“STRUTTURE DI PECCATO” E “CAVERNA EGOICA”. E POI DICE CHE UNO FA GLI SCONGIURI!

toto-874121Ha detto il Santissimo Padre in occasione della festa dell’Economia di Comunione (4 febbraio): «Il principale problema etico del capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere. […]. Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!». No, compagno Papa, questo è il capitalismo, il quale sa bene come promuovere qualsiasi tipo di merce, compresa quella immateriale chiamata “etica della responsabilità”. Una merce che si vende benissimo, tra l’altro, soprattutto fra le pecorelle smarrite più acculturate del gregge. «Il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione». Qui non posso dargli torto! E a questo punto non posso fare a meno di richiamare alla mente le tirate marxiane contro la filantropia borghese, questa cattiva coscienza buona solo a pareggiare i conti nella partita doppia dell’etica e a nascondere, peraltro abbastanza pietosamente, «l’antagonismo delle classi». Una sola citazione: «I filantropi vogliono insomma conservare le categorie che esprimono i rapporti borghesi, senza l’antagonismo che li costituisce e che ne è inseparabile. Essi credono di combattere sul serio la prassi borghese e sono più borghesi degli altri» (Miseria della filosofia). E, sia detto con il rispetto dovuto al Vicario di nostro Signore, Bergoglio non fa eccezione. Ne fornisco la prova: «È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle “briciole”. Si capisce, allora, il valore etico e spirituale della vostra scelta di mettere i profitti in comune. Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo con altri, soprattutto con i poveri […]. Quando condividete e donate i vostri profitti, state facendo un atto di alta spiritualità, dicendo con i fatti al denaro: tu non sei Dio, tu non sei signore, tu non sei padrone!». Marx avrebbe forse chiosato così: «In ogni tempo i buoni borghesi e gli economisti filantropi si sono compiaciuti di formulare questi voti innocenti» (ivi). L’innocenza e l’ipocrisia sono dunque le due facce della stessa cattiva moneta chiamata Capitalismo?

Pare che sia un’impresa impossibile capire che dove esistono il profitto e il denaro, comunque “concettualizzati”, deve necessariamente esistere una generale condizione di disumanità nella società, semplicemente perché, come ripeto ormai abbastanza stancamente post dopo post, il profitto e il denaro presuppongono e creano sempre di nuovo rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Si dirà che il Papa sarà forse un “comunista”, come credono molti politicamente indigenti, con rispetto parlando, si capisce, ma rimane pur sempre un Papa. Che pretendiamo, un Papa folgorato sulla strada che conduce a Treviri? E che Cristo! Lungi da me queste diaboliche pretese. Ma non mi pare che il resto del mondo la pensi, quanto al profitto e al denaro, diversamente da Francesco. Perfino certi “marxisti” pensano che «un altro capitalismo è possibile», magari cambiandogli semplicemente il nome. Scriveva a questo proposito Karl Korsch nel 1912: «Se si domanda a un socialista che cosa intende per “socialismo” si riceve come risposta, nel caso migliore, una descrizione del capitalismo e l’osservazione che “il socialismo eliminerà il capitalismo”». Dopo un secolo le cose non sembrano di molto cambiate, anche grazie al trionfo, nel secolo scorso, del Capitalismo di Stato in guisa di “Socialismo reale”,  e così il Papa oggi può passare per “comunista” solo perché predica, praticamente tutti i giorni, la seguente sciocchezza: «È l’uomo che deve dominare sul denaro e sul profitto, non il denaro e il profitto sull’uomo». Come faccio a non ridere, a non sparare sulla Croce Rossa?! Se hai il profitto e il denaro hai il dominio del Capitale sull’uomo, necessariamente, non perché il diavolo ci ha messo la coda o altro. Punto! È una questione di Dominio, Santo Padre, non di Demonio. Beninteso, so di predicare al vento, e quindi riprendo il ragionamento “anticapitalista” del Papa più amato dai progressisti.

Non si tratta, Egli dice, solo di «curare le vittime», ma soprattutto di «costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più». Dobbiamo dunque affidare le sorti dell’umanità a un miracolo? Nient’affatto! È sufficiente «cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale», perché «imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente. […] Quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato alla sua azione [ma] occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime». Il Papa ritorna spesso sulle «strutture di peccato», che forse è un modo cristianamente corretto di alludere ai rapporti sociali capitalistici, chissà. O forse, più semplicemente e “classicamente”, si evoca la presenza del Demonio su questa Terra. In ogni caso il “peccato originale” oggi si chiama Capitale, una potenza sociale tanto astratta quanto tremendamente concreta. Sempre a mio modestissimo avviso non bisogna «cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale», impresa che peraltro negli ultimi due secoli non ha avuto un gran successo, ma iniziare un altro gioco, un gioco che veda protagonisti solo uomini, e non classi sociali. Altro che (chimerica) comunione dei profitti! «Cambiare le regole del gioco»: così si esprimono le persone che rimangono alla superficie dei problemi, che non riescono a cogliere la realtà dei rapporti sociali che informano la nostra intera esistenza, nell’intero pianeta. «Cambiare le regole del gioco»: è un modo politicamente ingenuo e infantile di esprimersi – e di pensare.

Luca Kocci sul Manifesto commentava così il discorso del Papa qui citato: «Il Pontefice propone un riformismo radicale in un’ottica interna al sistema capitalistico». Perché, quelli del Manifesto propongono un’ottica diversa? Ma siamo seri! Anche il Manifesto si muove nell’ottica di «cambiare le regole del gioco».

A proposito di “comunisti”! Scrive Rossana Rossanda nella sua lettera al Congresso di Sinistra Italiana: «Di fatto, mi sembra che non si sia andati oltre al dilemma reale del Novecento: fra garanzia dei diritti civili e nessuna garanzia dei diritti sociali, oppure, all’opposto, garanzia dei diritti sociali e nessuna garanzia dei diritti di libertà». Qui la cosiddetta “signora del comunismo” ripropone la rancida, quanto infondata, distinzione tra «Capitalismo reale» e «Socialismo reale». Come se, “ai bei tempi”, i «socialismi reali» avessero garantito alle classi subalterne i «diritti sociali», sebbene a discapito dei «diritti di libertà»! Come se «la garanzia dei diritti di libertà», a sua volta, non fosse stata – e non sia – altro che, al contempo, una mistificazione ideologica e una prassi politica intese a rafforzare quel dominio sociale capitalistico che nega in radice la stessa possibilità di un’autentica libertà, inconcepibile in una società fondata sulla divisione classista degli individui. Lo stesso concetto di «diritto di libertà» contiene in sé la contraddizione che ne rivela il contenuto di classe, perché dove c’è il diritto, ossia la legge del Leviatano, la «libertà» è assimilabile all’ora d’aria concessa al detenuto. Ci si può accontentare, si può dire che ci può essere anche di peggio su questa Terra (vedi la Corea del Nord, ad esempio), e questo non lo nego affatto; ma si tratta pur sempre di un realismo che ci conferma nella schiavitù nei confronti dei rapporti sociali capitalistici. Anche nei lager nazisti o nei gulag stalinisti vigeva il relativismo delle condizioni, come hanno raccontato magistralmente Primo Levi e Aleksandr Solženicyn. La differenza tra quelle eccezionali condizioni e la normalità della prassi sociale è puramente quantitativa, non qualitativa: l’eccezione rivela piuttosto l’autentica natura della regola, e in questo preciso significato la conferma. Il peggio non conosce limiti, ed è su questa pessima verità che da sempre ha potuto contare il Dominio, che può sempre minacciare contro chi si lamenta un ulteriore giro di vite. Così è stato nei «capitalismi reali» e così è stato nei «socialismi reali», che poi altro non furono (e non sono: vedi la Cina) che dei reali capitalismi – più o meno “di Stato”.

La Rossanda conclude così la sua lettera: «I socialismi reali e i partiti comunisti si sono dissolti senza neppure affrontare le domande che avevano lasciate irrisolte». Questi sono problemi che lascio volentieri a chi in passato ha dato credito ai «socialismi reali» e ai «partiti comunisti», che personalmente ho sempre considerato capitoli particolarmente ignobili del Libro nero del Capitalismo mondiale.  «Quando ieri al congresso di Sinistra Italiana un giovane compagno ha terminato di leggere questo messaggio inviato da Rossana Rossanda tutti si sono alzati in piedi e hanno intonato l’Internazionale, il pugno alzato nel saluto comunista» (Il Manifesto). Dalla tragedia (lo stalinismo internazionale) alla farsa (i sinistri italioti).

Nel suo ultimo discorso da presidente degli Stati Uniti all’Assemblea delle Nazioni Unite il 20 settembre 2016, Barack Obama ha consegnato al mondo la perla di saggezza che segue: «In n mondo in cui l’1% dell’umanità controlla una ricchezza pari al 99%, non c’è uguaglianza». Caspita, non ci avevo mai pensato. Che grande verità ho appreso dalla bocca dell’ex leader massimo della prima potenza capitalistica del pianeta! Poi subito dopo Barack ha detto che «dopo la fine della guerra fredda possiamo dire che il mondo è più prospero che mai». Diciamo allora che io e il mondo marciamo su due strade parallele, diciamo…

L’altro ieri ho letto l’articolo di Giuliano Ferrara (Il Foglio) dedicato al «partito della Sconfitta Inc.», e mi sono confermato nell’idea che egli sia, fra gli intellettuali ultrareazionari di “destra” e di “sinistra”, quello di gran lunga più intelligente – semplicemente perché di solito non è ossessionato  dalla premura di mettere la sordina al cinismo insito nelle cose stesse, e non, in primo luogo, nelle parole chiamate a raccontarle. In ogni caso, lo cito: «Certo le destre arrembanti che attaccano globalizzazione e liberismo economico, sviluppo tecnologico e creazione di valore nei mercati aperti, hanno vinto la lotteria nel Michigan, devastano il linguaggio politico senza aggettivi, né corretto né scorretto, e pesano minacciose sulle elezioni francesi per scardinare Europa e diritti di libertà per ariani ed ebrei (l’Inghilterra in Brexit è un’altra cosa, è eccentrica, è un’isola). Certo la classe media dei paesi affluenti d’occidente è piena di problemi, è insofferente, si becca in pieno l’impazzimento del sistema della comunicazione fake-oriented, e le ondate di malessere vero si introducono dentro la sinistra, le sinistre, con una discreta violenza che a volte fa paura. Questo è ovvio, è il problema per tutti tranne che per i demagoghi e i loro servizievoli portavoce di tutte le risme.  […] La classe media disagiata perché ricca e welfarizzata soffre, d’accordo, in questa parte di mondo aperta all’uscita di miliardi di esseri umani dalla povertà e alla concorrenza di classi miserabili che tentano di essere meno miserabili, e in molti si domandano che fine farà il lavoro nell’epoca della robotizzazione, e magari qualche bru bru gli dice che si possono elevare muri contro la ricerca alleata della cattiva finanza come si progettano muri impossibili contro i messicani. D’accordo. Posto così, il problema è definito, ma già meglio del nuovo schema postmarxiano della proletarizzazione universale (cazzate anni Duemila che vengono direttamente dagli scarti degli economisti maoisti anni Sessanta del Novecento, tipo Baran e Sweezy). Domandina: c’è qualcuno che spiega loro che non è colpa di Reagan, della Thatcher, di Blair, di Clinton, di Lawrence Summers e magari di Google, Amazon, Merkel, Renzi e Macron? C’è? Non c’è». A questo punto mi faccio coraggio e timidamente domando: e allora, di chi è “la colpa”?, a chi dobbiamo attribuire il marasma sociale-esistenziale dei nostri pessimi e globalizzati tempi? La risposta l’ho già data prima e quindi vado avanti.

