IL LAVORO (SALARIATO) UCCIDE

«Precipitati dai tetti di un capannone, incastrati tra i rulli di un macchinario, folgorati da scariche elettriche. Oppure, come nell’ultimo caso dell’azienda agricola di Arena Po, in provincia di Pavia, annegati dopo essere caduti in una vasca agricola. Sono tantissime le dinamiche di quella che i sindacati hanno iniziato a chiamare la “strage inaccettabile”. Ed è difficile dar loro torto sull’utilizzo del termine, guardando ai numeri: da gennaio a luglio del 2019, in Italia, 599 persone sono morte mentre si trovavano sul posto di lavoro. “Non è uno scherzo, sono tre vittime al giorno, senza considerare gli incidenti gravi”, commenta Rossana Dettori, responsabile nazionale della sicurezza sul lavoro per la Cgil. “La situazione è drammatica, ci vuole subito un piano nazionale per la prevenzione. Formare il lavoratore e i piccoli imprenditori è importante tanto quanto mettere in sicurezza le strutture”» (Il Fatto, 13 settembre 2019).

E se invece si trattasse di mettere «in sicurezza» gli uomini, mettendoli una volta per sempre al riparo dall’economia basata sulla vitale (per il Capitale, s’intende) ricerca del profitto?

«Ogni morte ingiusta pesa, ovvio, comunque e ovunque avvenga. Ma alcune di più. E il fatto che a detenere il primato delle morti di lavoro sia la regione che più di tutte testimonia il progresso nel nostro Paese, la Lombardia, non fa che aumentare l’incredulità. Un corto circuito che ben testimonia, purtroppo, un dato di fatto: in Italia il lavoro è ancora luogo di morte. Che sia Nord o Sud fa poca differenza. I motivi di questo inaccettabile anacronismo sono tanti, ma partono tutti da un dato comune. Esistono realtà produttive che continuano a considerare la sicurezza dei propri dipendenti, così come la formazione e la prevenzione, un costo troppo elevato. Perché l’unica cosa che conti veramente, alla fine dei giochi, è sfoderare un numero migliore dell’anno precedente nel proprio bilancio. Perché l’unico traguardo è questo» (Avvenire, 7 settembre 2019). Ecco, appunto.

Inaccettabile e anacronistica è una società che costringe gli uomini a vendere capacità lavorative di qualche tipo per vivere più o meno “dignitosamente” (in fondo, basta accontentarsi di poco!), quando si danno già da molto tempo tutte le possibilità di una Comunità semplicemente umana, ossia interamente concentrata sul benessere di ogni singolo individuo, non più considerato alla stregua di una risorsa economica, di un “capitale umano”: sic!

PS: Non è che adesso Facebook mi chiude l’account per incitamento all’odio di classe? Già mi sembra di sentire la “compagna” Laura Boldrini, sostenitrice del Nuovo Umanesimo governativo: «Bene Facebook. Un altro passo verso l’archiviazione della stagione dell’odio organizzato sui social network».

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ANCORA DUE PAROLE SU HONG KONG

Contro le aspettative di Pechino, che confidava nella frustrazione della “maggioranza silenziosa” sottoposta a mesi di manifestazioni d’ogni genere e nell’inizio del nuovo anno scolastico, non si arresta il movimento di protesta esploso a Hong Kong a inizio giugno. Ieri è partito “ufficialmente” il movimento studentesco hongkonghese, subito supportato da molti abitanti dell’ex colonia britannica, i quali hanno espresso la loro solidarietà agli studenti medi e universitari anche usando i clacson delle automobili. «Le esercitazioni antiterrorismo della Polizia armata del popolo a Shenzhen (circa 30 chilometri da Hong Kong) inviano un messaggio chiaro: qualora il governo e la polizia hongkonghese non fossero in grado di gestire la situazione, Pechino potrebbe intervenire direttamente. La tattica del presidente cinese Xi Jinping per gestire il dossier hongkonghese è poliedrica, ma evidentemente non scoraggia le ambizioni dell’ex colonia britannica» (Limes). Qui di seguito mi limito a svolgere una breve considerazione su due aspetti importanti della questione hongkonghese, soprattutto per chiarire meglio la mia posizione sull’intera vicenda.

