A QUALCUNO PIACE CALDA – LA GUERRA…

Al di là delle rituali dichiarazioni diplomatiche intese a presente unito, «come e più di prima», il cosiddetto fronte delle democrazie liberali,  il G7 della Cornovaglia ha confermato come quel fronte sia tutt’altro che unito contro la Russia e la Cina. Il cosiddetto Washington consensus non è che una trovata propagandistica intesa a nascondere il reale stato delle relazioni tra i Paesi del cosiddetto “fronte delle democrazie”. Anche l’Europa è fortemente divisa al suo interno circa le relazioni commerciali e politiche da intessere con la Russia e la Cina. La ritrovata unità tra le due sponde dell’Atlantico è più un auspicio di chi vi spera, che una realtà.

In ogni caso tutto è ancora confuso e in divenire. Intanto tedeschi, francesi e italiani vogliono continuare a fare business con tutti gli “autocrati” del mondo. L’approccio di Mario Draghi al problema è particolarmente spassoso (o “pragmatico” che dir si voglia): «Noi continuiamo a fare affari con gli autocrati, è vero, ma non smettiamo di ricordare loro che sono brutti, sporchi e cattivi. Purtroppo abbiamo bisogno di commerciare con questa gentaglia». Roma spera che Biden riesca a convincere il dittatore di Ankara a moderare il suo attivismo “neo-ottomano” in Libia e nel Mediterraneo orientale, ossia nel “nostro” cortile di casa. Di certo Erdogan non si arrenderà facilmente alle “buone ragioni” dell’Italia, anche perché con Washington può giocare la carta russa, ossia l’inedita alleanza tra Russia e Turchia. D’altra parte il nuovo “alleato” russo non può concedere al governo turco quel sostegno economico di cui ha impellente bisogno per fronteggiare una crisi economica sempre più grave. In Italia il partito cinese è rappresentato ufficialmente dai pentastellati fedeli a Grillo e Travaglio, ma basta fare i nomi di Romano Prodi e Massimo D’Alema per capire l’ampiezza del sostegno politico su cui può contare il Celeste Imperialismo nel nostro Paese.

Molti analisti e lo stesso Xi Jinping parlano di un «ritorno alla guerra fredda», ma quando di mezzo ci sono gli interessi sistemici (economici, tecnologici, scientifici, geopolitici) dei Paesi capitalisticamente più sviluppati del pianeta, la contesa imperialistica è sempre “calda”, ed è destinata a diventare sempre più accesa. Ai tempi dell’Unione Sovietica la guerra “calda” (sistemica) interessava direttamente il “fronte delle democrazie”, e difatti dalla fine degli anni Settanta in poi gli Stati Uniti minacciarono più volte la Germania e il Giappone. Le minacce sembravano avere una natura puramente commerciale, finanziaria e monetaria, ma in controluce il loro significato politico appariva evidente. Washington accusò assai rudemente il governo tedesco di voler sostenere un colosso dai piedi d’argilla (l’Unione Sovietica) che stava barcollando sotto i colpi della corsa al riarmo missilistico (vedi anche il progetto statunitense chiamato “Guerre Stellari”). Alla fine degli anni Ottanta gli americani dissero a muso duro ai giapponesi che il tempo dei loro “proditori attacchi” commerciali/finanziari contro gli interessi statunitensi dovevano finire, mentre i mass-media del Paese erano pieni di allusioni al “proditorio attacco” del 1941. 

Questo solo per dire che i «servi sciocchi degli americani» non sono mai esistiti, se non nella testa dei filosovietici  nostrani. Oggi è il turno dei filocinesi, degni eredi degli stalinisti di ieri – in realtà si tratta delle stesse persone, almeno per i filocinesi più stagionati, i quali finalmente possono riprendersi la rivincita nei confronti dell’odiato nemico amerikano. Ognuno ha la rivincita che merita.

Sul piano della contesa imperialistica l’Unione Sovietica, con la sua arretrata struttura capitalistica che la relegava a Paese fornitore di materie prime, poteva contare solo sul suo elefantiaco e costoso apparato militare, e in ogni caso già agli inizi degli anni Settanta iniziò il suo inarrestabile declino. Oggi le cose stanno ben diversamente. Nel XXI secolo le “democrazie liberali” devono vedersela con un competitore (la Cina) fortissimo su ogni aspetto della prassi imperialistica, a cominciare dalla produzione di “beni e servizi”. Una volta il G7 rappresentava l’80% del Pil globale mentre oggi ne rappresenta a malapena il 40%.

