NOTRE ENNEMI, LE CAPITAL!

Per Carlo Lottieri il saggio di Jean-Claude Michéa Notre ennemi, le capital, uscito poche settimane fa per le edizioni Flammarion, «interpreta alla perfezione l’antiliberalismo di destra e sinistra che porta a esaltare qualunque filippica contro il profitto e a invocare ogni forma di nazionalismo economico e regolazione autoritaria». Non ho letto il libro di Michéa, ma a giudicare da quello che sono riuscito a trovare sul Web di e su lui, credo che il giudizio di Lottieri non sia poi così infondato, tutt’altro. Tra l’altro, la sua esibita simpatia per Jean Luc Mélenchon e Marine Le Pen («sono gli unici due candidati a distinguersi, ciascuno a loro modo, dal discorso mediatico ufficiale sui benefici della globalizzazione e del libero scambio») la dice lunga sulla sua concezione – ultrareazionaria! – della società, e conferma quanto vado dicendo a proposito del cosiddetto populismo di “destra” e di “sinistra”: gli estremi politici si toccano perché condividono lo stesso terreno di classe – borghese, nell’accezione storico-sociale del concetto. Per questo la sempre più stucchevole diatriba intorno al valore della vecchia divisione “novecentesca” sinistra-destra è del tutto priva di senso se intanto non si chiarisce il terreno su cui insiste (almeno come ipotesi) quella divisione, la quale dalla prospettiva autenticamente anticapitalistica appare interamente confinata dentro lo status quo sociale vigente in tutto il pianeta.

Definisco «prospettiva autenticamente anticapitalistica» la posizione teorico-politica che si batte 1. per l’eliminazione dei rapporti sociali capitalistici (e quindi per l’eliminazione del denaro, della merce, del lavoro salariato e di quant’altro presuppone e pone sempre di nuovo lo sfruttamento sempre più scientifico degli individui e della natura) e 2. per il superamento della dimensione classista della comunità umana – e quindi per il superamento dello Stato e della stessa politica come espressione degli antagonismi di classe. Lo so, sto riassumendo, malamente, il programma comunista di Marx, ma non ho mai detto di avere in testa un pensiero originale.

Ma qui non è di me né di Michéa che intendo parlare. Vorrei piuttosto commentare i seguenti passi di Lottieri: «Dopo le prediche in favore della decrescita di Serge Latouche e quelle sull’eguaglianza di Thomas Piketty, dalla Francia ci viene quindi l’invito a convogliare tutti i ceti popolari contro il comune nemico (il capitale), superando ogni distinzione tra progressisti e conservatori. Va subito detto, però, che si tratta di una lezione assai strampalata: fin dal titolo. Sostenere che il capitale è un nemico significa considerare intrinsecamente negativa la ricchezza e, in particolare, quel tipo di ricchezza non consumata immediatamente, poiché il suo impiego è differito al fine di realizzare in un secondo momento progetti di ampio respiro. Quale che sia la struttura giuridica ed economica che si vuole adottare (collettivista oppure no), una società che non voglia rinunciare alle risorse e neppure voglia vivere solo nell’istante, deve allora fare i conti con il capitale e valorizzarne la funzione». Questo è vero sulla base del Capitalismo, ed è un dogma di fede solo per chi non concepisce altra ricchezza sociale che non abbia le sembianze del denaro e della merce. L’orizzonte concettuale di Lottieri è confinato dentro il cerchio stregato – e feticistico – del Capitale: al di là della produzione e della distribuzione che esso rende possibile, nella sua forma liberista (che il Nostro predilige) oppure in quella statalista (che egli invece detesta e che maldestramente concepisce come “socialismo” o “collettivismo”) non può che esservi  la società in grado di «vivere solo nell’istante», e quindi destinata a estinguersi rapidamente, o comunque sempre a rischio di estinzione perché in balia delle circostanze più o meno avverse. Per dirla con Marx, il mondo di Lottieri deve necessariamente essere, per natura o in virtù di una non meglio individuata magagna antropologica, il mondo in cui il valore di scambio domina sul valore d’uso: che tristezza!

Che una Comunità umana possa generare ricchezza sociale (“beni e servizi”) senza l’ausilio del Capitale è cosa che agli «economisti borghesi» è sempre apparsa una bestemmia che può stare solo nella bocca di qualche utopista avvinazzato. E qui il pensiero corre nuovamente e come sempre in direzione dell’alcolista di Treviri, il quale spiegò a suo tempo in maniera semplice semplice (l’ho capito perfino io!) che il Capitale non è una cosa; non è una tecnologia economica socialmente neutra, ossia buona per tutte le epoche storiche e assolutamente indispensabile per una società che voglia godere di alti standard di civiltà: esso è in primo luogo l’espressione sintetica di un peculiare rapporto sociale di dominio e di sfruttamento. «È soltanto l’abitudine della vita quotidiana che fa apparire come cosa banale, come cosa ovvia, che un rapporto di produzione sociale assuma la forma di un oggetto, cosicché il rapporto fra le persone nel loro lavoro si presenti piuttosto come un rapporto reciproco fra cose e fra cose e persone». (K. Marx, Per la critica dell’economia politica).

Il pluslavoro e il conseguente plusprodotto solo nella società capitalistica generano plusvalore, fondamento del profitto (in ogni sua declinazione) e della rendita – fondiaria, finanziaria, ecc.; solo nel Capitalismo una parte del plusvalore che assume la forma di profitto industriale deve alimentare il motore dell’accumulazione, ossia della produzione su una base sempre più larga. Ma può benissimo esservi un plus di lavoro, dedicato ad esempio alla creazione di scorte, alla manutenzione ordinaria o straordinaria dei mezzi di produzione, ecc., che non assuma la natura di plusvalore, la cui esistenza, è bene precisarlo nuovamente, presuppone e pone rapporti di sfruttamento tra chi produce direttamente la ricchezza sociale (i lavoratori salariati, “manuali” o “intellettuali” che siano) e chi la incamera in quanto proprietario dei mezzi di produzione e distribuzione – che non sono altro che capitale in esercizio. Ovviamente il discorso non muta di un bosone se la proprietà capitalistica fa capo ai singoli o allo Stato, una tesi, questa, che lo statalista sinistrorso non capirà mai.

