BREXIT, THE DAY AFTER. Il punto sulla guerra in Europa.

soqueen102Il brusco sommovimento politico che si è prodotto al centro dell’Unione Europea dopo l’esito pro-Brexit del referendum del 23 giugno non è che l’ultimo atto di una crisi sistemica che ormai si trascina da anni, e che si è andata approfondendo via via che il processo di globalizzazione capitalistica e la crisi economica internazionale deflagrata circa otto anni fa hanno reso evidenti tutti i limiti, tutte le contraddizioni e tutte le ambiguità interne al progetto “europeista” fin dalle sue origini. Quando, nel gennaio del 1973, la Gran Bretagna entrò a far parte, insieme alla Danimarca e all’Irlanda, della Comunità Europea essa mostrava tutti i segni della vecchia Potenza declinante ormai da almeno sette decenni, non potendo più nascondere dietro un orgoglioso retaggio storico gli acciacchi e le ferite di un Paese alle prese con gravi problemi economici e sociali – gli stessi che da lì a poco avrebbero generato la cosiddetta «controrivoluzione thatcheriana», un tentativo abbastanza riuscito di ristrutturazione/modernizzazione del Capitalismo d’Oltremanica. Già alla fine della Seconda guerra mondiale a Winston Churchill apparve chiaro come solo nel contesto di un’Europa in qualche modo unificata il Regno Unito avrebbe potuto recitare ancora un ruolo di respiro internazionale, comunque tale da consentirgli di non subire in modo schiacciante la leadership degli Stati Uniti, la Potenza di gran lunga più forte sul versante occidentale, la sola che insieme all’altro imperialismo pro tempore alleato, quello Russo, poteva davvero dichiararsi vincitrice – non solo ai danni del Giappone, della Germania e dell’Italia, ma anche ai danni della Francia e della stessa Gran Bretagna, nazioni ormai surclassate in quanto centri imperialistici di rango mondiale. Churchill fu allora il solo statista europeo a evocare gli «Stati Uniti d’Europa» come la sola via da imboccare per portare le nazioni europee fuori dalla tradizionale e sanguinosa competizione nazionalistica.

Fin da subito però la prospettiva “europeista” dello statista inglese venne a scontrarsi non solo con gli interessi delle fazioni borghesi del suo Paese legate finanziariamente agli Stati Uniti, ma anche con la posizione protezionista e statalista che faceva capo soprattutto al Partito Laburista e ai sindacati, i quali temevano la situazione che si sarebbe creata in Gran Bretagna in seguito a una sua maggiore integrazione nel progetto europeo messo in campo dalla Francia e dalla Germania. A partire dagli anni Sessanta Londra guardò con crescente preoccupazione la rapida ascesa economica della Germania pur dimezzata (la RFT), la cui forza sistemica l’aveva ben presto posta nuovamente al centro del processo di unificazione europea, cosa che, come scriveva il generale Carlo Jean, «ha indotto non pochi commentatori ad affermare – spesso malevolmente – che il vero vincitore del ciclo storico delle guerre mondiali sia stata la Germania. Quest’affermazione può suonare paradossale; ha tuttavia il merito di sottolineare che l’impiego di strumenti puramente economici può consentire il riassetto della economia internazionale in modo addirittura più efficace del ricorso alla forza militare» (Manuale di geopolitica). Con «ciclo storico delle guerre mondiali» occorre intendere, secondo Jean, il lungo periodo che va dalla Prima guerra mondiale alla fine della cosiddetta Guerra Fredda, culminata agli inizi degli anni Novanta nella Riunificazione Tedesca e nella dissoluzione dell’Unione Sovietica, eventi che solo qualche anno (o mese) prima quasi nessun politico o geopolitico del pianeta riteneva possibili, quantomeno a breve/medio termine, e certamente non auspicabili.

Come ho scritto altre volte, il cosiddetto “sogno europeo” nasce sulle ceneri di un’Europa distrutta da cinque anni di guerra totale, in parte come tentativo degli Stati Uniti di rafforzare le proprie posizioni imperialistiche nel Vecchio Continente, soprattutto in funzione antisovietica; e in parte come tentativo posto in essere dalle nazioni del Vecchio Continente inserite nella “sfera di influenza” americana avente come obiettivo la creazione di un polo economico-politico in grado di smarcarsi dagli interessi americani che non si armonizzavano con i loro, e nelle condizioni di competere con i maggiori agglomerati capitalistici del pianeta. Massimo Fini esprime bene questa esigenza: «Io direi che [la Brexit] sarà un vantaggio per l’Europa. Ammettiamolo: l’Inghilterra non è mai stata europea, semmai è sempre stata legata a doppio filo agli Stati Uniti, che sono un alleato torbido che ci ha trascinato nelle situazioni peggiori. Gli inglesi, nel disegno dell’Europa unita, erano un corpo estraneo. Ce ne siamo sbarazzati. Noi e la Francia saremo quelli che dalla Brexit trarremmo vantaggi più degli altri. Soprattutto economicamente. Adenauer e gli altri avevano perfino pensato ad un esercito europeo, ma Washington bloccò tutto. Eppure, oggi, per evitare di essere stritolata da Cina, India, America, l’Europa occorre che sia unita. Il problema vero non è l’Europa, sono le istituzioni europee» (Libero Quotidiano). «Il problema vero non è l’Europa, sono le istituzioni europee» (variante: «il problema non è l’Europa ma questa Europa»): è il mantra oggi più ripetuto a “destra” come a “sinistra”. Vediamo come declina il concetto Yanis Varoufakis, l’ex eroe della “sinistra radicale” europea: «Il ceto medio e la classe lavoratrice sono andati a votare contro l’ormai ex premier Cameron perché sono i più danneggiati dal progressivo taglio dello stato sociale e dall’aumento delle tasse, in linea con i diktat di Bruxelles. Non hanno rigettato l’Europa ma le modalità dell’eurocrazia. Se le cose non cambiano, vedremo il trionfo dei nazionalismi. Per questo un populista come Donald Trump festeggia» (Il Fatto Quotidiano). Traduco in termini “volgari”: i maltrattati dalla crisi e dalla ristrutturazione capitalistica non hanno rigettato il Capitalismo tout court (e questo lo avevo capito anch’io) ma una sua variante particolarmente brutta, sporca e cattiva, il cui successo è da ricercarsi in un establishment europeo asservito agli interessi del liberismo selvaggio e della Germania. «In questi mesi», continua l’infaticabile Yanis, «sono stato spesso nel Regno Unito a fare campagna a favore del Remain nelle zone più disagiate e ho faticato molto a convincere gli abitanti che non bisogna distruggere ma cambiare l’Europa perché uniti si è più forti e si pesa di più. [Occorre] fortificare l’Europa, facendola diventare una federazione e indebolendo l’establishment». Si tratta della necessità dell’imperialismo unitario europeo declinata, per così dire, da “sinistra”. Ritorniamo adesso a “destra” dello schieramento borghese.

L’antiamericano Fini non crede, e ciò può forse sorprendere chi conosce l’impianto passatista delle sue idee, che la chiusura nazionalista/sovranista sia la risposta adeguata alla globalizzazione: «Magari. In linea teorica e anche storica sarei d’accordo. Ma in questo momento storico [la chiusura nazionalista/sovranista è] un’utopia. Da soli verremmo schiacciati, lo ripeto. Oggi dobbiamo comunque fare un pacchetto di mischia». La metafora rugbista rende particolarmente bene l’idea. D’altra parte, non bisogna avere necessariamente un’intelligenza superiore alla media per capire la natura dello scontro interimperialistico in atto ai nostri tempi. Eppure, non sono pochi gli intellettuali, di “destra” e di “sinistra”, che credono nella possibilità del Capitalismo in un solo Paese – meglio se «di Stato», magari spacciato ai gonzi come «Socialismo del XXI secolo». Misteri della fede! Forse conviene chiedere lumi a Giuliano Ferrara, uno fra i più lucidi e intelligenti apologeti del «Capitalismo reale»: «Brexit vuol dire votare contro l’insicurezza del capitalismo mondializzato. Malgrado la cura liberista degli anni Ottanta benedetti, che ha ridotto la povertà nel mondo ma ha squilibrato la distribuzione della ricchezza e della mobilità sociale mettendo sotto pressione la classe media d’occidente, viviamo in questa parte del globo in un protettivo mezzo benessere diffuso che la sregolatezza programmata del capitalismo di mercato minaccia fin dentro la vita quotidiana di grandi masse, grandi numeri di forte impatto elettorale. […] Ma i cinesi, gli indiani, gli africani, i russi per la loro parte (ambigua e ancipite come sempre), insieme con i giovanotti e le giovanotte nati alla fine del secolo scorso, sono tuttora un partito del capitalismo o dei suoi spiriti animali difficile da sventrare, da far rientrare nei ranghi con una bella reazione occidentalistica, cioè neonazionalistica, regionalistica, piccole patrie. Bè, staremo a vedere. Comunque il caso della Brexit sta nella storia accidentata del capitalismo dopo la fine della storia, sta lì, non altrove» (Il Foglio). Non è che rimettere dentro il tubetto il dentifricio versato accidentalmente appare un’impresa titanica, se non impossibile: si tratta piuttosto della naturale dimensione planetaria del Capitalismo, le cui potenti linee di forza ridisegnano continuamente il profilo del mondo, e ciò accade sulla macro-scala come sulla micro-scala, riguarda le nazioni come le più piccole aree regionali*, le classi sociali come i singoli individui, le strutture economiche come le infrastrutture politico-istituzionali. Sotto il Capitalismo la società mondiale è terremotata in modo permanente, ed è ovvio che gli effetti più macroscopici di questa precaria condizione si registrano là dove momentaneamente si accumulano le maggiori contraddizioni – economiche, sociali, demografiche, etniche, culturali, politiche, ecc. Per questo leggere la Brexit nei termini di un anacronistico ritorno indietro è, a mio avviso, sbagliato e forviante, perché non si coglie la natura del magma sociale che si è contingentemente manifestato appunto come «voto contro l’insicurezza del capitalismo mondializzato». Ricordo a me stesso che la chiusura protezionistica degli anni Trenta precipitò il mondo nell’abisso del massacro indiscriminato scientificamente organizzato ed eseguito, certo, ma lo aprì anche a una nuova e più accelerata espansione dei rapporti sociali capitalistici – vedi alla voce “globalizzazione”. Quanto al «capitalismo dopo la fine della storia» di cui parla Ferrara, si tratta di una vecchia polemica interna all’intellighenzia occidentale, una disputa tra i detrattori e i sostenitori («al netto di tutti gli errori e di tutti gli orrori») del cosiddetto «Socialismo reale»**. Mi scuso per le divagazioni e riprendo il filo del discorso. Quantomeno ci provo.

Non bisogna dimenticare un nodo centrale dell’intricata matassa: la mai sopita Questione Tedesca. Scrive ad esempio Manlio Graziano: «L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea costringe la Francia a cercare nuovi antidoti per bilanciare l’egemonia riluttante della Germania: il nazionalismo e gli Usa» (Limes). È ritornata la Questione Tedesca, scrive Graziano; per come la vedo io, quella vecchia Questione non ha mai lasciato la scena della storia europea e mondiale.

Come limitare, controllare da vicino e, all’occorrenza, sfruttare la “naturale” potenza sistemica tedesca? La politica estera europea degli Stati Uniti, della Francia e della Gran Bretagna in larga parte si spiega alla luce del dilemma Tedesco, e la cosa è apparsa evidente ai tempi dell’Ostpolitik***, della politica tedesca di penetrazione economica (commerciale e finanziaria) nell’Europa Orientale spalleggiata dall’Unione Sovietica e vista come il fumo negli occhi appunto da Washington, Londra e Parigi.

Alla fine degli anni Ottanta l’ex Cancelliere tedesco Helmut Schmidt dichiarò che «l’unico vero leader [europeo] è Margaret Thatcher», per aggiungere subito dopo: «Ma lei ha scarso interesse per l’Europa». Era il tempo in cui la Germania e la Francia spingevano, sulla base di interessi nazionali non sempre convergenti, verso una maggiore integrazione del mercato unico europeo e promuovevano con rinnovato vigore il progetto di una Banca Centrale Europea (centrata, quantomeno agli inizi, sulla Bundesbank) e di una moneta unica (egemonizzata dal forte e austero “spirito” del marco tedesco). La Francia cercò di moderare quanto e come le fu possibile quel processo che in larga misura essa subiva; il Paese d’Oltralpe si sforzò di marciare accanto alla locomotiva tedesca per frenarne il naturale espansionismo nel cuore stesso del Vecchio continente e per accreditarsi, in concorrenza con il Regno Unito, come centro politico-militare di prima grandezza nell’Unione Europea in formazione. Alla Germania la condizione di gigante economico e di nano politico-militare andava benissimo, tanto più alla luce della recente Unificazione, ottenuta senza l’impiego di un solo Panzer, di un solo cacciabombardiere, di un solo soldato. Nasce così il mito della «Potenza riluttante», del Paese politicamente egemone suo malgrado, controvoglia. Alla vigilia della Riunificazione Helmut Kohl disse che bisognava creare subito una forte Unione Europea affinché non prendesse corpo lo spettro di un’Europa a egemonia tedesca; la dichiarazione non rasserenò certo gli “alleati”, e soprattutto a Londra e a Washington le parole del Cancelliere tedesco forse suonarono evocative in modo davvero inquietante, se non addirittura minacciose.

La Gran Bretagna ha sempre cercato di giocare al meglio tanto la carta della sua “relazione speciale” con gli Stati Uniti, quanto quella che le deriva dalla sua collocazione geopolitica immediata, cioè dall’essere – checché ne pensi Jean-Claude Juncker! – un Paese europeo, e non raramente essa si è servita della carta europea per colpire gli interessi politici e finanziari americani tutte le volte che questi interessi sono entrati in rotta di collisione con i suoi. Ma a differenza di Parigi e di Roma, Londra non ha mai civettato con il cosiddetto “sogno europeo”, e non ha mai smesso di attaccare gli ideologi del superamento dello Stato nazionale foraggiati da Bruxelles, ed è per questo che nel fatidico 1989 Jacques Delors arrivò ad accusare la Lady di Ferro di voler ingannare i sudditi di Sua Maestà «sull’importanza reale dello Stato-nazione oggi», non mancando di aggiungere la seguente velenosa, ma non del tutto infondata, annotazione: «Lo sciovinismo può essere un bel paravento per nascondere venti anni di declino». Detto en passant, quanto a sciovinismo e a declino la Francia, almeno negli ultimi tre decenni, non ha avuto rivali.

Come si vede, mutatis mutandis i Paesi europei si trovano oggi alle prese con i problemi di sempre (tipo: è possibile europeizzare la Germania? è possibile usare la sua forza economica per creare un forte polo imperialistico europeo?), aggravati naturalmente da quanto è successo negli ultimi vent’anni nel mondo, a cominciare dalla tumultuosa ascesa capitalistica della Cina e dal nuovo dinamismo politico-ideologico-militare della Russia di Putin.

Scrive Slavoj Žižek commentando a caldo l’esito, per lui infausto, del referendum britannico: «Il referendum sulla Brexit è la prova definitiva che l’ideologia (nel buon vecchio senso marxista di “falsa coscienza”) è viva e vegeta nelle nostre società» (Newsweek). Non c’è dubbio. Peccato che l’intellettuale sloveno veda l’ideologia che alberga nelle posizioni politiche dei suoi avversari (i sostenitori della Brexit e i sovranisti-nazionalisti attivi in tutta l’Europa per distruggere la Comunità Europea), mentre non ha la minima contezza dell’ideologia che informa la sua posizione europeista, reazionaria almeno quanto lo è quella che egli avversa. Un solo esempio: «Guardate gli strani compagni di letto che si sono trovati insieme nel campo Brexit: destra “patriota”, nazionalisti, populisti che alimentano la paura degli immigrati, mescolati con la classe operaia arrabbiata e disperata. Una tale miscela di razzismo patriottico e di rabbia non è il terreno ideale per una nuova forma di fascismo?». Concordo. Ma i «compagni di letto» che si sono trovati insieme nel campo opposto, il campo europeista e “internazionalista” (sic!), dovrebbero forse ispirare una maggiore simpatia presso chi si batte per l’emancipazione dell’umanità dalla dittatura capitalistica mondiale? A quanto pare per Žižek la risposta non può che essere un grande . E a questo punto, diventato evangelico per dispetto, sentenzio: Chi non ha peccati ideologici che pesano come macigni sulla propria coscienza, scagli la prima pietra! Ma anche: Perché guardi la pagliuzza ideologica nell’occhio del vicino, mentre non badi alla trave che dimora nel tuo occhio?

«La Brexit potrebbe infondere nuova vita alla sinistra politica?», si chiede lo sloveno, per rispondere abbastanza sconsolato che «la sinistra esistente è ben nota per la sua capacità mozzafiato di non perdere l’occasione di perdere l’occasione». Come ben sanno i miei lettori, io non ho nulla a che fare con «la sinistra esistente», né ho mai avuto qualcosa da spartire con «la sinistra» che l’ha preceduta, quella per intenderci che nel fatidico 1989 rimase sotto le macerie del noto Muro – e che non poté schivare gli schizzi di sangue provenienti da Piazza Tienanmen. Quello che esibisco forse non è un titolo di merito, ma è certamente un fatto, forse significativo solo per chi scrive. Pazienza! Questo semplicemente per dire che non mi sento nemmeno sfiorato dall’ironia di Žižek. Ma «occasione», poi, per fare cosa? Forse per superare i vigenti rapporti sociali capitalistici attraverso una rivoluzione e in vista della Comunità umana mondiale? Non sia mai detto! Questa è minestra riscaldata forse buona per utopisti appiccicati come patelle allo scoglio delle vecchie “ideologie novecentesche”. Ci vuole ben’altro! E allora? Allora leggiamo i consigli autenticamente “rivoluzionari” dello sloveno: «Ricordiamo il vecchio motto di Mao Ze Dong: “Tutto sotto il cielo è nel caos più totale; la situazione è eccellente”. Una crisi è da prendere sul serio, senza illusioni, ma anche come possibilità da sfruttare appieno. Anche se le crisi sono dolorose e pericolose, sono il terreno su cui le battaglie devono essere combattute e vinte. Vi è la necessità di un nuovo progetto pan-europeo che affronti le vere sfide con cui l’umanità deve oggi confrontarsi». «Un nuovo progetto pan-europeo»: si tratta forse di una Comunità Europea “dal volto umano”, o quantomeno – e più realisticamente? – in grado «di combattere “accordi” commerciali e di investimento come il TTIP, che presentano una vera e propria minaccia per la sovranità popolare, e in grado di affrontare catastrofi ecologiche e gli squilibri economici che allevano nuove povertà e le migrazioni»? Decisamente la prospettiva “mozzafiato” delineata da Žižek mi attrae poco, diciamo; egli non vuole ignorare «il disperato bisogno di cambiamento che il voto [sulla Brexit] ha reso palpabile», e denuncia «la confusione che sta alla base del referendum e che non si limita all’Europa», essendo «parte di un processo molto più ampio della crisi della “fabbrica del consenso democratico” nelle nostre società»; denuncia «il crescente divario tra istituzioni politiche e la rabbia popolare, la rabbia che ha dato alla luce Trump nonché Sanders negli Stati Uniti». Žižek, come Varoufakis, ci avverte insomma che la casa occidentale sta andando a pezzi e che occorre inventarsi qualcosa per salvarla: auguri! Diciamo…

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* Non a caso il Professor Miglio, cosiddetto teorico della Lega, teorizzò agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso le Macroregioni europee, assemblate secondo affinità economico-sociali (omogeneità sistemica), senza alcun riguardo per i vecchi e ormai obsoleti confini statuali/nazionali. La stessa Unione Europea, considerata da una prospettiva mondiale, appare come una macroregione.

** A proposito di «fine della storia», ecco cosa scrive Ottone Ovidi, sostenitore del recupero della riflessione storica come momento essenziale della lotta di classe: «Venuta meno l’esperienza dell’Unione Sovietica, che al di là del giudizio storico o politico che la può accompagnare rappresentava per milioni di persone nel mondo la possibilità stessa di una società diversa [gran bella diversità, non c’è che dire…], la società contemporanea sembra galleggiare in un eterno presente, un eterno da “fine della storia”, dove l’umanità avrebbe trovato finalmente la quadra per vivere e prosperare. La storia è una componente essenziale della creatività storica ed ideologica. […] Se privassimo la storia del suo contenuto ideologico, segnico, non rimarrebbe assolutamente niente» (Sinistrainrete). Inutile dire al lettore che conosce come la penso circa l’esperienza dell’Unione Sovietica quanto il «contenuto ideologico, segnico» di cui parla Ovidi mi sia oltremodo disgustoso. Alla memoria storica di Ovidi preferisco di gran lunga un sereno oblio, magari cullato dal dolce vino di Treviri.

