NIENTE DI NUOVO SOTTO IL CELESTE IMPERIALISMO. Alcune considerazioni sul discorso di Xi Jinping

Niente di nuovo sotto il Celeste Imperialismo. Questo mi vien da commentare a caldo dopo aver letto ampi stralci del tanto atteso discorso del Presidente cinese Xi Jinping, tenuto finalmente ieri in apertura del 19° Congresso nazionale del cosiddetto Partito Comunista Cinese. Scrivo cosiddetto, come già sanno i miei lettori più pazienti, a ragione della natura ultracapitalista del Partito-Stato e, ovviamente, della società che esso controlla ormai da 68 anni in regime di assoluto monopolio. A proposito! Gli italici tifosi “marxisti-leninisti” della Cina stiano pur tranquilli, perché nel suo lunghissimo intervento Xi Jinping ha promesso solennemente che il «sogno cinese» continua (mentre quello americano affoga e quello europeo boccheggia), sebbene tra non poche contraddizioni e difficoltà, e che il traguardo finale rimane la costruzione di una “grande e moderna nazione socialista». Naturalmente si tratta del mitico «socialismo con caratteristiche cinesi», il quale, ha sostenuto Xi, «è entrato in una nuova era». I “marxisti-leninisti” con caratteristiche italiane hanno insomma di che discutere. Chiudo la parentesi “ideologica” rimandando i lettori al mio ultimo post sulla Cina.

Dire niente di nuovo non significa però negare o sminuire la portata politica del discorso del Caro Leader cinese, tutt’altro. Anche perché tra le righe di quel discorso si possono chiaramente individuare le criticità della modernizzazione capitalistica cinese, considerata tanto dal lato della “struttura” economica quanto da quello della “sovrastruttura” politico-istituzionale. È peraltro interessante notare che Xi considera ancora la Cina come «la più grande nazione in via di sviluppo», espressione che tiene conto del grande divario che persiste tra la costa del Paese, capitalisticamente molto sviluppata, e le sue aree interne, ancora largamente arretrate e che con la loro manodopera a bassissimo prezzo incrementano continuamente la base di valorizzazione capitalistica su cui può contare non solo il Capitale cinese, ma anche quello internazionale.

Scrive Guido Santevecchi (Il Corriere della Sera): «Il segretario generale e presidente della Repubblica popolare ha subito rivendicato che sotto la sua guida, negli ultimi cinque anni, il Pil cinese è salito da 8,2 a 12 trilioni di dollari. Il 30% cento della crescita globale è dovuto alla Cina, ha ricordato tra gli applausi». Dall’alto dell’invidiabile performance capitalistica della Cina, che continua a crescere a ritmi abbastanza sostenuti (6,9% nella prima metà dell’anno), Xi ha potuto dichiarare che «il Partito ha come missione di provvedere alla felicità del popolo». Certo, bisogna ancora stringere la cinghia e continuare a tirare la carretta senza lesinare fatica e sudore, e farlo preferibilmente in silenzio; certo, «non sarà una passeggiata nel parco» (né un pranzo di gala…), ma alla fine, auspicabilmente nel centenario della proclamazione della Repubblica Popolare (2049), l’edificazione di «un Paese socialista moderno, forte militarmente, democratico, culturalmente avanzato e bello» sarà un fatto compiuto, uno straordinario e giusto premio che il popolo cinese potrà con orgoglio esibire dinanzi al mondo intero. Il futuro è luminoso (questo per definizione!) e il grande risorgimento nazionale cinese è a portata di mano: parola del Caro Presidente, il cui eccezionale «Pensiero» probabilmente troverà posto nella Costituzione cinese, magari accanto a quello di Mao, il luminoso Padre della Patria.

Xi dedicò uno dei suoi primi discorsi dopo essere diventato Presidente, nel 2012, a quattro grandi imprese: affrontare grandi sfide, sviluppare grandi progetti, promuovere grandi cause e realizzare grandi sogni. In Cina tutto è grande, a cominciare dallo sfruttamento capitalistico dei lavoratori, i quali com’è noto non godono di nessuna libertà di organizzazione sindacale e politica. Oggi il Carissimo Leader invita «il popolo» a non sottovalutare i successi già conquistati e a continuare a lavorare duro in vista di una sempre più vicina «società moderatamente prospera». Come proletario con caratteristiche italiane mi sento moderatamente confortato riflettendo sulle condizioni sociali dei miei colleghi di classe cinesi. Si fa per scherzare!

«La Cina “diventerà sempre più aperta” e le barriere di ingresso agli investimenti stranieri saranno ulteriormente abbassate, ha detto Xi. Il segretario generale Xi Jinping ha assicurato che “la porta della Cina è stata aperta e non sarà chiusa, ma si aprirà di più”. Xi ha parlato di continuazione del processo di “liberalizzazione dei cambi e dei tassi d’interesse” e ha pronosticato una crescita dell’economia nei prossimi anni “a passo medio-alto”. Il Partito comunista cinese, ha però precisato passando dall’economia alla difesa, “deve mantenere l’assoluto controllo sulle forze armate”. Il partito, ha ammonito, “si opporrà a ogni azione che metta a rischio la sua leadership”. Pechino deve poi “mantenere una ampia autorità centrale su Hong Kong e Macao”» (Il Sole 24 Ore). Il Presidente promette cambiamenti significativi, certo, ma nella più rigorosa continuità politica, istituzionale e ideologica. Una sempre più spinta apertura alla globalizzazione capitalistica, che ai tempi dell’isolazionista Trump mette la Cina alla guida del liberismo internazionale (affiancata dalla Germania), certo, ma sotto la paterna guida del Partito, la cui autorità non deve essere discussa neanche per pura ipotesi. Il richiamo alle Forze Armate («un esercito costruito per combattere», ma che Pechino «non userà mai a fini egemonici ed espansionistici»: io ci credo!) e a Hong Kong ci dice quanto forte sia il “dibattito” interno al Partito tra le sue diverse “anime” su come gestire i due scottanti dossier.

Sul fronte della lotta alla corruzione secondo Xi ci sono ancora «tigri da abbattere», «mosche da schiacciare» e «volpi da stanare»; insomma, continua a si inasprisce la lotta interna al Partito. Scrive Giorgio Cuscito (Limes): «Mao è passato alla storia per aver fondato la Repubblica Popolare, Deng per averla aperta al mondo. L’esito del prossimo Congresso aiuterà a capire se Xi riuscirà a trainare concretamente la sua nazione verso il tanto desiderato risorgimento». Staremo a vedere. Intanto segnalo la continuità storica da Mao a Xi segnalata da Cuscito e che personalmente condivido in polemica con quei “marxisti-leninisti” che teorizzano il contrario.

«Poi, di nuovo, il tema della Cina da fare “bella”, proteggendo l’ambiente con uno “sviluppo verde”. Qui Xi, visto che il cielo sopra Pechino è coperto dallo smog, ha ammesso che i livelli di inquinamento sono malsani. Ma subito ha aggiunto che ogni dirigente del Partito respira la stessa aria del popolo» (Il Corriere della Sera). «Com’è umano lei!», avrebbe detto il compagno Fantozzi.

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A DIECI ANNI DALLA “GRANDE CRISI” (IV)

Crisi capitalistica formale o concettuale e crisi capitalistica peculiare

 Tutti gli economisti hanno ogni volta
ammesso come unica ragione della crisi
ciò che era l’occasione più manifesta della
crisi di quel momento (1).

Quando Smith spiega la caduta del saggio
di profitto con la sovrabbondanza di capitale,
con l’accumulazione di capitale, si tratta di un
effetto permanente, e ciò è falso. Invece la
sovrabbondanza transitoria di capitale, la
sovraproduzione, la crisi, sono cose differenti.
Non vi sono crisi permanenti (2).

 

Nei precedenti post sul decennale della Grande crisi ho cercato di abbozzare, attingendo a piene mani dalla generosa e preziosa miniera concettuale marxiana, una critica nei confronti della tesi “speculativo-finanziaria” circa le cause di fondo di quella crisi. Una tesi che si è largamente imposta anche in non pochi ambienti culturali e politici della cosiddetta sinistra radicale. A mio avviso, ho argomentato non si sa con quanta efficacia, si tratta piuttosto di spiegare il gonfiarsi delle «bolle di sapone» della speculazione a partire dalla cosiddetta economia reale, nel cui seno vanno ricercate le vere cause del processo di finanziarizzazione dell’economia e dell’insorgere delle crisi, compresa l’ultima crisi internazionale partita nell’estate del 2007 dal settore finanziario statunitense. In questo post cercherò di affrontare in termini ancora più generali (più astratti, e quindi più essenziali) il tema della crisi così come lo troviamo problematizzato nella vastissima opera marxiana. La “morale” del discorso è sempre quella (ed è possibile affermarla solo cogliendo l’essenza della vigente società): alla base del processo economico capitalistico colto nella sua inscindibile totalità, insiste un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. E infatti, come ho scritto altre volte, la teoria marxiana del valore-lavoro è in radice la teoria dello sfruttamento del lavoro salariato da parte del Capitale, un mostro che ha conquistato l’intero pianeta. Il Moloch capitalistico merita davvero la “c” maiuscola!