Perché una comunità organizzata umanamente dovrebbe produrre “beni e servizi”, ossia ricchezza sociale, solo in vista dei bisogni del giorno? Perché essa non dovrebbe o non potrebbe pensare, e poi agire di conseguenza, anche per il giorno successivo, o per il mese successivo e così via, secondo il razionale “calcolo” dei bisogni umani? Intanto diciamo che il “calcolo” dei bisogni umani diventa razionale non grazie all’ausilio della scienza e della tecnica, come ci insegna l’irrazionale economia capitalistica, ma solo nella misura in cui gli uomini riescono a padroneggiare l’intero processo di produzione e di distribuzione della ricchezza sociale, cosa che presuppone appunto il superamento della dimensione capitalistica della vigente produzione-distribuzione. Qui razionalità e umanità sono le facce di una (splendida) medaglia. Nella Comunità umana «Gli uomini sbrigheranno ogni cosa in modo assai semplice, senza l’intervento del famoso “valore”» (F. Engels, Antidühring). Solo chi attribuisce (di fatto!) proprietà magiche al Capitale è incapace di concepire come possibile, anche solo in linea teorica, una produzione/distribuzione di ricchezza sociale che non assuma le disumane sembianze del denaro e della merce. Si può invece benissimo ritenere possibile, se non proprio auspicabile (non è comunque il caso di chi scrive!), la produzione e la distribuzione di meri valori d’uso senza per questo nutrire il dubbio di aver concesso qualcosa al pensiero magico.

«Se si immagina la società non capitalista ma comunista, innanzi tutto cessa interamente il capitale monetario, dunque anche i travestimenti delle transazioni che per suo mezzo si introducono [si tratta del velo monetario che risulta impenetrabile alla vista degli economisti borghesi: vedi Lottieri!]. La cosa si riduce semplicemente a ciò, che la società deve calcolare in precedenza quanto lavoro, mezzi di produzione e mezzi di sussistenza essa può adoperare, senza danno, in branche le quali, come la costruzione di ferrovie ad es., per un tempo piuttosto lungo, un anno o più, non forniscono né mezzi di produzione né mezzi di sussistenza, né un altro qualsiasi effetto utile, ma al contrario sottraggono alla produzione totale annua lavoro, mezzi di produzione e mezzi di sussistenza. Nella società capitalistica invece, in cui l’intelletto sociale si fa valere sempre e soltanto post festum, possono e devono così intervenire costantemente grandi perturbamenti» (K. Marx, Il Capitale, II). È sufficiente por mente solo per un istante alla straordinaria potenza dell’attuale tecnoscienza, oggi al servizio del Capitale (ossia di interessi disumani), per capire, o semplicemente intuire, quanto sarebbe a portata di mano il calcolo di cui parlava Marx già un secolo e mezzo fa. «Oggi il progresso verso l’utopia è arrestato dall’enorme sproporzione fra il peso dei prepotenti meccanismi del potere sociale e quello della masse atomizzate. Tutto il resto è un sintomo di questa sproporzione. […] Ora che la scienza ci ha aiutati a vincere il terrore dell’ignoto nella natura siamo schiavi di pressioni sociali che noi stessi abbiamo create» (M. Horkheimer, Eclisse della ragione). Ma chi crea può, volendo, anche distruggere: non siamo insomma vittime di un destino cinico e baro, ma di precisi rapporti sociali che produciamo sempre di nuovo “spontaneamente” e “liberamente”, semplicemente lavorando, consumando e, in generale, comportandoci da “onesti cittadini”.

Solo lo strapotere sociale che non ci lascia vivere umanamente ci impedisce di cogliere col pensiero le eccezionali possibilità di emancipazione che l’attualità del Dominio, al contempo, ci nega e ci offre. Come scrisse una volta qualcuno, oggi è più facile immaginare la fine del mondo che quella del Capitalismo. È ciò che chiamo tragedia dei nostri tempi, alla cui scrittura hanno concorso anche, se non soprattutto, i “comunisti” un tempo devoti a Stalin, a Mao e a qualche altro leader “comunista” impegnato a costruire da qualche parte il “paradiso terrestre”. Hanno costruito l’inferno e lo hanno chiamato paradiso! Non c’è, dunque, di che stupirsi nel constatare il disorientamento e l’impotenza politico-sociale che segnano la condizione dei dominanti.

È nel senso che ho cercato di precisare sinteticamente in questa breve nota che il Capitale è il nostro nemico, e non certo nel senso proposto da quegli “anticapitalisti” la cui idea più “rivoluzionaria” che riescono a concepire è il Capitalismo di Stato: nientemeno!

Scriveva qualche settimana fa Valentino Parlato sul Manifesto: «Dobbiamo capire che siamo a un passaggio d’epoca, direi un po’ come ai tempi di Marx quando il capitalismo diventava realtà. […] Non possiamo non tener conto di quel che sta cambiando: dobbiamo studiarlo e sforzarci di capire, sarà un lungo lavoro e non mancheranno gli errori, ma alla fine un qualche Carlo Marx arriverà». Un qualche Carlo Marx! Ecco, mentre aspettiamo il miracoloso compiersi del messianico Evento, le nuove generazioni non farebbero male, a mio modesto avviso, a compulsare il vecchio Marx per meglio comprendere l’attuale «passaggio d’epoca» – e magari per mettere in discussione certi luoghi comuni intorno al suo pensiero messi in circolazione dai suoi epigoni “statalisti” come dai suoi detrattori “liberisti”.

A CHE PUNTO È L’APOCALISSE NUCLEARE?

Gli analisti di geopolitica più accreditati del pianeta non hanno dubbi: le prime mosse militari di Trump hanno un forte, se non esclusivo, significato politico, tanto in chiave esterna (avvertimento ai cinesi, ai russi, ai siriani, agli jihadisti, ai nord-coreani, agli alleati orientali e occidentali), quanto in chiave interna: «Trump è impegnato in una dura battaglia con gli altri poteri americani, intelligence inclusa, e quindi gioca la carta del comandante in capo per recuperare prestigio e influenza. D’altro canto, l’unico momento in cui un presidente americano è veramente a capo del sistema è durante la guerra» (L. Caracciolo, L’Unità). Come capita spesso, e non solo negli Stati Uniti, mostrare i muscoli porta consenso al Comandante in capo: basti pensare che già dopo l’attacco con 59 missili alla base siriana di al-Shayrat l’indice di gradimento per il Presidente è passato dall’anoressico 34 per cento a un più dignitoso 42. Chissà quanto in alto sarà schizzato quell’indice dopo il propagandistico uso della Madre di tutte le bombe in Afghanistan! A tal proposito, e a dimostrazione che l’imperialismo americano bombarda secondo inappuntabili criteri di umanità e precauzione (altro che il macellaio/chimico di Damasco!), «il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer ha sottolineato che nell’azione “sono state prese tutte le precauzioni per evitare vittime civili e danni collaterali”» (ANSA). Queste più che credibili assicurazioni fanno bene al cuore, nevvero?

Per Enrico Oliari il messaggio del Presidente può essere sintetizzato in questi termini: «con lui è “America first”. Anche fuori casa». Esatto. E questo naturalmente in perfetta continuità con la prassi politica (sfera militare inclusa) di quella che rimane la prima potenza imperialistica del pianeta. Sulla falsa alternativa isolazionismo/interventismo nella politica estera americana rimando ai miei post dedicati al tema.