*** È appena il caso di ricordare che la Ostpolitik, la politica di “apertura” verso l’Est, fu varata dal socialdemocratico Willy Brandt, ex borgomastro di Berlino diventato Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca nel 1969. Con l’Ostpolitik la penetrazione mercantile e finanziaria della Germania Ovest assume una più adeguata fisionomia politico-ideologica e una maggiore efficacia. Il Partito liberale tedesco, espressione di non pochi importanti gruppi industriali e finanziari molto interessati ai mercati “socialisti” e alle materie prime dell’Est, fu forse il più tenace assertore della nuova politica estera “distensiva”, la quale accelerò quel processo di attrazione sistemica lungo l’asse Bonn-Berlino che culminerà vent’anni dopo nella Riunificazione. Stati Uniti, Francia e Inghilterra dovettero fare buon viso a cattivo gioco dinanzi a una strategia che di fatto essi osteggiarono, per evidenti motivi concorrenziali, nei limiti delle loro possibilità. Per la già boccheggiante Unione Sovietica, militarmente forte ma economicamente già assai debole (in un modo allora non ancora sospettato dai più), l’Ostpolitik rappresentò invece una boccata d’ossigeno, probabilmente l’ultima prima del lungo rantolo finale. Insomma, con l’Ostpolitik ci troviamo dinanzi a una formula di straordinario successo dell’imperialismo tedesco.

 

IL PUNTO SULLA CRISI GRECA

tsipras-varoufakis-by-benny-686979Come commentare l’ultima messa in scena parlamentare greca? Il risultato è quello che un po’ tutti gli analisti politici del mondo si attendevano: il famigerato Terzo Memorandum approvato con i voti dell’opposizione, spaccatura di Syriza, cambiamento nella natura politica del governo Tsipras, i leader dell’opposizione “responsabile” pronti a incassare il giusto compenso. Sotto la pressione dei «superiori interessi nazionali» e della minaccia di un’imminente ondata populista di destra può anche darsi che la ferita inferta dal Memorandum sul corpo del Partito del Premier greco possa rimarginarsi rapidamente. Ma può anche aprirsi uno scenario politico completamente diverso: tutto è estremamente fluido e caotico. Non ci resta che seguire gli eventi. Da spettatori, ahimè!

Ciò che invece appare sempre più chiaro è quello che è avvenuto nell’Unione Europea dopo il 5 luglio, ossia all’indomani dello «storico» referendum che ha visto trionfare alle urne i No (non si sa bene esattamente a cosa). I falchi tedeschi guidati da Wolfgang Schäuble hanno approfittato dell’azzardo tentato dall’ex strana coppia di Atene per prodursi nel più classico dei contropiedi. O, per rimanere nella metafora calcistica, Tsipras e Varoufakis sono stati protagonisti di un bellissimo autogol. Ma, come si dice, chi non fa non falla, chi non risica non rosica: si tratta piuttosto di vedere la natura del gioco, più che di criticare l’astratta volontà di giocare dei protagonisti.

Un azzardo, va detto subito a scanso di antipatici equivoci, concepito e realizzato, con i risultati che vediamo, interamente sul terreno delle compatibilità capitalistiche. Solo degli sprovveduti (alludo ad esempio ai socialsovranisti fissati con il neoliberismo o “liberismo selvaggio” e con la “filosofia austerica”*) possono scomodare, a proposito della strategia negoziale dell’ex strana coppia di Atene, i concetti di “rivoluzione”, “lotta di classe” e perle di simile conio. Oggi il simpatico Massimo D’Alema ha dichiarato in un’intervista che «Syriza ha una matrice eurocomunista»: ciò avvalora quanto da me sostenuto circa la natura “organicamente” borghese di quel partito. (Detto en passant, una buona parte di Piattaforma di sinistra, l’ala sinistrorsa di Syriza, ha una forte matrice «eurocomunista», ossia eurostalinis ta, e non a caso essa soffre molto la concorrenza del KKE).

Chiarito questo, bisogna brevemente considerare la dialettica interna all’ex strana coppia del Partenone: mentre per il Premier greco l’azzardo non doveva in ogni caso, nel modo più assoluto, spingersi oltre un certo limite, per non superare la soglia del non ritorno che avrebbe proiettato il Paese oltre l’attrazione gravitazionale dell’euro (e magari dell’Unione Europea), per l’ex Ministro “Marxista” delle Finanze il Game of chicken andava invece spinto fino alle estreme e necessarie conseguenze, e come egli stesso ha ammesso in un’intervista a l’Harry Lambert per New Statesman (13 luglio), all’interno del suo Ministero si era formato «un gruppo piccolo, un “gabinetto di guerra”, di cinque persone: abbiamo lavorato sulla teoria [della Grexit], abbiamo messo su carta tutto ciò che andava fatto. Ma una cosa è lavorare con quattro-cinque persone, un’altra è preparare il paese intero. Per preparare il paese serviva una decisione esecutiva, e questa decisione non è mai stata presa. La mia opinione era: dobbiamo stare molto attenti a non attivarla. Ma ho anche creduto che nel momento in cui l’Eurogruppo avesse fatto chiudere le banche, avremmo dovuto mettere in moto il processo». Ecco perché la stessa domenica del «trionfale successo referendario» Tsipras ha pregato gentilmente Varoufakis di farsi da parte.

«Non obbligo nessuno del mio partito a fare ciò che non vuole», ha dichiarato il Premier greco nella sua intervista televisiva del 14 luglio; «ma certe volte l’ideologia purista non serve». A cosa alludeva Tsipras con «ideologia purista»? Naturalmente al populismo sinistrorso che oggi ha nel bel tenebroso Yanis la sua nuova bandiera e forse il suo nuovo leader politico. «Essere un eccellente studioso non significa necessariamente essere un buon politico», ha detto di lui Tsipras dopo che l’ex sodale politico l’ha accusato praticamente di essere parte di un vero e proprio colpo di stato: «Nel 1967 le potenze straniere usarono i carri armati per mettere fine alla democrazia greca. Nel 2015 c’è stato un altro golpe delle potenze straniere, che hanno usato le banche invece dei carri armati». Qui l’ex Ministro sa di toccare corde sensibilissime: quelle che legano il «popolo greco» al carro del più ottuso nazionalismo, tipico dei popoli che hanno la ventura di vivere in Paesi tanto capitalisticamente deboli quanto ricchissimi di – infondate – velleità di potenza – magari chiamando in causa un lontanissimo retaggio storico.

Marcello Esposito esprime bene la confusione e lo stupore che dal 6 luglio regnano nella testa di gran parte degli analisti che da mesi seguono (non pochi indossando la casacca del tifoso) la crisi greca e che sono rimasti completamente spiazzati dall’esito dell’azzardo (o bluff, secondo alcuni critici): «Attaccare il premier greco Alexis Tsipras quando anche il suo ex ministro delle finanze Yanis Varoufakis e la “brigata méditerranée” gli voltano le spalle non fa molto onore. Ma la successione degli eventi in questi ultimi quattordici giorni e l’esito finale, peraltro ancora tutto da scrivere, sono così surreali da generare la sensazione di aver vissuto come in un sogno collettivo. Qualcuno dovrà prima o poi spiegare al popolo greco su cosa abbia votato domenica scorsa e perché lo stesso premier che aveva invitato a votare Oxi a un piano – peraltro scaduto – abbia poi trattato per ottenere condizioni ancora più dure di quelle originali» (Linkiesta, 14 luglio 2015). Io ho provato a dare una prima risposta in un post del 9 luglio, prima cioè che l’Asse del Nord guidato dalla Germania concretizzasse il contropiede ai danni del governo greco:

«Come si spiega l’improvviso “voltafaccia” di Tsipras? Probabilmente il Premier greco aveva paura di spaccare il suo partito, che ha cercato di ricompattare attraverso la drammatizzazione dello scontro. «Uno degli uomini più fidati di Alexis Tsipras riassume, sorseggiando un caffè in un bar di Monastiraki: “Abbiamo vinto il referendum, ricompattato Syriza, messo a tacere l’opposizione, che ci appoggia in tutto, e messo all’angolo la Germania» (Tonia Mastrobuoni, La Stampa, 8 luglio 2015). Il clima da ultima spiaggia che si è creato in Grecia potrebbe anche far ingoiare al Paese il rospo dell’”inaccettabile diktat” rifiutato solo ieri, magari in cambio di un riconoscimento politico delle ragioni del “popolo greco”, cosa che peraltro anche il Super Falco Wolfgang Schäuble non ha mancato di fare con la consueta teutonica schiettezza: «Rispettiamo l’esito del referendum ma, nel quadro delle regole dell’Eurozona, senza un programma non è possibile aiutare la Grecia. È chiaro però che la Ue ha anche una certa responsabilità verso la Grecia. Tutto dipende dal governo greco». Oggi Schäuble ha riproposto la sua ricetta, tutt’altro che provocatoria, per la Grecia: uscita del Paese dall’euro per un periodo congruo, ossia almeno cinque anni di dure riforme strutturali (rese sostenibili sul versante “umanitario” attraverso generosi finanziamenti dell’Unione e delle altre “Istituzioni”), di abbattimento del debito («un vero taglio del debito è inconciliabile con l’appartenenza all’unione monetaria») e di “rivoluzione culturale” idonea a introiettare nella società civile ellenica i principi che ispirano tutte le formiche del mondo. Sono sicuro che in Grecia non pochi la pensano come lui, anche se non lo direbbero nemmeno sotto tortura. D’altra parte, che il decrepito Capitalismo ellenico abbia bisogno di una radicale modernizzazione non lo nega nessuno, a cominciare da Varoufakis: «Fin dall’inizio io l’ho pensata così: la Grecia è un paese che si è arenato tanto tempo fa. È chiaro che dobbiamo riformare il paese – siamo d’accordo [con Tsipras] su questo punto» (New Statesman). Anch’io, nel mio infinitamente piccolo, l’ho sempre sostenuto: euro o dracma, Unione Europea o (più o meno chimerica) autonomia nazionale, per i nullatenenti e per tutti gli strati sociali rovinati dalla crisi si apre un orizzonte di più duri sacrifici.

new-drachma-goldcore_-620x291 (1)«Se la Grecia geograficamente si trovasse al posto del Portogallo, anziché nel mezzo del Mediterraneo fra Siria e Turchia, sarebbe già fuori dall’euro. Conoscendo bene la geografia politica Tsipras l’ha usata per cercare di ricattare l’Europa. Gli è andata male» (Alesina e Giavazzi, Il Corriere della Sera, 14 luglio 2015). Diciamo che i frutti della sponda geopolitica, che Tsipras (e chi verrà dopo di lui) non smetterà di coltivare, non si sono ancora visti. E diciamo anche che probabilmente l’ex strana coppia greca ha gravemente sottovalutato il decisionismo tedesco, il quale non si è (ancora) lasciato intimorire dal fuoco di sbarramento proveniente dalla concorrenza imperialistica: Stati Uniti e Russia, in primis.

Scrive il filosofo “marxista” Alain Badiou: «Sullo sfondo, si agitano timori geopolitici. E se la Grecia si rivolgesse verso qualcun altro di diverso dai padri e dalle madri fustigatori dell’Europa? Allora, io direi: ogni governo europeo ha una politica estera indipendente. Contro le pressioni alle quali è sottomessa, la Grecia può e deve avere una politica altrettanto libera. Siccome i reazionari europei vogliono punire il popolo greco, quest’ultimo ha il diritto di cercare degli appoggi esteriori, per diminuire o impedire gli effetti di questa punizione. La Grecia può e deve rivolgersi alla Russia, ai paesi dei Balcani, alla Cina, al Brasile, e anche al suo vecchio nemico storico, la Turchia». Cito questa posizione perché essa esprime bene l’esatto opposto di quanto vado predicando – inutilmente, lo so – io: l’autonomia di classe, sul terreno nazionale come su quello internazionale. Molti “marxisti” credono di poter fare la storia della lotta di classe nello stesso momento in cui partecipano alla storia della lotta interborghese e interimperialistica, ossia alla lotta che il Dominio fa all’umanità in generale e alle classi subalterne in particolare. Non si insisterà mai abbastanza sulla sindrome della mosca cocchiera in guisa “marxista”.

Sul famigerato Terzo Memorandum ho davvero poco da dire, anche perché il testo è talmente chiaro, soprattutto nelle sue intenzioni e implicazioni politiche, che difficilmente esso si presta a equivoci, se non sul terreno della propaganda politica, come in questi giorni ha cercato di fare penosamente Tsipras per vendere in patria una pessima merce. «Abbiamo dato una lezione di dignità», ha detto oggi il Premier greco; la «dignità nazionale» è l’ultima merce politico-ideologica che rimane da vendere alla gente in momenti di acuta crisi sociale. Certo, dovremo fare dei sacrifici, pure duri, ma nessuno potrà toglierci la nostra dignità, mai! Magari le mutande sì, ma la dignità… Ovviamente più penoso di Tsipras c’è solo il suo fan italiano che cerca di difenderlo “a prescindere”. Si capisce, anche quelli che volevano usare Tsipras come un Cavallo di Troia antieuropeo e adesso lo accusano di essere diventato (eterogenesi dei fini? astuzia della storia?, destino cinico e baro?) un Cavallo di Troika al servizio di Berlino e Bruxelles non scherzano quanto a penosità, se così posso esprimermi.

merkel-grexit-grecia-tsipras-cavallo-troika-689649Scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera: «Tsipras è tornato solo da una serie di vertici a Bruxelles. In che misura sia ancora vivo per la politica ellenica ed europea, lo potranno dire solo i prossimi mesi. Ma la domanda alla quale fin da subito vorrebbero poter rispondere in molti attorno a lui è ancora più spiazzante: a soli 40 anni, un leader è abbastanza duttile per potersi trasformare in 20 giorni da una versione europea di Hugo Chávez in una di Ignacio Lula da Silva?». La domanda può spiazzare solo chi ha visto nell’ex caudillo venezuelano un modello del «socialismo del XXI secolo», e non una variante altrettanto reazionaria del vecchio populismo latinoamericano. Non c’è dubbio che il populismo in salsa sinistrorsa messo in piedi da Syriza per cavalcare il disagio sociale ha presentato a Tsipras un conto da pagare in termini di realismo, perché come gli ha detto il perfido Schäuble «non puoi fare alla tua gente promesse che sai di non poter mantenere». Intanto «La Bce ha alzato la liquidità d’emergenza (Ela) alla Grecia perché “le cose sono cambiate” con il voto al Parlamento greco, ha detto Mario Draghi» (Ultim’ora ANSA). Il “realismo” paga?

schaeuble-schauble-tsipras-grexit-grecia-689651* Un solo esempio: «Personalmente, devo ancora capire se Tsipras sia un erede di Marx o se sia l’ennesimo personaggio degno dello shakespeariano “tanto rumore per nulla”. Tutto questo farebbe ridere, se non facesse piangere. Di pagliacci della sinistra del gruppo Bilderberg ce ne sono già troppi in giro. È una tragedia storica di portata epocale. A giudicare dal suo operato nelle ultime ore, che ha mai a che fare il signor Tsipras con Marx e Gramsci? Nulla, ovviamente. Tsipras ha assistito al genocidio finanziario del suo popolo causato dall’euro e dalle folli politiche finanz-naziste dell’austerità selvaggia: egli stesso è greco [oh, vile traditore della Sacra Patria!]. E, non di meno, vuole mantenere l’euro: non passa giorno senza che egli rassicuri le élites finanziarie circa la propria volontà di non toccare l’euro. E, in questo modo, offre una fulgida testimonianza – se ancora ve ne fosse bisogno – del fatto che Marx e Gramsci stanno all’odierna “sinistra Tsipras” venduta al capitale come Cristo e il discorso della montagna stanno al banchiere Marcinkus. Il solo modo di riscattarsi da parte di Tsipras sta – non v’è dubbio – nel rovesciare la gabbia eurocratica guidando il suo popolo fuori dal deserto chiamato Unione Europea. [Non v’è dubbio]. È sempre più difficile, purtroppo, pensare che si vada in quella direzione» (Diego Fusaro). Difficoltà per difficoltà, tanto vale lavorare per un’uscita dell’umanità dal Capitalismo (sans phrase, come scrivono i filosofi colti)! Scherzo, si capisce. Giusto un “marxista” come Fusaro, teorico – tra le altre dialettiche cose – dell’assetto multipolare dell’Imperialismo Mondiale, poteva farsi delle illusioni sulla «sinistra Tsipras», lodata fino al 5 luglio come fulgido esempio di socialsovranismo.

A proposito della crisi greca citare il celebre aforisma marxiano sulla ripetizione della storia è quasi d’obbligo, e nemmeno Gideon Rachman ha resistito: «L’intera saga ricorda un detto di quel grande tedesco, Karl Marx: “La storia si ripete, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa“. La questione del debito greco riesce ad essere sia una farsa che una tragedia, allo stesso tempo» (Financial Times, 13 luglio 2015). La stessa cosa si può senz’altro dire per molti ex tifosi di Tsipras, mutatis mutandis: la prima volta come farsa, la seconda come macchietta.

143220388-4975abf8-45e7-4705-b673-c1c26890a340Aggiunta del 23 luglio

TIFOSERIA SUL SOFÀ

Il blogger greco Alex Andreou, scrittore e artista sostenitore di Tsipras («un uomo buono, onesto e coraggioso»), ha scritto qualche giorno fa: «Ci scusiamo con i marxisti di tutto il mondo se la Grecia si è rifiutata di commettere un suicidio uscendo dall’euro. So che avete sofferto, dai vostri divani». Qui per «marxisti» occorre intendere i sovranisti di “sinistra”, i quali peraltro sono sostanzialmente identici ai sovranisti di “destra”, salvo che per un piccolissimo ma molto antipatico aspetto: i socialsovranisti di solito amano definirsi col nome del vecchio comunista di Treviri.

Naturalmente anche rimanendo nell’euro le classi subalterne della Grecia non hanno di che gioire, esattamente come accade nel resto d’Europa e del capitalistico mondo. Ma il blogger qui menzionato rivendica un punto di vista rigorosamente patriottico («Si è coraggiosamente combattuto. E astutamente, perché la Grecia vive per combattere un altro giorno»*), non “internazionalista-proletario”, e di certo non sarò io a smuoverlo da quella ultrareazionaria posizione. Ai miei occhi egli ha solo il merito di non scomodare l’animaccia del noto Tedesco (no, non alludo a Schäuble!) per difendere il governo greco.

A proposito di tifoseria comodamente accucciata sul sofà! Scrive Paul Krugman: «Ho avuto uno choc. Non mi era passato per la testa che quelli del governo greco potessero prendere una posizione così dura senza un piano di riserva». Ma non era lui (insieme all’altro collega geniale Joseph Stiglitz) che tutti i giorni donava illuminati consigli all’ex strana coppia del Partenone Tsipras-Varoufakis? Vatti a fidare dei premi Nobel!

Continua Andreou: «Sembrava che ci fosse una fervente, irrazionale, quasi evangelica credenza che un piccolo paese, affogato nei debiti e a corto di liquidità, avrebbe in qualche modo (e quel qualche modo non viene mai specificato) sconfitto il capitalismo globale, armato solo di bastoni e pietre». No, i “marxisti” con cui polemizza Andreou non sono poi così esigenti: il loro nemico non è il «capitalismo globale», qualunque cosa questa locuzione voglia dire per il blogger greco, ma la sua variante ideologizzata come «neoliberismo» o «liberismo selvaggio». Il massimo cui aspirano questi cosiddetti “marxisti” è il vecchio Capitalismo di Stato, una rancida merce che essi cercano di vendere sul mercato politico reclamizzandola con una terminologia pseudo postmoderna (tipo: economia dei beni comuni) che per adesso inganna solo loro.