1. Scrivendo quello che scrivo da mesi sul movimento di protesta hongkonghese intendo forse sostenere la causa dell’autonomia politico-istituzionale di Hong Kong? Ma nemmeno per idea! La sola autonomia che mi sta a cuore è quella di classe: è la causa dell’indipendenza politica delle classi subalterne che sostengo con tutte le mie – deboli – forze, e da sempre, in odio a ogni forma di collaborazionismo “popolare” e nazionale. Osteggio dunque tanto l’autonomismo rivendicato dalla stragrande maggioranza dei cittadini hongkonghesi quanto il centralismo sostenuto e minacciato da Pechino. Ma ciò non significa affatto che rimango indifferente dinanzi alla prospettiva che il regime cinese con caratteristiche orwelliane possa annegare nel sangue le rivendicazioni e le speranze dei giovani che in tutti questi mesi hanno sconvolto l’ordine dell’ex colonia britannica. Non condivido neanche un po’ il secessionismo catalano, ma non per questo mi schiero dalla parte del centralismo madrileno. Se, tanto per fare un esempio, la mitica Padania decidesse di abbandonare il quadro unitario italiano realizzatosi con il Risorgimento, evento che naturalmente non avrebbe la mia simpatia, non sarei certo io a dare man forte al centralismo romano: in primo luogo mi schiero sempre contro lo Stato centrale e dalla parte dell’unità delle classi subalterne, oltre e contro ogni distinzione a carattere nazionale, regionale, razziale, culturale, ecc.

Ma c’è di più. Come ho scritto nei post precedenti, quando si realizza una situazione di caos e di disordine sociale, si dà sempre, sebbene solo in linea teorica, la possibilità che da cosa possa nascere cosa, ossia che una lotta sviluppatasi su un terreno politicamente e ideologicamente reazionario e infecondo possa via via trasformarsi in qualcos’altro, ponendo a chi vi partecipa problemi (come quello relativo all’autodifesa, ad esempio) che potrebbero spingerlo in direzione di strade politicamente e socialmente più avanzate. Senza tralasciare di considerare l’effetto contagio che potrebbe innescarsi con esiti che nessuno è in grado di prevedere in anticipo sui tempi. Ed è proprio questo effetto potenziale ciò che più mi “intriga”. A mio avviso è questo l’atteggiamento corretto con cui l’anticapitalista deve approcciare movimenti di protesta vasti, compositi e complessi del tipo di quello che osserviamo a Hong Kong. Non si tratta di coltivare false speranze, ma di affinare le proprie capacità analitiche e di sviluppare un sano “istinto di classe”, cosa che risulta più semplice a chi non concede un solo atomo di credibilità alla ciclopica panzana del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

2. Per il New York Times, «Le radici economiche delle proteste di Hong Kong» vanno ricercate nelle «ristrette dimensioni degli appartamenti (alcuni sono così piccoli, misurano anche 9 metri quadrati, che vengono chiamati gabbie e bare), negli alti costi degli affitti (sono più alti di New York, Londra o San Francisco, per appartamenti di dimensioni pari alla metà), negli orari di lavoro punitivi (anche 12 ore) e nei bassi salari: quasi una persona su cinque vive in condizioni di povertà, con un salario minimo di 4,82 dollari l’ora. I salari non sono aumentati tanto rapidamente quanto il costo della vita, in particolare nella fascia bassa. I legislatori sottolineano l’importanza di mantenere competitiva Hong Kong per le compagnie straniere. L’imposta sulle società a Hong Kong è tra le più basse delle principali città globali».