Poteva il virile Putin non reagire alla maschia provocazione trumpista? Certo che no! «L’uso in Afghanistan della potentissima Moab da parte dell’esercito Usa deve aver indispettito i colleghi russi. RT Russia, infatti, sul suo account Twitter si è sentita di puntualizzare che la bomba non nucleare più potente – e molto più “maschia” – è a disposizione dell’arsenale russo. “La Madre di tutte le bombe non spaventa i russi, noi ne abbiamo una ancora più potente: gli americani avrebbero molta più paura del nostro “padre”. La super-bomba russa, precisa il Moscow Times, ha una potenza equivalente a 44 tonnellate di tritolo contro i “soli” 11 di quella Usa – e, a quanto pare, un raggio di distruzione maggiore» (ANSA). Si tratta insomma di una gara a chi possiede l’ordigno più grosso e potente; Madre di tutte le bombe contro Padre di tutte le bombe: qui anche la psicoanalisi freudiana avrebbe forse qualcosa di intelligente da dire, soprattutto a proposito di chi è attratto dalla virile postura dei Cari Leader mondiali dei nostri più che disgraziati tempi.

A proposito di Cari Leader mondiali, c’è da dire che in questi giorni è un vero spasso compulsare i siti sinistrorsi e destrorsi che al momento dell’elezione di Trump avevano brindato, forse un pochino in anticipo sui tempi, all’«alleanza populista» tra gli Stati Uniti e la Russia; oggi vi si nota un certo imbarazzo, per così dire, e certamente molta frustrazione. Secondo certi personaggi rigorosamente “antimperialisti”, il Presidente a stelle e strisce avrebbe infine ceduto alla pressione e ai ricatti dello «Stato profondo» americano, o dell’establishment, oppure dei «poteri forti» (poverino!), o della lobby pro-global (Unione Europea in testa, si capisce). Leggo da qualche parte: «Il tradimento di Trump ha aperto il vaso di Pandora». Tradimento! Il blocco populista-sovranista si vede costretto a retrocedere dal superbo trumputinismo che avrebbe dovuto spezzare le reni al blocco globalista guidato dalla Cina e dall’Unione Europea, a un più modesto e tradizionale putinismo. Bisogna accontentarsi di quel che passa il convento dell’«antimperialismo oggettivo».

Sul versante politico opposto (ma sullo stesso terreno di classe!), Giuliano Ferrara soffre perché non riesce a riposizionarsi senza nulla concedere all’avversario: l’attivismo militare di Trump sarebbe più che legittimo politicamente e giustificato sul terreno della «battaglia culturale», soprattutto dopo il catastrofico disimpegno obamiano sul fronte della difesa dei sacri valori occidentali; ma tutto questo se alla Casa Bianca ci fosse un vero statista, magari intellettualmente modesto come George W. Bush, e non un inaffidabile miliardario newyorchese che insegue giorno per giorno il successo di immagine come una qualsiasi star hollywoodiana. Berlusconi ai suoi tempi, benché su una scala geopolitica molto più ridotta, faceva lo stesso, ma almeno non aveva alcuna arma fine di mondo da lanciare su qualche malcapitata popolazione del pianeta! Tempi duri per gli amici di Washington.

Da Pechino, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ci fa sapere che «si ha la sensazione che un conflitto potrebbe scoppiare da un momento all’altro» (che bella notizia!), ma che d’altra parte «il dialogo è la sola via»: tiro un sospiro di sollievo! Naturalmente tutti i protagonisti del Sistema Mondiale del Terrore sostengono che «il dialogo è la sola via», ma intanto preparano o fanno la guerra armata (quella sistemica non conosce soste) con le armi che hanno a disposizione: dal gas nervino alla Massive ordnance air blast; dalle tecnologicamente arretrate (ma quanto efficaci!) barrel bombs ai più sofisticati e “intelligenti” Tomahawk. Anche Trump è per il “dialogo”, si capisce: «Ho una grande fiducia nel fatto che la Cina gestirà bene la situazione della Corea del Nord». Ma il Presidente, ligio al motto «fidarsi è bene, non fidarsi è meglio», ha già pronto un piano di riserva: «Se non è in grado di farlo, gli Usa, con i suoi alleati, lo faranno». Ecco! Dopo questa puntualizzazione mi sento ancora più tranquillo, diciamo.

Intanto il Caro Leader nordcoreano si appresta a celebrare da par suo la Festa del Sole dedicata all’Eterno Presidente Kim Il Sung, fondatore della dinastia stalinista-maoista che regna in Corea del Nord dal 1948. «Choe Ryong-hae, secondo alcuni analisti il secondo più potente ufficiale della Corea del Nord, ha detto che il Paese è pronto ad affrontare qualsiasi minaccia posta dagli Stati Uniti.  “Risponderemo a una guerra totale con una guerra totale, e a una guerra nucleare con il nostro stile di un attacco nucleare”» (ANSA). Esiste dunque uno stile nordcoreano di attacco nucleare? Non lo sapevo. Per fortuna il Caro – e lui si augura soprattutto Eterno – Senatore Antonio Razzi vola a Pyongyang e si offre come scudo umano: «Quello che voglio far capire a Donald, rispetto al mio viaggio nordcoreano, è che io sono per il dialogo perché “Dio ci ha dato la bocca per parlare e non ci ha dato le bombe da sganciare”. E allora, amico caro, io dico: se ci ha dato la bocca, parliamone» (Il Tempo). Ci sarebbe da ridere se si trattasse di un film comico, e invece da un momento all’altro potrebbe scoppiare, almeno a dar credito ai quotidiani italiani, la Terza guerra mondiale, quella “intera”, non quella “a pezzetti” di cui tanto parla il Santissimo Padre.

Secondo il già citato Lucio Caracciolo, il confronto Usa-Corea del Nord ha superato il perimetro dell’escalation puramente verbale: «Stavolta c’è di più, nel senso che per la prima volta da quando la Corea del Nord è diventata nucleare, gli americani temono che non sia un bluff, quello ordito da Pyongyang, per portare a casa soldi e aiuti, ma che si tratti di una minaccia effettiva. Secondo alcuni analisti, nel giro del primo mandato presidenziale di Trump, Pyongyang potrebbe dotarsi di missili balistici intercontinentali armati con la bomba atomica, in grado di colpire la California, San Francisco o Los Angeles. Questo implica la possibilità che Trump ordini un attacco preventivo per impedire che ciò accada. Che per l’America il riarmo nucleare nord coreano fosse un “grosso pericolo” è stato lo stesso Obama a segnalarlo al suo successore nel colloquio che ha segnato il passaggio di consegne alla Casa Bianca. Non da oggi, peraltro, il confine più critico al mondo è quello che divide le due Coree. Un confine estremamente militarizzato. E tutto questo nel contesto di una partita che si gioca da molti anni nel Nord-Est asiatico fra le principali potenze, tutte schierate a ridosso del confine intracoreano: la Cina, la Russia, il Giappone e naturalmente gli stessi Stati Uniti. Tutto questo rende l’evoluzione di quella crisi permanente uno scenario d’interesse globale».