1. Crisi capitalistica formale o concettuale

Chi si arrestasse alla lettura del Terzo libro del Capitale, peraltro interamente “assemblato” tra mille difficoltà da Engels, potrebbe pensare che Marx avesse in testa una concezione sostanzialmente monocausale della crisi: la crisi come conseguenza della caduta relativa della massa del plusvalore (3). Ma le cose non stanno affatto così, e per capirlo è sufficiente compulsare, ad esempio, la Storia delle teorie economiche (o Teorie del plusvalore) un testo “assemblato” questa volta da Karl Kautsky, il futuro “rinnegato” di leniniana memoria, tra il 1904 e il 1910.

Nel secondo volume di quell’importante opera marxiana compare uno scritto (Accumulazione di capitale e crisi) dedicato nella sua ultima sezione appunto alle crisi (4). In queste pagine Marx mostra come la crisi capitalistica genericamente intesa (quella che, sempre rubacchiando dal ricchissimo scrigno teorico del comunista di Treviri, definisco formale) possa accendersi in uno qualsiasi dei momenti che costituiscono il processo di produzione e di circolazione della ricchezza sociale nella sua forma capitalistica, e ciò a causa del concetto stesso di capitale. Il Capitale è una “sostanza sociale” altamente infiammabile a causa delle sue ineliminabili contraddizioni, già immanenti alla sua forma più semplice e più peculiare: la merce. Più peculiare perché la merce, come sanno i lettori del Primo libro del Capitale, non è una cosa; non è un generico prodotto (valore d’uso) del lavoro umano applicato a oggetti naturali e artificiali in vista della loro trasformazione in qualcosa di utile all’uomo, ma l’espressione dei rapporti sociali capitalistici. Come dico spesso, riprendendo uno slogan pubblicitario di qualche decennio fa, dove c’è merce, c’è Capitalismo. In effetti, con e nella merce il Capitale si sente a casa sua.

Come abbiamo detto, per Marx il Capitalismo è un sistema economico intrinsecamente e necessariamente disarmonico e contraddittorio, e la crisi, lungi dal perturbare una condizione di equilibrio, per un verso è l’espressione più verace della fisiologica e generale disarmonia capitalistica, e per altro verso cerca piuttosto di porre rimedio al caos e all’anarchia generali. Ciò che caratterizza l’accumulazione capitalistica è, scrive Marx, «la costante disproporzione»: sproporzione di capitali, di mezzi di produzione, di materie prime, di capacità lavorativa, e fino a un certo punto questa costante sovrabbondanza (di capitali, di mezzi di produzione, di forza-lavoro, ecc.) non causa eccessivi problemi al Capitale e anzi assicura il procedere dell’accumulazione a ritmi sempre più accelerati, e rende anche possibile l’apertura di nuove sfere produttive e la creazione di nuovi mercati. Qui il marketing dà il meglio di sé: esso è chiamato a creare sempre di nuovo impellenti bisogni “artificiali” da soddisfare in individui che per il Capitale rappresentano un biomercato praticamente inesauribile, una prateria che non conosce confini assoluti ma solo limes contingenti che esistono solo per venir oltrepassati. «L’essenza della produzione capitalistica implica dunque la produzione senza riguardo ai limiti del mercato» (5). L’oltremisura, lo smisurato: è la dimensione naturale del Moloch qui preso in esame. Dinanzi a questa mostruosa natura ogni tentativo di porre un argine alla sua vocazione mi appare, non solo illusorio e chimerico, ma senz’altro stupido e patetico. Il Mostro non può essere addomesticato, o umanizzato (sic!), mentre potrebbe conoscere la propria fine nella rivoluzione sociale anticapitalista. Qui è il concetto di utopia (6), non quello di chimera, che viene avanti!

Meglio l’abbondanza che la mancanza: è il motto del Capitale nei giorni della prosperità, quando tutto ciò che serve al pieno dispiegarsi dell’accumulazione deve essere sempre pronto, al posto giusto e al momento giusto, senza intoppi, senza frizioni di sorta. Inutile sottolineare il ruolo fondamentale che il credito ha in tutto ciò. Secondo Marx la condizione di equilibrio rappresenta una mera casualità, fa parte dei fenomeni accidentali, mentre la condizione di squilibrio costituisce la normalità, la fisiologia del processo di accumulazione. «La continuità di questo processo presuppone la costante disproporzione» (7). Più in generale, l’equilibrio armonico della e nella società borghese è da Marx escluso in linea di principio, non come astratta petizione ideologica, ma come espressione di una realtà colta nella sua essenza storica e sociale e nella sua concreta dinamica.

Ovviamente questa effervescente e “anarchica” fisiologia, qui sommariamente richiamata, espone l’investimento capitalistico (e la vita di ciascun individuo!) a molti rischi.

Ad esempio, un esempio assai più pregnante ai tempi di Marx che ai nostri tempi, se il ritmo dell’accumulazione in molte e importanti sfere produttive diventa così forsennato da superare la capacità produttiva delle imprese che le riforniscono di mezzi di produzione e di materie prime; se cioè la «produzione reale non può tenere il passo» di quell’accumulazione, «salgono i prezzi di tutte le merci che entrano nella formazione del capitale», e ciò può incidere fin troppo pesantemente sul saggio del profitto, al punto da provocare l’arresto della produzione nelle sfere produttive interessate dal fenomeno, con un effetto domino, sull’economia cosiddetta reale e su quella finanziaria, facilmente intuibile. Questa possibilità di crisi è immanente al concetto stesso di capitale. Ma in quel concetto è implicita anche la «metamorfosi della merce», ossia la trasformazione del valore di scambio in denaro, salto mortale che non sempre giunge a buon fine, con ciò che ne segue in termini di insuccesso per l’investimento produttivo. Scrive Marx: «Nella produzione di merci, la trasformazione del prodotto in denaro, la vendita, è conditio sine qua non. […] Con la separazione fra il processo di produzione immediato e il processo di circolazione è nuovamente e ulteriormente sviluppata la possibilità delle crisi, che si mostrava nella semplice metamorfosi della merce» (8).

La possibilità formale della crisi deriva anche dal denaro nella sua qualità di mezzo di pagamento (cambiale, tratta, ecc.), proprietà che consente di dilazionare nel tempo il pagamento della merce (o del servizio) acquistata. Questo straordinario supporto all’economia capitalistica rende però possibile l’effetto domino (o, più volgarmente, catena di Sant’Antonio) delle insolvenze: «Qui già vediamo una connessione fra i crediti e le obbligazioni reciproche, fra gli acquisti e le vendite, dove la possibilità [della crisi] può svilupparsi a realtà» (9).

L’autonomizzarsi di ogni singolo momento interno alla prassi economica considerata nella sua totalità (produzione, scambio, credito, speculazione, investimento) genera continuamente e in ogni punto di quella totalità la possibilità astratta della crisi, la quale peraltro ha il significato di mostrare proprio l’impossibilità di quell’autonomizzazione. «Vi è una massa di momenti, di condizioni, di possibilità di crisi, che non possono essere esaminati se non considerando i rapporti concreti, specialmente la concorrenza dei capitali e il credito» (10). Estremizzando un po’ il discorso potremmo affermare che lo scandalo, per così dire, non è rappresentato dalla crisi economica, ma piuttosto dalla sua mancanza, visto che le sue premesse sono praticamente illimitate proprio perché derivano dal concetto stesso di capitale.  Il capitale, insomma, come monocausa della crisi.

La crisi, osserva Marx, può scaturire anche da un improvviso e cospicuo rincaro nel costo della materia prima trasformata in un’importante branca industriale: «»Se si deve spendere di più in materie prime, resta di meno per il lavoro. […] La riproduzione non può essere ripetuta al medesimo livello. Una parte del capitale fisso resta ferma, una parte degli operai viene gettata sul lastrico. Il saggio di profitto cade, perché il valore del capitale costante è salito rispetto a quello del capitale variabile impiegato. […] Quindi crisi. Crisi di lavoro e crisi di capitale» (11). Qui ci avviciniamo concettualmente alla forma capitalisticamente peculiare della crisi, perché l’innalzamento del prezzo della materia prima altera la composizione organica del capitale, incidendo sul saggio del profitto. Tuttavia in questo caso la variazione nella composizione organica non riflette un mutamento nella composizione tecnica del modo di produzione, dialettica che invece connota il capitalismo in generale, e il Capitalismo altamente sviluppato in particolare.