Il nostro amico greco invita comunque i “marxisti” (e i premi Nobel per l’economia) a non scoraggiarsi: «Non abbiate paura. L’accordo potrebbe rivelarsi impraticabile comunque. Syriza potrebbe spaccarsi dall’interno, il Grexit potrebbe essere forzato da coloro che hanno cercato per anni di farlo accadere. Poi valuterete quale sarà stato il migliore risultato». Dal modesto punto di vista di chi scrive la salvezza del malridotto Capitalismo greco è un pessimo risultato, sotto qualsiasi bandiera politico-ideologica tale obiettivo verrà conseguito: europeista, sovranista, neoliberista, statalista, “socialdemocratica”, “marxista”. Non c’è dubbio, comunque vada chi scrive non avrà nulla da festeggiare. Salvo imprevisti sociali che oggi non riesco nemmeno a scorgere. E non è detto che si tratti solo della mia confessata miopia! Ma, come amiamo dire col bravo artista di Poggio Bustone, lo scopriremo solo vivendo. Il guaio è che vivere non basta…

* «Il dettaglio dell’accordo resta da vedere, ma se contiene ristrutturazione, tre anni di finanza e il pacchetto di sviluppo, penso che fondamentalmente è un affare migliore [che il Grexit]. Per lo meno, ora che l’opinione sta cambiando, esso darà alla Grecia la possibilità di respirare, di valutare, riorganizzarsi e, eventualmente, pianificare un’uscita ordinata». Quando si dice onesta realpolitik!

Ultim’ora Ansa: «Il Parlamento greco ha approvato in tarda notte il secondo pacchetto di riforme concordato da Tsipras con l’Ue. Vota sì anche Varoufakis. Il premier guadagna consensi in Syriza». La realpolitik (qui contrapposta alla pura e semplice demagogia dei populisti di “destra” e di “sinistra”) si sta facendo strada anche fra i “marxisti”, più o meno irregolari, presenti in Syriza?

GRECIA. LA POSTA IN GIOCO

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Scritto oggi

La situazione è talmente confusa che la stessa tenuta del referendum previsto per il 5 luglio non è data per scontata nemmeno in Grecia, anche se a questo punto la frittata appare ormai fatta, cotta e servita. Si tratta di capire per chi essa si rivelerà più indigesta o persino avvelenata. In un’intervista rilasciata alla BBC, il Super Ministro Yanis Varoufakis ha dichiarato che «un accordo con i creditori della Grecia è sicuro al cento per cento», a prescindere dall’esito del referendum di domenica. Anche se, ha aggiunto il sofisticatissimo Varoufakis, la vittoria del No darebbe al governo di Atene più forza contrattuale mentre la vittoria del Si lo indebolirebbe e comunque sancirebbe la sua personale sconfitta politica, cosa che ne determinerebbe le immediate dimissioni. Anche Tsipras aveva detto qualche giorno fa di non essere un uomo per tutte le stagioni. Staremo a vedere. Nel frattempo, i convocati al referendum “epocale”, bombardati da tutte le parti da ogni sorta di informazione, più o meno credibile e/o verificabile, appaiono sempre più confusi e frastornati, vittime di una  propaganda interna e internazionale sempre più gridata e minacciosa. La verità è che informazione e disinformazione si rincorrono, si accavallano, si intrecciano, si fondono in una sola ciclopica menzogna messa in piedi contro i dominati, chiamati a schierarsi in uno dei due fronti che si fronteggiano. All’ombra di questa menzogna leggo l’ennesimo sondaggio, di qualche ora fa: «Il 74% dei greci vuole che il paese resti nell’eurozona: lo evidenzia il sondaggio della Alco per il quotidiano Ethnos, che ha invece mostrato una sostanziale spaccatura a metà degli elettori ellenici su cosa votare al referendum di domenica. Secondo l’indagine statistica, il 15% vorrebbe tornare ad una moneta nazionale, mentre l’11% non sa o non risponde» (ANSA).

«In Grecia non c’è un referendum tra euro e dracma», ha detto Nichi Narrazione Vendola, «ma un referendum tra l’austerità che ha impoverito milioni di europei e una Europa solidale». È la menzogna declinata da “sinistra”, dai sostenitori del Capitalismo dal volto umano, tutti schierati per il NO. L’austerità sotto l’euro e sotto il controllo dei vecchi creditori e dei vecchi “poteri forti” (con al centro la Germania); l’austerità sotto la dracma e sotto il controllo di nuovi creditori e di nuovi “poteri forti” (con al centro la Russia e/o la Cina?): lo spazio di “agibilità democratica” del popolo greco in realtà sembra estendersi nei limiti di queste due poco rincuoranti opzioni. Padella o brace: fate la vostra scelta! Il Partito dei sacrifici è unico, o “trasversale”, per usare il gergo politichese. Salvare la baracca capitalistica greca costerà carissimo alle classi subalterne greche, in ogni caso, e non a caso il “compagno” Tsipras ha usato il mese scorso parole che ricordano la Seconda guerra mondiale: «Amiamo la pace, ma quando ci dichiarano guerra siamo capaci di combattere e vincere». Lacrime e sangue, per la Patria! Chi mi conosce sa cosa penso della Patria, comunque e ovunque “declinata”.

«Per adesso la Grecia è mantenuta in vita artificialmente dall’azione decisa di Mario Draghi e la sua Banca centrale europea, grazie all’erogazione di liquidità che continua a pompare soldi nelle banche greche. Ma il deflusso di capitali dalle banche greche è sempre più veloce e il panico si è diffuso nel Paese. Le code agli sportelli bancari sono state lunghissime nell’ultima settimana e il governo ha deciso di porre per i prelievi dai bancomat un limite giornaliero di 60 euro. Anche il bancomat del Parlamento greco è andato in sofferenza e gli stessi parlamentari di Syriza hanno dovuto subire una lunga attesa nel ritiro del denaro contante. La borsa rimarrà chiusa fino a dopo il referendum e in Grecia il clima è diventato irrespirabile» (Panorama, 8 luglio 2015). Una situazione da tempi di guerra che molti non credevano possibile nell’Europa del XXI secolo. Mai dire mai! D’altronde lo stesso Mario Draghi, normalmente assai parco di immagini suggestive, aveva detto che la questione greca (che è a tutti gli effetti una questione europea) rischia di farci entrare in una «terra incognita». «Ad Atene e Salonicco è come in tempo di guerra, mentre nelle zone rurali si vive meglio. Quasi tutti hanno un orto, è più facile trovare latte e formaggio. La fame e la miseria si sentono nelle grandi città» (Viki Markakis, Linkiesta). Una volta si diceva: «anello debole della catena capitalistica». Molti guardano solo l’anello debole, e dimenticano o non vedono la catena, che si estende da Atene a Berlino, da Roma a Parigi, da Mosca a Washington, da Pechino a ovunque nel capitalistico pianeta. E difatti il peripatetico di Treviri diceva: Proletari di tutto il mondo, unitevi! «La parola dignità torna spesso [nella comunità greca che vive a Roma]. I greci sono un popolo orgoglioso della propria identità, non fanno nulla per nasconderlo. “Siamo un paese patriottico” spiega Trianda. “Da noi sui confini della nazione non si discute”» (Linkiesta). Ecco! Lo ammetto, il mio “internazionalismo” è patetico.

Intanto un altro teutonico, il Super Ministro Wolfgang Schäuble, vola nei sondaggi di popolarità: oltre il 70% dei tedeschi intervistati dagli istituti di sondaggio appoggiano la sua linea intransigente, cosa che inquieta la stessa Angelona Merkel, la quale vuole ancora usare la carota, insieme al bastone, per riportare a casa la pecorella greca.

Riprendendo le posizioni di Paul Krugman sulla Grexit («La Grecia dovrebbe votare No e il governo ellenico dovrebbe tenersi pronto, se necessario, a lasciare l’euro»), Federico Fubini ha evidenziato un dubbio che serpeggia fra i socialisti europei (nel senso del PSE): «Per la verità Krugman non è il solo premio Nobel newyorkese e liberal, nel senso del progressismo cosmopolita americano, a offrire il suo sostegno incondizionato a questo governo greco. […] Ieri l’ex ministro delle Finanze greco George Papaconstantinou ha preso carta e penna e ha scritto al New York Times: “Non è esagerato dire che la Grecia oggi sta scivolando verso un nuovo totalitarismo e un No al referendum sarebbe un passo in quella direzione. I progressisti non dovrebbero dargli sostegno”, ha scritto. E lo spagnolo Angel Ubide, consigliere speciale del candidato premier socialista Pedro Sanchez, ha notato qualcosa di simile in un articolo per il Peterson Institute di Washington, criticando l’infatuazione dei liberal americani per Varoufakis e il premier Alexis Tsipras: per Ubide, il loro appoggio fa parte di una “Proxy war”, combattuta sulla pelle dei più poveri fra i greci, per affermare una certa idea molto americana sull’insostenibilità di fondo dell’euro» (Il Corriere della Sera, 3 luglio 2015). Syriza e Podemos come (oggettivi) “amici del Giaguaro”? come (oggettivi) utili idioti al servizio dell’imperialismo americano, da sempre ostili al progetto di una Grande Europa a egemonia tedesca? Il sospetto è lanciato (dai socialisti europei, non dal sottoscritto)!

Se di «lotta di classe» si deve parlare a proposito del referendum di domenica, ebbene si tratta della lotta che il Capitale (la cui dimensione internazionale è sempre più evidente) fa ai nullatenenti e agli strati sociali della piccola e media borghesia risucchiati in un processo di rapida e violenta proletarizzazione.

Tsipras, Varoufakis e la malafemmina

Tsipras, Varoufakis e la malafemmina

Scritto ieri

Dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per Renato Brunetta, Matteo Salvini e Beppe Grillo: vasto, composito e frastagliato appare il partito italiano che tifa per Tsipras, l’ultimo eroe della dignità nazionale prodotto dal Mezzogiorno d’Europa, in vista dell’epocale referendum del 5 luglio – nei riguardi del quale qualche politologo non particolarmente amante della popolarità fa osservare con qualche malignità che non raramente democrazia fa rima con demagogia (1). (E questo, aggiungo io, soprattutto in tempi di acuta crisi sociale). «Tutto, davvero tutto mi divide da Tsipras», ha dichiarato ieri in Parlamento Brunetta, «ma egli oggi rappresenta la risposta di libertà al dominio tedesco e alla burocrazia europea, e per questo io sto dalla sua parte». Detto en passant, l’altro giorno il politico di notevole statura internazionale aveva parlato della necessità di contrastare a ogni costo «l’imperialismo tedesco e la burocrazia di Bruxelles», cosa che pare abbia fatto sussultare non poco le anime dannate di Lenin e Trotsky, ancora in attesa di credibili eredi.

Democrazia e libertà versus dominio e burocrazia: di questo si tratta nella sempre più ingarbugliata, e per molti versi davvero tragicomica, vicenda greca? Democrazia o dispotismo economico-burocratico: è questa la posta in gioco nel Vecchio Continente? Certamente è questo che cercano di venderci i tifosi di «Atene la rossa» (strasic!).

Riferendosi al partito che tifa per Tsipras molti analisti politici hanno parlato nei giorni scorsi di contraddizioni e paradossi; la mia lettura è diversa. Quell’accozzaglia politica che si è coagulata intorno al governo greco dimostra che il mondo del conflitto sociale non si divide, in radice, tra destri e sinistri, ma piuttosto tra anticapitalisti e sostenitori a vario titolo dello status quo sociale – appartenenti alle più disparate, e non raramente disperate, correnti politico-ideologiche: si va dai “comunisti” più o meno vetero/post, ai fascisti più o meno vetero/post, dai sovranisti, agli europeisti, dai liberisti più o meno “selvaggi”, ai benicomunisti di stampo francescano piuttosto che negriano, e via di seguito. Non a caso il virile Putin fa stragi di cuori tanto nell’estrema destra quanto nell’estrema sinistra. E ciò non a dimostrazione del fatto che, in fondo, fascisti e comunisti sono ugualmente attratti da modelli politici e personali autoritari (senza contare la loro comune adorazione feticistica per lo Stato come imprenditore unico), né che oggi le “grandi ideologie” sono ormai tramontate; ma a conferma che i cosiddetti “comunisti” non sono mai stati davvero tali, bensì non più che zelanti servitori del dominio sociale capitalistico. Ma non divaghiamo!

L’illustre economista nonché premio Nobel Joseph Stiglitz si schiera risolutamente (ma no c’era da dubitarne) con il No al prossimo referendum greco: «Un sì alla nuova austerity vorrebbe dire depressione quasi senza fine», mentre «un no aprirebbe invece per lo meno la possibilità che la Grecia, con la sua tradizione democratica, possa essere padrona del suo destino». A parte la balla colossale, in questi giorni ripetuta ossessivamente a destra e a manca, sulla «tradizione democratica» della Grecia, sulla Grecia come «culla della democrazia e della civiltà occidentale»: come se il tempo che ci separa da Pericle, da Socrate e da Aristotele fosse passato invano!; a parte questa demagogia pro-greca d’accatto, come si può credere davvero che un Paese come la Grecia «possa essere padrona del suo destino» nel Capitalismo globalizzato del XXI secolo? (2) Ma davvero si vuol vendere all’opinione pubblica greca e internazionale questa mastodontica menzogna? Pare di sì.

Naturalmente i primi a non crederci, in questa balla speculativa, sono Tsipras e Varoufakis, i leader «dell’esperimento politico bolscefighetto» di Atene (la definizione purtroppo non è mia, ma di Fabio Scacciavillani) (3), i quali infatti stanno cercando di far pesare sul tavolo delle trattative con i “poteri forti” internazionali la delicata posizione geopolitica del Paese, strizzando l’occhio ora alla Russia, ora alla Cina, vedendo l’effetto che la cosa fa a Berlino, a Washington e ad Ankara. La posta in gioco geopolitica, più che economica, è stata messa nel cono di luce con il consueto realismo da Robert Kagan sul Wall Street Journal Europe di ieri. Come la moglie Victoria Nuland (vicesegretario di Stato per l’Europa, particolarmente ostile alla Russia e contrariata da certi atteggiamenti ambigui esibiti dai partner europei sulla questione ucraina), Kagan ha preso molto sul serio l’accordo di cooperazione e finanziamento firmato dal governo greco con la Russia il 18 giugno.

Anche Silvio Berlusconi, a suo tempo vittima del «colpo di Stato» ordito dall’asse franco-tedesco (i sorrisini complici della Merkel e di Sarkozy lo tormentano ancora: altro che Ruby rubacuori!) con la complicità del Presidente Napolitano (Brunetta docet!), oggi fa interessanti considerazioni geopolitiche sulla crisi dell’Unione Europea, anche nel tentativo di agganciare la posizione centrista di Renzi e per questa via smarcarsi dal populismo antieuropeo di Salvini e Meloni. Dopo tutto egli si considera ancora uno stimato leader del Partito Popolare Europeo.

Ma ritorniamo a Stiglitz: «Atene ha la chance di avere un futuro che, anche se non sarà prospero come il suo passato, sarà più ricco di speranza rispetto alla tortura senza scrupoli del presente». Capito classi subalterne greche? Dovrete comunque affrontare duri sacrifici, ma in compenso vi si offre l’occasione di essere più ricchi non in termini di euro (che trivialità, nevvero Santo Padre?) ma di speranza: quasi mi commuovo! Però subito mi riprendo: scusatemi la trivialità, please. La «tortura senza scrupoli del presente» si chiama Capitalismo, e questo ad Atene, a Berlino, a Roma, a Washington, a Mosca, a Pechino e altrove nel mondo. Ed è precisamente questa tortura, questo dominio sociale che ha ormai le dimensioni del pianeta, che ha generato la crisi economica internazionale esplosa nel 2007, la quale ha impattato duramente soprattutto in quei Paesi del Mezzogiorno d’Europa travagliati da decenni da gravi magagne strutturali, gestite soprattutto con la leva della spesa pubblica. D’altra parte nessun politico “meridionale” era – ed è – così elettoralmente masochista da intaccare interessi consolidati, rendite di posizione e parassitismi sociali di varia natura. «Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis sono passati da rivoluzionari a difensori di sprechi e privilegi» (Panorama, 1 luglio 2015). Ora non esageriamo: quando mai la strana coppia di Atene è stata rivoluzionaria?

Ma, prima o poi, i nodi vengono al pettine, soprattutto quando le “formiche” si rifiutano di essere generose con le “cicale”, per riprendere uno stilema polemico interborghese molto in voga qualche anno fa. Detto di passaggio, le “formiche” nordiche votano esattamente come le “cicale” meridionali, come ha fatto rilevare ieri con teutonica malignità la Cancelliera di Ferro parlando al Bundestag. È la democrazia (borghese, e nella «fase imperialista» del Capitalismo!), bellezza! (4).

Chi oggi sostiene che i creditori della Grecia sono moralmente colpevoli per aver consentito a quel Paese di vivere per molti anni al disopra, molto al disopra dei propri mezzi (organizzando persino un’olimpiade nel 2004 e vincendo addirittura un Campionato europeo di calcio nello stesso anno: che bei tempi!) o è in malafede oppure non capisce assolutamente nulla di come funziona il capitalistico mondo. In ogni caso quel personaggio politicamente corretto, sicuramente devoto a Francesco, dice e scrive moralistiche balle.

A proposito dell’evocato compagno Papa! «Se fossi greca? Al referendum di domenica voterei No». È quanto dichiara al Fatto Quotidiano Naomi Klein, «giornalista e scrittrice canadese icona dell’anti-capitalismo del XXI secolo». Anche qui devo dire di non aver nutrito dubbi di sorta, lo giuro. Tutta l’intellighentia che piace vota No. Ora, per capire la natura dell’anticapitalismo (sic!) venduto dalla Signora No Logo in giro per il mondo è sufficiente leggere la sua risposta alla domanda, abbastanza scontata, di Andrea Valdambrini («Papa Francesco come leader del movimento anti-capitalista?»): «Sì, lo è. È una voce importante che ricorda al mondo come non può esistere economia senza la morale. Le persone e il bene del pianeta vengono prima dei profitti». Non c’è dubbio: di questi tempi basta pochissimo per accreditarsi presso l’intellighentia progressista occidentale come «leader del movimento-anticapitalista». E questo certamente non testimonia a favore delle mie capacità! Nella mia più che modesta critica all’Enciclica francescana avevo comunque citato anche Naomi Klein fra i punti di riferimento “dottrinari” del Santo Ecologismo elaborato dal Papa.

Non c’è dubbio che ultimamente il Vaticano, una delle più antiche e potenti agenzie politico-ideologiche al servizio dello status quo sociale planetario, si è di molto rafforzato.

Il populismo di Syriza pare essersi ficcato dentro un cul-de-sac; qualunque sia l’esito del referendum, usato dai capi di quel partito come strumento di pressione politica da far valere nelle trattative  dei prossimi giorni e come comodo alibi per pagare il minor prezzo politico possibile in caso di capitolazione (ad esempio, nel caso vincessero i Sì), appare chiaro che rischiano di venir risucchiati nel vortice della disillusione e della disperazione quella consapevolezza politica e quella combattività che in qualche modo, scontando i limiti di una situazione sociale che depone a sfavore delle classi subalterne in tutto il mondo, si sono fatte strada negli ultimi anni in certi strati del proletariato e della stessa piccola borghesia azzannata dai morsi della crisi.  L’«esperimento politico bolscefighetto» di Tsipras e company può costare molto caro a chi in buona fede si è fidato della loro proposta politica tutta interna alla dialettica interborghese – la quale, com’è noto, può arrivare fino al bagno di sangue (5). Il 30 giugno il quotidiano greco I Kathimerini, schierato per il Sì e molto critico nei confronti del Premier greco («Tsipras sta sfruttando la disperazione della popolazione, ritenendo che una buona parte di essa sia disposta ad accettare qualsiasi cosa, perfino un ritorno alla dracma), paventava la possibilità che «la gente [possa cadere] preda di forze distruttive». Quando la catastrofe incombe e la “coscienza di classe” latita, le «forze distruttive» sono sempre in agguato, pronte a vendicare le offese degli ultimi: non è la vichiana storia che si ripete, si tratta piuttosto della coazione a ripetere del Dominio sociale capitalistico. Del resto, dal mio punto di vista anche Syriza è, nella sua qualità di partito borghese, parte organica delle «forze distruttive», e distruttive nel peculiare significato che tali forze non solo saccheggiano le condizioni di esistenza dei nullatenenti, ma ne annichiliscono anche la capacità di reazione, anche attraverso l’illusionismo democratico. Sotto questo aspetto, sbaglia di grosso chi individua solo in Alba Dorata il nemico da combattere, secondo la vecchia e falsa alternativa tra fascismo e democrazia.

