IRAN. ORRORE UMANO

Dopo una serie di ridicoli quanto cinici tentativi intesi a negare le proprie dirette responsabilità, «L’Iran ammette di aver abbattuto l’aereo di linea ucraino, per un errore umano» (Ansa). Il cosiddetto «errore umano» ha fatto 176 vittime, a ulteriore dimostrazione che nelle guerre moderne sono i “civili” i più esposti alla carneficina organizzata dalle classi dominanti. «Scusandosi e porgendo le condoglianze alle famiglie delle vittime dell’aereo ucraino abbattuto dopo il decollo da Teheran, il Quartier generale delle Forze armate iraniane afferma in un comunicato che metterà in atto “riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro” e che perseguirà legalmente “coloro che hanno commesso l’errore”». Traduzione: il sanguinario regime iraniano impiccherà qualche militare per saziare la “fame di giustizia” dell’opinione pubblica interna e internazionale e chiudere senza troppe perdite l’imbarazzante (faccio della triste ironia) caso. Ovviamente il regime ha rigirato la scottante frittata in chiave antiamericana: «Il ministro degli Affari esteri iraniano Mohammad Javad Zarif afferma che “l’errore umano” dietro all’abbattimento dell’aereo di linea ucraino da parte delle forze armate dell’Iran è accaduto nel “momento di crisi causato dall’avventurismo degli Usa”». In realtà il massacro avvenuto nei cieli di Teheran è ascrivibile, a mio avviso, all’«avventurismo» dei due Paesi coinvolti direttamente nell’attuale crisi mediorientale: Stati Uniti e Iran. La guerra moderna, con il suo altissimo potenziale distruttivo, mette sempre in conto le “vittime collaterali” provocate dagli “errori umani”.

Intanto «La Resistenza Iraniana ha reso noto che il numero di persone uccise dalle forze di sicurezza durante le proteste in Iran ha superato i 1.500. Almeno 4.000 sono stati i feriti e almeno 12.000 le persone arrestate. Il 23 dicembre 2019, citando fonti all’interno del regime, Reuters ha confermato che 1.500 persone erano state uccise in Iran durante meno di due settimane di disordini iniziati il 15 novembre. A Reuters è stato detto che circa 400 donne e 17 adolescenti erano tra le vittime. I funzionari iraniani che hanno fornito i dati a Reuters hanno affermato di essersi basati su informazioni raccolte da forze di sicurezza, obitori, ospedali e uffici del coroner. Reuters ha affermato che l’ordine di Khamenei di “fare tutto il possibile per fermarli (i manifestanti)” è stato confermato da tre fonti vicine alla cerchia interna del Leader Supremo» (Nessuno tocchi Caino). Com’è noto, il Generale Qassem Soleimani, recentemente “terminato” dai macellai di Washington, ha contribuito non poco a “fermare” i manifestanti: «Che Allah l’abbia in gloria» (Diego Fusaro).

CONTRO L’IMPERIALISMO ITALIANO! CONTRO L’IMPERIALISMO EUROPEO! CONTRO L’IMPERIALISMO STATUNITENSE! CONTRO IL SISTEMA IMPERIALISTA MONDIALE!

«Si chiama “Soleimani martire” la risposta dell’Iran all’uccisione con un drone, ordinata da Donald Trump, del noto generale comandante della Brigata al-Quds dei Pasdaran» (Notizie Geopolitiche). Ci sarà modo di parlarne nei prossimi giorni, se non nelle prossime ore; qui mi limito a registrare la possibile micidiale saldatura delle due crisi in corso nel cosiddetto Medio Oriente allargato: quella irachena/iraniana e quella libica. Di seguito “socializzo” alcune riflessioni abbozzate nei giorni scorsi.

