LA TRAGICA COAZIONE A RIPETERE DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

gaz

Scrive Lorenzo Trombetta su Limes: «Quando si tratta di fare la guerra, Israele è una potenza quasi incontrastata. E certamente nei Territori palestinesi le Forze armate israeliane non hanno pari. Anche in termini di repressione poliziesca, il monopolio della forza è in mano allo Stato ebraico. […] Netanyahu, Abu Mazen e Hamas beneficiano dell’inasprimento delle tensioni. I paesi arabi sostenitori degli Accordi di Abramo supereranno l’imbarazzo, mentre Erdoğan può mostrarsi interessato ai luoghi santi. Il sorriso dell’Iran. Unici sconfitti, i palestinesi». Come sempre, del resto. «I grandi sconfitti», puntualizza Trombetta, «sono la società palestinese e alcuni segmenti di quella israeliana, in forte dissenso con le pratiche repressive e discriminatorie dello Stato ebraico». Qui quantomeno si allude a qualcosa che dà un po’ di ossigeno alla speranza.

Esprimere solidarietà al popolo palestinese esposto all’ennesima violenza sociale e militare da parte dello Stato israeliano appare agli occhi dell’anticapitalista un fatto scontato, che rischia però di diventare soprattutto un fatto rituale, privo di un’autentica sostanza politica, talmente vecchia, ripetitiva e priva di sbocco, almeno nel breve e medio termine (tanto per essere ottimisti!), appare la vicenda di cui ci occupiamo – ancora! «Gli scontri sulla Spianata delle Moschee, i razzi di Hamas che piovono sulle case, gli espropri a Gerusalemme Est, i raid su Gaza e i tanti, troppi morti e feriti»: un film visto e rivisto fin troppe volte! Una tragica coazione a ripetere che provoca un senso di impotenza e di sconforto.

Il quadro storico nel quale si aggroviglia la matassa chiamata Questione Palestinese oggi non ha più niente a che fare con quello che vide nascere lo Stato di Israele nel Secondo dopoguerra. Ad esempio, collocare la lotta del popolo palestinese nel contesto del più generale movimento panarabo antimperialista oggi non avrebbe alcun senso, soprattutto perché ormai da molto tempo tra gli stessi Stati arabi è in corso una contesa  sistemica intesa a stabilire l’egemonia di uno di essi nella regione. Quantomeno dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso le nazioni mediorientali che aspirano a diventare potenze regionali hanno usato la Questione Palestinese in chiave puramente strumentale, e col tempo si è visto quanto fosse illusorio e velleitario credere di poter contare sulle “borghesie arabe progressiste” (se non “socialiste”: sic!) per far marciare più rapidamente la lotta di liberazione nazionale del popolo palestinese.

Il panarabismo borghese è tramontato non solo come possibilità storica, ma esso oggi non esiste più nemmeno come sentimento popolare. Come scriveva Paolo Maltese in un bel libro dei primi anni Novanta del secolo scorso, «È semplicistico e deviante ritenere che sia sufficiente risolvere la questione palestinese per portare la pace in Medio Oriente. Piuttosto essa è stata pure, col suo peso lacerante, utile come alibi per camuffare antagonismi e problemi interni del mondo arabo» (1).

D’altra parte, la prospettiva di uno Stato laico plurinazionale fatto di ebrei e palestinesi («Due popoli, una sola terra») alla lunga si è dimostrata essere del tutto utopistica perché essa presupponeva una generale ristrutturazione del quadro mediorientale, cosa che avrebbe dovuto fare i conti sia con gli interessi delle grandi potenze, sia con gli interessi delle nazioni mediorientali. Questa drammatica situazione, che offriva (e offre) pochissimi spiragli ai palestinesi, ha avuto una puntuale fenomenologia politica nell’azione sempre più contraddittoria e di retroguardia dell’OLP di Arafat.

Israele non è una nazione capitalista qualunque che possa “riformarsi” ridandosi un assetto diverso per riassorbire i conflitti e le contraddizioni che la sua nascita ha generato. Fondato sul privilegio ebraico; Stato teocratico del Medio Oriente ben prima dell’ascesa al potere di Khomeini in Iran, Israele può vivere solo riaffermando continuamente la propria identità duplice e contraddittoria: Stato imperialista e Stato pedina dell’imperialismo occidentale – statunitense, in particolare (2). Questa identità, così difficile da sostenere e così gravida di violenze d’ogni tipo, confligge non di rado con gli interessi geopolitici degli europei e degli americani, e ciò appare più chiaro tutte le volte che appare all’orizzonte la possibilità di una “soluzione politica” del conflitto israeliano-palestinese. Posta l’originalità esistenziale qui accennata, per Israele assume un significato eversivo perfino la più modesta delle ipotesi di “soluzione pacifica” avanzate nel corso del tempo dalla leadership politica palestinese, una leadership peraltro sempre più debole, frantumata e dipendente da attori geopolitici, mediorientali e non, che, come già detto, osservano la Questione Palestinese solo dalla prospettiva della contesa interimperialistica – afferente il “piccolo gioco” regionale come il “grande gioco” internazionale.

Arabi-in-Israele

Limes

La condizione di estrema debolezza dei palestinesi si spiega benissimo soprattutto alla luce della debolezza politico-sociale delle classi subalterne mediorientali e del resto del mondo, le quali oggi sono incapaci di esprimere una reale solidarietà e un appoggio fattivo alla  lotta dei palestinesi per ottenere l’indipendenza nazionale – nei ridottissimi termini realisticamente concepibili nella società capitalistica mondiale del XXI secolo.

Da sempre lo Stato israeliano e i suoi sostenitori occidentali usano l’equazione che riconduce la sincera solidarietà militante alla causa palestinese all’antisemitismo più o meno dichiarato: si tratta di un’operazione propagandistica  che non si giustifica nemmeno alla luce del reale antisemitismo che anima moltissimi nazionalisti arabi e non pochi sostenitori occidentali del popolo palestinese. Sentenziare, senza portare uno straccio di prova, che la lotta contro il nazionalismo/imperialismo israeliano è la continuazione del vecchio antisemitismo nelle mutate circostanze storiche, è dire il falso sapendo benissimo di mentire. 

È triste vedere i diseredati palestinesi soffrire e morire per una causa (l’indipendenza nazionale) che nel XXI secolo, nell’epoca del dominio mondiale e totalitario del Capitale, non merita una sola goccia di sangue proletario. Detto en passant, giudico ultrareazionaria la strategia “missilistica” di Hamas che pratica il bombardamento indiscriminato del territorio nemico, esponendo peraltro la popolazione palestinese alla pronta ritorsione di Israele – che del resto non aspetta che di essere “provocata” per conquistare altro territorio e cementare l’unità nazionale. Si tratta di una logica tutta interna alla guerra di stampo borghese. Le forme di lotta non sono mai né politicamente né socialmente neutre, e anzi dicono molto della posta in gioco, della sua natura di classe. I palestinesi devono guardarsi tanto dai nemici quanto dagli “amici” – ed è sufficiente analizzare, anche solo superficialmente, la politica fin qui praticata dell’Autorità nazionale palestinese del presidente Abu Mazen (Cisgiordania) e la leadership esercitata da Hamas a Gaza, per capire fino a che punto i palestinesi si trovino in pessime mani. «Nei loro media i lanci di razzi verso Israele sono chiamati “Operazione Spada di Gerusalemme”. In un video diffuso sul web, l’ala militare di Hamas ha affermato: “Gerusalemme ha chiamato, Gaza ha risposto”» (Ansa). E la povera gente muore. Il nazionalismo palestinese è anch’esso parte del problema per i diseredati palestinesi, presi ancora una volta tra due fuochi.

Leggo su Facebook: «Non riusciranno mai a sconfiggere e a mettere in ginocchio un popolo che ha come unica arma la più potente: la Fede. Forza Palestina, Forza Palestinesi, Resistete» (Ismail Benanni). Riporto un commento: «Voi con la scusa della fede sono secoli che vi fate la guerra, e tutto il mondo ci guadagna vendendovi armi. Ma svegliatevi!» (P. V.).

Leggi: Alcune riflessioni sul conflitto israelo-palestinese

(1) P. Maltese, Nazionalismo Arabo Nazionalismo Ebraico, 1789-1992, Mursia, 1994.

(2) In realtà la storia sembrava poter prendere una diversa piega all’indomani della seconda carneficina mondiale. Infatti, il 14 maggio 1947 il delegato sovietico all’ONU, Gromyko, reclamò l’immediata abolizione del mandato britannico e la spartizione della Palestina «in due Stati indipendenti: uno arabo, l’altro ebraico. Il fatto che nessun paese dell’Europa occidentale sia stato in grado di assicurare la difesa dei diritti elementari del popolo ebraico e di proteggerlo contro le violenze dei carnefici fascisti, spiega l’aspirazione degli ebrei alla creazione del loro Stato». Con questa sorprendente dichiarazione Gromyko spiazzò non solo il “Partito comunista degli ebrei palestinesi”, da sempre antisionista e che fu costretto a mutare posizione nel volgere di qualche ora (dimostrando in tal modo la sua filiazione stalinista), ma anche la parte più moderata dei suoi interlocutori ebrei, i quali si videro costretti a mutare repentinamente atteggiamento nei confronti degli inglesi per paura di venir scavalcati dagli eventi. «L’atteggiamento sovietico non fece che agire da catalizzatore nei confronti dell’opinione pubblica ebraica, in quanto rivelava agli ebrei che la soluzione dei loro problemi – e cioè la creazione di uno Stato ebraico – era divenuto un ideale a portata di mano, perché una delle due grandi potenze che dominavano il mondo se ne era fatta ormai paladina» (ivi, p. 139). Ovviamente l’Unione Sovietica mirava semplicemente a sostituirsi alla Gran Bretagna come potenza dominante in Medio Oriente. «Era un calcolo sufficientemente esatto, ma, allo stesso tempo, un calcolo che prevedeva guai alle spalle degli altri, tanto degli arabi che degli ebrei» (p. 140). E qui arriviamo ai giorni nostri.

IMPIGLIATA NEL RULLO CAPITALISTICO. OVVERO LA BELLA E LA BESTIA

«Un uomo di 49 anni è rimasto schiacciato da un tornio meccanico in una fabbrica di Busto Arsizio: è morto in un incidente simile a quello che ha coinvolto la giovane Luana D’Orazio. Le morti bianche in Italia sono ancora troppe: 185 secondo i dati dell’Inail nei primi tre mesi del 2021. Due vittime ogni 48 ore» (Today.it). «A Treviso strazianti i funerali del ragazzo schiacciato da un carico pendente. A Torino sciopero dopo due morti bianche in pochi giorni in Piemonte» (Avvenire).

Qui di seguito il post che ho pubblicato su Facebook qualche giorno fa.

No, la bestia, non è Leonardo Pieraccioni! La bestia è ovviamente il Capitale, il Moloch, la Cosa capitalistica che ha il diavolo in corpo.

Pieraccioni: «L’ho avuta come comparsa in un mio film, Se son rose, nella scena di una festa. Il ricordo di quella scena di una festa spensierata di ventenni aggiunge ancora più dolore. Perché la vita a vent’anni dovrebbe essere e continuare così, come una festa. È una notizia terribile, vista la sua età e la modalità dell’incidente. Lascia un bambino di cinque anni, non ci sono parole». Se non troviamo le parole adeguate a esprimere il nostro dolore, cerchiamo almeno qualche parola che possa farci capire con che cosa abbiamo a che fare quando parliamo di “incidenti sul lavoro”. Io le ho trovate nel solito Old Nick:

«Nella fabbrica esiste un meccanismo morto indipendente dagli operai, ed essi gli sono incorporati come appendici umane. Il lavoro alla macchina intacca in misura estrema il sistema nervoso, sopprime l’azione molteplice dei muscoli e confisca ogni libera attività fisica e mentale. La stessa facilitazione del lavoro diventa un mezzo di tortura. Mediante la sua trasformazione in macchina automatica, il mezzo di lavoro si contrappone all’operaio durante lo stesso processo lavorativo quale capitale, quale lavoro morto che domina e succhia fino all’ultima goccia la forza-lavoro vivente (K. Marx, Il Capitale, I, p. 467, Editori Riuniti, 1980).