Certo, per una volta potrei affettare un po’ di ottimismo (tanto non costa nulla e si fa sempre bella figura) e dire di sperare che la disillusione possa convertirsi presto in crescita politica. Certamente se fossi in Grecia lavorerei in quel senso. Nel mio infinitamente piccolo, si capisce. E soprattutto senza coltivare, per me e per gli altri, false speranze. Finisco ricordando la mia posizione sul referendum del 5 luglio: si tratta a mio avviso di rifiutare tutte le opzioni vendute alle classi subalterne come le sole ricette in grado di salvarle da una miseria ancora più nera di quella che stanno sperimentando oggi, ossia per legarle più strettamente al carro dei sacrifici («avete scelto voi!»), che comunque esse dovranno fare, non importa se nel nome del “sogno europeista” o in quello, altrettanto reazionario e disumano, del “sogno” sovranista.

(1) «La paura aiuta i demagoghi populisti che la coltivano di mestiere, se non lo si fosse ancora capito. Che Tsipras sia stato un demagogo a ricorrere al referendum chiedendo la fiducia dei greci a lui, non dovevamo scoprirlo certo all’ultimo momento. I populisti demagoghi fanno così, e chi non lo è e non sa mettere in conto le loro mosse perderà» (Oscar Giannino). Ma anche il fronte del Sì, a quanto pare, sa ben giocare con le paure: «Com’è possibile convincere anche queste persone a votare una cosa contro il proprio interesse? Facile, si crea un clima di terrore, paventando l’uscita dall’euro, dall’Europa, il fallimento e il disastro economico e sociale del paese, la perdita di tutti i propri soldi ecc. in caso di vittoria del “no”. In questo sporco lavoro aiutano molto le tv private greche che a ciclo continuo trasmettono servizi che hanno lo scopo di terrorizzare il popolo greco, molte volte riciclando in maniera forviante fotografie ed immagini del passato e magari provenienti da altri paesi. […] L’esempio del primo ministro Matteo Renzi è eclatante, ha dichiarato: “Sarà un referendum tra la Dracma e l’Euro”. In questo carosello di dichiarazioni non è solo, ma ben inserito in un fronte che fa di tutto per terrorizzare il popolo greco. In tanti hanno fatto dichiarazioni in cui la vittoria del “no” coincide con l’uscita dall’euro e dall’Europa. Cosa, che non è vera ed è proprio il più accanito nemico del governo greco a dichiaralo pubblicamente, infatti proprio il ministro delle finanze tedesco W. Schäuble ha dichiarato ieri che anche con la vittoria del “no” la Grecia resterà nell’’uro e si continuerà a trattare» (http://sopravvivereingrecia.blogspot.it/). Il Blog qui citato coltiva un’alta opinione della democrazia diretta referendaria che personalmente non condivido. Come non condivido il suo giudizio sulla dichiarazione di guerra referendaria firmata da Tsipras il 26 giugno: «è di una fierezza rara».

(2) Scrive Paolo Guerrieri: «L’eurozona non è una piccola economia aperta, ma il secondo spazio a livello mondiale per dimensioni di reddito, prodotto e di ricchezza accumulata. […] Per vincere la crisi economica è necessaria più Europa. Non sarà facile in un’era di euroscetticismo crescente. Ma è un dato di fatto che gli Stati nazione europei non hanno più gli strumenti adeguati per governare le loro economie, perché troppo piccole nella nuova economia-mondo. E se vogliamo un rilancio del modello europeo di economia sociale di mercato questo sarà possibile solo in un’ottica europea. Ma bisogna fare presto, prima di vedere definitivamente compromesse le prospettive future dell’intero progetto di integrazione europea» (È fondamentale un cambio di passo in Italia e in Europa, in  Economia italiana, 2014/3). Rimane inteso che questo progetto non può che avere la Germania, ossia lo spazio capitalistico sistemicamente più forte, più strutturato e più dinamico d’Europa, come proprio centro-motore. Hic Rhodus, hic salta!

(3) «Il plebiscito farsa, ultimo rifugio dei demagoghi, rappresenta il capolinea dell’esperimento politico bolscefighetto quale che sia il risultato. […] Quelli che lamentano una moneta senza basi politiche vivono fuori dalla realtà e ignorano la Storia: è sempre l’economia a determinare la politica. Senza la zavorra greca l’euro è economicamente e dunque politicamente più forte» (F. Scacciavillani, Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2015).

(4) Cito da un mio post del 5 giugno: Com’è noto, anche il Ministro tedesco Schäuble si è pronunciato in termini positivi circa la possibilità di sottoporre il piano di riforme che sarà concordato tra Atene e l’ex Troika a un referendum popolare: «Se il governo greco pensa di dover tenere un referendum, allora lasciamogli tenere un referendum – ha dichiarato Schäuble –. Potrebbe essere una misura perfino utile per il popolo greco per decidere se è pronto ad accettare quello che è necessario o se vuole qualcosa di diverso» (Corriere della Sera, 12 maggio 2015). Elettori greci, preparate la corda: da tutte le parti vi si vuol… consultare. Della serie: Decidi tu, oh popolo sovrano, l’albero a cui desideri impiccarti.

(5) E qui viene sempre utile ricordare Schopenhauer: «Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere a pugni e calci, con le unghie e coi denti tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze» (A. Schopenhauer, Il giudizio degli altri, pp. 31-32, RCS, 2010). Ecco la merce nazionalista venduta il 26 giugno da Alexis Tsipras al “popolo greco”: «Vi chiamo tutti e tutte con spirito di concordia nazionale, unità e sangue freddo a prendere le decisioni di cui siamo degni. Per noi, per le generazioni che seguiranno, per la storia dei greci. Per la sovranità e la dignità del nostro popolo». Segue ovazione e orgasmo da parte dei sovranisti, non importa se di “destra” o di “sinistra”, di tutto il mondo. E magari qualche socialsovranista ha in passato urlato (evidentemente a pappagallo) lo slogan: Il proletariato non ha patria! «Se gli levi anche quella…». Mi rendo conto. E allora, più Patria per tutti! Così va bene? Sono stato abbastanza “amico del popolo”?

DRAGHI DOCET!

Mario Draghi hearing at European parliament committee

Mi improvviso agenzia stampa e sintetizzo, con parole mie, l’intervento fatto questo pomeriggio da Mario Draghi davanti alla Commissione Affari Economici e Finanziari del Parlamento Europeo. Inutile dire che i Parlamentari europei hanno approfittato dell’occasione per bombardare il Presidente della BCE con domande sulla Grecia: «Ci sarà la Grexit?», «stiamo facendo tutto il possibile per evitare la Grexit?», «è sostenibile l’uscita della Grecia dalla zona-euro?», «che ne sarà dell’euro e dell’Unione Europea?», «dove stanno i torti e dove le ragioni?». Il Presidentissimo se l’è cavata, a mio modesto avviso, da par suo, ossia esibendo intelligenza politica, competenza economica, assoluta mancanza di retorica; soprattutto, egli non ha concesso nulla al “vogliamoci bene” tanto praticato nell’italico Palazzo. A questo punto il “bizzarro” di turno è autorizzato a darmi del draghista: non mi offendo mica.

Sulla Grecia, tema scottante del giorno, Draghi ha svicolato con la solita destrezza («Abbiamo bisogno di un accordo forte e complessivo con la Grecia, che produca crescita, sia socialmente equo e finanziariamente sostenibile»: che bella quadratura del cerchio!) , lasciando sul tappeto un solo concetto chiaro: «La palla è nella metà campo della Grecia». Intanto Tsipras e Varoufakis continuano a “fare melina”; forse sperano in un loro improvviso e bruciante contropiede. I compagni tifosi sono pronti a festeggiare il goal ellenico.

La politica monetaria, ha osservato Draghi, non può fare quello che può fare solo una politica economica orientata alle riforme strutturali, le sole che possono creare le condizioni per una vera e duratura crescita in quei Paesi che oggi soffrono di bassa produttività sistemica, alta tassazione, alto indebitamento pubblico, diffusa corruzione, un mercato del lavoro obsoleto (non competitivo), un welfare finanziariamente e socialmente insostenibile (vedi anche trend demografico), ampio parassitismo sociale – la locuzione è mia, il concetto del Presidente della BCE. La politica monetaria (vedi quantitative easing) può certo dare un contributo alla ripresa ciclica dell’economia (lungo un arco di due anni), ma non può certo creare i fattori strutturali che la determinano e la sostengono: è sbagliato chiedere o attendersi  da quella politica ciò che essa non può dare. Tradotto in volgare: il tanto decantato Q E non può fare miracoli.

Così com’è sbagliato, ha continuato Draghi, far finta di non sapere quel’è il mandato istituzionale della BCE: la stabilità dei prezzi e della moneta unica. Molti leader politici che hanno paura di assumersi la responsabilità di misure economiche impopolari usano la Banca Centrale come una sorta di capro espiatorio, e l’accusano di voler fare politica a tutto campo, di voler mettere becco su tutto, quasi a voler commissariare la politica; altri vorrebbero invece che fosse essa a togliere dal fuoco castagne fin troppo scottanti, e così l’accusano di troppa timidezza politica e di scarsa lungimiranza politica. Ma alla BCE compete solo una politica monetaria!

Continuare poi a presentare come esigenze opposte la sostenibilità finanziaria e la crescita, l’equità sociale e la ricerca della produttività, gli investimenti pubblici (purché produttivi!) e la libera iniziativa privata è indice di scarsa conoscenza dei meccanismi economici. Naturalmente occorre diminuire la disoccupazione, aumentare i salari e difendere il potere d’acquisto delle pensioni; ma come si ottengono questi risultati? Allargando i cordoni della spesa pubblica finanziata con la tassazione? «Io non credo, e anche il caso greco dimostra che quella non è la via da seguire». Come mai il livello medio della disoccupazione nella zona euro si è mantenuto relativamente alto (intorno al 9%) anche prima della crisi internazionale? E come mai la crescita economica dell’Unione Europea è stata bassa, sempre come dato medio, anche prima del 2007? La crisi economica internazionale ha semplicemente reso evidenti le magagne strutturali che tengono “imballato” il motore capitalistico europeo. Ripeto: le parole sono mie, i concetti sono del Presidentissimo.

Come usciamo da questo cul de sac? «Chiedetelo ai governi dei Paesi europei! Io non posso che ripetere il solito mantra: servono le riforme strutturali!» Dalle mie parti si dice: Tre peli ha il porco!

ANCORA DUE PAROLE SULLA GRECIA

grexit-678176Su cortese segnalazione di un mio amico ho appena finito di leggere un post rigorosamente socialsovranista a firma Daniela Di Marco, il cui titolo (Se questa è Syriza siamo messi male) lascia trasparire abbastanza chiaramente una certa delusione da parte dell’autrice intorno alla reale portata sociale e politica dell’esperimento tentato dall’attuale governo greco. Un governo che, sia detto en passant, chi scrive giudica alla stessa stregua di quelli che l’hanno preceduto, e nei confronti del quale l’anticapitalista autentico non ha alcun motivo per nutrire illusioni di sorta, e contro il quale, quindi, egli non potrebbe lanciare accuse di “alto tradimento” senza sprofondare nel ridicolo. Naturalmente le cose stanno in modo affatto diverso per il “progressista radicale” (vedi, ad esempio, il “quotidiano comunista” Il Manifesto) e per il sovranista, soprattutto se di “sinistra”.

Il post qui richiamato dà conto del «Sesto incontro di economia dal titolo Che succede in Grecia?» che ha avuto luogo a Casale Alba 2  «(periferia est di Roma)» il 7 giugno scorso. La Di Marco non ha apprezzato né l’atteggiamento («estremamente spocchioso, settario, maleducato a tratti») di Argyrios Argiris Panagopoulos, un rappresentante di Syriza, né, tanto meno, le sue posizioni politiche circa la sostenibilità sociale dell’euro e dell’eurozona. «Con fare sprezzante, invece di rispondere alle domande e alle obiezioni, ha accusato i compagni no-euro di “essere dei visionari, di proporre salti nel buio, di giocare sulla pelle dei greci, degli illusi che pensano ancora di fare il socialismo e di issare la bandiera rossa sulla Bce… Noi non abbiamo né un Piano B, né C, né D, resteremo nell’Unione europea e porremo fine all’austerità”. Sorvoliamo per carità di patria sugli epiteti che ha usato verso quelle forze di sinistra che in Grecia sono per uscire dalla gabbia europea…». Posso sbagliarmi, ma a me pare che il “compagno” Panagopoulos ce l’ha con la variegata galassia post-stalinista, sulla cui concezione “socialista” (in realtà si tratta di un nazionalismo economico che cerca di mettere insieme, in maniera più o meno abborracciata, statalismo e keynesismo, con ciò che ne segue sul piano delle scelte politico-istituzionali) qui preferisco stendere un velo abbastanza pietoso. Insomma, gli epiteti del “compagno” Panagopoulos non sfiorano la mia modestissima persona. E di questi sconsolati tempi è già qualcosa.

Adesso arriviamo rapidamente al passo che intendo porre all’attenzione del lettore, soprattutto per chiarire la mia posizione sulla questione greca: «Ormai è chiaro che questa Unione Europea è irriformabile, che l’unica alternativa è uscirne, abbandonare l’euro, e, se sacrifici debbono essere fatti, che il popolo li faccia per se stesso, per riconquistare sovranità, democrazia e diritti, tornare a scegliere del proprio futuro». In primo luogo «questa» Unione Europea ancorché «irriformabile» è soprattutto un’entità sociale capitalistica, e come tale essa va considerata se si vuole comprendere la reale portata della posta in gioco e la natura dello scontro interborghese che interessa non solo l’Europa – e non a caso Tsipras strizza l’occhio alla Russia e alla Cina, sapendo di mettere di pessimo umore gli Stati Uniti, che difatti a loro volta premono sul Fondo Monetario Internazionale e sulla Germania in vista di «soluzioni equilibrate e sostenibili per tutti i partner».

In secondo luogo, e in strettissima connessione con l’assunto di cui sopra, si fa della politica ultrareazionaria quando si chiama «il «popolo» (concetto squisitamente borghese chiamato a cancellare la natura classista della società) a sacrificarsi per i supposti superiori interessi nazionali. I proletari non hanno Patria, né quando si tratta di prendere le armi contro «lo straniero»*, né quando si tratta di salvare l’economia nazionale dal disastro.  Come ho scritto in altri post, il discorso apologetico intorno alla sovranità nazionale, alla democrazia e ai diritti suonava falso (ideologico, apologetico)all’anticapitalista occidentale ai tempi di Lenin, figuriamoci come esso debba suonare all’orecchio dell’anticapitalista attivo (si spera!) nel XXI secolo, in questa epoca storica dominata totalitariamente e sempre più scientificamente e capillarmente dalla “bronzea legge” del profitto.

Altro che «se sacrifici debbono essere fatti»! La parola d’ordine autenticamente classista – o critico-radicale – è invece questa: Non accettare alcun sacrificio! E ancora: Organizziamoci in modo autonomo contro gli interessi del capitale (“nazionale” e internazionale)! Non cediamo alle sirene elettorali/referendarie che intendono legarci sempre più strettamente al carro del Dominio! Rifiutiamo tutte le opzioni capitalistiche: europeiste, sovraniste, liberiste, stataliste (ecc., ecc., ecc..)

Oggi tutti (anche il cattivo Wolfgang Schäuble) vogliono portare «il popolo greco» al patibolo elettorale, affinché esso possa “scegliere liberamente” a quale causa immolarsi: a quella della (sempre più chimerica) “sovranità nazionale” o a quella dell’Unione Europea (necessariamente a trazione e a guida tedesca: i rapporti di forza capitalistici non sono un’opinione)**. Un’alternativa del Dominio che va respinta al mittente, qualunque esso sia (di “destra”, di “sinistra”, di “sinistra radicale”), e che la cosa oggi appaia, e sia in realtà, impresa quasi impossibile da tentare, ebbene ciò non la rende meno adeguata alla situazione. Viviamo infatti in tempi disperati, sotto ogni rispetto.

Chi pensa che l’uscita dall’Unione Europea possa facilitare l’uscita dal Capitalismo («o quantomeno dal Finanzcapitalismo!») è, nel migliore dei casi, un povero illuso. Per come la vedo io, l’alternativa anticapitalista non è euro sì/euro no, UE sì/Ue no: un’alternativa, questa, tutta interna allo scontro interborghese, nazionale e internazionale; l’alternativa si pone piuttosto in questi termini: o lavoriamo politicamente per l’autonomia di classe oppure come classe subalterna non verremo mai fuori dal buco nero dell’impotenza politica, concettuale, psicologica, esistenziale.

 

* A proposito! Continua l’ossessione di Krugman per la guerra: «Un’uscita forzata della Grecia dall’euro provocherebbe enormi rischi a livello economico e politico. Eppure, l’Europa sembra incamminata come una sonnambula proprio verso quel risultato. Sì, ammetto che la mia allusione al recente ottimo libro di Christopher Clark sulle origini della Prima guerra mondiale intitolato “The Sleepwalkers” (I sonnambuli) è intenzionale. In quello che sta accadendo si avverte una sensazione che ricorda da vicino e chiaramente il 1914, la sensazione che arroganza, risentimento e mero errore di calcolo stiano conducendo l’Europa verso un baratro dal quale avrebbe potuto e dovuto tenersi lontana» (La Repubblica, 8 giugno 2015). A Krugman, come a molti altri scienziati sociali progressisti, manca il concetto fondamentale per capire lo scontro intercapitalistico che sovente “sbocca” nella carneficina: Imperialismo.

** «Posso pure ristrutturare il tuo debito, posso accordarti un grosso sconto sugli interessi che maturano dal tuo debito, posso perfino cancellarlo, ma tu in cambio devi piegarti alla mia politica economica. Insomma, io ti consento ancora di galleggiare ma tu devi iniziare a nuotare. Insomma, fa con diligenza i compiti a casa e vedrai che col tempo tutto si aggiusta». È questo, in estrema e brutale sintesi, il discorso che Angela Merkel apparecchia ormai da molti anni al governo greco, di qualunque coloro politico esso sia. Tsipras, «un conservatore un po’ incendiario» secondo la non infondata definizione di Giuliano Ferrara, e Varoufakis si ostinano a ripetere in guisa di mantra che «il problema non è economico, ma politico». Infatti! Come non smette di ricordare, nei termini che la sua funzione gli consente, anche Mario Draghi: «Occorre governance sulle riforme strutturali», perché «le riforme strutturali svolgono un ruolo cruciale nell’eurozona e i loro risultati non sono solo nell’interesse di un Paese, ma in quello dell’Unione nel suo complesso. Le riforme hanno bisogno di una forte titolarità nazionale e di accordi sociali profondi, ma devono prevedere pure un organismo sovranazionale che renda più facile inquadrare i dibattiti nazionali. La persistenza delle differenze crea il rischio di squilibri permanenti, così da giustificare il fatto che le riforme siano disciplinate a livello comunitario». In questi termini si esprimeva il Presidente della BCE il 9 luglio 2014.
Smentendo la Bild, che dava ormai come cosa certa la Grexit, la Cancelliera di Ferro ha dichiarato che «Dove c’è la volontà c’è la strada ma la volontà deve venire da tutte le parti, quindi è importante continuare a parlarci». Non c’è dubbio: come dicono da mesi Tsipras e Varoufakis è tutta una questione di volontà politica…

L’ECONOMIA E IL MONDO SECONDO YANIS VAROUFAKIS

shooty_greeceQualche giorno fa il Premier greco Alexis Tsipras ha detto che «potrebbe ricorrere ad un referendum popolare sulla permanenza della Grecia nell’area euro se i paesi creditori continueranno a fare richieste che il governo ritiene inaccettabili» (Reuters). Già lo scorso marzo, in una dichiarazione al Corriere della Sera poi da lui stesso smentita, il Ministro delle Finanze Yanis Varoufakis aveva adombrato questa possibilità. «Se la soluzione va oltre il nostro mandato, non avrò il diritto di violarlo, quindi la soluzione dovrà essere approvata dai greci”», ha detto Tsipras a Star tv. Della serie: Decidi tu, oh popolo sovrano, l’albero a cui desideri impiccarti. I funerali democratici del “popolo sovrano” saranno celebrati tra qualche mese? Difficile dirlo. Intanto il Premier greco conferma la sua «piena fiducia» al suo Ministro delle Finanze, il quale com’è noto gode di pessima reputazione tra i suoi colleghi europei. «Yanis Varoufakis è un grande asset per il governo greco», ha dichiarato l’altro ieri Tsipras nello stesso momento in cui provvedeva a “commissariarlo” mettendolo in regime di “amministrazione controllata”. Ma molti esperti di cose greche sostengono che si tratti dell’ennesima manfrina informata dalla “filosofia” del rinvio che sembra ispirare la leadership di Syriza: «Dobbiamo evitare il panico. Chi si spaventa in questo gioco perde» (Tsipras). E qui sembra affacciarsi la Teoria dei giochi che tanto affascina il reietto  – o spauracchio, o eroe: punti di vista – Ministro delle Finanze della malmessa Grecia.