Scrive Marx: «[La] sovraproduzione [è] il fenomeno fondamentale della crisi» (12). Attenzione: qui Marx scrive «fenomeno fondamentale della crisi», non causa fondamentale della crisi. Che significa? Che ogni crisi generale si manifesta innanzitutto come sovrapproduzione di merci (e come sovrabbondanza di capitali), ma che la sovrapproduzione di merci non è la causa fondamentale di tutte le crisi. Abbiamo visto anzi che la sovrapproduzione di merci è, fino a un certo punto, una condizione fisiologica nell’ambito della produzione capitalistica, mentre essa diventa patologica con l’esplodere della crisi. È la crisi che trasforma in patologia ciò che rientra nella fisiologia del processo capitalistico di produzione. Ma c’è di più! C’è il fatto che «la parola sovraproduzione induce in sé in errore», il quale consiste nel dimenticare che la merce non è che una delle forme assunte dal Capitale nel suo ciclo di vita, e che dunque parlare di sovrapproduzione di merci equivale a parlare di sovrabbondanza (o «pletora») di capitali, il che ci riporta concettualmente dalla sfera della circolazione, ossia del mercato nel quale giacciono invendute le merci, alla sfera della valorizzazione capitalistica. Soprattutto, osserva Marx, «nel passaggio dall’espressione “sovraproduzione di merci” all’espressione “sovrabbondanza di capitale”» si rende esplicito il carattere sociale del problema, ossia il fatto che «i produttori non si contrappongono come semplici possessori di merci ma come capitalisti», vale a dire come sfruttatori di lavoro salariato (13). Di solito Marx usa il termine produttori per alludere ai lavoratori impegnati direttamente nella produzione, mentre qui con quel termine designa appunto i capitalisti, ossia i produttori considerati dal punto di vista dell’economia politica.

Ciò che nella crisi rimane invenduto; ciò che esubera le capacità di assorbimento del mercato non sono, in primo luogo, beni di consumo immediato, ma soprattutto beni durevoli, e fra questi spiccano quanto a massa di capitali i mezzi di produzione e le materie prime, cioè a dire i fattori oggettivi della produzione comprate con quella parte di capitale che Marx definisce costante. Questo ancora una volta ci riporta allo stato di sofferenza del processo di valorizzazione. Licenziamenti e decurtazioni del salario sono anch’essi fenomeni tipici che si presentano nelle crisi di una certa gravità. Cade insomma il potere d’acquisto di una notevole massa di proletari, ma anche un settore abbastanza largo di piccola borghesia vede ridursi la propria capacità di acquisto. La vendita di merci di largo consumo subisce una certa flessione, mentre quella dei beni durevoli (automobili, case, elettrodomestici) acquistati nei momenti di bonaccia (di alta congiuntura) facendo ricorso al credito subisce un vero e proprio tracollo. La flessione dei consumi non è dunque la causa della crisi ma ne è piuttosto la conseguenza e il sintomo forse più appariscente, anche se ovviamente la crisi di realizzazione aggrava la crisi di valorizzazione sottostante secondo un circolo vizioso che coinvolge pesantemente anche la sfera creditizia, come ben sappiamo anche grazie alla Grande crisi di dieci anni fa.

2. Crisi capitalistica peculiare

«Tutte le contraddizioni della produzione borghese si manifestano collettivamente nelle crisi mondiali generali, e solo in maniera dispersa, isolata, unilaterale nelle crisi particolari» (14). La crisi del mercato mondiale rappresenta dunque per Marx la crisi specifica, peculiare del vigente modo di produzione che ha nella ricerca del profitto la sua più potente ragion d’essere e nelle condizioni di profittabilità dell’investimento capitalistico la causa scatenante delle crisi, ciò che fa precipitare «l’astratta possibilità» delle crisi parziali latenti in ogni singolo momento della prassi economica in reali crisi. Nella crisi del mercato mondiale queste crisi parziali e momentanee convergono in un solo, generale e drammatico evento critico. «Nelle crisi del mercato mondiale erompono le contraddizioni e le antitesi della produzione borghese. Ora, invece di indagare in che cosa consistono gli elementi in conflitto, che nella catastrofe giungono all’esplosione, gli apologeti si accontentano di negare la catastrofe stessa, […], si ostinano a ripetere che se la produzione si regolasse secondo i manuali, non si arriverebbe mai alla crisi» (15). Appare chiaro che quando Marx parla di «mercato mondiale» intende riferirsi al processo capitalistico di accumulazione colto nella sua totalità (produzione, distribuzione, circolazione) e nella sua dimensione planetaria, una dimensione che è assai più vera oggi che ai tempi del nostro ubriacone tedesco, il quale non profetizzava (magari con l’aiutino di un buon bicchiere di vino) un bel niente, ma piuttosto analizzava il Capitale a partire dal suo stesso concetto, il quale postula appunto la dimensione mondiale del Capitale, dal momento che per sopravvivere esso deve espandersi sempre di nuovo spazialmente (in tutto il pianeta), socialmente (in tutta la società) e “esistenzialmente” (in tutte le manifestazioni della vita umana). Personalmente declino in questi termini i concetti di globalizzazione capitalistica e di totalitarismo capitalistico.

«La crisi reale può essere rappresentata solo dal movimento reale della produzione capitalistica, dalla concorrenza e dal credito» (16). Si tratta di tre momenti tra loro molto – intimamente – intrecciati che si influenzano reciprocamente. Ma il punto di partenza logico e fattuale del processo è dato naturalmente dalla creazione del valore (e del plusvalore), senza il quale non sarebbe possibile nessun movimento nell’economia e nella società in generale. Ovviamente parlo della vigente – e mondiale – società. Qui intendo sempre riferirmi alla creazione del valore sociale primario o basico, secondo la definizione già data nei precedenti post, ossia alla produzione di beni (valori d’uso) che incorporano valore di scambio che deve convertirsi in denaro, pena il fallimento dell’investimento capitalistico. Nel prezzo che vediamo appiccicato, idealmente o realmente, sul corpo della merce che giunge sul mercato per tentare il capitombolo di cui parlava Marx nel primo libro del Capitale (la metamorfosi della merce: dal valore di scambio alla forma denaro) è concentrato un processo (tecnico e sociale) che naturalmente si svolge interamente alle spalle dei consumatori, e che non è controllato dagli stessi produttori immediati (i lavoratori), né dai singoli capitalisti che pure beneficiano dell’avvenuta “metamorfosi”.

Come scriveva Marx, il processo di valorizzazione del capitale è, al contempo, processo tecnico (oggettivo) di produzione, fatto appunto di macchine, di materie prime e ausiliarie e di capacità lavorativa (fatto cioè di valori d’uso messi insieme dal capitale secondo un metodo razionale in vista di un prodotto), e processo di valorizzazione stricto sensu, in cui entrano in ballo non i valori d’uso dei diversi fattori produttivi, ma i loro valori di scambio, la loro essenza mercantile, il fatto cioè che macchine, materie prime e uomini sono stati comprati con denaro (salario, «capitale variabile») e vengono consumati non per produrre un generico bene, ma una merce. Merci che producono merci: è l’essenza – altamente disumana – del Capitalismo.

Come ho scritto altrove, la fenomenologia monetaria del processo di valorizzazione occulta la sostanza sociale del processo di valorizzazione, ossia il suo essere fondamentalmente un processo di sfruttamento di lavoro vivente, di uomini in carne ed ossa, attuato servendosi di mezzi tecnologici sempre più sofisticati. È qui che, tra l’altro, trova alimento la concezione feticistica dell’economia mercantile, la quale appare come «una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici». «Il capitale», scriveva Thomas Hodgskin nel 1825, «è una specie di parola cabalistica, come Chiesa o Stato, inventata da coloro che tosano la restante umanità allo scopo di nascondere la mano che impugna il coltello da tosare» (17).

