poi le diverse fazioni del PCC si sono date battaglia sul modello di sviluppo capitalistico più adeguato alla società cinese e alle sue ambizioni di potenza – di qui, ad esempio, l’abbandono del modello di sviluppo sovietico già nei primi anni Sessanta, e la conseguente polemica maoista sul «revisionismo» post-staliniano. Solo i credenti in Mao vi hanno voluto vedere l’espressione di una “lotta di classe” tra proletariato «in ascesa» e borghesia «in declino» ma pronta a vender cara la pelle. Come diceva l’uomo con la barba che amava discorrere di rivoluzione al Red Lion pub, l’ideologia è una forza materiale.

E così il Nostro non ne vuole sapere di abbandonare la via vecchia per la nuova, e dinanzi a posizioni oggettivamente – e forse anche un po’ soggettivamente – reazionarie, come quelle che sta sostenendo chi scrive, ci fa sapere che ha esultato per «il discorso di apertura del congresso di Hu Jintao, in cui si è chiarito in modo perentorio che la Cina “non copierà mai il modello politico occidentale ” ma persisterà “senza vacillamenti” sulla via del socialismo con caratteristiche cinesi». Non riempie di speranza tutto ciò? Lasciatemi sfogare: viva la patria del «socialismo di mercato» che ospita un quinto della popolazione mondiale. «I media dell’Imperialismo», che forse confidavano in uno sbracamento in stile sovietico del «socialismo con caratteristiche cinesi», sono serviti: l’uscente Hu Jintao «ha già contribuito a far cadere queste speranze di una restaurazione capitalistica in Cina a breve termine». Non ci rimane che sperare nel lungo termine. «Purché non sia troppo lungo!», ammonisce Keynes.

Particolarmente apprezzata dai socialisti con caratteristiche cinesi del Bel Paese è sta la «svolta ecologista» impressa dal XVIII Congresso alla politica economica del PCC. Scrive ad esempio Diego Angelo Bertozzi, dopo aver reso omaggio alle «innovazioni e nuovi obiettivi, ma senza rottura», decisi dal Congresso: «Dal punto di vista ideologico, il socialismo con caratteristiche cinesi [ci risiamo!] si arricchisce di un nuovo principio guida, che va ad aggiungersi al marxismo-leninismo, al pensiero di Mao Zedong, alla teoria di Deng Xiaoping e a quella della Triplice rappresentanza: il “concetto di sviluppo scientifico” come indicazione d’azione di fronte ad uno sviluppo economico scoordinato e caratterizzato dall’eccessivo consumo delle risorse energetiche, dall’inquinamento e dal crescente divario tra ricchi e poveri» (Marx XXI.it, 12 novembre 2012). Di tutta la rancida fuffa ideologica appena riportata, di vero c’è soltanto il violento impatto sociale e ambientale del colossale Capitalismo cinese. Fiumi inquinati e deviati, laghi inquinati e prosciugati, deforestazione selvaggia, terre sommerse da “bibliche” colate di cemento, fabbriche ultra inquinanti e via di seguito, nel più classico stile capitalistico, di un Capitalismo, per giunta, nella sua fase di ascesa storica.

Com’è noto, ogni anno in Cina le proteste popolari contro «uno sviluppo economico scoordinato e caratterizzato dall’eccessivo consumo delle risorse energetiche, dall’inquinamento e dal crescente divario tra ricchi e poveri» sono numerosissime, e il regime non può “gestirle” solo con il pugno di ferro. Esso deve per un verso vendere la merce ideologica di una nuova sensibilità e responsabilità “ambientalista”, e per altro verso correre ai ripari dove è ancora possibile, perché il Capitale lasciato a se stesso, non frenato in qualche modo e misura da una legislazione sociale che tenga conto degli interessi generali del Dominio sociale capitalistico, condurrebbe all’estinzione di tutte le risorse, comprese quelle “umane”, nel volgere di poche generazioni. Come ha spiegato ottimamente Marx, la legislazione sociale che si sviluppò ad esempio in Inghilterra dopo gli “eccessi” dell’accumulazione capitalistica originaria ebbe questo preciso significato sociale “conservativo”.

Senza contare il forte risvolto economico insito nella «rivoluzione ecologica» (sempre con caratteristiche cinesi): «Una tale svolta significherebbe, tra l’altro, un cambiamento radicale nel ruolo della Cina nel sistema e nel mercato globale: da arbitro globale del salario potrebbe diventare l’arbitro globale delle dinamiche della produttività totale. La Cina, assieme ad altre economie chiave dal punto di vista ‘verde’, la Germania ad esempio, potrebbe diventare in tal modo il fulcro della ri-organizzazione della divisione internazionale del lavoro, un processo economico e geopolitico chiave. Sta di fatto che parlare ed agire in senso “ambientale” per la Cina significa acquisire tecnologie, conoscenze, capacità di governo che sono caratteristiche di almeno due paesi, due potenze avanzate, il Giappone in primo luogo e la Germania in secondo luogo» (dal sito Good Morning Asia, 13 novembre 2012).

Il “punto I”. Come Imperialismo.

Per il vetero-terzomondista Samir Amin, «i paesi emergenti, soprattutto la Cina, sono intenti a decostruire» i vantaggi acquisiti nel tempo su scala planetaria dall’Imperialismo (leggi, ovviamente, Nord del mondo «a guida americana»): «la Cina lascia che il sistema finanziario mondializzato, si distrugga. E finanzia anche la sua autodistruzione attraverso il deficit americano e costruendo in parallelo mercati regionali indipendenti o autonomi attraverso “il gruppo di Shanghai”, che comprende la Russia, ma potenzialmente anche l’India ed il Sud-est asiatico. Sotto Clinton, una relazione della sicurezza americana prevedeva anche la necessità di una guerra preventiva contro la Cina. È per farvi fronte che i cinesi hanno scelto di contribuire alla morte lenta degli Stati Uniti, finanziandone il deficit. La morte violenta di una bestia di questo genere sarebbe troppo pericolosa» (Intervista rilasciata a Contropiano.org, 8 novembre 2012). Una gigantesca lotta sistemica (economica, tecnologica, scientifica, politica, ideologica) tra imperialismi scambiata per una “lotta di classe” tra Nord e Sud del mondo: possibile? Possibile! Ancora nel 2012, dopo i metaforici muri di Berlino presi sulla zucca? E dopo le Tienanmen? Possibilissimo.

Rinvio a:
Cineserie. Aspettando il Congresso del PCC.
Il “socialismo di mercato” cinese non è un ossimoro, è una cagata pazzesca!
Cina: ora per allora.