In Iraq, in Libia, in Libano e altrove i militari italiani non rischiano la pelle a causa dell’altrui bellicismo, ma semplicemente perché l’Italia, nel suo “piccolo”, è parte organica del Sistema Imperialista Mondiale. La presenza militare e civile (tipo ospedali da campo, ecc.) del nostro Paese in diversi teatri “caldi” della mappa geopolitica risponde alle sue necessità di media potenza, e questo vale soprattutto per quanto accade in Libia in queste ore. Lo sbandierato “pacifismo” italiano ed europeo è solo fumo propagandistico venduto all’opinione pubblica dai governi di Roma e degli altri Paesi dell’Unione Europea in attesa che la situazione diventi più chiara così che si possa vedere il cavallo su cui è più opportuno puntare. Ed è esattamente questa politica “opportunista” che più irrita gli “alleati” americani, i quali non ne possono più del peloso e ipocrita “pacifismo” europeo.

Maurizio Molinari ha sintetizzato nei termini che seguono i noti fatti occorsi a Bagdad lo scorso 2 gennaio: «L’eliminazione di Qassem Soleimani da parte dei droni del Pentagono è un tassello della sfida strategica che vede la regione del Grande Medio Oriente – dal Maghreb all’Afghanistan – contesa fra quattro potenze portatrici di interessi rivali: l’Iran di Ali Khamenei, la Turchia di Recep Tayyp Erdogan, la Russia di Vladimir Putin e gli Stati Uniti di Donald Trump. È uno scenario che contrappone leader, armamenti, risorse ed alleati in un mosaico di conflitti di dimensioni e intensità variabili ma con una costante: la determinazione di ognuno dei quattro rivali ad imporsi sugli altri. Nell’evidente assenza di protagonisti europei per le lacerazioni interne all’Ue e l’incapacità di chi tenta di agire da solo – come la Francia in Maghreb – di ottenere risultati capaci di essere durevoli» (La Stampa). In effetti, l’assalto di massa attuato il 31 dicembre dalle milizie sciite-irachene Katib Hezbollah contro l’ambasciata americana di Baghdad è uno di quelle azioni che l’imperialismo Usa non può subire senza un’adeguata risposta. Quello che ha sorpreso gli analisti è piuttosto il livello della risposta confezionata da Washington, che appare ai più fin troppo sproporzionata, oltre che gravida di importanti conseguenze di vario genere. I giorni a venire ci diranno se quella sorprendente risposta, che di certo ha sorpreso lo stesso Soleimani (il quale pure vantava una fama di raffinato stratega) nonché l’intelligence iraniana e irachena, registra un salto di qualità nella strategia di “contenimento” elaborata dagli americani. In ogni caso i nemici degli Stati Uniti hanno commesso un grave errore di sottovalutazione, tanto più in considerazione del fatto che la strategia del caos controllato che Washington sta seguendo ai tempi di Trump dovrebbe indurre i suoi avversari a un supplemento di cautela.

Scriveva Nopasdaran del 10 ottobre 2019: «Parlando il 7 ottobre ad una conferenza con comandanti Pasdaran – trasmessa dalla TV iraniana – il Generale Qassem Soleimani ha spavaldamente affermato che le Guardie Rivoluzionarie hanno esteso la resistenza islamica dai 2000 km del Libano, a mezzo milione di chilometri quadrati in tutto il Medioriente. Ovviamente, con queste parole, il capo della Forza Qods intendeva riferirsi alla diffusione ormai ovunque di milizie sciite paramilitari al servizio di Teheran. Dalla sola Hezbollah in Libano, infatti, ora siamo passati a decine e decine di gruppi armati jihadisti sciiti, sparsi tra Siria, Iraq e lo stesso Yemen. Non a caso, in un secondo passaggio del suo discorso, Soleimani parla direttamente del fatto che la Repubblica Islamica ha creato una “continuità territoriale della resistenza” – tradotto, dei gruppi armati terroristici filo-iraniani – che connette Iran, Iraq, Siria e Libano. […] L’imperialismo iraniano, infatti, non potrà che esacerbare gli scontri regionali, con effetti diretti (contro Israele e arabi sunniti) e indiretti (con la Turchia e la Russia), davvero imprevedibili. Nessuno infatti, ufficialmente o non ufficialmente, permetterà che sia Teheran il solo master della regione e, in questo contesto, l’instabile Iraq rischia davvero di diventare il centro definitivo dello scontro per fermare l’avanzata iraniana». Come si vede, quello che si sta sviluppando sotto i nostri occhi è uno spettacolo tutt’altro che inatteso.

