SUL REDDITO DI SUDDITANZA

Una parte della borghesia desidera di portar
rimedio ai mali della società per assicurare
l’esistenza della società borghese (Marx-Engels).

Accetta un pasto e riceverai ordini (Lu Hsün).

 

Mentre con qualche ansia attendo di conoscere che ne sarà del cosiddetto reddito di cittadinanza, finito com’era prevedibile nelle sabbie mobili delle compatibilità economiche generali, intendo svolgere una breve riflessione sul significato sociale, politico e ideologico di quella misura altamente “innovativa” e “rivoluzionaria”.

Com’è noto, la richiesta di un reddito (di un sussidio, o come altro vogliamo chiamarlo) per i disoccupati non è nata “dal basso”, non è stata una rivendicazione avanzata dai proletari disoccupati nel corso di una lotta, ma si è sviluppata e precisata interamente sul terreno della contesa elettoralistica, come proposta demagogica e “populista”, avanzata soprattutto dal Movimento 5 Stelle, intesa 1. a catturare il consenso politico-elettorale di ampie fasce di proletariato meridionale e di piccola/media borghesia “proletarizzata”, e 2. a incanalare, controllare e stemperare la tensione sociale generata dalla crisi economica che imperversa in questo Paese ormai da dieci anni.

La richiesta peraltro ha avuto fin dall’inizio un preciso orientamento politico-ideologico, come attesta il concetto stesso di reddito di cittadinanza, di un sussidio cioè riconosciuto dallo Stato al disoccupato nella sua qualità di suddito (o cittadino) appartenente a una determinata nazione, quella italiana. L’impatto ideologico e psicologico sulle masse più povere del Paese è dunque chiaro: esse sono invitate a vedere nello Stato capitalistico non il Nemico da abbattere, ma la paterna e filantropica autorità che concede loro di vivere “dignitosamente”. Ciò sviluppa nei proletari sussidiati (potenzialmente a vita) un senso di ostilità nei confronti dei non cittadini (gli immigrati, ad esempio) e di chiunque osasse remare contro lo Stato, criticarlo, combatterlo, e questo semplicemente perché lo Stato dà loro da vivere. Non si sputa sul piatto in cui si mangia! In Venezuela, ad esempio, i più agguerriti e feroci sostenitori del regime chávista sono quei proletari che vivono del sussidio statale basato sulla rendita petrolifera. «In questo momento è soprattutto il partito di Grillo & Casaleggio a essere molto interessato a spingere il pedale del “populismo socialmente orientato” perché intende crearsi un’ampia e durevole base di consenso clientelare-elettorale a cui attingere. Più che il modello “Prima Repubblica”, la cosa evoca ai miei occhi il modello chávista, naturalmente cambiando quel che c’è da cambiare: a cominciare dal fatto che il clientelismo “bolivariano” può contare sulla rendita petrolifera, mentre quello italiano può contare sulla fiscalità generale, come sa bene lo zoccolo duro dell’elettorato leghista: “Roma ladrona, la Lega non perdona!”» (Sovrano è il Capitale. Tutto il resto è illusione e menzogna).

Prima ho scritto «sussidiati potenzialmente a vita» perché una volta introdotta una misura di quel genere in un Paese come l’Italia, che ha una vasta area di capitalismo arretrato con relative magagne sociali, sarà difficilissimo poi toglierla senza suscitare violente reazioni da parte dei sussidiati, con ciò che ne segue anche in termini di consenso elettorale. In Italia ci vuole poco per passare dalla condizione di eroe osannato dalla folla ammassata sotto un balcone, a cadavere sbertucciato e calpestato dalla stessa folla. Faccio della facile metafora, si capisce.

Gran parte del debito pubblico italiano si spiega proprio con l’inerzia politica della “Prima” e della “Seconda Repubblica” nei confronti di un’organizzazione sociale sempre più insostenibile dal punto di vista economico e finanziario. Ad esempio, è facile parlare di spending review, se ne discute con insistenza dal 2012; molto più difficile è praticarla, perché si toccherebbero molti interessi, grandi e piccoli, e gli interessi, com’è noto, votano… È prevedibile che l’area capitalisticamente avanzata del Paese, che da sempre lamenta il parassitismo sociale di un Mezzogiorno che drena ricchezza senza crearne di nuova, cercherà di ostacolare in tutti i modi l’implementazione del reddito di cittadinanza, almeno nella sua versione integrale, cosa che già mette in allarme i leghisti, da sempre paladini degli interessi “nordisti” e che oggi, con le loro velleità nazionalistiche, rischiano di “meridionalizzarsi”.

Può il Paese con il più alto debito in Europa, la più bassa crescita economica e la più bassa produttività sistemica di tutto l’Occidente capitalisticamente avanzato distribuire milioni di “stipendi” senza ricevere nulla in cambio dai sussidiati? È questo il cruccio degli economisti e dei politici “più responsabili” di questo Paese, i quali inorridiscono solo al pensiero di un reddito di cittadinanza, che a pieno regime (è proprio il caso di dirlo) dovrebbe costare intorno ai 15 miliardi all’anno. Ma c’è chi ipotizza cifre molto più alte, tali da evocare l’inevitabilità di un “colpo di Stato” organizzato dai “poteri forti” nazionali e internazionali. Lo spread toccherà punte di inusitata altezza. E forse l’ex Cavaliere Nero, l’ex Male Assoluto di turno (quanti ne fabbrichiamo in Italia!), insomma Silvio Berlusconi potrà prendersi qualche rivincita: chi di spread colpisce… E poi, avvertono i “responsabili di cui sopra”,  «prima di trasferire ricchezza dall’alto verso il basso, bisogna crearla, questa benedetta ricchezza!» La socialdemocrazia svedese lo ha sempre insegnato: ingrassa la pecora e poi tosala un pochino, quanto basta a reggere la baracca capitalistica senza troppi affanni.

L’intenzione, ha detto Di Maio per rispondere alle obiezioni dei detrattori, «non è quello di dare soldi alle persone per stare sul divano»: chi riceverà un assegno mensile di circa 780 euro (il 60 percento del reddito medio della Repubblica) dovrà impegnarsi nella formazione e dovrà accettare le proposte di lavoro che gli verranno presentate dal Centro per l’impiego, come accade nei Paesi che da anni conoscono forme di sussidio statale simili al reddito di cittadinanza traendone un gran beneficio. C’è da dire che anche una parte del mondo imprenditoriale confida sull’effetto keynesiano sulla domanda di beni e servizi che la misura governativa potrebbe avere, con relativo aumento del gettito fiscale. Anche economisti liberisti come Milton Friedman e F. von Hayek ai loro tempi furono tutt’altro che contrari all’introduzione di un sussidio in denaro (non in beni di prima necessità e in servizi sociali) concesso dallo Stato ai “meno fortunati”, sia in vista dei virtuosi “effetti keynesiani” (virtuosi, beninteso, soprattutto per chi vive di profitti), sia come rafforzamento dell’ordine sociale in situazioni di alta disoccupazione.

Vedremo come nella situazione concreta italiana si tradurrà la misura governativa in questione, la quale per il movimento di Grillo e Casaleggio rappresenta una linea rossa invalicabile: o reddito o morte (del Governo Conte)! Per quanto mi riguarda la dubbia sostenibilità economica della proposta pentastellata non rappresenta un problema, non avendo io a cuore i sacri interessi nazionali, essendo un dichiarato irresponsabile. Tanto peggio tanto meglio? Magari!  Purtroppo il peggio (la bancarotta di una società, di un Paese) non genera spontaneamente il meglio (la coscienza, lo spirito di iniziativa, la speranza, la rivoluzione: «sì, campa cavallo!» Appunto).

Nella misura in cui il reddito di cittadinanza, in quanto reddito svinco­lato dall’attività lavorativa, è finanziato dallo Stato attingendo alla fiscalità generale, esso realizza di fatto una decurtazione più o meno pesante e diretta di salari e pensioni, comprese le pensioni degli ex lavoratori. Si tratta insomma di una “solidarietà” pelosa e rognosa che lo Stato chiede a tutti suoi sudditi per aiutare i fratelli d’Italia meno fortunati, più colpiti dalla globalizzazione capitalistica e dalle continue rivoluzioni tecnologiche, le quali creano una disoccupazione strutturale che la società non è in nessun modo in grado di eliminare, se non con mezzi malthusiani… Non dimentichiamo che il teorico di rifermento di Grillo su questo tema è sempre stato Jeremy Rifkin, forse il primo che ha parlato di «fine del lavoro».

I lavoratori che hanno la “fortuna” di generare plusvalore sono cordialmente invitati a produrne sempre di più per alimentare il fondo che finanzia il reddito non solo dei proletari disoccupati, ma di tutti quegli strati sociali (piccola e media borghesia) che sono precipitati nei piani bassi della scala sociale, cosa peraltro che accade sempre più spesso. Perché da qui non si scappa: solo il lavoro salariato produce la ricchezza che circola nella società nelle forme più disparate e nei modi più complessi, e proprio per questo difficilmente riconducibili alla fonte originaria. È su questa maledizione sociale che si basano tutte le forme di reddito (di cittadinanza, di esistenza, di inclusione) a carattere interclassista che circolano nel dibattito politico degli ultimi dieci anni. Una maledizione sociale che resta per l’essenziale incomprensibile soprattutto ai teorici del “Capitalismo cognitivo” (*).

Sempre più urgente appare la ripresa della “classica” lotta operaia per la diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario (tenendo conto della complessa organizzazione capitalistica del XXI secolo), per migliori condizioni di lavoro (riduzione dei ritmi produttivi ecc.) e di vita: salute, casa, servizi sociali (welfare).

Insomma, sul piano ideologico il reddito di cittadinanza rappresenta una vera e propria apologia della conservazione sociale: chi chiede “solidarietà” nei confronti dei disoccupati e degli ultimi è quello stesso Leviatano che si pone a difesa dei rapporti sociali che creano sempre di nuovo sfruttamento, precarietà, disoccupazione, miseria sociale e ogni sorta di disumanità. Reddito di cittadinanza? Chiamiamolo almeno con il suo vero nome: reddito di regime (politico e sociale) ovvero di sudditanza. Non si tratta di battersi contro l’introduzione di quel sussidio, lotta che apparirebbe priva di senso e del tutto incomprensibile agli occhi dei disoccupati e dei precari; si tratta piuttosto di denunciarne il carattere fortemente reazionario sul piano politico e sociale. Non c’è alcuna dignità né nel lavoro salariato (vedi Art. 1 della Costituzione), che implica la mercificazione dell’intera esistenza dei lavoratori (una disumana condizione che poi si espande come la peste fino a coinvolgere l’intera società), né nel reddito di cittadinanza. Questo è bene dirlo contro chi avversa la proposta pentastellata perché mortificherebbe «il senso e il valore del lavoro». Solo la lotta di classe conferisce dignità, senso e valore alla pessima condizione sociale dei lavoratori, i quali in Italia hanno subito per decenni la cattiva ideologia “lavorista” in salsa cattocomunista.