Ricordo che già nella primavera del 2013 si parlò della possibilità di uno scontro armato imminente in quell’area, come si evince da un mio post (Prove di apocalisse nucleare lungo il 38° parallelo) pubblicato quell’anno: «Per Pyongyang sembra alla fine essere arrivato il “tempo della battaglia finale”. Il Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito dei lavoratori (sic!) nordcoreano, ha dichiarato la scorsa domenica che in seguito alle manovre militari congiunte tra Washington e Seul la Corea del Nord considera l’armistizio del 1953 con la Corea del Sud “completamente nullo da oggi”. Se non si tratta di una dichiarazione di guerra, poco ci manca. Le truppe ammassate lungo il famigerato 38° parallelo “aspettano solo l’ordine di attacco”. L’inevitabile redde rationem bussa dunque alle porte del Sudest Asiatico? D’atra parte, l’ex “Caro Leader” Kim Jong-il aveva dichiarato, qualche mese prima di raggiungere il Paradiso Comunista dell’Aldilà, che “a causa della sconsiderata politica bellica dei sud-coreani, non si tratta di guerra o pace nella regione coreana, ma di quando scoppierà la guerra”, e aveva aggiunto, giusto per tranquillizzare i fratellastri sud-coreani, i cugini cinesi e gli odiati giapponesi, che la guerra “condurrà al confronto nucleare e non sarà circoscritta alla penisola coreana”. Com’è noto, la sola fabbrica nordcoreana davvero produttiva è quella del terrore: poliziesco (verso l’interno) e nucleare (verso l’esterno); una fabbrica che ha consentito all’inquietante regime militare di Pyongyang di mantenersi a galla nonostante l’estremo degrado economico, morale e psicologico della popolazione del Paese. Pare che il giovane leader Kim Jong-un sia di fatto ostaggio della “casta militare”, la quale da sempre è stata ostile a qualsiasi “riforma economica”, anche timida e limitata ma quantomeno in grado di frenare l’emorragia di cittadini nordcoreani che fuggono con tutti i mezzi possibili verso la Corea del Sud e verso la Cina».

Quattro anni dopo ci risiamo! Che sia la volta buona? Scherzo! È il Sistema Mondiale del Terrore che invece non ha alcuna voglia di scherzare.

CARLO CATTANEO E LE INTERDIZIONI IMPOSTE AGLI EBREI

È assurdo e sconveniente al massimo
grado che gli ebrei, che per loro colpa
sono stati condannati da Dio alla
schiavitù eterna, possano, con la scusa
di essere protetti dall’amore cristiano e
tollerati nella loro coabitazione in mezzo
a noi, pretendere dominio invece di
sottomissione (Paolo IV).

I nostri avi condannavano l’Ebreo a vivere
di usura e di baratti; e poi lo maledicevano
come usurajo e barattiere (Carlo Cattaneo).

 

Per puro caso (complice Radio Radicale) mi sono imbattuto nella presentazione, avvenuta alla Camera dei Deputati lo scorso 21 marzo («In concomitanza con l’anniversario delle Cinque Giornate di Milano»), della nuova edizione delle Ricerche economiche sulle interdizioni imposte dalla legge civile agli Israeliti (Vallecchi), un saggio estremamente interessante che Carlo Cattaneo scrisse nel 1835 e che vide la luce due anni dopo, non prima cioè di un’attenta verifica da parte della censura austriaca. A quanto pare la censura lasciò qua e là il segno, ma l’impianto generale del saggio rimase intonso, e comunque tale da suscitare l’interesse di un lettore che oggi fosse interessato a comprendere la genesi dell’antisemitismo. Le Interdizioni furono pubblicate nel 1837 negli Annali della giurisprudenza pratica con la data dell’anno precedente; io ho letto appunto questa vecchia edizione che ho trovato sul Web in formato PDF.

Conoscevo assai superficialmente Carlo Cattaneo nella sua qualità di padre del pensiero federalista risorgimentale, e in questa veste usato strumentalmente all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso dalla Lega di Bossi attraverso la mediazione del Professor Gianfranco Miglio – il quale peraltro non nascose mai i suoi dubbi intorno allo spessore politico-intellettuale del Senatur. Ultimamente ho scoperto un Cattaneo eminente economista, conoscitore della migliore letteratura economica prodotta nel Vecchio Continente a partire dalla fine del XVIII secolo, e soprattutto un intellettuale progressista interessato a dimostrare le origini sociali del pregiudizio antisemita e a denunciare le nefaste conseguenze che tale pregiudizio ebbe, non solo sulla vita della Comunità Ebraica, com’è evidente, ma sullo stesso sviluppo economico dei Paesi europei che tardavano a sradicarlo una volta per sempre. Cattaneo non nega affatto le ragioni della pessima nomea che gli ebrei si sono fatti nel corso dei secoli soprattutto presso il cosiddetto “popolino” (1), e in questo senso può dare perfino l’impressione di essere, per così dire, più realista del re; egli è piuttosto interessato a dimostrare, girando “dialetticamente” la frittata della storia, che il pregiudizio antisemita affonda le sue radici non nella natura degli ebrei in quanto tali, ossia come popolo ormai costretto alla diaspora, ma piuttosto nella prassi antisemita adottata dalle autorità politiche e religiose. L’ebreo giustamente disprezzato dai cristiani è in realtà una loro creazione; egli non viene fuori dalla natura, né è il prodotto del destino cinico e baro: l’ebreo errante dell’iconografia antisemita è una creatura di quello stesso mondo che tanto lo disprezza. È il nostro ottuso pregiudizio che ha fatto degli ebrei gli esseri spregevoli che abbiamo imparato a disprezzare, e non viceversa. La colpa dell’antisemitismo ricade interamente su noi. È dunque venuto il momento di mettere gli ebrei nelle condizioni (economiche, politiche, culturali, civili) di diventare cittadini a pieno titolo come lo sono quelli appartenenti alle altre confessioni religiose. Infatti, «L’abolire le interdizioni sarebbe stata l’unica misura efficace a por limite alla loro opulenza, adeguando le forze lucrative degli Israeliti e quelle di qualsiasi altro ceto di viventi. Ma l’odio è cieco come l’amore. Tutte le passioni sono cieche» (2).

Naturalmente per apprezzare nel modo corretto l’operazione tentata da Cattaneo occorre guardarla dalla prospettiva storica, la sola che può evitarci errori d’ogni sorta – ad esempio, quello di far ragionare i protagonisti della storia passata con la nostra mentalità “moderna”.