Ieri su Repubblica Massimo Cacciari evocava il grande spirito illuminista e riformista di Giordano Bruno, un grande filosofo che lottò contro «la decadenza d’Europa, contro il suo declino politico e morale»: «La guerra che ci separa fino a negarci non è soltanto un regresso allo stato dell’uomo lupo all’uomo, non è soltanto pazzia, di cui si è detto, ma pretenderebbe negare il supremo, ontologico vincolo di amore che regge l’universo nell’infinità dei suoi mondi. Ogni muraglia che qui si voglia innalzare pretende di ribellarsi all’eterno creare della Natura stessa, di cui la libertà della mente è esplicazione e immagine. L’Europa che si sprofonda nella sua caverna egoica, che sta portando a esiti estremi quel declino morale e politico, già tragicamente illuminato il 17 febbraio del 1600 dal rogo di Campo dei Fiori, questa Europa di mura, fittizie carceri e impotenti potenze, sarà eruttata via dalla potenza della stessa Natura, se si ostinerà a non ascoltare la voce dei suoi grandi, lo spietato realismo delle loro profezie, le loro dolorose verità. Memoria attiva, immaginativa, memoria di forze che possono essere genesi del nostro futuro. Memoria che questa Europa sembra impegnata solo a dimenticare». Solo ai grandi filosofi come Cacciari è concesso di sorvolare, senza temere una nota di demerito (diciamo), su una pinzillacchera, su una quisquilia che provo a riassumere così: «questa Europa» è l’Europa dominata dagli interessi capitalistici, è l’Europa delle nazioni che in passato hanno cercato di realizzare una massa critica (chiamata Unione Europea) per poter recitare un ruolo da protagonisti nella contesa interimperialistica, è l’Europa che non ha affatto (anzi!) risolto la rognosissima Questione Tedesca (la quale spiega anche i tentativi di Francia e Inghilterra di tenere a bada, con esiti altalenanti, la potenza oggettiva della Germania), è l’Europa alle prese con le contraddizioni sociali interne e internazionali generate dalla famosa – ma di non facile comprensione per certi filosofi – globalizzazione capitalistica. Oggi (vedi Il dubbio) Cacciari prega il Dio della Ragione perché il Partito Democratico non vada in frantumi consegnando il Paese ai grillini o “alle destre”. «E chi se ne frega!». È l’animaccia di Giordano Bruno che ha parlato, sia chiaro.

Leggiamo, per concludere degnamente, il piagnisteo di un altro uomo di buona volontà (Sergio Segio): «Le maggiori 200 multinazionali non finanziarie a livello mondiale impiegano 27.855.641 dipendenti e hanno avuto nel 2015 profitti per 18.811 miliardi di dollari, un valore superiore all’intero PIL degli Stati Uniti (18.700 miliardi). Se non si erode e ridimensiona fortemente questo potere e quello della finanza, causa prima delle enormi diseguaglianze sociali, delle crescenti povertà, delle devastazioni ambientali, del sistema della guerra e del neocolonialismo, di un modello di sviluppo centrato unicamente sul profitto, semplicemente e terribilmente non ci sarà futuro». E allora siamo davvero fottuti! Infatti, erodere e ridimensionare «fortemente» il potere sociale del Capitale è un’impresa forse ancora più titanica che volerlo annientare senz’altro, una volta per sempre. In ogni caso io mi tengo la mia utopia e lascio volentieri ai riformatori sociali che sprizzano “realismo” da ogni poro la loro mostruosa chimera. «Un vecchio proverbio boemo dice: “Il pessimista è un ottimista che si è informato”». Mi sa tanto che il proverbio citato dall’Elefantino nell’articolo sopramenzionato non dica poi il falso. Anzi!

1917 – 2017. IL GRANDE AZZARDO (II)

untitledL’emancipazione della classe operaia deve
essere opera degli stessi operai.
K. Marx.

Non è nel passato ma solo nell’avvenire che
la Rivoluzione sociale del [XXI] secolo potrà
trovare la fonte della sua poesia. Non potrà
iniziare da se stessa prima di essersi liberata
da ogni credenza superstiziosa nel passato.
K. Marx.

 

Nel post dedicato al Grande Azzardo del 1917 ho puntato i riflettori della ricostruzione storica (politicamente tendenziosa, mi rendo conto) sulla figura di Lenin, ossia sulla sua decisiva funzione politica nel processo rivoluzionario in Russia, considerato quest’ultimo come parte del più generale processo rivoluzionario in atto nel Vecchio Continente (1) nel momento in cui la Prima grande guerra imperialista rese evidente, trascorsi i mesi dell’euforia e della vera e propria ubriacatura patriottica che aveva devastato anche vasti strati delle classi subalterne, tutta la sua micidiale portata. In sede di bilancio storico, i protagonisti di quegli eventi saranno costretti a rivalutare in termini meno lusinghieri l’effettivo “tasso” di radicalismo rivoluzionario su cui allora poterono contare i comunisti europei, e a prendere atto invece di una riserva di stabilità capitalistica che avevano in parte sottovalutato. Questa riflessione è fondamentale per capire l’esito, alla fine catastrofico, dell’esperienza sovietica: ogni riferimento allo stalinismo è assolutamente voluto. Anche di questo ho fatto cenno nel precedente post.

Adesso cercherò di lumeggiare, sebbene a grandi linee e senza alcuna pretesa di obiettività storiografica (essendo chi scrive un militante anticapitalista e non uno storico, né un intellettuale di qualche genere), il ruolo che ebbero i Soviet nella Rivoluzione d’Ottobre, concepita quest’ultima non come un singolo grande evento, ma come un processo, il quale ancorché rubricato (trattasi di rivoluzione proletaria o di rivoluzione democratico-nazionale? o di altro ancora?) va in primo luogo studiato, avendo cura di lasciare fuori dalla porta ogni idealizzazione e ogni demonizzazione, e tenendo conto che solo fino a un certo punto la storia è maestra di vita, e ciò vale soprattutto a proposito dei fatti qui ricordati, così distanti non solo cronologicamente ma soprattutto in termini di contesto sociale.

Riassumendo al II Congresso della Terza Internazionale (1920) la tesi antiparlamentarista cara a tutta la sinistra comunista europea del tempo (da György Lukács a Herman Gorter, da Karl Korsch a Anton Pannekoek ), Amadeo Bordiga sostenne che «la Rivoluzione Russa è un esempio che non corrisponde alle condizioni dell’Europa Occidentale», volendo con ciò dire che le soluzioni tattiche che resero possibile la rivoluzione proletaria in un Paese capitalisticamente arretrato come la Russia mal si adattavano ai Paesi di più lunga tradizione capitalistica e democratica (2). Credo che sul punto, peraltro non di poco significato, i comunisti europei avessero ragione, e i capi bolscevichi (Lenin, Trotskij, Zinoviev) torto; ma questo adesso non ha alcuna importanza, e d’altra parte polemizzare con la storia prodotta dagli altri sarebbe non solo inutile, ma soprattutto ridicolo. Importante è invece capire fino a che punto il contesto sociale del XXI secolo relativizzi la portata degli insegnamenti che la Rivoluzione d’Ottobre può offrire all’odierno militante anticapitalista.

***

Il primo Soviet si formò, per quanto ho potuto appurare, il 15 maggio 1905 a Ivanovo-Voznesensk, distretto tessile di Mosca: «La piattaforma rivendicativa degli operai della zona richiedeva l’abolizione del lavoro notturno e del lavoro straordinario, il salario mensile minimo, l’abolizione della “polizia di fabbrica”, la libertà di parola e di riunione per gli operai. Il Soviet comprendeva 110 delegati ed aveva direzione collegiale; i suoi compiti erano: dirigere lo sciopero, impedire azioni e trattative separate, provvedere al mantenimento dell’ordine e al rafforzamento dell’organizzazione tra gli operai per impedire che si riprenda il lavoro senza la decisione del Soviet» (3). L’esperienza del Soviet di Ivanovo-Voznesensk terminò il 18 luglio con la ripresa del lavoro nelle fabbriche di tutto il distretto.

Il 13 ottobre si costituì invece il Soviet dei deputati degli operai di Pietroburgo (4), che funse un po’ da modello per gli organismi dello stesso tipo che presto si costituiranno a Mosca, Odessa e in altre città del Paese che vantavano una significativa struttura industriale. Perché una cosa appare chiara studiando il movimento sociale del 1905, e cioè la natura soprattutto cittadina e proletaria di questo evento (5), il quale solo entro certi limiti investì la campagna russa, e ciò ne rappresentò, al contempo, la forza politico-sociale (anche nei confronti del proletariato d’avanguardia occidentale, come capì soprattutto Rosa Luxemburg) e la debolezza. Dodici anni dopo, l’alleanza con i contadini poveri costituirà invece, insieme, la grande forza e l’estrema debolezza del proletariato rivoluzionario russo, il quale dopo aver vinto la prima mano del Grande Azzardo (costituirsi in potere rivoluzionario) perderà disastrosamente la partita sul terreno della (mancata) rivoluzione proletaria internazionale. Scriveva Victor Serge: «La prima rivoluzione russa non terminò con una sconfitta totale. Le masse operaie e contadine avevano perso il rispetto per l’autocrazia, avevano imparato a fronteggiare l’oppressione. Era un cambiamento psicologico di valore incalcolabile» (6). A mio modesto avviso la stessa cosa non si può dire per la seconda rivoluzione, la quale terminò infatti con una «sconfitta totale», e non solo per il proletariato russo ma anche, e direi soprattutto, per le classi subalterne di tutto il mondo: e qui come sempre alludo allo stalinismo, diventato a partire dagli anni Trenta il faro politico-ideologico dei lavoratori e dei “comunisti” di tutto il mondo (7).

Con la nascita dei Soviet il movimento sociale generato da cause lontane (l’arretratezza economico-sociale della Russia, particolarmente pesante nelle campagne) e recenti (l’ondata di scioperi che tra il 1902 e il 1903 aveva colpito soprattutto la Russia meridionale, la crisi economica e morale provocata dalla disastrosa guerra contro il Giappone) subì un eccezionale salto di qualità, acquisendo quella fisionomia sociale e politica che faranno della rivoluzione del 1905 «la prova generale» o «il prologo» dell’evento di cui oggi ricordiamo, a distanza di un secolo, il significato. In ogni caso, è certo che la rivoluzione del 1905 scosse fin nelle fondamenta la Russia zarista, la quale da quel momento entrò in un processo di dissoluzione che la Grande Guerra avrebbe accelerato e portato a compimento – anche in guisa di rivoluzione democratico-borghese.

Se è corretto sostenere che la presenza dei Soviet conferì una valenza decisamente rivoluzionaria al movimento sociale che prese piede in Russia a partire dal gennaio 1905, è anche interessante chiedersi cosa   conferisse una caratura rivoluzionaria a quell’organizzazione del tutto originale. In altri termini, si tratta di capire se il Soviet fu un organismo politico-organizzativo rivoluzionario in quanto tale, preso in sé, o se lo diventò sotto certe condizioni, e quali. Come vedremo questa domanda, che formulo solo per introdurre alcuni concetti che tratterò – spero – in seguito (sintetizzabili nella dialettica tra spontaneità e organizzazione), è particolarmente significativa alla luce della Seconda rivoluzione, quella appunto del 1917.

A proposito del carattere originale dei Soviet, c’è da dire che diversi storici hanno voluto vedere in essi non più di una riedizione in chiave aggiornata del tradizionale comunitarismo russo, il quale si espresse in organismi di vario tipo (Mir, Obšcina, Volost’, Artel) già alla fine del IX secolo. Pur non volendo negare in assoluto una qualche continuità con quella tradizione (il retaggio storico non è, come si dice, “acqua fresca” che non lascia il segno), qui è forse il caso di richiamare ciò che scrisse Marx a proposito della Comune di Parigi: «È comune destino di tutte le creazioni storiche completamente nuove di essere prese a torto per riproduzioni di vecchie e anche defunte forme di vita sociale, con le quali possono avere una certa rassomiglianza. Così questa nuova Comune, che spezza il moderno potere statale, venne presa a torto per una riproduzione dei vecchi Comuni medioevali» (8).