Mi si può obiettare che, comunque stiano le cose sul terreno della “teoria critico-rivoluzionaria della società”, rimane il fatto che un Governo cerca di dare risposte concrete a dei problemi sociali, che dei disoccupati forse prenderanno un reddito e che dei pensionati forse percepiranno una pensione più alta (pensione di cittadinanza), tutti fatti che fanno impallidire ogni astratta riflessione politica. Questa obiezione è più che fondata, essa anzi coglie in pieno la sostanza del problema, almeno per come io inquadro tutta la faccenda; questo problema oggi appare irrisolvibile se affrontato dal punto di vista anticapitalistico, non faccio alcuna fatica a riconoscerlo. «La verità è rivoluzionaria», diceva quello: ecco, appunto, almeno in questo voglio essere coerente! Oggi non solo non c’è alle viste una rivoluzione che possa aggredire la “questione sociale” alla radice, ma non si osserva nelle classi subalterne alcuna capacità di iniziativa autonoma su vasta scala, e forse nemmeno su scala assai più ridotta. L’iniziativa è saldamente nelle mani delle classi dominanti e del loro personale politico, di “destra” e di “sinistra”.

Tuttavia, a ben guardare, il problema qui evidenziato non rappresenta una sciagura solo per l’anticapitalista (e chi se ne frega!), ma soprattutto per l’intera umanità, la quale oggi si vede negata la stessa astratta possibilità di un’esistenza degna di essere definita umana. Dinanzi a questa immane tragedia la piccola frustrazione dell’anticapitalista appare perfino ridicola.

(*) Un solo esempio: «Per quanto riguarda la sfera del lavoro, occorre riconoscere che nel capitalismo cognitivo la remunerazione del lavoro si traduce nella remunerazione di vita: di conseguenza ciò che nel fordismo era il salario oggi nel capitalismo cognitivo diventa reddito di esistenza (basic income) e il conflitto in fieri che si apre non è più la lotta per alti salari (per dirla i termini keynesiani) ma piuttosto la lotta per una continuità di reddito a prescindere dall’attività lavorativa certificata da un qualche rapporto di lavoro» (A. Fumagalli, Il reddito di base come remunerazione della vita produttiva, pubblicato su: Aa.Vv., Reddito per tutti. Un’utopia concreta per l’era globale, Manifestolibri, 2009). Su Fumagalli e gli altri teorici del “capitalismo cognito” rinvio ai miei diversi post dedicati al tema:

CRIPTO-MONETA DEL COMUNE E “ACCIARPATURE MONETARIE”

SUL REDDITO UNIVERSALE DI FUMAGALLI

LE SUPERSTIZIONI COMUNARDE DI TONI NEGRI

PROFITTO VERSUS RENDITA

ACCELERAZIONISMO E FETICISMO TECNOLOGICO 2.0

SUL CONCETTO DI MISERIA SOCIALE E SUI PROUDHONIANI 2.0

LA VALORIZZAZIONE CAPITALISTICA AI TEMPI DI TONI NEGRI
FUGGO DAI CERVELLI IN LOTTA!

Vedi anche il saggio Dacci oggi il pane quotidiano.

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MISERIA DEL SOVRANISMO. La “questione nazionale” nel XXI secolo

Quanto si parla, si discute e si grida oggi
a proposito di nazionalità e di patria!
(Lenin, 1914).

Scrive Massimo Cacciari: «Ognuno deve rendersi conto che le diverse nazionalità hanno un futuro solo se si collocano in termini federali nell’ambito dell’Unione Europea. Senza Europa gli staterelli europei sono destinati a essere succubi di tutte le tendenze culturali, economiche e scientifiche che si determineranno nell’ambito dei sovranismi. Se vogliamo vivere tutti da servi al seguito del carro del destino, padroni di esserlo e avanti popolo» (1). In direzione della riscossa o verso il precipizio? Per il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Junker, «il patriottismo del XXI secolo ha due matrici: una nazionale e l’altra europea». Diego Fusaro la pensa diversamente: «La Nazione è l’ultimo fortilizio che ci rimane per resistere alla mondializzazione capitalistica» (2). I primi due si battono per un sovranismo di livello europeo, il solo in grado, a loro avviso, di salvaguardare anche le specificità culturali ed economiche delle singole nazioni europee, le quali da sole non potrebbero certo reggere l’urto sistemico con le grandi potenze mondiali (Stati Uniti, Cina, Russia); il secondo invece si batte per una «rinazionalizzazione» dell’economia e della politica, affinché il Popolo riprenda in mano il proprio destino. Anche Carlo Formenti parla di «rinazionalizzazione della politica», e se la prende con i suoi ex compagni del Manifesto, ormai precipitati, secondo lui, nell’inferno del «neoliberismo progressista»: «L’agitarsi scomposto del neoliberismo progressista ha l’unico effetto di rallentare il processo di costruzione di un’alternativa al populismo e al sovranismo di destra, perché i loro attacchi idioti e confusionari regalano continuamente voti all’avversario». Una polemica tutta interna alla galassia “comunista” e post “comunista” contro la quale mi sono sempre battuto. Certo è che osservare la gara che si svolge nella “sinistra sovranista” a chi la spara più grossa in termini di “populismo”, è davvero raccapricciante, anche se tutt’altro che spiazzante, per chi conosce i personaggi. Ogni freno inibitorio è saltato e c’è persino chi cavalca la bestia xenofoba pur di contendere lo spazio politico occupato dai populisti di “destra”, come se ci fosse qualche pur minima differenza tra uno xenofobo di “destra” e uno xenofobo di “sinistra”! Che miseria sociale!

Alcuni Nazionalsovranisti giustificano la loro avversione nei confronti delle politiche di immigrazione di stampo liberale tirando in ballo il dumping sociale, l’abbassamento dei salari, la distruzione del welfare e così via. Per i comunisti, da Marx in poi, c’è un solo modo di affrontare il problema dell’immigrazione e dello sviluppo ineguale dei salari su scala mondiale: battersi per l’unità di tutti i proletari, contro ogni forma di razzismo e di xenofobia: «Proletari di tutti i paesi, unitevi!» È questo il modo comunista di combattere ogni forma di competizione fra i proletari delle diverse nazioni. Entrare nel merito dei flussi migratori per suggerire alla classe dominante del proprio Paese come meglio regolarli (magari per favorire i proletari italiani: Prima i proletari italiani!), significa porsi al servizio della conservazione sociale. Certo, quella che propongo è una posizione politica che oggi, dopo decenni di devastazione politico-ideologica (sottoforma di stalinismo, riformismo, feticismo democratico e quant’altro) ai danni delle classi subalterne, non può riscuotere alcun successo presso il proletariato occidentale; si tratta di una posizione che non dà alcun riscontro di tipo elettoralistico: un problema, questo, che ovviamente sta in cima ai pensieri dei “populisti” d’ogni tendenza politica, i quali cavalcano, fomentano e amplificano il senso di insicurezza e di precarietà dei subalterni per carpirne il consenso politico-elettorale.

Per Vladimiro Giacché «La falsa opposizione tra angustia delle “piccole patrie” e la presunta apertura internazionalistica dell’UE è falsa per molti motivi, ma anche per questo: perché oggi nella bandiera europea sono avvolti gli interessi (delle classi dominanti) di alcune nazioni, con altre nazioni che sono state già ridotte a protettorati e altre che sono prossime a questo poco invidiabile status. Nell’UE le prime potenziano la propria sovranità, le altre la vedono ridursi. […] Dobbiamo ripartire dalla Costituzione. Essa deve tornare a essere il metro di valutazione dei trattati internazionali, ivi inclusi i Trattati europei» (3). Fare di una Costituzione capitalistica «il metro di valutazione dei trattati internazionali, ivi inclusi i Trattati europei», significa adottare il punto di vista delle classi dominanti. ««L’idea di fondo è che oggi il lavoro (gli interessi dei lavoratori) possa essere difeso soltanto attraverso un patriottismo costituzionale». L’economista Giacché evidentemente non ha capito che il lavoro di cui parla la Costituzione italiana è il marxiano lavoro salariato, ossia il lavoro-merce la cui esistenza presuppone i vigenti rapporti sociali di dominio e sfruttamento. Come diceva l’uomo con la barba, «Il lavoro-merce è una tremenda verità», e l’Articolo 1 della Costituzione ci dice senza infingimenti che l’Italia, come ogni altro Paese di questo capitalistico mondo, si fonda su quella «tremenda verità». Per questo porre in antitesi la Costituzione «più bella e più socialista del mondo» con i bassi salari, la precarietà e la disoccupazione è, marxianamente parlando, semplicemente ridicolo.  Sulla Costituzione Italiana rinvio al post Contro la Costituzione. Quella di ieri, di oggi e di domani.

Scriveva qualche tempo fa l’Alter-Europeista Toni Negri: «L’Europa ha la possibilità di essere una barriera contro il pensiero unico dell’unilate­ralismo economico: capitalista, conservatore e reazionario. Ma l’Eu­ropa può essere anche un contro-potere di fronte all’unilateralismo statunitense, il suo dominio imperiale, la sua crociata in Iraq per con­trollare il petrolio. Gli USA l’hanno capito così bene che, fin dagli anni ’50, lottano come matti contro il processo di unificazione europea. Gli USA vi vedono un blocco all’estensione del loro potere. […] Bisogna essere pragmatici» (4). Negri definisce “pragmatica” quella che in realtà è una politica di aperto sostegno al progetto teso a realizzare in Europa un polo imperialista (un “Impero”) in grado di competere con i maggiori imperialismi mondiali, a cominciare da quello statunitense. Nel frattempo vaste aree del pianeta sono finite sotto il cielo dell’imperialismo cinese.

Delle alternative qui sommariamente presentate qual è quella più realistica (oltre che desiderabile e auspicabile) dal punto di vista degli interessi nazionali e/o europei? È possibile (oltre che desiderabile e auspicabile) la piena sovranità di tutte le nazioni (vedi il concetto di Europa delle nazioni e dei popoli versus il concetto di Patria europea) posto il Capitalismo del XXI secolo? E come si presenta oggi  la Questione nazionale, generalmente intesa, dalla prospettiva di un autentico internazionalismo anticapitalista? Ecco, qui di seguito cercherò di rispondere a queste difficilissime domande.

