IL VENEZUELA E L’ODIOSA COAZIONE A RIPETERE DELLO STALINISMO

Mutatis mutandis

 

Qui per stalinismo intendo una peculiare concezione della società e della politica che prescinde dallo stesso puntuale riferimento storico alla concreta esperienza stalinista consumatasi in Russia come espressione della controrivoluzione antisovietica dispiegatasi nella seconda metà degli anni Venti del secolo scorso.

 

Marinellys Tremamunno, una giovane giornalista italo-venezuelana, ha scritto un libro intitolato Venezuela. Il crollo di una rivoluzione (Edizioni Arcoiris, 2017). In realtà in quel Paese non è crollata alcuna rivoluzione; piuttosto è andata in frantumi l’ennesima illusione “rivoluzionaria” di chi non avendo ben chiaro in testa il concetto stesso di rivoluzione, e volendo tuttavia «cambiare il mondo qui e subito», si lascia turlupinare con estrema facilità dalla propaganda “rivoluzionaria” del liberatore di turno, ossia dal demagogo/populista chiamato dal processo sociale ad esprimere gli interessi (economici e politici) della classe dominante o solo di una sua particolare cosca. D’altra parte sempre i “liberatori” si presentano dinanzi all’opinione pubblica nelle vesti dei «veri rivoluzionari», nei panni di chi la rivoluzione la vuole fare davvero, e non solo a chiacchiere – vedi chi scrive. L’ex socialista Benito Mussolini, promotore della “Rivoluzione Fascista”, una volta proclamò: «In principio è l’azione!». Il bello, ma si fa per dire, è che questi personaggi credono davvero di essere dei rivoluzionari, soprattutto perché essi hanno in testa un concetto ultramiserabile di “rivoluzione”. Chi non vuole lasciarsi usare dal demagogo di turno ha invece l’obbligo di capire la precisa natura di ciò che si agita nella società, per non nutrire false speranze, per non sostenere senza volerlo progetti ultrareazionari e, last but not least, per non lasciarci le penne difendendo una causa completamente sbagliata. Per l’autentico rivoluzionario e per chi non vuole diventare cibo per i pescecani della politica, la teoria non è un lusso, ma una stringente necessità politica, un vero e proprio “salvavita”.

Come scrive Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano, in un articolo molto interessante fin dal titolo (Quando il problema è la sinistra), «Quello che sta succedendo in Venezuela non ha nulla a che vedere con una “rivoluzione” o con il “socialismo”, né con la “difesa della democrazia”e nemmeno con la trita “riduzione della povertà”, tanto per passare in rassegna gli argomenti che si utilizzano a destra e sinistra. Si potrebbe menzionare il “petrolio”, e saremmo più vicini». Non c’è dubbio. L’interessante articolo di Zibechi, che invito a leggere, si conclude come segue: «La polarizzazione destra-sinistra è falsa, non spiega quasi nulla di quel che sta accadendo nel mondo. La cosa peggiore, tuttavia, è che la sinistra è diventata simmetrica alla destra in un punto chiave: l’ossessione per il potere». Tuttavia se non si chiarisce la natura di questo potere, l’ossessione di cui giustamente parla l’intellettuale uruguayano rimane confinata in una sfera più psicologica che politica. La polarizzazione destra-sinistra non spiega niente di essenziale, ed è sempre più una mera finzione ideologica posta al servizio della lotta politica (borghese), perché essa si dà interamente dentro il perimetro tracciato dagli interessi capitalistici: “destra” e “sinistra” sono le due facce di una stessa medaglia perché entrambe difendono, magari in modo diverso (ma non sempre e non necessariamente) lo stesso status quo sociale.

Non essendo uno sprovveduto, Maduro sapeva benissimo che il suo invito a discutere da pari a pari rivolto a Donald Trump sarebbe suonato provocatorio alle orecchie del focoso Presidente della prima potenza imperialista del pianeta, e difatti la reazione della Casa Bianca non si è fatta attendere, cosa che ha permesso al Presidente venezuelano di intascare un prezioso dividendo “antimperialista”. Le minacce americane naturalmente sono le ben venute a Caracas, perché esse creano un clima di assedio che può consentire al regime chávista di alimentare la sua retorica “antimperialista” e così recuperare consenso almeno in una parte della popolazione venezuelana che lo ha abbandonato. Quando il nemico bussa alla porta, l’onesto patriota è chiamato ad abbandonare ogni controversia nazionale per schierarsi senza se e senza ma in difesa del sacro suolo patrio.

In quanto disonesto disfattista io difendo invece questa posizione: nello scontro sistemico (economico, tecnologico, scientifico, ideologico, militare) tra i Paesi (tra gli Stati, tra le Nazioni, tra le Potenze) le classi subalterne, e chi ha in odio i vigenti rapporti sociali capitalistici, non devono stare dalla parte dei soggetti capitalistici contingentemente più deboli, ma in primo luogo devono contrastare il proprio Paese e, in secondo luogo, il sistema delle nazioni capitalistiche in quanto tale, preso per così dire in blocco, senza fare alcuna distinzione tra piccole e grandi nazioni, tra piccoli e grandi imperialismi. Esiste un solo Sistema Mondiale del Terrore, e ogni sezione locale (regionale, nazionale, continentale) dà a esso il proprio maligno contributo in termini di sfruttamento, di oppressione e quant’altro. Nello scontro tra Venezuela e Stati Uniti io mio schiero contro entrambi i Paesi e, per quel che vale, auspico (dire «mi batto» mi sembra eccessivo, velleitario e soprattutto non vero, purtroppo!) un flusso di solidarietà che coinvolga i lavoratori venezuelani e statunitensi, così che essi possano affrancarsi dall’ideologia dominante, disintossicarsi dal veleno nazionalista, patriottardo, sovranista. La classe dominante vuole dare una patria ai dominati per legarli a doppio filo al carro degli interessi nazionali, i quali esprimono i suoi specifici interessi.

La mia opposizione a un eventuale intervento militare americano in Venezuela (o in Corea del Nord) non si situa dunque, politicamente parlando, sul terreno sovranista, né intende concedere un atomo di credibilità alla borghesissima e pacchiana menzogna della pari dignità tra le nazioni. Posto il vigente regime sociale mondiale, l’ineguaglianza degli individui e delle nazioni è un portato necessario; come scrisse una volta Engels, «L’effettivo contenuto della rivendicazione proletaria dell’eguaglianza è la rivendicazione della soppressione delle classi. Ogni rivendicazione di eguaglianza che esce da questi limiti va necessariamente a finire nell’assurdo» (Antidühring). Il nazionalismo borghese è costretto a fare la voce grossa soprattutto perché nell’epoca del dominio totalitario e totale (globale e mondiale) del Capitale ogni pretesa sovranista appare per quel che è: ridicola (*). Se vuoi allentare la corda che ti tiene legato a un imperialismo, devi necessariamente accettare di “venire a compromessi” con un altro imperialismo, il quale magari all’inizio è disposto a concederti una maggiore libertà di movimento, salvo revocarla immediatamente al bisogno. E in ogni caso si tratta della “libertà” concessa dal Signore al vassallo, il quale strilla tanto più forte, assume pose sempre più virili, quanto più la realtà ne mostra tutta la pochezza e l’impotenza.