Negli anni scorsi gli “alleati” europei degli Stati Uniti lamentavano il progressivo ritiro dell’imperialismo americano dai centri nevralgici dell’agone geopolitico, disimpegno che secondo loro stava favorendo l’iniziativa politico-militare della Russia, dell’Iran, della Turchia e dell’Arabia Saudita; l’isolazionismo americano indebolisce l’intero Occidente, piagnucolavano francesi, tedeschi e italiani. In realtà gli americani non si sono mai ritirati dall’area mediorientale, ma hanno piuttosto “rimodulato” e ristrutturato la loro presenza in quella regione, aggiornandola ai nuovi scenari internazionali e regionali, e soprattutto calibrandola più di prima sugli esclusivi interessi di Washington. Come e più che ai tempi dell’invasione dell’Iraq del 2003, gli Stati Uniti hanno bisogno di sapere su quali Paesi europei possono contare nella loro strategia di contenimento/indebolimento nei confronti della Cina, della Russia e dell’Iran.

Non c’è dubbio che l’eliminazione del Generale Soleimani risponde anche a un calcolo di politica interna americana, ma sarebbe oltremodo ridicolo ricondurre quell’operazione a esigenze puramente propagandistiche (elettorali: è la democrazia capitalistica, bellezza!) ed elusive, come sostengono i leader democratici, i quali strumentalmente accusano Trump di aver calpestato il diritto internazionale: l’uccisione di Soleimani si configurerebbe infatti non come un legittimo atto di guerra, ma come una vera e propria azione terroristica. Un’analoga stucchevole quanto ipocrita polemica divampò ai tempi dell’eliminazione di Osama Ben Laden nel 2011; «Giustizia è stata fatta», disse allora il pacifista e progressista Obama, suscitando l’indignazione di chi predica la “guerra giusta”, nel senso di “politicamente corretta”. «Ancora una volta appare vero che la storia del diritto internazionale è una storia del concetto di guerra» (Carl Schmitt). Della guerra imperialistica, per l’esattezza.

In ogni caso il “fattore interno” gioca assai più in Paesi come l’Iran e l’Iraq, attraversati da fortissime tensioni sociali che Teheran e Bagdad stanno cercando di incanalare nel tradizionale alveo nazionalista e “antimperialista”. Nel breve termine la crisi provocata dall’evaporazione di Soleimani avrà come effetto, peraltro abbastanza scontato, quello di cementare il “popolo” attorno alla bandiera della dignità nazionale e di mettere la sordina ai movimenti di protesta che nelle scorse settimane hanno creato più di un problema a quei due Paesi; ma già nel medio periodo le previsioni si complicano, anche perché a quanto pare in Iran e in Iraq non tutti hanno pianto la scomparsa del «Che Guevara del Medio Oriente»…

Scrive Daniele Ranieri: «Il generale iraniano Qassem Soleimani voleva nominare il primo ministro dell’Iraq, faceva uccidere soldati iracheni nelle loro basi (bombardate dalle sue milizie) e faceva rapire e uccidere manifestanti iracheni di vent’anni. E questo soltanto nei suoi ultimi tre mesi di attività. Era la definizione da manuale di militare macellaio e di arroganza imperialista» (Il Foglio). Tutto giusto. Ma «la definizione da manuale di militare macellaio e di arroganza imperialista» si attaglia benissimo anche ai responsabili della sua eliminazione. Di solito non uso brindare quando un macellaio uccide un altro macellaio. Grido “Evviva!” solo quando le classi subalterne e tutti i maltrattati da questa disumana società (mondiale) trovano la forza e il coraggio di lottare contro i macellai di ogni nazione,di ogni colore, di ogni religione, di ogni ideologia.