Come ricordava Henrik Grossmann nella sua importante opera sulla crisi pubblicata con eccezionale tempismo nel 1929, «già Adam Smith scorge nella caduta del saggio di profitto un pericolo per il modo di produzione capitalistico, poiché il profitto del capitale è il motore della produzione. Però Smith fa scomparire il profitto con la crescente concorrenza del capitale. Ricardo tentò da parte sua di spiegare la legge della caduta del saggio di profitto come legge naturale, col fatto della diminuzione delle forze produttive della terra e con la conseguenza crescita del salario» (18). I limiti concettuali di Smith e Ricardo intorno alla caduta del saggio di profitto esprimevano soprattutto i limiti del Capitalismo del loro tempo, oltre che naturalmente quelli dell’impostazione teorica generale della loro economia politica. E tuttavia, già aver individuato chiaramente il problema ci dice quanto seria e intelligente fosse la loro ricerca e quanto intimamente connesso alla produzione capitalistica sia il fenomeno della caduta del saggio di profitto, già evidente in uno stadio ancora relativamente poco sviluppato del Capitalismo. «Nei discepoli di Ricardo, l’orrore per questa nefasta tendenza assume forme tragicomiche» (19).

A Smith Marx obietta che la sempre più accesa concorrenza intercapitalistica è piuttosto la conseguenza, e non la causa della sofferenza cui la valorizzazione del capitale va incontro a un certo punto del processo di accumulazione, e che quindi l’attenzione va posta su quel “certo punto”, ossia su ciò che innesca la svolta negativa nel processo di valorizzazione. A Ricardo Marx obietta invece la circostanza che vede il saggio di profitto diminuire nonostante la produttività generale del lavoro cresca, e che quindi va individuato il nesso che lega intimamente ciò che agli occhi dell’economia politica classica appariva nei termini di un’inspiegabile contraddizione: la caduta del saggio di profitto in presenza di una crescente produttività del lavoro, anche in agricoltura. Marx scopre che a un certo livello (alto) dell’accumulazione la massa del plusvalore «smunto» alla vacca del lavoro salariato non è più in grado di sostenere l’accumulazione né di valorizzare convenientemente il capitale investito. E questo senza smentire in alcun modo la legge del valore lavoro, e anzi in perfetta armonia con essa. Ricordo a me stesso il concetto marxiano di accumulazione: investire una parte del plusvalore estorto ai lavoratori in un nuovo ciclo produttivo, ingrandendo la massa del capitale messo in gioco nel processo di valorizzazione.

La spinta all’innovazione tecnologica e organizzativa (due aspetti della stessa cosa), che innesca una delicata dialettica nel cuore del processo di valorizzazione del capitale tra saggio del plusvalore, massa del plusvalore e saggio generale del profitto, rende sempre più aspra la concorrenza tra capitali, ossia la corsa alla spartizione del plusvalore sociale mondiale. Le imprese e i Paesi capitalisticamente più avanzati attingono al fondo comune del plusvalore mondiale (quello che Marx chiamava ironicamente «comunismo capitalistico») provvisti di cucchiai più grandi, ed è qui che bisogna individuare, tra l’altro, la radice sociale dell’Imperialismo, il quale prim’ancora d’essere un fenomeno politico (e quindi anche militare), è un fenomeno eminentemente “strutturale”, perché rimanda in modo diretto alla prassi economica e alle innovazioni tecnoscientifiche che essa promuove continuamente, con ciò che ne segue per ciò che concerne le istituzioni formative (scuola, Università, ecc.) di un Paese e così via. E questa dinamica non segna solo i rapporti tra Paesi avanzati e Paesi arretrati, o in via di sviluppo, come si diceva una volta; essa è tipica dei rapporti fra tutti i Paesi del mondo, anche tra quelli più avanzati, perché essere più avanzati o meno avanzati è cosa relativa, non assoluta, e le parti si possono invertire molto velocemente, come dimostra anche la storia delle relazioni interimperialistiche tra i Paesi del Primo mondo (l’area a egemonia statunitense, per intenderci) nel Secondo dopoguerra. Il primato capitalistico non è per sempre (la Gran Bretagna ne sa qualcosa), e comunque esso può essere mantenuto e consolidato solo con molti sforzi.

Scriveva Grossmann: «Proprio il vantaggio tecnico è l’unico mezzo per affermarsi sul mercato mondiale. Quanto più si acuiscono le lotte per il mercato mondiale, tanto più si è costretti al cambiamento della tecnica, e le pause intermedie con immutata base tecnica vengono accorciate» (20). Ovviamente la tecnologia cosiddetta intelligente ha esasperato questo fenomeno. In alcune sfere industriali (per tacere dei servizi) gli imprenditori rimandano l’innovazione tecnologica fino all’ultimo momento, perché temono di acquistare strumenti di produzione diventati già obsoleti solo poco tempo dopo il loro arrivo sul mercato. L’accelerazione tecnologica spiazza continuamente gli investitori del XXI secolo. naturalmente anche il cosiddetto «capitale umano» è esposto al rischio di una sempre più rapida obsolescenza: di qui l’odioso concetto di formazione continua e permanente che esprime la vigenza nel mondo di rapporti sociali odiosi. Attraverso la formazione professionale continua e permanente il Capitale “aiuta” la capacità lavorativa, senza il cui sfruttamento esso non potrebbe esistere, a non uscire dal mercato del lavoro a causa dei continui e sempre più veloci mutamenti nella struttura tecnologico-organizzativa della produzione. Il regno della filantropia capitalistica è davvero raccapricciante!

«Come all’interno del capitalismo pensato isolatamente gli imprenditori che si sono dotati di una tecnica progredita superiore alla media sociale e che vendono le loro merci a prezzi sociali medi, conseguono un extraprofitto, a spese di quegli imprenditori, la cui tecnica rimane al di sotto della media sociale, allo stesso modo sul mercato mondiale i paesi ad alto sviluppo tecnologico conseguiranno sovrapprofitti a spese di qui paesi il cui sviluppo tecnologico ed economico è arretrato» (21).

Per i capitali investiti nell’economia cosiddetta reale farsi concorrenza significa produrre la stessa merce a minor prezzo, cosa che si traduce in un continuo miglioramento nei mezzi di produzione e nell’organizzazione del lavoro. Come già sappiamo Marx chiamava composizione tecnica del capitale il rapporto tra mezzi di produzione e il lavoro vivo, e composizione organica del capitale questo stesso rapporto considerato però dal lato dei valori monetari in gioco.  Generalmente più è alta la composizione organica del capitale (si spende sempre più in mezzi di produzione e sempre meno, in termini relativi o assoluti, in lavoro vivo), e più tecnologicamente avanzata è un’impresa, così come più produttivo è il lavoro che essa impiega. Storicamente la tendenza va in questo senso, e la cosa oggi, nell’epoca in cui si parla, più o meno a sproposito, di «fine del lavoro» e di robotizzazione totale della produzione di beni e servizi, non necessita di esempi. Il credito facilita enormemente la produzione e il consumo (privato e industriale), che si alimentano a vicenda innescando un circolo virtuoso che sembra inarrestabile.

Non sempre la conquistata superiorità tecnologica si traduce per un’impresa industriale in un successo economico. Quando l’accresciuta produttività del lavoro non ha un immediato riscontro in un adeguato accrescimento del saggio del profitto, il cui livello, ad esempio, cessasse di giustificare una nuova capitalizzazione di parte dei profitti, il circolo virtuoso dell’accumulazione potrebbe spezzarsi da un momento all’altro, provocando la crisi dell’impresa non per scarsa efficienza, ma per eccessiva efficienza. Il paradosso si spiega facilmente se consideriamo l’aspetto qualitativo (“valoriale”) e non quantitativo (tecnologico e fisico: quantità delle merci prodotte in un tempo stabilito) del problema. Infatti, la produzione capitalistica è in primo luogo un processo di valorizzazione, il cui obiettivo vitale non è quello di offrire al mercato quanti più beni sia possibile produrre data una certa composizione tecnica, ma intascare il maggiore profitto possibile data una certa composizione organica.

È vero che le nuove macchine e il nuovo modello organizzativo rendono più produttiva ogni singola capacità lavorativa, cosa che si traduce in un aumento di quello che Marx chiamava saggio del plusvalore (o saggio di sfruttamento: rapporto tra il plusvalore e il salario), ma è anche vero che il plusvalore deve mettersi in rapporto con l’intera massa investita nella produzione, e non solo con la massa salariale. Marx chiamava saggio del profitto il rapporto tra il plusvalore e l’intero capitale investito in macchine, materie prime, forza-lavoro, ecc. Se l’incremento della massa di plusvalore non riesce a contrastare la tendenza a decrescere del saggio del profitto, il processo di valorizzazione del capitale entra in sofferenza. Se la sofferenza si protrae per più cicli produttivi, il processo di valorizzazione deve arrestarsi e i funzionari del Capitale devono trovare il modo di riattivare il circolo virtuoso dell’accumulazione/valorizzazione. Quasi sempre la soluzione si traduce in una nuova rivoluzione tecnologica e organizzativa (sempre più di respiro internazionale: vedi la cosiddetta «catena del valore mondiale» e la divisione mondiale del lavoro), la quale ripristina la congiuntura favorevole ma solo per spostare in avanti e più in alto il momento di una nuova crisi di valorizzazione: questo è il normale modo di procedere del Capitale.