Scriveva Trotskij: «Quali erano le caratteristiche essenziali di questa istituzione che, in breve tempo, conquistò un posto così importante nella rivoluzione e contrassegnò con un tratto distintivo l’apogeo della sua potenza? Il Soviet organizzava le masse operaie, regolava gli scioperi e le manifestazioni, armava gli operai, proteggeva la popolazione contro i pogrom.  […] Il Soviet realizzava il potere nella misura in cui la potenza rivoluzionaria dei quartieri operai glielo garantiva; lottava direttamente per la conquista del potere, nella misura in cui questo restava ancora nelle mani di una monarchia militare e poliziesca» (9). Detto in altri termini, il Soviet per un verso realizzò, come poteva farlo nella concreta situazione storico-sociale della Russia del tempo, la “marxiana” costituzione in classe del giovane ma molto combattivo proletariato russo; e per altro verso si sostanziò come contropotere in atto, ossia come «potere rivoluzionario»: «Il Soviet è il potere organizzato dalla massa stessa, che domina tutte le sue frazioni» (10). Il suo più potente strumento di lotta fu lo sciopero politico di massa, una forma di lotta che a ogni istante pareva potersi mutare in aperta insurrezione (con tanto di assalto alle caserme per approvvigionarsi di armi) e che proprio per questo tanta impressione destò nell’ala più radicale della socialdemocrazia tedesca ed europea in genere, allora in lotta contro la tendenza sclerotizzante e opportunista che minava il socialismo sedicente marxista e che, come il fatidico agosto 1914 renderà evidente, andava ben oltre la posizione francamente riformista incarnata già alla fine del XIX secolo da Eduard Bernstein.

Scriveva Rosa Luxemburg nel 1906 «La rivoluzione russa ha ora per la prima volta fatto maturare una grandiosa realizzazione dell’idea dello sciopero di massa e dello stesso sciopero generale e con ciò ha aperto una nuova epoca nello sviluppo del movimento operaio. […] La rivoluzione russa, la stessa rivoluzione che fornisce il primo esemplare esperimento storico dello sciopero di massa, non solo non significa riabilitazione dell’anarchismo, ma al contrario significa addirittura una liquidazione storica dell’anarchismo. […] La Russia sembrava particolarmente adatta a diventare il campo sperimentale delle gesta dell’anarchismo. La Russia era la culla storica dell’anarchismo. Ma la patria di Bakunin doveva diventare la sua tomba» (11). Questa insistenza antianarchica, esagerata se riferita alla reale influenza delle posizioni anarchiche nei fatti del 1905, si spiega soprattutto con la polemica che la rivoluzionaria polacca aveva in corso contro un certo «marxismo ortodosso», il quale tendeva a svalutare gli insegnamenti che venivano dalla Russia: un Paese capitalisticamente arretrato e humus fertilissimo per ogni ghiribizzo anarcoide non aveva nulla da suggerire al movimento operaio dell’avanzata Europa. Il «marxismo ortodosso» veniva insomma mobilitato a sostegno della «calma routine parlamentare» contro ogni iniziativa autenticamente rivoluzionaria, bollata come avventurista – poi si dirà “leninista”.

La cieca spontaneità in Russia aveva sempre fatto il gioco dello zarismo, come attestano le numerose e violentissime rivolte contadine represse puntualmente con altrettanta violenza dall’esercito monarchico e dal suo tristemente celebre apparato poliziesco. Le forme organizzative (comitati, cooperative, sindacati più o meno formalizzati, ecc.) che presero corpo all’inizio del Novecento soprattutto nelle città industriali e minerarie del Paese cercavano di dare una risposta all’esigenza di dare un minimo di organizzazione e di indirizzo politico alla rabbia delle classi subalterne, affinché essa  non si risolvesse nel solito scoppio inconcludente, magari bello dal punto di vista estetico, ma del tutto inconcludente e impotente sul piano politico. La stessa vicenda della domenica di sangue (9 gennaio), da cui tutto prese inizio, dimostrò che la spontaneità delle masse, appena supera la soglia del mero istinto, cerca sempre una qualche forma organizzativa, un punto di riferimento politico e ideale, fosse anche tutto questo offerto da un prete (12). Nel 1905 e nel 1917 si trattò dunque di una spontaneità politicamente orientata (dapprima in senso genericamente rivoluzionario, in seguito con una caratura rivoluzionaria sempre più precisa), maturata attraverso anni di lotte, di successi parziali e di molte sconfitte. In questo senso parlare semplicemente di “spontaneismo proletario”, magari in contrapposizione con il momento soggettivo della rivoluzione, è infondato sul piano della ricostruzione storica e sbagliato dal punto di vista della teoria rivoluzionaria – e della prassi a essa dialetticamente, ma inscindibilmente, connessa. D’altra parte, la stessa prassi rivoluzionaria non è che la continuazione della teoria rivoluzionaria con i mezzi adeguati all’iniziativa politica, non è che la fenomenologi più perfetta di quella teoria. Naturalmente tutto questo non è pane per i denti di chi pensa, con Bernstein e Mussolini, che il movimento sia tutto e la teoria un lusso dottrinario che i proletari non possono permettersi.

Il soviet di Pietroburgo assunse nel corso della lotta nelle fabbriche, lungo le strade e, alla fine del 1905, dentro lo stesso esercito (con il famoso e assai significativo ammutinamento dei marinai della corazzata Potëmkin come episodio emblematico), la natura di un vero e proprio governo rivoluzionario, e a esso si possono senz’altro applicare, sempre mutatis mutandis, le parole che Marx spese a proposito della Comune di Parigi del 1871: «Il suo vero segreto fu questo: che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei  produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta» attraverso cui l’esercizio del potere operaio esce dall’astratta teoria e diventa prassi rivoluzionaria (13). Come i bolscevichi capiranno presto (e i menscevichi mai, e non certo per un difetto di intelligenza), il Soviet ben si prestava a fungere da strumento principe dalla «dittatura rivoluzionaria del proletariato», anche detta «democrazia rivoluzionaria del proletariato», o «governo rivoluzionario del proletariato», tutte formule che illuminano aspetti diversi di una sola totalità: il processo rivoluzionario avente come fondamento l’autonomia delle classi dominate e come obiettivo il superamento dei rapporti sociali capitalistici. Nel suo discorso di “autodifesa” pronunciato davanti al Tribunale di San Pietroburgo nell’ottobre del 1907, Trotskij tenne a sottolineare quanto segue: «Il Soviet non è stato altro che l’organo del governo autonomo delle masse rivoluzionarie da cui è nato, l’organo di un potere. […] I rappresentanti di un vecchio potere che si appoggia interamente su una sanguinosa repressione non hanno il diritto di indignarsi quando si parla dei metodi violenti del Soviet. Il potere storico in nome del quale parla qui il procuratore non è che la violenza organizzata da una minoranza contro la maggioranza. Il nuovo potere di cui il Soviet è stato il precursore è la volontà organizzata della maggioranza che richiama all’ordine la minoranza. È tutto in questa differenza il diritto del Soviet all’esistenza, diritto che sta al di sopra di tutti i dubbi giuridici e morali» (14).

«I Soviet», dirà Lenin nel luglio del 1917, nel momento in cui egli vedrà profilarsi all’orizzonte la possibilità che essi potessero subire un processo di rapida istituzionalizzazione, «sono un’istituzione che non esiste in nessuno Stato di tipo parlamentare borghese tradizionale, e non può esistere accanto a un governo borghese. […] Le alternative sono due: o un governo borghese tradizionale, e allora i soviet dei deputati dei contadini, degli operai e dei soldati sono inutili; essi saranno sciolti dai generali controrivoluzionari; oppure moriranno di morte ingloriosa» (15), ossia conserveranno magari il “glorioso” nome ma perderanno completamente la loro natura di classe. Detto en passant, è esattamente ciò che succederà ai Soviet già all’indomani della guerra civile, quando il proletariato d’avanguardia della Russia manifesterà i segni di una stanchezza materiale, politica e psicologica che presto o tardi doveva presentare il conto, e il proletariato europeo che avrebbe dovuto correre in suo soccorso segnerà una drammatica battuta d’arresto che si protrarrà per molti decenni ancora.

Quando, nel dicembre del 1905, il movimento rivoluzionario perse la sua “spinta propulsiva”, anche in seguito alla durissima repressione che si abbatté su di esso, i Soviet scomparvero dalla scena, per riapparire dodici anni dopo in occasione di un’altra crisi sociale, a dimostrazione che la loro esistenza si spiegava solo con la creazione di condizioni sociali eccezionali, tali da generare appunto un processo rivoluzionario di vasta portata. E qui arriviamo al Grande Azzardo.

the-second-all-russian-congress-of-soviet-in-petrogradIl 27 febbraio 1917 lo spettro del Soviet, che ormai aleggiava da mesi sopra un cielo sempre più carico di tempesta rivoluzionaria, decise, per così dire, di ritornare sulla scena in carne ed ossa. Il 18 febbraio gli operai delle officine Putilov di Pietrogrado (16) avevano proclamato lo sciopero, e nei giorni successivi il clima di lotta si era via via sempre più arroventato in tutta la città, coinvolgendo vasti strati della popolazione. Il 27 dello stesso mese accadde nella capitale un fatto decisivo, ossia il passaggio di alcuni reparti dell’esercito dalla parte degli operai in sciopero e minacciati dal pugno di ferro del regime, il quale lo stesso giorno intimò ai partiti borghesi di sinistra e di centro di non riesumare la Duma. Sempre lo stesso giorno fu formalizzato a Pietrogrado un Comitato esecutivo provvisorio del Soviet dei deputati operai, che a quel punto, nel vuoto di qualsivoglia forma di rappresentanza politica popolare, diventò il solo organismo politico del Paese provvisto di una legittimità  politica, che gli derivava dai rapporti di forza tra le classi, e di un vasto consenso popolare, che gli derivava anche dai fatti del 1905 (17). Si tratta della catena di eventi che porteranno alla caduta del regime zarista, che si rivelò essere al mondo intero non più di un colosso dai piedi d’argilla. Il 2 marzo Nicola II abdicava in favore del fratello Michele, il quale, a sua volta, il giorno dopo rinunciava al trono. Si consumò così la fine della dinastia imperiale.

Scriveva Trotskij: «Non è affatto esagerato dire che Pietrogrado ha fatto da sola la rivoluzione di febbraio. Il resto del paese non ha fatto che associarsi. La lotta c’è stata solo a Pietrogrado. […] Il rovesciamento del potere ebbe luogo per iniziativa e per opera delle forze di una città che rappresentava circa la sessantacinquesima parte della popolazione del paese. Se si vuole, si può dire che il più grande atto democratico fu compiuto in modo non democratico. Il paese intero si trovò di fronte al fatto compiuto. […] Al feticismo giuridico della “volontà popolare” le rivoluzioni hanno sempre inflitto rudi colpi, e tanto più implacabili quanto più erano profonde, audaci, democratiche» (18). Ovviamente qui il grande rivoluzionario sta difendendo, pensando più alla Rivoluzione d’Ottobre che a quella di febbraio, il diritto storico di una minoranza sociale (ad esempio il proletariato in alleanza con i contadini poveri) e di una minoranza politica (ad esempio, i Soviet egemonizzati dai bolscevichi) di non aspettare feticisticamente la convocazione dell’Assemblea Costituente e di tentare invece l’impresa rivoluzionaria che avrebbe fatto saltare lo schema strategico caro ai «marxisti ortodossi», radunati in gran numero nella fazione menscevica della socialdemocrazia russa. Ma di questo aspetto ho già detto nel precedente post.