Sul terreno interno (nazionale) come su quello esterno (internazionale) il diritto è un fatto di rapporti di forza, e compito dell’autentico anticapitalista (e antimperialista) è quello di far luce intorno all’ideologia dominante, affinché i lavoratori possano scoprire il fondo di menzogna che si nasconde dietro le feticistiche parole così care soprattutto all’intellighentia progressista: diritto, uguaglianza, pari opportunità e dignità, democrazia, ecc., ecc., ecc.

Personalmente ho sempre lottato contro la NATO non per affermare l’indipendenza nazionale dell’Italia, un’illusione ultrareazionaria tipica del sinistrismo di matrice stalinista/maoista, ma per combattere l’imperialismo internazionale nelle sue concrete manifestazioni. Non solo, ma anche nel contesto di questa battaglia ho sempre privilegiato, nella mia qualità “anagrafico-sociale” di proletario italiano, la mia avversione nei confronti dell’imperialismo italiano, il quale all’ombra del padrone americano non ha mai smesso di tessere la sua tela di interessi sistemici (economici, politici, militari) nel suo tradizionale cortile di casa: Balcani, Nord Africa, Medio Oriente. L’antimperialismo di molti cosiddetti antimperialisti è stato in passato e continua a essere nel presente un antiamericanismo profondamente intriso di volgare nazionalismo. Non pochi “antimperialisti” sperano in cuor loro, e alcuni non ne fanno mistero, che in Paesi come Venezuela, Russia, Cina, Corea del Nord e Iran non dilaghi, come io invece spero ardentemente, l’antagonismo sociale perché temono un indebolimento dei regimi che oggi garantiscono l’esistenza di un fronte antiamericano e, più in generale, antioccidentale. «Avete visto cosa ha provocato la Primavera di Gorbaciov?». Non c’è dubbio: meglio la Tienanmen dei compagni cinesi! Per questo negli anni scorsi quei personaggi hanno criticato le cosiddette Primavere (in Europa orientale, in Africa, in Medio oriente, a Hong Kong), mentre la mia critica era indirizzata a mettere in luce il vero carattere storico-sociale di quelle “Primavere“, il cui contenuto rivoluzionario – considerato dal punto di vista critico-rivoluzionario e non da quello degli interessi capitalistici – era pari a zero.

Nel corso della «marcia anticapitalista» [sic!] del 14 agosto Nicolas Maduro ha annunciato l’avvio di esercitazioni militari in tutto il Paese per il 26 e il 27 agosto. «Gridiamolo assieme e che si senta fino a Washington: il popolo del Venezuela dice Trump, go home!». Il Presidentissimo ha inoltre chiesto che la Costituente Bolivariana mandi a processo tutti coloro che appoggiano l’idea di un intervento statunitense in Venezuela. Della serie: chi non è con me, è con l’imperialismo americano, d’ufficio! Gente disfattista come me oggi rischia grosso in quel Paese “rivoluzionario”. Intanto non si arresta l’epurazione degli elementi meno affidabili dai ranghi delle Forze Armate “bolivariane”, delicata quanto vitale (per il regime) operazione affidata ai servizi segreti venezuelani, i quali si avvantaggiano del prezioso supporto dei servizi cubani, la cui genesi, forse non è inutile ricordarlo, fu a suo tempo fortemente influenzata dai servizi segreti della Germania Orientale. Le “democrazie popolari” non temono confronti in fatto di controllo sociale e repressione del dissenso.

A proposito di retorica “antimperialista”, ecco cosa ha scritto Edgardo Lander, sociologo venezuelano di idee “progressiste”: «Il fatto che un governo tenga un discorso anti-imperialista e che sia visto come nemico da parte degli Usa e della destra globale, non lo converte in automatico in un governo di sinistra. Nel processo politico venezuelano attuale si sta giocando in varia maniera il futuro della sinistra non solo venezuelana e latinoamericana, ma mondiale. Il collasso del blocco socialista ha lasciato gran parte della sinistra globale senza prospettiva; l’affermazione dei cosiddetti governi progressisti in Sudamerica, specialmente il processo bolivariano, li ha convertiti in punti di riferimento e speranze. Si fa senz’altro un danno a queste speranze se si difende come “di sinistra” o “anticapitalisti” governi sempre più autoritari e repressivi, che usano strumentalmente la democrazia e che la mettono da parte quando ciò dà loro fastidio. Governi che concedono accesso alle risorse petrolifere e minerarie a multinazionali a condizioni che non si differenziano da quelle dei governi neoliberisti. È come se molti settori della sinistra mondiale non avessero imparato nulla dallo stalinismo e dall’immenso prezzo della complicità con l’autoritarismo sovietico». (Il Manifesto). Qui aggiungo solo, per la solita maniacale precisione che mi distingue, che «l’autoritarismo sovietico» fu messo al servizio del Capitalismo e dell’Imperialismo targato URSS. È meglio non essere generici quando analizziamo o semplicemente citiamo i regimi politico-istituzionali del passato e del presente.

Sulla vicenda venezuelana Roma cerca di recitare, come sempre del resto, più parti in commedia. Se ufficialmente il Governo Gentiloni ha dichiarato di non riconoscere la nuova Assemblea Costituente, allineandosi così agli Stati Uniti, all’Unione Europea e a molti governi del continente americano, l’ambasciatore italiano a Caracas Silvio Mignano ha incontrato la Presidentessa dell’aborrito organismo “bolivariano”, Delcy Rodriguez, la quale ha subito divulgato la notizia ai quattro venti per dimostrare che il regime chávista non è affatto isolato, cosa che ha creato qualche imbarazzo diplomatico nella capitale italiana. D’altra parte gli interessi italiani in quel Paese fino a qualche anno fa (diciamo fino al 2013/2014) erano ragguardevoli (Astaldi, Salini Impregilo, Enel, Pirelli, Iveco, Italferr, Alitalia, solo per citare le imprese italiane più grandi attive colà), mentre oggi solo l’Eni, presente da decenni in Venezuela, continua la sua attività senza grossi cambiamenti; in ogni caso il mercato venezuelano va in qualche modo presidiato e coltivato, in attesa di tempi migliori. Senza parlare della numerosa comunità italovenezuelana che può garantire all’Italia una non disprezzabile proiezione economica, diplomatica e culturale.  Gli interessi attuali e potenziali del Sistema-Italia in Venezuela vanno insomma difesi, anche a costo di inciampare in qualche bega politico-diplomatica costruita dall’opposizione venezuelana e italiana – la Lega ad esempio ha chiesto un «chiarimento urgente» al Governo: «Riconosciamo il golpe comunista di Maduro o sosteniamo l’opposizione democratica?». Un dilemma che investe la coscienza dei “comunisti” e dei “democratici”, mentre lascia del tutto indifferente quella di chi scrive.