Nel suo ultimo libro (dal titolo assai “materialista”: È l’economia che cambia il mondo, Rizzoli), il già evocato «marxista irregolare» cerca di spiegare alla figlia adolescente della compagna (la quale tanta invidia sociale sta suscitando fra i declassati ellenici) la genesi dell’attuale “bizzarra” distribuzione della ricchezza nel mondo e le cause strutturali della crisi che attanaglia soprattutto l’Occidente. Dalla invenzione dell’agricoltura nella Mezzaluna Fertile («poco meno di 12.000 anni fa») ai nostri giorni, passando per la Rivoluzione Industriale («che non fa che aumentare la concentrazione di potere e denaro in poche mani») e la Seconda Guerra mondiale («Quanto più rare erano le sigarette in relazione agli altri beni, tanto maggiore era il loro valore di scambio e quindi gli acquisti che consentivano di fare. Dopo ogni bombardamento il loro valore di scambio arrivava alle stelle»); dal primo accumulo di surplus alimentare agli albori della storia umana, all’attuale condizione che ci vede ballare «sull’orlo della catastrofe ecologica». Diciamo che l’affascinante marxista ha voluto approcciare la scottante questione sociale da una prospettiva storica di ampio respiro (forse seguendo anche le orme di Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond), e ciò non può che meritare da parte di chi scrive un plauso – per quel nulla che vale, si capisce.

Anche se, a onor del vero, l’inizio del breve saggio ricorda quell’approccio naturalistico-robinsoniano che a suo tempo Marx rimproverò all’economia politica borghese giunta nella sua fase volgare (“post-classica”). Un solo esempio: «Il mercato esisteva anche quando vivevamo sugli alberi, prima che comparisse l’agricoltura. Quando uno dei nostri progenitori offriva una banana chiedendo in cambio una mela, si realizzava una forma di scambio; uno scambio rudimentale, certo, in un cui il prezzo di una mela equivaleva a quello di una banana e viceversa». Per Varoufakis, quindi, qualsiasi forma di scambio di beni fra umani realizza ipso facto un mercato, ancorché primitivo, all’interno del quale si confrontano non solo beni diversi, ma anche prezzi diversi, e quindi merci diverse – perché il prezzo presuppone, oltre al valore d’uso, il valore di scambio, e questo a sua volta presuppone una certa “tipologia” di lavoro umano («quello che si manifesta in valori di scambio e non in meri valori d’uso», per dirla con l’autore del Capitale*), e via di seguito; presuppone, insomma, un lungo processo storico-sociale che per venir condensato in poche righe ha bisogno di una grande padronanza della materia da parte di chi si cimenta nella benemerita quanto ardua impresa.

«Ho sempre pensato che, se non riesci a spiegare le grandi questioni economiche in un linguaggio comprensibile anche agli adolescenti, vuol dire semplicemente che non le hai capite». Ma la comprensibilità del linguaggio non deve darsi a spese della verità.  Ed è proprio questo il punto da chiarire: qual è la verità del Capitalismo secondo Varoufakis? Il lettore che la sa più lunga di chi scrive quanto a materialismo storico potrebbe a questo punto potrebbe rispondere che la prassi governativa del Greco, tutta spesa sull’altare degli interessi nazionali del suo Paese, ci fornisce la risposta più veritiera; e avrebbe ragione. Ciò però non ci impedisce di svolgere qualche altra riflessione.

Il pensiero economico borghese non può non considerare le venerabili categorie economiche sub specie aeternitatis. L’autore dice di voler usare «un linguaggio comprensibile anche agli adolescenti», e questo gli fa certamente onore; ma qui non si opina sulla forma, ma sulla sostanza dei concetti che si intendono comunicare. Il limite della semplificazione, superato il quale si scade nella piatta volgarizzazione, è la verità storica e sociale dei concetti che usiamo per comunicare idee di una certa complessità.  Portare il mercato e il prezzo sugli alberi dei nostri ancora troppo pelosi progenitori mi sembra un tantino eccessivo. «Non so se l’hai notato, ma nella società in cui viviamo c’è la tendenza a identificare i beni con le merci», osserva giustamente Varoufakis; salvo poi collaborare egli stesso alla maligna tendenza! Caro Yanis (mi sia consentita questa confidenza), portare il prezzo sugli alberi non ci aiuta a svelare «il rapporto sociale nascosto sotto il velo delle cose» (Marx).

Forse il marxista greco intende comunicare agli adolescenti e agli adulti che il problema non sta tanto nel mercato, nella forma-prezzo, nel denaro e via di seguito, ma nell’uso che l’uomo del XXI secolo fa di questi strumenti, i quali dovrebbero servirlo, anziché asservirlo, come non smette di ricordarci il Santissimo Padre, ultima parola del progressismo mondiale. E l’errore teorico di fondo, come ho altre volte scritto scopiazzando malamente il Vangelo marxiano, sta proprio qui, ossia nel credere, feticisticamente, che con il mercato, con il prezzo, con il denaro ecc. abbiamo a che fare con delle mere tecnologie economiche socialmente neutre, le quali possono essere usate in vista del bene come in vista del male: toccherebbe a noi decidere verso quale direzione piegarne l’uso. Invece le categorie economiche qui brevemente considerate esprimono in primo luogo una peculiare formazione storico-sociale: quella capitalistica, appunto.

Alcune perle di saggezza tratte sempre dal libro qui preso di mira: «Noi umani ci siamo ridotti a essere servi, anzi schiavi, di mercati impersonali e disumani» (e via con le consuete citazioni letterarie e cinematografiche: dal Frankenstein di Mary Shelley, «allegoria della tendenza delle società di mercato a utilizzare la tecnologia per renderci schiavi», all’Iliade, dall’amatissimo Matrix, «l’evoluzione estrema di ciò che pensava il più conosciuto rivoluzionario del XIX secolo, Karl Marx», a Tempi moderni, da Blade Runner a Terminator); «L’Europa ha smarrito la sua anima. Abbiamo prestato più attenzione alla finanza che alla democrazia» (come se «l’anima» dell’Europa fosse stata, nell’ultimo secolo e mezzo, la democrazia – borghese – e non invece il Capitale!**); «È incredibile la facilità con cui tendiamo a considerare “logica”, ”naturale” e “giusta” la distribuzione della ricchezza, specialmente se ci favorisce. Non cedere mai alla tentazione di accettare una spiegazione logica per le disuguaglianze che finora, da ragazza che sei, hai ritenuto inaccettabili». Insomma, rifiutiamo la pillola azzurra che ci offrono i “poteri forti” e ingoiamo la pillola rossa del «pensiero critico» che ci aiuta a «non accettare mai nulla solo perché ti hanno detto di farlo». Come si fa a non essere d’accordo con quest’ultimo consiglio: bravo Yanis! A me la pillola rossa, presto! Altro che «incompetente, dilettante, perditempo e venditore di fumo», come dicono di te i tuoi colleghi ministri dell’Unione Europea a trazione tedesca! È tutta invidia, eroico Yanis, non mollare! Wolfgang Schaeuble chi molla!

Un solo appunto: da marxista – ancorché cool ed erratico – quale indubbiamente sei non dovresti concentrarti soprattutto sulla ricchezza sociale in quanto tale, ossia nella sua vigente forma capitalistica, anziché martellare ossessivamente sulla sua distribuzione (la quale, come sai meglio di me, è necessariamente e indissolubilmente connessa al rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che rende possibile la creazione di quella ricchezza storicamente determinata)?  Non dovresti tentare di spiegare, sempre nella tua qualità di marxista e con il linguaggio semplice che padroneggi a meraviglia, quanto avviene nella sfera della circolazione a partire dalle contraddizioni che minano sempre di nuovo la salute dell’accumulazione capitalistica (vedi alla voce Le alterne vicende del saggio del profitto), e che, ad esempio, sollecitano la moltiplicazione delle attività speculative e l’espansione parossistica del credito così da forzare sempre di nuovo i limiti della «domanda in grado di pagare» (si spera!)? Non dovresti insomma, far capire, servendoti della fenomenologia del dominio capitalistico (diseguaglianze, inquinamento, razzismo ecc.), che il problema risiede nell’essenza capitalistica della cosa che cerchiamo di padroneggiare con la testa, e non tanto – non solo – sulle contraddizioni immanenti alla cosa stessa?

Mi scuso per il “tu” e per le antipatiche domande, le quali probabilmente sorvolano sull’eccellente intenzione dell’autore di rendere accessibile la «merda economica» anche agli adolescenti. Fatta la doverosa autocritica, ripristino la distanza.

Come usciamo dalla disumanità dei “mercati”? È presto detto: occorre rifiutare «la menzogna e l’inganno in cui vivono tutti coloro che credono a quel che dicono i manuali degli economisti, gli analisti “seri”, la Commissione europea, i pubblicitari di successo». Nel mio infinitamente piccolo, io aggiungerei alla lista delle menzogne e degli inganni i luoghi comuni venduti a prezzi stracciati (siamo anche in deflazione ideologica!) alle classi subalterne da chi intende salvare il Capitalismo da se stesso (voglio «consentire al lettore di vedere la crisi con occhi diversi e di capire le vere ragioni per cui i governi si rifiutano caparbiamente di prendere le decisioni che porterebbero alla liberazione delle nostre società, in Europa, in Grecia e in tutto il mondo»: ma liberazione da cosa?), attraverso robuste (e dolorose?) iniezioni di “economia reale”, di statalismo e di egualitarismo («le banche sono parassitarie per antonomasia mentre lo Stato ha il ruolo indispensabile di stabilizzatore»), e magari invita il “popolo sovrano” a «scegliere democraticamente» fra la padella e la brace, fra la moneta unica europea e la divisa nazionale, fra la Germania e la Russia, fra europeismo e nazionalismo, fra i sacrifici declinati “da destra” e i sacrifici declinati “da sinistra”, e via di seguito con le odiose alternative del Dominio che siamo costretti a sorbirci dalla mattina alla sera.

Quando la disuguaglianza mette a rischio il nostro futuro: così recita il sottotitolo del libro di Varoufakis. Se non capiamo che è la stessa radice della disuguaglianza che va recisa una volta per tutte ho l’impressione che per l’uomo in quanto uomo, che per quella vita autenticamente umana che anche l’autore dice di volere non ci sia alcun futuro.

«Tutto il giorno ci affanniamo per ottenere cose che in realtà neanche vogliamo e di cui non abbiamo bisogno, solo perché la Matrix del marketing e della pubblicità è riuscita a proiettarle nelle nostre teste». Non so perché, ma considerata in alcuni contesti concettuali la parola testa evoca in me l’esperienza giacobina. Certo, mutatis mutandis. E difatti, finisco questo post abbozzando la seguente ( e abbastanza stiracchiata, lo ammetto) “utopia negativa”: non avendo trovato, dopo aver lungamente cercato, «la Matrix del marketing e della pubblicità», alcuni Sapienti pensarono che fosse venuto il momento di prendere in seria considerazione l’idea di mondare in qualche modo le teste più compromesse con il Male – leggi: con il Finanzcapitalismo globalizzato. Naturalmente questa confessata forzatura non intende in alcun modo riferirsi al nostro amico greco, sulla cui bontà d’animo sono pronto a giurare; essa vuole piuttosto suggerire al lettore l’idea che una radicalità mal concepita non raramente indirizza la teoria e la prassi su sentieri molto scivolosi. Diciamo così. Per adesso metto un punto, ripromettendomi di ritornare in modo più puntuale e argomentato sul libro di Varoufakis, di cui ho letto solo alcune pagine accessibili sul Web.

Finisco con un’ultima suggestione, a proposito di teste da redimere (magari usando un’accetta bene affilata) e di fondamentalismo mercatista. Da qualche parte ho letto: «L’Islam non permette l’uscita del fedele dalla comunità dei credenti». Il Capitalismo pure.

* «Il prezzo è l’espressione monetaria del valore relativo di un prodotto», ma d’altra parte «La moneta non è una cosa, è un rapporto sociale» (K. Marx, Miseria della filosofia, pp. 119-149, Opere, VI, Editori Riuniti, 1973).

** A questa scuola di pensiero “diversamente europeista” appartiene anche Slavoj Žižek (e Toni Negri?), il quale in una interessante intervista rilasciata a Der Spiegel il 14 marzo si è definito un «Esponente dell’estrema sinistra eurocentrica». Cerchiamo di capire meglio il senso di questa “scandalosa” autorappresentazione: «Io sono convinto che abbiamo bisogno più che mai di Europa. Immaginate un mondo senza Europa: rimarrebbero due poli. Da un lato, gli Stati Uniti con il loro neoliberismo selvaggio; dall’altro, il cosiddetto capitalismo asiatico con le sue strutture politiche autoritarie. Al centro, la Russia di Putin che vuole costruire un impero. Senza l’Europa, perderemmo la parte più preziosa del nostro patrimonio». Sarebbe a dire? «L’eredità dell’illuminismo»: «La Cina, Singapore, India e – più vicino a casa nostra – la Turchia non fanno ben sperare per il futuro. Io credo che il capitalismo moderno si è evoluto in una direzione in cui funziona meglio senza istruiti democratici. L’aumento negli ultimi dieci anni del cosiddetto capitalismo con i valori asiatici solleva in ogni caso dubbi e domande: che cosa succede se è il capitalismo autoritario sul modello cinese, e non la democrazia liberale, come la intendiamo noi, a guidare lo sviluppo economico? […] Molti mi considerano come un pazzo marxista, in attesa della fina dei tempi. Posso essere molto eccentrico, ma non sono un pazzo. Sono un comunista in mancanza di meglio, disperato per lo stato dell’Europa. Un anno e mezzo fa ero in Corea del Sud e ho tenuto conferenze sulla crisi del capitalismo globale, il solito blah, blah, blah, insomma. Il pubblico si mise a ridere e alcuni mi interruppero: “Di cosa stai parlando? Guarda noi (Cina, Corea del Sud, Singapore, Vietnam): proponiamo una economia che va abbastanza bene. Allora, chi è in crisi? Distingui! La tua Europa occidentale è in crisi, più precisamente, alcune regioni di essa”. C’è una parte di verità in questa reazione. Perché noi europei viviamo la nostra situazione come una crisi in piena regola? Credo perché riteniamo che in crisi non è solo il capitalismo, ma il futuro della nostra democrazia occidentale. All’orizzonte, qualcosa di oscuro si forma, le prime tempeste di vento ci hanno già raggiunto. Mentre non sono uno dei migliori amici di Jürgen Habermas, su questo punto sono pienamente d’accordo con lui. Dovremmo essere più sensibili che mai sulla necessità di difendere il progetto dell’Illuminismo europeo. Solo con esso è possibile immaginare i contorni del cambiamento, rendere fattibile questo cambiamento».

Ora, ha ancora un significato, anche solo di carattere residuale, difendere «l’eredità dell’Illuminismo» nell’epoca del dominio totalitario del Capitale su tutti e su tutto? E se sì, in quali termini e in vista di che cosa? E soprattutto: chi deve difendere il «progetto dell’Illuminismo»: le “avanguardie rivoluzionarie”? il proletariato? la “moltitudine”? gli intellettuali? le Università occidentali? gli Stati europei (in competizione sistemica col resto del mondo)? le istituzioni sovranazionali europee? Chi? Secondo Žižek «La responsabilità di numerosi insuccessi dell’Europa ricade sull’inerzia del continente». Si tratta di capire di quale Europa si parla e in che termini dovremmo reagire alla «nostra inerzia». Spero di poter tornare presto anche su questo importante e complesso tema, le cui scottanti implicazioni politiche certo non sfuggono al lettore di questo blog.

Aggiunta del 5 maggio

Ho letto il libro di Yanis Varoufakis qui criticato, e debbo dire in tutta onestà (intellettuale!) che il giudizio formulato nel post sulla scorta di poche pagine di quel saggio ne esce confermato e rafforzato. L’idea che mi sono fatta è questa: l’autore, che si sforza di spiegare con un linguaggio semplice e accattivante la genesi del moderno Capitalismo (ribadisco: intenzione assai pregevole), vuole il mercato ma non il mercato capitalistico “selvaggio”, vuole il capitale ma non i capitalisti spregiudicati e “irresponsabili”, vuole il sistema bancario ma non i banchieri, vuole il denaro ma non le “magagne” economiche, sociali ed esistenziali che esso necessariamente genera sempre di nuovo. Lo so, state pensando alla dottrina dei lati (buoni/cattivi) criticata a suo tempo da Marx: «Il movimento dialettico proprio di Proudhon è la distinzione dogmatica del bene e del male. […] Siamo ormai al punto che il lato buono di un rapporto economico è sempre quello che afferma l’eguaglianza; il lato cattivo è quello che la nega e che afferma l’ineguaglianza. […] I filantropi vogliono insomma conservare le categorie che esprimono i rapporti borghesi, senza l’antagonismo che li costituisce e che ne è inseparabile. Essi credono di combattere sul serio la prassi borghese e sono più borghesi degli altri» (Miseria della filosofia, pp. 175-181-185).

Anche per quanto riguarda l’impianto “filosofico” che ispira È l’economia che cambia il mondo credo che le mie intuizioni escano confermate: si tratta di un illuminismo di stampo “giacobino” che forse merita il noto detto: la prima volta come tragedia, la seconda

Ecco alcuni passi tratti dal libro:

«Il sistema bancario, ossia la radice del male». […] Di norma, lo Stato dovrebbe salvare le banche (in effetti, è molto importante che non chiudano, perché non si perdano i depositi dei cittadini e non crolli il sistema dei pagamenti, che costituisce il nerbo del sistema circolatorio dell’economia), ma non i banchieri. La cosa giusta da fare sarebbe mandarli a casa, risanare le banche e, dopo, se lo Stato non desidera tenerle, rivenderle a nuovi proprietari, i quali però devono sapere che, nel caso in cui provocassero una nuova bancarotta, le perderebbero. Purtroppo, la maggior parte delle volte i politici che salvano le banche salvano anche i banchieri… con denaro che viene sottratto ai cittadini più poveri. In cambio di questo trattamento amichevole, i banchieri ne finanziano le campagne elettorali. Il risultato è una relazione un po’ troppo “intima” tra politici e banchieri. […] La ragione per cui il denaro non può che essere politico, e la sua quantità non può che essere manovrata da qualche autorità statale, è che solo in questo modo può esistere una flebile speranza (nessuna certezza, certo) di trovare una rotta che eviti da un lato la Scilla delle bolle del debito e dello sviluppo non sostenibile e, dall’altro, la Cariddi della deflazione e della crisi. E dal momento che gli inevitabili interventi sul denaro pubblico sono per definizione politici (visto che influenzano diversi settori e classi sociali), la nostra unica speranza per una gestione «sopportabile» del denaro è il suo controllo democratico da parte di coloro che lo gestiscono per conto della società».

Prima Varoufakis aveva scritto: «In parole povere: senza la violenza dello Stato l’esistenza stessa del guadagno privato e dell’economia di mercato sarebbe stata impossibile». Non c’è dubbio, e nel capitolo 24 del libro primo del Capitale (La cosiddetta sacculazione originaria) Marx ha ben illustrato il ruolo che la violenza dello Stato ebbe nella genesi del moderno Capitalismo. Ma la cosa è nel frattempo radicalmente mutata? Qual è la funzione dello Stato nel Capitalismo del XXI secolo?

«La verità è che noi umani siamo diventati schiavi delle macchine che abbiamo inventato perché fossero a nostra disposizione. La verità è che, invece di essere i mercati a servirci, ci siamo ridotti a essere servi, anzi schiavi di mercati impersonali e disumani». Di qui, l’urgenza di lottare per mercati con caratteristiche umane. Scherzo!