Leggo da qualche parte la seguente incredibile frase: «Soleimani [va] inteso come sineddoche dei mille Soleimani del mondo che si oppongono all’imperialismo occidentale». Ci sarebbe di che sghignazzare, se non stessimo parlando di cose serie e dolorosissime, come l’oppressione, lo sfruttamento e la morte che i «Soleimani del mondo» infliggono alle classi subalterne.

Il noto comico Diego Fusaro, sempre più invasato e delirante nel suo primatismo nazionale, se n’è uscito con la barzelletta che segue: «L’Iran non è uno Stato totalitario, canaglia, pericoloso per la pace nel mondo. Tale è, invece, la civiltà dell’hamburger, che semina guerra per il mondo ed esporta democrazia missilistica, imperialismo etico e bombardamenti umanitari. Lo stesso Soleimani, ucciso vigliaccamente, con vigliacca approvazione dello stesso nostrano Salvini, non era un terrorista, ma un eroico patriota. Lottava contro il terrorismo dell’Isis e in nome dell’Iran sovrano e libero dal neobarbarico colonialismo di Washington. Che Allah l’abbia in gloria. Quanto a me, io non legittimo la guerra di resistenza dei popoli oppressi dall’imperialismo Usa: la esalto. L’aggredito ha sempre il diritto di difendersi, in tutti i modi. La sola guerra legittima è quella di difesa dall’invasore. Se vi sarà la guerra, occorrerà stare, senza se e senza ma, con l’Iran e non con gli Usa, come dicono i vili sovranisti nostrani, che sono solo codardi avvezzi a servire il padrone a stelle e strisce. La speranza è che la Russia di Putin sostenga l’Iran e che ugualmente agiscano altre potenze non allineate, in primis la Cina. Lo scopriremo presto». Il comico che si atteggia a filosofo dichiara dunque guerra all’imperialismo americano e si schiera, «senza se e senza ma», con chi ne ostacola le neobarbariche scorribande. Sarebbe del tutto inutile ricordare al fine dialettico che i nemici di Washington sono imperialisti esattamente come lo sono gli odiati Stati Uniti d’America, cuore pulsante della demoniaca (lo dice anche Allah!) «civiltà dell’hamburger» – e la Coca Cola dove la mettiamo?

Il fatto è che il cosiddetto “Campo Antimperialista” conosce un solo Imperialismo: quello occidentale egemonizzato dagli Stati Uniti. In questo modo tale “Campo” non fa che muoversi lungo il solco tracciato a suo tempo dallo stalinismo, il quale chiamava le “larghe masse popolari” di tutto il mondo a schierarsi dalla parte della “Patria socialista”, la quale era ostacolata dal perfido Occidente guidato dagli americani nella sua umanissima missione di pace, di progresso e di libertà. Per giustificare “teoricamente” la loro ultraborghese (e quindi ultrareazionaria) posizione di sostegno ai nemici degli Stati Uniti, gli esponenti “campisti” cercano di fare entrare l’attuale conflitto interimperialistico nello schema delle lotte anticoloniali sostenute in un’altra epoca storica da Marx, Engels, Lenin, Trotsky e da tutti i comunisti degni di quella qualifica – e quindi non sto parlando dei “comunisti” con caratteristiche “sovietiche”. Ricondurre l’iniziativa delle potenze regionali (vedi ad esempio l’Iran) nell’alveo della «lotta dei popoli oppressi per l’unificazione nazionale e l’indipendenza nazionale» significa esibire una concezione del processo sociale capitalistico che non solo non ha nulla a che fare con la teoria e con la prassi dell’emancipazione delle classi subalterne (e dell’intera umanità), ma rappresenta piuttosto l’opposto di una teoria e di una politica orientate in senso anticapitalistico. Il solo parlare di «lotta dei popoli oppressi per l’unificazione nazionale e l’indipendenza nazionale» a proposito di Paesi come l’Iran significa non aver maturato, non dico una concezione materialistica della storia (da taluni non è lecito pretendere la comprensione delle più elementari nozioni di quella concezione), ma una visione del processo sociale in grado quantomeno di mantenersi all’altezza dei fatti concreti. Invece i campisti non conoscono altro ragionamento che non sia ideologico all’ennesima potenza: è il reale processo sociale che deve entrare negli schemini “dottrinari” da loro fissati in astratto, riscaldando la vecchia e rancida sbobba “antimperialista” cucinata ai tempi di Stalin – e poi di Mao.

