L’ETICA DELLA RESPONSABILITÀ AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Oggi lo storico israeliano Yuval Noah Harari ritorna sulla sua “inquietante” tesi, esposta in diverse interviste rilasciate nei giorni scorsi ai più accreditati quotidiani europei: l’attuale «crisi sanitaria» pone l’umanità, sempre più esposta all’aggressione di «agenti patogeni sconosciuti» che ne minacciano la salute e la stessa esistenza su questo pianeta, dinanzi alla seguente drammatica alternativa: o essa avanza con passo spedito verso la «sorveglianza totalitaria», sul “modello cinese” (ma anche quello “coreano” non scherza!), oppure impara a praticare, e non più solo predicare, l’aureo ideale della «responsabilità individuale», il quale suggerisce agli individui comportamenti adeguati nelle diverse circostanze della vita. Ad esempio, si accetta con stoica rassegnazione la quarantena quando dilaga un’epidemia non perché costretti dal Leviatano, ma perché è la cosa giusta da fare in quella circostanza.

A ben guardare, l’alternativa proposta da Harari è tutt’altro che un’autentica alternativa, e comunque essa si riduce alla “scelta” tra l’accettare con cattiva disposizione d’animo (diciamo così) la pessima realtà, oppure accettarla di buon grado, e magari con zelo, delegando di fatto a noi stessi l’autorità di segregarci in casa per un tempo indefinito. «Liberamente decido di non essere libero». In questo secondo caso, si tratterebbe non di una sorveglianza totalitaria, ma di una totale vittoria delle esigenze sociali (capitalistiche: un dettaglio!) sull’individuo, che diventa appunto il sorvegliante di se stesso. Il nodoso bastone del Sovrano si fa carne e spirito, sangue e psiche. In realtà la doppia sorveglianza (“esterna” e “interna”) dell’individuo è da tempo un fatto compiuto, come del resto aveva già “profetizzato” lo stesso Sigmund Freud, ed è questo a conferirle un carattere totalitario di natura squisitamente sociale (esistenziale, “biopolitica”), prim’ancora che di natura politico-istituzionale.

Rick DuFer si rifiuta di piegarsi alla logica del «Credere, obbedire, guarire»: «O si obbedisce ciecamente, oppure si è degli anarchici irresponsabili e privi di qualsiasi valore umano. O si mostra sui social la propria perfetta aderenza ad ogni dettame, ogni regola, ogni norma, anche la più inspiegabile, oppure si fa parte del non-popolo dei disobbedienti, degli incoscienti. Ma non c’è nulla di più incosciente, nel Paese del “fascismo eterno”, che obbedire ciecamente a quello che decide un burocrate. […] Io non sto “obbedendo” all’imposizione di restare il più possibile a casa: io decido di stare a casa nei limiti delle mie necessità primarie. Io non sto “obbedendo” alla prudenza nella relazione con gli altri: io decido di prestare attenzione al modo con cui conduco i miei rapporti per evitare di farci del male. Io non sto “obbedendo” alla norma secondo cui bisogna evitare assembramenti: io ho capito, leggendo e informandomi, che stare in gruppo è rischioso e decido di non correre quel rischio. E tutto questo ben prima che la legge arrivi ad impormelo. Non credo, non ho mai creduto e mai crederò nell’obbedienza ad alcunché» (Blog Bruno Leoni).

Questo sfoggio di “etica antiautoritaria” ai tempi del coronavirus, elude la domanda che a me pare fondamentale: perché siamo costretti alla quarantena? E più precisamente: di chi è la responsabilità della pandemia che impazza in tutto il mondo? Perché nel nostro Paese nel corso degli anni la spesa sanitaria ha subito continui e pesanti tagli? Perché la «crisi sanitaria» sta già scatenando una crisi economica? Quest’ultima domanda può suonare banale, ma non lo è affatto, perché investe il cuore pulsante del meccanismo che rende possibile la nostra stessa nuda esistenza.

Ebbene, tutte queste domande chiamano in causa non questo o quel governo, ma la natura stessa di questa società, la quale nel volgere di poco tempo ci ha fatto conoscere una devastante crisi economica internazionale, che ha lasciato sul terreno molti morti e moltissimi feriti (sotto forma di disoccupati, precarizzati, supersfruttati, declassati, ecc.), e una crisi cosiddetta sanitaria (che invece è un’autentica crisi sociale sotto tutti i punti di vista), le cui conseguenze sulle nostre condizioni di vita e di lavoro si annunciano ancora più devastanti di quelle prodotte dalla crisi economica del 2008.  Altro che “agente patogeno sconosciuto”: qui l’agente patogeno che corrode la nostra fibra sociale-esistenziale è conosciutissimo! Di più: l’agente patogeno è la società stessa, è la società capitalistica tout court, la quale è dominata dal calcolo economico.

Proprio ieri il leader della Cigil Maurizio Landini dichiarava che questa crisi sanitaria ci dice che «dobbiamo dire basta alla logica del profitto fine a se stesso»: ai progressisti piace la logica del profitto piegata alle necessità del “bene comune”. Questa colossale sciocchezza è benedetta e santificata da Papa Francesco. Per me invece si tratta di dire basta alla “logica del profitto” in quanto tale, e quindi al rapporto sociale oggi dominante in tutto il mondo. Se l’umanità non esce fuori dalla disumana dimensione del calcolo economico (bisogna far quadrare i conti nell’azienda “privata” come in quella “pubblica”, nella famiglia come ovunque si faccia sentire il problema della “sostenibilità economica”), essa si espone a ogni sorta di magagna, “agenti patogeni sconosciuti” compresi.

Parlare di “etica della responsabilità” senza aggredire la radice sociale del problema, significa a mio avviso chinare il capo e decidere come ci conviene subire la cattivissima realtà: subirla da cittadini responsabili che sanno come comportarsi in vista del “bene comune” (sic!), oppure da sudditi recalcitranti che obbediscono solo per timore della legge, e non certo per convinzione. Che bella alternativa!

Come ho scritto altre volte, poste le odierne condizioni sociali, socialmente e umanamente responsabile è, a mio giudizio, ogni azione orientata in direzione del radicale (rivoluzionario) superamento di quelle condizioni: è, questa, la sola etica della responsabilità che personalmente riesco a concepire nell’epoca del dominio totalitario dei rapporti sociali capitalistici e che, nel mio infinitamente piccolo, mi sforzo di praticare.