Leggo da qualche parte: «Luana d’Orazio è rimasta impigliata in un orditoio, un rullo tessile che l’ha risucchiata». Quando la metafora si trasforma in un’odiosa realtà! «Nel 2021 queste cose non possono accadere»: ma se il fatto è appena accaduto! Mi si obietterà che si tratta solo di un modo di dire. Non c’è dubbio; ma è un modo di dire che la dice lunga su questa escrementizia società, sia per ciò che riguarda la sua “struttura”, il suo modo di produrre la ricchezza sociale, sia per ciò che concerne la sua “sovrastruttura”, il suo modo di spiegare e di razionalizzare fatti e relazioni.

Quando «la Costituzione più bella del mondo» (sic!) recita nel suo articolo di apertura che «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (salariato, mercificato), essa confessa apertamente la natura capitalistica della società italiana – natura che rende necessaria anche la formazione di un «esercito industriale di riserva» più o meno numeroso: la disoccupazione conferma, non contraddice, la «Costituzione più bella del mondo». Identica cosa si può dire a proposito della precarizzazione del lavoro e dei fenomeni che svalorizzano e disumanizzano la prestazione lavorativa.

Sul fondamento di questo lavoro (salariato), che nega agli individui umanità, libertà, dignità e creatività, e che peraltro svela la radicale continuità tra il regime fascista e quello che lo ha rimpiazzato (e così sistemiamo, con qualche giorno di ritardo, sia il 25 aprile che il Primo maggio del regime!), sono inevitabili anche i cosiddetti incidenti sul lavoro. Nel 2021 queste cose possono e anzi devono accadere, come insegna la statistica dedicata al fenomeno rubricato appunto come “incidenti sul lavoro”. «Quasi ogni giorno, una lavoratrice, un lavoratore si reca al lavoro e non fa più ritorno a casa» (un sindacalista). «Nel 2021 queste cose non possono accadere!»: sic!

COLOMBIA. CONTINUA LA VIOLENTA REPRESSIONE DELLE MANIFESTAZIONI

colomb

Sale a 27 morti il macabro bilancio della sanguinosa repressione attuata dal governo colombiano contro il movimento di protesta sociale iniziato il 28 aprile scorso nella città di Cali. I feriti sono più di 800.

«Sono scesi in piazza studenti, sindacati, organizzazioni sociali e comunità indigene, nonché cittadini comuni che protestano contro le riforme del presidente Iván Duque. Tutto è cominciato per la nuova legge fiscale. Le dimissioni del ministro delle Finanze, Alberto Carrasquilla, non sono bastate per fare placare gli animi, e le manifestazioni si sono allargate contro tutto il pacchetto di riforme sulle pensioni, sanità e lavoro per sollevare l’economia colombiana dagli effetti della pandemia» (Formiche.net).

Evidentemente «sollevare l’economia colombiana dagli effetti della pandemia» ha un prezzo molto salato per la stragrande maggioranza dei colombiani, che di certo non navigavano nel benessere già prima della pandemia. «La cosiddetta Ley de Solidaridad Sostenible, che il governo di Ivan Duque ha progettato, ha l’obiettivo di raccogliere una somma pari ad oltre sei miliardi di dollari americani per affrontare la crisi economica che il paese sta affrontando anche a causa della pandemia; prevede anche la creazione di un fondo per far fronte al cambiamento climatico e una tassa sugli imballaggi di plastica monouso. Lo stesso ministro del Tesoro Alberto Carrasquilla Barrera ha ammesso che il provvedimento colpirà per il 74% le famiglie e solo per il 26% le imprese. La legge viene presentata dal governo come un modo per aiutare gli strati più poveri della popolazione, per creare posti di lavoro e per incentivare l’accesso all’istruzione, ma sono molti anche tra gli economisti a temere che, per come è stata formulata, questa legge potrebbe avere effetti contrari» (Notizie Geopolitiche). Potrebbe avere…

«Al momento si stima che il 43 per cento della  popolazione sia povero, il 7 per cento in più rispetto al periodo pre-pandemia, e nell’ultimo anno 2,8 milioni di persone sono finite in condizione di estrema povertà: cioè quella di chi guadagna meno di 145mila pesos al mese, circa 32 euro» (Il Post).

Il Presidente Duque ha detto di tollerare i manifestanti pacifici mentre ha promesso il pugno duro a «disadattati e terroristi». A Bogotà la polizia ha caricato i manifestanti e ha promesso un premio per chi aiuterà ad individuare i responsabili delle sommosse. D’altra parte l’esercito colombiano è avvezzo all’uso della più spietata violenza: «Più di 6 mila persone sono state ammazzate in Colombia dai militari tra il 2002 e il 2008, durante la presidenza di Álvaro Uribe Vélez. Erano civili, anche se hanno cercato di presentarli come guerriglieri» (Osservatorio Diritti). Non erano né guerriglieri, né disadattati, né terroristi…

Gli Stati Uniti sostengono il governo colombiano e si dicono dispiaciuti per la piega sanguinosa che ha preso la vicenda. «In tutto il mondo», ha dichiarato Jalina Porter, portavoce del Dipartimento di Stato americano, «i cittadini nei paesi democratici hanno il diritto indiscutibile di protestare pacificamente. La violenza e il vandalismo sono un abuso di quel diritto. […] Allo stesso tempo chiediamo alla forza pubblica di esercitare la massima moderazione per evitare altre perdite di vite. Gli Stati Uniti riconoscono l’impegno del governo colombiano a indagare sulle denunce di eccessi della polizia e violazioni dei diritti umani e continuano a sostenere gli sforzi del governo di fare fronte alla situazione attraverso il dialogo politico». Com’è noto, in fatto di «massima moderazione» nell’uso degli strumenti repressivi dello Stato gli Stati Uniti sono maestri. Diciamo.

Analoga dichiarazione ha fatto Peter Stano, portavoce della Commissione europea: «Ricordiamo alle autorità dello Stato colombiano la loro responsabilità di proteggere i diritti umani, compreso il diritto alla vita e alla sicurezza della persona, e di facilitare l’esercizio del diritto alla libertà di riunione pacifica». Se ne ricorderanno i massacratori colombiani? Ovvero: sic!

SEMPRE GUERRA E MAI PACE

sciami

Un domani…

Da Avvenire: «Secondo il rapporto Sipri, il 2020 è stato l’anno record per le spese militari: +2,6%. Le grandi potenze militari, Stati Uniti, Cina e Russia in testa, non spiegano da sole le dinamiche in atto. Il campo delle medie potenze è in forte ascesa, se solo si pensa alla Turchia, al Giappone, alla Corea del Sud, agli Emirati Arabi Uniti, all’Iran, a Israele. La sfida è immensa. Ci sarebbe da pensare alla pace, agli investimenti colossali del post-pandemia e invece i grandi del pianeta si stanno ri-preparando a scontri fra titani. Non è un caso che Stati Uniti (39%), Cina (13%), India (3,7%), Russia (3,1%) e Regno Unito (3%) concentrino il 62% delle spese militari mondiali. L’Italia è tredicesima (1,5%) e sta attraversando una fase fortemente espansiva, mai vista dal biennio 2008-2009. Entro il 2025, la Marina imposterà una decina di nuove navi da guerra, con caratteristiche utili anche al mondo civile, che le consegneranno la leadership quasi indiscussa del Mediterraneo allargato». Allargato e cimiteriale, mi permetto di aggiungere pensando alle persone che cercano di raggiungere le sponde europee partendo dall’Africa e dall’Asia. Gli ultimi morti: «Cinquanta migranti, fra cui alcuni egiziani, sono morti al largo della Libia in seguito al naufragio dell’imbarcazione su cui viaggiavano» (Ansa, 3/5/2021).

Forse non è eccessivo ricordare qui che l’Italia finanzia e sostiene in molti modi il sistema concentrazionario libico brulicante di miseria, disperazione e violenza. Ma riprendo la citazione.

«C’erano state le invocazioni del Pontefice e dell’Onu [sic!], tutte tese a far tacere le armi, almeno nei momenti più drammatici della pandemia. E alcuni avevano sperato che il mondo post-Covid sarebbe diventato meno bellicoso. Invece il risveglio è stato ancora più duro».

Lo so, è antipatico dirlo, ma non posso fare altrimenti: si trattava di una speranza del tutto infondata, figlia di un’assoluta incomprensione circa la natura del Moloch sociale che ci espone continuamente a ogni genere di problemi e di rischi. La pandemia come continuazione della guerra sistemica (totale) capitalistica è un concetto troppo dirompente sul piano politico-esistenziale per poter attecchire con facilità nella coscienza della gente. Non è una questione di intelligenza (la quale peraltro è spesso molto sopravvalutata); si tratta piuttosto di un complesso di “fattori” di varia natura, intrecciati fra loro in un groviglio inestricabile e di cui mi riesce difficile dar conto in poche frasi. Credo comunque che cercare di evitare a qualcuno, anche a una sola persona (pecco di minimalismo?), un «risveglio ancora più duro» non sia un’impresa disprezzabile né impossibile. Speriamo bene!

armi_74774049

DAL CONO D’OMBRA A OMBRE GOFFE

donne-1-696x523

Dal cono d’ombra della storia (minore, diciamo pure minima) al cono di luce dell’operazione Ombre rosse (o goffe?): probabilmente ha ragione chi sostiene che in Italia il passato non passa mai. Scrive Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi ucciso nel 1972: «Come mia madre e i miei fratelli, non riesco a provare alcuna soddisfazione. L’idea che un uomo anziano e molto malato vada in galera non è di alcun risarcimento per noi» (Il Corriere della Sera). Se questo è vero per Calabresi e per la sua famiglia, figuriamoci per chi ha in odio questa società e avversa lo Stato in tutte le sue articolazioni istituzionali, territoriali e politiche. Ovviamente sto parlando di me.

La mia solidarietà a chi è stato raggiunto dalla lunga mano degli organi repressivi dello Stato (capitalistico, democratico, nonché “nato dalla Resistenza”) è fuori questione, e prescinde dal severo giudizio politico che nel tempo ho maturato sulle vittime dell’operazione “Ombre rosse” – agli inquirenti bisogna riconoscere quantomeno una certa creatività terminologica, sebbene cinicamente orientata. L’album di famiglia di cui parlò una volta Rossana Rossanda non mi ha mai riguardato, se non come suo acerrimo avversario – e se si escludono i due anni (’77-78) che mi videro giovanissimo lettore di Lotta Continua. «Le BR appartengono alla vostra tradizione stalinista!» rinfacciò giustamente Marco Boato ai dirigenti del PCI dalle colonne di Lotta Continua (Né con le BR né con lo Stato. E poi?, 14 aprile 1978).