C’è da dire che Varoufakis non parla mai di capitalisti (nel senso marxiano di detentori di capitali), ma piuttosto di «imprenditori», di «potenti» di «ricchi» (forse per non spaventare gli adolescenti…): «La ricchezza veniva prodotta collettivamente (dai lavoratori, dagli inventori, dai funzionari pubblici e dagli imprenditori)  ma si concentrava solo nelle loro mani», nelle mani appunto dei «potenti, e in particolare dei banchieri». Egli non smette mai di sottolineare il «forte cinismo da parte dei padroni del denaro privato, i banchieri», i quali sono «gli astuti avvoltoi del sistema finanziario». Insomma, la punta della sua critica è sempre puntata contro i detentori privati del capitale finanziario, e non contro il Capitale (considerato nelle sue diverse fenomenologie: merce, denaro, tecnologia, salario) come rapporto sociale – di dominio e di sfruttamento. E questo in piena armonia con la filosofia ultrareazionaria dei ceti produttivi cara anche ai “comunisti” italiani da Togliatti in poi. Miseria di quella filosofia!

BIFO, NEGRI E L’ALGORITMO DEL FINANZISMO

sisifo_vecellioScrive Franco Berardi Bifo: «Non so come andranno a finire le elezioni francesi. Quel che so è che il Front National è la sola forza politica capace di interpretare i sentimenti prevalenti nel popolo francese: odio nazionalista riemergente contro l’arroganza tedesca, e ribellione sociale contro la violenza finanziaria. Un mix inquietante ma potente, che cancella la distinzione tra destra e sinistra». Esatto. Ma come dobbiamo spiegare questa cancellazione?

Se si vuole dire che difficilmente il disagio sociale e la rabbia delle classi subalterne si trasformano spontaneamente (meccanicamente) in un’autentica lotta di classe potenzialmente rivoluzionaria; e che anzi la crisi sociale non raramente (anzi!) avvantaggia le soluzioni borghesi più reazionarie, perché il vuoto della rivoluzione è presto coperto dalla controrivoluzione (il più delle volte preventiva), se si vuole dire questo non posso che dichiararmi d’accordo. È la storia del “secolo breve” che ci ammonisce in tal senso: dal fascismo al nazismo, dallo stalinismo ai Fronti Popolari, dal populismo di “destra” a quello di “sinistra” la lezione è infatti univoca. Come il proletariato possa farsi classe per sé e dunque trasformarsi nel partito rivoluzionario immaginato a suo tempo da Marx, ebbene questo problema, ineludibile per chi intende affermare una posizione radicalmente anticapitalista, aspetta ancora, non dico una corretta soluzione ma un’adeguata impostazione. Perché esso va naturalmente riformulato alla luce del secolo e mezzo di acqua passata sotto i ponti del Capitalismo mondiale dai tempi in cui il rivoluzionario di Treviri scriveva il Manifesto del Partito Comunista insieme al noto amico di merende. Questo almeno all’avviso di chi scrive.

Ma il post di Bifo insinua nella mia testa una diversa lettura circa il venir meno della distinzione destra-sinistra nell’attuale congiuntura europea. A mio avviso la cosa va spiegata come segue: “destra” e “sinistra” condividono la stessa dimensione politico-ideologica, sintetizzabile nel concetto borghese di Nazione, o Patria, o Paese, o Bene Comune e via declinando con le parole chiamate a nominare il vigente Dominio sociale. È lo stesso Bifo che legittima questa (settaria?) interpretazione, visto che per lui la “destra” francese ha difeso una posizione sovranista contro la globalizzazione capitalistica (schierandosi per il NO al referendum del 2005 sulla Costituzione europea), mentre la “sinistra” francese si è all’opposto appiattita su una posizione antisovranista e schiettamente europeista.  «Dani Cohn Bendit e Toni Negri insieme si pronunciarono a favore del “sì” per il superamento dello Stato-nazione. Questa scelta sanciva l’irrilevanza della cultura di origine sessantottina (e della cultura in generale) rispetto ai destini dell’Unione, ma soprattutto dimostrava che non avevamo capito cosa fosse l’Unione europea. Il discorso anti-sovranista si riduceva a un’affermazione puramente formale: opporsi alla cessione di sovranità è regressivo. È vero, ma a chi si stava cedendo sovranità? Non a una forma politica democratica post nazionale, bensì a un organismo intergovernativo che aveva e ha la sola funzione di imporre gli interessi dell’accumulazione di capitale finanziario, e di ridurre in completa soggezione il lavoro».  Si capisce qui che la sostanza della cosa, ossia la natura capitalistica tanto della dimensione nazionale quanto della dimensione sovranazionale è completamente lasciata da parte, mentre tutta l’attenzione è orientata verso la cosiddetta “sovrastruttura politica”.

Che senso ha, dal punto di vista autenticamente anticapitalista, sostenere che «opporsi alla cessione di sovranità è regressivo»? Nessun senso. Come nessun senso, sempre in relazione a quel bizzarro punto di vista, ha la tesi opposta: «opporsi al mantenimento della sovranità è regressivo». Entrambe le tesi mantengono fermo, come dato naturale immodificabile, il confine sociale all’interno del quale operare le scelte – sovraniste o sovranazionaliste che siano. Dalla prospettiva immaginata da chi scrive, evidentemente non praticata né da Toni Negri né da Bifo, appare «regressivo» (o ultrareazionario, secondo il rozzo linguaggio che preferisco) qualsiasi sforzo che non metta radicalmente in questione i vigenti rapporti sociali. Dalle critiche di Bifo si capisce che il solo “internazionalismo” che taluni intellettuali di “estrema sinistra” sanno concepire e opporre ai sovranisti d’ogni tendenza politica è quello sintetizzabile nello slogan che segue: Un’altra Unione Europea è possibile! Certo, un’Unione «democratica e post nazionale», sperabilmente più “equa e solidale”, ma pur sempre un’Unione confinata nella dimensione capitalistica (perché di questo si tratta anche nell’argomentare del compagno Bifo, al netto di certo gergo “radicale-postmoderno”), magari non più dominata dalla demoniaca e dittatoriale economia finanziaria e sottoposta al primato della politica, secondo i tradizionali auspici degli antiliberisti di “destra” e di “sinistra”.

Bifo può considerare «un errore» la scelta di Negri del 2005 perché egli si muove sostanzialmente sullo stesso terreno dell’intellettuale padovano. Personalmente non attacco «Il discorso anti-sovranista» di Negri e compagni perché «si riduce a un’affermazione puramente formale», come scrive Bifo: lo faccio perché ritengo che quel formalismo sia tutto interno all’ordine capitalistico delle cose, perché esso si inquadra perfettamente nel dibattito borghese, nazionale e internazionale, intorno ai destini della società europea.

Ora, volere una vera Unione Europea, ossia uno spazio sociale (economico, politico, istituzionale, ecc.) capitalistico che superi la vecchia dimensione degli Stati nazionali nel Vecchio Continente, e non volere la germanizzazione di quella stessa Unione a me pare sommamente contraddittorio, almeno se ci si misura con la realtà del processo storico-sociale e non con l’irrealtà dell’ideologia, “regressiva” o “progressiva” che sia. Ecco perché mi metto a ridere quando leggo passi come questi: «Martin Wolf del Financial Times ha osservato che l’eurozona è stata fatta per essere un’unione tra democrazie, non un impero. La Merkel e Schäuble dovrebbero ricordarselo» (Philippe Legrain, Voci dall’estero). Qualcuno pensa di farglielo “ricordare” ricorrendo alle maniere forti, perché com’è noto i tedeschi comprendono solo il linguaggio della forza…

Come sanno i lettori che hanno la bontà di leggere le mie modeste cose, io mi batto contro l’alternativa del Demonio (o del Dominio) che invita a scegliere fra Sovranismo e Sovranazionalismo, ritorno alle monete nazionali e difesa della moneta unica europea, protezionismo economico e integrazione economica europea. Insomma, sono per l’uscita dal Capitalismo (in ogni sua forma politico-istituzionale e configurazione geopolitica), non dall’Unione o dall’Euro. Già sento la legittima domanda/obiezione: «Vasto e bel programma, certo, ma come linea politica tattica, cosa consigli?» La lotta di classe senza alcun riguardo per gli interessi nazionali e sovranazionali, dalla Germania alla Grecia. Anche per ciò che concerne il “programma minimo” so di non proporre qualcosa di immediatamente fattibile né di facile implementazione. Ma come dice quello: «È quest’acqua qua!», e vi giura che io non ne ho colpa.

Scrive Bifo, dopo aver elogiato la «prevedibilmente» perdente strada greca «verso una riduzione umanitaria [sic!] del rigore finanziario»: «Naturalmente tutti sanno che la Germania è mutata profondamente nella seconda parte del ventesimo secolo, eppure la sfiducia e il disgusto che il contribuente tedesco prova di fronte ai Greci contemporanei (sfiducia e disgusto che il gruppo dirigente tedesco alimenta con il suo stile arrogante) sembrano ripropongono talora i sentimenti che la “belva bionda” provava davanti all’ebreo. La belva bionda si è democratizzata negli ultimi decenni, questo è noto. Ha sostituito l’uniforme militare con le mezze maniche del ragioniere. Ma l’incrollabilità della fede è la stessa». Modestamente propongo al lettore una chiave di lettura centrata non sull’esperienza nazista, ma su quella leghista; non sulla «belva bionda» (ancora a questo siamo!) ma sulla «camicia verde». Anche l’esperienza dell’ex Jugoslavia va bene. Scrivevo nel post Fermentazione greca: «La polemica tedesca sulla cicala meridionale ricorda molto da vicino la polemica antimeridionale leghista degli anni Novanta, ma anche la lotta politica antiserba della Croazia e della Slovenia ai tempi della ex Jugoslavia. Al netto della schiuma ideologica, che tanto disturba anche l’analisi di molti “materialisti storici”, le questioni dirimenti si aggrovigliano sempre intorno alla scottante questione della generazione e distribuzione della ricchezza sociale. I Paesi “nordici” lo sanno e ci tengono a ribadirlo sempre di nuovo; i Paesi “meridionali” lo sanno ma fanno finta di non saperlo, per non pagar dazio, come si dice volgarmente. La tragedia, per me, è che dentro questo “dibattito” capitalistico i nullatenenti non hanno una posizione autonoma, ma si accodano alle “formiche” piuttosto che alle “cicale”, mentre si tratterebbe di mandare a quel paese entrambe le bestie». A quanto pare Bifo prende le parti delle “cicale”, magari in attesa dei soliti e mai meglio chiariti “equilibri sociali più avanzati”. Per come la vedo io, uno studio serio sulla struttura capitalistica della Grecia degli ultimi venti anni (quantomeno) aiuterebbe a capire i termini reali della crisi profonda che affligge quel Paese, al di là di vittimismi e risentimenti nazionali oggi cavalcati anche da Syriza. Non a caso e non per “errore”. So bene che affermare questo basta e avanza per venir bollati da taluni come oggettivi servi sciocchi della Germania e della Troika (nonché degli Stati Uniti e di Israele: ma sì, abbondiamo!); ma chi se ne frega!

«Non penso che Tsipras e Varoufakis siano dei traditori»: almeno su questo punto la pensiamo allo stesso modo*, sebbene muovendo da posizioni completamente diverse. «Penso», continua Bifo, «che abbiano tentato di fare qualcosa che non si può fare: hanno tentato di opporre la democrazia alla matematica finanziaria. Prevedibilmente la matematica ha vinto. Hanno tentato di rovesciare l’irreversibile, di evitare l’inevitabile. Prevedibilmente non ce l’hanno fatta». Una lettura piuttosto scontata, banale, oltre che del tutto sbagliata di quanto accade in Europa. La dimensione sistemica, ossia profondamente sociale, dello scontro oggi in atto nel Vecchio Continente, come parte di un conflitto sistemico più grande che investe l’intero pianeta (vedi alle voci competizione capitalistica e contesa interimperialistica), è completamente obliterata, a vantaggio del problema rubricato da più parti come La fine della democrazia nel Finanzcapitalismo. Naturalmente il problema dei limiti della politica nell’epoca della sussunzione totalitaria del mondo al Capitale (tout court) è reale, ma occorre impostarlo correttamente, cosa che a mio avviso include anche, oltre che l’abbandono di certi miti intorno alla forza del Politico nei “formidabili” anni Settanta, una critica radicale della democrazia borghese come forma politico-ideologica di controllo e di dominio. Perché allora non usciamo più dalla falsa alternativa democrazia-fascismo – ma anche primato della politica-primato dell’economia. «Piantiamola con la retorica della democrazia. Democrazia è una parola ripugnante e ipocrita», scrive lo stesso Bifo. Come già aveva capito il giovane Marx della Questione ebraica, lo Stato di diritto borghese è, al contempo, la sfera della falsa (illusoria) universalità e lo strumento di dominio di una classe sulle altre. Funzione ideologica (l’uguaglianza formale di tutti i cittadini dinanzi alla Legge) e funzione politico-istituzionale sono le due facce della stessa cattiva (disumana) medaglia.

Insomma, dobbiamo iniziare a prendere molto sul serio la matematica del Dominio capitalistico considerato in tutti i suoi aspetti (economici, politici, culturali, psicologici, ecc.), magari abbandonando certe infondate suggestioni intorno all’algoritmo finanziario che «non può comprendere la sensibilità» né «l’imperfezione umana», così da rendere alla fine inevitabile la guerra chiamata «a ristabilire aggressivamente i diritti del corpo contro il dominio arbitrario dell’astratto». Senza un’analisi storicamente e socialmente fondata – in termini anticapitalistici, beninteso – dell’attuale guerra sistemica europea la chiave di lettura biopolitica produce certamente un suono gradevole all’orecchio dell’intellettuale avvezzo ai concetti chiamati a dar conto del “Capitalismo cognitivo”, ma non apre alla comprensione nessuna porta. Ecco perché quando Bifo sostiene che, a differenza dei «bravi scolaretti Rajoy, Hollande e Renzi [che] hanno penosamente provato a fare i compiti a casa», «i greci hanno invece deciso di non piegarsi ulteriormente all’umiliazione e alla rapina finanziaria», egli aderisce a un punto di vista squisitamente borghese, nell’accezione squisitamente storico-sociale del termine. E qui ritorniamo alla crisi sociale che «cancella la distinzione tra destra e sinistra». Appunto.

 

* Scriveva Massimo Panarari (La Stampa) qualche giorno fa: «Stando ai rumors, Yanis Varoufakis è ormai un po’ caduto in disgrazia, cosa che spiegherebbe parzialmente quella che potrebbe anche essere un’aggressiva strategia di immagine volta a mostrare il volto umano (troppo umano…) del castigamatti della Trojka [che nel frattempo ha cambiato nome: Le Istituzioni]. Con un quesito che rimane, però, insoluto: cosa c’entra un marxista (auto) dichiarato e titolare del dicastero più delicato per un Paese prostrato dall’austerità con la life politics e la politica pop? Alla popolazione ellenica, che si sta infatti scatenando furibonda sui social, l’ardua sentenza…». Ecco in azione il solito moralismo dei populisti d’accatto! Da Berlusconi a Varoufakis a rovistar nella popò. Chi di populismo ferisce di populismo perisce? Può darsi. Ma oggi mi sento di dover spezzare una lancia a difesa del compagno Ministro. Non prendertela, Yanis, è tutta invidia sociale che cola!

«”Tutto quello che chiediamo è: date una possibilità alla Grecia”. Comincia così l’editoriale dei vertici economici del governo Tsipras sul Financial Times, secondo cui “il Paese è in una posizione come quella di Sisifo, un uomo condannato a trascinare un macigno in cima a una collina solo per vederlo rotolare ogni volta”» (ANSA, 17 marzo 2015). Qualcuno potrebbe chiedere con qualche maligna ironia: «Ma dov’è finito il radicalismo antiausterity di Syriza?». Qualcuno, non io.

YANIS VAROUFAKIS. LE CONFESSIONI DI UN MINISTRO “UMANISTA”

Yanis%20VaroufakisSolo oggi ho scoperto le Confessioni di un marxista eccentrico (o irregolare) di Yanis Varoufakis (2013), e ne suggerisco la lettura a chi fosse interessato a conoscere non solo l’ideologia dominante nella sinistra progressista europea (più o meno “radicale”), ma anche i suoi tormenti etico-morali in rapporto al Potere e al denaro: «Forgiare alleanze con forze reazionarie, come penso dovremmo fare per stabilizzare oggi l’Europa, ci espone al pericolo di diventare cooptati, di perdere il nostro radicalismo a causa della calda luce dell’essere “arrivati” nei corridoi del potere». Vedremo tra poco in che termini l’eroe greco del momento declini il suo «radicalismo». Di certo egli non è un tipo banale, tutt’altro; tanto più se paragonato ai leader della sinistra italiana.

Nelle sue Confessioni Varoufakis cerca di discolparsi dall’accusa di menscevismo che gli viene scagliata contro dalla cosiddetta sinistra anticapitalista (tipo KKE, per intenderci), la cui inconsistenza teorica e politica è rivelata già da quella “sanguinosa” (in realtà semplicemente ridicola) critica. Della serie: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. D’altra parte, se il Nostro sente la necessità di alleggerirsi la coscienza attraverso una lunga spiegazione (perché «Questa critica, lo confesso, ferisce»), ebbene ciò conferma la mia tesi: “bolscevichi” e “menscevichi” condividono lo stesso terreno di classe, quello borghese. O «patriottico», per usare un termine che piace assai ai sinistrati del XXI secolo. A quale Patria mi riferisco: a quella nazionale che piace tanto ai Social Sovranisti o a quella europea, che una volta mandava in visibilio i progressisti “internazionalisti”? Dal mio punto di vista la domanda non ha alcun senso: in ogni caso si tratta della società dominata dai rapporti sociali capitalistici, e la distinzione interno/esterno regge sempre meno sotto la pressione del processo sociale capitalistico colto nella sua più autentica dimensione geosociale (il mondo), come dimostrano peraltro le stesse “spinte identitarie” che rigano il tessuto sociale anche nel seno dell’Unione Europea, e l’insorgenza nazionalistica che si registra in ogni parte del pianeta.

A proposito di Patria e Nazione apro una piccola parentesi. Scriveva ieri Danilo Taino sul Corriere della sera: «Ieri, a Bruxelles, sono iniziati i colloqui tecnici tra i rappresentanti ellenici e i funzionari di quelle che ora vengono chiamate «istituzioni» e non più troika [grande conquista umanitaria, non c’è che dire…], cioè Ue, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale. Passaggio importante, anche se per arrivare a una conclusione servirà del tempo. La riunione, però, è stata sovrastata dall’escalation della questione delle riparazioni di guerra alla Grecia da parte della Germania. La vicenda, non nuova, aveva ripreso quota nelle settimane scorse, ma su un piano solo polemico. Ieri il ministro ellenico della Giustizia, Nicos Paraskevopoulos, ha fatto un passo in più e ha minacciato di sequestrare beni tedeschi in Grecia. La sera prima, martedì, il primo ministro Alexis Tsipras aveva di nuovo sollevato il caso e il Parlamento greco aveva votato di istituire una commissione speciale per esaminarlo». Più la crisi greca si approfondisce e si aggroviglia intorno alle “ataviche” magagne strutturali del malconcio capitalismo ellenico, strapazzato dagli interessi contingenti e strategici di capitalismi ben più attrezzati e potenti (state pensando alla Germania?), e più alti si fanno i toni del risentimento nazionale. Cavalcare la mala bestia dell’orgoglio nazionale e della dignità nazionale offesa e ferita dai “poteri forti” sovranazionali è da sempre un classico nella gestione dei conflitti sociali interni e nel confronto con i competitori esteri. E la cosa appare ai miei occhi tanto più odiosa, quando il soggetto politico che cavalca la retorica dell’orgoglio nazionale affetta pose sinistrorse.

Detto questo, ritorniamo al “menscevico” Varoufakis, il cui aspetto fisico è, come ci informa Antonietta Demurtas su Lettera 43, fonte di notevole interesse per la stampa tedesca: «virilità classica, da statua greca» (Stern), «un’icona del sesso» (Die Welt), «un uomo terribilmente attraente» (Zdf), «tremendamente cool» (Stylebook). Tutto sommato non male per un “menscevico” greco che si è messo in testa di sfidare la Cancelliera di Ferro («il nuovo Bismarck» secondo la rimarchevole definizione di Sergio Romano). Nientedimeno!