Il crescente potere della Cina continentale nella vita di tutti i giorni ha fatto esplodere una rabbia che covava da tempo e che trova alimento soprattutto in una condizione “materiale” assai precaria per centinaia di migliaia di hongkonghesi, i quali temono che essa possa col tempo peggiorare, mentre si restringono gli spazi di “agibilità politica”, a cominciare dalla possibilità di protestare senza rischiare la più violenta delle reazioni da parte dello Stato. Alla domanda: «Continuando la lotta non avete paura di suscitare le ire di Pechino?», molti giovani impegnati nel movimento rispondono: «Non abbiamo paura perché non abbiamo niente da perdere». Questi giovani guardano ai Paesi occidentali come a un mondo da conquistare: gli si può forse rimproverare questa tragica (dal punto di vista anticapitalista) illusione? Certamente no. Bisogna piuttosto interrogarsi sulle cause storiche e sociali di questa illusione. È un misto di odio (per il regime cinese), di rabbia e di disperazione che muove le frange più avanzate del movimento giovanile. «”Molti giovani vedono che non c’è alcuna via d’uscita economica e politica, ed è questo lo sfondo della loro disperazione e della loro rabbia per lo status quo”, ha detto Ho-fung Hung, professore di economia politica alla Johns Hopkins University. […] Molti manifestanti affermano che le elezioni dirette darebbero loro una voce in più in queste questioni economiche cruciali» (The New York Times).

I sostenitori hongkonghesi della graduale e pacifica integrazione sistemica con la Cina continentale affermano che bisogna rassegnarsi a sacrificare la libertà goduta un tempo con un futuro fatto di prosperità e di grandezza nazionale: una prospettiva che terrorizza moltissimi abitanti di Hong Kong, e non solo nella fascia giovanile. Altro che «popolo viziato», come sostiene la martellante propaganda del Partito-Regime.

HONG KONG E LO SCONTRO DELLE CIVILTÀ

Su Facebook ricevo il commento che segue: «Io mi chiedo soltanto come mai i media occidentali siano così presenti ed esaustivi nel mostrare le immagini dei dimostranti di Hong Kong mentre tralasciano del tutto le molte migliaia di lotte e di scioperi degli operai e proletari cinesi. Evidentemente ci sono, per noi occidentali, lotte che ci fanno comodo e lotte del tutto scomode. Mi sbaglio?» Una prima risposta la offre l’editoriale di ieri di Maurizio Molinari: «I giovani di Hong Kong che chiedono a Gran Bretagna e Stati Uniti di proteggere i loro diritti chiamano in causa le responsabilità dell’Occidente per evitare una nuova Tienanmen». Questo richiamo all’Occidente, in forma critica o apologetica, chiama in qualche modo in causa per l’ennesima volta il cosiddetto scontro delle civiltà. Di qui la riflessione che segue, la quale intende offrire un contributo alla lettura di quanto accade a Hong Kong.

Per come la penso io l’anticapitalista/antimperialista rifiuta radicalmente la prospettiva dello scontro/incontro tra le civiltà perché ragiona in termini di interessi di classe, nell’accezione più vasta del concetto. Egli cioè osserva i fatti del mondo, a cominciare dai conflitti sociali e dallo scontro sistemico (economico, tecnologico, scientifico, geopolitico, ideologico) interimperialistico, dal punto di vista delle classi subalterne e della loro possibile emancipazione. A confliggere non sono le civiltà, ma appunto gli interessi delle classi, delle nazioni, degli Stati, dei blocchi imperialistici. Sul piano storico e sociale oggi esiste una sola civiltà: quella capitalistica, la quale domina a Occidente come a Oriente, a Nord come a Sud. Parlare di Civiltà, di Occidente e Oriente nell’epoca del dominio totalitario e mondiale del Capitale, significa fare dell’ideologia, trascurare l’essenza delle cose e porsi sul terreno delle classi dominanti, delle nazioni, degli Stati, del conflitto interimperialistico.