  1. Miseria del sovranismo

Personalmente sono contro ogni forma di sovranismo (nazionale o europeo) e di patriottismo (della Nazione o della Costituzione) non per fedeltà a Marx o a Lenin, ma per un intimo convincimento che ha il suo fondamento teorico e politico nell’analisi della società capitalistica come ci si offre all’attenzione nel XXI secolo. Se, per assurdo, qualcuno dovesse dimostrarmi che quei due sciagurati personaggi in realtà erano dei sovranisti e dei nazionalisti “duri e puri” che amavano travestirsi, per conseguire inconfessabili obiettivi, da internazionalisti intransigenti, ebbene non muterei solo per questo di una sola virgola la mia posizione radicalmente antisovranista e antipatriottica. Anche per questo (per motivi “precauzionali”, diciamo) non mi definisco né “marxista” né “leninista” ma sostenitore di un punto di vista che vuole – diciamo pure che si sforza di – essere radicalmente anticapitalista, con ciò che ne segue anche a proposito della cosiddetta “Questione nazionale”. Il che ovviamente non mi impedisce di citare proprio Marx e Lenin argomentando le mie tesi, le quali sono principalmente indirizzate contro quei sedicenti “marxisti” e “leninisti” che sostengono un punto di vista sovranista e nazionalista, sebbene declinato “da sinistra” – sic! La citazione non è mai politicamente neutra; citare significa in qualche modo interpretare il pensiero altrui, perché ciò che conferisce significato alla citazione è il contesto concettuale che la ospita. Come ho scritto altre volte, la mia citazione ha sempre un carattere strumentale, è cioè funzionale a esprimere in primo luogo il mio punto di vista.

La «sinistra patriottica, costituzionale e sovranista» può invitare a cuor leggero i compagni a sfidare il populismo “di destra” «sul suo stesso terreno» (5) semplicemente perché essa condivide con quella posizione politica lo stesso terreno di classe, sebbene i socialpatrioti si impegnino molto a giustificare le loro ultrareazionarie posizioni richiamandosi alla storia del movimento operaio – soprattutto a Gramsci, per via della sua “ambigua” teoria nazional-popolare fondata su una lettura del tutto sbagliata del ritardo capitalistico dell’Italia.

Credo insomma che il sovranismo, il nazionalismo e il patriottismo comunque “declinati” rappresentino quanto di peggio il personale politico al servizio delle classi dominanti possa propinare alle classi dominate. Venduto dalla “destra” o dalla “sinistra”, il nazionalismo (o sovranismo, come si usa chiamarlo oggi per bypassare certe antipatiche accuse) rimane il peggior veleno ideologico offerto alle classi subalterne dai servitori dello status quo sociale. Le classi dominanti si compiacciano di dare in dono una patria ai dominati per legarli a doppio filo al carro degli interessi nazionali, i quali esprimono i loro specifici interessi economici e politici. Com’è noto, per difendere la Patria, per impedire al Nemico di calpestarne i sacri e inviolabili confini, lo Stato nazionale chiede ai suoi sudditi il dovuto tributo di sangue, e proprio a questo fatto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto chiaro riferimento nel suo discorso del 14 settembre al vertice di Riga: «Io sono avanti negli anni, sono nato durante i bombardamenti e, forse per questo, mi è rimasta un’innata diffidenza, e un’innata idiosincrasia verso qualunque pericolo di nazionalismo e di guerre. Occorre riflettere su questo perché corriamo il rischio che riproporre dentro l’Unione un clima che non è soltanto concorrenziale ma è di contrapposizione, che poi diventa contrasto, poi diventa ostilità, diventa non sappiamo cosa». L’Unione Europea, insomma, come area di pace, di democrazia e di libertà da preservare assolutamente, senza nulla concedere alle suggestioni “populiste” e “nazionaliste”.

In realtà all’interno dell’Unione Europea è da tempo in corso una guerra di potere tra le nazioni che ne fanno parte, perché il suo consolidamento non può che realizzarsi, almeno nell’immediato, a spese di alcuni Paesi (ad esempio dell’Italia) e a vantaggio di altri (ad esempio della Germania), e la stessa Brexit, o la questione Catalana sono lì a ricordarci che l’Unione Europea è tutt’altro che una creatura geopolitica e sociale pacifica e pacificata, e non può esserlo in grazia della sua natura capitalistica e imperialistica. Il fatto è che oggi vengono al pettine nodi che in realtà non sono mai stati sciolti perché toccarli avrebbe significato – e significa – innescare nei singoli Paesi dell’Unione tensioni sociali di difficile gestione. È ad esempio il caso del welfare dell’Italia, del suo sempre più obeso debito pubblico, con tutto quello che tali magagne significano sul piano politico e sociale (clientelismo, divario Nord-Sud, ecc.); oppure dell’obsoleta struttura economica della Francia messa sotto pressione dalla dinamica economia dell’area tedesca.

«Potrà l’Europa sopravvivere all’ondata razzista e nazionalista che l’ha investita? Quello che soprattutto spaventa è il fatto di trovarsi di fronte una destra estrema ed una sinistra residuale unite nella lotta contro la costruzione europea. […] Battersi contro nazionalismo e sovranismo, per la democrazia, significa oggi sviluppare lotta di classe» (6). Nient’affatto: significa, oggi come ieri e come sempre (finché l’umanità sarà costretta a vivere sotto il dominio del Capitale), «sviluppare lotta» a sostegno di un polo capitalistico-imperialistico (quello europeo, nella fattispecie) che si oppone ad altri e concorrenti poli capitalistici e imperialistici. Mi scuso con chi legge, ma non posso esimermi dall’affermare che solo degli imbecilli patentati possono concepire l’europeismo come una forma modificata («adatta ai nostri tempi»: sic!) di internazionalismo, o di “post internazionalismo”, per usare il gergo dei teorici del postismo: post tutto. Ma non si tratta di imbecillità, beninteso. Il fatto è che la quasi totalità degli intellettuali sinistrorsi di tutto il mondo attribuiscono a parole come rivoluzione, socialismo, lotta di classe e via di seguito un significato che certamente tipi come Marx, Engels e Lenin avrebbero bollato come insulsaggini piccolo-borghesi. Ovviamente essi presentano la loro disgustosa e tutt’altro che originale brodaglia concettuale come la traduzione del marxismo ai nostri tempi, ma se si va appena oltre la fraseologia, si scopre facilmente il fondamento reazionario delle loro “dottrine”. D’altra parte non saprei come meglio definire le posizioni di chi ieri (2012) ha sostenuto Hollande alle lezioni presidenziali francesi e che oggi sostiene il regime venezuelano del caudillo Maduro e l’Unione Europea, sebbene da “sinistra internazionalista”…

  1. Stato, Nazione, Patria, Popolo…

La rivendicazione del superamento dei confini nazionali in vista di una sola, umana e fraterna Comunità rappresenta il “minimo sindacale” per una posizione politica che intenda conquistare un punto di vista autenticamente critico-rivoluzionaria dal quale approcciare la società capitalistica del XXI secolo. Questo principio, tanto elementare quanto potentemente eversivo dell’ordine sociale vigente su scala planetaria, informa completamente la mia analisi dei rapporti tra gli Stati, il mio approccio a quella che un tempo si chiamava “Questione nazionale”, la quale si dà nel nostro tempo, al tempo del dominio totalitario e planetario dei rapporti sociali capitalistici, in modo affatto diverso che ai tempi di Marx e di Lenin.

«Il Centro è dappertutto» scrisse una volta Nietzsche; «Il Capitale è dappertutto», possiamo scrivere oggi, magari avendo cura di precisare, sulla scorta di Marx, che «il capitale non è una cosa ma un rapporto sociale». Il capitale è ovunque (dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Europa all’Africa, dall’Australia all’Americana Latina) al centro della prassi sociale e, in guisa di merce e di denaro, esso è al centro dell’esistenza di ogni singolo individuo. Il capitale è insomma diventato quella potenza sociale sovranazionale e sovraumana di cui Marx ed Engels parlavano già nella prima metà del XIX secolo. Sempre più il mondo appare come un solo, gigantesco Paese, e lo Stato nazionale tende a configurarsi come un potere locale (regionale) nell’ambito del Capitalismo globale. Ciò vale soprattutto per quei Paesi che non possono aspirare al rango di grande Potenza; per questi Paesi si offre però la possibilità di aggregarsi in un’Unione di Stati in grado di reggere in qualche modo la competizione sistemica (economica, scientifica, tecnologica, politica, ideologica) mondiale. È il caso dell’Unione Europea.

Come ho scritto altre volte, per i Paesi di piccola o media taglia capitalistica la cosiddetta sovranità si risolve nella scelta della Potenza imperialistica che al momento sembra garantire a quei Paesi migliori condizioni di “agibilità politica”. È il caso del Venezuela “bolivariano”, il Paese che tanto piace ai socialsovranisti italiani, il quale da anni cerca il sostegno economico della Cina, ossia della Potenza oggi di gran lunga più dinamica sul terreno della competizione interimperialistica: dall’Africa all’America Latina, dal Sud-Est Asiatico all’Europa non c’è area del pianeta che non veda in azione il capitale cinese, tanto nella sfera della cosiddetta economia reale, tanto in quella finanziaria – sempre che nel XXI secolo abbia un pur minimo senso operare questa distinzione quando si tratta di esportazione di capitale e di sfruttamento da parte dei capitalismi più forti ai danni di quelli più deboli.

Quando nei miei scritti “geopolitici” parlo di Imperialismo unitario (non unico!) intendo riferirmi al sistema mondiale dell’imperialismo, o, detto in altri e più “dinamici” termini, alla competizione capitalistico-imperialista per il potere (economico, scientifico, tecnologico, ideologico, militare, in una sola parola: sociale) che nel XXI secolo vede la partecipazione agonistica di alleanze politico-militari grandi e piccole, internazionali e regionali, di Paesi grandi e piccoli, di multinazionali grandi e piccole, di aree continentali in reciproca competizione sistemica, di gruppi politici ed economici anche “non convenzionali”, ossia non riconducibili immediatamente agli Stati nazionali e alle istituzioni economico-finanziarie “tradizionali” (7).

Leggo da qualche parte: «Non è vero che lo Stato nel XXI secolo non conti più». Ecco perché dobbiamo combatterlo! Insomma, un conto è essere sovranazionalisti (tifosi della Patria europea, ad esempio), un conto affatto diverso è essere internazionalisti, ossia radicalmente ostili a ogni forma di statualità capitalistica – nazionale e sovranazionale. Sovranisti e sovranazionalisti si muovono insomma sullo stesso terreno di classe, si battono sotto una stessa escrementizia bandiera, e dal mio punto di vista non sarebbe serio nemmeno pensare di allearsi, anche solo “tatticamente” (si dice sempre così, nevvero?), con uno dei due campi politico-ideologici.