Nel suo libro sulla Rivoluzione Russa Trotskij contesta la tesi “spontaneista” che circolò subito dopo i fatti di febbraio, e che attribuiva l’imprevista insurrezione a una sorta di «generazione spontanea» resa possibile dallo stato di esasperazione cui erano giunte le masse operaie e contadine. Questa tesi faceva comodo sia a chi nei mesi e nei giorni precedenti non aveva fatto niente per sostenere la spinta rivoluzionaria delle masse residenti a Pietrogrado, il cuore pulsante e il cervello della nuova Russia rivoluzionaria, sia a chi sperava in un’altrettanto spontaneo riflusso della marea sociale, che dopo lo sfogo del 27 febbraio doveva placarsi in base alle stesse leggi che regolano i fenomeni naturali: in fondo, dopo la tempesta arriva sempre la quiete! Ancora nessuno lo sapeva, ma la tempesta sarebbe arrivata da lì a poco, sottoforma di Lenin. La «generazione spontanea», osservava il fondatore dell’Armata Rossa, se è fuori luogo nelle scienze naturali, lo è ancor più in sociologia, e d’altra parte «l’esasperazione spiega molto poco». Tuttavia nessuno poteva contestare un fatto: tutte le organizzazioni politiche del Paese, dall’estrema destra all’estrema sinistra, furono colte alle spalle dall’accelerazione degli eventi, che le trovò del tutto impreparate. Gli stessi bolscevichi ebbero ben poco peso sugli eventi, anche perché la loro organizzazione scontava anni di persecuzione politica, così che capi e quadri dirigenti si trovavano ancora in esilio o nei luoghi di deportazione. Dunque, «resta un grosso punto interrogativo: chi ha guidato l’insurrezione? chi ha mobilitato gli operai? chi ha portato i soldati nelle piazze?» Trotskij ricostruisce assai efficacemente l’ambiente sociale e il processo psicologico di massa che vennero a realizzarsi nel corso della guerra. La catastrofica esperienza bellica aveva creato una grande comunità di sofferenza e di solidarietà (di cameratismo, come si diceva allora) tra gli operai della capitale e i soldati, che in maggioranza provenivano dalle campagne. La guerra aveva creato insomma un’inedita dimensione esistenziale, fatta di esperienze comuni, di confronti, di scambi d’idee su ciò che accadeva nel Paese e nel mondo. Gli operai più politicizzati, che avevano ben viva la memoria del 1905 e che in qualche modo per anni avevano orecchiato e “respirato” i discorsi dei socialisti e degli anarchici, in un primo momento erano stati surclassati dalla massa operaia conquistata dalla propaganda patriottica, ma col passare del tempo, ossia con il crescere delle sofferenze e dei sacrifici, riuscirono a mettere nuovamente la testa fuori dal coro e a porsi come punto di riferimento nelle fabbriche e nei quartieri proletari. Sebbene in una forma più attenuata, questo schema interpretativo è valido per tutte le più importanti città russe. L’impasto fra il cameratismo sociale delle classi subalterne (proletari e soldati-contadini) e gli elementi operai politicizzati creò il “miracolo” del 27 febbraio:  «I quartieri operai, le caserme, il fronte e anche, in misura considerevole, i villaggi diventavano in un certo modo vasi comunicanti. Gli operai sapevano quello che sentiva e pensava il soldato. Tra loro c’erano conversazioni interminabili sulla guerra, sulla gente che si arricchiva, sui generali, sul governo, sullo zar e sulla zarina. Il soldato diceva della guerra: Sia maledetta! L’operaio rispondeva parlando del governo: Siano maledetti rutti! Il soldato diceva: Perché qui al centro ve ne state zitti? L’operaio rispondeva: Quando si hanno le mani vuote [di potere, mi permetto di aggiungere], non c’è niente da fare. nel 1905, ci siamo già scontrati con l’esercito con scarso successo. Il soldato, dopo un attimo di riflessione: Ah! Se tutti si ribellassero insieme! L’operaio: Sì, tutti  insieme. Conversazioni di questo genere, prima della guerra, avevano luogo solo tra individui isolati e clandestinamente. Ora si parlava così da ogni parte, a ogni occasione e quasi apertamente, almeno nei quartieri operai» (19).

Quando ragioniamo intorno alla natura dei Soviet, è bene tenere in mente il complesso processo sociale, politico e psicologico qui appena abbozzato. Se il bolscevismo orientato da Lenin conquistò abbastanza rapidamente il consenso del Soviet di Pietrogrado già alla fine di aprile, ciò non si spiega solo col fatto che esso seppe giocare bene le carte che la storia gettò sul tavolo rosso del conflitto di classe, ossia, detto altrimenti, con la sapienza tattica di Lenin, un leader spregiudicato che sapeva mettere insieme una realpolitik spinta fino all’opportunismo con il più ardito avventurismo, come gli rimproverarono gli avversari della sinistra – dagli anarchici ai menscevichi, passando per i socialisti-rivoluzionari. A mio avviso la causa del rapido successo politico del partito di Lenin appare evidente se si tiene conto della sua capacità di interpretare lo spirito del tempo, l’inestricabile groviglio di spontaneità, politicizzazione, radicalizzazione sociale, desiderio di cambiamento e quant’altro. «Sentivamo nell’aria l’elettricità accumularsi. Sapevamo che essa sarebbe inevitabilmente esplosa in una tempesta», dirà Lenin il 7 novembre 1917.

Come scrisse John Reed, «Verso la fine di settembre del 1917 […] fra i braccianti e i salariati correva comunemente la frase “la terra ai contadini e le fabbriche agli operai”, e al fronte tutto l’esercito parlava di pace» (20). Mentre gli altri partiti di sinistra temevano di “cavalcare” le rivendicazioni delle classi subalterne (i menscevichi perché credevano che non fosse ancora venuto il momento di passare alla “fase socialista” della rivoluzione, i socialisti-rivoluzionari perché temevano l’egemonia proletaria nel processo rivoluzionario), il partito leninista vi vedeva invece l’eccezionale occasione per mettere in pratica decenni di approfondimenti teorici intorno al concetto di dittatura rivoluzionaria del proletariato come passaggio ineludibile in vista del superamento della dimensione classista della società e di ogni forma di coazione, a partire da quella politica che ha nello Stato la sua massima espressione. Si può fare! E se l’Azzardo appariva possibile, per Lenin bisognava superare ogni obiezione contraria, anche quella più fondata: l’arretratezza sociale della Russia, i rapporti di forza tra proletariato e contadini, tra città e campagna. Come ho insistito nel precedente scritto, Lenin concepiva il bolscevismo come parte organica del futuro Partito Comunista Mondiale, e la rivoluzione proletaria in Russia come un momento della più generale rivoluzione sociale internazionale, e per questo la scommessa andava assolutamente tentata, tanto più che l’esperienza della Comune parigina del 1871 dimostrava che anche una sconfitta in campo aperto fa avanzare la coscienza delle classi subalterne.

Al contrario della Comune di Parigi, schiacciata nel sangue dall’esercito prussiano “coadiuvato” da quello francese (21), all’esperienza sovietica toccherà in sorte un assai più tragico epilogo, che in parte le classi subalterne di tutto il mondo stanno ancora pagando, e cioè non una sconfitta in campo aperto, chiara, per mano dei nemici dichiarati del proletariato, ma una sconfitta ad opera di un processo sociale (di un fatto oggettivo, dunque) che troverà nello stesso partito che aveva promosso la Rivoluzione il suo strumento controrivoluzionario più potente. In realtà solo formalmente si trattava dello stesso partito, come cerco di spiegare nel testo Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924). Ma riprendiamo il filo del discorso.

In Stato e rivoluzione, scritto nell’agosto-settembre del ’17, Lenin cercherà di dare una base teorica alle scottanti questioni politiche del momento. L’autonomia di classe del proletariato trova la sua massima espressione quando essa si fa, per così dire, potere politico e si pone in antagonistica alternativa (pone l’aut-aut) nei confronti del potere costituito: buona parte di quel celebre libro penso si possa sintetizzare così.

Parlare di un nuovo potere significa parlare, se non si ha paura delle parole, di una nuova configurazione nell’esercizio del potere, ossia dello Stato come viene fuori dal processo rivoluzionario. Gli anarchici accusavano Marx e i marxisti di “statalismo” parchè i primi concepivano la comunità priva di Stato un lascito immediato della rivoluzione sociale, mentre i secondi si ponevano il problema, a mio avviso molto realistico, di come resistere all’inevitabile attacco controrivoluzionario da parte delle classi dominanti sbalzati con la forza dal potere, e di come organizzare la nuova società appena uscita da millenni di dominazione classista. Come scriveva Marx nella Critica al programma di Gotha (1875), peraltro un testo scritto contro lo statalista Lassalle, «Quella con cui abbiamo a che fare è una società comunista, non come si è sviluppata sulla base propria, ma al contrario come viene fuori dalla società capitalistica»; alla bacchetta magica degli anarchici Marx contrappose l’idea della «dittatura rivoluzionaria del proletariato» come «periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una [la società capitalistica] all’altra [la società comunista]» (22). Per Marx lo Stato nel periodo politico di transizione si configura appunto come «dittatura rivoluzionaria del proletariato», la quale ha in sé i presupposti del proprio superamento, porta con sé una metaforica data di scadenza: la fine degli antagonismi di classe. Se così non fosse, quella dittatura non sarebbe né proletaria né rivoluzionaria, ossia giustificabile solo con condizioni storiche rivoluzionarie, le quali, com’è noto, hanno per definizione una natura eccezionale, con ciò che ne segue anche in termini di durata: l’eccezione che si protrae troppo nel tempo puzza di mistificazione lontano un miglio. È fin troppo ovvio dire che non si può stabilire in anticipo sulla prassi quale sia la misura giusta della durata della transizione: questo è un problema che dovranno – eventualmente! – affrontare i rivoluzionari di domani. Ma mantenere una postura critica anche sul terreno della riflessione teorica aiuta a sviluppare gli anticorpi al dogmatismo: come diceva l’ubriacone di Treviri, la rivoluzione proletaria critica continuamente se stessa, proprio perché il suo obiettivo strategico, chiamato a informare le soluzioni tattiche, non è la solidificazione di un nuovo potere, ma il superamento di ogni forma di potere.

Sarebbe sommamente idealistico, e politicamente sciocco, riproporre oggi il problema della transizione negli stessi termini in cui lo fecero Marx e Lenin a partire dalle concrete condizioni sociali del loro tempo, così diverse dalle nostre. Il Capitalismo di oggi fa impallidire, quanto a potenza, diffusione, contraddizioni e quant’altro, quello conosciuto da quei due autorevolissimi personaggi. Tuttavia, il fatto che io non possa conoscere in anticipo le forme concrete che potrebbe assumere un ipotetico potere rivoluzionario delle classi subalterne, ebbene ciò non mi impedisce di sostenere, per libero e fondato convincimento e non in ossequio alla memoria di chicchessia, la tesi marxiana secondo la quale queste classi non devono semplicemente «prendere il potere», ma devono piuttosto distruggere il potere politico vigente per sostituirlo con un nuovo potere rivoluzionario, il quale deve promanare dalla loro prassi e deve avere come obiettivo strategico l’emancipazione dell’umanità attraverso la loro emancipazione sociale. È solo dinanzi a quella prassi, la cui possibilità devo qui solo ipotizzare, che la mia riflessione deve e vuole arrestarsi. (Una precisazione “metodologica”: parlo in prima persona non solo a causa di un innegabile vezzo individualistico, ma soprattutto perché a mala pena esprimo solo il mio punto di vista, ed è per rendere evidente la cosa e per non creare equivoci di sorta che cerco di non usare mai, o il meno possibile, il plurale maiestatis. Meglio essere chiari fino in fondo con chi legge).