Detto altrimenti, personalmente considero il cosiddetto “Campo Antimperialista” come un’entità politico-ideologica organicamente interna alla dinamica della competizione interimperialistica, e il suo richiamarsi, del tutto abusivamente e ridicolmente (la prima volta come tragedia, la seconda come macchietta) ai “testi sacri” del marxismo, lo fanno apparire ai miei occhi particolarmente odioso, anche perché so bene che qualche giovane desideroso di lottare contro questa società escrementizia potrebbe farsi catturare dalla fraseologia “antimperialista” (in realtà solo antioccidentale) degli amici della Cina, della Russia, del Venezuela, della Siria, dell’Iran e degli altri Paesi “antimperialisti”.

Come si arriva a mettere in uno stesso sacco tutti i protagonisti del Sistema Imperialista Mondiale? Partendo dalla definizione di quel Sistema: si tratta dell’insieme delle grandi, medie e piccole Potenze (Stati, nazioni) che competono tra loro su tutti i fronti della guerra capitalistica: sul fronte economico come su quello geopolitico, su quello diplomatico come su quello militare, su quello tecnoscientifico come su quello ideologico. Si tratta appunto di una guerra sistemica, di un conflitto cioè che ha per obiettivo l’acquisizione del massimo potere possibile. Si tratta dunque di un Sistema tanto compatto, violento e disumano, quanto dinamico, contraddittorio e conflittuale al suo interno. Ogni suggestione “superimperialista” è qui bandita e ridicolizzata.

Le prime vittime del Sistema Imperialista Mondiale sono naturalmente le classi subalterne del pianeta, le cui esistenze sono sacrificate sull’altare del Moloch capitalistico, il cui concetto ingloba anche lo Stato (a prescindere dal suo contingente assetto politico-istituzionale: democratico, autoritario, totalitario) posto a difesa dei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. A chi per vivere è costretto a vendersi sul mercato del lavoro, a «vendere se stesso e la propria umanità» (K. Marx), la società chiede il massimo di energia (fisica e intellettuale) e di dedizione in ogni fase della guerra sistemica: quando si combatte producendo merci (materiali e immateriali) e quando si combatte producendo morti, feriti, dolore e distruzione – ovviamente nel nome degli «interessi superiori» della Patria, della Libertà, della Pace, dei Diritti Umani, della Democrazia e chi più ne ha, più ne metta, a proprio piacimento. Per irretire le classi subalterne e legarle al carro della conservazione sociale, le classi dominanti da sempre ricorrono a un potentissimo veleno ideologico chiamato nazionalismo. Come scrisse una volta Karl Kraus, «Il nazionalismo è un fiotto di sangue in cui ogni altro pensiero annega». A proposito di nazionalismo mi piace citare spesso anche Schopenhauer: «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale. […] Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere a pugni e calci, con le unghie e coi denti tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze». Ancora oggi l’orgoglio nazionale è il più potente strumento politico-ideologico su cui le classi dominanti possono contare per imbrigliare, deviare e strumentalizzare il “disagio sociale” che accompagna la vita dei subalterni, e questo è ancora più vero nei momenti di più acuta crisi sociale. Ecco perché per l’anticapitalista la critica più radicale del nazionalismo, comunque “declinato” e giustificato, non rappresenta affatto un mero dato identitario da sbandierare per affermare la propria irriducibile diversità, ma essa si configura piuttosto come un essenziale asset politico.