Il patriota milanese pensava, da buon illuminista, che l’antisemitismo avesse ormai i giorni contati, essendo non più che un odioso retaggio di epoche storiche passate, contrassegnate dall’oscurantismo politico-religioso delle istituzioni che poteva contare su una vastissima incultura da parte del popolino. Retaggio odioso e, ha cura di ricordare puntualmente Cattaneo, economicamente deleterio anche per i non ebrei: «V’è qualche Israelita che ami portare nel territorio di Basilea i suoi risparmi per fecondare la terra e renderla ridente e ubertosa? perché respingerlo? Tito rimproverava Vespasiano di aver messo un’imposta sulle cloache, e Vespasiano gli porse una moneta proveniente da quella gabella, e disse: fiuta; trovi tu che abbia cattivo odore? E si potrebbe dire ai paesani di Basilea: i franchi dell’Israelita han forse cattivo odore? Una vite piantata dall’Israelita in un campo finora incolto, darà forse uve amare o velenose? La natura non prende parte ai nostri ciechi rancori; ella è madre giusta e buona per tutti gli uomini laboriosi. Noi facciamo guerra a noi stessi censurando e contrariando il voto della clemente natura. Lasciate fare all’Israelita, e quell’industria che ha ammassato i milioni, saprà anche nutrirne la fecondità e l’amenità della terra» (p. 3). Lasciate che il Capitale degli ebrei, in tutto simile al Capitale dei cristiani, dei musulmani e degli atei, fecondi la natura! Lasciate che essi possano vivere anche di plusvalore, e non solo di profitto commerciale e di interesse! In effetti, il Capitale non conosce, in linea generale, distinzioni di razza, di sesso, di religione e di nazione; tuttavia, la società borghese non solo non è stata in grado di superare i vecchi (“atavici”) pregiudizi basati sulla razza, il sesso eccetera, dotandoli peraltro di un arsenale tecnologico (armi e strumenti di propaganda) davvero micidiale; ma ne ha creati piuttosto di nuovi.

Se, ragionando per assurdo, qualcuno avesse potuto dire a Cattaneo che il pregiudizio antisemita avrebbe assunto proporzioni da inferno dantesco proprio nel secolo che vedrà il trionfo della tecnica e della scienza, egli probabilmente si sarebbe messo a ridere: «Che sciocchezza è mai questa! Il Progresso non conosce né soste né inversione di marcia: la freccia, una volta scagliata, corre sempre in avanti». Illuminismo, appunto (4). Purtroppo, come scrisse una volta Max Horkheimer, «Di irrevocabile, nella storia, c’è solo il male: le possibilità non realizzate, la felicità mancata, gli assassinî con o senza procedura giuridica, e tutto ciò che il dominio arreca all’uomo» (5). All’uomo in generale, e all’ebreo in particolare, verrebbe da aggiungere. Attilio Milano, autore di un’apprezzabile Storia degli ebrei in Italia (1962), definì Cattaneo «il più solido e agguerrito paladino della risoluzione integrale del problema ebraico» (6); un secolo dopo, altri personaggi si cimenteranno, con ben altra “radicalità” e con opposta intenzione, nella soluzione finale del problema ebraico. C’è mancato davvero poco, pochissimo, che questa impresa non si realizzasse completamente, al 100 per 100.

C’è da dire che, come ricorda Paolo Maltese, «in Germania l’ostilità avrebbe preso a svilupparsi dopo la grande crisi finanziaria del 1873, che avrebbe rovinato parecchi appartenenti alla classe media. Crisi che finì, infatti, per fare degli ebrei – visti come potenza economica – il capro espiatorio della situazione. […] Nel 1881, Karl Eugen Dühring, insegnante di economia e filosofia all’università di Berlino, nel suo Die Judenfrage als Rassen, Sitten und Kullturfrage, dipingeva, a sua volta, ai propri studenti gli ebrei come una razza il cui stesso sangue era maledetto» (7). Ed era esattamente in questa accezione che negli anni Settanta del secolo scorso, mia madre, una proletaria completamente digiuna di storia e di politica, e che sicuramente non avrebbe nemmeno saputo indicare l’ubicazione geografica di Israele (né di qualche altra nazione, per la verità), mi dava dell’ebreo tutte le volte che intendeva sottolineare il mio malsano comportamento. Probabilmente è anche per questo che ho sempre nutrito una forte simpatia e ammirazione nei confronti degli ebrei. Scherzo. Naturalmente la cara donna usava quello che nella sua testa suonava come una sanguinosa offesa solo per sentito dire, e come sinonimo, appunto, di persona cattiva, egoista, priva di scrupoli e di sentimenti positivi nei confronti del prossimo. Ho aperto questa brevissima parentesi biografica non in odio a mia madre, che in realtà amo, ma solo per dire quanto radicato sia rimasto il pregiudizio antiebraico soprattutto presso gli strati sociali che occupano i gradini più bassi della scala sociale, che difatti sono i più esposti alla sirena razzista: «Gli africani ci rubano il lavoro, sporcano le strade e insidiano le nostre donne: cacciamoli!». Perché gli ebrei sono diventati «il capro espiatorio della situazione» per eccellenza? È questo il rognoso problema che Cattaneo affronta.

«Vi fu un tempo in cui tutta l’Europa consentì ad aggravare di dolorose interdizioni la vita degli Israeliti. E ora è giunto un altro tempo in cui ogni innovazione di leggi e d’ordini civili concorre con mirabile uniformità e costanza ad alleviare il peso di quelle interdizioni, e a riannodare tra quelle e le altre stirpi del genere umano i vincoli della carità e della pace. Perché sono venute quelle interdizioni allora? E perché se ne vanno adesso? L’origine loro si deve all’andamento universale delle cose a quei tempi, e soprattutto a ragioni economiche che qui si accenneranno di volo» (8). Per lo studioso milanese la storia degli ebrei è in primo luogo un problema d’economia politica: «Questa scienza insegna come gli Ebrei divennero i più ricchi tra gli abitanti della terra; essa svolge praticamente la verità del sacro adagio: “Gli ultimi saranno i primi”. Noi abbiamo tenuto gli Ebrei in rigidissima tutela, costringendoli anche già ricchi a trafficare e industriarsi senza posa ed a vivere senza piaceri e senza distrazioni. Noi abbiamo tessuto di dispendiose vanità tutta la nostra vita e abbiamo tessuto tutta la vita loro di solide realtà» (p. 65). Anziché annientarli, i divieti imposti agli ebrei li hanno piuttosto conservati, rafforzati e cementati sul piano religioso e delle abitudini, facendone «un inimico accampato nel grembo della nazione, il quale nel secreto delle transazioni private rende a più doppj quel male che gli viene inflitto dalle publiche ordinanze». E questo semplicemente perché «quelle leggi che proscrivono un ceto qualunque, e lo escludono dalla sociale convivenza, lo sciolgono eziandio dalla necessità di rendersi utile e accetto agli altri ceti, e lo abbandonano alla spinta grossolana e immorale dell’egoismo» (p. 57). Questi passi mi sembrano abbastanza in sintonia, sempre cambiando quel che c’è da cambiare, con l’odierno dibattito europeo intorno 1) alla necessità di regolamentare in modo più o meno severo l’afflusso di immigranti, e 2) alla politica di integrazione delle cosiddette seconde/terze generazioni di immigrati che vivono una condizione di emarginazione nelle periferie di alcune grandi città europee, Parigi e Londra in testa.