«La rivoluzione non deve consistere nel fatto che la nuova classe comandi o governi per mezzo della vecchia macchina statale, ma che, dopo averla spezzata, comandi e governi per mezzo di una macchina nuova: è questa l’idea fondamentale del marxismo che Kautsky fa sparire o non ha assolutamente capito» (23). Con che cosa sostituire dunque la vecchia macchina statale spezzata dalla rivoluzione? Con i Soviet, è ovvio! «I soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini hanno il merito particolare di rappresentare un nuovo tipo di apparato statale, incommensurabilmente superiore, incomparabilmente più democratico» (24). In realtà la cosa a Lenin appariva ovvia solo fino a un certo punto. Infatti, solo l’egemonia dei bolscevichi all’interno dei Soviet permetteva che essi continuassero a conservare la natura di organismo rivoluzionario, mentre se essi fossero caduti in permanenza sotto l’influsso dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari, si sarebbero trasformati in organi della democrazia borghese o piccolo-borghese, e col tempo sarebbero stati sostituiti da forme più coerenti e mature di democrazia rappresentativa. Tutto il potere ai Soviet, certamente, ma solo nella misura in cui essi potevano costituire l’impalcatura del nuovo potere rivoluzionario, del nuovo Stato proletario (in alleanza con i contadini), mentre «i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi hanno fatto il possibile e l’impossibile per trasformare i soviet (soprattutto quello di Pietrogrado e quello di tutta la Russia, cioè il Comitato esecutivo centrale) in vani parlatoi, che si occupassero di votare, sotto l’apparenza del “controllo”, risoluzioni e auspici impotenti, che il governo, col sorriso più gentile e amabile, rimandava alle calende greche. […] Si vergognino coloro che dicono: “Non abbiamo un apparato che possa sostituire quello vecchio, che tende inevitabilmente a difendere la borghesia”. Perché questo apparato esiste: sono i soviet» (25). Naturalmente solo la prospettiva radicalmente rivoluzionaria e internazionalista dalla quale Lenin osservava il succedersi degli eventi gli consentiva di individuare nei Soviet la marxiana «forma politica finalmente scoperta» attraverso cui i dominati potevano costituirsi in potere rivoluzionario. Che i Soviet potessero oltrepassare davvero i confini della rivoluzione democratico-borghese era un’evenienza che allettava solo i bolscevichi, i quali durante «la ribellione di Kornilov, cioè dei generali e degli ufficiali dietro ai quali vi sono i grandi proprietari terrieri e i capitalisti» (Lenin), dell’agosto 1917 si posero a baluardo di tutte le conquiste ottenute fin lì dalla rivoluzione, la quale rischiava di venir soffocata in un mare di sangue. La creazione, il 12 ottobre, di un Comitato Militare Rivoluzionario e la formazione di Guardie Rosse come baluardi da contrapporre alle truppe controrivoluzionarie che volevano regolare i conti con la giovane democrazia sovietica rappresentano forse i due momenti più emblematici dei giorni che segnarono l’irresistibile ascesa del bolscevismo nelle città russe. Le fila del Partito Bolscevico incominciarono a ingrandirsi a un ritmo incalzante (ma solo attingendo dal proletariato urbano, mentre tra i contadini l’influenza dei bolscevichi cresceva ancora molto lentamente): dagli 80 mila membri dell’aprile passò ai 240 mila a inizio settembre. Ma al di là di questi numeri, occorre dire che intorno ai bolscevichi si creò una vasta area di consenso e di simpatia che rese possibile il prevalere dei bolscevichi nei Soviet più importanti del Paese alla vigilia dell’ottobre (26).

Dopo i fatti di giugno (disfatta della controffensiva militare antitedesca) e di agosto (fallimento del colpo di Stato militare) per Lenin e Trotskij fu relativamente facile convincere (anche nel senso di vincere insieme) il proletariato e i contadini poveri che solo andando avanti, approfondendo ulteriormente il carattere sociale della lotta per il pane, per la pace e per la terra, si poteva scongiurare un colpo di Stato ad opere delle forze più reazionarie e violente del Paese. Non si trattava affatto di demagogia, o di “populismo”, per usare il gergo politico dei nostri tristi tempi, ma di una maturazione collettiva del soggetto di classe, che allora prese la sostanza di una sempre più stringente dialettica tra Soviet e bolscevismo. Si avanzava politicamente e socialmente difendendo le “vecchie” conquiste rivoluzionarie: si trattò di un vero e proprio capolavoro di strategia rivoluzionaria comprensibile solo alla luce dei reali accadimenti, del reale sovrapporsi e intrecciarsi di fatti e di fattori (oggettivi e soggettivi), mentre chi vi vede solo il compimento di un piano elaborato a tavolino da una mente particolarmente geniale, o diabolica, si preclude ogni possibilità di comprensione. Ridurre il Grande Azzardo a un colpo di Stato organizzato e diretto dai bolscevichi ai danni «dell’autentica democrazia proletaria» incarnata dai Soviet è un’operazione politico-ideologica che semplicemente non tiene conto del reale svolgersi dei fatti, e per questo somiglia tanto a una pura e semplice calunnia.

Il dualismo di potere tra governo borghese e governo (di fatto) dei Soviet non poteva durare a lungo, né poteva mettere capo a una sintesi tra due soggetti che ormai non avevano alcun punto in comune e si guardavano con sempre maggiore diffidenza: il dualismo doveva sciogliersi necessariamente con il pieno successo dell’uno e la completa disfatta dell’altro. Una terza via avrebbe significato uno svuotamento del significato dei Soviet, ossia la vittoria del governo borghese, non una sintesi “più avanzata” tra i due opposti poteri, come sostenevano i menscevichi di destra. Scriveva Lukács nel suo Lenin (1924) «I consigli operai, anche nelle loro forme primitive e meno evolute, presentano già verso il 1905 questo carattere: costituiscono un contro governo. Mentre altri organi della lotta di classe possono adattarsi tatticamente, cioè possono condurre avanti il lavoro rivoluzionario anche in quelle circostanze, è proprio invece dei consigli operai di porsi rispetto al potere statale della borghesia nel rapporto di un secondo governo concorrenziale. Quando perciò ad esempio Martov, pur riconoscendo nei consigli degli organi di lotta, nega la loro qualifica a diventare apparati statali, egli elimina con ciò dalla teoria proprio la rivoluzione, la reale presa del potere del proletariato. Quando invece, dal lato opposto, alcuni teorici estremisti di sinistra fanno del consiglio operaio una organizzazione di classe permanente del proletariato e vogliono servirsene per soppiantare partito e sindacato, mostrano di non comprendere la distinzione tra situazioni rivoluzionarie e non rivoluzionarie e di non comprendere la funzione peculiare dei consigli operai» (27). La polemica con la sinistra consiglista e spontaneista di Gorter e Pannekoek è abbastanza evidente. Dal lato opposto, per riprendere lo schema lukacsiano, in Europa si affermò la tendenza a usare il termine Consiglio per designare organismi proletari, soprattutto di natura sindacale, che con il Consiglio russo, cioè con il Soviet, non avevano nulla a che fare. Il Soviet fu una pianta che poté vivere fino a quando il clima sociale si mantenne incandescente, ossia rivoluzionario, e anzi esso stesso era, insieme, l’espressione e una delle maggiori cause di quel clima. E questo si può dire anche dei Comitati di fabbrica che apparvero appunto nelle fabbriche dei maggiori centri industriali del Paese nel febbraio del ’17 e che il 30 maggio di quell’anno tennero la loro prima Conferenza a Pietrogrado: «Si dice spesso dei Comitati di fabbrica che essi sono “l’opera della rivoluzione”. È giusto, anche se i loro lontani prototipi sono esistiti molto tempo prima e molto tempo prima era iniziata, nella fabbrica, la lotta tra il capitale e il lavoro. È giusto perché la loro natura rivoluzionaria di lotta, la loro sostanza di classe si fa sentire soltanto durante la rivoluzione. Il loro ruolo finisce con la fine dell’ondata rivoluzionaria o, al contrario, con la vittoria della rivoluzione. […] Il loro ruolo economico, militante e rivoluzionario comincia e finisce con quel periodo caldo della lotta più accanita che abitualmente chiamiamo rivoluzione. […] Tutta la storia dei Comitati di fabbrica, negli anni 1917-18, è strettamente legata al Partito Bolscevico. Ed è normale. Un partito rivoluzionario e combattente non poteva non influenzare e dirigere le organizzazioni più strettamente legate alla classe operaia che lavorava per la rivoluzione. Le parole d’ordine e le tendenze che salivano dal profondo, ricevevano la loro formulazione, il loro contenuto ideologico e il loro cimento organizzativo dall’aiuto del partito» (28).

Lo stesso Partito Bolscevico nella sua configurazione di partito rivoluzionario di massa si spiegava solo con l’eccezionalità della situazione, perché solo quando impazza la tempesta rivoluzionaria le vele di un partito autenticamente rivoluzionario hanno modo di gonfiarsi. Ci sono cose che non sono buone per tutte le stagioni, come invece pensano i teorici del “partito rivoluzionario di massa” sempre e comunque, anche quando le classi subalterne mostrano di non riuscire a scrollarsi di dosso la mortale influenza dell’ideologia dominante. La caratura di massa del Pci nel Secondo dopoguerra, ad esempio, non era affatto una garanzia “di classe”, come affermava una sociologia volgare devota allo stalinismo, ma all’opposto dimostrava la natura profondamente borghese di quel partito, che per molti aspetti fu ancora più reazionario del PSI – ad esempio, sul terreno dei cosiddetti diritti civili e in materia di Giustizia.

Molti hanno voluto vedere nella bolscevizzazione dei Soviet un’inaccettabile forzatura da parte di Lenin e dei suo compagni, anche se non hanno potuto negare che, come documenta anche Oscar Anweiler nella sua “classica” Storia dei soviet, tra l’agosto e il settembre il bolscevismo divenne un vero e proprio movimento di massa, e non solo a Pietrogrado e a Mosca; si sarebbe trattato di una prevaricazione rispetto all’autonomia dei Soviet. Personalmente credo invece che in quel momento storico solo i bolscevichi furono in grado di difendere ed esaltare la natura proletaria e rivoluzionaria di quegli organismi. Ma posso anche sbagliare.  «L’esperienza della rivoluzione russa ci ha insegnato che la rivoluzione proletaria è opera dell’organizzazione di massa autonoma del proletariato (Soviet) e non di una minoranza rivoluzionaria organizzata in senso burocratico ed autoritario nel partito leninista. Nella Russia del 1917 la minoranza bolscevica vide nei Soviet (estranei alla sua impostazione ideologica) solo un momento tattico da usare opportunisticamente per i suoi progetti politici che, oggettivamente, hanno avuto per sbocco un capitalismo monopolistico di stato» (29). All’antistalinista di orientamento marxista che sostiene la tesi secondo cui lo stalinismo rappresentò la prosecuzione del bolscevismo leninista con altri mezzi in una nuova congiuntura storica dico: non sono d’accordo ma parliamone, può anche darsi che tu abbia ragione. Niente è più lontano dalle mie intenzioni di voler salvare a tutti i costi, magari contro l’evidenza dei fatti, Lenin dall’abisso stalinista, e la mia critica della sua filosofia materialistica dimostra, credo, come nei suoi confronti io abbaia maturato un atteggiamento abbastanza “laico” (30).