A proposito di tradizione stalinista! Anche Giuliano Ferrara si dichiara contrario al «giubilo per gli arresti in Francia», e per rafforzare la sua posizione “garantista” ricorda il suo passato togliattiano (cioè di giovane stalinista italiano): «A Torino, ero un controterrorista (così mi definiva mio padre con molta inquietudine), ero collaboratore di questurini, carabinieri e magistrati» (Il Foglio). Ferrara ha espresso questo concetto abbastanza ripugnante qualche anno fa: «Erano i miei 20 anni, ero piuttosto impulsivo, mio padre diceva: “Non sei un democratico, sei un controterrorista”» (Lettera 43). Nei cosiddetti anni di piombo il futuro fondatore del Foglio fece della delazione una virtù, e di questo egli si è sempre vantato. Quanto il partito di Berlinguer e Pecchioli fosse un partito d’ordine, molto più di quanto non lo fosse allora la DC di Fanfani, Zaccagnini e Andreotti, è stato dimostrato ampiamente dalla vicenda relativa al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro – il quale peraltro fece in tempo a capire chi fosse alla testa del “partito della fermezza” che lo aveva di fatto abbandonato alla mercé del grottesco “Tribunale del Popolo” brigatista: il PCI, appunto.

La “lotta al terrorismo” durante i cosiddetti anni di piombo mirava sostanzialmente a conseguire tre obiettivi: intimidire i lavoratori in un contesto di acuta crisi economica nazionale e internazionale che ne aggrediva le condizioni di vita e di lavoro, ponendo con ciò stesso le basi per un’estesa lotta di classe; schiacciare per via giudiziaria chiunque praticasse una politica ostile alla “solidarietà nazionale” e alla “politica dei sacrifici” caldeggiata soprattutto dal PCI (con l’appoggio della CGIL di Lama); affinare gli strumenti di controllo e repressione utili nella contingenza e, soprattutto, nel futuro, nel caso cioè di una più accesa e pericolosa conflittualità sociale. Si colpisce il movimento sociale di oggi (in deciso riflusso già alla fine degli anni Settanta) come deterrenza nei confronti delle possibili lotte future. «Come si mette fuorilegge, sotto l’accusa di terrorismo, un’area politica che non è il terrorismo», scriveva Tiziana Maiolo sul Manifesto dell’8 aprile 1980 ricordando il blitz che il 7 aprile 1979 decapitò Autonomia Operaia. Il quadro politico e sociale che si delineò negli anni Settanta del secolo scorso mostrò i limiti del formalismo democratico che in precedenza aveva consentito allo Stato di fronteggiare adeguatamente il conflitto sociale; adesso il bastone doveva prevalere sulla carota per tutto il tempo necessario a ricondurre la conflittualità sociale sui «corretti binari della convivenza civile». Non ci si può muovere in una situazione d’emergenza, speciale, con mezzi idonei a gestire una situazione normale: di qui la legislazione emergenziale/speciale prodotta negli “anni di piombo” – definizione intesa a criminalizzare un’intera stagione di lotte sociali. Va anche detto che il metodo autoritario (il bastone) non sostituì mai il metodo democratico (la carato), soprattutto perché è dal sapiente uso di entrambi i metodi che la classe dominante trae i maggiori benefici in termini di stabilità sociale e di difesa dello status quo sistemico.

Giudice Francesco Amato, sentenza sul caso 7 aprile: «Già nel 1924-25, gli insegnamenti di Gramsci portarono a definire i tentativi di liberarsi del fascismo con il mezzo dell’assassinio politico come tipici di una mentalità piccolo-borghese, che non a Marx poteva richiamarsi, ma alle ceneri del marxismo. […] “Ben scavato, vecchia talpa”, amano dire, ripetendo un’antica frase di Marx, i fautori della lotta armata.  Ma le cieche talpe dell’eversione, scavando, invece di sbucare nel Palazzo di Inverno sono andate a finire nell’immondezzaio della storia» (1). Questi passi, mutuati dagli intellettuali “comunisti” (cioè organici al PCI), la dicono lunga circa l’impianto politico-ideologico dei processi che si incaricheranno di criminalizzare le avanguardie politiche degli “anni di piombo”, trattate alla stregua di «delinquenza politica reazionaria». 

La legislazione d’emergenza, appesantita ulteriormente dopo i fatti del ’78, costrinse molti militanti di estrema sinistra non coinvolti nella pratica terroristica alla fuga all’estero; molti altri finirono nella rete dei reati associativi di stampo “preventivo” (vedi l’art. 270 bis: associazione con finalità di terrorismo) e consegnati ad anni di carcere in attesa di processi istruiti con la dovuta lentezza. Nei primi anni Ottanta per i politici italiani si pose il problema di come gestire la numerosa popolazione carceraria reclusa per reati legati al conflitto politico-sociale, e la cosiddetta dottrina Mitterrand si spiega anche con il tentativo di dare una soluzione extracarceraria a quel problema attraverso un tacito accordo stretto tra Roma e Parigi. La Francia accettò di farsi carico degli “esuli” italiani fissando un solo discrimine: «non aver commesso reati di sangue». È la stessa clausola che ha richiamato Emmanuel Macron per giustificare la sua scelta politica: «Ho applicato rigorosamente la dottrina Mitterrand» – la quale poteva giocare ambiguamente, e sempre con il tacito accordo dei cugini italiani, con il reato di concorso morale in banda armata non previsto dal codice penale francese. La legge Gozzini del 1986 corresse gli “eccessi” della carcerazione emergenziale permettendo a non pochi detenuti politici di uscire definitivamente dal circuito carcerario – anche per gestire al meglio la nuova “emergenza”: quella mafiosa. Di “emergenza” in “emergenza”, la «Repubblica democratica fondata sul lavoro» (salariato, cioè sfruttato) si conferma la degna erede del regime fascista.

La “lotta al terrorismo” lasciò sul terreno un insieme di leggi che assai facilmente si prestavano – e si prestano – ad essere usate anche nello scontro tra le diverse fazioni borghesi, avvezze a coinvolgere gli apparati repressivi dello Stato per regolare conti e battere la concorrenza. Di qui, l’aspro dibattito tra “garantisti” e “giustizialisti” che si accese negli anni Ottanta, quando apparve chiaro che il “partito armato” era stato definitivamente battuto sul piano militare come su quello politico-ideologico.

Al di là dei calcoli fatti a Roma (per stabilizzare il governo?) e a Parigi (per drenare consenso elettorale?), l’operazione repressiva del 28 aprile lancia un messaggio politico-ideologico che non si presta ad equivoci: lo Stato non dimentica i suoi nemici; chi sbaglia paga, non importa quanto tempo la Giustizia impiegherà nel colpirlo. «Adesso la giustizia può fare il suo corso», ha dichiarato il democratico Enrico Letta. Il potere punitivo dello Stato è stato ribadito e, nel caso concreto, ristabilito rimuovendo ciò che ne impediva il corso. Se i rei, divenuti nel frattempo anziani e bisognosi di vitali cure mediche, sono meritevoli di pene alternative alla detenzione carceraria spetta allo Stato stabilirlo: la loro libertà deve cioè apparire agli occhi della cosiddetta opinione pubblica come una concessione da parte del Leviatano, il quale sa essere magnanimo con il delinquente che riconosce i suoi errori e che si impegna a rigare dritto.

La stessa ministra della giustizia Marta Cartabia, che ha definito il blitz francese come un risultato «di portata storica» (nientedimeno!), ha lasciato capire che una volta rientrati in Italia per gli arrestati non necessariamente si riapriranno i cancelli del carcere: «l’azione dell’Italia non è ispirata da sete di vendetta». Si valuteranno misure alternative al carcere secondo quanto prescrive la Costituzione sul carattere risocializzante e rieducativo della pena, «ma tutto questo non ci può essere senza prima passare dalla verità». La latitanza come strumento di risocializzazione e rieducazione del reo non è una prassi prevista dal diritto. E quale sarebbe la verità? Questa: la ragione, la giustizia e il diritto stanno ovviamente dalla parte dello Stato. Stabilito questo punto fondamentale, la giustizia italiana valuterà caso per caso («per età, storia personale e condizioni di salute») quale pena somministrare agli ex terroristi.

«La fabbricazione dell’individuo disciplinare» (M. Foucault) conosce molteplici momenti e spesso passa per vie tortuose che ne rendono difficile la ratio. Di certo ragionare in termini di «Stato di diritto negato» e di «legalità costituzionale infranta» non contribuisce a fare chiarezza sulla natura sociale di quella «fabbricazione». Scriveva Marx: «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro Stato di diritto» (Grundrisse).

Detto en passant, qualcuno ha voluto leggere l’operazione repressiva di qualche giorno fa soprattutto in chiave geopolitica, vedendovi il primo segnale di una possibile intesa franco-italiana, caldeggiata e sostenuta da Washington, volta a indebolire la presa tedesca sull’Unione Europea (2). Vasto e ambizioso programma, non c’è dubbio; si tratta in ogni caso di vedere quanto esso sia fondato su reali rapporti di forza, e non su mere suggestioni e velleità più o meno personali.

Parlare di vendetta dello Stato a proposito dell’operazione “Ombre rosse” mi sembra in ogni caso alquanto riduttivo, anche se non sbagliato, come si evince peraltro dalla seguente citazione (si tratta di Ferdinando Pomarici, il magistrato che nel 1990 chiese la condanna a 22 anni per Adriano Sofri e compagni): «Perché esiste lo Stato? Per impedire che la vedova Calabresi o il figlio Mario, o qualunque famigliare di una delle vittime di quella stagione, un domani prendano un mitra e vadano a sparare agli assassini riconosciuti dei loro cari» (La Stampa).  Lo Stato ha il monopolio della forza e della vendetta – che esercita appunto per conto delle vittime dei reati. In ogni caso è sbagliato sottovalutare la natura politico-ideologica dell’azione repressiva dello Stato, in questo caso come in altri, ed è per questo che mi appare quantomeno ingenuo chiedere alla politica di riconoscere il principio della «verità senza vendetta», pensando «all’insegnamento che ci viene dall’esperienza della lotta di liberazione in Sudafrica» (Il manifesto). Questa ingenuità la dice lunga sul «processo rivoluzionario di massa che cambia la natura del potere» che hanno in testa certi “comunisti” reduci della Nuova Sinistra degli anni Settanta.

Anche parlare di «una pura e semplice operazione di propaganda» (P. Sansonetti) mi sembra riduttivo, e comunque non va sottovalutato il contenuto politico-ideologico di questa propaganda, la sua immediata finalità, la quale non contraddice affatto l’impianto costituzionale di questo Paese – come invece sostiene il direttore del Riformista, il quale è rimasto talmente shockato  dall’operazione mandata a buon fine dal governo Draghi, da provare una certa nostalgia per l’odiato ex ministro della giustizia Bonafede: da non credere!

L’apologia del monopolio statale della violenza nelle parole di Adriano Sofri, ex leader di Lotta Continua: «Tutti gli autori di violenze politiche hanno rispettato la condizione posta dalla dottrina Mitterrand: la rinuncia alla violenza. Cioè il fine più alto che la giustizia persegua» (Il Foglio). La giustizia in regime capitalistico, mi permetto di aggiungere per amor di verità storico-sociale – una verità che ovviamente non mi aspetto di trovare nella riflessione di un ex “rivoluzionario”.

Questo post è stato scritto il 29 aprile.

(1) In Attacco allo Stato. Dossier 7 aprile. Dall’illegalità di massa al terrorismo, pp. 38-114, Napoleone, 1982.