Leggo da qualche parte: «Basta sapere chi c’è dietro la cosiddetta opposizione venezuelana per sapere chi va sostenuto [il regime chavista, si capisce], costi quel che costi». Bel ragionamento, non c’è che dire; soprattutto dialettico, direi. Oltre che virile: «Costi quel che costi»! Ma non capendo niente di bei ragionamenti e, soprattutto, di dialettica, non posso fare a meno di chiedermi «chi c’è dietro» tutte le parti in campo, e farlo a partire da un punto di vista ben preciso: anticapitalista, internazionalista, indipendente ed ostile nei confronti di tutte le fazioni della classe dominante, di tutti gli Stati, di tutti i partiti e le organizzazioni (sindacati collaborazionisti compresi) che a vario titolo difendono lo status quo sociale. E che scopro osservando la crisi sociale venezuelana da questa peculiare prospettiva? Che tanto il regime di Caracas quanto l’opposizione ufficiale che lo contrasta non sono che due diverse espressioni dello stesso dominio sociale (capitalistico) che sfrutta e opprime il proletariato venezuelano. Beninteso, si tratta dello stesso regime sociale vigente in tutto il mondo: dagli Stati Uniti alla Cina, dalla Germania al Giappone, dall’Italia alla Russia. Per quanto mi riguarda il gagliardo «costi quel che costi» va dunque rispedito al mittente, con aggiunta pernacchia rigorosamente critico-rivoluzionaria.

Il concetto di regime sociale (o di status quo sociale) ha una straordinaria capacità critica perché permette di andare oltre la schiuma politico-ideologica che occulta la natura di classe dei conflitti che continuamente si sviluppano nella società, non solo tra le classi «storicamente nemiche» (borghesia e proletariato), ma anche all’interno della stessa classe dominante, la quale, come insegnò a suo tempo l’alcolista di Treviri, si ricompatta solo per contrastare le rivendicazioni dei nullatenenti. Ecco perché non mi sconvolge neanche un po’ il conflitto tra chávisti e antichávisti; un conflitto per il potere giocato sulla pelle dei proletari e di una classe media ridotta ormai ai minimi termini. Di qui l’urgenza di costruire in Venezuela (e ovunque nel mondo) l’autonomia/coscienza di classe, senza la quale le classi subalterne sono “libere” solo di scegliere l’albero a cui impiccarsi: quello di “sinistra” o quello di “destra”? quello “sovranista” o quello “globalista”? quello “statalista” o quello “liberista”? quello antiamericano (e magari filocinese e filorusso) o quello filoamericano?

Ma c’è un motivo in più che mi porta a scatenare «fuoco e fiamme», per dirla con Trump, contro quel simpaticone di Maduro: l’abissale balla speculativa chiamata «Socialismo del XXI secolo», e che andrebbe invece tradotto come segue: «Stalinismo – e financo peronismo/fascismo – del XXI secolo»; certo, mutatis mutandis, come sempre del resto. Volendo affermare una posizione radicalmente anticapitalista, devo assolutamente, come mosso da un invincibile imperativo categorico, gridare in faccia ai miei “colleghi di classe” venezuelani, statunitensi, italiani ecc. che i chávisti (anche quelli di casa nostra) chiamano «Socialismo» ciò che se va bene (per gli statalisti di “destra” e di “sinistra”, si capisce) non è che un Capitalismo di Stato più o meno “integrale”. Dopotutto, è una vita che mi batto contro ogni falso socialismo: da quello sovietico a quello cinese, da quello albanese a quello cubano, da quello jugoslavo a quello Nordcoreano, da quello emiliano (ricordate il mitico “compagno” Zangheri?) a quello cambogiano. Quando cadde il Muro di Berlino io e alcuni amici particolarmente inclini all’ottimismo della rivoluzione pensammo che finalmente ci fossimo liberati una volta per sempre della gentaglia che tanta cacca aveva portato al mulino del Socialismo e tanta acqua invece al mulino della conservazione capitalistica. Ahimè, ci sbagliavamo! È dal 1989, infatti, che vetero e post stalinisti, benché ammaccati dalle macerie del Muro che tanto amavano, si muovono in tutte le direzioni nella speranza di scoprire nel vasto e capitalistico mondo «nuove e originali vie per il Socialismo». E un regime statalista che si proclama “Socialista” da qualche parte si trova sempre! Meglio se si tratta di uno statalismo basato sulla rendita petrolifera usata come formidabile strumento di consenso e di controllo sociale. E qui ritorniamo al Venezuela. Lo so, nel caso di specie non si può nemmeno parlare di statalismo; ma uso questo termine solo in chiave polemica, senza alcuna intenzione “scientifica”.

Insomma, osservato dal peculiare punto di vista che offro ai lettori, il cosiddetto chávismo non appare come la soluzione del problema qui posto (la necessità e l’urgenza dell’autonomia di classe, della coscienza di classe), non appare nemmeno come un tentativo inteso a risolverlo, né, men che meno, esso mi appare come un esempio positivo da additare ai proletari e ai lavoratori di tutto il mondo (anzi!): esso è piuttosto parte organica di quel problema, semplicemente perché il regime venezuelano è, nel suo piccolo, parte organica del sistema mondiale capitalistico.

Su un post dedicato al Venezuela, Giorgio Cremaschi se la prende con «la sinistra governativa», ma anche con una parte della «sinistra cosiddetta radicale», ossia con quei compagni che non riescono a capire che in quel Paese «si combattere il capitalismo americano nel nome del socialismo»: «settori della cosiddetta sinistra radicale e dell’antagonismo hanno inanellato ponderose analisi, il succo delle quali era la scelta di non stare né col Venezuela chavista, né con quello filoamericano e fascista. Una fuga sulla Luna in attesa della rivoluzione globale». Ammetto di abitare sulla Luna e di “lavorare”, nel mio infinitamente piccolo, per la «rivoluzione globale», e infatti le critiche di Cremaschi non mi sfiorano nemmeno, anche perché la «scelta del né col Venezuela chavista, né con quello filoamericano e fascista» è lontanissima dalla mia posizione: io mi schiero contro l’uno e contro l’altro. La neutralità la lascio a chi non sa ragionare in termini radicalmente classisti. Ma molti “socialisti” sono talmente lontani dalla concezione rivoluzionaria del conflitto sociale che non riescono nemmeno a concepire l’idea che, per dirla sempre col barbuto di Germania, «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo», e viceversa.