La convinzione che mi sono fatto è che agli occhi di Lenin i Soviet apparissero davvero, e non in chiave puramente strumentale-tattica, la «forma scoperta» della marxiana dittatura rivoluzionaria del proletariato, e che il loro svuotamento già nel corso del «Comunismo di guerra» (31), dovuto alla “pesantezza” e all’originalità dei problemi a cui i bolscevichi e l’intera compagine sociale si trovarono a dover fare i conti, più che a una scelta assunta freddamente dal partito leninista, rappresentò innanzitutto una sua durissima sconfitta politica. Quando nelle ore decisive dell’Ottobre Lenin disse, come racconta John Reed, che «Noi bolscevichi siamo dalla parte del proletariato, del proletariato contadino come del proletariato industriale», e che «I Soviet sono la forma più perfetta della rappresentanza popolare degli operai nelle officine e nelle miniere, e dei lavoratori nei campi», egli si limitò ad esprimere, dal punto di vista del partito proletario, un dato di fatto, oltre che una convinzione maturata ormai da tempo – certamente dal 1905. «In questo momento noi stiamo tentando di risolvere non solo la questione della terra», disse Lenin presentando il programma agrario dei bolscevichi al II Congresso dei Soviet dei deputati operai e soldati di tutta la Russia (25-26 ottobre 1917), «ma la questione della Rivoluzione Sociale, non solo in Russia ma in tutto il mondo. La questione della terra non può esser risolta indipendentemente da tutti gli altri problemi della Rivoluzione Sociale» (32). Anche nel momento in cui Lenin ricerca il vitale appoggio dei contadini poveri, egli non si presenta ai loro occhi come un leader genericamente popolare e, men che meno, nazionale ma come un’esponente del proletariato d’avanguardia del Paese e del mondo. «Il gruppo Spartacus intensifica sempre più la sua propaganda rivoluzionaria. Il nome di Liebknecht, infaticabile combattente per gli ideali del proletariato, diviene ogni giorno più popolare in Germania. Noi crediamo nella rivoluzione in Occidente ma non possiamo decretare la rivoluzione, ma aiutarla e favorirla possiamo» (33). E noi “rivoluzionari” del XXI secolo possiamo crocifiggere Lenin perché la sua fiducia nel proletariato occidentale si rivelò, alla fine, infondata? Certo, si può sempre dire che il capo bolscevico si accreditava come internazionalista mentre agiva da rivoluzionario nazionalista, ma questo, anche alla luce del materiale storico che ho studiato, non lo credo.

Già alla fine del 1920 Lenin è costretto a parlare di «ritirata strategica» e della necessità di ricalibrare i rapporti con i contadini, “poveri” o “ricchi” che fossero (nell’ormai devastata campagna russa questa distinzione non sempre aveva un reale significato), ossia con quella enorme massa sociale che aveva reso possibile, attivamente o esercitando una benevola neutralità, l’Azzardo del proletariato russo. Mi permetto di citarmi: «Resistere, indietreggiare, guadagnare tempo: la tattica leniniana dopo l’Ottobre ruotava ossessivamente e necessariamente intorno alla fondamentale questione dei tempi, sempre decisiva nella prassi sociale, e ancor più decisiva nelle epoche delle guerre e delle rivoluzioni. Ma ciò – la “ritirata strategica” – che riuscì allo zar Alessandro I contro Napoleone, e poi a Stalin contro le armate tedesche, purtroppo non riuscì a Lenin contro il capitalismo nazionale e internazionale. Ai compagni di partito che lo invitavano a precisare meglio i limiti dell’annunciata “ritirata strategica”, Lenin rispondeva, in modo sempre più insofferente, di non sapere dove fossero esattamente questi benedetti limiti, e che era sciocco volerli tracciare sulla carta, in astratto, aprioristicamente, senza cioè tenere in considerazione tutta una serie di circostanze, anche – o soprattutto – di natura internazionale. “Indietreggiare è molto spiacevole – scriveva Lenin il 29 ottobre 1921 –, ma quando ci si fa battere non si chiede se la cosa sia piacevole o spiacevole; le truppe si ritirano e nessuno se ne stupisce. Perché dunque dobbiamo inventarci in anticipo delle situazioni da cui non si può uscire?” Da notare: “quando ci si fa battere”» (34). Parafrasando Tacito, che di azzardi e guerre civili s’intendeva, possiamo dire che se «nelle vicende private si può procedere con gradualità e, secondo la volontà di ognuno, rischiare di più o di meno», chi aspira al potere «non ha via di mezzo tra la vetta e l’abisso». D’altra parte, dal potere non ci si può dimettere: a guerra civile finita, e brillantemente vinta sul terreno militare, i bolscevichi dovranno fare i conti con questa amara constatazione, che presto prenderà l’aspetto di una tragedia.

Come ho scritto altrove, dalla comoda – e spero non sbagliata – prospettiva storica la Rivoluzione d’Ottobre mi appare prossima alla fine già all’indomani della guerra civile, e senza che i protagonisti ne avessero, in generale, il sentore, anche se le sensibili antenne di Lenin non mancarono di registrare il rapido declinare della carica rivoluzionaria nello stesso proletariato, ossia nella base sociale del Partito Bolscevico, nella classe che aveva conferito appunto una natura proletaria (in un’accezione non meramente sociologica) alla seconda rivoluzione del 1917. La rivolta di Kronstadt (marzo 1921) annunciò nel peggiore dei modi il ritorno indietro dell’onda, il riflusso dell’energia rivoluzionaria che aveva reso possibile l’Ottobre e che adesso era prossimo a trasformarsi in uno spaventoso tsunami controrivoluzionario. Lukács colse bene il rapido mutamento di fase: «Il secondo Congresso Mondiale della Terza Internazionale ha cominciato i suoi lavori nel mezzo dell’offensiva vittoriosa delle truppe rosse nel cuore della controrivoluzione mitteleuropea. Il Terzo Congresso presumibilmente si riunirà sotto l’effetto della repressione della sollevazione di marzo in Germania» (35). L’esaurirsi della “spinta propulsiva” rivoluzionaria su base internazionale rendeva ormai pressoché inevitabile la morte dell’esperienza rivoluzionaria in Russia, che difatti si verificò, e nel modo di gran lunga peggiore per il proletariato di tutto il mondo, ossia sotto le sembianze di un successo: quello del «socialismo in un solo Paese». Non è serio dire oggi cosa avrebbero dovuto fare allora Lenin, i suoi compagni di partito e i comunisti occidentali per mettere in salvo la natura proletaria del Grande Azzardo, e infatti su questo punto non dirò nulla, anche perché la cosa, oltre che poco sensata, mi appare al di là delle mie scarse capacità intellettuali.

Scrive Raffaella Fittipaldi: «I Soviet del 1905 rappresentano l’incontro del pluralismo politico russo, quelli del 1917, bolscevizzati, fungono da leva del potere che durerà fino alla fine del secolo» (36). Per dirla con Marx, la rivoluzione del 1905 (o quella del febbraio ‘17) «era stata la bella rivoluzione, la rivoluzione della simpatia generale», mentre quella dell’Ottobre ’17 «è la rivoluzione brutta, la rivoluzione ripugnante, perché al posto della frase è subentrata la cosa». Quanto alla fine del potere sovietico (sto parlando della cosa, non della frase) personalmente proponga una ben diversa datazione, e non a caso individuo nella morte di Lenin la data-simbolo che si presta bene come momento riassuntivo di una sconfitta maturata nel corso di pochi ma intensissimi anni. In un’intervista rilasciata a Radio Radicale qualche settimana fa Sergio Staino, il noto vignettista e direttore della moribonda Unità, si è prodotto nella seguente “confessione”: «Ho una lunga esperienza comunista alle spalle, e come tutti i comunisti sono stato anch’io stalinista». Come se lo stalinismo fosse stato – e sia, in forma più o meno residuale e camuffata – una variante, magari “degenerata” e particolarmente brutta, sporca e cattiva del comunismo, e non invece, come ho sempre pensato, una sua radicale negazione. L’associazione comunismo-stalinismo è certamente il lascito peggiore del cosiddetto «comunismo novecentesco», che poi non fu altro che l’espressione delle tante “declinazioni” nazionali (togliattismo, titoismo, maoismo, eccetera, eccetera, eccetera) dello stalinismo, ed è soprattutto per questo che preferisco lasciare agli altri il nome e tenermi la Cosa. Il nome è morto, viva la Cosa!

È tempo di mettere un punto! Per un verso la rivoluzione sociale anticapitalistica e il potere rivoluzionario, ancorché transitorio e umanamente orientato, delle classi subalterne devono essere opera di queste stesse classi (37); Marx si espresse in questi termini: «organizzazione dei proletari in classe, e quindi in partito politico». Per altro verso la coscienza di classe, ossia la chiara comprensione da parte del proletariato della sua posizione sociale e del suo «compito storico», non si fa strada nella sua testa spontaneamente, come immediato riflesso delle sue condizioni sociali, come dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio i fatti, non le elucubrazioni dottrinarie di Tizio o Caio.  È con la complessa equazione – o dialettica – sociale qui appena tratteggiata che da Marx in poi i comunisti hanno dovuto misurarsi. Abbiamo visto come Lenin e suoi compagni di partito cercano di sbrigare la difficile pratica a partire da una concreta situazione storico-sociale.

Per quanto mi riguarda, in nessun caso il potere rivoluzionario del proletariato può corrispondere al potere del partito rivoluzionario esercitato in esclusiva, perché se così fosse non ci sarebbe nessuna rivoluzione in corso e nulla che possa surrogarne la mancanza. Questa è la tesi che sostengo e che difendo anche contro chi concepisce, magari senza averne una chiara consapevolezza teorica, la «dittatura rivoluzionaria del proletariato» come dittatura del partito che si concepisce come avanguardia del proletariato mentre ne pratica piuttosto la sostituzione, credendo, in ottima fede, di poterne incarnare e rappresentare le istanze rivoluzionarie. Nessuno si affatichi a dimostrarmi l’estraneità della mia tesi rispetto all’autentico pensiero “marxista-leninista”: la sosterrei in ogni caso, non “a prescindere”, ma per intima convinzione. D’altra parte l’ho sempre detto: non sono un marxista – figuriamoci poi un marxista-leninista!  Rimane da capire, almeno per chi scrive, come oggi debba o possa configurarsi un soggetto politico rivoluzionario, e quale ruolo esso dovrebbe e potrebbe avere ai nostri tempi, così indigenti di esperienze rivoluzionarie dalle quali attingere la linfa che alimenta un pensiero autenticamente critico-radicale. Sono, questi, tutti problemi la cui soluzione non si trova in qualche pur mirabile testo scritto in un’altra era capitalistica. Ma questa è ovviamente una mia personalissima convinzione. «Non è nel passato ma solo nell’avvenire che la Rivoluzione sociale del [XXI] secolo potrà trovare la fonte della sua poesia. Non potrà iniziare da se stessa prima di essersi liberata da ogni credenza superstiziosa nel passato» (38). Diciamo che il presente non ispira molto ottimismo, ed è forse per questo che siamo così affezionati alle vecchie poesie.