È possibile applicare la griglia concettuale qui appena abbozzata all’odierno conflitto mediorientale? A mio avviso sì, e comunque è esattamente dalla prospettiva che essa delinea che approccio l’analisi puntuale di quel conflitto, la quale per molti aspetti è perfettamente sovrapponibile a quella elaborata da diversi analisti geopolitici e si avvantaggia della loro superiore competenza specifica. Più in dettaglio, concordo con gli analisti che considerano quasi obbligata la risposta che gli Stati Uniti stanno dando alla forte spinta espansionistica dell’Iran in tutta l’area mediorientale – e non solo: la sua proiezione in alcune regioni dell’Africa è già più che un’ipotesi. E per adesso metto un punto.

GROSSI GUAI NEL NOSTRO CORTILE DI CASA

Scrive Lucio Caracciolo: «L’eventuale presa di Tripoli da parte del generale Haftar non avrebbe conseguenze definitive, ma comunque i segnali in arrivo dall’ex colonia italiana sono allarmanti. Il rischio di uno scontro indiretto tra Russia e Turchia nel nostro cortile di casa». In effetti gli interessi in gioco per l’Italia nella partita libica sono a dir poco cospicui, e di molteplice natura: economici (leggi: petrolio, gas, infrastrutture), geopolitici, strategici – inclusa la sicurezza del Paese e la sua politica dei flussi migratori. Ma ciò che volevo far notare qui è la schiettezza che esibiscono i migliori servitori degli interessi (imperialistici) del nostro Paese: la partita libica si gioca interamente «nel nostro cortile di casa», ossia in una riserva di caccia che la geopolitica (incrocio tra storia, rapporti di forza tra le Potenze e la dislocazione geografica di un Paese) ha da molto tempo assegnato all’Italia. Un’area che include, oltre la sponda africana, una parte non piccola dei Balcani.

Soprattutto gli “amici” francesi e britannici non perdono di cogliere una sola occasione che possa in qualche modo ostacolare l’iniziativa italiana «nel nostro cortile di casa», e in questo la concorrenza è avvantaggiata, e di molto, dalla sua non disprezzabile dotazione militare. Soprattutto la Gran Bretagna, fresca di Brexit, sta investendo molto nella costruzione di nuove portaerei. Abbiamo visto all’opera il “vantaggio competitivo” anglo-francese nei confronti dell’Italia nel 2011, quando Parigi e Londra decisero di far saltare in aria il vespaio libico per decenni tenuto sotto stretto e violento controllo da Gheddafi, fino ad allora assai coccolato e “assistito” finanziariamente da tutti i governi italiani che si sono succeduti dal 1969 in poi, anno di ascesa al potere dell’ex dittatore di Tripoli – il quale non a torto si vantava di aver contribuito alla salvezza dell’italianissima Fiat nella seconda metà degli anni Settanta. «E adesso anche l’amico Silvio mi lascia nelle mani del nemico che vuole sgozzarmi!». Com’è noto, l’amico Silvio (Berlusconi, si capisce) fu costretto ad accettare obtorto collo (insomma, a subire) l’intervento “umanitario” anglo-francese.

«L’Italia ha perso terreno in Libia, non possiamo negarlo. Ma ora deve riprendersi il ruolo naturale di principale interlocutore, da sempre amico del popolo libico». Questo ha dichiarato il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio di rientro da una missione-lampo a Tripoli, Bengasi e Tobruk – a dimostrazione che come sempre Roma pratica la tradizionale politica estera italiana che consiste nel giocare di sponda con tutti gli attori in campo, per saltare sul carro del vincitore al momento opportuno; una strategia molto disprezzata dagli “amici” europei e che non sempre sortisce gli effetti desiderati dai furbi di casa nostra: a furia di infornare il pane della diplomazia in tutti i forni aperti (o che sembrano tali), Roma rischia di ritrovarsi senza petrolio, senza gas e senza un effettivo controllo politico-militare su quanto avviene nel suo immediato cortile di casa: una vera e propria sciagura nazionale.