Scrive Marx: «La progressiva tendenza alla diminuzione del saggio generale del profitto è dunque solo un’espressione peculiare al modo di produzione capitalistico per lo sviluppo progressivo della produttività sociale del lavoro. […] Data la grande importanza che questa legge ha per la produzione capitalistica, si può dire che essa costituisce il mistero a svelare il quale tutta l’economia politica si è adoperata dal tempo di Adam Smith» (22). In altri termini, nel modo capitalistico di produzione «lo sviluppo progressivo della produttività del lavoro», che in astratto dovrebbe arrecare solo enormi benefici al capitale e alla società nel suo complesso, genera invece tutta una serie di meccanismi interni al processo di valorizzazione che alla fine danno una risultante non sempre favorevole all’investimento capitalistico, con le ripercussioni sul corpo sociale che sappiamo. «Ciò non vuol dire», continua Marx, «che il saggio del profitto non possa temporaneamente diminuire per altre ragioni». È chiaro che quando le imprese industriali e commerciali entrano in crisi anche il credito ne risente fortemente (basti pensare alla catena di Sant’Antonio delle insolvenze!), ed «è appunto per questo che gli economisti amano far passare questa forma ovvia come la causa delle crisi» (23). La dinamica dei tassi di interesse è un po’ come un termometro che misura la temperatura generata da un organismo che si trova, ovviamente, al di là dello strumento di misura e che in ogni caso non si esaurisce in esso. La cosa appare meno ovvia agli occhi della scienza economica dominante, la quale spessissimo inverte i termini causali dei fenomeni, fino a scoprire che il termometro si è beccato un brutto raffreddore.

Come si vede, il processo di valorizzazione del capitale (conservare il vecchio valore del capitale e, al contempo, crearne uno nuovo di zecca: valore + plusvalore) è un meccanismo molto delicato.

Per spiegare la dialettica tra la massa del plusvalore e il ritmo sempre più accelerato dell’accumulazione, Grossmann offre al lettore un esempio “idraulico” di grande efficacia: «La massa del plusvalore può essere paragonata a una riserva d’acqua che riceve in un determinato periodo un aumenta d’acqua del 5 per cento, però contemporaneamente nello stesso periodo perde acqua in misura maggiore. È chiaro che alla lunga una tale situazione è insostenibile, che presto o tardi la riserva che ha da valorizzare il capitale accumulato deve esaurirsi» (24). Il cavallo dell’accumulazione beve così tanto liquido (plusvalore), da prosciugare periodicamente il serbatoio d’acqua: «Sotto tali condizioni la riserva di plusvalore si esaurisce sempre di più e il capitale accumulato può essere valorizzato soltanto ad un saggio progressivamente sfavorevole. […] La massa di plusvalore non può più fornire nella misura presupposta dall’accumulazione la massa di accumulazione annualmente necessaria» (25). Il lavoro di Grossmann è importante perché oltre a chiarire i meccanismi interni al processo di valorizzazione che incidono negativamente sul saggio del profitto, comprimendo il rendimento dell’investimento capitalistico, mostra i limiti oggettivi della stessa accumulazione capitalistica, la quale con il suo procedere fisiologico (normale) giunge a un punto in cui non può più procedere anche alla presenza di un rendimento (profitto) ridotto ai minimi termini. Non solo il cavallo prosciuga l’intero serbatoio, ma per placare la sua sete il funzionario del Capitale dovrebbe far ricorso al credito, alimentando l’accumulazione con una crescente perdita. Ovviamente il cavallo viene fermato molto prima che si raggiunga quel punto limite, ma Grossmann fa agire la tendenza distruttiva fino alle estreme conseguenze appunto per mostrare i limiti oggettivi, “fisici” del processo capitalistico di produzione, e ciò in polemica con chi sosteneva (anche da pulpiti che si autodefinivano “marxisti”) che una più razionale conduzione di quel processo avrebbe potuto evitare l’insorgere della crisi. Il «crollo assoluto» del Capitalismo di cui parlava Grossmann è un’ipotesi teorica intesa a chiarire i termini essenziali del problema, e questo i suoi detrattori che l’hanno accusato di determinismo crollista non l’hanno capito, e non potevano comprenderlo, invischiati com’erano nella rete della mera apparenza. Come scrisse una volta Marx, se tra il fenomeno indagato e la sua essenza vi fosse un’immediata identità, non ci sarebbe bisogno di scienza. Diciamo pure che lo studioso di Cracovia prese molto sul serio la lezione “filosofica” del comunista di Treviri.

Riassumendo (ma si fa per dire) possiamo sostenere che la crisi capitalistica soltanto formale nasce dal concetto stesso di capitale colto nelle sue diverse manifestazioni: denaro, mezzo di pagamento, merce, capitale monetario, mezzi di produzione, lavoro, ecc.; ogni figura del capitale ha la nefasta tendenza a rendersi autonoma dal tutto che ne garantisce l’esistenza, impresa che alla fine deve mostrare tutta la sua disastrosa velleità. La crisi capitalistica peculiare mette invece a nudo il cuore pulsante della valorizzazione del capitale, mostrandone la dinamica interna, la mostruosa (disumana) vitalità e i limiti.

Più che come causa unica, o come causa di ultima istanza, la caduta tendenziale del saggio medio – o sociale – del profitto va piuttosto considerata come lo sfondo problematico della scena economica, ma anche come la realtà che rende continuamente asfittica l’accumulazione capitalistica e che costringe sempre di nuovo il capitale “reale” a trovare nuove modalità nella sua valorizzazione (introduzione di nuove tecnologie e di nuove configurazioni organizzative, ecc.) e nuove opportunità di profitto al di là dello stretto (e troppo angusto!) ambiente industriale e commerciale. Dalla fine degli anni Sessanta del secolo scorso assistiamo a fasi espansive sempre più brevi, caratterizzate da un livello del saggio medio del profitto generalmente basso, soprattutto se confrontato con quello fatto registrare a partire dal Secondo dopoguerra. Ma compiuta la ricostruzione degli apparati produttivi e delle città nei Paesi distrutti dalla guerra, si è aperta per il Capitale mondiale una «nuova normalità», che alcuni definiscono crisi permanente del Capitalismo, della quale la crisi internazionale divampata nel 2008 non sarebbe che una nuova manifestazione.

Nuova normalità capitalistica o crisi permanente del Capitalismo? Io propendo per la prima definizione, soprattutto perché ho in forte antipatia l’ideologia crollista di chi, anno dopo anno, decennio dopo decennio, si consola osservando che se la rivoluzione se la passa male anche il nemico non può certo menar vanto di una società sempre in crisi. Questa consolatoria prospettiva non può in ogni caso eliminare gli ultimi 40 anni di prassi capitalistica mondiale, che ha fatto registrare non solo un eccezionale sviluppo capitalistico in vastissime aree del pianeta (Cina, India, ecc.), ma anche significative rivoluzioni tecnoscientifiche in ogni comparto della vigente economia, la quale, come sostenne il comunista di Treviri molto prima delle teorizzazioni “distruttive/creative” di Schumpeter,  può vivere appunto solo dando corpo a continue rivoluzioni tecnologiche e organizzative. E qui ancora una volta viene avanti la problematica condizione di profittabilità dell’investimento capitalistico, che genera una continua tensione nel processo allargato della produzione e una corsa permanente e sempre più accelerata alle innovazioni non solo nel campo direttamente produttivo (di valore e plusvalore), ma anche in quello creditizio e finanziario in generale. È in questa dialettica che si avvita il circolo virtuoso/vizioso della prassi capitalistica. In ogni caso, prendere i ritmi di crescita postbellici come punto di riferimento per stabilire lo stato di salute del Capitalismo di questo scorcio di XXI secolo non ha alcun senso, almeno a mio modo di vedere.