an-assembly-of-the-petrograd-soviet-1917(1) «Compagni, fin dall’inizio della rivoluzione d’ottobre, il problema della politica estera e delle relazioni internazionali si è posto per noi come il problema principale, non solo perché l’imperialismo implica da ora in poi un forte e stabile coordinamento di tutti gli Stati del mondo in un sistema unico, ma anche perché la vittoria completa della rivoluzione socialista è inconcepibile in un solo paese e impone la più attiva collaborazione almeno di alcuni paesi progrediti, tra i quali non possiamo collocare la Russia. Ecco perché una delle questioni principali della rivoluzione consiste oggi nell’accertare in che misura riusciremo a estendere la rivoluzione ad altri paesi e in che misura riusciremo intanto a resistere all’imperialismo» (Lenin, Discorso sulla situazione internazionale, VI Congresso dei soviet, novembre 1919, in Opere, XXVIII, p. 152, Editori Riuniti, 1967). La Rivoluzione d’Ottobre rimase isolata e alla fine la resistenza vittoriosa all’imperialismo durante gli eroici anni della guerra civile (o «Comunismo di guerra», per usare quella che anche Lenin definirà una pessima definizione) non fu sufficiente a metterla al riparo dal processo sociale capitalistico.
(2) «Oggigiorno si afferma comunemente che la questione del parlamentarismo non è una questione di principio, ma semplicemente una questione tattica. Nella sua indubbia esattezza quest’affermazione presenta però non poche oscurità. … Proprio il fatto che nell’ambito del parlamento un’aspra critica della società borghese appare possibile [come sostenevano i bolscevichi a difesa del “parlamentarismo rivoluzionario”], contribuirà al disorientamento, auspicato dalla borghesia, della coscienza di classe del proletariato. La finzione della democrazia parlamentare borghese si basa proprio sul fatto che il parlamento appare non come organo dell’oppressione di classe ma come l’organo di “tutto il popolo”. Ogni radicalismo verbale – con il fatto stesso della sua possibilità d’esplicarsi in parlamento – risulta opportunistico poiché rafforza negli strati meno coscienti del proletariato le illusioni nei confronti di questa finzione. Bisogna quindi sabotare il parlamento in quanto parlamento, e l’attività parlamentare dev’essere proiettata oltre il parlamentarismo» (G. Lukács, La questione del parlamentarismo, 1920, in Scritti politici giovanili, 1919-1928, pp. 78-79, Laterza, 1972). Proprio per il suo grande significato politico e ideologico (una realtà di classe che si presenta ai dominati con le sembianze di una realtà “popolare”) l’antiparlamentarismo riveste per me un significato strategico, e non semplicemente tattico. Lo stalinismo agì su Bordiga e su Lukács in due modi affatto diversi (ma, a mio avviso, tutt’altro che complementari): il primo, nel tentativo di contrapporre immediatamente la politica rivoluzionaria di Lenin a quella controrivoluzionaria di Stalin, decise di mettere la sordina alle divergenze “tattiche” che lo avevano contrapposto al leader russo morto nel 1924, sacrificando con ciò sull’altare della continuità e della fedeltà al marxismo rivoluzionario «da Marx a Lenin» l’iniziale e promettente originalità di pensiero rispetto al bolscevismo (che nella sua prospettiva antistalinista diventa una pianta buona per ogni clima); il secondo, braccato sul piano politico e personale da tutte le parti (dalla controrivoluzione “bianca” come da quella “rossa”), pensò bene di attuare una “ritirata strategica” che lo portò sotto l’ala “protettiva” del regime sovietico, cosa che priverà il suo pensiero di quella capacità critico-rivoluzionaria così evidente nei suoi scritti giovanili e in Storia e coscienza di classe, non a caso considerato un libro sbagliato dal “nuovo” Lukács. Forse il lascito più pesante della “conversione” stalinista dell’intellettuale ungherese si può individuare, sul piano dottrinale, nella sua adesione al Diamat, ossia a quella volgare concezione del mondo «che s’approssima in misura considerevole al materialismo borghese delle scienze naturali», come il “giovane Lukács” aveva rimproverato al libro di Bucharin del 1922 sulla Teoria del materialismo storico. Ma proprio sulla “filosofia materialista” centrata su Engels (Antidühring e Dialettica della natura) e su Lenin (Materialismo ed empiriocriticismo) possiamo trovare robuste convergenze tra l’antistalinista Bordiga e lo stalinista Lukács. Misteri della filosofia?
(3) Tutto il potere ai Soviet! Per una critica comunista libertaria al leninismo e allo spontaneismo, Organizzazione Anarchica Marchigiana, Ancona, dicembre 1975.
(4) «Il soviet di Pietroburgo in un primo momento fu diretto da un popolare avvocato, Chrustalev-Nosarʹ, arrestato e sostituito ben presto da Trockij. Il soviet [era] diretto da Trockij e ispirato dai bolscevichi» (V. Serge, L’anno primo della rivoluzione russa, p. 26, Einaudi, 1991). «Il 13 ottobre ebbe luogo la prima seduta del Soviet di Pietroburgo. Al contrario del Soviet di Ivanovo-Voznesensk, e sulla scia del consiglio degli operai tipografi di Mosca, il Soviet di Pietroburgo non restò solo un organo di direzione dello sciopero, ma assunse subito un carattere politico e rappresentativo. Il 17 ottobre, alla seconda seduta, si strutturò eleggendo un comitato esecutivo composto, in principio, da 22 persone, si diede un organo di stampa e scelse la denominazione che da allora in poi lo accompagnerà: Sovet rabočich deputatov (Consiglio dei deputati degli operai)» (R. Fittipaldi, Fondamenti e sviluppi della teoria dei soviet nel caso russo, p. 14, Università degli studi di Firenze, 2012).
(5) Anche se non va trascurata la condizione sociale reale dello stesso ambiente metropolitano russo. Come sempre, tutto va “relativizzato”, ossia contestualizzato sul piano storico-sociale. Scrive Raffaella Fittipaldi: «I Soviet del 1905 portarono alla luce la grande contraddizione della modernità russa: la forza sociale del proletariato di fabbrica immersa in un contesto industriale ancora arretrato. […] Lo stimolo ai moti operai provenne dalle caratteristiche della prima fase del capitalismo. Infatti, mentre nel resto dell’Europa centrale il proletariato di fabbrica aveva una base urbana, in Russia l’operaio era ancora intrinsecamente legato al villaggio, tanto che non smetteva mai di essere contadino e, dopo la stagione di lavoro nella fabbrica, tornava in campagna a svolgere un altro lavoro. La grande maggioranza della popolazione era ancora contadina, ma un intenso processo di industrializzazione andava ponendo le basi per la nascita di una precaria classe operaia. Infatti, unitamente all’aumento dell’urbanizzazione, alla creazione di nuove città e di nuovi sobborghi, si sviluppava la fabbrica e cresceva la mole di lavoro salariato» (Fondamenti e sviluppi della teoria dei soviet nel caso russo, pp. 9-10).
(6) V. Serge, L’anno primo della rivoluzione russa, p. 27.
(7) Ad esempio, il vizio d’origine del Pci, da Gramsci in poi, fu la sua piena adesione allo stalinismo: «Soltanto con il III Congresso di Lione del 1926, Gramsci scalzerà definitivamente Bordiga dalle posizioni di predominio, dentro il Pci, avviando quella pericolosa deriva verso l’imitazione dei modelli staliniani che minerà a fondo l’indipendenza e l’originalità del partito italiano» (Gino Longo, figlio del più celebre Luigi; cit. tratta da R. Festorazzi, Rivoluzionari. Il secolo comunista raccontato da Gino Longo, p. 20, Pietro Macchione Editore, Varese, 2016). Scrive Giorgio Galli nella sua Storia del PCI a proposito del Comitato esecutivo del partito comunista a guida gramsciana (1925): «Il linguaggio, che riecheggia quello dell’apparato staliniano che in quegli stessi mesi sta preparando il terreno per il XIV Congresso del partito che ormai controlla, corrisponde a un nuovo concetto per il quale i dirigenti in carica si identificano col partito. […] Dunque, da nemico della Centrale, cioè del partito, l’oppositore [l’antistalinista] è già trasformato in “agente provocatore”. E alle parole seguono i provvedimenti disciplinari: nel giugno Ugo Girone viene espulso. […] Nello stesso mese di luglio Terracini viene arrestato, ma in agosto Togliatti, scarcerato per amnistia, torna a fianco di Gramsci per dirigere con lui la battaglia contro le superstiti velleità bordighiane. […] Alla presunta ragione che la Russia conferiva all’argomentazione di Gramsci, la grande maggioranza dello stato dirigente del Pci sacrificò il principio dell’esame critico, tollerando le falsificazioni e le sopraffazioni» (Storia del PCI, pp. 112-118, Bompiani, 1976). La leggenda metropolitana del Gramsci antistalinista della prima ora non regge un solo istante alla prova dei fatti – ha invece retto benissimo alla luce dell’ideologia.
(8) K. Marx, La guerra civile in Francia, p. 115, Newton, 1973.
(9) L. Trockij, 1905, pp. 203-204, Newton, 1976.
(10) Ibidem, p. 205.
(11) Alludo ovviamente al prete Gapon, il promotore del movimento che il 9 gennaio portò una massa di proletari e di contadini poveri d’avanti al Palazzo d’Inverno per ricevere dall’amatissimo Sovrano la risposta alle richieste formulate nella loro petizione: «Indicaci, o Sovrano, quale strada dobbiamo scegliere tra la libertà e la felicità o la tomba, e noi la seguiremo denza fiatare anche se fosse quella della morte»
(12) R. Luxemburg, Sciopero generale, partito e sindacati,  in Scritti politici, pp. 298-299, Editori Riuniti, 1967.
(13) K. Marx, La guerra civile in Francia, p. 117, Newton, 1973.
(14) L. Trockij, 1905, p. 274.
(15) Lenin, Discorso sull’atteggiamento verso il governo provvisorio, I Congresso dei soviet, giugno 1917, Opere, XXV, pp. 11-12, Editori Riuniti, 1967.
(16) Allo scoppio della prima guerra mondiale la città di San Pietroburgo venne ribattezzata, per iniziativa dello zar Nicola II, Pietrogrado per archiviare una denominazione che ricordava fin troppo la nemica Germania.
(17) La prima grande città a seguire l’esempio di Pietrogrado fu Mosca. La notte tra il 27 e il 28 febbraio il Comitato locale bolscevico invitò gli operai ad eleggere i loro delegati (1 delegato ogni 500 operai). Pietrogrado e Mosca delinearono due possibili modelli di Soviet: il primo univa in un solo consiglio i deputati degli operai e dei soldati; il secondo proponeva due consigli distinti, uno per i deputati operai e uno per quelli dei soldati. Sulla scia di questi due prototipi, si costituirono i Soviet nelle province. Cfr. Oscar Anweiller, La storia dei soviet. 1905-1921, pp. 189-203, Laterza, 1972.
(18) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, I, pp. 162-163, Mondadori, 1978.
(19) Ibidem, p. 171.
(20) J. Reed, 10 giorni che fecero tremare il mondo, p. 29, Mondadori, 1982.
(21) «Il fatto che dopo la guerra più terribile dei tempi moderni l’esercito vincitore e l’esercito vinto fraternizzino per massacrare in comune il proletariato, questo fatto senza precedenti indica … che la guerra nazionale è una semplice mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi e viene messa in disparte non appena la lotta di classe divampa in guerra civile. Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti» (K. Marx, La guerra civile in Francia, p. 141). Durante la Prima guerra mondiale gli autentici marxisti europei, a cominciare, come abbiamo visto, da Lenin, tennero ferma la straordinaria lezione comunarda come si trova nelle parole di Marx, e promossero, a rischio della vita, il disfattismo antinazionale anche in quei Paesi nei quali la questione nazionale aveva ancora qualcosa da dire (vedi i socialisti Serbi); lo stesso non si può dire per i sedicenti marxisti attivi durante la Seconda guerra imperialista – i quali, è sempre bene ricordarlo, ingurgitarono anche il Patto Molotov-Ribbentrop, e ho detto tutto. Sui sovranisti “comunisti” che agiscono nell’epoca del dominio totale e totalitario del Capitale sul mondo, è meglio stendere un velo di disprezzo e non sprecare altre parole.
(22) K. Marx, Critica al programma di Gotha, pp. 52-53, Savelli, 1975.
(23) Lenin, Stato e rivoluzione, Opere, XXV, p. 457, Editori Riuniti, 1967.
(24) Lenin, Uno dei problemi fondamentali della rivoluzione, settembre 1917, Opere, XXV, p. 351.
(25) Ivi.
(26) «Le nuove elezioni portarono all’interno del sistema consiliare a far avere ai bolscevichi il Soviet di Kronstadt con 100 rappresentanti (contro 75 socialisti-rivoluzionari, 12 menscevichi internazionalisti, 7 comunisti-anarchici, 90 senza partito che appoggiavano l’estrema sinistra), in mano ai bolscevichi andarono inoltre i Soviet della Finlandia, dell’Estonia, degli Urali, della flotta del Baltico, della V Armata e del Soviet di Pietroburgo dove il 25 settembre i bolscevichi riuscirono a far eleggere presidente Trockij. L’influenza leninista nel Soviet di Mosca fu ugualmente determinante. Dal canto loro i socialisti-rivoluzionari avevano il predominio in molte grandi città (Kiev, Rostov, Arcangelo, ecc.), in Ucraina e nell’immensa maggioranza dei consigli contadini. I Menscevichi in fase di netto riflusso restavano i più forti nel Caucaso e in Georgia. In Siberia bolscevichi e socialisti-rivoluzionari disponevano di una uguale forza. Massimalisti, Anarcosindacalisti e Comunisti-Anarchici (pur mancando questi ultimi due di un’organizzazione specifica nazionale che potesse coordinarne e pianificare le azioni) erano in netta ascesa un po’ ovunque e per la prima volta avevano acquistato importanti posizioni in numerosi Soviet» (Tutto il potere ai Soviet! Per una critica comunista libertaria al leninismo e allo spontaneismo, Organizzazione Anarchica Marchigiana).
(27) G. Lukács, Lenin. Unità e coerenza del suo pensiero, pp. 77-78, Einaudi, 1970.
(28) A. M. Pankratova, I consigli di fabbrica nella Russia del 1917, 1923, pp. 9-11-22, Savelli, 1973. «Il proletariato, senza attendere una sanzione legislativa, cominciò a fondare quasi simultaneamente tutte le sue organizzazioni: i Soviet dei deputati operai, i sindacati e i Comitati di fabbrica» (ibidem, p. 14).
(29) Tutto il potere ai Soviet! Per una critica comunista libertaria al leninismo e allo spontaneismo, Organizzazione Anarchica Marchigiana.
(30) Si veda, ad esempio, Il mondo come prassi sociale umana.
(31) Alludo alla verticalizzazione estrema delle decisioni (e quindi del potere) che si realizzò nel corso della guerra civile, che costrinse il Partito Bolscevico ad assumersi in prima persona, per così dire, la responsabilità di gran parte di quelle decisioni.
(32) J. Reed, 10 giorni che fecero tremare il mondo, p. 270.
(33) Lenin, Discorso e risoluzione…, 7 novembre 1917, in Opere, XXVI, p. 275, Editori Riuniti, 1966.
(34) S. Isaia, Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924), p. 123.  Ho citato Lenin da La Nuova Politica Economica…, Opere, XXXIII, pp. 48-49, Editori Riuniti, 1967.
(35) G. Lukács, Di fronte al Terzo Congresso, 1921, in Cultura e rivoluzione, Newton, 1977.
(36) R. Fittipaldi, Fondamenti e sviluppi della teoria dei soviet nel caso russo, p. 5.
(37) «Al tempo della creazione dell’Internazionale, abbiamo formulato il motto della nostra battaglia: l’emancipazione della classe operaia sarà opera della classe operaia stessa. Di conseguenza, non possiamo fare causa comune con persone che dichiarano apertamente che gli operai sono troppo incolti per liberarsi da sé e che devono essere liberati dall’alto, cioè da filantropi borghesi piccoli e grandi» (F. Engels, Circolare dell’A. I. L del 17 settembre 1879). Contro ogni concezione borghese e piccolo borghese del partito rivoluzionario, Marx ed Engels sosterranno sempre il principio dell’autonomia di classe: «Il proletariato non può agire come classe che costituendosi egli stesso in partito politico distinto, opposto a tutti i vecchi partiti formati dalle classi possidenti; tale costituzione del proletariato in partito politico è indispensabile per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale e del suo scopo supremo: l’abolizione delle classi» (Risoluzione adottata dalla Conferenza dell’A. I. L. di Londra, 1871).
(38) K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, p. 176, Einaudi, 1976.