Detto en passant, ricordo a me stesso che negli anni Ottanta e agli inizi dei Novanta del secolo scorso, cioè al culmine della guerra sistemica USA-Giappone, gli Stati Uniti tirarono fuori l’accusa di dumping sociale rivolta contro il Paese del Sol Levante, colpevole agli occhi dei difensori della civiltà occidentale di rimanere ancora impigliato nel vecchio mondo orientale che trattava gli individui (soprattutto i lavoratori) come soldati costretti a obbedire in silenzio agli ordini dei superiori: «L’ Occidente deve reagire al dispotismo orientale giapponese che si comporta allo stesso modo, cioè con estrema aggressività e proditorietà, in guerra come in pace». I giapponesi, accusati di voler comprare imprese e infrastrutture americane grazie a una liquidità monetaria senza pari, tornarono a essere “quelli di Pearl Harbour”. Quando poi il Giappone si infilò in una spirale di declino economico, anche in grazia delle contromisure commerciali, monetarie e politiche messe in campo da Washington, lo “scontro di civiltà” con il Giappone tramontò rapidamente. Ora è il turno della Cina, individuata dagli Stati Uniti come nemico strategico numero uno. Questo solo per dire quanto strumentale sia ogni discorso centrato sulla “Civiltà”.

È fin troppo ovvio, almeno per chi ha un po’ di dimestichezza con il marxismo (si tratta poi di chiarire cosa intendiamo per “marxismo”), che il movimento sociale che sta sconvolgendo Hong Kong non è un “movimento di classe” (proletario), e altrettanto ovvio è giudicare come reazionarie molte delle idee che informano le azioni dei giovani hongkonghesi che lottano contro Pechino e contro il governo locale legato agli interessi del regime cinese. Ma questo, tanto per cominciare, non può significare in alcun modo sostenere o “relativizzare” le ragioni del capitalismo/imperialismo cinese, delle cui magagne e contraddizioni l’anticapitalista non ha che da rallegrarsi, e la cosa vale naturalmente per le contraddizioni e per le magagne dell’Italia, degli Stati Uniti, della Russia e di ogni altro Paese di questo capitalistico mondo. Dalla “pace sociale” non nasce niente, dal marasma sociale, anche da quello meno vicino alle aspettative rivoluzionarie dell’anticapitalista, potrebbe invece nascere qualcosa, anche per imitazione, per contagio, come ben sanno le classi dominanti, sempre attente a non sottovalutare ciò che si muove nelle viscere della società. Ho detto potrebbe. Sono da sempre tutt’altro che incline alle facili illusioni.

Che gli Stati Uniti cerchino di gettare benzina ideologica sul fuoco delle proteste hongkonghesi, come ho scritto nei miei precedenti post, anche questo mi sembra un atteggiamento scontato, che va senz’altro denunciato, senza però che ciò si configuri come un sostegno concesso al regime cinese – magari per non indebolire il fronte antiamericano: come se ci fosse da scegliere da quale parte del fronte imperialistico combattere! Nel breve periodo Trump cerca di usare Hong Kong nello scontro commerciale e monetario con i cinesi; presto vedremo come reagirà Pechino. Detto di passata, anche il virile Vladimir Putin, il più amato dai sovranisti nostrani, accusa Washington di sobillare la popolazione russa: si tratta di un classico pezzo di repertorio propagandistico che ancora fa la sua porca figura. Il ricorso al veleno nazionalista si dimostra essere, per le classi dominanti, quello meno costoso e più efficace ai fini del controllo sociale, e questo lo vediamo in Cina come negli Stati Uniti: lo vediamo ovunque. Certo è che la macchina propagandistica cinese sta pompando come non mai veleno nazionalistico nel corpo della società cinese, quasi a prepararla a scontri di portata storica eccezionale nel medio periodo. Ma l’offensiva mediatica cinese si proietta oltre i confini del Paese: «da qui lo sforzo attuale di penetrazione nel sistema dei media occidentali, dopo aver provato a comprarsi direttamente gruppi editoriali stranieri» (Il Manifesto).