«Essere contro il Venezuela di Chavez è diventata una patente di democrazia distribuita a cani e porci», dice Cremaschi. Anche qui, non mi sento minimamente chiamato in causa, perché come si evince benissimo dai miei precedenti post sul Venezuela, la mia posizione antichávista non ha niente a che fare con la rivendicazione di una «vera democrazia», anche perché per me «vera democrazia» e fascismo (e/o stalinismo) si equivalgono, sono due modi diversi di servire gli interessi della classe dominante. Finchè ha potuto usare gli introiti della rendita petrolifera per crearsi una vasta base di consenso sociale il regime chávista ha usato lo strumento democratico-parlamentare; il crollo del prezzo del compagno Petrolio ha costretto il regime a dare molto più peso all’esercito, che peraltro già controllava diversi settori strategici dell’economia del Paese (come quello dell’approvvigionamento alimentare), e a inventarsi nuove soluzioni istituzionali che se fossero state semplicemente pensate da un Renzi, da un Berlusconi o da un Grillo (molto più attendibile come esempio), certamente avrebbero scatenato la resistenza antifascista di molti sostenitori del caudillo di Caracas. «Ora e sempre resistenza contro la deriva autoritaria del governo di Caio o di Tizio»: quante volte gli italici sostenitori della rivoluzione bolivariana ci hanno massacrato i… timpani denunciando l’ennesima «svolta autoritaria» intrapresa dal “fascista” di turno? Dite che il paragone non regge? Ah già, dimenticavo: in Venezuela è in corso una marcia verso il socialismo. Che sbadato che sono! Per fortuna c’è chi prontamente mi riporta alla verità dei fatti (diciamo): «Che la rivoluzione possa difendersi o meno con la forza dalla consueta reazione violenta dell’imperialismo (in America Latina quasi sempre USA) delle destre, del capitalismo e delle forze militari, è forse la questione centrale, quella dirimente, che separa – nel giudizio, nello schierarsi – le forze rivoluzionarie da quelle controrivoluzionarie o della sinistra moderata, quelle “interne” al sistema capitalistico. È il problema dei problemi: quello del potere. Ed è bene – una volta tanto – affrontare la “questione venezuelana” dal punto di vista anche teorico, politico-teorico» (Contropiano). È appunto quello che dico io! Non bisogna essere dei Lenin per capire che senza teoria rivoluzionaria non c’è prassi rivoluzionaria. Solo che la “mia” teoria colloca l’esperienza chávista interamente dentro il potere capitalistico riguardato nella sua dimensione nazionale, regionale (continentale) e mondiale. Giusto uno stalinista può richiamare la battaglia di Lenin contro Kautsky («Del marxismo si ammette tutto, tranne i mezzi rivoluzionari di lotta») per portare acqua al mulino del regime venezuelano! Della serie: pensavo fosse un potere rivoluzionario e invece era un calesse – pieno di sostanza escrementizia, diciamo.

Intanto ieri la «cricca di Maduro» ha perfezionato la “rivoluzione istituzionale”: «Il cerchio è chiuso. Con un decreto disposto dalla presidente Delcy Rodríguez, già tumultuosa ministro degli Esteri e fedele chavista, la neonata Assemblea Costituente azzera le competenze del Parlamento venezuelano e si assume il potere di legiferare su temi di ordine pubblico, sicurezza nazionale, diritti umani, sistema socio-economico e finanze. Sarà il vero organo legislativo del Paese e diventa nei fatti una sorta di Consiglio dei ministri alle dirette dipendenze del presidente Nicolás Maduro. Il Parlamento non viene sciolto ma il suo ruolo viene sterilizzato ad un semplice foro di dibattito. Nel migliore dei casi». Dobbiamo aspettarci la nascita di un Aventino venezuelano? «Ma intanto in un video l’ex procuratore Luisa Ortega Diaz ha detto oggi che dispone di prove su casi di corruzione legati alla multinazionale brasiliana Odebrecht “che coinvolgono Nicolas Maduro e il suo entourage”. Ortega Diaz ha sostenuto che i vertici chavisti “sono molto preoccupati, perché sanno che ho tutte le informazioni, i dettagli di ogni operazione e il nome di chi si è arricchito”. L’ex procuratrice è fuggita insieme al marito, il deputato chavista German Ferrer» (D. Mastrogiacomo, La Repubblica). Pare che il regime chávista sia coinvolto anche in assai lucrosi traffici di droga. Ma lascio volentieri ai professionisti delle mani pulite queste “problematiche” che non modificano di una virgola l’essenza della questione (almeno nella “declinazione” che mi sforzo di elaborare): la natura ultrareazionaria del regime di Caracas. Tutto il resto è propaganda e lotta politica interborghese, sul piano interno come su quello internazionale.

Scrive ancora Cremaschi: «Mezzo secolo dopo la rivoluzione cubana, Chavez e Morales si sono dati come obiettivo esplicito la ripresa della marcia verso il socialismo [ecco!]. L’hanno realizzato? Certo che no. Hanno dovuto fare compromessi e anche errori? Sicuramente e anche hanno commesso ingiustizie che hanno deluso una parte di chi li sosteneva. Ma ovviamente non è per questo che sono sotto attacco, al contrario lo sono proprio perché nonostante tutto questo non hanno rinunciato all’obiettivo del socialismo. Ed è proprio questa parola, socialismo, che dà fastidio e che crea persino rancore in una certa sinistra». E qui ritorniamo alla più gigantesca balla ideologica del XX secolo, riciclata in questo scorcio di XXI secolo, e alla cacca, con rispetto parlando (per la cacca!), di cui sopra. Lo ammetto: quando personaggi del tipo qui preso di mira straparlano di “socialismo” mi assale una fastidiosissima voglia di bastonarli. Si tratta di una bastonatura critica, sia chiaro.