È questa evoluzione nello scenario globale che attribuisce all’odierna guerra sistemica mondiale una particolare pericolosità anche in termini squisitamente militari. Non bisogna mai dimenticare che alla base del moderno imperialismo c’è la potenza del Capitale, la complessa, contraddittoria e conflittuale trama dei suoi molteplici interessi. In questo peculiare senso è corretto, a mio avviso, parlare di “guerra calda”, pensando all’odierno confronto interimperialistico, e non di una seconda “guerra fredda”.

Agli Stati Uniti inquieta molto anche il soft power cinese basato sulla propaganda rivolta all’opinione pubblica internazionale e intesa a spiegare ai cittadini del mondo il sistema del «socialismo con caratteristiche cinesi», così che ne possano apprezzare la bontà e la superiorità rispetto al sistema democratico-liberale. Questa propaganda si serve com’è noto delle tecnologie “intelligenti” di ultimissima generazione per penetrare capillarmente il mercato mondiale delle idee, dei sentimenti e delle suggestioni. Masse di diseredati, anche nell’Occidente capitalisticamente avanzato, potrebbero subire la fascinazione di un potere totalitario che in ogni caso garantisce la metaforica ciotola di riso (oggi più ricca che in passato) a tutti i suoi sudditi. Xi Jinping in persona ha dichiarato qualche giorno fa che la propaganda politico-ideologica rivolta all’estero rappresenta un punto chiave nell’ascesa della Cina sulla scena mondiale: bisogna conquistare la mente e il cuore dei consumatori ovunque essi si trovino!   

L’intenzione degli Stati Uniti è separare la Russia dalla Cina, perché insieme questi due Paesi rappresentano un blocco economico-militare che difficilmente gli americani possono vincere, anche con l’aiuto degli europei. Si tratta di vedere quali carte Washington è in grado di giocare per allargare i punti di conflitto che certamente non mancano nella relazione sino-russa.

È vero che Mosca teme molto il “fraterno” abbraccio di Pechino, ma sa di non poterne fare a meno nel medio periodo; Russia e Cina sanno bene che solo stando insieme esse possono rappresentare una seria minaccia per gli Stati Uniti e sperare di dividere l’assai composito e frastagliato fronte nemico. In questo senso la Germania e l’Italia rappresentano un ottimo esempio. La crisi economico-sociale in Russia è sempre dietro l’angolo; ancora oggi il suo debole “welfare” dipende dal prezzo delle materie prime (petrolio e gas, in primis), e quindi dalla congiuntura economica mondiale. Il salario medio dei lavoratori russi è di circa 300 euro; la Russia importa dall’estero (Germania e Stati Uniti in testa) il macchinario di precisione senza il quale non è possibile produrre nemmeno i vaccini. Solo sul piano militare quel Paese ha la consistenza di una potenza imperialista globale: di qui il suo perdurante attivismo militare in diverse aree del quadrante geopolitico.

Negli stessi Stati Uniti le imprese che hanno interesse a che l’interscambio commerciale Cina-Usa non declini ma anzi cresca ulteriormente, e che la catena del valore (e dello sfruttamento) non si spezzi, non guardano certo di buon grado alla controffensiva propagandistica del Presidente americano, il cui “internazionalismo” è comunque molto più in continuità con l’”isolazionismo” trumpiano di quanto non si creda sulla scorta della mera schiuma propagandistica. Le multinazionali americane integrate con il sistema capitalistico cinese temono devastanti guerre commerciali e doganali tra i due Paesi, e certamente cercheranno sponde politiche in grado di mitigare la bollente retorica “democratica” di sleepy Joe – il quale evidentemente si è svegliato…