Come scrivevano Horkheimer e Adorno (Elementi dell’antisemitismo), «Gli ebrei non furono i soli ad occupare la sfera della circolazione. Ma sono stati rinchiusi in essa troppo a lungo per non riflettere, nella loro natura, l’odio di cui sono stati sempre oggetto. Ad essi, a differenza dei loro colleghi ariani, era precluso, in larga misura, l’accesso alla fonte del plusvalore. Solo tardi e con difficoltà hanno potuto accedere alla proprietà dei mezzi di produzione. […] Il commercio non era la loro professione, ma il loro destino» (9). Si può forse dire, con una punta di cinismo che certamente non disturberà il fine senso dell’humour sviluppato nel corso dei secoli dai “deicidi”, che l’ebreo che venne fuori dal processo storico-sociale è una sorta di profezia che si autoavvera. Beninteso, qui la profezia parla la lingua dei carnefici e, appunto, del processo storico-sociale. In questo senso Marx scrisse: «Noi spieghiamo la tenacia dell’ebreo non con la sua religione, ma piuttosto col fondamento umano della sua religione, col bisogno pratico, con l’egoismo» (10).

Per farsi un’idea della notevole cifra intellettuale di Cattaneo, è sufficiente leggere quanto segue: «Fissar limiti alle usure era un’impresa disperata. Coll’aggravarsi della miseria universale crescevano i lucri dei pochi denarosi. In questo male cadranno sempre tutte le leggi che si dedurranno dalle asserzioni del nudo diritto dissociato dai fatti dell’economia» (11). Quando ho letto questi ultimi passi, ho subito pensato al vecchio ebreo di Treviri, il quale avrebbe certamente apprezzato la concezione “materialistica” del diritto elaborata dallo studioso milanese, il quale considerava il Regno di Sardegna una pessima alternativa all’Impero Austriaco soprattutto in base a considerazioni economiche. Egli considerava il Piemonte uno Stato economicamente arretrato rispetto alla Lombardia, e assai poco democratico, e dunque un modello da non seguire sulla strada dell’emancipazione nazionale degli italiani: «Il popolo deve tenere le mani sulla propria libertà». Trattasi di radicalismo democratico-borghese, non di “populismo”! Com’è noto, la sua posizione federalista uscirà perdente dal processo di unificazione nazionale, e a partire dagli anni Novanta del secolo scorso gli storici si sono interrogati, un po’ oziosamente a dire il vero, sul volto che avrebbe avuto l’Italia se allora avesse trionfato la tendenza federalista (oltre che laica e liberale) incarnata da Cattaneo.

La tesi centrale delle Interdizioni, peraltro già ampiamente anticipata sopra, è abbastanza semplice, e provo a riassumerla in poche battute. Gli ebrei furono messi nelle condizioni di accumulare immensi patrimoni finanziari da quello stesso mondo ostile che nel corso dei secoli aveva congiurato per eliminarli dalla faccia della terra, e poi ne subiranno le tragiche conseguenze come se si fosse trattato di un loro libero orientamento, e non, appunto, delle conseguenze inattese di altrui comportamenti. Quel mondo fece di tutto, nei fatti (“oggettivamente”), per conservarli e, al contempo (e in piena coscienza), per annientarli. Questa dialettica è ben visibile nelle pagine del saggio, e ne costituisce anzi un importante filo conduttore. «La depressione civile degli Ebrei era per altra parte ancora un fomento alla loro opulenza» (p. 43). Non volendoli assorbire e sciogliere nel processo storico; tenendoli lontani dalle attività produttive (dall’agricoltura, in primis) e dalla vita civile (dalla politica, dalla cultura, dalla scienza, dalla moda), il mondo cristiano li ha conservati in guisa di comunità chiusa, facendone, loro malgrado, una perfetta macchina per accumulare tesori, salvo poi incolpare di questo gli stessi ebrei, cioè le vittime delle sue interdizioni!
Con la sanguinosa repressione delle due grandi rivolte ebraiche del 70 d.C. (distruzione del Tempio Sacro) e del 134 (sotto la guida di Simon Bar Kokhbà) da parte delle legioni Romane, inizia quella che passerà alla storia come la diaspora ebraica: gli ebrei cessano di esistere in quanto popolo organizzato come Nazione cara a Jahwe e iniziano a sperimentare la durissima esistenza di esuli all’interno dell’Impero Romano. Spagna, Italia, Germania e Francia saranno i maggiori centri europei della diaspora ebraica. Fino al IV secolo gli ebrei non saranno fatti segno di una particolare avversione da parte dello Stato Romano, peraltro abituato da secoli a convivere con una moltitudine di popoli e di credi religiosi, anche se il rigido monoteismo ebraico, un’assoluta rarità nel mondo antico, aveva sempre urtato la suscettibilità pagana della classe dirigente romana, che a giusta ragione vi aveva visto uno dei più importanti fattori di coesione del popolo ebraico, la cui identità culturale e religiosa difatti sopravvisse alla distruzione di Gerusalemme.

Scrive Cattaneo: «Dopo la conquista romana comparvero a poco a poco anche in occidente, dove i popoli politeisti li fecero bersaglio di uno strano disprezzo. Certo le loro dottrine sull’unità di Dio dovevano ingelosire i sacerdoti della cadente idolatria. Ma qualunque fosse l’opinione degli uomini, non pare che in quei secoli gli Ebrei avessero rinvenuta l’arte di raccogliere tesori. Molte altre nazioni o disperse dalla patria al pari di loro, o diffuse per tutto il mondo in colonie mercantili come Fenici e Greci; e più di tutto gli stessi cavalieri romani avevano già posto la mano sui più fruttuosi rami del commercio, come il cambio, l’usura e le finanze. Né d’altronde è chiaro se la legge romana negasse agli Ebrei la possidenza o alcun altro diritto concesso agli altri sudditi peregrini. Quando nel 212 Caracalla, per frangere l’orgoglio degli Italiani, divulgò la cittadinanza a tutti gli altri abitanti liberi dell’imperio e con ciò pose fine alla romana nazionalità, non si legge che gli Israeliti venissero segnati con alcuna sfavorevole distinzione» (p. 13). Per gli ebrei la situazione cambia bruscamente, e in peggio (con la tendenza a un inarrestabile peggioramento), con l’ascesa del cristianesimo come religione di Stato: «Nel IV secolo, resasi generale nella città la fede cristiana, crebbe l’avversione agli Ebrei. Si cominciò ad escluderli in uno coi pagani dalla legge comune. Si intimò la confisca a chi passasse dal cristianesimo al giudaismo, si minacciarono le pene dell’adulterio ad ogni matrimonio fra Cristiani e Giudei, si interdissero nelle nozze degli Ebrei le osservanze israelitiche. Nel secolo seguente si vietò agli Ebrei di acquistar servi cristiani; si esclusero da tutte le amministrazioni e dalle dignità anche municipali; si proibì l’edificazione di nuove sinagoghe. In seguito, sotto Giustino e Giustiniano si interdisse agli Ebrei la milizia e il professorato, si dichiararono inabili a far testimonio contro un ortodosso, e s’erano della setta samaritana, inabili a far qualsiasi testimonio; si comandò la demolizione delle sinagoghe dei Samaritani; finalmente si ordinò che tutti i non battezzati subissero la confisca d’ogni bene mobile e immobile e fossero puniti ed esiliati. Leone d’Iconoclasta costrinse gli Ebrei al battesimo. Ma più della forza dovevano valere le varie disposizioni che intercedevano le eredità ai non ortodossi. Quindi come gente che non aveva più nulla da perdere nel concetto degli uomini e che soprattutto aveva bisogno di celare le proprie sostanze, si diedero apertamente all’arte feneratizia» (p. 14).