Si tratta poi, e concludo rapidamente, di capire perché i ragazzi di Hong Kong guardano con tanta simpatia il modello politico-istituzionale occidentale, che evidentemente essi trovano meno oppressivo di quello che vedono in azione in Cina. Dovremmo forse dire a quei giovani di accettare serenamente, fatalmente, senza combattere un ulteriore degrado della loro condizione esistenziale? L’anticapitalista non fa questo, anche se egli non concede un solo secondo di riposo alla sua radicale polemica nei confronti della democrazia capitalistica di “stampo occidentale”. Ad esempio, chi scrive non smette di denunciare la natura ultrareazionaria (“di classe”) della Costituzione Italiana, quella che dice che «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» – salariato, cioè sfruttato, con ciò che ne segue su tutti i piani della prassi sociale. L’anticapitalista basato in Italia si augura soprattutto che in Cina, a cominciare da Hong Kong, possano al più presto nascere organismi politici e sindacali indipendenti, così che la numericamente possente classe operaia cinese possa resistere alle fortissime pressioni del capitale (nazionale e internazionale) dando in tal modo anche un forte impulso alle iniziative di lotta operaia in Occidente: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!». Si capisce, è questo un augurio che non ha dinanzi molte chance, molte possibilità di venir soddisfatto: ma si tratta di un minimo sindacale di  “utopismo”!

Qualcuno può forse stupirsi se milioni di hongkonghesi odiano (letteralmente) il cosiddetto Partito Comunista Cinese, il Partito-Stato che controlla nel modo più capillare e scientifico ogni atomo sociale? Per l’anticapitalista si pone piuttosto il problema di denunciare la natura pienamente capitalista e imperialista della Cina cosiddetta “socialista”, cosa che lo mette in radicale contrasto con i simpatizzati del “Socialismo con caratteristiche cinesi”, sostenitori del Celeste Imperialismo impegnato in una guerra totale con gli Stati Uniti e responsabili del discredito di cui gode lo stesso concetto di socialismo nelle classi subalterne di tutto il mondo – le quali peraltro hanno finito per credere che il “socialismo” equivale al capitalismo di Stato: questo per dire quanto oggi sia difficile il lavoro politico dell’anticapitalista, e di questo bisogna ringraziare soprattutto i “comunisti” di ieri e di oggi.

Per adesso Xi Jinping sta praticando la tattica del basso profilo, confidando in una prossima naturale estinzione del movimento di protesta, il quale in questo momento sembra però tutt’altro che stanco e intimorito dalle minacce ostentare dall’Esercito Cinese, che ha concentrato blindati corazzati e camion per il trasporto truppe a Shenzhen, la città cinese a ridosso di Hong Kong. «In un raro riferimento ai sanguinosi fatti di Pechino seguiti alle proteste pro-democrazia degli studenti di 30 anni fa, il Global Times ha assicurato che la Cina può far leva su metodi più sofisticati di quelli di 30 anni fa» (ANSA). Forse molto presto vedremo all’opera questi «metodi più sofisticati»: il gatto riuscirà ad acchiappare il topo?

La popolazione di Hong Kong, soprattutto quella più giovane, reagisce come può a una situazione e a una prospettiva (la piena integrazione dell’isola nel sistema cinese) le cui radici si trovano in un processo storico-sociale assai lungo e che essa di certo non ha voluto e che subisce come un duro dato di fatto. D’altra parte, parlare oggi di «completamento della decolonizzazione», acriticamente, senza aggiungere altro, quando abbiamo a che fare con la seconda potenza capitalistica del pianeta (la Cina), mi sembra quantomeno anacronistico. È con questa complessa e contraddittoria situazione che l’anticapitalista ha a che fare.