(2) Scrive Fabrizio Agnocchetti a questo proposito: «Gli Usa non tollerano più l’Europa tedesca, infiltrata dalla Cina. La svolta antiliberista di Macron e di Draghi sfrutta il nuovo corso americano. L’allineamento tra i due cugini transalpini, a soli due anni dal punto più basso delle loro relazioni, è compiuto. […] Il progetto di un’eurozona costruita su dettami monetaristi tagliati su misura per le esigenze del capitalismo tedesco ha generato inevitabilmente al suo interno un disequilibrio crescente tra la Germania, con i suoi satelliti, e le economie non allineate ai suoi fondamentali. A una crescita in potenza della prima sono corrisposti i progressivi deterioramenti delle altre, obbligate a prolungate e deleterie politiche deflazionistiche indipendenti dal ciclo economico. Tra queste soprattutto l’Italia, ma anche la Francia. Ciò ha portato a una posizione sempre più egemonica dell’economia tedesca sul continente europeo, che potrebbe pericolosamente – agli occhi di Washington – alimentare progetti di «Quarto Reich», ovvero di intese speciali con Cina e Russia. Ad aggravare il quadro, relazioni commerciali e intese industriali sempre più forti tra Berlino e Pechino, oltre a quelle energetiche con Mosca, che preludono a convergenze geopolitiche e spingono il Drago ad audaci penetrazioni in Europa. Da oltre un decennio l’agenda geoeconomica della Germania preoccupa gli apparati dello Stato profondostatunitense, che definiscono la traiettoria geopolitica dell’impero sull’obiettivo strategico prioritario: il dominio del Vecchio Continente» (Limes, 7/4/2021).

BORDIGA SECONDO CARLO FORMENTI

Incredibile a dirsi, oggi ho scoperto di avere qualcosa in comune con Carlo Formenti: una militanza, più o meno breve e remota (1962-63 per Formenti, 1980-1988 per chi scrive) «in una formazione bordighista» (chi scrive prima in Programma Comunista e poi in Combat) (1). E sembra che proprio questa sua remota («ero poco più che adolescente») esperienza bordighista sia stata una delle regioni che hanno suggerito al Nostro «l’idea di ragionare su questa ingombrante figura storica del marxismo italiano», cioè su Amadeo Bordiga, tanto più che si fa davvero fatica a parlare in modo serio della nascita del Partito Comunista d’Italia (Livorno, 1921) senza prendere in considerazione il ruolo che nella genesi di quel Partito ebbe il comunista di Ercolano (1889-1970). La sintetica biografia offerta da Formenti nell’articolo di cui ci occupiamo dimostra quanto ciò sia vero (2). 

Scrive Formenti: «Ho sempre pensato che la damnatio memoriae alla quale Bordiga è stato condannato dal Partito Comunista Italiano sia stata un grave sbaglio, da un lato perché i suoi errori teorici e politici non furono tali da giustificare questa rimozione totale, dall’altro perché proprio analizzando quegli errori – invece di rimuoverli –, assieme ad alcuni suoi illuminanti contributi sulle tendenze del capitalismo dopo la Seconda guerra mondiale, si sarebbe potuto arricchire il patrimonio teorico del marxismo contemporaneo». Alla luce delle posizioni (giuste o sbagliate che fossero) di Bordiga e della storia del PCI “bolscevizzato”, cioè trasformato in un partito borghese al servizio degli interessi russi e, successivamente (nel Secondo dopoguerra), degli interessi della classe dominante italiana (inserita nel sistema di influenze dell’imperialismo americano); alla luce di tutto questo «la damnatio memoriae alla quale Bordiga è stato condannato dal Partito Comunista Italiano» si spiega benissimo e non va affatto considerata alla stregua  di «un grave sbaglio», bensì come la logica conseguenza di ciò che continuò a essere Bordiga e ciò che diventò il “comunismo italiano” – ossia lo stalinismo con caratteristiche togliattiane. Non siamo, insomma, dinanzi a due forme diverse di “comunismo” che avrebbero potuto incontrarsi o semplicemente arricchirsi vicendevolmente: con il PCI stalinizzato ci troviamo infatti di fronte a una soggettività politica anticomunista, la quale del tutto coerentemente  individuò nella posizione bordighiana quanto di più distante ci fosse dal cosiddetto “comunismo italiano”. Com’è noto, dopo la caduta del fascismo e insieme alla Democrazia Cristiana il PCI fu il perno centrale del nuovo regime al servizio del capitalismo – «Cambiare tutto per non cambiare niente», avrebbe detto il noto scrittore siciliano. «Il patrimonio teorico del marxismo contemporaneo» di cui parla Formenti probabilmente avrebbe suscitato nel comunista campano un sentimento di feroce ostilità, magari veicolato anche da una delle sue famose battutacce dialettali. Addomesticare Bordiga non è impresa facile per nessuno, tanto meno per i sostenitori del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

Non intendo toccare tutti gli aspetti della ricostruzione biografica fatta Formenti, anche perché non voglio recitare la parte dell’avvocato difensore delle posizioni bordighiane malamente trattate dal primo; voglio spendere qualche parola solo su due questioni toccate nel suo articolo, e non per puro spirito polemico, ma per segnalare ai lettori temi molto importanti. La prima riguarda il tentativo, anche questo piuttosto maldestro, per non dire di peggio, dell’autore di utilizzare in qualche modo la posizione che Bordiga elaborò sulla natura sociale della Russia cosiddetta sovietica per portare acqua al fetido mulino del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

Scrive Formenti: «Pur condividendo la tesi di Trotsky sull’impossibilità di costruire il socialismo in un solo Paese, la sua lettura era più sofisticata. Bordiga accolse la svolta della NEP decisa da Lenin come un passo giusto, ma soprattutto inevitabile, come un cedimento alle leggi del mercato imposto dall’accerchiamento della Russia. Ciò detto, era convinto che questo compromesso avrebbe potuto reggere per non più di dieci – vent’anni, dopodiché, se non fossero sopravvenute rivoluzioni in altri Paesi industriali, la Russia sarebbe necessariamente evoluta verso il capitalismo. Questa sua convinzione era così incrollabile che, morto Lenin, osò attaccare la politica della “bolscevizzazione” dei partiti comunisti e a sostenere davanti a Stalin che l’Unione Sovietica – visto che dal suo destino dipendeva quello dell’intero movimento comunista mondiale – avrebbe dovuto seguire le direttive dell’Internazionale e non viceversa (ardire che gli costò la definitiva emarginazione e la successiva espulsione)». Verissimo: «bisogna capovolgere la piramide», disse Bordiga nel suo intervento alla VI sessione dell’Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista nel febbraio-marzo 1926 (3), riprendendo peraltro una riflessione già abbozzata un anno prima in un articolo il cui titolo lascia poco spazio all’immaginazione: Il pericolo opportunista e l’internazionale.

Ma riprendiamo la citazione interrotta: «Dopo la II Guerra mondiale, la sua posizione subì una ulteriore evoluzione, per cui finì per definire il regime sovietico non come una pura restaurazione del capitalismo, ancorché in forma di capitalismo di stato, bensì come una formazione sociale sui generis, generata da un processo rivoluzionario che aveva assunto forma socialista sul piano politico e capitalista sul piano economico». Dove Formenti abbia tratto il concetto di «formazione sociale sui generis» a proposito della posizione bordighiana sulla società “sovietica” mi appare un arcano difficilmente risolvibile; d’altra parte per Bordiga la fase politicamente socialista della Rivoluzione iniziata nel 1917 si esaurisce completamente con il trionfo della controrivoluzione stalinista, e quindi al più tardi alla fine degli anni Venti del secolo scorso. È vero che Bordiga andò affinando la sua analisi e il suo giudizio sulla Russia “sovietica” con il tempo, man mano che il processo sociale in quel Paese andava facendosi più chiaro; ma questa maturazione avvenne sempre all’interno di un quadro concettuale e politico ben definito, al centro del quale troviamo la definizione dello stalinismo come controrivoluzione antiproletaria. Per Bordiga ciò che passò alla storia con il nome di stalinismo non chiamava in causa la persona Stalin, ma un processo storico-sociale di natura interna e internazionale, la cui natura non travalicava di un solo millimetro la dimensione capitalistica. Tuttavia egli era interessato a cogliere la fenomenologia reale di quel processo, non accontentandosi di formule astratte (tipo capitalismo di Stato) (4) e volendo osservare la società russa post rivoluzionaria da una prospettiva mondiale, per cogliere ciò che la accomunava alle società capitalisticamente più mature e  ciò che invece la differenziava da queste. Ma sulla natura pienamente capitalistica della società russa Bordiga non ebbe mai alcun dubbio, tanto più «Dopo la II Guerra mondiale»: altro che «formazione sociale sui generis».

Formenti lascia intendere che il giudizio bordighiano sulla natura politicamente socialista persista anche «Dopo la II Guerra mondiale», il che è semplicemente falso, non più o meno opinabile. A cosa serve questo falso storico? Lo vedremo tra poco. Prima è forse di una qualche utilità riportare qualche passo bordighiano, tanto per capire di cosa parliamo.

Scriveva Bordiga nei primi anni Cinquanta: «Lo Stato che aveva acuto nascita come Stato del proletariato vincitore si involse in Stato capitalista e si costituì – sola via per arrivare alla produzione per grandi aziende – in datore di lavoro del proletariato industriale russo e in larga parte di quello agricolo; la sua politica da quel momento non ha la dinamica dei rapporti con la classe proletaria dei paesi capitalisti ma quella dei rapporti con gli Stati borghesi, siano essi di alleanza [ad esempio con la Germania nazista, oppure con l’America democratica], di guerra o di contrattazione. Nella situazione che si è così originariamente determinata sussiste in pieno la capitalistica economia di mercato e di azienda. […] Man mano che l’azienda e l’impresa borghese divengono, da personali, collettive e anonime, e infine “pubbliche”, la borghesia, che mai è stata una casta, ma è sorta difendendo il diritto della totale eguaglianza “virtuale”, diventa “una rete di sfere di interessi che si costituiscono nel raggio di ogni intrapresa”. […] Come in tutte le epoche, tale rete di interessi, e di persone che affiorano o meno, ha rapporti con la burocrazia di Stato, ma non è la burocrazia [tesi rivolta anche contro la “casta burocratica” di Trotsky]; ha rapporti coi “circoli di uomini politici”, ma non è la categoria politica» (5). In un altro scritto dello stesso periodo si legge: «Neanche la consegna allo Stato, quale è oggi in Russia, di tutte le aziende industriali, merita il nome di socialismo» (6).

Sul capitalismo di Stato Bordiga non fa che ripetere i concetti elaborati da Marx e da Engels contro gli statalisti del loro tempo. Sul capitalista collettivo, inteso in primo luogo come rete di interessi, rinvio chi legge all’importante testo che Liliana Grilli ha dedicato a Bordiga (Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, La Pietra, 1982) e all’assai più modesto testo di chi scrive: Dialettica del dominio capitalistico (2020).

Formenti riconosce non poco valore teorico e una significativa attualità politica alla posizione bordighiana qui sommariamente richiamata, ma per giungere a una conclusione che, a dir poco, non sta in piedi. Leggiamo: «Inoltre [Bordiga] attribuì lo status di nuova classe dominante, non tanto alla burocrazia dello stato/partito, quanto agli strati tecnico manageriali e alle loro reti sociali (per lui il carattere capitalista non si annidava nelle pieghe dello stato bensì nelle imprese, laddove vigevano concorrenza e legge del valore, e quindi sfruttamento). Questa visione, al contrario delle rozze analisi liquidatorie del “socialismo reale” partorite dalle sinistre radicali nate dopo gli anni Sessanta, offre spunti di discussione di grande interesse ed attualità, che chiamano in causa il dibattito sulla natura della società cinese che appassiona i teorici marxisti dei giorni nostri. È chiaro che Bordiga avrebbe negato a priori la possibilità di definire socialista una società come quella cinese, nella quale permangono mercato, moneta e legge del valore. Ed è altrettanto chiaro che avrebbe reiterato la dogmatica convinzione sulla impossibilità di costruire il socialismo in un solo Paese [confesso che anch’io coltivo da sempre questa “dogmatica convinzione”]. Al tempo stesso il suo discorso sul dualismo fra potere politico, che nel caso della Cina appare saldamente in mano allo Stato-partito (che inoltre controlla i settori strategici di industria, commercio e finanza) e potere economico (con la presenza di grandi imprese private nazionali ed estere), ma soprattutto il suo discorso sull’apparire di forme inedite della lotta di classe in questo contesto ibrido, può essere rovesciato fino ad assumere una prospettiva del tutto diversa. Ciò è possibile: 1) perché la tenuta temporale e lo straordinario successo dell’esperimento cinese smentiscono la diagnosi che Bordiga formulò ai tempi della NEP: dalla convivenza di socialismo e mercato non deriva necessariamente la vittoria di quest’ultimo in tempi relativamente brevi; 2) decisivo appare, inoltre, il fatto che il Partito Comunista Cinese riconosca esplicitamente (al contrario di quanto avvenne in Unione Sovietica) l’esistenza della lotta di classe e subordini agli esiti di quest’ultima la possibilità o meno di progredire verso forme più avanzate di socialismo». 