Inutile girarci intorno: quando “bolscevichi” e “menscevichi” pensano e parlano di «nuovo mondo possibile» e di «socialismo» (i primi per incensarlo e i secondi per criticarlo) essi hanno in testa il Capitalismo di Stato a suo tempo impiantato in Russia da Stalin e in Cina da Mao. Tutta la loro controversia politico-dottrinaria sulla natura del capitalismo neoliberista e finanziario, e sui tempi e i modi del suo superamento, non si comprende che alla luce di quella premessa. I “bolscevichi” intendono salvare il bimbo stalinista/maoista dall’acqua sporca degli “eccessi”; i “menscevichi”, snervati dalle tante delusioni accumulate nel tempo, si accontentano di un capitalismo “ben temperato” da mirate e mai troppo invasive politiche di welfare. In ogni caso, attraverso una fraseologia pseudo marxista entrambi veicolano concetti e organizzano pratiche (politiche, istituzionali, economiche) che con un autentico anticapitalismo non hanno nulla a che vedere. Ecco perché non mi stupisce neanche un po’ apprendere, ad esempio, che Varoufakis nel 2000, rientrato in Grecia dopo un periodo di proficuo lavoro all’Università di Sidney, si è «schierato con George Papandreou, sperando di contribuire a fermare il ritorno al potere di una Destra risorgente determinata a riportare i greci in una posizione xenofoba». Peraltro è lo stesso schema “antifascista” che il Nostro dice di voler applicare anche oggi. Ed è uno schema che personalmente sento ripetere dai leader sinistrorsi praticamente da sempre, decennio dopo decennio: «Oggi dobbiamo sconfiggere la destra reazionaria, magari alleandoci con la destra democratica e antifascista; domani, statene certi, faremo la rivoluzione. Chi non capisce questo fa oggettivamente il gioco della reazione – e quindi è meritevole delle premurose attenzioni dello Stato borghese: vedi, ad esempio, la “politica interna” del PCI durante i cosiddetti anni di piombo). Domani faremo la rivoluzione. Domai, come no! D’altra parte è meglio, molto meglio che le cose siano andate come sappiamo, visto che la “rivoluzione” che avevano in testa lor signori avrebbe aperto le porte a un regime di stampo stalinista. Dalla padella…

«Il massimalismo rivoluzionario, alla fine, aiuta i neoliberisti ad aggirare ogni opposizione alla loro malignità autodistruttiva», sostiene Varoufakis. Massimalismo rivoluzionario? Ma io non vedo in giro nessun massimalismo rivoluzionario! Ah, forse l’attuale Ministro Umanista («La mia è una strategia che si inquadra in un progetto politico radicalmente umanista») delle Finanze intendeva riferirsi agli stalinisti ellenici e alla “sinistra” di Syriza. Io parlerei piuttosto di massimalismo populista-sovranista-statalista, più che di «massimalismo rivoluzionario». Ma che importa, oggidì le parole sono più svalutate di una dracma bucata.

Quella del nostro amico greco «È una confessione mediante la quale convincere i radicali che abbiamo una missione contraddittoria: arrestare la caduta libera del capitalismo europeo al fine di guadagnare il tempo che ci è necessario per formulare l’alternativa a esso». Il Katechon di Varoufakis è credibile come ogni altro Potere frenante tirato in ballo per giustificare, probabilmente anche a se stessi, la propria adesione allo status quo sociale: tratteniamo la Fine dei Tempi solo per meglio prepararci. «Non siamo ancora pronti, e affrettare la fine del capitalismo adesso annichilirebbe anche la possibilità di un Nuovo Inizio»: è l’ultima trovata “politico-filosofica” escogitata dell’intellighentia progressista più sofisticata del Vecchio Continente per rispondere alle bordate critiche dei “radicali” che non raramente essa stessa ha nutrito a suo tempo. Se guardata dalla giusta prospettiva, la missione di cui parla il Greco non è affatto contraddittoria, tutt’altro!

«Dunque sì, in questo senso mi sento obbligato a riconoscere che desidererei che la mia campagna fosse di un genere diverso; che promuoverei molto più volentieri un’agenda radicale la cui raison d’etre fosse sostituire il capitalismo europeo con un sistema diverso, più razionale, piuttosto che limitarmi a promuovere la stabilizzazione del capitalismo europeo, in contrasto con la mia definizione di Buona Società». Vorrei, vorrei tanto, credetemi, ma non posso. Almeno oggi. Inutile dire che la «Buona Società» cui il Ministro delle Finanze allude somiglia tanto a quel Capitalismo equo e solidale, ecologicamente sostenibile, dal volto umano, basato sulla virtuosa economia reale (servita e non dominata dal Capitale finanziario, secondo i santi auspici di Papa Francesco), che sta in cima alle preferenze di chi intende salvare il Capitalismo dalle sue stesse contraddizioni «ripristinando il primato dell’economia sulla politica».

«Siamo noi, i marxisti opportunamente eccentrici, che dobbiamo cercare di salvare il capitalismo europeo da sé stesso»: non appartenendo a nessuna tipologia di marxisti, tanto meno a quella dei «marxisti opportunamente eccentrici», io mi chiamo opportunamente fuori dall’ardua impresa, e consiglio gli altri non marxisti che si battono contro il Capitalismo di fare lo stesso. Tutto ciò non sarà né marxista né eccentrico, lo riconosco, ma sicuramente è la cosa giusta da fare se non si vuol fare dell’anticapitalismo una chiacchiera salottiera.

Racconta Varoufakis: «Nel settembre del 1978, sei mesi o giù di lì prima della vittoria della Thatcher che cambiò per sempre la Gran Bretagna, mi trasferii in Inghilterra per frequentare l’università. Assistere alla disintegrazione del governo laburista sotto il peso del suo degenerato programma socialdemocratico mi indusse a un errore di primo ordine: a pensare che forse la vittoria della signora Thatcher sarebbe stata una cosa buona, impartendo alla classe operaia e media britanniche il breve e forte colpo necessario a rinvigorire la politica progressista, a dare alla Sinistra un’occasione per ripensare la propria posizione e creare un ordine del giorno nuovo e radicale per un nuovo genere di efficace politica progressista. Persino mentre la disoccupazione raddoppiava e poi si triplicava sotto gli ‘interventi’ neoliberisti radicali della signora Thatcher io continuai a mantenere la speranza che Lenin avesse ragione: “Le cose devono peggiorare, prima di migliorare”. Mentre la vita si faceva più difficile, più abbrutita e, per molti, più breve, mi venne in testa che ero tragicamente in errore: le cose potevano peggiorare in eterno, senza migliorare mai. La speranza che il deterioramento dei beni pubblici, la riduzione della vita della maggioranza, la diffusione delle privazioni in ogni angolo del paese conducessero, automaticamente, a un rinascimento della Sinistra era semplicemente ciò: una speranza!». Che ingenuità! E, soprattutto, che confusione! È ingenuo sperare che dal peggio possa venire fuori automaticamente, spontaneamente, il meglio, cioè – almeno per chi scrive – la rivoluzione sociale (vedi, tra l’altro, il Che fare? dell’evocato Lenin); che senso ha, poi, mettere insieme Lenin e la sinistra progressista (di vecchio e nuovo conio)? Assolutamente nessun senso, se non quello che rinvia all’ideologia pseudomarxista: è infatti tipico dell’intellettuale “radicale” di sinistra masticare parole “rivoluzionarie” (spesso tratte dal lessico terzomondista e benecomunista) e alludere a eventi rivoluzionari (all’Ottobre 1917, ad esempio, ma anche al 1789 francese) per dar conto di una posizione politica tutta interna alla prassi della conservazione sociale.

Dopo aver cantato diverse lodi alla genialità filosofica, politica ed economica del comunista di Treviri, e informato il lettore di considerarsi un «marxista eccentrico» (o «irregolare»), oltre che «incoerente» (ma pur sempre «un marxista», vivaddio!), Varoufakis passa a considerare i «Due errori imperdonabili di Marx»: «Avendo spiegato perché qualsiasi comprensione del nostro mondo sociale io possieda la devo in larga misura a Karl Marx, voglio adesso spiegare perché resto terribilmente arrabbiato nei suoi confronti». Addirittura! Carlo (scusatemi la confidenza!), ma cosa gli hai fatto? È presto detto. Primo «errore»: «Marx non vide mai l’avvento di [un] processo dialettico. Egli semplicemente non prese in considerazione la possibilità che la creazione di uno Stato dei lavoratori avrebbe spinto il capitalismo a diventare più civilizzato mentre lo Stato dei lavoratori [secondo il Nostro amico da Stalin a Pol Pot: sic!] sarebbe stato infettato dal virus del totalitarismo mentre l’ostilità del resto del mondo (capitalista) nei suoi confronti cresceva sempre più». Detto che lo «Stato dei lavoratori» di cui parla il simpatico Ellenico non aveva nulla a che fare con gli interessi, immediati e storici, dei lavoratori, mentre molto a che fare aveva invece con il Capitale (a prescindere dalla configurazione giuridica che la proprietà capitalistica assume nella contingenza storica: statale, privata, mista, cooperativista, ecc.) e con l’Imperialismo (vedi soprattutto il caso della Russia stalinista); detto questo, non si capisce come Marx avrebbe potuto prendere in considerazione la dialettica, peraltro storicamente completamente infondata, prospettata da Varoufakis. Qui si esagera! Mi pare che si pretenda un po’ troppo dallo stregone di Treviri, ed io, pur non considerandomi un marxista, nemmeno «eccentrico» (figuriamoci se “ortodosso”!), avverto tuttavia la necessità di difenderlo, come posso, da critiche così assurde. L’accusa rivolta a Marx di «essere stato insufficientemente dialettico, insufficientemente riflessivo» mi pare del tutto gratuita, completamente priva di consistenza storica e politica, e la prendo in considerazione solo per ribadire certe mie eccentriche posizioni sullo stalinismo concepito non come un “eccesso”, una “deviazione”, una “degenerazione” rispetto all’autentico comunismo marxiano, ma come una radicale negazione di esso. Lo stalinismo come controrivoluzione borghese, e non come continuazione della rivoluzione proletaria con altri mezzi e nelle mutate condizioni storiche (isolamento della Russia dei Soviet ai tempi di Lenin): di questo, a mio avviso, si tratta.

Abbiamo visto «l’errore di omissione». Veniamo adesso all’«errore di commissione»: «Il secondo errore di Marx, quello che ascrivo a commissione, è stato peggiore. È stato il suo supporre che la verità sul capitalismo sarebbe stata scoperta nella matematica dei suoi modelli (i cosiddetti “schemi di riproduzione”). Questo fu il peggior disservizio che Marx potesse causare al suo stesso sistema teorico. L’uomo che ci ha dotato della libertà umana come concetto economico di primo ordine, lo studioso che ha elevato l’indeterminazione radicale al suo giusto posto nell’economia politica, è stato la stessa persona che ha finito per giocherellare con modelli algebrici semplicistici, in cui le unità di lavoro erano, naturalmente, interamente quantificate, sperando, contro ogni speranza, di evincere da queste equazioni alcune intuizioni aggiuntive sul capitalismo. […] Come ha potuto essere così illuso Marx? Perché non ha riconosciuto che nessuna verità sul capitalismo può mai emergere da un modello matematico, per quando brillante possa essere il modellatore? Non aveva gli strumenti intellettuali per rendersi conto che la dinamica capitalista emerge da una parte non quantificabile del lavoro umano, cioè da una variabile che non può mai essere definita matematicamente? Naturalmente li aveva, visto che fu lui a forgiare tali strumenti! No, il motivo del suo errore è un po’ più sinistro: proprio come gli economisti grossolani contro i quali egli ammonì così brillantemente (e che continuano oggi a dominare le facoltà di economia) egli bramò il potere che la “prova” matematica gli permetteva. Se sono nel giusto, Marx sapeva che cosa stava facendo. Egli capiva, o aveva la capacità di capire, che una teoria onnicomprensiva del valore non può adattarsi a un modello matematico di un’economia capitalista dinamica in crescita. […] In termini economici ciò significava riconoscere che il potere di mercato, e dunque la redditività, dei capitalisti non era necessariamente riconducibile alla loro capacità di ricavare lavoro dai loro dipendenti, che alcuni capitalisti possono ricavare di più da una data riserva di lavoro o da una data comunità di consumatori per ragioni che sono esterne alla sua teoria». Mi scuso per la lunga citazione.

Detto in altri termini, Varoufakis non ha capito né il metodo marxiano di esposizione della sua critica dell’economia politica, nel cui ambito la matematica non gioca affatto il ruolo essenziale (direi feticistico) che egli invece gli attribuisce, né la marxiana legge del valore (legge dello sfruttamento capitalistico), soprattutto per ciò che attiene alla dialettica, certamente complessa, fra valore e profitto, ossia tra la formazione del valore (il plusvalore che si aggiunge al valore “passato”: dialettica di “lavoro vivo” e “lavoro passato”, di «capitale variabile» e «capitale costante») attraverso l’uso – o sfruttamento – della capacità lavorativa nelle imprese industriali, e il profitto genericamente inteso – profitto industriale, profitto commerciale, interesse, rendita e via di seguito. La matematica, peraltro piuttosto elementare (infatti la capisce perfino chi scrive!), usata da Marx nel Capitale è al servizio di concetti puramente qualitativi che vanno compresi nella loro essenza e nel loro svolgimento dialettico (storico e sociale) a prescindere da ogni semplificazione affidata alla “modellistica” matematica, la cui funzione è dunque puramente ancillare rispetto alla formalizzazione concettuale dei fenomeni indagati e spiegati (1).

Decisamente il Greco non è nel giusto, al punto che le sue obiezioni sono così grossolane, da insinuare nella mia testa il sospetto che egli in realtà non abbia ancora letto Il Capitale, ma di averlo semplicemente orecchiato qua e là attraverso la critica dei suoi non pochi denigratori. Ma è un sospetto che volentieri metto da parte. In ogni caso Varoufakis si arrabbia con un Marx che egli stesso si è costruito – forse servendosi di materiali di scarto raccattati in qualche biblioteca universitaria? Maledetto dubbio!

Dire che Marx affidò «la verità sul capitalismo a un modello matematico» significa davvero non aver capito nulla della “teoria economica” marxiana, come peraltro confermano i passi che seguono: «Ci sono stati momenti in cui Marx si rese conto, e confessò, di aver sbagliato sul lato del determinismo. Una volta passato al terzo volume del Capitale egli vide che, una complessità anche minima (ad esempio ammettere gradi diversi di intensità di capitale in settori diversi) faceva deragliare i suoi argomenti. Ma egli era così dedito al proprio monopolio sulla verità che passò a rullo sopra il problema, in modo impressionante ma troppo rudemente, imponendo per decreto l’assioma che, alla fine, avrebbe confermato la sua “prova” originale; quella con cui aveva manganellato in testa Citizen Weston». Anche qui ci troviamo dinanzi a una vecchia, quanto inconsistente, tesi: il Terzo libro del Capitale contraddice i primi due libri, soprattutto il Primo. Niente di più falso.

Mentre nei due primi libri Marx prende in considerazione il decorso ideale normale della riproduzione capitalistica, per coglierne le essenziali leggi di movimento (e quindi penetrare criticamente le venerabili categorie dell’economia borghese: valore, merce, denaro, salario, profitto, rendita fondiaria, ecc.), nel Terzo egli cerca di approssimare il modello astratto al capitalismo colto nella sua fattualità empirica, nella sua complessa concretezza. Di qui, ad esempio, il fondamentale concetto marxiano di lavoro medio sociale (o lavoro astratto) che molto a che fare ha con la «composizione organica del capitale» evocata, mi sembra, da Varoufakis («gradi diversi di intensità di capitale in settori diversi»). Composizione organica che a sua volta rinvia al fondamentale tema marxiano circa il passaggio (in realtà si tratta di una dialettica ancora attiva anche nelle metropoli capitalistiche più avanzate) dall’estorsione del «plusvalore assoluto» all’estorsione del «plusvalore relativo» (con l’ausilio della tecno-scienza applicata in tutti i momenti del processo produttivo), dalla sussunzione solo formale del lavoro al capitale alla sussunzione reale (oggi totalitaria, in tutti i sensi) del lavoro al capitale (2). Ebbene, la complessa dinamica sociale che rimanda ai concetti qui solo richiamati non solo è presente fin dal principio nella testa di Marx, ma sta alla base della sua scelta metodologica volta a semplificare la totalità del quadro per coglierne l’intima essenza, ossia il significato più peculiare – sul versante del processo storico come sul terreno della contingenza sociale. In questo modo gli fu anche possibile cogliere l’intimo legame che stringe in una sola totalità organica (altamente dinamica e contraddittoria) i diversi momenti dell’«accumulazione e riproduzione allargata» (3). Fare insomma di Marx un teorico dell’equilibrio capitalistico (4) appeso alle rigide formule matematiche significa non aver letto (non dico capito e men che meno condiviso) le sue avvertenze metodologiche contenute già in Per la critica dell’economia politica. Varoufakis però le opere “economiche” marxiane le conosce sicuramente meglio di chi scrive; cosa dedurne allora? Naturalmente può darsi benissimo che egli sia nella ragione ed io nel torto; come sempre sta al lettore giudicare. A proposito: che c’entra il «Citizen Weston» con il manganello dottrinario di Marx?

Secondo Varoufakis Marx, a un certo punto, si rese conto che qualcosa non funzionava nel dispositivo dottrinario che aveva confezionato in guisa di immodificabile Bibbia del proletariato mondiale; ma egli commise un grave peccato d’orgoglio che le classi subalterne probabilmente stanno ancora pagando: «Ahimè, tale riconoscimento sarebbe stato equivalente ad accettare che le sue “leggi” non erano immutabili. Egli avrebbe dovuto ammettere a voci in contrasto nel movimento sindacale che la sua teoria era indeterminata e, perciò, che le sue dichiarazioni non potevano essere corrette in modo unico e senza ambiguità. Che erano permanentemente provvisorie. Ma Marx avvertì l’irreprimibile urgenza di domare persone come Citizen Weston che osavano preoccuparsi che un aumento del salario (ottenuto mediante scioperi) potesse dimostrarsi una vittoria di Pirro se conseguentemente i capitalisti avessero spinto al rialzo i prezzi. Invece di solo discutere con persone come Weston, Marx era deciso a dimostrare con precisione matematica che sbagliavano, che erano antiscientifiche, grossolane, immeritevoli di seria attenzione». Quante sciocchezze, compagno Ministro!

L’idea centrale che informa Salario, prezzo e profitto (1865), il saggio “popolare” che contiene la polemica marxiana nei confronti del «Citizen Weston», ruota intorno alla necessità di affermare un punto di vista oggettivo (ovviamente si tratta pur sempre di un’oggettività considerata dalla prospettiva critico-rivoluzionaria dell’autore), e non volontaristico, circa il problema dello sfruttamento capitalistico: «La volontà del capitalista consiste certamente nel prendere quanto più è possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non è di parlare della sua volontà, ma di indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti» (5). Detto in poche parole, per Marx si trattava di opporre un punto di vista autenticamente classista alle concezioni progressiste piccolo-borghesi, molto diffuse già allora nel movimento operaio, che declinavano lo sfruttamento degli operai in termini di ruberia, di truffa, di inganno, di malafede e quant’altro ancora; un grande imbroglio, insomma, organizzato dai cattivi padroni ai loro danni. Per il cittadino di Treviri, invece, lo sfruttamento capitalistico è in primo luogo una questione di rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, i quali rendono possibile la creazione di un plus di valore (incassato dal capitale a titolo gratuito) nella sfera della produzione, non in quella della circolazione (compravendita di merce-lavoratore nel mercato del lavoro), regno di tutte le malefatte umane perché intimamente connesso col denaro, con «lo sterco del demonio», secondo la recentissima e originalissima definizione del Compagno Papa. Non si tratta, dunque, sempre per Marx, di mettere in questione la volontà, buona o cattiva che sia, dei padroni, ma un rapporto sociale storicamente determinato che è in sé, necessariamente, disumano. Si capisce facilmente perché questo punto di vista marxiano debba risultare oltremodo ostico ai riformatori del Capitalismo e ai teorici del male minore – magari in attesa di «più avanzati equilibri sociali».