Non è facile creare nuove catene del valore industriale – e possibilmente salvaguardare quelle vecchie. La produzione dei semiconduttori, fondamentali per far “girare” le tecnologie “intelligenti”, è oggi un nodo particolarmente incandescente nel rapporto tra cinesi e americani, e la questione taiwanese dev’essere letta anche alla luce del contenzioso sui semiconduttori. «Taiwan rappresenta un tassello fondamentale della partita tecnologica tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese. Quindi della loro competizione militare ed economica. La Cina guida per ora il mercato della lavorazione delle terre rare impiegate nella costruzione di tutti i prodotti elettronici. Gli Usa e la Corea del Sud sono invece all’avanguardia nella progettazione dei microchip. Di fatto, la filiera produttiva tecnologica unisce le prime due potenze al mondo. In tale contesto si collocano l’isola di Formosa e in particolare l’azienda Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc). Il colosso basato a Hsinchu rappresenta il 54% del mercato fondiario globale dei semiconduttori che compongono i microchip. Dai circuiti integrati dipende il funzionamento dei prodotti più disparati, inclusi autovetture, sistemi missilistici, caccia, computer quantistici, intelligenza artificiale, Internet delle cose e rete 5G. In sostanza, il mercato dei semiconduttori impatta sulle ambizioni di potenza cinesi e sulla necessità americana di contenerle per preservare il primato tecnologico. […] Insomma, Usa e Cina non faranno la guerra per i semiconduttori taiwanesi. Ma il diretto coinvolgimento dell’isola anche in questo ambito della competizione sino-statunitense evidenzia quanto sia complicato per le prime due potenze al mondo recidere il nesso che lega le rispettive filiere produttive» (Limes).

Si tratta a tutti gli effetti di uno scenario da guerra calda, che Sergio Romano sintetizza in questi termini: «C’è un cambiamento enorme: il presidente democratico ha detto che vuole ridare agli Stati Uniti la posizione centrale nella leadership mondiale che hanno avuto dal 1945 in poi. Trump no. E per questo preferivo il repubblicano. Una leadership globale significa sempre sottrazione di potere ad altri soggetti, in particolare nel nostro caso all’Europa. Trump poteva risultare scontroso e talvolta volgare – a me era poco simpatico – ma la sua posizione contraria all’egemonia, al prendere decisioni per gli altri, era chiarissima» (Libero Quotidiano). Diciamo che negli Stati Uniti si manifestano come sempre due approcci diversi al tema centrale dell’esercizio dell’egemonia statunitense.

Questo post è stato scritto ieri.

Post scriptum. A proposito di soft power: «La Cina ha attaccato i leader del G7 con un’inquietante vignetta sull'”ultima cena” dell’Occidente dopo che l’Australia ha ricevuto sostegno nella sua spinta per una nuova inchiesta sull’origine del virus Covid-19» (Daily Mail).


3 pensieri su “A QUALCUNO PIACE CALDA – LA GUERRA…

  1. (ANSA) – PECHINO, 15 GIU – L”aeronautica militare cinese ha effettuato oggi un blitz con 28 aerei nella zona d’identificazione di difesa aerea di Taiwan, mobilitando anche i caccia J-16 e J-11. L”incursione, riferita dal ministero della Difesa di Taipei, è maturata a due giorni dalla dichiarazione del G7 rilasciata domenica, in cui i leader hanno lanciato un monito alla Cina, rilevando “l’importanza della pace e della stabilità attraverso lo Stretto di Taiwan” e incoraggiando “la risoluzione pacifica delle questioni attraverso lo Stretto”. Per la prima volta, il G7 ha fatto riferimento a Taiwan, mandando Pechino su tutte le furie. La Cina considera l’isola come una provincia ribelle, destinata alla riunificazione anche con l’uso della forza, se necessario.

  2. «La traduzione a senso di “America is back”, lo slogan con cui Biden si è presentato al vertice Nato, è per noi italiani “Mamma America è tornata”. Errore. Il sottotesto americano suona: “Sulle cose che contano noi decidiamo, voi applicate. Per il resto imparate a cavarvela da soli”. […[ Il Biden reale – non quello retorico – non è poi tanto diverso da Trump, perché entrambi ammiragli sulla tolda di una corazzata che non può né vuole invertire la rotta a ogni cambio di Amministrazione. È cambiata la forma, e la forma conta, ma la postura resta la stessa» (Lucio Caracciolo, La Stampa).

  3. Scrive Mattia Feltri: «Massimo D’Alema ha recapitato un video a New China Tv nella fausta circostanza dei cento anni del Partito comunista cinese a cui si devono, secondo la complessa contabilità degli storici, fra i quaranta e gli ottanta milioni di morti soltanto nella stagione del comando di Mao» (La Stampa). D’altra parte l’accumulazione originaria a tappe forzate del Capitale non è un pranzo di gala. Sulla «fausta circostanza» rinvio a un mio post:

    1921-2021. CENTENARI CHE SUONANO MENZOGNERI

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