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(1) K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 135, Einaudi 1958.
(2) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 548, Einaudi 1955.
(3) Come scriveva Henrik Grossmann, la crisi va messa direttamente in connessione «non con il saggio di profitto, ma con la massa di profitto. […] La caduta del saggio di profitto è soltanto un indice che rinvia alla caduta relativa della massa di profitto» – o massa di plusvalore (H. Grossmann Il crollo del capitalismo, p. 193, Jaca Book, 1976). Questo perché il saggio del profitto esprime un rapporto tra grandezze (plusvalore/capitale investito, pv/C) e ci dà «un numero puro», un indice appunto che rinvia ad altro, mentre la massa del plusvalore (o del profitto, ponendo l’identità fattuale tra profitto e plusvalore) è una «grandezza reale». Partendo dalla caduta del saggio generale del profitto solo attraverso precise mediazioni concettuali si arriva al concetto di crisi del processo di valorizzazione del capitale. In effetti, anche a me capita spesso di saltare i passaggi logici che connettono la caduta del saggio generale alla crisi, per rendere più agevole la comprensione della questione; questo può forse ancora andare bene, a patto però che si sia consapevoli di operare una semplificazione.
(4) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 543, Einaudi, 1955.
(5) Ibidem, p. 576.
(6) Definisco utopia un luogo che ancora non esiste, ma che potrebbe esistere. Ovviamente non si tratta di una splendida, ancorché immaginaria, isola che già esiste da qualche parte e che va solo scoperta, ma di una splendida (o semplicemente umana) possibilità che per trasformarsi in realtà ha bisogno dell’opera dell’uomo. Quando parlo di “uomo”intendo sempre intendere “umanità”: non vorrei apparire “sessista”!
(7) Ivi. Una concezione radicalmente diversa da quella che verrà proposto da Tugan-Baranovskij nella sua opera principale, Studi sulla teoria e storia delle crisi commerciali in Inghilterra del 1896. Tugan-Baranovskij metteva in discussione le ipotesi che spiegano le crisi come dovute alla caduta del saggio del profitto, oppure alla limitata capacità di consumo degli operai e dei capitalisti, mentre ammetteva come loro causa principale il realizzarsi di una momentanea sproporzione fra i due settori fondamentali della produzione capitalistica: il settore dei mezzi di produzione e il settore dei mezzi di sussistenza. Ciò che egli intendeva mettere in rilievo, contro i pessimisti d’ogni specie, e contro i populisti russi in particolare, è la permanente possibilità di una produzione allargata, con un’accumulazione di capitale che non incontra sulla sua strada alcun limite che non sia quello legato alla capacità tecnica delle forze produttive. Le sperequazioni fra i diversi settori produttivi non sono, per Tugan-Baranovskij, un fatto necessario dello sviluppo capitalistico, quanto il risultato di una mancanza di pianificazione da parte dei capitalisti. In quella concezione cessava di esistere anche il carattere necessario della crisi, la quale potrebbe invece essere evitata risolvendo i problemi della pianificazione economica, con grande beneficio per la stessa classe operaia, il cui livello di vita può crescere progressivamente, seppure in modo limitato.
(8) Ibidem, p. 558.
(9) Ibidem, p. 562.
(10) Ibidem, pp. 588-589.
(11) Ibidem, pp. 566-567.
(12) Ibidem, p. 582.
(13) Ibidem, p. 551.
(14) Ibidem, p. 590.
(15) Ibidem, p. 552.
(16) Ibidem, p. 563.
(17) Cit. tratta da K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 290.
(18) H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, p. 268-269. Scriveva David Ricardo in un saggio del 1815: «Il profitto tende naturalmente a diminuire; infatti, col procedere della società e della ricchezza la maggior quantità di cibo occorrente è ottenuta col sacrificio di un numero di lavoratori sempre maggiore. Questa tendenza, questa gravitazione del profitto è fortunatamente arrestata, di tempo in tempo, dai perfezionamenti delle macchine legate alla produzione dei mezzi di sussistenza necessari, come pure dalle scoperte dell’agronomia, che consentono di fare a meno di una parte del lavoro di cui prima v’era bisogno, e quindi di abbassare il prezzo dei mezzi di sussistenza necessari» (la citazione si trova a p. 599 della marxiana Storia delle teorie economiche, II).
(19) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II p. 598.
(20) H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, p. 341.
(21) Ibidem, p. 403. «I capitali investiti nel commercio estero possono offrire un saggio di profitto più elevato soprattutto perché in tal caso fanno concorrenza a merci che vengono prodotte da altri paesi a condizioni sfavorevoli; il paese più progredito vende allora i suoi prodotti ad un prezzo maggiore del loro valore, quantunque inferiore a quello dei paesi concorrenti» (K. Marx, Il capitale, III, p. 289, Editori Riuniti, 1980). «La legge del valore subisce qui [nel mercato mondiale] modificazioni essenziali. Ovvero, le giornate lavorative di paesi differenti possono stare fra loro come all’interno di un paese il lavoro qualificato, il lavoro complicato sta al lavoro non qualificato, semplice. In questo caso il paese più ricco sfrutta quello più povero, anche se quest’ultimo con lo scambio guadagna» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 253). «Due nazioni possono scambiare in base in base alla legge del profitto in modo da ottenere entrambe un profitto, ma una viene sempre avvantaggiata. […] L’una può continuamente ad appropriarsi d’una parte del plusvalore dell’altra, in cambio della quale non dà nulla» (K. Marx, Lineamenti fondamentali, II, p. 633, Nuova Italia, 1978). Lo scambio ineguale tra Paesi si fonda soprattutto sulla loro differente potenza capitalistica – produttiva, organizzativa, tecnoscientifica. D’altra parte nel Capitalismo altamente sviluppato la stessa politica non è che una infrastruttura economica, com’è teorizzato anche da non pochi economisti e politici apologeti.
(22) K. Marx, Il capitale, III, p. 261.
(23) K. Marx, Storia delle teorie economiche, II, p. 565.
(24) H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, p. 179.
(25) Ivi.

LA CONSAPEVOLEZZA E IL CONSOLIDAMENTO DELLA POTENZA CAPITALISTICA CINESE

Ecco come Romano Prodi, studioso della società cinese e grande amico del Partito-Regime di Pechino, presentava ieri sulle pagine del Messaggero la prossima apertura del «19° Congresso del Partito Comunista Cinese. Un evento che deciderà in modo irrevocabile la futura politica di una Cina ormai diventata potenza globale nel campo politico, economico e militare»:

«La futura politica della Cina viene bene riassunta dalle due espressioni che più sono ripetute nelle informali discussioni precongressuali. Due espressioni che suonano come “consapevolezza e consolidamento” del ruolo della Cina nel mondo. Il paese che fino a pochi mesi fa veniva definito dai sui stessi governanti come un paese “in via di sviluppo” si prepara cioè ad un Congresso che vuole prendere apertamente atto di un grande obiettivo: giocare un ruolo di assoluta primazia nel futuro del pianeta. Prima di tutto con uno sforzo interno di trasformazione di un paese in cui ogni giorno nascono quindicimila nuove imprese, si abbandonano le produzioni a basso valore aggiunto, aumentano vertiginosamente le spese in ricerca e si sfida il primato mondiale in settori di vitale importanza nel futuro, come l’automobile elettrica e i supercomputer. Obiettivi che debbono accompagnarsi alla sostituzione di consumi agli investimenti, alla riforma del sistema bancario e alla riduzione delle inefficienze di molte imprese pubbliche. In politica estera saranno gli anni della concreta attuazione della via della Seta, che si traduce in un enorme impegno per l’espansione verso l’estero, attraverso una presenza pervasiva nell’Asia Centrale e una crescente influenza in Europa ed Africa. Un progetto di proiezione economica verso l’estero che non ha uguali. Il tutto accompagnato da un processo di modernizzazione e di rafforzamento degli apparati militari, anche se fino ad ora vi è una sola base militare all’estero (a Gibuti) di fronte alle alcune centinaia che gli Stati Uniti presidiano in tutto il mondo. Xi Jinping potrà aprire il Congresso con la consapevolezza che il progetto di spingere la Cina verso la primazia mondiale si fonda sulla condivisione di un nuovo sentimento di orgoglio nazionale».

Molti analisti di geopolitica segnalano con preoccupazione il crescente ruolo che Xi Jinping si sta ritagliando al centro del regime cinese, un ruolo paragonabile, mutatis mutandis, solo a quello avuto dal grande leader storico della Cina moderna Mao Tse-tung. Di certo c’è il fatto che la grande campagna moralizzatrice degli ultimi anni ha avuto un segno politico inequivocabile, tutto centrato sulla necessità di tagliare «alcuni nodi di potere che potevano condizionare la compattezza del comando della Cina. In conseguenza di queste decisioni politiche molti osservatori pensano che il prossimo congresso voterà in favore di un ulteriore accentramento del potere, con il passaggio da sette a cinque componenti del Comitato Centrale, che dovrebbe essere in ogni modo totalmente rinnovato. Rinnovato per fare che cosa?», si chiede Prodi. Questo in parte lo abbiamo già visto, lo vediamo oggi e lo vedremo soprattutto nel prossimo futuro.