«Smentiscono la diagnosi che Bordiga formulò ai tempi della NEP» solo se si assume il punto di vista di chi, come Formenti, riconosce alla Rivoluzione cinese una natura socialista, una prospettiva che il comunista italiano (e chi scrive appresso a lui) considerava completamente infondata, ritenendo che quella rivoluzione avesse piuttosto una natura nazionale-borghese (7), e quindi da salutare come un fatto positivo sul piano del processo storico-sociale, ma che non avesse assolutamente niente a che fare con l’esperienza sovietica che costringerà il Partito Bolscevico a varare nel 1921 la Nuova Politica Economica come estremo – e, come sappiamo, infruttuoso – tentativo di mettere il potere sovietico al riparo dalla catastrofe imminente annunciata dalla rivolta di Kronstadt. Bordiga interpretò la NEP come il tentativo (fallito) di accelerare il passaggio in Russia dal capitalismo concorrenziale a quello monopolistico: transizione dunque non verso il socialismo, ma verso il capitalismo di stato.

Lo Stato-partito di cui Formenti fa l’apologia è da sempre (dal 1949) uno Stato-partito al servizio del Capitalismo (ormai giunto anche in Cina nella sua fase pienamente imperialista), e quindi dalla mia prospettiva la posizione formentiniana non è semplicemente “sbagliata”: essa va piuttosto considerata come ultrareazionaria esattamente come lo è ogni altra posizione che sostenga qualsiasi Capitalismo/Imperialismo oggi esistente in questo capitalistico mondo: italiano, europeo, statunitense, russo… Quanto all’«apparire di forme inedite della lotta di classe in questo contesto ibrido», è meglio lasciar perdere – e farsi quattro risate se si conoscono i testi bordighiani.

 Veniamo, per concludere rapidamente, al secondo punto critico. Scrive il Nostro: «da ingegnere qual era, quando uscirono le prime edizioni dei Grundrisse, [Bordiga] si entusiasmò per lo scenario dipinto da Marx, laddove lo sviluppo del sistema automatico delle macchine veniva descritto come un annuncio dell’imminente trionfo del general intellect sulla legge del valore. Un entusiasmo che ha contagiato anche Antonio Negri, alimentandone i deliri post operaistici sul “comunismo del capitale”, con la differenza che Negri non è mai più uscito dal delirio, mentre Bordiga, se avesse potuto assistere all’uso capitalistico delle tecnologie digitali, avrebbe a mio avviso saputo rettificare il tiro». Conoscendo gli scritti che Bordiga dedicò ai Grundrisse, mi domando perché mai il «rimosso» di cui si parla avrebbe dovuto «rettificare il tiro» circa il sistema automatico delle macchine e il general intellect. Anche qui, cito qualche passo bordighiano di fine anni cinquanta: «Riflettano quanti si prostrano oggi alla adorazione della Scienza in generale [vedi quanto accade nell’attuale crisi pandemica!], e vi invitano i lavoratori, e ne istillano in essi il reverenziale timore, dimenticando che essa è anzitutto scienza e superiorità tecnologica monopolio di una minoranza sfruttatrice; e di più che fino a quando i rapporti di produzione restano mercantili monetari e salariali tutto il Sistema della automatica macchineria forma un mostro che schiaccia sotto il peso della sua oppressione una umanità schiava ed infelice, e questo è il Mostro che domina tutto il quadro tracciato da Marx della società presente, il Capitale stesso, spersonalizzato […] “L’accumulazione della Scienza, dell’abilità, e dell’insieme delle Forze Produttive del Cervello sociale è così assorbita nel Capitale a detrimento del Lavoro”. Qui Marx ribatte che il Capitale fisso appare come la più adeguata forma del Capitale in generale. […] Socialmente, politicamente, storicamente, come Potenza dominante, il Capitale ha la forma del Macchinario, del Capitale fisso» (8).

Quando Bordiga scrive, a proposito del sapere (knowledge) sociale generale e del general intellect, che «Marx descrive la Società futura» (9), egli intende dire, come si evince facilmente dalla lettura del testo qui citato, che il comunista di Treviri mostra una tendenza storica verso la completa emancipazione umana oggettivamente fondata; Old Nick non prospetta cioè un futuro di emancipazione basandosi su astratte congetture, come avevano fatto gli utopisti passati che amavano darsi convegno nelle «taverne del futuro», ma sulla scorta dello stesso sviluppo delle forze produttive sociali capitalistiche. Bordiga si entusiasma pensando alla futura Comunità Umana, non certo riflettendo sul tristissimo presente capitalistico, che vede il Capitale servirsi della tecnoscienza per dominare e sfruttare sempre più ferocemente uomini e natura. Accostare, come fa Formenti, la riflessione bordighiana ai «deliri» di Negri non ha alcun senso. Su quei «deliri» rinvio a due miei scritti: Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Le superstizioni comunarde di Toni Negri (10).

A differenza di Bordiga, che coltivava una fiducia incrollabile circa l’inevitabile avvento della futura Comunità Umana (ossia umanizzata, senza classi, senza Stati, senza Nazioni e, ovviamente, senza Capitale in ogni sua fenomenologia), beninteso come esito della rivoluzione sociale anticapitalista vittoriosa su scala mondiale, chi scrive non condivide la stessa certezza, tutt’altro. Concepisco i miei modesti scritti come variazioni, più o meno riuscite e “originali”, su uno stesso tema: la vigenza del Dominio (sempre più forte e totalitario) e la possibilità della Liberazione – sempre più oggettivamente fondata, necessaria e negata. Concettualizzo questa tensione “dialettica” tra attualità e possibilità (tra presente e futuro) come tragedia dei nostri tempi: vaghiamo come dei ciechi nella dimensione del Dominio di classe a un passo dalla Liberazione.

 

(1) «Nel ’78 avevo sedici anni e da un anno “militavo” nel Movimento Studentesco della mia città. Non facevo parte di nessun gruppo politico organizzato ma leggevo – e a scuola orgogliosamente esibivo – Lotta Continua, le cui posizioni sul sequestro Moro valsero a distruggere quel po’ di ingenua simpatia che fin lì avevo nutrito per le BR, i cui esponenti ai miei adolescenziali occhi apparivano in guisa di chi la rivoluzione la vuol fare davvero, e non solo ne parla. Che si pretende da un ragazzino di 15, 16 anni?! Saranno sufficienti alcuni mesi, e soprattutto le buone letture (Marx, Lenin, Luxemburg, Trotsky, Lukács e altri autori pubblicati dalla Newton Compton nella “mitica” – e soprattutto economica – collana paberbacks marxisti), per capire che spesso l’esibizione di una «geometrica potenza» di stampo militare non è che l’espressione di un’abissale impotenza analitica e politica. Ma il “salto di qualità” l’ho compiuto quando (1980) gli epigoni di Amadeo Bordiga mi misero a parte di una formidabile notizia storica: lo stalinismo non rappresentò la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, come aveva falsamente tramandato il Partito “Comunista” Italiano da Togliatti in poi, ma il compimento di una controrivoluzione portata avanti con inaudita ferocia da un Partito (quello Bolscevico) che formalmente era lo stesso che nel fatidico (e per me allora anche mitico) ’17 aveva osato gridare in faccia all’intero mondo capitalistico: «Tutto il potere ai Soviet!». All’improvviso la mente mi si è spalancata è ho capito perché in Unione Sovietica e nei “Paesi dell’Est” le classi subalterne vivevano in una condizione di miseria materiale ed “esistenziale” che per certi aspetti era ancora più dura di quella toccata in sorte alle classi subalterne dell’Occidente capitalistico. Dico questo non per compiacimento autobiografico, ma per osservare che tutto questo odierno straparlare di «terrorismo e comunismo» non tocca neanche di striscio il progetto di emancipazione umana chiamato Comunismo, e questo va comunicato soprattutto ai più giovani, che per banali ragioni anagrafiche non hanno vissuto nemmeno l’esperienza dei cosiddetti anni di piombo» (Dagli anni di piombo agli anni di m…, fate un po’ voi).

(2) «Nato a Ercolano nel 1889, Bordiga ha compiuto il suo apprendistato politico nella federazione giovanile del Partito Socialista, a partire dal 1910. In quegli anni i socialisti erano in grande crescita: nelle varie leghe erano inquadrati più di un milione e mezzo di lavoratori, e il partito controllava la CGIL, nata nel 1906. La sua linea politica era ispirata a una visione gradualista, secondo cui era possibile avanzare verso il socialismo pacificamente e democraticamente, attraverso una infinita espansione della democrazia accompagnata da una lunga marcia nelle istituzioni. Le cooperative e le altre associazioni mutualiste, le case del popolo, ecc. erano concepite come altrettante “isole rosse” che anticipavano i rapporti sociali e umani della futura società socialista (come si vede, i movimenti sociali post rivoluzionari dell’ultimo mezzo secolo non hanno inventato nulla).  Bordiga fu da subito ferocemente contrario a questa linea. In particolare, si oppose all’elettoralismo (posizione che si fece ancora più radicale dopo la rivoluzione del 1917) e agli sbandamenti nazional sciovinisti del Partito Socialista in occasione della guerra coloniale in Libia (1911) e della partecipazione italiana alla Grande Guerra 1915-18. Fu, assieme ad altri compagni della sinistra socialista e al gruppo torinese dell’Ordine Nuovo guidato da Gramsci, promotore della costruzione della frazione comunista e della scissione di Livorno nel 1921 che portò alla nascita del Partito Comunista d’Italia, del quale fu alla guida fino al 1924. La crisi del Partito, legata alla repressione fascista (e al deterioramento della situazione internazionale, con la sconfitta dei processi rivoluzionari in Germania e Ungheria), i contrasti con la direzione della Terza Internazionale (sui quali tornerò più avanti) e con l’ala del partito guidata da Gramsci, portarono alla sua progressiva emarginazione (benché il suo rapporto con Gramsci, che gli successe alla guida del partito, restasse – come nota il curatore dell’antologia Pietro Basso –   improntato alla stima reciproca, anche dopo la rottura maturata al Congresso di Lione del 1926)» (Bordiga. Il ritorno del rimosso). Formenti si riferisce all’«antologia di testi del primo leader del Partito Comunista d’Italia, tradotti in inglese e pubblicati da un editore di Boston a cura di Pietro Basso: The Science and Passion of Communism. Selected Writings of Amedeo Bordiga (1912-1965).

(3) «Bordiga scese in campo aperto e lanciò l’unica seria opposizione che si udì durante la sessione». (E. H. Carr, Il socialismo in un solo paese. La politica estera. 1924-1926, p. 476, Einaudi, 1969).