Negli ultimi tre anni l’attivismo della Turchia nel suo ampio cortile di casa ha subito una notevole accelerazione, e a farne le spese potrebbero essere anche gli interessi “energetici” italiani: «Al centro delle tensioni tra la Turchia e l’Italia, come anche con altri paesi dell’Unione Europea tra cui Francia, Grecia e Germania, vi è lo sfruttamento dei giacimenti di gas nelle acque territoriali di Cipro: Ankara considera da sempre la parte meridionale dell’isola come secessionista, ma l’Eni italiana ha ottenuto da Nicosia concessioni per lo sfruttamento dei fondali. Già nel febbraio dello scorso anno la Turchia aveva bloccato nelle acque di Cipro la nave esplorativa italiana Saipem 12000, che non potendo lì operare era stata poi trasferita in Marocco. Da lì a poco erano giunte nell’area navi esplorative turche. In seguito le autorità di Ankara avevano disposto imponenti esercitazioni navali in prossimità delle acque di Cipro, e “Scopo dell’esercitazione – aveva spiegato il ministro della Difesa Hulusi Akar – è quello di mostrare la determinazione e la preparazione al fine di garantire la sicurezza, la sovranità e i diritti marittimi della Turchia”. […] Per dare seguito ai propri diritti di sfruttamento Roma ha inviato in questi giorni nell’area la fregata Federico Martinengo, classe Fremm, insieme ad altre nove unità navali al fine di dimostrare di essere in grado di tutelare i propri interessi, un esempio che a breve potrebbe essere seguito dai francesi e non solo» (G. Eddaly, Notizie Geopolitiche). La crisi cipriota rischia di saldarsi a quella libica con effetti imprevedibili e certamente non orientati alla “pace e prosperità”.

Da Limes

«A parole, Russia e Turchia sembrano voler appoggiare la ripresa di un dialogo, ma nei fatti danno supporto sul terreno a Haftar e Sarraj, forse col progetto di “spartirsi” poi la Libia, come avvenuto per la Siria» (L’Avvenire). I Paesi dell’Unione Europea lamentano la latitanza di Washington nella crisi libica, mentre gli americani non intendono fare il lavoro sporco se non sono sicuri di poter portare a casa un successo. «Non vogliamo più sacrificare uomini e dollari per conto degli interessi europei, magari per sentirci poi dire dagli stessi alleati della Nato che siamo i soliti imperialisti a cui piace recitare il ruolo dei poliziotti del mondo»: è la “filosofia” che ispira la politica estera americana negli ultimi trent’anni, e che si è delineata con maggiore nettezza già con la Presidenza Obama.

E in questo contesto assai “problematico”, che rischia di innescare avventure belliche di grandi dimensioni, ben oltre lo schema delle “guerre per procura”, cosa fa l’ONU? «L’ONU, poveretta, quando il conflitto si allarga non conta più niente» (Romano Prodi). Lo avevo sospettato! Nel «covo di briganti» (Lenin) chiamato ONU non si muove foglia che l’Imperialismo non voglia. E quando parlo di Imperialismo, alludo ovviamente in primo luogo alle Potenze mondiali più grandi: Stati Uniti, Cina e Russia, con l’Unione Europea che con affanno e tra mille contraddizioni cerca di darsi una consistenza politico-militare in grado di reggere il confronto con quei tre Paesi. La Gran Bretagna è costretta, almeno in questa fase, a consolidare la sua storica “relazione speciale” con gli Stati Uniti.

Monitorare la partita libica mi pare oggi più che mai importante per chi ha in odio una Società-Mondo che produce sempre di nuovo sfruttamento, oppressione e guerre, e per quel poco che vale annuncio che in caso di “precipitazioni belliche” offrirò alla Patria il mio più totale disfattismo, la mia più totale avversione nei confronti dei suoi interessi più o meno vitali.