Recensendo il libro di Simone Pieranni Cina globale (manifestolibri) Toni Negri parla della forte iniziativa imperialista cinese nei termini di un «discreto sogno imperiale». Verrebbe da dire: «discreto» solo fino a un certo punto, anche sul terreno squisitamente militare; e poi perché definire «imperiale» quel «sogno» e non invece, come pare più corretto a chi scrive, schiettamente imperialista? È sufficiente riflettere sull’espansione economico-finanziaria del capitalismo cinese, ad esempio in Africa, per capire che il concetto di imperialismo si applica a meraviglia alla Cina del XXI secolo. E senza che ciò significhi in alcun modo, come pensano i nostalgici del maoismo, una rottura radicale con l’esperienza rivoluzionaria nazionale-borghese (cosiddetta “socialista”) iniziata nel 1949. Esperienza che ha invece posto le premesse politiche e sociali dell’eccezionale decollo capitalistico della Cina moderna agli inizi degli anni Ottanta.

Alla Cina di Mao si può certamente attribuire, come fa Negri, il merito storico della «grande rinascita della nazione cinese: una rinascita costruita e gestita dal Pcc». Un merito che tuttavia non travalica di un solo millimetro i confini, appunto, della dimensione nazionale-borghese. A mio modestissimo avviso il Partito di Mao fu “comunista” solo di nome, esattamente come lo fu il partito “fratello” russo. Scriveva G. Carocci nell’Introduzione al libro di Maria Weber La Cina alla conquista del mondo (Newton, 2006): «Considerata in una prospettiva storica, la rivoluzione cinese, forse la più grande del ventesimo secolo, è stata paradossalmente il modo in cui si è affermato in Cina il capitalismo». A mio avviso non «paradossalmente», ma necessariamente, appunto perché quella rivoluzione non uscì mai dal quadro nazionale-borghese, sempre al netto della fraseologia pseudo marxista (condita in salsa cinese) usata dai suoi protagonisti, la quale certamente poteva impressionare gli intellettuali occidentali ormai stanchi della grigia propaganda filosovietica e alla ricerca di un nuovo mito “socialista”, magari più fresco ed esotico, ma che non poteva in alcun modo cambiare la natura del processo sociale avviato in Cina con la Rivoluzione del 1949. I fatti hanno la testa dura, come si diceva un tempo, e non si lasciano commuovere dalle liturgie ideologiche, siano esse di rito Russo (“ortodosso”), siano esse di rito Cinese.

Sulla rivoluzione cinese e sul maoismo rinvio a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; diversi post sulla Cina sono stati pubblicati in questo Blog e per trovarli basta compulsare il suo motore di ricerca. Riprendo il filo del discorso.

La stessa «via della seta» che Negri ha cura di ricordare («un percorso marittimo e terrestre, sul quale costruire infrastrutture che permettano un più stretto collegamento fra la Cina, l’Asia centrale e meridionale e l’Europa») parla il linguaggio del Capitalismo giunto nella sua piena maturità imperialistica, se mi è consentito scopiazzare Lenin. D’altra parte Negri è più affezionato al concetto di impero che a quello di imperialismo. Su questo aspetto rinvio al post Quel che resta di Negri.

«Essa [la Cina] è l’unico grande paese industriale che subisce la crisi [del 2008] in maniera secondaria: ciò le permette oggi di esprimere una politica globale, da “grande potenza”». Sono sicuro che se Negri ci avesse intrattenuto sul “sogno” di un altro «grande paese industriale», ad esempio sul “sogno”degli Stati Uniti o del Giappone, certamente egli avrebbe aggiunto alla locuzione appena riportata la seguente precisazione: capitalistico. Per me la Cina è appunto un grande Paese industriale capitalistico, e non potrebbe essere diversamente nell’epoca in cui il rapporto sociale capitalistico domina in tutto il pianeta e influenza, in modo più o meno diretto e visibile, ogni aspetto della nostra esistenza. Dimenticanza o ambiguità da parte dell’intellettuale padovano? Ma forse egli dà per scontata la natura pienamente capitalistica della Cina mentre io, fedele al mio deprecabile settarismo, mi sforzo di individuare magagne ideologiche che non ci sono. Forse!

Scrive David Harvey: «La mia opinione è che anche se ci furono aspetti negativi, ovviamente, della storia dell’Unione Sovietica, onestamente, da quando è caduto il muro di Berlino il mondo non è certo diventato un posto migliore, in nessun modo. È peggiorato significativamente, e il motivo per cui non è peggiorato cosi prima è perché esisteva la minaccia del comunismo. Quando è sparita la minaccia del comunismo, ha lasciato un vuoto in cui ora regna il capitale, senza l’opposizione di nessuna forza, che ha portato all’accumulazione velocissima di ricchezza totalmente sbilanciata da parte di un gruppo minuscole della popolazione. E per me, l’unico antidoto possibile è ancora la Cina, nel senso che la Cina non è un paese pienamente capitalista nel senso normale del termine, e non è ancora chiaro come la Cina agirà». Chissà se Negri è d’accordo con questa ultrareazionaria posizione, tipica degli orfani e dei nostalgici del mondo perduto della Guerra Fredda.

Scriveva Negri su un saggio-intervista del 2006 (Goodbye Mr. Socialism, Feltrinelli): «Al momento della morte di Mao e dell’avvio del processo alla Banda dei Quattro, dal 1976 in poi, fino al 1989, si aprì [in Cina ] un dibattito estremamente importante, su quale modernità abbracciare. Era acquisita l’unanimità rispetto alla critica verso la Rivoluzione culturale, però restava la domanda: “Un’altra modernità è possibile?” Nel 1989, il Partito comunista cinese ha deciso che un’altra modernità non fosse possibile, che la sola modernità possibile fosse quella capitalistica, perdendo secondo me in quel momento e con quella decisione politica il treno dell’informatica e del lavoro cognitivo. […] Tien-An-Men è  questo: lo scontro tra il Pcc, che aveva scelto la via americana capitalisticamente classica, contro gli studenti e soprattutto contro il proletariato di Pechino che sostenevano gli studenti». Personalmente non capisco, per un evidente difetto di dialettica storico-economica, se Negri concepisca l’opzione “informatico-cognitiva” come una modernizzazione in ogni caso interna al modo di produzione capitalistico, come io credo, oppure se tale scelta, se presa, avrebbe portato la società cinese in direzione di un oltrepassamento del Capitalismo. In ogni caso è evidente che l’intellettuale italiano avrebbe preferito di gran lunga l’opzione “informatico-cognitiva” su quella «capitalisticamente classica» di stampo americana, e ciò probabilmente si spiega con la sua teoria proletario-cognitivista.

In effetti, la repressione del giugno ’89 va vista a mio avviso alla luce delle forti tensioni sociali, nazionali, etniche e financo generazionali generate dalla violenta accelerazione del processo di sviluppo capitalistico verificatosi in Cina appunto nei primi anni Ottanta, quando l’ambizioso programma di modernizzazione economica annunciato nel 1978 da Deng Xiaoping iniziò a essere implementato con confuciano rigore e su vasta scala. Per parafrasare la celebre battuta del Grande Timoniere, l’accumulazione/modernizzazione capitalistica, sebbene con «caratteristiche cinesi», non è mai stata, da nessuna parte, un pranzo di gala. La rivendicazione di una maggiore «agibilità politica» (sindacati liberi, stampa libera, associazionismo studentesco non irreggimentato dentro le strutture del Partito-regime, ecc.) e le stesse illusioni democratiche dei manifestanti, fomentate allora dalla perestrojka gorbacioviana e dal «sogno americano», hanno senso solo se considerate alla luce del grande rivolgimento sociale prodotto dal definitivo “decollo” del capitalismo cinese come nuova fabbrica del mondo, un fatto che ha avuto un grande impatto sull’intera struttura capitalistica mondiale, come sanno bene anche i salariati occidentali, la cui svalorizzazione (relativa e, in molti casi, assoluta) e la cui accresciuta produttività si spiegano appunto anche alla luce dei successi del Capitalismo cinese. Ricordo che nell’89 molti “comunisti” occidentali liquidarono il Movimento studentesco cinese come «entità controrivoluzionaria» solo perché esso aveva osato portare in Piazza Tienanmen un facsimile della statua della Libertà: che orrore! Meglio l’austero faccione del dittatore “rosso”.