È ovvio che se non ci fossero stati gli ebrei a svolgere quell’ingrata, e tuttavia necessaria funzione, altri gruppi sociali/nazionali l’avrebbero svolta al loro posto, tant’è vero che molte volte piccoli commercianti e usurai cristiani hanno sobillato il popolino contro i «maledetti ebrei» solo per prenderne il posto, e lo stesso schema è stato usato lungo tutto il Medioevo da tutti coloro (Re, cavalieri, principi, alto clero, ecc.) che si rivolgevano al credito degli ebrei in momenti di eccezionale bisogno (per organizzare una guerra, per affrontare una carestia o una pestilenza, ecc.), con la segreta speranza di poter estinguere il debito con metodi più o meno ortodossi…. Periodicamente il popolo è stato sollevato contro gli «assassini di Cristo» allo scopo di azzerare i debiti contratti con i «porci giudei», e anche questa possibilità, insieme a quella non meno importante della riservatezza (nessuno osava certo confessare di essere un debitore degli ebrei, né questi ultimi avevano interesse a rendere di pubblico dominio la cosa) rendeva particolarmente preziosa la funzione economica di questo «popolo abbandonato dagli uomini e dagli dèi» (Tacito). Lungo tutto il Medioevo e anche oltre, i pogrom antisemiti avevano questa particolare natura economica. Come scrisse Moses Hess, «L’ostilità agli ebrei non fa correre rischi; anzi, l’intolleranza nei loro confronti rende popolari presso i cristiani, o, in altre parole, cari alle plebi cristiane» (12). L’ideologia antigiudaica della Chiesa cattolica, basata sulla colpa eterna («Gli ebrei per loro colpa sono stati condannati da Dio alla schiavitù eterna», si legge nell’Editto del 14 luglio 1555 emanato da papa Paolo IV e intitolato Cum nimis absurdum (13), ha naturalmente offerto a questo meccanismo sociale ed economico un’eccezionale copertura ideologica, politica e psicologica: non pagare i debiti contratti con gli ebrei e massacrarli all’occorrenza non erano poi pratiche così riprovevoli e, anzi, a volte esse diventavano assolutamente necessarie e degne di rispetto. L’accusa di “deicidio” rivolta contro di loro toglieva ai cristiani ogni remora di natura religiosa e psicologica: in fondo, gli ebrei non erano uomini a tutto tondo, e per certi versi erano più spregevoli dei maiali. La nascita dei Monti di pietà, promossi dai francescani nella seconda metà del Quattrocento per contrastare il moltiplicarsi dei banchi di pegno ebraici, dimostra come il prestito fosse un’attività legata alle esigenze della società occidentale di quel tempo, e non certo qualcosa legata “naturalmente” agli ebrei, appiccicata a essi come il guscio alla lumaca, e quindi estinguibile attraverso la completa eliminazione di questi ultimi, come pure gli interessati a prenderne il posto o a cancellare i debiti hanno sempre sostenuto. La stessa Chiesa di Roma per venire incontro a un’esigenza sempre più diffusa e impellente si era vista costretta a liberare in parte gli ebrei dall’anatema che colpiva l’usura (14), cosa che, se da una parte permise loro per un lungo periodo di esercitare l’assai lucroso prestito a usura praticamente in “regime di monopolio”, dall’altra ne sanzionò la natura di popolo “venale” e “speculativo”.

Sul piano legislativo, l’inizio delle discriminazioni appare già sotto Costantino. Una delle sue prime disposizioni fu quella di vietare a chiunque il passaggio alla religione ebraica sotto pena, più tardi fissata, della confisca dei beni sia per il proselite sia per colui che ne aveva ottenuta la conversione, e del divieto per ambedue di poter disporre dei propri beni per testamento. Al contrario, l’ebreo che abiurava veniva largamente favorito. […] Questo assieme di leggi, togliendo in larga misura agli ebrei la possibilità di fare nuovi proseliti, estingueva nella religione ebraica quella spinta missionaria che essa aveva dimostrata nei secoli precedenti» (15).

L’epoca delle Crociate illustra bene la maledetta dialettica che ha perseguitato gli ebrei. Ecco come la racconta Cattaneo: «Alla fine, nel 1009, la profanazione del Santo Sepolcro per opera del Sultano Hakem, attribuita indistintamente agli Infedeli, trasse una fiera ruina sugli Ebrei. Uno scrittore di quei tempi narra che per un odio universale furono cacciati da tutte le città; alcuni trucidati colla spada, altri gettati nei fiumi, altri straziati dal carnefice; molti si uccisero da sé; dimodoché “dopo una sì degna vendetta ne rimase solo un piccolissimo numero in tutto l’imperio”» (16). Ma ecco subito il risvolto “dialettico”: «Ma la strage dei principali capitalisti, la fuga di molti e la dispersione dei capitali, resero impossibile ogni operazione agraria e mercantile. La miseria giunse a sì lacrimevol segno che, mancati per più anni i prodotti dei campi e i soccorsi dei grani stranieri, si videro in ogni parte della Francia gli uomini morir di fame a migliaia ed i più feroci mangiarsi l’un l’altro. Nel tempo delle crociate la fortuna degli Ebrei risurse, ma in mezzo alle stragi. […] Le crociate erano imprese costose come tutte le spedizioni transmarine, e non potendosi fare a spese di chi non aveva denari, dovevano naturalmente ricadere in gran parte sui denarosi Ebrei» (p. 18).