Antonio Moscato, che a differenza di chi scrive (notoriamente un purista e un settario) aveva guardato con molta simpatia all’esperimento chávista, oggi stigmatizza l’atteggiamento acritico dei sinistri che appoggiano «senza se e senza ma» il regime di Caracas: «Qualunque critica alla situazione attuale [del Venezuela] viene messa in conto ai “servi dell’imperialismo”. Questo ricorda da vicino le accuse a chi ascoltava le voci del dissenso (in origine anche marxista) e i dati dell’economia per capire dove stava finendo il sistema che presumeva di essere il “socialismo reale” e per giunta credeva di essere eterno. Ogni esplosione di malcontento (che naturalmente veniva soppressa facilmente per l’efficienza dei vari KGB e affini non contro il nemico di classe ma verso i critici interni) veniva attribuita all’onnipotenza della CIA». Confermo. È dal remotissimo 1980, da quando cioè ho iniziato a criticare la menzogna del «Socialismo reale» (in realtà un reale Capitalismo), che mi sento dare del «servo sciocco dell’imperialismo» (cioè degli Stati Uniti e di Israele) da non pochi sinistrorsi devoti a Stalin e a Mao. D’altra parte, se perfino un Trotsky o un Bordiga passavano per «agenti del fascismo, del nazismo e dell’imperialismo», chi sono io per lamentarmi!

Riprendo la citazione (e mi scuso per la sua lunghezza): «Quelli che si erano chiusi gli occhi di fronte ai segni inequivocabili del declino e dell’involuzione definitiva dell’URSS potevano avere una mezza attenuante, era la prima volta. Ma ora, che attenuante possono avere i difensori di un sistema che affama la popolazione e pretende di rappresentare il socialismo? […] Gli argomenti dei difensori incondizionati di Maduro sono debolissimi ma inquietanti. Se la prendono con i giornalisti superficiali che parlano alla leggera di “dittatura”, ma sorvolano sulla dimensione reale dello scontro in Venezuela. Non è su astratti problemi di architettura istituzionale che è esplosa la crisi, ma sulla fame provocata da una politica economica dissennata. A differenza di molti degli ardenti sostenitori nostrani del regime attuale, io ho seguito dall’inizio il “processo bolivariano” senza pregiudizi per l’origine militare di Chávez, anche se con qualche cautela rispetto agli entusiasmi che ritenevo eccessivi di altri compagni che stimo, ma con un appoggio indiscusso a questa e ad altre manifestazioni di quello che avevo chiamato “il risveglio dell’America Latina” (titolo di un mio libro pubblicato da Alegre nel 2007). Tuttavia non mi ero nascosto mai il carattere non socialista (ma pur sempre positivo) delle misure di nazionalizzazioni con indennizzi consistenti, col risultato che il settore privato negli anni di Chávez si era rafforzato rispetto a quello pubblico. Le scandalose cessioni di bond dell’azienda petrolifera di Stato alla Goldman Sachs dell’ultimo periodo hanno rappresentato però un salto di qualità rispetto a una politica consolidata di favori concessi per ottenere la benevolenza dei grandi petrolieri, tanto è vero che sono rimaste segrete a lungo. Ma nessuno di quelli che del Venezuela non si erano mai occupati fino a quel momento ha avuto il sospetto che l’aumento delle proteste potesse essere collegato alle privazioni inflitte alla popolazione per assicurare questi regali alla grande finanza, e per far apparire il governo un buon pagatore del debito accumulato. Privazioni che si possono quantificare: hanno ridotto i tre quarti dei salariati a sopravvivere con meno di due dollari al giorno, è cresciuta di nuovo la mortalità infantile per carenze di medicinali che non vengono più importati, dato che l’importazione di beni e servizi è scesa da 66 miliardi di dollari nel 2012 a circa un miliardo e mezzo nel 2017».

Un post di Cronache latinoamericane invita a riflettere «intorno alla figura del lavoratore venezuelano, ricattato e costretto a percorrere la via scelta dal governo per poter mantenere il proprio posto di lavoro e portare il pane a casa. Cos’è quindi la coscienza di classe, come fa a provocare processi di emancipazione quando lo statalismo e la burocrazia dettano le regole del gioco? Quali spazi per la critica ci sono dentro al socialismo venezuelano?» La mia risposta a quest’ultima domanda è: zero spazi, per mancanza di materia prima, per così dire. Come ho più volte scritto, il «socialismo venezuelano» è una pura invenzione propagandistica utile a chi vuol fregare, da “destra” o da “sinistra”, le classi subalterne. Ma il post appena citato è interessante anche perché introduce un testo di Rolando Astarita, Professore di economia dell’Università di Buenos Aires, che offre alla riflessione del lettore utili spunti critici. Astarita lancia frecce critiche soprattutto in direzione dei difensori di Maduro, i quali «sono convinti che quando si costringe un operaio di PDVSA o della metropolitana di Caracas, ad andare a votare per Maduro, si stia rafforzando la coscienza socialista della classe operaia. Inoltre alcuni pensano che in questo modo il governo venezuelano stia combattendo pericolosi lavoratori ”contro-rivoluzionari pro-imperialisti”. Per questo motivo non vedono nulla di essenzialmente criticabile in ciò che fa Maduro. Essi hanno così tanto interiorizzato i metodi burocratici che li accettano con la stessa naturalezza  con cui diciamo “oggi piove”. Non hanno imparato nulla dalle tragiche esperienze del “socialismo reale”, delle collettivizzazioni forzate, dell’unanimità conseguita sulla base di campi di concentramento e muri di Berlino. Si tratta di una sinistra alienata dal nazionalismo statalista, a cui, come sempre, piace pensare che  “l’avanguardia illuminata” detiene la ragione storica che giustifica tutto. Tutto questo con una conseguenza brutale: agli occhi di milioni di sfruttati nel mondo, il socialismo oggi si incarna in Maduro che minaccia di punire i lavoratori “riluttanti”, nel contesto di un paese devastato dalla fame e scosso da ripetute uccisioni di manifestanti oppositori». Ciò che critico della posizione di Astarita è il fatto che egli concepisce lo stalinismo non come la negazione più patente del socialismo, ma come una sua forma degenerata (burocratizzata), e in ciò forse ha un peso la lettura trotskista della «degenerazione burocratica» del potere sovietico con l’ascesa della «cricca stalinista» dopo la morte di Lenin. Ma posso sbagliarmi. Per il resto considero molto interessante il suo scritto e invito a leggerlo.