(4) Scriveva Bordiga ad Onorato Damen nel luglio del 1951: «Veniamo alla Russia. La formula di fase monopolistica e capitalismo di Stato ti pare completa? È estremamente indeterminata. La si applica tanto al regime di Mussolini che a quello britannico odierno che a quello russo. […] Non è esatto che in una fase del capitalismo sia stata  protagonista la borghesia classe e che nella attuale sia protagonista lo Stato. Classe e Stato sono cose e nozioni diverse e non possono passarsi la stecca. Anche prima vi era lo Stato e anche dopo vi è la classe. Lo Stato non è il protagonista dei fatti economici ma un derivato di essi. […] Il capitalismo di Stato significa non un assoggettamento del capitale allo Stato, ma un ulteriore assoggettamento dello Stato al capitale. […] Che cosa precisamente è la classe? Un insieme di persone? Detto male. È invece una “rete di interessi”. Non ti è piaciuta la mia formula intreccio, incontro di interessi? Io vi vedo un saggio passo avanti, mentre vedo poco nel gioco disordinato delle parole: capitale, Stato, burocrazia» (la lettera si trova in O. Damen, Bordiga fuori dal mito, pp.  38-39, Prometeo, 2010).

(5) A. Bordiga, Trasformazione economica in Russia post 1917, in Proprietà e capitale, p. 145, Iskra, 1980.

(6) A. Bordiga, Il programma rivoluzionario della società comunista, in Proprietà e capitale, p. 181.

(7) Sulla natura capitalistica della Cina, tanto per quanto riguarda la sua “struttura” economica quanto per ciò che concerne la sua “sovrastruttura” politico-istituzionale, rimando ai miei diversi scritti dedicati al grande Paese asiatico. Solo alcuni titoli: Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; La Cina è capitalista? Solo un pochino; Chuang e il “regime di sviluppo socialista”; Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.

(8) A. Bordiga, Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica…, 1957, in Economia marxista ed economia controrivoluzionaria, pp. 193-202, Iskra, 1976.

(9) Ivi, p. 208.

(10) Altri miei scritti su Negri: La valorizzazione capitalistica ai tempi di Toni Negri; La coscienza di classe nella rete; Cripto-moneta del Comune e “acciarpature monetarie”; Miseria del Comune; Quel che resta di Toni Negri.

FOLGORATI SULLA VIA DI PECHINO

Mario Platero ha intervistato Larry Fink, il Ceo di BlackRock, per La Repubblica. Domanda: «Biden ha lanciato due piani di aiuti e investimenti infrastrutturali che potrebbero valere (inclusi anche quelli del 2020) il 50% del Pil. È anche una scelta strategica per aumentare lo statalismo e tenere il passo con la Cina che avanza?». La domanda è formulata correttamente: Platero allude, infatti, alla natura statalista di una parte ancora rilevante dell’economia cinese, la quale oggi si trova al vertice, insieme agli Stati Uniti, del capitalismo mondiale. Leggiamo adesso la risposta data da Fink: «C’è una cosa di cui noi americani ed europei dobbiamo essere orgogliosi: è stato il capitalismo a creare i vaccini con metodi rivoluzionari, non la Cina. I vaccini cinesi sono efficaci solo al 50 per cento. La forza del capitalismo non è apprezzata abbastanza».  Il Ceo di BlackRock associa dunque lo statalismo al comunismo, secondo un’escrementizia concezione largamente dominante anche tra quanti credono di essere “comunisti” e, notare la “bizzarria”, sostengono il totalitarismo del Partito-Stato cinese, dimostrando quindi nei fatti di essere anticomunisti almeno quanto lo è Larry Fink.

Questi “comunisti” oggi fanno l’apologia più miserabile che si possa concepire del megacapitalismo “con caratteristiche cinesi”, il quale peraltro sta facendo registrare ritmi di crescita impensabili in Occidente: nei primi tre mesi del 2021 l’economia cinese è cresciuta del 18,3 per cento su base annua! In realtà la stratosferica cifra si spiega soprattutto con la contrazione del 6,8% patita dall’economia cinese all’inizio del 2020, «la peggiore performance della storia cinese dalla metà degli anni Sessanta» (Il Sole 24 Ore). In ogni caso la ripresa cinese è spettacolare («Quest’anno la crescita del Pil dovrebbe superare il 6%, mentre le previsioni del Fondo monetario sono ancora più ottimistiche, oltre l’8%»), soprattutto se confrontata con quella statunitense, che comunque sembra prendere slancio (*), e soprattutto con quella europea, che mostra invece un andamento assai timido. La crisi pandemica ha comunque messo in luce anche i non pochi limiti sistemici che caratterizzano lo sviluppo della società cinese, come hanno dimostrato la genesi di quella crisi e la vicenda legata allo sviluppo del vaccino cinese, entrambe avvolte da una spessa coltre di “misteri”.

Tra l’altro a pompare ulteriormente il già abbondante nazionalismo cinese ha pensato la rivista Forbes, la quale ha pubblicato la classifica delle città di tutto il mondo che contano tra la loro popolazione il maggior numero di miliardari; ebbene, nel 2020 Pechino (100 miliardari) ha superato New York (99). Al terzo posto troviamo Hong Kong (80), al quinto Shenzhen, la “Silicon Valley cinese” (68), e al sesto posto c’è Shangai (64), a testimoniare la potenza di fuoco del capitale cinese. New York può ancora consolarsi esibendo un patrimonio netto cumulativo di 564 miliardi, 80 miliardi più alto rispetto a quello di Pechino (484,3), ma questo non muta la sostanza e il significato a suo modo “epocale” del sorpasso.

Assistiamo insomma in Cina, per l’invidia del signor Fink, apologeta dichiarato del capitalismo (viva quantomeno la sincerità!), al trionfo del Capitale, cioè dello sfruttamento del lavoro salariato, dell’estorsione massiccia di plusvalore, della merce, del denaro e di tutto ciò che il comunista (non solo a chiacchiere) di Treviri considerava il fondamento della schiavitù capitalistica e, “dialetticamente”, della rivoluzione sociale anticapitalista. Non so se un giorno in Cina ci sarà una rivoluzione sociale anticapitalista; però so per certo che essa troverebbe sulla sua strada, come suoi nemici particolarmente spregevoli e rognosi, i “comunisti” occidentali devoti al Celeste Imperialismo.

Riflettendo sull’indubbio successo del capitalismo con caratteristiche cinesi, Ernesto Galli della Loggia si spinge fino al punto di criticare l’ideologia liberista che ha sostenuto acriticamente il processo di globalizzazione capitalistica e di rivalutare il ruolo dello Stato nazionale: «Il libero scambio, infatti, ha determinato sì la crescita economica di alcuni Paesi (molto probabilmente però a scapito di quella di altri), ma ha mostrato un drammatico punto debole. Dietro il suo schermo e grazie ad esso ha potuto prendere forma l’inquietante progetto di Pechino volto a impadronirsi di punti geografici chiave, di risorse e di tecnologia strategiche dell’economia mondiale, al fine di costruire la propria egemonia planetaria. […] Come punto di riferimento è rimasto in piedi bene o male solo lo Stato: e non dispiaccia a nessuno se per Stato s’intende ovviamente lo Stato nazionale» (Corriere della Sera). Per i liberali/liberisti è tempo insomma di ingoiare grassi e amari rospi, per la gioia degli statalisti di “destra” e di “sinistra”.

Sulla natura capitalistica della Cina, tanto per quanto riguarda la sua “struttura” economica quanto per ciò che concerne la sua “sovrastruttura” politico-istituzionale, rimando ai miei diversi scritti dedicati al grande Paese asiatico. Solo alcuni titoli: Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; La Cina è capitalista? Solo un pochino; Chuang e il “regime di sviluppo socialista”; La “doppia circolazione” della Cina capitalista; Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Da Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinese

 

(*) Anche grazie al “socialismo di Stato” con caratteristiche americane: «In parte il boom americano ha una spiegazione sorprendente: Joe Biden sta copiando Xi Jinping. Già aveva cominciato Donald Trump, con un massiccio ricorso a manovre di spesa pubblica in deficit: l’anno scorso il deficit federale era balzato al 15% del Pil. Biden continua sulla scia del suo predecessore, ha varato 1.900 miliardi di dollari di aiuti alle famiglie a cui vuol far seguire 2.000 miliardi di investimenti in infrastrutture. Pur in un anno di fortissima ripresa che vede risalire il gettito fiscale, il deficit pubblico sarà superiore al 10% del Pil. È il modello che Pechino applicò nel 2008-2009: all’epoca dell’ultima crisi globale l’intervento statale consentì alla Cina di essere l’unica grande economia risparmiata dalla recessione. L’altra lezione cinese che Biden sta copiando riguarda la politica industriale: d’ora in avanti non vuol essere meno generoso di Xi Jinping nel finanziare la ricerca, nel sostenere le tecnologie “di frontiera” come i semiconduttori e le telecom 5G, le energie rinnovabili e l’auto elettrica»(F. Rampini, La Repubblica).

FETICISMO TECNOLOGICO E “VOLONTÀ DI POTENZA” – DEL CAPITALE

maria-antonietta-automa-dulcimer

Bradley si sentiva all’improvviso pieno di una
profonda ed amara umiliazione per il fatto di dover
prendere ordini da quella… quella macchina. Era il
totale rovesciamento di ogni cosa normale che un
uomo dicesse “signore” ad un oggetto di ingranaggi
e fili. Quando il primo uomo ha avuto successo nel
costruire il primo androide, la specie umana è stata
condannata (H. Kuttner, Quelli fra noi, 1958).

Pasquale Stanzione, presidente dell’Autorità per la protezione dei dati personali, ci offre oggi su Repubblica un classico esempio di feticismo tecnologico: «L’Unione europea sta per approvare il regolamento sell’Intelligenza Artificiale. Il garante della privacy traccia i limiti tra umanesimo [sic!] e volontà di potenza. Se vogliamo agire e non subire l’innovazione tecnologica dobbiamo capire fin dove possiamo consentire che essa si spinga per restare uomini e non soggiacere ai comandi delle macchine». Si tratta anche di «difendere il nucleo irrinunciabile della nostra libertà attraverso la formulazione di neuro-diritti». Ma «volontà di potenza» esercitata da chi? Dalla “macchina intelligente”? dall’algoritmo? o non piuttosto dal Capitale, che evidentemente non riusciamo a controllare, come testimonia lo stesso Stanzione con le sue preoccupazioni formulate “a testa in giù”.

Come diceva Old Nick, il problema non sta nella Cosa, ma nel rapporto sociale che domina la nostra intera esistenza. Non si tratta di difendere un’umanità e una libertà che nell’essenza questa società nega e riduce a ben misera cosa; si tratta piuttosto di realizzare le condizioni che permettano l’integrale umanizzazione della nostra esistenza e un’autentica libertà – l’una e l’altra essendo due lati della stessa medaglia. Già il solo sentir parlare di «neuro-diritti» fa gelare il sangue nelle vene, e soprattutto ci svela in quale inferno abbiamo imparato a sopravvivere come se fosse la cosa più normale che ci potesse capitare.

Più che «definire i confini tra umanità e tecnologia», dovremmo piuttosto costruire una comunità umanizzata, con ciò che ne segue necessariamente anche per ciò che riguarda la tecnologia (e non solo il suo uso, oggi capitalistico) e la ricerca scientifica, pratiche storicamente e socialmente determinate.

Leggi: Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.

COSA È “TORTURA”?

carcere01-900x541Negli eccessi dei supplizi, è investita
tutta una economia del potere (M. Foucault).

Cosa è la tortura? «La tortura è un metodo di coercizione fisica o psicologica, talvolta inflitta con il fine di punire o di estorcere delle informazioni o delle confessioni» (Wikipedia). In Italia viene praticato questo «metodo di coercizione fisica o psicologica»? Certamente! Il regime carcerario caratterizzato dall’ergastolo ostativo e dal 41-bis (quello “ordinario” e quello delle “aree riservate”) si configura a tutti gli effetti come una tortura. Molti giuristi hanno parlato negli anni scorsi di «tortura democratica». Il detenuto che non “collabora”, che non si “pente” (cioè che non fa “i nomi”, che rifiuta la pratica della delazione in vista di un trattamento carcerario meno pesante e di consistenti sconti di pena, per una sua insindacabile scelta etica o magari perché teme rappresaglie contro i suoi amici e familiari); ebbene questo detenuto “non collaborativo” non ha alcuna speranza di uscire dal regime di “carcere duro”, ossia dalla tortura come «metodo di coercizione fisica o psicologica».