«Al nuovo secolo cinese corrisponde forse il declino americano?», si chiede Negri nell’Introduzione citata in apertura: «Si può davvero pensare che il predominio geopolitico americano abbia lasciato spazio alla nuova potenza cinese? La discussione è aperta. […] È quindi sul terreno egemonico, che l’alternativa cinese si propone. Essa evita di presentarsi in un confronto diretto con la potenza americana ma agisce piuttosto in maniera trasversale». Ciò che Negri chiama «terreno egemonico», probabilmente anche per richiamare concetti cari alla sinistra italiana di matrice gramsciana («la parola “egemonia” è un sigillo che permette agli ortodossi di riconoscersi tra loro», avrebbe forse detto Marx), per me non è che una competizione interimperialistica sistemica; trattasi di una vera e propria guerra generalizzata: economica (industriale, commerciale, finanziaria, monetaria), scientifica, tecnologica, politica, geopolitica (strumento militare incluso), ideologica, psicologica. Per quel che ho capito, Pieranni e Negri osservano l’«incrociarsi di ostilità nazionaliste e di pretese egemoniche» solo nel campo dei competitors (Stati Uniti, Russia, India), mentre la Cina cercherebbe di implementare un progetto di globalizzazione fortemente inclusiva e pacifica: quella cinese sarebbe una “benevola” egemonia osteggiata dalla politica protezionista e muscolare (sul piano militare) di Trump. Scrive Pieranni: «La globalizzazione cinese ed il suo concetto di global governance si basa dunque su alcuni assiomi: armonia dal punto di vista diplomatico, mercati liberi ed in grado di far girare agevolmente merci e investimenti, pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità». Che bella globalizzazione! Insomma, Pieranni e Negri si limitano a riportare senza alcun commento ciò che da decenni ripete la propaganda politico-ideologica del regime cinese: «Pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità». Perfino il terribile Trump sottoscriverebbe le celesti intenzioni del regime cinese!

Nel 2008 Zhao Tingyang ha esposto con estrema chiarezza la filosofia dell’imperialismo cinese del XXI secolo con­trapponendo al mondo hobbesiano degli occidentali, fondato sugli Stati nazionali, il mondo-centro confu­ciano, fondato sull’armonia. «Se una politica è positiva ed è accettata da tutti diventerà la politica del mondo intero. È il sistema che noi chiamiamo “tutto-sotto-il-cielo”. Questa idea della politica si affermò in Cina tremila anni fa. Essa rappresentava la concezione ci­nese della politica mondiale. Nel sistema “tutto-sotto-il-cielo”, quando una società è largamente accettata dall’umanità, assurge a paradigma internazionale. In questo senso, l’attuale mondo anarchico è non-mondo. In altre parole, oggi il mondo in senso politico non esiste, mentre esiste in senso geografico […] Lo spirito del sistema Zhou era quello di massimizzare la coope­razione e minimizzare i conflitti […] Col trascorrere del tempo, l’immagine della Cina che si è andata af­fermando nel mondo è quella dell’impero cinese. Ma si tratta di un grave travisamento del nostro pensiero. Come eredità della dinastia Zhou, il sistema “tutto-sotto-il-cielo” ha sempre rappresenta­to la concezione cinese del mondo. I filosofi cinesi di varie generazioni ne hanno offerto per migliaia di anni nuove inter­pretazioni. Quel sistema influisce ancora oggi nel modo in cui i cinesi interpretano la politica. Non è possibile comprendere la politica cinese se non si comprende prima il sistema “tut­to-sotto-il-cielo”. Ogni cosa dipende dalle altre. La coesistenza è necessaria all’esistenza. Questa è l’ontologia cinese. […] Laozi disse che se si vuole capire il mondo bisogna osservare le cose dal punto di vista del mondo intero» (Limes, 11/07/2008). Ora che l’economia capitalistica ha davvero fatto del nostro pianeta un solo mondo; ora che tutti gli individui vivo­no sotto un solo cielo, cioè sotto un solo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, la Cina può seriamente aspirare a porsi al centro del mondo, rendendo concreta l’”utopia” della dinastia Zhou.

Che poi Negri guardi con un occhio di riguardo, per così dire, al regime cinese si capisce anche dalla preoccupazione che segue: «Sono talvolta spaventato dall’intensità della lotta ideologica attorno alla ridefinizione della “nazione” cinese. È fuori dubbio, e Pieranni sarà d’accordo, che ogni definizione di populismo diventerà derisoria se dovessimo confrontarla alla nascita di un eventuale nazionalismo cinese, all’emergere, non più fantasmatico, di un “dragone rosso”. Malgrado tutto – ed è opportuno doverlo ammettere – il partito comunista cinese si rivela assai efficace nel controllare ogni pericolo su questo terreno». Da notare: «talvolta» (quale tatto! quale prudenza! quale cautela!) e «eventuale nazionalismo cinese». Eventuale! Ma per fortuna «il partito comunista cinese» si mostra ancora in grado di contenere la bestia nazionalista che si agita nel sottosuolo cinese. Qualcuno avverta l’intellettualone di Padova che ormai da decenni il “dragone rosso” è venuto fuori dalla dimensione “fantasmatica” per recitare un ruolo di grandissimo rilievo sulla scena interna e internazionale. Altro che eventuale: il nazionalismo cinese è una gigantesca realtà! Cosa attestata, tra l’altro, dalla questione Hong Kong e dalle tensioni politico-militari con il Giappone per ciò che riguarda il Mar Cinese Orientale e Meridionale.

«Il libro di Pieranni ha il merito tutto teorico di identificare il nuovo terreno sul quale, oggi, la ricerca dell’ordine globale (e le alternative ad esso) non può non concentrarsi. L’ordine globale sta infatti costruendosi sull’orizzontale dei rapporti di forza piuttosto che sull’asse verticale del potere sovrano, ed è investito da flussi globali ed attraversa le frontiere, si propone di coordinare mobilità e molteplicità degli attori. Se lì si forma l’ordine mondiale, è lì dentro che dobbiamo analizzare i rapporti di sfruttamento ed organizzare la lotta di classe». In effetti «l’ordine globale» si è sempre costruito «sull’orizzontale dei rapporti di forza» economici, e alla fine la cosa diventa palese attraverso eventi (vedi il crollo dell’Unione Sovietica e l’ascesa di Paesi come la Germania e il Giappone) che lasciano sbigottiti solo chi osserva la contesa interimperialistica da una prospettiva politicista e ideologica. Presto o tardi il reale fondamento sociale dell’imperialismo viene a galla, ed è per questo che mi fa ridere quando qualcuno presenta l’imperialismo cinese dei nostri giorni nei termini di un «soft power» fondamentalmente pacifico.

In un articolo pubblicato il 14 luglio 2017 sul Manifesto Pieranni ha ricordato  Liu Xiaobo, il premio Nobel cinese per la pace del 2010 morto dopo anni di persecuzioni e di galera. «Liu Xiaobo è morto in un ospedale cinese, come successe a un unico altro Nobel, il giornalista tedesco von Ossietzky, morto nel 1938 in ospedale mentre era ancora sotto custodia dei nazisti». Lo ammetto: questo “oggettivo” accostamento tra nazionalsocialisti e socialnazionalisti mi garba molto. «In Charta 08 – prosegue Pieranni – oltre alla richiesta di democrazia, elezioni, divisioni dei poteri, rispetto per i diritti umani e federalismo repubblicano, si invitava anche a smantellare le aziende di stato, a privatizzarle. Analogamente veniva proposta la privatizzazione delle terre. E più di tutto si chiedeva una riscrittura completa della costituzione cinese. Per Pechino si trattò di un documento che aveva superato ogni limite del consentito, perché non solo criticava lo status quo, ma metteva anche in evidenza i passaggi politici possibili per mutare l’ordinamento politico cinese».

Ora mi chiedo: se domani, e sottolineo se, la società cinese venisse investita da una “Primavera” che avesse come sua piattaforma politico-economica la Charta liberale e liberista di Liu Xiaobo, come si comporterebbero, quali parti sosterrebbero Pieranni e Negri nel caso in cui il regime, che com’è noto ha al cuore «il partito comunista cinese», decidesse di reprimerla e annegarla nel sangue come accadde ventotto anni fa? È una pura curiosità, intendiamoci. Come mi comporterei io? Di certo non prenderei le parti del regime stalinista con caratteristiche cinesi; di certo non mi preoccuperei per l’integrità nazionale della Cina minacciata dal caos sociale, e di certo non tiferei per il Capitalismo di Stato con caratteristiche cinesi minacciato da un programma di liberalizzazioni economiche. Come dice Negri, anche in Cina si tratta di «organizzare la lotta di classe», senza alcun riguardo per le diverse fazioni (nazionali e internazionali) della classe dominante. Detto en passant, secondo dati ufficiali in Cina il settore privato genera il 60 % del Pil e occupa l’80 % della forza-lavoro. Grandi e numerose sacche di inefficienza e di corruzione si possono individuare soprattutto nel settore statale del Capitalismo cinese. Anche da questo punto di vista “tutto il mondo è Paese”.

E qui per oggi mi fermo, pronto a ritornare sulla questione dopo aver letto il fondamentale discorso del Premier cinese.