(*) Scrive Raúl Zibechi: «Al di là di quanto possano sostenere le estemporanee dichiarazioni di Donald Trump, non sono certo le precarie condizioni della democrazia né esattamente l’eredità chavista del Socialismo del XXI Secolo la maggiore preoccupazione che spinge gli Stati Uniti ad avere tanta fretta di liberarsi del governo di Nicolas Maduro. Per comprenderlo, basta dare un’occhiata al profilo della presenza strategica cinese: il Venezuela è un “socio” importante per noi, sostiene il Global Times, rivista di proprietà del Quotidiano del Popolo. Caracas riceve già quasi la metà dei rilevanti prestiti cinesi nella regione sudamericana e a Pechino sono intenzionati a mantenere una solida presenza nell’area, del tutto indipendentemente dal colore politico dei governi che si succederanno. Gli investimenti più importanti sono naturalmente quelli nel settore petrolifero e, se tutto va come deve andare, presto il mercato cinese è destinato a superare quello statunitense per l’export venezuelano. […] «“Le sommosse politiche significano rischi per gli investimenti cinesi e la Cina deve apprendere ad affrontarle. La Cina non può rinunciare alla sua presenza economica in America Latina solo per la sua instabilità politica”, afferma l’articolo del Global Times». In altri termini, se il Venezuela e gli altri Paesi dell’America Latina vogliono avvantaggiarsi dell’amichevole attenzione del Capitale cinese, essi devono tenere sotto controllo l’effervescenza sociale e politica che da sempre li caratterizza. Gli affari hanno bisogno di sicurezza e di stabilità! Riprendo la citazione: «La Cina è uno dei principali soci commerciali dei paesi della regione e ha sostituito, dal 2005 al 2016, la Banca Mondiale e la BID (Banca Interamericana di Sviluppo) come principale fonte di prestiti, con 141 miliardi di dollari rovesciati sull’America Latina e i Caraibi, secondo l’Inter-American Dialogue. Il Venezuela assorbe quasi la metà del totale dei prestiti, con 62,200 miliardi di dollari, seguito dal Brasile con 36,800 miliardi, e abbastanza più indietro l’Ecuador e l’Argentina. Gli investimenti in Venezuela ebbero un picco nel 2010 e dopo sono discesi considerevolmente, ma continuano ad occupare un posto rilevante. Il grosso è destinato ad energia, ossia a idrocarburi, ma anche alle attività minerarie e alle infrastrutture. […] Proseguendo su questa strada, la Cina finirà con il sostituire gli Stati Uniti come principale mercato del petrolio venezuelano, che è il paese che ostenta le maggiori riserve mondiali di greggio. Questa realtà, più che il “socialismo del XXI secolo”, spiega i motivi di Washington per abbattere Maduro» (Sinistrainrete).

MARCINELLE 1956, MEDITERRANEO 2017. UNA FACCIA, UNA DISGRAZIA

Ni chiens, ni italiens!

Né cani, né africani!

Né cani, né africani, né omosessuali!

Né cani, né africani, né omosessuali, né…

 

Com’è noto, nell’immediato dopoguerra l’Italia siglò con il Belgio un accordo che prevedeva quote di carbone estratto nelle miniere di quel Paese in cambio di manodopera italiana, a testimonianza del fatto che, come diceva l’uomo con la barba, nel Capitalismo «il lavoro-merce è una tremenda verità». Scriveva Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera del 16 agosto 2016: «Eravamo Poveracci. Partivamo dal Nord, dal Centro e dal Sud con un panino o un’arancia in tasca, fuggivamo dalla povertà. I manifestini rosa che invitavano i ragazzi a emigrare in Belgio promettevano case per le famiglie, assicurazioni e buoni stipendi. Niente fu mantenuto: in Belgio gli operai venivano ospitati nelle baracche dei prigionieri di guerra. Erano partiti per cercare un po’ di benessere ma anche per rimediare alle lacune della manodopera belga che non voleva più scendere in miniera e preferiva lavorare nelle fabbriche. Il governo italiano, nel 1946, aveva firmato un accordo con Bruxelles che prevedeva uno scambio: per 1000 minatori mandati in Belgio, sarebbero arrivate in Italia almeno 2500 tonnellate di carbone. Uno scambio uomini-merce». Marxianamente parlando quest’ultima frase andrebbe riscritta come segue: uno scambio di uomini ridotti a merce con altra merce (materia prima); capitale/lavoro vivo (il mitico “capitale umano”) contro capitale/lavoro morto.

Leggo da qualche parte: «L’8 agosto 1956 nella miniera del Bois du Cazier, in Belgio un incendio causò la morte di 262 minatori di cui 136 italiani. La miniera di Marcinelle è diventata un simbolo e un santuario della memoria per tutti gli emigranti italiani che hanno perso la vita sul lavoro, spesso un lavoro duro, faticoso e pericoloso». La ricostruzione postbellica non fu esattamente un pranzo di gala, da nessuna parte. Ebbene, l’Italia ha fatto di quelle vittime del Capitale e degli interessi nazionali degli eroi, dei soldati-minatori caduti sul fronte del lavoro per mantenere alto l’onore e il prestigio della Nazione: «La memoria di questo tragico evento, che nel nostro Paese celebriamo come Giornata del Sacrificio del lavoro italiano nel mondo [che definizione fascistissima!], deve servire da guida per noi e per i nostri figli. Le nostre comunità all’estero non sono solo viste come destinatarie di servizi, ma anche e soprattutto come una componente essenziale della politica estera dell’Italia». Queste le dichiarazioni rilasciate dal sottosegretario agli Affari Esteri, Vincenzo Amendola, nel corso della commemorazione delle vittime di Marcinelle. Per quanto mi riguarda la nazionalità di quei salariati uccisi dai rapporti sociali capitalistici non ha alcuna importanza; «Non dimenticare Marcinelle» per me non significa in alcun modo sostenere le politiche di chi cerca di gestire le contraddizioni sociali ai fini della difesa dello status quo sociale implementando una strategia “buonista” («Gli immigrati fanno i lavori che noi italiani non vogliamo più fare, frenano il calo demografico nel Paesi ricchi e ci pagano le pensioni!»); né significa, ovviamente, tessere l’elogio dell’immigrato italiano “buono” (come i macaronìs!) che sgobbava senza lamentarsi – mentre i negracci che purtroppo riescono a sopravvivere al deserto, ai carnefici dei lager libici e ai pesci del Mediterraneo non hanno voglia di fare nulla di costruttivo!