TRUMP E ALTRO. A PROPOSITO DI POST-VERITÁ

20161119_ldd001_0«Il presidente statunitense Donald Trump, ospite di una delle trasmissioni di punta dell’emittente Fox News, pressato dalle domande del conduttore, Bill O’Reilly, ha affermato di rispettare il suo omologo russo, Vladimir Putin. Quando il giornalista ha domandato al Tycoon come lui possa nutrire stima per il presidente russo, ex ufficiale del Kgb accusato di aver fatto uccidere numerosi oppositori politici, Trump ha risposto: “Putin un assassino? E noi? Pensa che siamo poi così innocenti?”, aggiungendo: “ci sono stati e continuano ad esserci un sacco di assassini anche negli Usa”» (Notizie Geopolitiche). Chi può sostenere il contrario, con qualche pur minima probabilità di successo, è pregato di farsi avanti.

In un editoriale il Wall Street Journal ha fatto dell’ironia sulla dichiarazione di Trump, sostenendo che «questo tipo di equivalenza morale metterebbe in difficoltà perfino Jane fonda in una manifestazione di estrema sinistra contro la guerra». Non stento a crederlo. È esattamente l’esibito politically incorrect trumpiano che disturba molto chi oggi negli Stati Uniti contesta il nuovo inquilino della Casa Bianca non, beninteso, nella sua qualità di massimo rappresentante politico-istituzionale degli interessi della classe dominante statunitense, o quantomeno di una sua parte (com’è noto, solo contro i lavoratori i padroni si coalizzano fra loro facilmente), nonché dei giganteschi interessi (economici, geopolitici, ecc.) che fanno capo alla prima potenza del pianeta, bensì perché il miliardario newyorchese appare ai loro educati occhi troppo brutale, volgare, cattivo, razzista, fascista e quant’altro. Quanto ridicoli, meschini e servi sciocchi mi appaiono tutti quegli intellettuali, tutti quegli artisti (più o meno pseudo), tutte quelle star della musica, del cinema e della televisione che oggi affettano pose di superiorità politico-antropologica nei confronti di Trump e del suo elettorato, e che si disperano perché il Paese a stelle e strisce non ha al comando il bastone da essi desiderato! «Il mio Presidente non è Donald Trump!». E chi se ne frega! Per questi servi sciocchi fa dunque una bella differenza cantare o recitare in onore di questo piuttosto che di quel padrone, pardon: Presidente; e ciò che ai miei occhi appare più odioso è che essi esprimono l’orientamento della cosiddetta opinione pubblica americana, diversamente collocata sul piano politico ma unita al cospetto dei sacri interessi nazionali.
I “sinistri” americani temono che con Trump il buon nome della super potenza statunitense possa appannarsi agli occhi del mondo. A questo proposito scriveva qualche giorno fa Giuseppe Cucchi su Limes: «L’approccio del primo presidente afro-americano e quello del magnate newyorkese all’apparenza non potrebbero essere più diversi. Eppure la priorità di entrambi è la stessa: conservare il primato statunitense». E fin qui c’ero arrivato pure io. La continuità del dominio sociale attraverso i cambiamenti che si registrano nella sfera politica è qualcosa che sfugge a chi non riesce ad andare oltre la schiuma del processo sociale.

In ogni caso, e in ossequio al detto che dal male può anche venire il bene (come dalla tragedia può anche scaturire la farsa), la “sinistra” americana è pronta a «pensare in grande», almeno a dar retta a Christopher D. Cook: «Le proteste e le esplosioni di dissenso sui social media prendono proporzioni enormi. Dobbiamo volgere tutto questo a nostro favore, costruire una ribellione coerente e compatta; una reazione, uno scossone da dare alla classe lavoratrice, e una coalizione intelligente fra le diverse anime costituenti, che mettano insieme la maggioranza progressista di questo Paese, e che portino ad un grande rifiuto del Partito Repubblicano alle elezioni di metà mandato, la vittoria in numerosi Stati, e la nascita di un movimento concreto, progressista e di larghe intese. […] Spingiamo il Partito Democratico verso una direzione indiscutibilmente più progressista, e sviluppiamo delle alternative indipendenti dal panorama elettorale corrente» (Progressive, 27 gennaio 2017). Che si stia verificando ciò che profetizzava Slavoj Žižek alla vigilia del voto “rivoluzionario” dell’8 novembre? «La vittoria di Trump», scriveva infatti l’intellettuale sloveno, «contiene in sé un grave rischio, non c’è dubbio, ma la sinistra sarà mobilitata solo dalla minaccia di una catastrofe. Né Clinton né Trump stanno “dalla parte degli oppressi”, per cui la vera scelta è astenersi dal voto o scegliere tra i due quello che, pur non valendo nulla, apre le maggiori possibilità che si inneschi una nuova dinamica politica che possa condurre alla massiccia radicalizzazione della sinistra». Dichiarazione oltremodo dialettica che si era meritata la pungente e non del tutto infondata (anzi!) ironia di Giuliano Ferrara: «Su Repubblica un testo delirante del delirante filosofo sloveno diceva ieri che ci si può astenere, ma se si vota la scelta è Trump, così la sinistra rivoluzionaria saprà che cosa fare per quattro anni almeno». Mi aspetto qualche sussulto anche da parte del “movimento pacifista”, latitante negli anni del premio Nobel Obama – e della coppia più bella del mondo Putin-Assad (*).

«L’equivalenza morale» tra la Russia di Putin e l’America di Trump denunciata dal WSJ piace invece molto ai sovranisti europei, a quelli di “destra” come a quelli di “sinistra”. A proposito di quest’ultima «equivalenza» politica, il politologo francese Dominique Moïsi ha dichiarato al Corriere della Sera del 6 febbraio quanto segue: «Bisogna capire che sui temi della globalizzazione il Front National oggi è un po’ l’equivalente di quel che un tempo era il partito comunista. Ha un’ideologia anti-capitalista [sic!] molto vicina all’estrema sinistra. I discorsi di Jean-Luc Mélenchone e di Marine Le Pen, sul piano dell’economia e dell’avversione nei confronti del mondo globalizzato, sono abbastanza vicini». Non c’è dubbio. Come ho scritto altre volte, gli estremi si toccano quando condividono lo stesso terreno di classe, per usare un vecchio ma non logoro gergo “critico-radicale”. Ad esempio, rispetto ai “comunisti” di cui parla lo scienziato della politica appena citato chi scrive non è né “più a sinistra” né “più a destra”: è piuttosto altrove, si muove appunto su un diverso e anzi opposto terreno di classe, non importa con quale capacità (davvero minima!) in fatto di dottrina politica e con quale successo (lasciamo perdere…). Ai tempi di Marx e di Lenin i termini “destra” e “sinistra” identificavano la differenza abissale che corre tra reazionari e rivoluzionari, tra oppressori e oppressi, tra sfruttatori e sfruttati; ormai da tempo la politologia e il personale politico che ci amministra li applicano invece ai diversi partiti e movimenti che a diverso titolo e con diverse funzioni sono al servizio dello status quo sociale. Perché, com’è noto, questo regime sociale si può sostenerlo da “destra”, dal “centro” e da “sinistra”: è una gara a chi lo sostiene con maggiore efficacia!

Frattanto, con le parole di Moïsi ci troviamo per l’ennesima volta dinanzi alla castroneria più insulsa, ridicola e menzognera che sia mai uscita dal cervello umano negli ultimi millenni: il “comunismo” concepito alla stregua di un capitalismo nazionalista, protezionista, statalista. Se qualcuno può scrivere senza temere di cadere nel ridicolo che Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen esprimono, sebbene da posizioni politiche diverse, «un’ideologia anti-capitalista», allora è proprio vero che viviamo nell’epoca della post-verità.

(*) «Amnesty International ha accusato il regime siriano di aver impiccato circa 13.000 persone in cinque anni, tra il 2011 e il 2015, in una prigione del governo vicino Damasco, denunciando una “politica di sterminio”. In un rapporto, in cui si riporta l’esito di interviste a 84 testimoni, tra cui guardie, prigionieri e giudici, Amnesty segnala che almeno una volta alla settimana tra il 2011 e il 2015 gruppi fino a 50 persone sono stati presi dalle loro celle per processi arbitrari, picchiati e poi impiccati “nella notte, in totale segretezza”. La maggior parte delle vittime sono civili, percepiti come oppositori del governo del presidente Bashar al Assad» (askanews, 7/02/2017).

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