DUE PAROLE SULLA P2

Un_borghese_piccolo_piccolo_iniziazione

«Quarant’anni dopo la scoperta degli elenchi della loggia Propaganda 2 a Castiglion Fibocchi, un interrogativo tra i tanti rimane ancora in sospeso: i nomi ritrovati erano davvero tutti i componenti della loggia di Licio Gelli?» (Il Fatto Quotidiano). Personalmente trovo quell’interrogativo del tutto privo di interesse: chi se ne frega dei (presunti) elenchi completi della P2! «E poi: a cosa serviva davvero quella loggia coperta che metteva insieme politici, alti ufficiali delle forze armante e giornalisti?»: ecco, questa domanda ha invece ai miei occhi un qualche interesse, purché la si collochi fuori dalla trita e ritrita narrazione complottista cara ai cultori degli italici “misteri” – dalla “strategia della tensione” al rapimento Moro, dalla strage di Bologna allo “scandalo P2”, da Tangentopoli a…, e via di seguito. 

Al di là delle forme folcloristiche che tanto piacciono ai venditori di scandali (e di fumo), peraltro così bene illustrate nel film Il piccolo borghese (Mario Monicelli, 1977), e prescindendo dalla coscienza che i protagonisti assoluti (a partire dallo stesso Gelli) della vicenda avevano (e spesso millantavano) del loro ruolo, la Loggia “segreta” di cui si parla offrì un servizio in grado di mettere in reciproca relazione i diversi “centri di potere” esistenti nel Paese: politici, imprenditoriali, finanziari, affaristici genericamente intesi (alcuni dei quali in rapporti diretti o indiretti con i gruppi malavitosi regionali: mafia, camorra, ‘ndrangheta, ecc.), militari, editoriali ecc. Senza contare il servizio offerto alla vasta e varia umanità alla ricerca di affari, di denaro, di raccomandazioni e di altre “utilità” idonee a rendere più agevole il successo in questo difficile e competitivo mondo.

Nella sua interessante Relazione di minoranza della Commissione d’inchiesta sulla Loggia P2 (1984), l’allora deputato radicale Massimo Teodori definì la Loggia di Gelli «come luogo di incontro di elementi che occupano posizioni di rilievo in cruciali settori della vita nazionale» (1). Niente di cui meravigliarsi, insomma, e soprattutto, almeno per chi scrive, niente di cui scandalizzarsi, niente di cui indignarsi, ma piuttosto la normale amministrazione capitalistica – come essa si estrinseca in un Paese particolarmente “complicato” (anche dal punto di vista delle alleanze internazionali), contorto e ipocrita come il “nostro”.

A differenza che negli altri Paesi, soprattutto in quelli di cultura anglosassone nei quali la prassi lobbistica è istituzionalizzata e regolamentata fin nei dettagli, nell’Italia del Secondo dopoguerra le lobby si sono affermate all’ombra, non alla luce del sole, e questo soprattutto a causa dell’egemonia politico-ideologica esercitata dal catto-togliattismo, ossia dall’asse DC-PCI, il cui escrementizio moralismo impediva alla normale attività lobbistica di apparire, ma non certo di esistere e prosperare. Si fa (esattamente come nel resto di questo capitalistico mondo), ma non si dice e non si deve vedere! La Loggia “coperta” di Gelli, una delle lobby “informali” allora operanti in Italia, fu insomma possibile grazie alla guerra che dilania la cosiddetta società civile: imprenditori contro imprenditori, politici contro politici, giornalisti contro giornalisti, e così via. Il concetto di classe dominante non azzera affatto la guerra intestina a quella classe, tutt’altro! Come diceva il Venerabile di Treviri, è nel concetto stesso di capitale non solo l’antagonismo tra capitalisti e lavoratori, ma anche la guerra tra gli attori della competizione capitalistica, i quali per vincere sulla concorrenza cercano di appoggiarsi alla politica, allo Stato (anche ai suoi poteri di controllo e di repressione: vedi alla voce inchieste giudiziarie), alle lobby (interne e internazionali) e, non di rado, ai servizi armati offerti dai privati – ci siamo capiti! Non dimentichiamo che il Capitalismo è il regno della «guerra di tutti contro tutti», e che «il fine giustifica il mezzo». È insomma il Capitale il Grande Architetto di cui parlavano i Fratelli massoni – “scoperti” o “coperti” che fossero, senza o con cappuccio in testa.

L’espansione tentacolare della Loggia gelliana si spiega soprattutto con la relativa arretratezza sistemica della società italiana, la quale impediva, come già accennato, l’esistenza di un’ordinata e trasparente attività lobbistica, la quale finì per concentrarsi nelle mani di poche persone particolarmente vicine al sistema politico-istituzionale (anche a quello cosiddetto “deviato”, protagonista di mille “trame nere”), cosa che permise alla P2 di acquisire un considerevole peso politico – fatto risaputo da tutti almeno dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso.

Solo da qualche tempo si parla in Italia di come rendere “trasparante” l’attività lobbistica di cui i “centri di potere” hanno bisogno. Il «si fa ma non si dice» a un certo punto mostra tutti i suoi limiti funzionali – e le sue “problematicità” politiche.

Lo “scandalo” della P2 si inquadra esso stesso nella guerra tra bande e tra cosche qui solo abbozzata, e la famigerata Loggia Propaganda 2 va dunque considerata come una banda/cosca perdente la cui rovinosa caduta servì a disfarsi di un personaggio (Gelli) diventato troppo ingombrante, pretenzioso e pericoloso (perché iniziò a servirsi della sua funzione di intermediazione affaristica per ricattare i sodali “massoni”), e a coprire l’attività delle altre “logge” (chiamiamole così tanto per capirci) allora presenti in questo Paese, le quali ovviamente continuarono indisturbate ad offrire alla cospicua e assai differenziata clientela i loro servizi.

Scriveva Teodori: «Andreotti e Berlinguer, Fanfani e Craxi, Piccoli e Spadolini, Longo e Labriola, Zanone e Romita, Forlani ed Almirante appaiono non come i leaders responsabili della politica italiana ma come personaggi sorpresi da eventi improvvisi e straordinari di cui prendono consapevolezza solo a posteriori. È d’obbligo allora pervenire ad una valutazione di un tale atteggiamento complessivo della classe dirigente politica, apparentemente inspiegabile: o ci si trova di fronte ad una serie di personaggi ingenui e sprovveduti che in parte mentono e in parte si ispirano ad un ambiguo machiavellismo, oppure la vicenda di quindici anni di P2 e di piduismo è talmente sovrapposta ed intrecciata alla vicenda del potere partitocratico in Italia che i leaders politici non riescono piu nemmeno a distinguerla l’uno dall’altra. Certamente è presente, anche se in parte piccola e marginale, la componente della sprovvedutezza e del machiavellismo; ma è soprattutto vero che la P2 è stata cosi interna della partitocrazia da non essere percepita come un elemento estraneo dal potere ed al suo esercizio illegale da parte dei partiti. In definitiva la P2 è il grande scheletro nell’armadio dei partiti di cui ognuno conosce l’esistenza ma nessuno ne vuole e ne può parlare» (2).

Naturalmente il punto di vista di Teodori è quello di chi contesta la «degenerazione partitocratica della democrazia», sia nei suoi aspetti politico-istituzionali, sia in quelli economici e sociali (a partire dalla Confindustria e dai sindacati considerati dai radicali di Pannella una «cinghia di trasmissione partitocratica»), nel nome dell’«autentica democrazia liberale». In ogni caso, l’estraneità al «sistema partitocratico» consentì ai radicali di elaborare sulla P2 una narrazione più puntuale e meno ideologica di quella, per molti aspetti semplicemente ridicola, messa in piedi dal «regime partitocratico».

Scriveva Sergio Soave sul Foglio del 2 novembre 2016, ricordando Tina Anselmi, Presidente della Commissione d’inchiesta sulla P2 scomparsa il giorno prima: «La tesi illustrata nella relazione conclusiva redatta dalla Anselmi parla di una associazione segreta che aveva l’incarico di realizzare una specie di colpo di stato in sintonia con indicazioni provenienti dall’America e con la collaborazione della mafia, della massoneria e dei vertici dei corpi dello Stato. Fu la prima volta che in un documento ufficiale approvato dal Parlamento si sostenne l’esistenza di un antistato, promotore di una azione eversiva ordinata da Washington e da realizzare anche attraverso infiltrazioni mafiose. In seguito non è stato provato nulla, le accuse specifiche contro lo stesso Licio Gelli alla fine sono cadute, ma sul piano politico la tematica dell’antistato si è poi rafforzata, le teorie complottistiche si sono moltiplicate, la convinzione di un rapporto inconfessabile tra politica e mafia di tali dimensioni da orientare e condizionare le scelte governative è sopravvissuta ed è infatti ancora oggi la trama fondamentale del teorema farlocco su cui si regge (o meglio traballa) il procedimento palermitano sulla presunta trattativa tra stato e mafia. La tesi della relazione Anselmi fu contestata all’origine solo dai Radicali, che presentarono una relazione di minoranza contrapposta, in cui si sosteneva che la P2 non tramava un colpo di stato contro i partiti ma che fosse piuttosto un’agenzia dei partiti, o almeno di spezzoni delle forze politiche. Comunque, il duplice tema della manovra americana e dell’infiltrazione mafiosa (che nella relazione veniva fatta risalire addirittura ai tempi dello sbarco in Sicilia delle truppe alleate) ha tenuto banco da allora in poi. […] Naturalmente Tina Anselmi non immaginava neppure che la sua interpretazione della finzione della loggia P2 avrebbe dato la stura a tutto ciò. Forse queste tendenze all’interpretazione complottista della storia nazionale avrebbero prosperato comunque, ma vale la pena di ricordare le connessioni che, per quanto involontarie, sono indubbiamente reali». Non dico nulla di originale osservando che «l’interpretazione complottista della storia nazionale» è stata applicata con implacabile coerenza nei confronti del Cavaliere Nero chiamato Silvio Berlusconi, accusato soprattutto dai suoi avversari di “sinistra” di ogni genere di misfatto. Della serie, dimmi chi è il tuo nemico e ti dirò chi sei. «E il tuo nemico chi è?» Il mio nemico è il rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento; il mio nemico è il sistema capitalistico preso nella sua compatta quanto contraddittoria e conflittuale totalità; il mio nemico è lo Stato capitalistico, qualunque sia la sua configurazione politico-istituzionale: democratica, partitocratica, fascista, stalinista, eccetera, eccetera, eccetera. Chi complotta contro la felicità e la libertà degli individui è questa peculiare (capitalistica) Società-Mondo. Questo a proposito di chi comanda davvero nella «sala controllo» del Potere.

Concludo dicendo che do per scontato il fatto che la mia lettura della vicenda piduista possa apparire riduttiva e perfino ingenua non solo agli amanti del genere complottista (questo lo do per certo), ma anche agli occhi di chi crede nelle istituzioni democratiche, viste sempre esposte alle minacce dei “poteri deviati” al servizio di qualche “potere forte” e  magari “occulto” – qui il complottista e il democratico si danno la mano, parlano lo stesso linguaggio, un linguaggio che l’anticapitalista comprende benissimo ma il cui significato non condivide affatto.