Le spinte sovraniste, nazionaliste, identitarie, razziste e xenofobe che provengono dal sottosuolo delle società occidentali sono il prodotto delle molteplici contraddizioni che sempre di nuovo crea ciò che usiamo chiamare globalizzazione capitalistica, e quindi esse stesse sono parte organica di questa globalizzazione, la quale non può darsi che in modalità altamente contraddittoria e conflittuale. Più il Capitale Globale centrifuga gli individui in guisa di alimenti gettati dentro un frullatore, e più essi cercano disperatamente – e spesso pateticamente – di aggrapparsi a qualche misero brandello di “identità”: nazionale, culturale, etnica, sessuale, religiosa, sportiva… Un’esasperata ricerca di identità è la prova più sicura di quanto potente sia il processo sociale che tende a creare l’individuo unidimensionale del XXI secolo.  La realtà capitalistica dei nostri giorni «costituisce uno stadio più avanzato di alienazione. Quest’ultima è diventata completamente oggettiva; il soggetto dell’alienazione viene inghiottito dalla sua esistenza alienata. V’è soltanto una dimensione, che si ritrova dappertutto e prende ogni forma» (8). In questo peculiare significato, radicalmente sociale (non meramente politologico né genericamente sociologico) parlo di dominio totalitario e globale del Capitale, che preferisco scrivere con la “c” maiuscola proprio per sottolinearne anche formalmente il contenuto storico e sociale.

Espressione verace, ancorché macchiettistica, della tendenza identitaria è senz’altro il filosofo fasciostalinista Diego Fusaro, il quale ultimamente oppone alla “naturale” espansione del dominio capitalistico in ogni sfera della prassi sociale, in ogni luogo e in ogni centimetro del corpo umano, «il vecchio modello familiare»: «Oggi sposarsi è diventato rivoluzionario, ristabilendo il vincolo etico di fronte al plusgodimento come una forma di speranza e di lotta contro il capitale». Un’altra perla “rivoluzionaria”: «Il liberista è colui che dichiara guerra allo Stato per il proprio profitto individuale, il libertino è quello che dichiara guerra alla famiglia in modo di ottenere il plusgodimento, la variante erotica del plusvalore» (9). Chissà cosa avrebbe detto Marx – o Lacan – a proposito dell’accostamento psicoeconomico tra «plusgodimento» e «plusvalore». Certo è che come materialista storico il libertino di Treviri avrebbe fatto presente al “marxista” Fusaro che non esiste uno Stato in generale, senza alcuna connotazione storica e di classe, e la stessa cosa vale naturalmente per la famiglia. Agli statalisti ideologici ovviamente ripugna chiunque ricordi loro che lo Stato non è che il cane da guardia dei rapporti sociali capitalistici, concetto marxiano che ridicolizza l’ideologia pattizia che sta al centro del concetto borghese di Stato e di Sovranità: «Lo Stato siamo noi, lo Stato è del Popolo, «La sovranità appartiene al popolo». Come no! Più si parla di Popolo (Potere al Popolo! Servire il Popolo! Il Popolo ha sempre ragione!), e più si nasconde la maledetta realtà della divisione classista degli individui, riformulata dai “populisti” d’ogni tendenza nei termini di una divisione tra alto e basso, élite e marginali, ricchi (i magnati della finanza speculativa come Soros) e poveri, vincenti e i perdenti (imprenditori “onesti” compresi) della globalizzazione, e così via. Ma ritorniamo al libertino «che dichiara guerra alla famiglia».

Leggo sul Manifesto del partito comunista del 1848: «Abolizione della famiglia! Persino i più avanzati fra i radicali [Fusaro, sia chiaro, non è certamente fra questi] si scandalizzano di così ignominiosa intenzione dei comunisti. Su che cosa si basa la famiglia odierna, la famiglia borghese? Sul capitale, sul guadagno privato. Nel suo pieno sviluppo la famiglia odierna esiste soltanto per la borghesia. […] Le declamazioni borghesi sulla famiglia e sull’educazione, sugli intimi rapporti fra i genitori e i figli diventano tanto più nauseanti, quanto più, in conseguenza della grande industria viene spezzato per i proletari ogni legame di famiglia» (10). Confrontati con la distruzione della famiglia borghese nel seno della stessa società borghese, come essa si dava centosettanta anni fa, Marx ed Engels non piagnucolavano sulla morte della famiglia borghese, non rivendicavano il ritorno al precedente modello di famiglia («si tratta di una mera chimera reazionaria» avrebbero detto i due amici), ma piuttosto denunciavano il processo sociale che “stressava” gli  «intimi rapporti fra i genitori e i figli» e che creava ogni sorta di relazioni disumane e disumanizzanti. Non si combatte la crescente disumanizzazione delle attività e delle relazioni proponendo alla società un armamentario politico-ideologico passatista che non è in grado nemmeno di frenare le tendenze sociali radicate, avrebbe detto Marx, nel concetto stesso di Capitale. Si vuole il Capitale (di Stato, nella fattispecie), ma non i suoi “lati negativi”: tipico appunto della mentalità piccolo-borghese.

«La stessa dinamica sociale che permise il costituirsi della famiglia borghese, dove gli individui trovarono un punto d’appoggio nel flusso della dinamica sociale e contro di esso, minaccia costantemente e progressivamente la famiglia medesima. Come accade per tutte le forme di mediazione tra singolarità biologica e totalità sociale la famiglia, nel suo contenuto sostanziale, viene riassunta a proprio conto dalla società. […] Sono le tendenze economiche che van distruggendo la famiglia. […] La famiglia soffre di ciò come ogni particolare che preme verso la propria liberazione: non vi sarà emancipazione della famiglia senza emancipazione della totalità sociale» (11). Ecco un modo storico e dialettico di approcciare i fenomeni sociali generati dall’implacabile marcia del Moloch capitalistico. Mi si può legittimamente obiettare: «Ma intanto che aspettiamo l’emancipazione della totalità sociale, dobbiamo pur far qualcosa!» E certamente! Ad esempio, lottare contro tutte le manifestazioni del dominio capitalistico senza fomentare in noi stessi e negli altri false speranze, soprattutto se sono “speranze” fondate su concezioni passatiste e/o riformiste: di passatismo e di riformismo l’umanità muore! Non sono io a dirlo: è la storia passata e recente che lo dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio.

La sovranità appartiene al popolo o allo spread? È il titolo di un saggio scritto recentemente da Antonio Maria Rinaldi, l’economista di riferimento dell’attuale governo pentaleghista (e ho detto tutto). Mi permetto di rispondere alla domanda di cui sopra citando il titolo di un mio post: Sovrano è il Capitale. Tutto il resto è illusione e menzogna. Lo spread, con tutto quello che questo nuovo spauracchio sociale presuppone sul versante economico come su quello politico-istituzionale, non ha alcun significato se non viene riferito direttamente alla prassi capitalistica considerata sul piano locale (nazionale) e internazionale. Solo un insulso economista può pretendere che chi finanzia il debito pubblico di un Paese per trarne un profitto (e cosa dovrebbe trarne, attestati di riconoscenza popolare?) non tenga in considerazione la salute economica di quel Paese, la sua produttività sistemica, la componente produttiva e improduttiva della sua economia e così via. Scrivendo questo non mi illudo certo di prosciugare il mare di luoghi comuni dal quale attingono i “populisti”: lo spread, i poteri forti, Soros, la Trilateral, le cavallette…

  1. Patria o morte? A morte la Patria!

«La patria sta davvero morendo e trascinando con sé lo stato-nazione che ne ha accolto e tutelato per secoli il patrimonio di identità culturale? I flussi migratori, i circuiti finanziari intercontinentali, la trans spazialità linguistica e religiosa, gli esperimenti di integrazione economica, ecc., sembrerebbero dire di sì. Eppure la patria, secondo l’autore, è l’unico luogo di aggregazione morale, civile e spirituale in grado di garantire la pluralità delle esperienze esistenziali di cui oggi possono godere gli uomini e le donne in questa tarda ora del secondo millennio, permettendo loro di affrontare i problemi della vita di relazione, senza l’angosciosa insicurezza del viandante e dell’esule» (12). Anche nei passi appena citati non si coglie alcuna determinazione storico-sociale dei concetti di Stato-Nazione e di Patria, concetti che suonano vuoti, privi di significato se non vengono riempiti di concreti contenuti storici e sociali, e, come si diceva sopra, ciò è del tutto confacente all’ideologia dominante, la quale ha tutto l’interesse a celare il carattere classista di quei concetti.

La Nazione è storicamente la dimensione (geografica, politica, istituzionale, culturale, “spirituale”) nel cui seno si esercita il dominio delle classi possidenti in una determinata area del mondo; lo Stato nazionale è posto al servizio di quelle classi, per preservarne il dominio nei confronti dei nemici interni ed esterni. «Nella società classista», scriveva Rosa Luxemburg, «la nazione non esiste in quanto insieme omogeneo sociale e politico; esistono invece, all’interno di ogni nazione, classi con interessi e “diritti” antagonistici. Non vi è letteralmente neppure una sola sfera sociale, dai più grossolani rapporti materiali ai più raffinati rapporti morali, nella quale la classe dei proprietari e il proletariato cosciente si presentino come un indifferenziato insieme nazionale. […] In una società così costituita non è possibile parlare di volontà collettiva e omogenea della nazione» (13). Ai tempi dell’ascesa rivoluzionaria della borghesia aveva un preciso significato progressivo parlare di Nazione, di Patria e di Popolo; al tempo del Capitalismo “ultramaturo”, del capitalismo giunto nella sua fase imperialista, tanto per scomodare Lenin, parlare di Nazione, di Patria e di Popolo può avere solo un significato ultrareazionario. Le stesse parole acquistano un contenuto concettuale affatto diverso quando vengono “calate” in differenti contesti storici.

«La patria sta davvero morendo e trascinando con sé lo stato-nazione che ne ha accolto e tutelato per secoli il patrimonio di identità culturale?» Ma di che patria stiamo parlando? La risposta non potrebbe essere più semplice: della patria capitalistica, della patria come si dà, e non potrebbe darsi altrimenti, oggi, nell’epoca del dominio mondiale e totalitario del rapporto sociale capitalistico. Il poeta può anche pensare la Patria come un luogo dello spirito: «La mia Patria è l’Umanità» (condivido!); ma chi si occupa di come “rottamare” la società capitalistica e di cosa sostituirle, deve anzitutto svelare il contenuto storico-sociale del concetto di Patria veicolato dall’ideologia dominante – in tutte le sue varianti: di “destra” e di “sinistra”, “liberista” e “statalista” (o “socialista” che dir si voglia), europeista o sovranista.

La Patria (la Nazione) è un presupposto storico-sociale che si impone a prescindere e contro la volontà delle classi subalterne; è un dato di fatto che esse si trovano a dover subire fin dalla nascita, esattamente come a nessun neonato è data la facoltà di scegliere in quale famiglia nascere, la condizione sociale dei suoi genitori, la nazionalità, e così via. I dominati devono dunque fare i conti con la Patria (con la Nazione), ma per remare contro i suoi interessi, in vista della sua distruzione. Come scriveva Lenin nel 1915 contro i «socialpatrioti» che assumevano il patriottismo come un valore positivo nell’ambito della lotta di classe, «Le patrie borghesi esisteranno finché la rivoluzione internazionale del proletariato non le distruggerà. Il terreno per questa rivoluzione esiste già» (14). La patria capitalistica non è certo un luogo della storia che i comunisti intendono conservare o difendere: tutto il contrario! Come si vede, chi scrive è tutt’altro che indifferente al problema della Patria, della Nazione e a tutte le questioni che in qualche modo vi si connettono.

Cito dal Manifesto di Marx ed Engels: «Si rimprovera inoltre ai comunisti di voler sopprimere la patria, la nazionalità. Gli operai non hanno patria. Non si può toglier loro ciò che non hanno» (15). Per comprendere bene questo potentissimo passo occorre porlo in diretta connessione con la tesi marxiana secondo la quale la dimensione naturale del Capitale è quella che ha i confini dell’intero pianeta: «L’isolamento e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno via via scomparendo con lo sviluppo della borghesia, con la libertà di commercio, col mercato mondiale, con l’uniformità della produzione industriale e con le condizioni di vita ad essa corrispondenti» (16). In questo peculiare senso per Marx i rapporti sociali capitalistici vanno considerati storicamente rivoluzionari se confrontati con i precedenti rapporti sociali che confinavano gli esseri umani in ambiti comunitari molto angusti, sotto molteplici e fondamentali aspetti. «Questo sviluppo delle forze produttive (in cui è già implicita l’esistenza empirica degli uomini sul piano della storia universale, invece che sul piano locale) è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda. […] Il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominanti tutti in “una volta”  e simultaneamente, ciò che presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che esso comunismo implica» (17). Certamente Marx ed Engels non furono mai né sovranisti né teorici del comunismo in un solo Paese.

Il processo storico-sociale innescato dai nuovi rapporti sociali capitalistici non andava arrestato per far ritornare indietro la ruota della storia, così da ripristinare i vecchi confini tracciati con la spada, cosa d’altra parte impossibile; esso andava piuttosto portato avanti fino alle sue estreme conseguenze per approdare nella Comunità Umana che non conosce né capitale, né classi sociali, né Stato, né confini. Il superamento della società capitalistica può bensì essere pensato in due modi: uno reazionario e passatista e l’altro rivoluzionario e rivolto al futuro, ma solo il secondo ha la possibilità (non la certezza) di affermarsi, perché esso non contraddice la materialità del processo storico-sociale ma anzi esprime il movimento storico nel modo più coerente. La filantropia borghese esprimeva il processo storico-sociale secondo il punto di vista della borghesia; l’internazionalismo proletario esprimeva lo stesso processo ma dal punto di vista del proletariato, la nuova classe storicamente rivoluzionaria.

A differenza di quanto pensavano Marx ed Engels sulla base del mondo quale si presentava ai loro occhi nel 1848, «gli antagonismi nazionali dei popoli» non solo non sono scomparsi con lo svilupparsi e il diffondersi su scala planetaria del Capitalismo, ma essi si sono piuttosto moltiplicati in quantità e qualità, fino a culminare nelle micidiali guerre imperialistiche del XX Secolo. Lo stesso Marx tuttavia ebbe modo di cogliere la svolta storica rappresentata dalla guerra franco-prussiana del 1871: «Il fatto che dopo la guerra più terribile dei tempi moderni l’esercito vincitore e l’esercito vinto fraternizzino per massacrare in comune il proletariato, questo fatto senza precedenti indica […] che la guerra nazionale è una semplice mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi e viene messa in disparte non appena la lotta di classe divampa in guerra civile. Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti» (18). Nei Paesi capitalisticamente più evoluti la Nazione aveva perduto ogni connotato storicamente progressivo, e quindi i proletari d’avanguardia delle diverse nazioni non si dovevano più porre il problema di quale borghesia nazionale appoggiare per far avanzare la società mondiale considerata nel suo complesso in direzione dell’emancipazione universale degli individui da ogni divisione classista e da ogni forma di sudditanza: economica, politica, ideologica, psicologica. In quei Paesi il patriottismo e il nazionalismo andavano dunque considerati come dei potenti veleni ideologici somministrati dalle classi dominanti alle classi subalterne.

Durante la Prima guerra mondiale gli autentici rivoluzionari europei, a cominciare da Lenin, tennero ferma la straordinaria lezione comunarda come si trova nelle parole di Marx (19), e promossero, rischiando la pelle, il disfattismo antinazionale anche in quei Paesi nei quali la questione nazionale aveva ancora qualcosa da dire e da dare (si veda l’atteggiamento internazionalista dei socialisti Serbi elogiato da Lenin); lo stesso non si può certo dire per i sedicenti marxisti attivi durante la Seconda guerra imperialista – i quali, è sempre bene ricordarlo, ingurgitarono senza fiatare anche il Patto Molotov-Ribbentrop, e anche qui ho detto tutto. Ciò non significa che i “marxisti” del tempo di Stalin hanno adottato una diversa linea politica sulla scorta degli sviluppi intervenuti nella storia del mondo con la nascita del – supposto – socialismo in Russia e con la presenza del Fascismo in Italia e del Nazismo in Germania; significa piuttosto che gli stalinisti non avevano nulla a che fare con il marxismo rivoluzionario che provò a contrastare in tutti i modi la Prima carneficina mondiale. È un fatto che la Russia di Stalin, che aveva spartito con la Germania di Hitler la Polonia e che non aveva mosso un dito per arrestare l’occupazione tedesca dell’Europa occidentale, si schierò contro il nazismo solo quando le armate tedesche dilagarono sul territorio russo. Poi uno può anche credere alla leggenda della Russia che si era alleata con la Germania solo per prendere tempo, armarsi adeguatamente e infine fare i conti con il nazifascismo da una posizione di forza; ma qui cerco di attenermi il più oggettivamente possibile ai dati offerti dalla storia.

In un articolo del 1915 Lenin prendeva di mira il «socialsciovinista» A. Potresov, il quale aveva sostenuto l’opportunità per i marxisti di appoggiare “tatticamente” una delle nazioni che si contendevano con le armi il potere sul mondo, e dicendo questo egli credeva di muoversi sulle orme di Marx e di Engels: «Con tutta la passione che era loro propria essi si mettevano con fervore alla ricerca di una soluzione del problema, per quanto esso fosse complesso; facevano la diagnosi del conflitto, cercavano di determinare il successo di quale campo avrebbe aperto più spazio alle possibilità che consideravano desiderabili, e in tal modo stabilivano la base sulla quale costruire la loro tattica» (20). Vediamo cosa rispose Lenin: «Questo ragionamento sarebbe ridicolo, se non fosse così… vergognoso. […] Allora il contenuto oggettivo del processo storico nell’Europa continentale non era l’imperialismo, ma erano i movimenti borghesi di liberazione nazionale. La molla principale era il movimento della borghesia contro le forze feudali e assolutistiche»  (21). Per Lenin non aveva alcun senso storico-materialista “calare” nell’epoca dell’imperialismo l’atteggiamento marxiano-engelsiano che si giustificava solo alla luce della precedente epoca storica, quando Paesi come la Germania, l’Italia, la Polonia, l’Irlanda ecc. erano ancora impegnati in guerre rivoluzionarie di stampo nazionale-borghese. Quale nazione appoggiare? «Potresov non ha notato che Marx si poneva la domanda in un momento in cui esistevano – e non solo esistevano, ma si ponevano in primo piano nel processo storico dei più importanti Stati d’Europa – movimenti borghesi incontestabilmente progressivi. Ai giorni nostri sarebbe ridicolo perfino pensare a una borghesia progressiva». E ai nostri giorni?  Siamo seri e concludiamo la citazione! «A. Potresov, come tutti i social sciovinisti, si trova indietro rispetto alla sua epoca di democrazia moderna, riprendendo il punto di vista da lungo tempo superato, morto e perciò intrinsecamente falso, della vecchia democrazia (borghese)» (22).

Al tempo della democrazia (capitalistica) del XXI secolo «sarebbe ridicolo perfino pensare a una borghesia progressiva», con ciò che ne segue in termini di iniziativa anticapitalistica sia in tempo di guerra guerreggiata, per così dire, sia in tempo di guerra sistemica, la guerra di questa epoca storica. D’altra parte il primo tipo di guerra, quella che ha nello strumento militare il suo mezzo più efficace (e convincente), nasce sul terreno sociale preparato dal secondo tipo di guerra, ne è la naturale continuazione, e non certo la negazione o la degenerazione come pensano certi geopolitici. Cito il Lenin della Prima guerra mondiale proprio per sottolineare il carattere bellico dei nostri tempi, i quali esigono da parte degli internazionalisti un’azione politica all’altezza della situazione. Ecco perché condivido quanto scrive Carlo Galli, storico di dottrine politiche e seguace del «metodo di analisi della realtà che viene da Gramsci», a proposito della cosiddetta sovranità europea: «Le sovranità degli stati si sono formate nel sangue della guerra civile o nel furore delle rivoluzioni. Mai una sovranità è nata perché qualcuno intorno a un tavolo ha trasferito pacificamente a un soggetto terzo il diritto di tassare, di formare un esercito, detenere il monopolio della violenza, individuare gli interessi strategici di una comunità» (23). Il processo di unificazione europea, che ha come suo motore il possente capitalismo tedesco (che per decenni Parigi e Londra hanno cercato di controllare e frenare in qualche modo), e i cui esiti sono ancora tutti aperti, ha appunto i caratteri di una vera e propria guerra, sebbene agli occhi dell’analista superficiale essa appaia come un’iniziativa pacifica resa complicata dalla cattiva volontà di politici incapaci di sognare in grande («il sogno europeo»).

Non dobbiamo dimenticare che l’unificazione della Germania è stata ottenuta soprattutto con mezzi “pacifici”, ossia attraverso processi di natura essenzialmente economica e sociale. Personalmente condivido la tesi di chi sostiene che «il vero vincitore del ciclo storico delle guerre mondiali [è] stata la Germania. Quest’affermazione può suonare paradossale; ha tuttavia il merito di sottolineare che l’impiego di strumenti puramente economici può consentire il riassetto della economia internazionale in modo addirittura più efficace del ricorso alla forza militare» (24). Con «ciclo storico delle guerre mondiali» occorre intendere, secondo Carlo Jean, il lungo periodo che va dalla Prima guerra mondiale alla fine della cosiddetta Guerra Fredda, culminata agli inizi degli anni Novanta nella Riunificazione Tedesca e nella dissoluzione dell’Unione Sovietica. In realtà l’Unione Europea è stata concepita dalla Francia e dall’Inghilterra soprattutto per controllare e marcare da vicino la potenza sistemica della Germania, e magari usarla all’occorrenza in funzione antirussa e antiamericana. Come spesso accade la volontà politica si deve arrendere al cospetto della forza dell’economia.

«I conflitti internazionali sono rimasti per la loro forma uguali ai conflitti [delle epoche precedenti], ma il loro contenuto sociale e di classe è cambiato radicalmente. La situazione storica obiettiva è oggi completamente diversa» (25). Per Lenin ciò che conta, ciò che è dirimente nell’analisi di un conflitto e nella decisione politica basata su quell’analisi, è la natura 1. degli interessi sociali in gioco e 2. della dimensione sociale nel cui seno questo conflitto nasce e si sviluppa. «Le guerre effettivamente nazionali, che si svolsero specialmente tra il 1789 ed il 1871, avevano come base una lunga successione di movimenti nazionali di massa, di lotte contro l’assolutismo, per l’abbattimento del giogo nazionale e la creazione di Stati su base nazionale, i quali erano la premessa dello sviluppo capitalistico. l’ideologia nazionale, sorta in quel periodo, lasciò tracce profonde nelle masse della piccola borghesia e in parte del proletariato. Di questo fatto si valgono oggi, in un’epoca assolutamente diversa, vale a dire nell’epoca dell’imperialismo, i sofisti della borghesia e i traditori del socialismo che si mettono al loro rimorchio. […] Le parole del Manifesto comunista: “Gli operai non hanno patria”, sono più vere che mai. Soltanto la lotta internazionale del proletariato contro la borghesia può difendere le conquiste proletarie ed aprire alle masse oppresse la via di un migliore avvenire» (26). La nostra epoca è «assolutamente diversa» da quella di cui parlava Lenin, ma nel senso che nel XXI secolo i caratteri reazionari denunciati dal rivoluzionario russo si sono enormemente rafforzati ed espansi: c’è più capitalismo, più imperialismo, più violenza sistemica, più oppressione politico-sociale – anche nelle democrazie occidentali, i cui stanchi riti elettorali sempre più dimostrano di essere ciò che in realtà sono sempre stati: una dichiarazione di impotenza da parte delle classi subalterne, chiamate a scegliere da quale bastone intendono essere governate per un certo periodo. Nella misura in cui non padroneggiamo con le mani e con la testa le fonti essenziali della nostra esistenza (a partire dalla creazione e distribuzione dei prodotti che ci tengono in vita), siamo degni della metafora nietzschiana del gregge. «La folla è un gregge docile incapace di vivere senza un padrone. È talmente desiderosa di obbedire che si sottomette istintivamente a colui che le si pone a capo. […] Il gregge esiste anche se manca un pastore» (27). Trovo quest’ultimo passo di una profondità davvero notevole, tale da far venire i brividi a chi lo colga in tutta la sua potente estensione concettuale. Posto il gregge, cioè a dire i rapporti sociali che lo rendono possibile sempre di nuovo, il Pastore è sempre dietro l’angolo, pronto a decifrare ogni variazione nella tonalità dei belati. È per questo che anziché concentrarci sulla fenomenologia, più o meno farsesca, del “populismo”, dovremmo piuttosto denunciare la prassi sociale che massifica (e instupidisce) gli individui e li rendi disponibile ai farneticanti discorsi di populisti e demagoghi d’ogni genere e colore politico.

  1. La “questione nazionale” nel XXI secolo

Oggi ha piena validità, mutatis mutandis, ciò che Rosa Luxemburg scrisse nel 1908, e che allora forse scontava quei limiti di astrattezza e di unilateralità che Lenin non mancò di segnalare: «L’idea di assicu­rare a tutte le nazioni la possibilità di autodeterminarsi corrisponde per lo meno alla prospettiva di un regresso dello sviluppo dal livello di grande capitalismo a quello dei piccoli stati medievali o anche a quello di molto precedente il XV e XVI secolo» (28). È appena il caso di ricordare che Lenin sostenne, anche contro la rivoluzionaria polacca, la politica di autodeterminazione dei popoli oppressi (come quello polacco) non perché credesse nella borghesissima idea circa la pacifica e armonica convivenza delle nazioni, ma in vista di due fondamentali obiettivi: 1. favorire e accelerare il processo di formazione di una coscienza autenticamente di classe nel proletariato delle nazioni oppresse, processo rallentato e indebolito dallo spirito nazionalista che facilmente conquistava “i cuori e le menti” di gran parte dei proletari di quelle nazioni; 2. indebolire materialmente, politicamente e ideologicamente le Potenze colonizzatrici, così da favorire la lotta di classe nelle metropoli del Capitalismo mondiale.

In quanto socialdemocratico «grande-russo», come amava definirsi, Lenin era ovviamente interessato in primo luogo a colpire gli interessi della Russia, della sua Patria; da parte sua, in quanto socialdemocratica polacca Rosa Luxemburg aveva motivo di temere che il nazionalismo polacco avrebbe indebolito la coscienza di classe del proletariato della Polonia, nazione oppressa dalla Russia zarista: due ragioni che all’epoca non riuscirono a sposarsi. Scriveva Lenin: «Marx chiedeva la separazione dell’Irlanda dall’Inghilterra, non dal punto di vista dell’utopia piccolo-borghese del capitalismo pacifico, non per motivi di “giustizia verso l’Irlanda”, ma dal punto di vista degli interessi della lotta rivoluzionaria del proletariato della nazione dominante, cioè inglese, contro il capitalismo. […] L’internazionalismo del proletariato inglese sarebbe stato una frase ipocrita se il proletariato inglese non avesse chiesto la separazione dell’Irlanda» (29). Dal loro canto i comunisti irlandesi, supposta la loro esistenza, avrebbero dovuto battersi contro la penetrazione del veleno nazionalista nelle file del proletariato irlandese e per l’autonomia di classe di esso anche nel conteso di una rivoluzione nazionale che aveva i caratteri di un evento «storicamente progressivo», come si diceva allora. Mantenere l’autonomia politica e organizzativa del proletariato della nazione oppressa e al contempo sostenere la rivoluzione nazionale per conseguire l’obiettivo dell’indipendenza politica di quella nazione: si comprende bene come di fronte a questa complessità politica, a questa oggettiva problematicità, il comunista attivo nella nazione oppressa facilmente si aprisse alla tentazione di ripiegare su una posizione di intransigenza internazionalista che negava ogni valore positivo alla guerra nazionale.

Ancora Lenin: «Il proletariato [della nazione oppressa] non può andare oltre nell’appoggiare il nazionalismo, perché più oltre in­comincia l’attività “positiva” della borghesia, che tende a rafforzare il nazionalismo». Bisogna ammettere che era estremamente difficile trovare e mantenere fermo il limite di cui parlava Lenin. Per questo non ha alcun senso, almeno all’avviso di chi scrive, attribuire torti e ragioni quando analizziamo il dibattito che sull’annosa Questione nazionale vide come protagonisti di primissimo piano Lenin e Rosa Luxemburg; importa invece cogliere la complessità e la dinamica dei problemi che essi si trovarono ad affrontare avendo in mente, entrambi, un solo assillo: come «liberare il proletariato dal suo assoggettamento alla borghesia sciovinista» (Lenin).

Come osservavo sopra, nel XXI secolo l’oppressione nazionale e lo sfruttamento economico realizzato da alcuni Paesi e aree continentali a danno di altri Paesi e arre continentali si dispiegano su una base sociale completamente diversa rispetto a quella con cui ebbero a confrontarsi Marx e Lenin. Del resto la situazione storico-sociale ai tempi di Lenin differiva non poco da quella dei tempi di Marx, e solo Engel, nella parte conclusiva della sua vita, ebbe modo di vedere in modo sufficientemente chiaro le premesse economiche (il superamento della fase liberale/concorrenziale del Capitalismo con la formazione di monopoli, trust ecc., il crescente ruolo del capitale finanziario, ecc.) del fenomeno sociale che passerà alla storia come Imperialismo.

Marx, Engels e Lenin si trovarono a dover fare i conti con la Questione nazionale in un tempo in cui la formazione degli Stati nazionali (Germania, Italia, Polonia, Irlanda ecc.) e la liberazione nazionale degli Stati colonizzati (Cina, India, ecc.) erano problemi che occupavano il centro della scena nella “politica estera” del movimento operaio internazionale. Nel XXI secolo questi problemi o non esistono più, o sono del tutto marginali; oggi il movimento operaio internazionale (che peraltro non esiste, che latita ormai da troppo tempo) ha a che fare solo con la competizione capitalistica universale, in cui lo sfruttamento economico e l’egemonia politica perseguita dalle grandi Potenze ai danni di quelle più piccole, nonché delle nazioni capitalisticamente più deboli, rispondono alla “normale” prassi del Capitalismo nella sua fase imperialistica. Lo sfruttamento economico e il dominio politico che osserviamo in campo internazionale, sul terreno dei rapporti tra gli Stati, non è che la continuazione dei rapporti sociali capitalistici esistenti in ogni singolo Paese. È dunque illusorio aspettarsi il superamento di questa situazione senza sradicare i vigenti rapporti sociali: è come prospettare l’emancipazione dei lavoratori senza spazzare via la causa che li rende succubi del Capitale, ossia il capitale stesso. L’armonia e l’uguaglianza fra i soggetti sociali (nazioni, classi) sono delle reazionarie chimere tanto sul terreno interno come su quello internazionale (posta la crescente labilità di questa distinzione), e chi predica il contrario, raggiunge a mio avviso un solo obiettivo: ingannare le classi subalterne e tenerle saldamente legate al carro del Dominio. «Le chimere della repubblica europea della pace eterna sotto l’organizzazione politica sono diventate ridicole proprio come le frasi sulla unione dei popoli sotto l’egida della libertà generale del commercio. […] L’unione e la fratellanza delle nazioni sono una vuota frase che oggi è sulla bocca di tutti i partiti, in particolare dei liberoscambisti borghesi. Indubbiamente esiste una certa fratellanza tra le classi borghesi di tutte le nazioni: è la fratellanza degli oppressori contro gli oppressi, degli sfruttatori contro gli sfruttati» (30).

«L’integrazione del popolo intero nella comunità nazionale di cultura, la conquista della totale autodeterminazione da parte della nazione, una differenziazione spirituale crescente delle nazioni: questo è il so­cialismo. […] La borghesia, nel suo desiderio di sfruttare i nuovi mezzi per aumentare i suoi profitti, ha tradito il suo antico ideale dello Sta­to nazionale e aspira allo Stato imperialista plurinazionale. […] Nell’epoca del capitalismo matu­ro, nell’epoca dei cartelli, dei trust e delle grandi banche, il principio di nazionalità, tradito dalla borghesia, diventa patrimonio ideale della classe operaia» (31). Detto che il «socialismo» prospettato a suo tempo da Otto Bauer somigliava moltissimo al “socialismo” di marca stalinista (32), osservo che è semplicemente ridicolo opporre lo Stato nazionale allo Stato imperialista, il Capitalismo della fase liberoscambista e concorrenziale a quello della sua fase imperialista, come se quest’ultimo non fosse stato preparato dallo sviluppo del primo. Questo modo adialettico e astorico di ragionare fu tipico dei socialdemocratici rimasti fedeli alla concezione kautskiana della società capitalistica nella sua fase imperialista.

Scriveva l’evocato Karl Kautsky: «L’antagonismo tra borghesia e proletariato continua a crescere, ma nello stesso tempo il proletariato è sempre più il nerbo della nazio­ne, per numero, intelligenza, energia, e gli interessi del proletariato e quelli della nazione convergono sempre di più. Una politica ostile alla nazione sarebbe dunque per il proletariato un vero suicidio» (33). La nazione è concepita qui come una realtà politicamente e socialmente neutra: quanto di più lontano ci possa essere da una concezione storico-materialistica, la quale evidentemente non riuscì a mettere profonde radici nel pensiero di Kautsky, nonostante egli si considerasse il degno e miglior erede di Marx ed Engels, in ciò peraltro confortato dall’opinione che di lui aveva la gran parte dei socialdemocratici europei, compreso Lenin, che lo considererà un «rinnegato» solo dopo il 1914. In realtà la posizione “ambigua” che sulla guerra mondiale difese l’ex Papa del Socialismo non si spiega, a mio avviso, con la categoria del tradimento, ma appunto con la concezione che sulla società, sulla lotta di classe, sulla democrazia, sui compiti dei socialdemocratici e sulla rivoluzione egli aveva elaborato nel corso di molti anni.

La posizione nazionalista e patriottarda dei «socialsciovinisti» naturalmente cercava in Marx ed Engels un solido sostegno dottrinario, che essi credettero di individuare nei passi che seguono: «Gli operai non hanno patria. […] Ma poiché il proletariato deve conquistarsi prima il dominio politico, elevarsi a classe nazionale, costituirsi in nazione, è anch’esso nazionale, benché certo non nel senso della borghesia» (34). La lotta di classe si svolge nell’ambito nazionale (in questo senso essa è nazionale) ma non ha obiettivi nazionali, tutt’altro! La forma è nazionale, ma la sostanza politica è, e non può che essere, internazionalista, ossia radicalmente antinazionale. La lotta del proletariato deve avere quantomeno un respiro nazionale, non locale, non localistico, ma appunto internazionale e internazionalista. La nazione è concepita da Marx e da Engels come spazio sociale e geopolitico imposto ai dominati dai vigenti rapporti sociali, nonché  come sezione dell’auspicato Partito comunista – mondiale. Ma sono gli stessi autori del Manifesto a chiarire, qualche pagina prima, il senso della loro affermazione: «Sebbene non sia tale per contenuto, la lotta del proletariato contro la borghesia è però, all’inizio, per la sua forma, una lotta nazionale. Il proletariato di ogni paese deve naturalmente farla finita prima di tutto con la sua propria borghesia» (35). Più chiaro di così!

In conclusione (si fa per dire)! Il contenuto oggettivo del processo sociale in questo preciso momento storico mi porta a concludere che ogni forma di sovranismo/nazionalismo/patriottismo va respinto e combattuto con tutte le forze, e che non c’è alcuna possibilità di accordo con chi sostiene che i “rivoluzionari” devono appoggiare un campo imperialista (ad esempio quello ostile agli Stati Uniti) piuttosto che l’altro per favorire… non si sa poi cosa di preciso. Chi pensa che non si possa rimanere “equidistanti” e “indifferenti” rispetto alla contesa imperialistica si pone, per dirla con Lenin, «sotto la bandiera altrui», ossia sotto la bandiera degli interessi delle classi dominanti (nazionali o sovranazionali che siano), degli Stati (capitalistici), delle nazioni (capitalistiche). Non si tratta poi di essere “equidistanti” e “indifferenti”, come pensa chi non riesce ad andare oltre l’orizzonte ideologico borghese, ma semplicemente di essere contro tutti i Paesi del pianeta, a cominciare beninteso dal proprio Paese, dall’Italia nella fattispecie, tanto per essere chiari fino in fondo e non lasciare nulla all’immaginazione. «Il proletariato di ogni paese deve naturalmente farla finita prima di tutto con la sua propria borghesia»: ecco, appunto!

Ai compagni che s’indignano per aver voluto chiamare Patria e Costituzione la sua nuova associazione politica, l’Onorevole Stefano Fassina ricorda opportunamente l’Art. 52 della Costituzione di questo Paese: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Un motivo in più per disprezzare questa Costituzione!

 

 

 

 

(1) Intervista rilasciata all’Huffington Post, 7/9/2018.
(2) Il filosofo più telegenico del momento ha ripetuto i suoi italianissimi concetti dinanzi alla platea dei camerati di CasaPound, riscuotendo calorosissimi applausi. Simone Di Stefano, uno dei leader del movimento neofascista (o diversamente fascista), lo ha ringraziato commosso: «Ci riconosciamo nella stessa Patria: al di là delle nostre diverse posizioni politiche siamo tutti italiani che intendono difendere gli interessi nazionali». Che belle parole! Per l’occasione Fusaro ha citato (per l’ennesima volta!) Giovanni Gentile: «Volgiamoci dunque al nostro passato, per fare di questa nostra italianità, quale si venne realizzando lungo la nostra storia particolare, il nostro problema presente ed urgente, il segreto della nostra vita spirituale». Pure il patriota che alberga in me, sebbene vergognosamente nascosto, si è assai commosso! Era dai mondiali di calcio del 2006 che non mi sentivo così italiano.
(3) Lavoro, patria e costituzione, Sinistrainrete.
(4) Toni Negri, intervista su Libération, 13/5/2005.
(5)«Accettare la sfida del populismo significa comprendere che non è possibile opporsi al capitale globale senza lottare per la riconquista della sovranità popolare la quale, a sua volta, comporta la riconquista della sovranità nazionale» (C. Formenti, La variante populista, p. 9, Derive Approdi, 2016).
(6) M. Assennato, T. Negri, Internazionalismo contro sovranismo, Euronomade.
(7) sotto quest’ultimo aspetto, assai significativi mi appaiono i passi che seguono tratti dal saggio La funzione rivoluzionaria del diritto e lo stato scritto dal bolscevico Pëtr Ivanovic Stučka nel 1921: «Circa la sfera che il diritto abbraccia si ritiene che l’obiezione più pericolosa [al punto di vista classista-rivoluzionario] sia quella relativa al diritto internazionale. Vedremo però che il diritto internazionale – in quanto è in generale diritto – è pienamente conforme alla nostra definizione; e su ciò l’imperialismo contemporaneo, e particolarmente la guerra mondiale e le sue conseguenze, ha fatto aprire gli occhi a tutti. Noi parliamo infatti di un’autorità organizzata da una classe, senza denominarla Stato, proprio per abbracciare una sfera giuridica più larga» (in Teorie sovietiche del diritto, pp. 16-17, Giuffrè, 1964).
(8) H. Marcuse, L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata, p. 31, Einaudi, 1991.
(9) Il nuovo ordine erotico, Intervista rilasciata ad Affaritaliani.it., 15/9/2018.
(10) Marx-Engels, Manifesto del partito comunista, Opere, VI, p. 502, Editori Riuniti, 1973.
(11) M. Horkheimer, T. W. Adorno, Famiglia, in Lezioni di sociologia, pp. 155-163, Einaudi, 2001.
(12) Dalla Presentazione del saggio Patria. Circumnavigazione di un’idea controversa (Marsilio, 1996) scritto dallo storico Silvio Lanaro.
(13) R. Luxemburg, Scritti scelti, pp. 284-285, Einaudi, 1976.
(14) Lenin, I südekum russi, in Opere, XXI, p. 108, Editori Riuniti, 1966.
(15) Marx-Engels, Manifesto del partito comunista, p. 503.
(16) Ivi.
(17) Marx-Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, pp. 33-34, Editori Riuniti, 1972.
(18) K. Marx, La guerra civile in Francia, p. 141, Newton, 1973.
(19) «La trasformazione dell’attuale guerra imperialista in guerra civile è la sola giusta parola d’ordine proletaria additata dall’esperienza della Comune» (Lenin, La guerra e la socialdemocrazia russa, Opere, XXI, p. 25).
(20) Cit. tratta da Lenin, Sotto la bandiera altrui, Opere, XXI,  p. 123.
(21) Ibidem, pp. 127-128.
(22) Ibidem, pp. 124-126.
(23) Intervista rilasciata a Huffington Post. «Il capitalismo, lasciato a se stesso, tende a distruggere la società. Compito della politica è costringerlo ad adattarsi alle esigenze della democrazia, regolandolo, mettendo dei limiti, tutelando gli interessi dei suoi cittadini, lasciando che il conflitto sociale si manifesti». Questo è «il compito della politica» asservita agli interessi delle classi dominanti. Compito degli anticapitalisti è invece quello di demistificare la natura di classe della democrazia (capitalistica) e di trasformare il conflitto sociale in lotta di classe: per il lavoro, per il salario, per migliori condizioni di vita, in vista della rivoluzione sociale. Anche nel XXI secolo l’alternativa è, mutatis mutandis, sempre la stessa: Riforma sociale o rivoluzione?
(24) C. Jean, Manuale di geopolitica Manuale di geopolitica, p. 153, Laterza, 2003.
(25) Lenin, Sotto la bandiera altrui, Opere, XXI, p. 132.
(26) Lenin, La conferenza delle sezioni estere del POSR, 1915, Opere, XXI, pp.142-143.
(27) S. Freud, Psicologia collettiva e analisi dell’Io, p. 111, Newton, 1991.
(28) R. Luxemburg, Scritti scelti, p. 282, Einaudi, 1976.
(29) Lenin, Il proletariato e il diritto di autodeterminazione, p. 375, Opere, XXI.
(30) ­Marx-Engels, Discorsi sulla Polonia, 1847, Opere, VI, p. 410.
(31) O. Bauer, Socialdemocrazia e questione nazionale, Editori Riuniti, 1999.
(32) Del resto Bauer guardò sempre con molta simpatia la Russia stalinista: «Nell’Unione Sovietica abbiamo una società socialista in divenire. Per quanto grandi siano le difficoltà contro le quali l’Unione Sovietica deve ancora lottare, […] essa dimostrerà nei fatti a tutti i popoli del mondo la superiorità economica, sociale e culturale di un ordine sociale socialista» (O. Bauer, La crisi della democrazia, 1936, in Tra due guerre mondiali?, p. 196, Einaudi, 1979). Peccato che allora in Unione Sovietica non ci fosse alcun «ordine sociale socialista» di cui andar fieri. Scriveva Herbert Marcuse nel 1969: «Sotto certi importanti aspetti il “comunismo mondiale” è stato il Nemico che si sarebbe dovuto inventare se non fosse esistito. […] L’opposizione nei paesi a capitalismo avanzato è stata gravemente indebolita dall’involuzione stalinista del socialismo, che ha fatto del socialismo un’alternativa non esattamente piacevole al capitalismo» (H. Marcuse, Saggio sulla liberazione, p. 100, Einaudi, 1973). Ciò che Marcuse definiva, sbagliando, «involuzione stalinista del socialismo» va a mio avviso considerato come una diretta e piena negazione del socialismo, avendo avuto il regime sociale chiamato “sovietico” una natura pienamente capitalista e imperialista. Una tesi, questa, che molti Socialnazionalisti dei nostri tempi vedono come il fumo negli occhi, perché il lupo stalinista perde il pelo ma non il vizio.  Sul significato storico-sociale dello stalinismo rimando a Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924).
(33) K. Kautsky, La nazione moderna e il ruolo “nazionale” del proletariato, in R. Mon­teleone, Marxismo, internazionalismo e questione nazionale, p. 137, Loescher, 1982.
(34) Marx-Engels, Manifesto del partito comunista, Opere, VI, p. 503.
(35) Ibidem, p. 497.

LA BARCA CAPITALISTICA…

La nave è come una nave
ed essendo una nave
è abbastanza normale che vada in mare.

Il mare com’è naturale
immobile e piatto
è quasi perfetto sta lì sempre uguale.

La nave ha anche un motore
ed avendo un motore
non sa dove va ma continua a andare. 

Avanti avanti avanti
si può spingere di più
insieme nella via a testa in su.

Il mare com’è strano il mare
non è che non sento la sua poesia
ma mi fa vomitare.

(G. Gaber, La nave).

In che senso tutti gli individui (ricchi e poveri, padroni e lavoratori, dominanti e dominati, capi e subalterni) condividono la stessa barca? Corrisponde al vero che tutti, a prescindere dalla loro diversa posizione sociale, hanno interesse a che la barca supposta comune viaggi a vele spiegate sul Mare del Progresso e che non vi affondi mai? E poi, di che barca stiamo parlando? Chiediamo lumi allo scozzese Adam Smith, per molti «il padre della scienza economica», nonché moralista, nell’accezione squisitamente filosofica del concetto, di assoluta grandezza.

«I salari correnti del lavoro dipendono ovunque dal contratto che comunemente si conclude tra queste due parti [lavoratori salariati e padroni] i cui interessi non sono affatto gli stessi. Gli operai desiderano ricevere il più possibile, i padroni dare il meno possibile. I primi sono propensi a coalizzarsi per elevare il salario, i secondi per diminuirlo. […] In tutte queste contese i padroni possono resistere più a lungo. Un proprietario terriero, un agricoltore, un padrone manifatturiero o un mercante, anche senza impiegare un solo operaio, possono in genere vivere un anno o due sui fondi che possiedono mentre molti operai non potrebbero sopravvivere un mese e quasi nessuno un anno. Nel lungo periodo l’operaio può essere tanto necessario al padrone quanto il padrone all’operaio, ma la necessità non è altrettanto immediata» (1). Marx, che ragionava sulle cose del mondo assumendo il punto di vista della totalità (storica e sociale) mediata dall’interesse di classe (quello dei lavoratori), scrisse invece quanto segue: «Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa» (2).

In ogni caso la debolezza della posizione operaia ha come suo maligno presupposto storico e sociale il monopolio dei mezzi di produzione (e quindi di distribuzione) da parte di chi dispone di capitali; ha cioè come suo imprescindibile fondamento la separazione tra Capitale e Lavoro e la subordinazione del secondo al primo. In tal modo, chi detiene la proprietà dei mezzi che creano sempre di nuovo la ricchezza sociale nell’attuale forma capitalistica si appropria con pieno diritto (il diritto capitalistico, beninteso) il prodotto creato dai lavoratori. Ovviamente nulla importa, in questo fondamentale discorso, se il padrone dei mezzi della produzione; se il capitalista sia un singolo individuo oppure lo Stato: in tempi di statalismo montante una certa “pignoleria concettuale” non guasta, almeno all’avviso di chi scrive.

Chi ha il Capitale, ha tutto, e alla fine (cito Smith) «l’intransigenza dei padroni» ha la meglio sulla «maggioranza dei lavoratori», i quali dopo ogni lotta, per quanto clamorosa e violenta essa sia, devono «sottomettersi per assicurarsi la sopravvivenza immediata», e a ciò segue generalmente «la rovina dei capipopolo», anche «per l’intromissione della magistratura» sollecitata a intervenire con estrema severità dalla coalizione dei padroni (p. 109). Paradossalmente, la classe che crea la ricchezza sociale si trova in una posizione di subalternità nei confronti delle classi che non creano alcuna ricchezza. In realtà si tratta di una condizione del tutto logica (razionale) sulla base dei vigenti rapporti sociali. Per apprezzare l’irrazionalità e la disumanità della cosa occorre conquistare il punto di vista umano, il quale a mio avviso oggi coincide con il punto di vista radicalmente anticapitalistico, e solo con quello.

Apro una brevissima parentesi. Nel mondo progressista oggi va di moda lo slogan «Restiamo umani!», e questo soprattutto in risposta al dilagante razzismo che prende di mira soprattutto gli immigrati. Non so chi legge, ma alle mie orecchie quello slogan suona ormai come l’ennesimo luogo comune del politicamente corretto di marca sinistrorsa, il quale peraltro sul piano propagandistico non sortisce effetto alcuno. Più che di «restare umani», un invito che ingenuamente cela il fondamento disumano della nostra vita quotidiana, si tratta piuttosto di diventare umani. Ma non voglio impiccarmi agli slogan, e dunque anch’io grido (senza alcuna convinzione): Restiamo umani!

Riprendiamo il filo del discorso. Chi crea tutta la ricchezza sociale deve rivolgersi al capitalista per riceverne una minima parte sottoforma di salario. Smith ci dice che non è stato sempre così: «Nella situazione originaria che precede sia l’appropriazione della terra che l’accumulazione dei fondi [capitali], tutto il prodotto del lavoro appartiene al lavoratore, che non ha né proprietario fondiario né padrone con cui spartirlo» (p. 107). Nella concezione del mondo smithiana, che concepisce il Capitalismo come una categoria eterna (sebbene con innesti di feconde contraddizioni come quella appena vista), il lavoratore originario, “precapitalistico”, è al contempo lavoratore, proprietario fondiario e capitalista, e così egli può mettere le mani sul salario, sulla rendita fondiaria e sul profitto, secondo la famosa «formula trinitaria» del valore che Marx sottoporrà a severa critica (3).

In sostanza Smith ci dice che in linea di principio, oltre che sulla base della genesi storica del Capitalismo («In quello stadio primitivo e rozzo della società che precede l’accumulazione dei fondi e l’appropriazione della terra»), una società può anche non conoscere né la figura sociale del proprietario fondiario, cui spetta una parte della torta confezionata dal lavoratore sottoforma di rendita, né quella del capitalista, cui spetta il profitto – nonché, aggiunge Marx senza le note ambiguità smithiane, il capitale anticipato per l’acquisto dei fattori della produzione: lavoratori («capitale variabile») e mezzi di produzione («capitale costante»). Il profitto, osserva Smith con grande acume scientifico, non dev’essere confuso con il salario che il padrone paga a chi supervisiona e dirige la produzione per conto suo: anche se in tutta la sua vita un padrone non mettesse mai piede nella propria fabbrica, egli avrebbe diritto al profitto solo in quanto investitore di capitale, come capitalista, appunto. Coloro che vivono di salari non vanno confusi con chi vive di rendita e di profitto, redditi che provengono da «deduzioni dal prodotto del lavoro» (p. 108).

Scriveva Marx a proposito della «cosiddetta accumulazione originaria del capitale»: «Quel che chiedeva il sistema capitalistico era una condizione servile della massa del popolo; la trasformazione di questa in mercenari, e la trasformazione dei suoi mezzi di lavoro in capitale» (4). Per campare, chi non ha mezzi di lavoro (cioè capitale da investire) deve vendere la propria capacità lavorativa, e per somma quanto crudele ironia, in base al sentire comune egli deve pure ringraziare chi gli dà un salario in cambio di quella capacità alienata, ossia chi lo sfrutta! Che bella barca, quella capitalistica!

«Non c’è futuro pacifico per l’umanità se non nell’accoglienza della diversità, nella solidarietà, nel pensare all’umanità come una sola famiglia». Faccio interamente mio l’«umanissimo monito» che Francesco ha voluto lanciare dalle colonne del Sole 24 Ore (ogni mezzo è buono per diffondere la Buona Novella!). A mio avviso, la sola diversità che bisognerebbe eliminare dalla faccia della Terra, perché contraddice in radice ogni discorso sulla fratellanza umana rendendolo un pietoso ritornello “buonista” in grado solo di massaggiare qualche coscienza depressa o di pulire qualche coscienza sporca, è quella relativa alle classi sociali. Non si dà vera umanità nella società divisa in classi sociali: si tratta di un fatto confermato tutti i santi giorni che non ha nulla a che vedere con la buona o con la cattiva volontà delle persone, a cominciare da quelle che ci governano.

«La speranza», continua l’acciaccato Papa (la sessualità mal governata è una brutta bestia, Santità!), «non è virtù per gente con lo stomaco pieno e per questo i poveri sono i primi portatori della speranza e sono i protagonisti della storia». Diciamo che potrebbero diventarlo. A patto però che «i poveri» conquistino il punto di vista anticapitalista di cui sopra, affondino la barca capitalistica e costruiscano, per rimanere nella metafora marinaresca, una nave completamente nuova. Lo so, sono un tantino esigente.

(1) A. Smith, La ricchezza delle nazioni, pp. 108-109, Newton, 1995.
(2) Lettera di Marx a Kugelmann, 11 luglio 1868, in Marx-Engels, Lettere sul Capitale, p. 119, Laterza, 1970.
(3) «Capitale-profitto, terra-rendita fondiaria, lavoro-salario, questa è la formula trinitaria che abbraccia tutti i misteri del processo di produzione sociale. […] Capitale, terra, lavoro! Ma il capitale non è una cosa, bensì un determinato rapporto di produzione sociale, appartenente ad una determinata formazione storica della società. […] In questa trinità economica collegante le parti costitutive del valore e della ricchezza in generale con le sue fonti, la mistificazione del modo di produzione capitalistico è completa» (K. Marx, Il Capitale, III, pp. 926-943, Editori Riuniti, 1980).
(4) K. Marx, Il Capitale, I, p. 784, Editori Riuniti, 1980. «Il capitolo sull’accumulazione originaria vuole solo tracciare la via attraverso la quale, nell’Europa occidentale, l’ordinamento economico capitalistico è uscito dal seno dell’ordinamento economico feudale. Esso espone quindi il movimento storico che, separando i produttori dai loro mezzi di produzione, trasforma i primi in salariati (proletari nel senso moderno della parola), e i detentori dei mezzi di produzione in capitalisti» (Lettera di Marx alla redazione di Otiecestvennye, novembre 1877, in Marx-Engels, Lettere sul Capitale, 156-157).