«Il cittadino Weston ha dimenticato che la zuppiera nella quale mangiano gli operai è riempita dall’intero prodotto del lavoro nazionale e che ciò che impedisce loro di prenderne di più, non è né la piccolezza della zuppiera, né la scarsità del suo contenuto, ma soltanto la piccolezza dei loro cucchiai» (6). Di qui, la necessità per gli operai per un verso di munirsi di cucchiai sempre più grandi (ossia di salari sempre più alti), e per altro verso, rafforzati da questa lotta per la sopravvivenza organizzata a spese del profitto e delle rendite parassitarie d’ogni tipo, di impossessarsi dell’intera zuppiera. Per fare di tutti gli individui dei lavoratori, secondo gli auspici di molti “marxisti” amici di Varoufakis? È questo il “comunismo” secondo Marx? A mio avviso no. Per Marx si tratta di fare di tutti gli individui anzitutto degli uomini, degli «uomini in quanto uomini», come egli scriveva sulla scorta dei filosofi umanisti d’ogni epoca, e questo lo si ricava da tutti i suoi scritti: da quelli “giovanili” a quelli “maturi”. Ma se non si passa attraverso l’eliminazione rivoluzionaria del lavoro salariato, ossia del lavoro dominato e sfruttato dal Capitale (non importa se “pubblico”, “privato” o “comunale”), non è possibile concepire, anche solo idealmente, la comunità degli uomini autenticamente umani. Non a caso il comunista tedesco conclude il suo saggio (la polemica con il malcapitato «cittadino Weston» è un mero pretesto) come segue: «Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale. […] Essi mancano, in generale, al loro scopo, perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla liberazione definiva della classe operaia, cioè all’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato».

Insomma, piccolo o grande che sia, il metaforico cucchiaio è la croce dei nullatenenti. Anche perché nel frattempo il Capitale è diventato infinitamente più forte ed esperto (vedi, ad esempio, le politiche inflattive volte a difendere i profitti) dai tempi in cui l’umanista di Treviri impallinava il «cittadino Weston».

Veniamo alla conclusione delle Confessioni: «Strani sono i rituali della fatuità e tristi sono tali rituali quando vi ricorrono menti eccezionali, come Karl Marx e come un numero considerevole dei suoi discepoli del ventesimo secolo. Questa ostinazione a volere la storia, o il modello, “completa”, “conclusa”, l’”ultima parola”, è qualcosa che non posso perdonare a Marx. Si è dimostrata, dopotutto, responsabile di una gran quantità di errori e, più significativamente, di autoritarismo. Errori e autoritarismo che sono largamente responsabili dell’attuale impotenza della Sinistra come forza del bene e come contrappeso agli insulti alla ragione e alla libertà cui sovrintende oggi il gruppo neoliberista». Tante fatue e infondate parole che ci fanno capire però come Varoufakis non abbia capito nulla della Tragedia occorsa al movimento operaio dalla controrivoluzione stalinista in poi. Il problema è che non è il solo, tutt’altro!

(1) Quanto segue va letto ovviamente mutatis mutandis: «Che Rosa Luxemburg non abbia riconosciuto il carattere fittizio dello schema di riproduzione di Marx in quanto mezzo ausiliario per il ragionare astratto, lo dimostra già la questione da essa sollevata sulla possibilità dello schema di arrivare ad “una esistenza sociale obiettiva” (!!!). La sua risposta a questa domanda ha un’intonazione positiva: “È così dimostrata la validità sociale, obiettiva dello schema”» (Henryk Grossmann, Il crollo del capitalismo, p. 236, Jaca Book, 1977). Anche questo “positivismo” fu probabilmente alla base delle sue infondate critiche alla «riproduzione allargata in Marx» contenute ne L’accumulazione del capitale (Einaudi, 1980).
(2) Vedi Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito. «Sottomissione reale del lavoro al capitale, ovvero il modo di produzione specificamente capitalistico», p. 51, Newton, 1976.
(3) Il Capitale, II, p. 510, Editori Riuniti, 1980.
(4) Scrive Henryk Grossmann polemizzando con la tesi elaborata da Rosa Luxemburg ne L’accumulazione del capitale secondo la quale lo schema marxiano dell’accumulazione «contraddice al corso reale dello sviluppo capitalistico»: « L’errore di questa enunciazione è visibile con chiarezza. Marx in realtà ha deriso la dottrina dell’armonia circa la possibilità di una accumulazione di capitale proporzionale, eguale in tutte le sfere di produzione. Se una tale accumulazione fosse possibile, le crisi diverrebbero impossibili. Marx dice perciò: “Non vi sarebbe sovrapproduzione se la ripartizione del capitale fra tutte le sfere di produzione fosse talmente proporzionata, che la produzione di un articolo implicasse il consumo dell’altro, e quindi il suo proprio consumo … Ma poiché la produzione capitalistica non può lasciar libero corso a se stessa che in certe sfere, in date condizioni, in generale non sarebbe possibile una produzione capitalistica, se essa si dovesse sviluppare contemporaneamente e uniformemente in tutte le sfere” [Storia delle teorie economiche, II]. La concezione qui sottoposta a critica poté sorgere soltanto per il fatto che si sono misconosciuti i punti di vista essenziali del comportamento metodologico di Marx. Marx rappresenta nel suo schema di riproduzione la linea media dell’accumulazione, dunque il decorso normale ideale per cui l’accumulazione ha luogo egualmente in ambedue le sfere di produzione. In realtà avvengono deviazioni da questa linea media – e proprio Marx ha accennato molte volte alle potenzialità elastiche del capitale – queste deviazioni però sono comprensibili sulla base di questa ideale linea media. L’errore di Rosa Luxemburg consiste proprio nel fatto che essa considera come esatta rappresentazione del decorso reale quel che deve rappresentare soltanto un decorso ideale di normalità fra molti casi possibili» (H. Grossmann, Il crollo…, pp. 235-236).
(5) K. Marx, Salario, prezzo e profitto, p. 36, Newton, 1976.
(6) Ivi, p. 38, Newton, 1976.

FERMENTAZIONE GRECA

obama-gr_fQuelli che vogliono salvare il capitalismo
dai capitalisti tifano Tsipras (G. Ferrara).

1.
«La Grecia», ha dichiarato il “comunista non rivoluzionario”, nonché Ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, «ha bisogno della Germania, che si è trovata nel passato nella sua stessa situazione, cioè umiliata dagli altri paesi e in una pesante depressione, quella che il secolo scorso ha portato all’ascesa del nazismo. Il terzo partito del Parlamento greco è il partito nazista. Credo che di tutti i Paesi europei la Germania possa capire questa semplice notizia: quando si scoraggia troppo a lungo una nazione orgogliosa, e la si espone a trattative e preoccupazioni di una crisi del debito deflattiva, senza luce alla fine del tunnel, questa nazione prima o poi fermenta». Il simpatico Varoufakis dice il vero; come facevo osservare qualche giorno fa, «Quando la miseria incalza e la “coscienza di classe” latita, persino una minestra calda garantita tutti i giorni, e magari un fucile in spalla per difendere la “dignità nazionale” dai cattivoni di turno, possono apparire agli occhi di milioni di persone azzannate dalla crisi quanto di meglio possa offrire loro il pessimo mondo che li (ci) ospita».

Il fatto è che, contrariamente a quanto ritengono molti militanti della “sinistra radicale”, lo stesso successo elettorale di Syriza testimonia l’assenza di “coscienza di classe” lamentata sopra. Dal punto di vista di chi mantiene ferma la necessità di sradicare il vigente dominio sociale mondiale, e che si muove nel quotidiano in vista  di quell’obiettivo (affrontando le ineludibili e tutt’altro che facili questioni poste dalla dialettica fra “tattica” e “strategia”), Syriza è parte del problema, non ne è la soluzione, nemmeno in una sua forma abbozzata e non ancora precisata. La stessa politica estera del governo Tsipras, che ammicca sfacciatamente all’imperialismo russo per acquistare peso politico nella contesa fra partner europei e per soddisfare l’orgoglio sovranista del popolo greco (quando non si ha pane da offrire agli affamati si può sempre vendere loro un po’ di sano e virile orgoglio nazionale), rende oltremodo evidente quanto appena detto.  Ritornerò tra poco su questo punto.

Dichiarava ieri Marianella Kloka, attivista greca di Mondo senza Guerre e senza Violenza: «In quattro ore si è organizzata ad Atene una manifestazione in piazza Syntagma, ripetuta anche a Salonicco. Gli slogan della manifestazione di oggi: Non ci lasceremo ricattare. Non ci arrendiamo. Non abbiamo paura. Non ci tireremo indietro. La gente è indignata per la crudeltà con cui la BCE ha risposto alle proposte del governo greco e si ribella ai ricatti. La settimana prossima, in coincidenza con la riunione dell’Eurogruppo, scenderemo di nuovo in piazza in tutte le città greche con gente di ogni età. Questa situazione di asfissia sociale non può continuare, né in Grecia, né nel resto d’Europa. Il fallimento del sistema è ogni giorno più chiaro. Abbiamo l’obbligo di spiegarlo e di cambiare le cose insieme a tutti i popoli d’Europa». Certo, nella testimonianza appena riportata si coglie la rabbia, l’insofferenza, la voglia di reagire a una situazione sempre più intollerante; insieme, però, a una grande confusione per ciò che concerne la ricerca delle vere cause dell’asfissia sociale che ha colpito milioni di persone (lavoratori, disoccupati, pensionati, ceto medio declassato) e nell’individuazione dei veri nemici. Veri, beninteso, dal punto di vista critico-rivoluzionario, ossia da una prospettiva autenticamente anticapitalista. Inutile farsi illusioni “rivoluzionarie” a tal proposito: nel breve e nel medio termine, in Grecia come altrove in Europa e nel mondo, quella prospettiva farà una fatica mostruosa per iniziare a penetrare fra i nullatenenti e fra le persone umanamente più sensibili appartenenti alle diverse classi sociali. Le sirene sovraniste e populiste, di “destra” e di “sinistra”, oggi nuotano come pesci nel mare della crisi sociale e della disperazione, mentre il rivoluzionario che non vuole farsi inglobare nel Fronte Nazionale (o Unità Nazionale, o Fronte Popolare: chiamate come volete la sudditanza del “popolo” al Moloch nazionale, la sostanza non cambia di un atomo) rischia di passare fra le masse disperate e prive di coscienza critica alla stregua di un traditore della patria, quale d’altra parte egli è a tutti gli effetti. Dove c’è patria c’è dominio di classe, ho scritto qualche giorno fa; purtroppo i proletari oggi (e domani? e dopodomani?) non la pensano affatto così. Cosa che tuttavia non rende meno vera quella tesi.

«Non siamo una colonia della Merkel», si leggeva su un cartello esibito da un dimostrante durante la manifestazione ateniese dello scorso giovedì; è precisamente questo spirito nazionalista che bisogna combattere, cercando di fare capire ai lavoratori e ai disoccupati che siamo tutti una colonia del Capitale, a prescindere dalle sue “declinazioni” nazionali, religiose, politiche. L’invito rivolto a suo tempo al proletariato di tutte le nazioni a unirsi in una sola gigantesca unione rivoluzionaria non ha nulla di ideologico e, alla luce del capitalismo totalitario del XXI secolo, non è invecchiato neanche un po’: anzi, quel grido di battaglia è più attuale che mai. Ho scritto attuale, non di facile ricezione, perché qui non si fa della facile demagogia.

2.
La crisi economica, osservava Marx, è il secchio di acqua gelida gettata in faccia a una società ipnotizzata dalla fantasticheria, coltivata per anni e a volte per decenni, secondo la quale la ricchezza sociale può essere creata miracolosamente attraverso la circolazione della stessa ricchezza da una tasca all’altra (come avviene anche attraverso l’intermediazione fiscale gestita dallo Stato), o dalla moltiplicazione di valori-capitali puramente fittizi. Ma la bolla finanziaria, alimentata sia dal “pubblico” che dal “privato”, prima o poi scoppia, provocando morti e feriti, virtuali e reali, e rimettendo le cose sui piedi. Ci si accorge, allora, che molti hanno condotto un’esistenza di gran lunga superiore alle loro capacità di generare ricchezza, e a quel punto anche chi ha concesso loro facile credito rimane fregato. Il debito da virtuoso che era si capovolge in peccato: Schuld!

La crisi internazionale che ha investito l’Occidente a iniziare dagli Stati Uniti ha avuto almeno il merito, diciamo così, di ricordarci come il presupposto della stessa speculazione finanziaria sia radicato nel processo di accumulazione del capitale, ossia nello sfruttamento produttivo del “capitale umano”, come ben sanno i cultori della cosiddetta economia reale. Anziché prendersela solo con i tedeschi e con la Troika, gli europei meridionali farebbero bene a puntare i riflettori soprattutto sulla struttura capitalistica, relativamente arretrata e fortemente parassitaria, dei loro Paesi, le cui leadership nazionali hanno rinviato decennio dopo decennio lo scioglimento dei tanti nodi strutturali che hanno impedito l’ammodernamento dei relativi sistemi, sia per non intaccare interessi consolidati e rendite di posizione, sia per non fare i conti con la inevitabile perdita di consenso politico e con i conflitti sociali connessi alle “riforme”. Insomma, gli interessi capitalistici della Germania non sono più odiosi degli interessi capitalistici dei Paesi che oggi fanno la voce grossa contro «l’ottusa e insostenibile politica dell’austerity». «Nella drammatica vicenda della Grecia le cose si fanno quasi folli», scrive Paul Krugman sul New York Times. Si tratta però di un braccio di ferro fra interessi capitalistici contrapposti, ed è urgente demistificare le cose.

«Il problema di Atene», scrive Giorgio Arfaras, «non è l’onere del debito, ma la difficoltà di finanziare la crescita della spesa sociale ricorrendo all’aumento del prelievo fiscale. […] Concludendo, i limiti della Grecia erano e sono: 1) una base fiscale insufficiente, 2) una base industriale insufficiente» (Limes, 5 febbraio 2015). È questo il nodo strutturale che deve sciogliere qualsiasi partito oggi vinca le elezioni in Grecia, a prescindere dalla sua permanenza nell’area della moneta unica e della stessa Unione Europea.

Scusandomi con il lettore, mi concedo l’autocitazione che segue: «A Piketty “Sembra necessaria la leva della tassazione. Penso a un’imposta progressiva e trasparente sul capitale a livello internazionale. L’ideale sarebbe di poter tassare tutte le grandi fortune a livello mondiale, da quelle americane a quelle mediorientali, dai patrimoni europei a quelli cinesi. È una proposta che può sembrare utopica, ma un secolo fa anche l’imposta progressiva sul reddito era solo un’utopia. Occorre volontà politica”. No, occorre in primo luogo che l’accumulazione capitalistica riprenda in grande stile, occorre che la generazione di ricchezza sociale attraverso lo sfruttamento sempre più intensivo (scientifico) della capacità lavorativa torni a sorridere al profitto come ai bei tempi (per il capitale industriale, beninteso) del boom economico, perché solo questo rende possibile la distribuzione della lana, per riprendere la celebre metafora di Olof Palme sulla pecora borghese da tosare solo dopo averla ben nutrita. Insomma, anche nel Capitalismo del XXI secolo la “volontà politica” non sorretta da un adeguato saggio di accumulazione del capitale distribuisce solo la miseria» (Brevi note critiche al Capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty).

La polemica tedesca sulla cicala meridionale ricorda molto da vicino la polemica antimeridionale leghista degli anni Novanta, ma anche la lotta politica antiserba della Croazia e della Slovenia ai tempi della ex Jugoslavia. Al netto della schiuma ideologica, che tanto disturba anche l’analisi di molti “materialisti storici”, le questioni dirimenti si aggrovigliano sempre intorno alla scottante questione della generazione e distribuzione della ricchezza sociale. I Paesi “nordici” lo sanno e ci tengono a ribadirlo sempre di nuovo; i Paesi “meridionali” lo sanno ma fanno finta di non saperlo, per non pagar dazio, come si dice volgarmente. La tragedia, per me, è che dentro questo “dibattito” capitalistico i nullatenenti non hanno una posizione autonoma, ma si accodano alle “formiche” piuttosto che alle “cicale”, mentre si tratterebbe di mandare a quel paese entrambe le bestie.

«Siamo un Paese sovrano e democratico» ha detto Alexis Tsipras ai parlamentari di Syriza dopo il giuramento del nuovo Parlamento; «Abbiamo un contratto con chi ci ha votato e onoreremo i nostri impegni». Mutatis mutandis, è lo stesso discorso che fa tutti i giorni la Cancelliera di Ferro ai suoi parlamentari e al suo elettorato. È la democrazia (borghese), bellezza!

3.
Mettendo in relazione la crisi economico-sociale greca con la crisi geopolitica ucraina non si compie, a mio avviso, nessuna forzatura politica o concettuale, perché entrambi gli “eventi” si inquadrano nella guerra sistemica in corso ormai da diversi anni in Europa, e i cui sviluppi sono difficilmente prevedibili. Almeno per le mie capacità analitiche. Ciò che invece mi appare di solare evidenza è 1) il carattere ultrareazionario della contesa da ogni lato la si guardi (da Nord come da Sud, da Ovest come da Est), e 2) la necessità/urgenza dell’autonomia politica delle classi subalterne, oggi costrette a recitare il ruolo di strumenti nelle mani delle fazioni capitalistiche in lotta per il potere, o per la sopravvivenza attraverso il compromesso con chi uscirà vincente dal conflitto.

«È di oggi la notizia, riportata da alcuni quotidiani, che la Grecia ha firmato un contratto con la Russia per la fornitura di pezzi di ricambio per i sistemi di difesa aerea “TOR-M1″ e “OSA-AKM”. A confermarlo anche una fonte militare di Atene, che non ha reso noto l’importo del contratto, ma che ha riferito che “Per la Grecia questo contratto è molto importante perché consente di mantenere il corretto livello di difesa aerea”. Si tratta di un evento fondamentale che inevitabilmente sposta gli attuali equilibri (già in forte evoluzione sotto l’aspetto economico e finanziario) anche sotto il profilo militare» (Notizie Geopolitiche, 5 febbraio 2015). Detto per inciso, il punto 10 del manifesto elettorale di Syriza recita: «Tagliare drasticamente la spesa militare». Si predica bene e si razzola male? Staremo a vedere. Ma non è questo il punto su cui invito a riflettere.

Come scriveva Giorgio Cuscito su Limes del 30 gennaio, «Nel suo primo giorno di lavoro, il governo greco si era detto contrario a nuove sanzioni contro la Russia in merito ai recenti sviluppi della crisi in Ucraina. In seguito Mosca, che ovviamente ha accolto con favore la posizione ellenica, ha affermato di non escludere eventuali prestiti per aiutare Atene». Prezzo del petrolio permettendo, bisognerebbe forse aggiungere.

Il punto 40 del citato manifesto elettorale di Syriza recita: «Chiudere tutte le basi straniere in Grecia e uscire dalla Nato». Per Paesi investiti da un’acuta crisi economica e sociale, l’antiamericanismo nazionalista può essere un eccellente strumento di lotta nella contesa interimperialistica e un ottimo collante ideologico per tenere le masse attaccate al carro del Dominio. Uscire dalla Nato per rafforzare il proprio Paese o per dare vita a una nuova alleanza politico-militare (magari antiamericana, magari con Russia, Cina, Venezuela e altri avversari del Grande Satana): una prospettiva che personalmente ho sempre combattuto e che continuerò a combattere, anche contro i teorici del «Nemico Principale» (gli Usa e i suoi alleati, c’è bisogno di dirlo?) da far fuori oggi per indebolire il capitalismo mondiale e poterlo schiacciare più agevolmente domani. Questa finezza dialettica non è alla portata della mia rozza logica proletaria.

varoufakis-brando-640904Aggiunta da Facebook (17 febbraio 2015)

COSE GRECHE

1. Syriza di lotta – intercapitalistica

Scrive Marco Valerio Lo Prete (Il Foglio): «C’è tempo fino a venerdì. Eppure non mancano gli indizi di un fatto: la disfida greca si configura, più che come una riedizione del duello Davide vs. Golia, come una sofisticata partita interna al mondo capitalistico. Con attori [Stati Uniti compresi] interessati, per interposta Grecia, a fare pressioni sull’Eurozona a trazione tedesca».

Allora non avevo capito poi così male…

2. Populismo kantiano e Red Line

Dichiara Yanis Varoufakis, il Ministro delle Finanze più cool del pianeta, al New York Times:

«Come facciamo a sapere che la nostra modesta agenda di politica economica, che costituisce la nostra linea rossa, è giusta in termini kantiani? Lo sappiamo guardando negli occhi le persone affamate che riempiono le strade delle nostre città o la classe media sotto pressione, o considerando gli interessi di ogni lavoratore nell’unione monetaria». Quasi mi commuovo. Quasi. Ci manca un soffio. Rinvio la lacrima.

Non c’è dubbio: la lotta di classe è, ovunque in Europa, un imperativo categorico. Avrò anch’io il diritto di esprimermi in termini kantiani (anche se lascio a desiderare quanto a cool)! A proposito, ho detto lotta di classe, non Fronte Unito Meridionale Antitedesco. Ci tengo a precisare la mia modesta Red Line.