Il 61esimo anniversario della strage di Marcinelle, celebrato lo scorso 8 agosto, ha offerto ai “buonisti” e ai “cattivisti” che si disputano la scena politica nazionale un’eccellente occasione per esibirsi dinanzi al pubblico dei rispettivi tifosi e detrattori. Come abbiamo visto il fronte buonista ha avuto i suoi campioni nel Presidente della Repubblica Sergio Mattarella («Generazioni di italiani hanno vissuto la gravosa esperienza dell’emigrazione, hanno sofferto per la separazione dalle famiglie d’origine e affrontato condizioni di lavoro non facili, alla ricerca di una piena integrazione nella società di accoglienza . È un motivo di riflessione verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell’Unione Europea»), nel Ministro degli Esteri Angelino Alfano («La tragedia di Marcinelle ci dà ancora oggi la forza di lavorare per un’Europa più coesa e solidale, come l’avevano immaginata i padri fondatori. Un’Europa che trae origine e sostanza dal genuino spirito di fratellanza fra i suoi popoli. Mi riferisco in particolare al flusso continuo di migranti disperati che oggi, come allora, cadono troppo spesso vittime») e, dulcis in fundo (ma si fa solo per dire), nell’immancabile Presidente (o Presidenta? o Presidentessa?) della Camera Laura Boldrini: «L’anniversario della tragedia di Marcinelle ci ricorda quando i migranti eravamo noi. Oggi più che mai è nostro dovere non dimenticare». Non dimenticare cosa esattamente? E «noi» e «nostro» in che senso? Ad esempio, chi scrive cosa ha da spartire con i campioni del buonismo appena citati? La nazionalità? Non c’è dubbio; ma è, questo, un connotato anagrafico che sempre chi scrive respinge sul terreno della lotta (si fa quel che può!) anticapitalistica, la quale, come ho già accennato, dissolve ogni appartenenza nazionale, razziale, religiosa e quant’altro per porre al centro dell’attenzione la disumana prassi del Dominio, la maligna entità storico-sociale che rende possibile anche le carneficine, in tempo di guerra come in tempo di – cosiddetta – pace. È questo d’altra parte il filo nero che lega la Marcinelle del 1956 al Mediterraneo del 2017. Ovviamente e come sempre, mutatis mutandis.

Cambiando dunque l’ordine cronologico delle stragi, il colore della pelle degli sventurati e il contesto storico/geopolitico degli eventi qui evocati, il risultato non cambia. E si chiama Capitalismo, la cui dimensione oggi è mondiale. La spinta migratoria che origina soprattutto nell’Africa subsahariana ha moltissimo a che fare con le dimensioni e con la natura invasiva del Capitalismo, il quale genera “scompensi”, magagne e contraddizioni sia là dove esso per così dire abbonda (vedi il cosiddetto Nord del mondo), sia là dove invece esso è asfittico e tarda a decollare, e questo, nella fattispecie, soprattutto a cagione della prassi colonialista e imperialista che vide protagonisti alcuni Paesi europei già a partire dalla fine del XV secolo. L’ineguale sviluppo del Capitalismo ha sempre creato onde di pressione sociale che coinvolgono l’intero pianeta, e che possono manifestarsi anche sottoforma di migrazioni di massa, un fenomeno che, come impariamo fin dalle scuole elementari, se osservato dalla prospettiva storica non ha in sé nulla di eccezionale: il bisogno spinge i popoli a muoversi, da sempre. Oggi questo processo sociale si dispiega nell’epoca caratterizzata dal totalitario dominio dei rapporti sociali capitalistici, e questo connotato storico-sociale gli conferisce la peculiare fenomenologia che ci sta dinanzi.

Ma ritorniamo a Miserabilandia! Dei buonisti abbiamo già detto. Immediata è scattata la rappresaglia dei cattivisti, i quali si sono prodotti nel solito coro: «Vergogna! Vergogna! Vergogna!». «Mattarella si vergogni», ha tuonato appunto il leader leghista Matteo Salvini. «È vergognoso – ha dichiarato Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e segretario della Lega Lombarda – che il presidente Mattarella nel ricordare la strage di Marcinelle paragoni gli italiani che andavano a sgobbare in Belgio o in altri Stati, dove lavoravano a testa bassa, dormendo in baracche e tuguri, senza creare problemi, agli immigrati richiedenti asilo che noi ospitiamo in alberghi [che invidia!], con cellulari, connessione internet [e io pago!], per farli bighellonare tutto il giorno e avere poi problemi di ordine pubblico, disordini, rivolte come quella avvenuta oggi nel napoletano dove otto immigrati minorenni hanno preso in ostaggio il responsabile della struttura che li ospita. Paragonando questi richiedenti asilo nullafacenti agli italiani morti a Marcinelle il presidente Mattarella infanga la memoria dei nostri connazionali. Si vergogni». Ecco appunto. Per il capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, «le parole di Matteo Salvini sono vergognose [ci risiamo!] perché offendono il Presidente Mattarella [e chi se ne frega!] e gli italiani»: nella mia qualità di disfattista rivoluzionario non mi sento offeso neanche un po’ dal vomito razzista che esce dalla bocca di Salvini e gentaglia simile. Questa è robaccia che può eccitare gli animi delle opposte tifoserie che siedono sugli spalti di Miserabilandia. Dal mio punto di vista buonisti e cattivisti pari sono, e rappresentano due opzioni interne all’esigenza di gestire i processi sociali e di controllare la società per garantire la continuità dello status quo sociale – sociale, non meramente politico-istituzionale.

Pare che anche qualche discendente delle vittime di Marcinelle si è sentito offeso dal buonismo presidenziale di Mattarella, da quello governativo di Alfano e da quello istituzionale della Boldrini: «Aldo Carcaci, figlio di un emigrato e oggi deputato belga, ha contattato IlGiornale.it dicendosi esterrefatto da quanto sentito in questa giornata di dolore. “Mi sento offeso dalle parole che ho sentito. Così come è offesa la memoria delle persone che hanno perso la vita nella miniera di Marcinelle. Paragonare quegli immigrati con quelli di oggi è sbagliato. Quando mio padre nel 1947 è andato in Belgio c’èrano degli accordi tra i due Paesi. C’era, da parte del Belgio, una richiesta di lavoratori. In Italia invece i giovani non hanno un impiego ed è quindi impensabile riuscire ad aiutare tutti i ragazzi africani che arrivano ogni giorno sulle nostre coste. Inoltre noi ci siamo integrati, abbiamo studiato, imparato la lingua e lavorato anche se subivamo episodi di razzismo”» (Il Giornale). Capito? Noi eravamo brava gente (e pure di pelle bianca, salvo qualche siciliano particolarmente abbronzato); loro invece…

Quanto escrementizia e risibile sia la disputa tra buonisti e cattivisti lo apprendiamo anche dalla discesa in campo dell’attore comico Jerry Calà («Capito?»): «Non paragoniamo i nostri emigrati per piacere! Loro chiusi in baracche da cui uscivano solo per lavorare e rientravano per farsi da mangiare. Mio zio è morto in Belgio nelle miniere per mantenere la famiglia italiana. Mi permetto di parlare perché ne sono parente e in quegli anni ci sono stato. In Svizzera, in Belgio, in Germania. Non facciamo paragoni assurdi per piacere! Gli emigranti italiani venivano trattati come animali da soma… pulitevi la bocca». Pare che l’indignazione dell’attore abbia riscosso un notevole apprezzamento in una non piccola parte di Miserabilandia.