(1) Relazione di minoranza della Commissione d’inchiesta sulla Loggia massonica P2, p. 23. «Non ho mai pensato che Gelli fosse il capo della P2. L’impressione che ne ho avuto io – l’ho incontrato una volta – è che fosse una sorta di ” grand commis ”, di segretario generale, di attivatore di un’organizzazione alla quale facevano capo un complesso di relazioni, ma non un capo carismatico di un’organizzazione che dipendesse da lui» (Bettino Craxi, ivi, p. 5). Particolarmente significativa è la parte della Relazione che ricostruisce i rapporti intercossi tra il fascista ed ex repubblichino Licio Gelli e il PCI già all’indomani della cosiddetta Liberazione, cosa che spiega ampiamente l’estrema contrarietà con la quale quel Partito, perno centrale, insieme alla DC, della “partitocrazia” (degna erede del regime fascista), accolse il puntiglioso lavoro investigativo di Teodori. «Sono passati 40 anni dai giorni in cui vennero scoperte le liste della P2 e i complottomani ripropongono le interpretazioni ideologizzanti di comodo che allora tennero banco, e oggi continuano a sostenere che la “loggia continua”. […] Non ho mai creduto al programma “sovversivo” di riforma costituzionale dei piduisti (presidenzialismo, etc.). Le loro proposte erano un assemblaggio di idee circolanti in vari ambienti che fu esibito per accreditare una facciata rispettabile. Certo, nella Guerra Fredda alcuni piduisti nelle forze armate e nei servizi facevano il gioco dell’atlantismo avventurista nel quadro del grande gioco internazionale. Ma la chiave di volta di tutto il gruppo era il potere sotterraneo e il ricatto: non appena si conobbero nomi e carte, tutto svanì. Le liste P2 indicarono che sotto la politica ufficiale vi era un livello sotterraneo che trattava gli affari illegittimi, spesso per conto dei protagonisti ufficiali. Era l’effetto della democrazia senza ricambio e del continuismo consociativo che includeva non solo le forze allora di maggioranze (dalla DC al PSI…) ma anche settori importanti del partito di opposizione, il PCI. […] Fece sensazione la quantità dei politici, giornalisti, manager dell’economia e finanza, militari e addetti ai servizi presenti nelle liste. Ma il golpe non era l’obiettivo sociale. La loggia aveva al centro il potere, da chiunque fosse esercitato. Gelli e il vertice della P2 avevano interesse a stabilizzare il sistema di potere in cui erano stabilmente inseriti grazie ai ricatti alimentati dalla conoscenza delle operazioni illegittime volte agli affari politici e a quelli personali di denaro e carriera. Un altro mito è il ruolo attribuito alla massoneria. Quella congrega aveva poco a che fare con la storia della massoneria, se non per il fatto che usava l’etichetta della vecchia loggia d’eccellenza del Grande Oriente d’Italia e molti personaggi importanti erano stati  trasferiti da Gelli dalle logge normali al suo elenco “speciale”. […] Gelli, a mio parere, fu un genio organizzativo del potere e del ricatto in quanto riuscì sotto il suo dominio a collegare, intrecciare e usare i settori nevralgici della vita pubblica» (M. Teodori, Huffingtonpost).
(2) Relazione di minoranza, p. 15.

CHI CONTROLLA IN SALA COMANDO?

Scrive Carlo Lottieri: «Se Carl Schmitt ha richiamato l’attenzione sul rapporto tra sovranità e “stato di eccezione”, Michel Foucault ha evidenziato la centralità della “biopolitica”, ossia di quel dominio che il potere esercita sui corpi umani in nome della lotta alla follia, alla malattia, alla criminalità e alle devianze sessuali. Oggi comprendiamo meglio come lo studioso francese avesse visto bene quando aveva richiamato l’attenzione sul Panopticon di Jeremy Bentham: in effetti, il carcere progettato nel 1791 dal filosofo inglese con lo scopo di permettere a un solo sorvegliante di vedere tutti i prigionieri, senza che loro si rendano conto di quando sono controllati rappresenta una formidabile metafora di quanto sta avvenendo o potrebbe avvenire. È un’immagine cruciale per cogliere questi nostri tempi sempre minacciati da logiche totalitarie. Ai nostri giorni non è la paura di invasioni, guerre intestine o conflitti civili che offre alla classe politica una legittimazione del suo potere e le permette di estenderne il raggio d’azione. È invece il nostro timore di essere colpiti da un virus a rafforzare la posizione di quanti controllano la sala di comando. C’è però da domandarsi, oggi come quattro o cinque secoli fa, se sia giusto sacrificare la libertà in nome della sicurezza, o se non avesse invece ragione Benjamin Franklin quando disse che “quanti abbandonerebbero la loro libertà per ottenere una temporanea sicurezza non meritano né l’una né l’altra”» (Istituto Bruno Leoni).

Da buon liberale/liberista Lottieri non può coglie un aspetto cruciale, dirimente della questione: questa società impedisce in radice l’estrinsecazione di rapporti umani autenticamente liberi, e questo semplicemente perché gli individui di questa epoca storica (capitalistica, sul piano mondiale) non padroneggiano le attività che rendono possibile la loro vita, ma ne sono piuttosto asserviti. Anche «quanti controllano la sala di comando» sono assai meno liberi di agire di quanto il liberale non sia disposto a credere. E poi, esiste davvero una «sala di comando»? Personalmente ne dubito.

Le «logiche totalitarie» di cui parla Lottieri vanno a mio avviso declinate in termini profondamente sociali, così da cogliere criticamente il processo sociale nella sua compatta (ma estremamente contraddittoria e conflittuale) totalità. Viceversa, si commette l’esiziale errore di attribuire la progressiva riduzione degli spazi di autentica libertà e di vera umanità all’arbitrio di una volontà (qualunque essa sia: ognuno può scegliere quella più affine al proprio modo di pensare) che agirebbe in piena autonomia rispetto alla totalità sociale cui accennavo prima.

Lo Stato moderno (borghese) non nasce affatto come «proposta di una serie di misure per combattere la paura accrescendo la sicurezza», secondo il noto mito hobbesiano su cui si fonda l’ideologia borghese del contratto sociale, e che per il nostro liberale/liberista costituisce un po’ il vizio d’origine della statualità nell’Europa continentale; questo Stato nasce piuttosto per assicurare la difesa, la continuità, il rafforzamento e l’espansione del «diritto che corrisponde a questo modo di produzione» (K. Marx). Soprattutto nella società capitalistica del XXI secolo il dominio esercitato sui corpi umani ha una natura essenzialmente economico-sociale, perché la nostra intera esistenza è plasmata da esigenze in qualche modo riconducibili alla sfera economica, da bisogni che devono necessariamente fare i conti con il lavoro salariato (venduto da qualcuno e acquistato da qualcun altro in cambio di denaro) e con la forma-merce, la quale presuppone un intero mondo (individui compresi!) fatto a sua immagine e somiglianza.

È su questo terreno mercificato/reificato/alienato, e quindi necessariamente e radicalmente disumano, che attecchiscono e fioriscono le nostre mille paure e fragilità, le nostre insicurezze e debolezze. Non è dunque lo Stato «la fonte primaria delle nostre insicurezze», come crede Lottieri, sostenitore dello Stato “minimo-liberale” e al quale ovviamente ripugna la tesi dello Stato come cane da guardia posto a difesa dello status quo sociale. Posto da chi? Dalle classi dominanti e dal reale (oggettivo) processo sociale capitalistico. Oggi come e più di ieri, centrale nella comprensione del mondo non è il concetto, pure assai importante, di “biopolitica”, ma quello di rapporto sociale dominante – su scala planetaria.

È sufficiente analizzare criticamente il dibattito mainstream sulla cosiddetta Intelligenza Artificiale, dominato da una concezione feticistica della tecno-scienza, per capire quanto poco il pensiero comune (compreso quello scientifico) riesca a cogliere l’essenza della nostra società. Addirittura l’algoritmo che “anima” le macchine self-learning ultimamente è stato accusato dai soliti “esperti” di coltivare e diffondere pregiudizi sessisti e razzisti!

 

Leggi anche

Controllare e vaccinare

Dialettica del dominio capitalistico

L’ingranaggio del Dominio

BELT AND ROAD INITIATIVE: NEOCOLONIALISMO O IMPERIALISMO “CON CARATTERISTICHE CINESI”?

The Belt and Road Initiative è una strategia globale di sviluppo delle infrastrutture elaborata dalla Cina nel 2013. Si tratta forse di un «colonialismo con caratteristiche cinesi?», si chiede – retoricamente – un simpatizzante del Partito-Regime cinese. Vediamo come risponde l’amico del Dragone: «La BRI mira a promuovere l’integrazione economica globale e la cooperazione attraverso la costruzione di un gran numero di strade, ferrovie, ponti, fabbriche, porti, aeroporti, infrastrutture energetiche e sistemi di telecomunicazione, che consentiranno una maggiore integrazione dei mercati e un’allocazione più efficiente delle risorse. […] La Cina si trova in una posizione unica per essere la forza trainante di un tale progetto, date le sue dimensioni, la sua posizione e la natura della sua economia. Si tratta evidentemente [sic!] di una forma di globalizzazione, ma senza il dominio e la coercizione che caratterizzano l’imperialismo. Tuttavia, la BRI è stata etichettata da una serie di forze politiche come un progetto neocoloniale». Ora, qual è la natura dell’economia cinese? Già porre questa domanda dovrebbe far sorridere chi ha letto – e magari compreso – gli scritti marxiani, talmente evidente è la natura capitalistica della Cina. La Cina non pratica uno sfruttamento neocoloniale dei Paesi coinvolti a vario titolo nella Belt and Road Initiative, ma uno sfruttamento “classicamente” imperialista. Non c’è bisogno di leggere (ma certo la cosa un poco aiuta) i testi canonici riguardanti la genesi storica, lo sviluppo e la prassi dell’Imperialismo, dalla fine del XIX in poi, per capire di che cosa stiamo parlando quando osserviamo le relazioni che il sistema capitalistico cinese (non “il popolo cinese”, come amano dire i lecchini del Partito Capitalista Cinese) intesse con i Paesi bisognosi di finanziamenti e di investimenti.

«Un sottoprodotto politico fondamentale di ciò [della strategia chiamata BRI] è “stimolare relazioni armoniose tra i paesi”»: dalle mie parti questo «sottoprodotto politico fondamentale» si chiama propaganda di regime, a uso interno e internazionale .

«Paragonare tale processo all’imperialismo praticato dall’Europa occidentale, dal Nord America e dal Giappone è un insulto alle centinaia di milioni in Africa, Asia, America latina, Caraibi, Medio Oriente e Pacifico che hanno sopportato la miseria dell’assoggettamento coloniale e neocoloniale». A mio modesto avviso sono invece i supporter della Cina capitalista/imperialista che offendono la realtà delle cose e gli sfruttati di tutti i Paesi di questo pianeta dominato dal rapporto sociale di produzione capitalistico, e in un modo tale da far arrossire il mondo distopico immaginato da Orwell.

Se il centro di gravità del mondo si sposta dall’Atlantico al Pacifico, «secondo le parole di Henry Kissinger», è cosa che può spaventare la concorrenza occidentale, ma che di certo non rappresenta nessun avanzamento di civiltà (capitalistica!), soprattutto per le classi subalterne, ovunque esse si trovino a subire lo sfruttamento e il dominio del Moloch chiamato Capitale.

 

Sulla natura capitalistica della Cina, tanto per quanto riguarda la sua “struttura” economica quanto per ciò che concerne la sua “sovrastruttura” politico-istituzionale, rimando ai miei diversi scritti dedicati al grande Paese asiatico. Solo alcuni titoli: Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; La Cina è capitalista? Solo un pochino; Chuang e il “regime di sviluppo socialista”; La “doppia circolazione” della Cina capitalista; Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Da Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinese.