IL COLORE DEL GATTO CINESE

La Cina non è «un Paese socialista con un’economia di mercato», come recita il mantra del mainstream in fatto di “problematiche cinesi”: la Cina è un Paese capitalista la cui “sfera sociale” (comprese le attività economiche) è fortemente e capillarmente controllata dallo Stato. Nel caso di cui ci occupiamo, tuttavia, non si può nemmeno parlare di un Capitalismo di Stato, come ai tempi di Mao, perché ormai in Cina l’iniziativa capitalistica privata è sufficientemente sviluppata e radicata; ma in ogni caso sempre di Capitalismo si tratterebbe. Il fatto è che l’idea ridicola di associare il controllo statale delle imprese capitalistiche (di “beni e servizi”) al “Socialismo” è talmente vecchia (risale quantomeno ai tempi di Marx, il primo fustigatore dei “socialisti di Stato” tipo Lassalle) e vincente, che so benissimo di non poter convincere nessuno circa la colossale balla del “Socialismo reale” passato, presente e futuro – speriamo di no!

Leggo da qualche parte: «La Cina è un paese socialista con un’economia di mercato. In principio la sua economia poggia sul primato di un vasto settore statale, ma quello privato ora rappresenta 3/5 del PIL cinese e 4/5 della forza lavoro. In ogni caso il sistema Cina attinge a uno tra i più potenti strumenti del capitalismo: i mercati del capitale». Ma se così stanno le cose, qual è la qualità occulta che fa della Cina «un paese socialista con un’economia di mercato»? Tanto occulta, la misteriosa qualità non parrebbe, sempre a dar ragione all’opinione comune (cosa che mi guardo bene dal fare!): il Partito-Stato cinese non si definisce forse comunista? Appunto, si definisce. Come diceva Marx, «il nome d’una cosa è per sua natura del tutto esteriore. Se so che un uomo si chiama Jacopo, non so nulla sull’uomo» (Marx).

«Con la morbida definizione di Nuova Via della Seta (richiamo a Marco Polo che nel 13esimo secolo importò tessuti e fece ricca Venezia), la grande Cina in versione comunista per controllo centralizzato e capitalista per gli immediati obiettivi economici, vuole stabilire grandi vie del commercio per rafforzare l’export nelle aree più ricche. Per vendere di più fuori ed evitare che la propria economia rallenti, con pericolosi riflessi interni. Pechino ha la forza del denaro e delle merci» – cioè del Capitale. La Cina “comunista” è oggi al vertice della competizione capitalistica e imperialista: troppa “dialettica” per il mio piccolo cervello!

E così, per ridurre almeno un poco la mia indigenza in fatto di dialettica applicata a un reale processo storico-sociale, ho creduto bene di leggere un’intervista sulla Cina rilasciata da Rémy Herrera («economista marxista francese, ricercatore al CNRS e alla Sorbona di Parigi»), coautore insieme a Zhiming Long («economista marxista cinese della Scuola di Marxismo all’Università Tsinghua di Pechino») del libro La Cina è capitalista? Non l’avessi mai fatto!

Eppure l’intervista prometteva bene (al netto della Scuola di Marxismo all’Università Tsinghua): «noi siamo marxisti, quindi accordiamo molta importanza alla coerenza tra le statistiche e i concetti e teorie usati a monte». Non solo, ma giustamente Rémy Herrera considera sbagliato stabilire una cesura tra l’epoca maoista, iniziata nel 1949 e durata, con alterne (e violente) vicende, fino alla morte del Grande Timoniere, e quella post maoista decollata alla fine degli anni Settanta sotto la guida del “pragmatico” Deng Xiaoping, richiamato ai vertici del regime dallo stesso Mao nel 1973 dopo un lungo periodo di “rieducazione politica”. Nei miei più che modesti scritti sulla Cina moderna anch’io ho avuto cura di sottolineare la sostanziale continuità storico-sociale tra le “due Cine”, ovviamente e come sempre mutatis mutandis. In ogni caso, continuità e discontinuità si sono date sullo stesso terreno storico-sociale: quello capitalistico, appunto. Naturalmente quando parlo di Capitalismo, alludo anche alla sfera politico-istituzionale del Paese, a cominciare dal Partito-Regime che lo governa ormai da settanta anni.

Peccato che la continuità di cui parlano Rémy Herrera e Zhiming Long nel loro libro non ha nulla a che fare con quella sostenuta da chi scrive: La Cina di oggi è il prodotto di questo passato socialista». Secondo Herrera il «passato socialista» della Cina si spiega sostanzialmente con 1. la proprietà statale dei mezzi di produzione (terra compresa), 2. l’esistenza di un Partito-Regime “comunista” e 3. l’implementazione della riforma agraria, «forse ancora oggi l’eredità più preziosa della rivoluzione maoista». Per quanto riguarda i due primi punti ho già detto all’inizio, e in ogni caso rimando ai miei diversi scritti dedicati alla Cina. Per ciò che concerne il terzo punto, mi limito a ricordare a me stesso (gli «umili economisti marxisti» di certo non ne hanno bisogno) che la riforma agraria non ha, in sé, una natura peculiarmente socialista, ma essa è anzi la misura economico-sociale che più delle altre segna la radicalità di una rivoluzione nazionale-borghese. E difatti il Partito di Mao, erede della sconfitta che il giovane ma assai combattivo proletariato cinese subì alla fine degli anni venti (anche in grazia della politica stalinista ormai trionfante nella moribonda, e forse già morta, Internazionale Comunista), non fu mai un soggetto rivoluzionario comunista, ma si connotò fin dall’inizio come un soggetto rivoluzionario nazionale-borghese basato socialmente sui contadini poveri.

Scriveva Lin Piao in un opuscolo del 1968 (Viva la vittoria della guerra popolare): «Già nel periodo della prima guerra civile rivoluzionaria, il compagno Mao Tse-tung, aveva sottolineato che il problema contadino occupava una posizione estremamente importante nella rivoluzione cinese, che la rivoluzione democratico-borghese contro l’imperialismo e il feudalismo era, in effetti, una rivoluzione contadina e che il compito fondamentale del proletariato cinese nella rivoluzione democratico-borghese era quello di guidare la lotta dei contadini». Qui è presentato lo schema “leninista” della doppia rivoluzione: il proletariato dei Paesi arretrati prima si mette alla testa della rivoluzione democratico-borghese, per surrogare una borghesia debole e compromessa con l’imperialismo, e poi di slancio, naturalmente se le condizioni interne e internazionali lo consentono, spinge il processo rivoluzionario su un terreno anticapitalista.

Ebbene, la rivoluzione cinese non superò mai i compiti di «una rivoluzione democratico-borghese», e difatti, al di là della propaganda politica e del misticismo ideologico che con il culto della personalità “con caratteristiche cinesi” toccherà inarrivabili punte di parossismo, il proletariato cinese non ebbe alcun ruolo dirigente nel processo rivoluzionario cinese come venne caratterizzandosi a partire dalla Lunga Marcia. D’altra parte era tipico dell’ideologia stalinista, della quale il maoismo non fu che un adattamento nazionale, caratterizzare come “socialista” o “comunista” qualsiasi cosa che avesse a che fare con gli interessi del Regime-Partito. Sono ben lungi dal voler negare a Mao i suoi importanti meriti storici, ma essi a mio avviso non superano minimamente il quadro nazionale-capitalistico. «Ma Mao guidava un Partito Comunista!» Rispondo marxianamente, se mi è consentito: se so che un Partito si chiama Comunista, non so nulla su quel Partito se non attraverso le sue azioni, la sua prassi.

Peraltro mi sembra che Rémy Herrera abbia una visione un po’ troppo apologetica delle riforme economiche che Mao cercò di implementare, anche per emancipare il Paese dalla sempre più invadente “collaborazione” sovietica (*). Ad esempio nulla egli dice sulle disastrose “avventure rivoluzionarie” definite Cento Fiori (1956), Grande Balzo in Avanti (1958), Grande Rivoluzione Culturale Proletaria (1966); disastri economici e sociali che causarono la morte di moltissimi cinesi – alcuni studiosi parlano di venti milioni, altri di trenta. È anche vero che la modernizzazione capitalistica e la sovranità nazionale non sono esattamente dei pranzi di gala, ma a volte i “comunisti” esagerano! Inutile dire che Mao e i suoi accoliti attribuirono al «revisionismo sovietico» di Chrušcëv gran parte delle responsabilità della spaventosa (probabilmente la più grave mai sperimentata dalla Cina) carestia causata dal Grande Balzo – verso la miseria più nera!

La locuzione «Socialismo di mercato» dovrebbe suonare come un orribile ossimoro alle orecchie di un «economista marxista francese», il quale, avendo letto Marx, dovrebbe sapere che dove c’è il mercato, cioè la merce (e quindi il lavoro salariato, il denaro e tutte le bellissime ed eterne categorie dell’economia politica), domina il rapporto sociale capitalistico, tanto più che nel XXI secolo quel rapporto è dominante in tutti i Paesi del mondo, rendendo effettivo il marxiano concetto di «mercato mondiale». Invece Herrera prende sul serio quella sciocca definizione, e ci viene a parlare di una “dialettica” tra il potere economico e il potere politico: «Noi pensiamo che i detentori del potere economico non sono esattamente i detentori del potere politico in Cina. In altri termini, le classi dominanti non sarebbero esattamente le classi dirigenti. In altri termini ancora, i capitalisti cinesi, che sono molto numerosi e potenti, con dei miliardari tra di loro, nonostante i loro sforzi e malgrado il sostegno internazionale del grande capitale straniero, non sono riusciti a oggi a prendere il controllo dello Stato». Davvero esilarante. Tra l’altro al Nostro sfugge il concetto marxiano di Capitale come potenza sociale astratta, come rapporto sociale di dominio e di sfruttamento di capacità lavorative e di risorse naturali. Il potere politico cinese, esattamente come accade nel resto del mondo, è al servizio dello status quo sociale, il quale si manifesta anche, e necessariamente, come Imperialismo. Ma per Herrera non è corretto includere la Cina tra le grandi potenze imperialiste: «Non penso che la Cina abbia un comportamento né una natura imperialista, malgrado venga presentata in questa maniera». «Eppure», gli viene obiettato dall’intervistatore, «in Africa sviluppa delle attività economiche, è in espansione, o anche in Asia, nel Pacifico. Non siamo in un’economia imperialista?» Risposta: «Imperialista? No, non penso proprio». Gli amici della Cina preferiscono parlare, nel suo caso, di un «forte protagonismo internazionale, politico ed economico». Che diplomatica delicatezza! Insomma, due pesi (imperialismi), due misure.

Chi scrive non si definisce un marxista né può vantare una laurea in economia, e questo lo mette nelle condizioni di richiamarsi senza temere di far brutta figura dinanzi alle Sacre Cattedre, ai classici dell’Imperialismo (vedi J. A. Hobson, R. Hilferding, Lenin, Rosa Luxemburg, ecc.) per elaborare un proprio concetto di Imperialismo. Ebbene, per farla breve, il caso cinese aderisce come un guanto al concetto di Imperialismo come viene fuori da quei “classici”, i quali giustamente individuano nella sfera economica il suo più forte e peculiare momento genetico (e momento egemone), quello che ha realizzato la “sinergia” di interessi economici e politici che è il tratto distintivo del Capitalismo giunto nella sua “fase matura”. Tra l’altro gli amici occidentali della Cina fanno finta di non vedere il cospicuo riarmo di quel Paese, e quando sono costretti a considerarlo, essi lo giustificano con l’aggressività dell’imperialismo altrui, a partire da quello americano e da quello giapponese. «La risposta della Cina, che non mi sembra essere una risposta aggressiva o imperialista, è stata questa apertura di una nuova “Via della Seta”. Che è una risposta all’accerchiamento aggressivo da parte dell’alta finanza statunitense o anglo-statunitense del Paese». Che faccio, rido? In ogni caso il “soft power” cinese è una balla propagandistica che non inganna nessuno.

Chiede l’intervistatore: «Quindi, per levare ogni ambiguità, secondo voi si tratta di un paese capitalista? Perché voi parlate di “capitalismo di Stato”, di un “capitalismo senza capitalisti” o di “un paese non capitalista ma con capitalisti”, parlate anche di “socialismo di mercato” o di “socialismo con meccanismi di mercato”… Alla fine, la Cina è un paese capitalista?». Risposta Herrera: «Forse lei la pensa così, noi siamo molto più prudenti. Diciamo che ci sono molti capitalisti, questo è sicuro, e molti meccanismi di mercato capitalistici. […] C’è anche una complessità che va rispettata, non è lecito giungere a conclusioni frettolose conclusioni a proposito della sua economia o ancor più della sua società». Va bene l’innegabile complessità della storia cinese e della società cinese; va bene che quando abbiamo a che fare con la Cina dobbiamo ragionare in termini di tempi lunghi, se non lunghissimi (millenari!), ma detto questo io credo che dopo sette decenni e, soprattutto, alla luce di una realtà così evidente che solo i ciechi (e l’ideologia com’è noto rende ciechi) non sono in grado di vedere, ebbene io penso che ciò posto un giudizio netto e documentato sulla natura sociale della Cina del XXI secolo sia tutt’altro che frettoloso, e che sia anzi necessario e urgente, per le implicazioni “classiste” e geopolitiche che un tale giudizio indubbiamente si porta dietro.

Il gatto cinese è nero esattamente come i topi che deve catturare. Questo è certamente poco, ma in compenso è sicurissimo, almeno per chi scrive.

Come tutti i tifosi del Celeste Imperialismo, Herrera ci tiene a sottolineare un concetto: «la Cina non è un nemico»: «Ormai le campagne mediatiche si fanno durissime. La Cina è sempre più presentata, nei confronti dell’Occidente in generale, come un concorrente; ci spaventano l’idea che la Cina intenda dominare il mondo, asservirci. Qualcosa di inquietante. Ma non è vero, la Cina non è un nemico». Ora, ci sono due modi di “declinare” il concetto di nemico: uno è quello borghese (capitalistico, nazionale, geopolitico), l’altro è quello proletario (di classe, anticapitalista, internazionalista, rivoluzionario). Ho usato una vecchia terminologia (borghese, proletario, ecc.) per farmi comprendere da un “umile economista marxista”. Ebbene, dal punto di vista che m’interessa sostenere, quello proletario (sempre nell’accezione marxiana, non meramente sociologica, del termine), la Cina è un nemico delle classi subalterne, esattamente come lo è l’Italia e tutti i Paesi di questo capitalistico mondo. Io sono nemico della relazione economica, politica e “culturale” tra Italia e Cina esattamente come sono sempre stato contro l’analoga relazione tra Italia e Stati Uniti. E ovviamente percepisco come mia nemica “di classe” anche l’Unione Europea, il polo imperialista che cerca di formarsi nel Vecchio Continente per resistere alla pressione degli altri centri dell’imperialismo mondiale: Cina, Stati Uniti, Russia.

Scrive Alberto Bradanini, consigliere commerciale all’ambasciata italiana a Pechino tra il 1991 e il 1996 e poi ambasciatore a Pechino nel periodo 2013-2015: «I capisaldi del socialismo con caratteristiche cinesi sono costituti dal dogma della sovranità nazionale, un ferreo controllo della società, la forte presenza dello Stato in economia, il controllo della finanza, delle grandi aziende/corporazioni e dei settori fondamentali del paese (proprietà e iniziativa private, giudicate utile a generare ricchezza in questo frangente storico, sono de facto attenuate e attentamente monitorate) e la proprietà pubblica della terra (sebbene talvolta il suo possesso sia gestito con metodi capitalisti). Quanto all’iniqua distribuzione della ricchezza, il Partito afferma che si tratta di una fase transitoria che verrà corretta strada facendo, sebbene i rischi di deriva capitalista oltre una soglia di sicurezza vengano giudicati da sinistra quanto mai concreti. Un deficit di attenzione ha riguardato l’ambiente, pesantemente sacrificato negli ultimi 40 anni dalle necessità della crescita, e il mondo del lavoro, le cui condizioni sono in Cina subordinate alle esigenze della produzione». Bisogna avere in testa un concetto assai deprimente (escrementizio) di “socialismo” per associare la descrizione appena riportata al “socialismo”, sebbene «reale» o «con caratteristiche cinesi». Qui di reale c’è sicuramente un Paese capitalistico, “senza se e senza ma”, giunto ai vertici della contesa mondiale per il potere totale: economico, tecnologico, scientifico, politico, ideologico, militare – la guerra “tradizionale” è la continuazione della guerra sistemica con altre modalità. Non ho scritto con altri mezzi, perché nell’epoca delle tecnologie “intelligenti” la distinzione tra mezzi “pacifici” e mezzi bellici è davvero esigua, sfuggente.

C’è da dire che Bradanini è un altro “storico” amico della Repubblica Popolare Cinese, e infatti suggerisce al nostro Paese di abbandonare ogni paura circa un’inesistente pericolo giallo e di approfittare delle buone intenzioni cinesi per allentare la presa degli Stati Uniti. «Dopo 74 anni dalla sconfitta della guerra e dalla conseguente perdita della sua sovranità politica, l’Italia resta un paese gregario, subordinato alle priorità di altri, in particolare Washington e Bruxelles. La storia insegna che anche le alleanze più solide possono essere rimesse in discussione quando cambiano le circostanze che le hanno generate. Nei rapporti internazionali infatti, sosteneva W. Churchill, non vi sono nemici eterni, ma solo interessi eterni». Non si potrebbe sintetizzare meglio il concetto di interesse nazionale, il quale deve fare i conti con l’esistenza della competizione sistemica tra le grandi potenze imperialistiche, e infatti Bradanini ci tiene a porre la distinzione tra sovranità e sovranismo. Oggi come si coltiva meglio l’eterno interesse nazionale dell’Italia e conquistare «un’agibilità politica a noi misteriosamente negata»: mantenendo saldo il rapporto con gli Stati Uniti o avvicinandosi alla Cina? Di certo la risposta non spetta a me: come si è già capito, io sono radicalmente nemico degli interessi nazionali.

«Stalin, secondo il Pcc [guidato da Deng Xiaoping], interpretava il marxismo in forma dogmatica, separando radicalmente capitalismo e socialismo, senza comprendere che il primo andava utilizzato come strumento per giungere al secondo. In buona sostanza il Pcc sembra riconoscere, come Lenin a suo tempo [vedi Nuova Politica Economica, 1921], i meriti di un certo capitalismo quale tappa intermedia sulla strada del socialismo, sebbene non manchi chi da sinistra mette in guardia da un’eccessiva deriva capitalista dalla quale sarebbe poi difficile riprendersi». Bradanini caratterizza la politica stalinista come «marxismo in forma dogmatica», mentre per me si tratta della forma in cui si manifestò la controrivoluzione in Russia nel momento in cui il potere sovietico, già stremato dalla guerra civile e dalla catastrofe economica a essa connessa, si trovò isolato sul piano internazionale. E quando parlo di «piano internazionale» alludo al proletariato internazionale, a cominciare da quello tedesco, il solo che avrebbe potuto dare ossigeno alla dimensione proletaria della Rivoluzione d’Ottobre. La NEP voluta da Lenin rappresentò l’estremo tentativo dei bolscevichi di conquistare tempo in attesa di una rivoluzione internazionale che, com’è noto, non arriverà. Lo stalinismo fu appunto l’espressione politico-ideologica di un processo sociale (non di una personalità più o meno contorta e dogmatica) che ho cercato di analizzare in uno studio di diversi anni fa: Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre – 1917/1924. Insomma, l’analogia proposta da Bradanini regge solo se si considera Socialismo, sebbene “reale” (e quindi imperfetto come tutte le cose reali di questo mondo), il reale Capitalismo/Imperialismo che a mio avviso si realizzò nella Russia di Stalin.

Ritorniamo, per concludere rapidamente, a Rémy Herrera. «Quello che noi diciamo è che il futuro del socialismo non è irrimediabilmente compromesso con la caduta dell’Unione sovietica. Noi contestiamo questo consenso, intendiamo rompere questo tabù sotto le cui macerie, quelle della caduta del Muro e dell’Urss, è ancora seppellita la sinistra europea, occidentale, radicale. Non ne siamo ancora usciti: non solamente non ne abbiamo ancora fatto un bilancio, ma soprattutto questi tabù impediscono di rimettere l’esigenza del socialismo al centro della ricostruzione delle alternative. Il socialismo ritorna nel dibattito, ma c’è voluto del tempo». Avevo il sospetto che il Nostro “marxista” parlasse da un pulpito non esattamente originale e cristallino quanto a rigore “marxista”: quello dei nostalgici del “Socialismo reale”, del mondo segnato dalla “guerra fredda” e dallo “scontro di civiltà” tra “mondo libero” (sic!) e “mondo socialista” (strasic!). Per mia fortuna, non solo non ho mai fatto parte di quella «sinistra europea, occidentale, radicale» (leggi: filosovietica o/e filomaoista) finita sotto il famigerato Muro, ma l’ho sempre combattuta. Come ho scritto su un post dedicato al Venezuela, «Come ai tempi d’oro dello stalinismo trionfante, gli anticomunisti godono, e legittimamente, bisogna riconoscerlo, tutte le volte che possono usare la balla speculativa del “comunismo” per impartire alle classi subalterne d’Occidente questa semplice lezione: “Vedete che fine fanno, prima o poi, i Paesi che cadono nelle rozze quanto avide mani dei comunisti! Sopportate dunque le ingiustizie del Capitalismo, che qualcosa comunque vi dà, mentre in Venezuela, o a Cuba, si fa fatica anche a procurarsi la carta igienica”. Se i cosiddetti “comunisti” e tutti quelli che negli ultimi vent’anni hanno esaltato i sedicenti trionfi del “Socialismo del XXI secolo” non esistessero, i vari Porro e Salvini dovrebbero inventarli, così da poter continuare a gettare tanta sostanza escrementizia sul nome stesso di “Comunismo”». Il “marxista” mi obietterà: «Ma la Cina, a differenza del Venezuela, mostra al mondo un modello vincente!». Non c’è dubbio: un modello vincente di Capitalismo e di Imperialismo.

A proposito dei sanguinosi fatti cinesi del giugno 1989, c’è da dire che fu proprio per evitare al regime cinese una fine analoga a quella del regime sovietico che Deng Xiaoping, allora segretario del PCC e cavallo vincente su cui aveva puntato l’Occidente (il Carissimo Leader morirà nel 1997), a «ordinare ai militari inviati a reprimere le manifestazioni di piazza Tien An Men, di essere pronti a “spargere del sangue”» (Il Post), cosa che puntualmente accadde. Va ricordato che la sanguinosa repressine del movimento sociale cinese ordinata dai vertici dello Stato-Regime ebbe come non ultima causa l’apparizione, accanto alle organizzazioni studentesche, di primi embrioni di un combattivo associazionismo proletario indipendente da quello “patriottico” offerto dal Regime-Partito: una minaccia intollerabile ai tempi di sviluppo e ai ritmi di sfruttamento imposti dal progetto di fare della Cina del XXI secolo una potenza di rango mondiale tanto sul terreno della competizione economica, quanto su quello della contesa geopolitica. L’ascesa di una nazione nello scacchiere mondiale non è mai stata un pranzo di gala, tanto più se si tratta di una nazione così ricca di peculiarità (storiche, demografiche, ecc.) com’è indubbiamente quella cinese. Allora i Cari Leader tremavano al solo pensiero che il movimento sociale della metropoli potesse saldarsi con la lotta delle minoranze etniche e dei contadini poveri che vivevano in condizioni ancora assai miserabili alla periferia dell’Impero.

 

(*) Iniziata un po’ obtorto collo agli inizi degli anni Cinquanta per ottenere un minimo di dotazione capitalistica (capitali, materie prime, macchinario e tecnici) con cui avviare la modernizzazione della società cinese, e per superare l’isolamento internazionale, la modernizzazione capitalistica con caratteristiche sovietiche portò all’adozione del modello stalinista basato sulla collettivizzazione forzata delle campagne (con l’abbandono dell’iniziale distribuzione delle terre ai contadini) e la primazia dell’industria “pesante” su quella “leggera”. Dentro il Partito-Regime si confrontarono (si tratta di un eufemismo!) a lungo i due modelli di modernizzazione: quello, appunto, con caratteristiche staliniste e quello con caratteristiche maoiste. Mao parlò di una «lotta di classe» tra il Popolo (proletari, contadini, piccola borghesia) e la borghesia nazionale che cercava di rialzare la testa con l’aiuto del “revisionismo sovietico” e dell’imperialismo occidentale. Niente di più falso (e demagogico), naturalmente; la “sinistra radicale” europea, stufa dell’anchilosato e sempre più grigio modello sovietico,  accolse invece con entusiasmo il Nuovo Verbo Maoista. Con Deng Xiaoping trionfò il modello Singapore: sviluppo capitalistico “selvaggio” e regime dittatoriale.

 

TUTTO SOTTO IL CIELO (DEL CAPITALISMO)

ŽIŽEK, BADIOU E LA RIVOLUZIONE CULTURALE CINESE

LA VECCHIA VIA DEL PROFITTO E DEL POTERE MONDIALE. Sull’accordo Italia-Cina

LA CONSAPEVOLEZZA E IL CONSOLIDAMENTO DELLA POTENZA CAPITALISTICA CINESE

LA NATURA DELL’IMPERIALISMO CINESE

NIENTE DI NUOVO SOTTO IL CELESTE IMPERIALISMO. Alcune considerazioni sul discorso di Xi Jinping.

L’AFRICA SOTTO IL CELESTE IMPERIALISMO

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QUEL FETICISTA DI ROBERTO D’AGOSTINO…

Il concetto di feticismo (della merce, della tecnologia, della scienza) è senza dubbio un concetto fondamentale nella critica marxiana della società capitalistica, anche perché esso permette di cogliere il nesso che lega la “sfera economica” a molti fenomeni della vita sociale, anche quelli cosiddetti micrologici, afferenti cioè alla vita “minuta” dei singoli individui. Che l’intera esistenza di ogni individuo debba fare i conti con il mercato – cioè con il Capitale nelle sue forme più peculiari: denaro, merce, lavoro salariato; che essa sia, di fatto, sul mercato e che subisca processi di mercificazione di inaudita violenza, ebbene oggi tutto ciò non è più solo un modo di dire o un’agghiacciante profezia in attesa di conferma: è piuttosto una pessima realtà che, a giudicare dalle premesse, lascia presagire un suo rapido, quanto necessario (cioè conforme alla natura della cosa), peggioramento. «La nostra vita è venduta all’asta dai mercanti della privacy. Gusti, abitudini, scelte politiche: ogni individuo può fruttare 50mila euro» (La Repubblica). Non male!

Il cosiddetto Platform Capitalism (anche detto Capitalismo di sorveglianza) testimonia il grado di potente pervasività raggiunto dal rapporto sociale capitalistico nel XXI secolo.

È sulla base delle infrastrutture “intelligenti” governate dal 5G, dal nuovo standard tecnologico che bussa prepotentemente alla porta, che, dicono gli esperti, sarà possibile costruire la “mitica” Smart city, con controllo centralizzato di tutti i dispositivi che regolano la viabilità, il traffico urbano, la videosorveglianza, e così via. Senza parlare degli elettrodomestici (che terminologia antiquata!) di casa che potranno «dialogare tra loro, ricevere informazioni dall’esterno ed essere gestiti da remoto da un unico dispositivo»: che bel mondo ci attende! Mi sono lasciato contagiare dall’ottimismo tecnologico. Mi scuso, mi ricompongo e assumo la mia abituale postura “critico-radicale”: nel mondo “interconnesso” di oggi e di domani, nel quale miliardi di oggetti potranno “dialogare” tra loro (speriamo almeno che si capiscano!), e dove anche «le auto potranno dialogare tra loro scambiandosi informazioni sul traffico e la sicurezza»; in questo mondo intelligentissimo il Capitalismo ottocentesco analizzato e stramaledetto da Marx impallidisce e un po’ si vergogna: la sua «immane raccolta di merci» oggi appare una ben misera cosa!  Il mondo che sta rendendo possibile l’Internet delle cose (cioè delle merci) celebra l’apoteosi del dominio sociale capitalistico, e dà al concetto di totalitarismo sociale una pregnanza “fattuale” davvero puntuale, radicale, difficilmente opinabile.

Ma, come scrivevo in un precedente post (Controllare e profittare), anche il Big Brother di Orwell appare poca cosa dinanzi alla mostruosa capacità di controllo totale degli individui che il Leviatano dei nostri giorni è riuscito ad assicurarsi e promette (o, meglio, minaccia) di espandere e rafforzare. Peraltro quel controllo è sempre più necessario, perché la connessione totale tra le cose e tra queste e gli individui è certamente “intelligente”, ma anche molto delicata e problematica, potenzialmente foriera di eventi catastrofici: un singolo malintenzionato sufficientemente istruito in materia informatica può, infatti, bloccare una città, scatenare incidenti (dentro le case “intelligenti”, sulle strade “intelligenti”, ovunque domini l’”intelligenza artificiale”), creare danni di qualsiasi genere. E difatti si studiano strategie di controllo e di repressione ispirate ai modelli predittivi che trovano in Cina le prime “promettenti” applicazioni su vasta scala – vedi il Social Credit System. In realtà il paradigma della “vita a punti” è attivo anche nei Paesi occidentali (senza parlare del Giappone!), sebbene in forme più “politicamente corrette” rispetto alla Cina, ma la sostanza non cambia; per essere pienamente efficiente, il controllo sociale degli individui deve tenere conto delle specificità locali – regionali, nazionali, continentali.

Una volta, ai vecchi tempi, potevamo vendicarci con una nostra ex fidanzata mostrando agli amici una sua foto “osé”: la porcata rimaneva in ogni caso confinata in una cerchia ristrettissima. Oggi gli Stati devono inventarsi il reato di Revenge Porn! La potenza straordinaria del Capitale si fa sentire dappertutto, oggi soprattutto attraverso la mediazione tecnologica, la quale rinvia direttamente al rapporto sociale oggi dominante in ogni angolo del pianeta. Prolungando le linee della tecnoscienza si arriva sempre e necessariamente a quel rapporto sociale, non c’è niente da fare, e solo il “velo tecnologico” ci impedisce di vedere la potenza sociale che trova espressione nelle cose, “reali” e “virtuali”, che manipoliamo e negli eventi, “reali” e “virtuali”, che creiamo e subiamo.

Senza contare il paradossale fatto che ci vede un po’ tutti aderire con zelo ed entusiasmo alla mercificazione dei nostri “profili umani” e al controllo sempre più efficace della nostra stessa vita da parte di organismi privati e pubblici. Siamo i volenterosi servi del Dominio. Fenomeno paradossale solo fino a un certo punto. Chi non partecipa al Big Show messo in scena sul Web si sente tagliato fuori, e tutti noi (salvo, come sempre, chi legge) per sentirci in armonia con i tempi sappiamo che dobbiamo pagare un prezzo (al Capitale, allo Stato, a qualcuno o a qualcosa difficile da definire), e lo paghiamo volentieri, perché la solitudine, “reale” o “virtuale” (“percepita“) che sia, è un peso difficile da sopportare. Dinanzi a questi fatti la risposta corretta non è, a mio avviso, la fuga dal “virtuale”, ma la riflessione sulla nostra reale condizione umana. Ha poi un senso la distinzione tra una sfera reale e una sfera virtuale della nostra vita? A mio avviso la distinzione da fare, quella che ha davvero senso e che può aiutarci a spiegare molte delle cose che ci appaiono paradossali, è un’altra, e cioè quella tra una vita pienamente – o semplicemente – umana e una vita che non lo è.

Fa un po’ tenerezza chi scopre solo oggi che, nell’epoca del “Capitalismo di sorveglianza”, «non siamo più padroni nemmeno di noi stessi». Soprattutto di noi stessi, mi verrebbe da dire strizzando l’occhio alla provocazione – o al realismo? Ma ritorniamo, per concludere rapidamente, al concetto di feticismo.

Confesso che l’idea di scrivere questa nota mi è venuta leggendo questa mattina un’intervista rilasciata da Roberto D’Agostino al sito di sua proprietà (Dagospia). Tra poco citerò il passo che mi ha “ispirato”. Prima però ricordo a me stesso che per Marx il feticismo si esprime nel rapporto immediato che gli uomini instaurano con le cose, il quale cela un rapporto ben più essenziale: quello tra gli uomini stessi. La cosa, dice il noto barbuto, non è una “mera cosa”, ma l’espressione di un peculiare rapporto sociale. E difatti, più che con cose, con oggetti, con valori d’uso, noi abbiamo a che fare continuamente con merci, con tutto quello che la forma-merce presuppone e pone sempre di nuovo. «Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato che esiste fra gli uomini stessi» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 104, Editori Riuniti, 1980).

Ecco adesso la citazione promessa: «Negli Anni ‘70 il guru della rivoluzione digitale, Stewart Brand, disse: “Volete provare a cambiare la testa delle persone? Perderete tempo. Cambiate gli strumenti, i dispositivi, gli oggetti che hanno in mano e cambierete il mondo”. Non sono state le ideologie a cambiare la storia, ma gli oggetti: i caratteri mobili della stampa che hanno diffuso il sapere, la foto che riproduce la realtà, l’auto e il treno che hanno fondato la civiltà industriale, la lavatrice e la pillola che hanno cambiato la vita delle donne, la connessione e lo smartphone».

Tutto vero! L’importante è capire il significato storico e sociale di quegli “oggetti”. Ancora Dago: «Quando arrivò il video la fotografia sembrava defunta, ma con Internet diventa digitale e torna centrale: perché se la pubblichi alla velocità della tecnologia diventa fortissima, ti porta dove le cose accadono e diventa un pensiero visivo. Con buona pace della privacy che si sacrifica in nome dell’identità». Ma di che «identità» si tratta? Qual è la natura, la “qualità” di questa «identità» (“reale” o “virtuale” che sia)? Ecco, per rispondere a domande di questo tipo credo sia importante cogliere la natura feticistica della relazione che spontaneamente stringiamo con le cose – merci, tecnologie e quant’altro.

WITTGENSTEIN E IL LINGUAGGIO DELLA VITA REALE

Appunti di studio su alcune opere di Ludwig Wittgenstein

 

È la prassi che dà alle parole il loro senso.
L. Wittgenstein

Soltanto nel fluire del pensiero e della
vita le parole hanno significato.
L. Wittgenstein

Immaginare un linguaggio significa
immaginare una forma di vita.
L. Wittgenstein

Il linguaggio comune è una parte dell’organismo
umano, né è meno complicato di questo.
L. Wittgenstein

Il significato di una parola è il suo uso
nel linguaggio.
L. Wittgenstein

Vero e falso è ciò che gli uomini dicono;
e nel linguaggio gli uomini concordano.
E questa non è una concordanza delle
opinioni, ma della forma di vita.
L. Wittgenstein

La parola “gioco linguistico” è destinata
a metterei in evidenza il fatto che il parlare
un linguaggio fa parte di una attività, o di
una forma di vita.
L. Wittgenstein

 

Da dove cominciare? Confesso che ho tentato più volte di esporre in modo ordinato e “sistematico” i miei strabocchevoli appunti di studio su alcune opere di Ludwig Wittgenstein, e altrettante volte ho rinunciato all’impresa, e non solo per sfiducia nei miei modesti mezzi intellettuali. Guardando e riguardando quegli appunti mi vien da dire, sempre con Wittgenstein, «non mi ci raccapezzo»! D’altra parte non è facile scegliere un punto di partenza, talmente complessi e reciprocamente connessi sono i concetti implicati nell’oggetto qui preso in considerazione: il linguaggio. Nientemeno! «Da qualche parte bisogna cominciare, e, visto che l’inizio non esiste, perché non da qui» (L. Wittgenstein). E allora iniziamo da un punto qualsiasi degli appunti, da me scelto del tutto arbitrariamente. Non prima però di far notare ai lettori quanto segue: «L’inizio non esiste» non ricorda molto da vicino quanto disse una volta Theodor  W. Adorno a proposito dell’origine in polemica con la filosofia orientata in senso ontologista? A mio avviso sì, e se la memoria non m’inganna il concetto dovrebbe trovarsi nella Metacritica della teoria della conoscenza.

Ma veniamo al nostro punto d’avvio. In realtà ho cercato di comporre, attraverso un lavoro di copia-incolla, un quadro generale dei temi trattati negli appunti di studio, così da realizzare una sorta di introduzione alle successive “puntate”, sempre che ce ne siano, beninteso. Spero che quel lavoro di sintesi abbia prodotto un testo comprensibile e interessante, e non un’incomprensibile guazzabuglio di parole, di proposizioni e di concetti, come sospetto.

Quando il Dottor Klein chiede all’amico neurologo che lo accompagnava cosa stesse dicendo Regan, la ragazzina indemoniata del romanzo L’Esorcista, egli si sentì rispondere: «Non lo so. Cose inintelligibili. Sillabe senza senso. Però da come le pronuncia si direbbe che significhino qualcosa. C’è un certo ritmo». Regan mormorava «con una voce curiosamente gutturale» parole come «onussenonosnonoi». Può darsi che in questo caso possiamo parlare di una variazione sul tema, attingendo a un’analogia assai cara a Wittgenstein (quella con il linguaggio musicale); in ogni caso la proposizione celata («io non sono nessuno») costringe la sua variante capovolta dentro schemi logici obbligati, tali da conferirle un’aria familiare, da esibire una certa parentela con ciò di cui è immagine rovesciata. Evidentemente anche il Demonio deve sottostare alla logica linguistica, la quale rinvia a una logica più generale, di natura extralinguistica: quella dello «stato di cose, ossia del mondo» (Wittgenstein). Ecco, mi auguro che i lettori riescano quantomeno a riconoscere nello scritto che segue «un’aria familiare» – al tema del linguaggio.

La tesi, tutt’altro che originale, che qui sostengo posso riassumerla come segue: Il linguaggio non è uno strumento raffinatissimo al servizio dell’umanità: il linguaggio è l’umanità, la quale non può esistere che con e nel linguaggio. Il pensiero è strutturato come un linguaggio.

Ho preferito non rivederne la stesura originaria degli appunti, né darne un ordine tematico (né un ordine di qualche tipo, in verità), e così può anche accadere che un passo sia contraddetto, in parte o in tutto, dal passo successivo, o che un concetto sia anticipato prima di una sua più puntuale trattazione, peraltro svolta sempre in forma sintetica. Tutto ciò riflette la progressione – abbastanza caotica – della mia lettura. I lettori dovranno anche prepararsi alla ripetizione di non pochi concetti. Può anche capitare che alcune mie riflessioni eccedano, non so dire in quali proporzioni, l’oggetto posto al centro di questa riflessione: la natura del linguaggio, ossia il suo rapporto con le cose e con «la totalità del mondo».Un’ultima avvertenza, che non deve suonare come una captatio benevolentiae nei confronti di chi legge: approccio il problema del linguaggio da perfetto ignorante della materia linguistica e della logica (e, più in generale, di ogni altra materia!), e quindi sono apertissimo alle critiche che i lettori vorranno rivolgere a questo modestissimo scritto, il cui approccio alla “problematica” è informato da ciò che definisco punto di vista umano.

Rintanato come un topo in una fangosa e pidocchiosa trincea, così scriveva il giovane soldato-filosofo Ludwig nel 1916: «Appare che la vita felice si giustifica da sé, che essa è l’unica vita giusta». Il passo wittgensteiniano mi appare impeccabile soprattutto sotto il profilo della logica umana, la quale non necessariamente (anzi!) si armonizza con altre “forme logiche” – alludo ovviamente alle pratiche scientifiche, economiche, politiche, ecc. dei nostri pessimi tempi.

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