Giustamente Francesco Cancellato (Linkiesta) considera «stucchevole e pedagogico sentirsi dire che dovremmo solidarizzare coi migranti perché un tempo lo siamo stati anche noi. Come se solo una pregressa condizione di sfruttati possa muoverci a pietà per una moltitudine di disperati in fuga dall’inferno. Come quando nei telegiornali una tragedia diventa tale solo se ci sono morti italiani». E soprattutto egli sottolinea le differenze che corrono tra la tragedia di Marcinelle e la strage continua dei «disperati in fuga dall’inferno», una differenza che, per così dire, porta acqua al mulino della moltitudine in fuga da guerre, fame, malattie, miserie d’ogni genere. Il paragone tra Marcinelle e il Mar Mediterraneo è tale da far impallidire i morti del 1956. Scrive Cancellato (il quale, beninteso, argomenta dal punto di vista degli interessi nazionali): «Nel 1956 eravamo alla vigilia di quello che oggi definiamo “miracolo economico italiano”, indotto dal Piano Marshall (sì, gli Stati Uniti ci aiutavano a casa nostra): nei quattro anni successivi, tra il 1957 e il 1960, per dire, la produzione industriale italiana crebbe del 31,4% e la crescita del Pil non scese mai sotto il 5,8%. Ritmi cinesi, insomma, per il quale c’era bisogno di materie prime come il carbone. Ed è proprio per quel carbone che fu firmato il protocollo Italo-Belga, dieci anni prima, nel 1946». In secondo luogo, «nel Canale di Sicilia, negli ultimi quindici anni, hanno perso la vita 30mila anime. Ripetetevelo nella mente: trentamila. Ci sono più cadaveri che pesci, in quel tratto di mare. Se vogliamo capire cosa provano quegli esseri umani che cercano di entrare in Europa – attraversando l’Italia – dal Canale di Sicilia, prendiamo la più grande tragedia della nostra stagione migratoria e moltiplichiamola per dieci, cento, mille, un milione. Magari servirà a farci capire a chi stiamo chiudendo le porte». In terzo luogo, «per convincere gli italiani a partire, nel 1946 l’Italia fu tappezzata di manifesti rosa che presentano i vantaggi derivanti dal mestiere di minatore: salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato. Per quanto terribili fossero poi le loro condizioni di lavoro, una situazione un po’ diversa rispetto a quella delle migliaia di schiavi africani che ogni anno raccolgono pomodori e arance tra Puglia e Sicilia. Se pensate siano fenomeni imponderabili, sappiate che solo a raccogliere i pomodori, ogni anno, sono impiegati quasi 20mila braccianti, molti dei quali senza contratto, molti dei quali stranieri, molti dei quali irregolari». Su questo aspetto rinvio a due miei post: Rosarno e dintorni e Uomini, caporali e cappelli.

Scrive il “realista” Maurizio Molinari: «L’integrazione dei migranti è un test di crescita per ogni democrazia industriale, capace di rafforzarne la prosperità come di indebolirne la solidità, e l’Italia non fa eccezione. Ecco perché è opportuno affrontare senza perifrasi la sfida che abbiamo davanti, guardando oltre liti politiche interne e dispute internazionali. […] L’interesse dell’Italia è dotarsi di provvedimenti, leggi e politiche che rendano possibile [l’integrazione degli immigrati] sulla base di principi condivisi: non tutti i migranti che sbarcano possono rimanere perché una nazione sovrana non è una porta girevole, ma chi viene accolto deve poter intraprendere un cammino verso la cittadinanza che include l’integrazione nel sistema produttivo. Poiché coniugare integrazione e sovranità è una sfida nazionale per essere vinta necessita il coinvolgimento di tutte le forze politiche del Paese, che si trovino al governo o all’opposizione poco importa, e in ultima istanza il sostegno e l’attenzione di tutti i cittadini italiani, a prescindere dalle fedeltà di credo o di partito» (La Stampa). Un appello che ovviamente non può convincere (anzi!) chi lotta contro gli interessi nazionali (vedi anche il mio post sulla Libia) e per la costruzione dell’autonomia di classe, la quale è tale solo se prospetta a tutte le vittime del Capitale, a prescindere dal colore della loro pelle, dalla loro nazionalità, ecc., la necessità e l’urgenza di unirsi in un vasto fronte anticapitalista. Tutto il resto (“buonismo” e “cattivismo”) è miseria capitalistica.

L’ARMATA BRANCAMADURO

– Andate al fronte, compañeros? Attenti alle fucilate! – E tutti si misero a ridere. Le sentinelle esclamarono:
– Addio! Non ammazzateli tutti! Lasciatene qualcuno per noi!
(J. Reed, Messico insorto).

«Vamos a matar, compañeros! La Brigata Maduro è pronta per partire per il Venezuela a difendere il regime chavista che, in un colpo solo, ha esautorato il Parlamento controllato dall’opposizione e ha affidato al presidente Nicolás Maduro i pieni poteri militari, economici, sociali, politici e civili. La dittatura si fa legge. Persino papa Francesco si è schierato contro Maduro. La Brigata Maduro, come ci ha raccontato Fabrizio Caccia sul Corriere, è folta: Gianni Minà, Fausto Bertinotti, Nichi Vendola, Gianni Vattimo, i parlamentari del M5S Manlio Di Stefano e Ornella Bertorotta, aperti sostenitori della rivoluzione bolivariana, e soprattutto il filosofo da talk Diego Fusaro, che si è auto-attribuito la patente di “intellettuale scomodo” (un altro!), in lotta per l’emancipazione umana. “Se Marx, Gramsci e Lenin fossero vivi – questo il pensiero del marxista immaginario e immaginifico – ora sarebbero qui a difendere il comunista e patriota Maduro dall’aggressione americana che, come nel Cile del ‘73, punta ad abbattere un governo che resiste al capitalismo globalizzato”. Vamos a matar, compañeros! Su minima&moralia Raffaele Alberto Ventura ha spiegato bene come la chiacchiera fusariana consista sempre “nel montaggio semi-aleatorio di un pugno di moduli argomentativi preconfezionati, di formule declamatorie”. Se Marx avesse le ruote… Quando il gioco si fa Maduro, i duri e puri cominciano a giocare» (A. Grasso, Il Corriere della Sera, 6 agosto 2017).

I chávisti con caratteristiche italiote hanno dunque la rara capacità di trasformare persino un Aldo Grasso qualunque in un gigante del pensiero politico-sociale. Complimenti! D’altra parte, come diceva quello: tutto è relativo!

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