Nel quarto Concilio lateranense del 1215 Papa Innocente III decise una serie di norme, intese a ridurre gli ebrei al rango di «perpetui schiavi», che segneranno il destino degli ebrei per molti secoli. Tra l’altro, egli vietò ai cristiani di prestare soldi contro interessi e consigliò di escludere gli ebrei dalle associazioni professionali; a questi ultimi furono lasciate aperte quelle attività (cambiamonete, piccolo prestito, piccolo commercio) che il “popolo basso”, per comprensibili ragioni, odiava. Il cristianesimo si incaricò insomma di stringere sempre più fortemente le viti che tenevano insieme il tradizionale esclusivismo ebraico, ponendo così inizio al circolo vizioso della ghettizzazione – la quale aveva anche una componente di auto-ghettizzazione, vista da non pochi ebrei come estrema difesa nei confronti dell’assimilazione da parte del mondo cristiano.
Dal Medioevo in poi fino al XVIII secolo in Europa non c’è stata calamità (naturale o sociale che fosse, più spesso l’intreccio delle due “tipologie”) che non abbia visto gli ebrei nel poco invidiabile ruolo del capro espiatorio. Soprattutto nelle frequenti epidemie di peste si registravano veri e propri pogrom antisemiti da parte del “popolino”, spesso con il tacito assenso delle autorità. Se il Diavolo colpiva i cristiani attraverso la fetida mano degli ebrei, Dio doveva colpire questi ultimi attraverso la misericordiosa forca dei cristiani. Più la resilienza esistenziale (economica, culturale, psicologica, ecc.) degli ebrei dava prova di sé, e più forte si faceva il sospetto, il disprezzo e l’invidia che la gente “normale” nutriva nei loro confronti. Un circolo vizioso che nei secoli ha fatto milioni di morti e che, in modi assai diversi, ha avvelenato l’esistenza tanto delle vittime che dei carnefici.

«Distruggere il giudaismo non è del nostro potere, né della nostra competenza», concludeva Cattaneo esibendo un approccio (improntato alla più rigorosa “neutralità scientifica”) che da solo basta a illuminare lo spirito dei (suoi? nostri?) tempi; «Quando questa impresa fosse anche possibile, ella certo non lo sarebbe nel breve termine della vita che è concesso a noi quanti viviamo. Dacché dunque una potenza prevalente ha disposto che il genere umano, vita nostra durante, appartenga a diverse credenze, cerchiamo almeno di comportarci in modo che questo dissidio perturbi men che si possa quella pace che per noi può godersi» (p. 65). Il processo storico-sociale si è incaricato di dimostrare, e peraltro non smette di farlo (contro i più “duri di comprendonio”), quanto sia vano ogni appello all’«umana comprensione», quando è proprio l’umanità, l’umanità come principio regolatore della nostra esistenza, che continua a rimanere fuori dal mondo.

(1) «Nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo, l’antisemitismo fu soprattutto borghese. I medici, gli ingegneri, gli scrittori, gli avvocati, i giornalisti, gli scienziati cattolici o protestanti erano invidiosi degli ebrei, perché erano più intelligenti e fantasiosi di loro. Non invano essi portavano, occultata nel sangue, la Bibbia. La borghesia europea dell’Ottocento fu, in buona parte, antisemita: perfino mio padre, il più mite tra gli uomini. Tutto questo ha condotto ad Auschwitz» (P. Citati, Le radici dell’odio contro gli ebrei, La Repubblica, 12/04/2002).
2) C. Cattaneo, Ricerche economiche sulle interdizioni imposte dalla legge civile agli Israeliti, p. 21, Annali della giurisprudenza pratica, 1836.
3) Ibidem, p. 11. Cattaneo si occupò «della clemente natura» Svizzera, e soprattutto della sua economia e della sua struttura politico-istituzionale, perché in seguito alla conclusione dei moti del 1848-1849 egli vi riparò con la moglie. Lì egli continuò la sua battaglia per la formazione di una borghesia liberale e laica nel Canton Ticino e nell’Alta Italia.
(4) Ad ogni modo, Cattaneo non poté fare a meno di notare la riluttanza con cui la Grande Rivoluzione Francese, al suo tempo considerata come il più grande e genuino prodotto dell’epoca dei Lumi, superò la legislazione che discriminava gli ebrei. «Alcuni professarono di credere e far credere che la rivoluzione di Francia nel 1789 sia stata prodotta principalmente da odio contro la religione dominante e da desiderio di atterrarla. Ma perché mai nella memoranda notte del 4 agosto, in cui si abolirono tutti i privilegi e tutte le classi della cittadinanza cristiana furono fatte eguali al cospetto della legge, perché mai non si tolsero le interdizioni civili che gravitavano sugli Ebrei? Fatto sta che le petizioni e i gravami degli Israeliti all’Assemblea costituente non furono accolti. Due volte vennero prorogate per loro le interdizioni civili nell’atto che venivano abrogate per tutte le altre sette dissenzienti. Più di due anni trascorsero fra alte vociferazioni di equità ed umanità, prima che quei legislatori decretassero agli Israeliti francesi la commune cittadinanza. Fu solo alla fine di settembre 1791 che l’Ebreo nato o naturato in Francia non fu più straniero e venne compreso nella generale appellazione e qualificazione di cittadino» (Ibidem, p. 6).
(5) M. Horkheimer, Lo Stato autoritario, in Crisi della ragione e trasformazione dello Stato, p. 71, Savelli, 1978.
(6) A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, p. 359, Einaudi, 1992.
(7) P. Maltese, Nazionalismo arabo e nazionalismo ebraico, pp. 14-15, Mursia, 1992.
(8) C. Cattaneo, Ricerche economiche…, p. 13.
(9) M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, pp.188-190, Einaudi, 1997.
(10) K. Marx, La questione ebraica, p. 92, Newton, 1975. Nella Questione ebraica il giovane Marx accetta di scendere sul triviale terreno dei pregiudizi antiebraici (in primis, il giudaismo come gretto spirito orientato all’arricchimento materiale personale) per scagliare quei pregiudizi contro la società borghese, la quale, osservava il ragazzo di Treviri, fa letteralmente impallidire il rozzo e ristretto giudaismo. Se, come voi critici dello spirito pratico degli ebrei dite, il vero Dio dell’ebreo è il Denaro, la stessa cosa non può forse dirsi per ogni altro cittadino della società borghese, la quale a sua volta ha fatto della ricerca del massimo profitto una vera e propria ossessione? Nel testo marxiano del 1843 Marx fa del giudaismo, inteso appunto come spirito orientato al «bisogno pratico, all’egoismo», un concetto universale non per inchiodare gli ebrei alla croce della loro storia, peraltro comprensibile solo alla luce della storia generale del mondo, ma per applicarlo senz’altro alla società borghese. La sua lancia critica non intende infilzare l’egoismo degli ebrei, peraltro già minato dal processo storico, ma il “giudaismo” della società borghese, e con ciò stesso gli intellettuali pseudo radicali che non avevano capito né la vera natura del “giudaismo” ebraico, né quella del “giudaismo” borghese.
Scriveva Max Horkheimer negli anni Trenta, in riferimento alla crisi del vecchio modello liberale di capitalismo soppiantato, in Europa e negli Stati Uniti, dal dirigismo statalista: «La sfera della circolazione, per gli ebrei doppiamente determinante sia come luogo del loro guadagno che come fondamento della democrazia borghese, perde il suo significato economico» (Gli ebrei e l’Europa, in Crisi della ragione e trasformazione dello Stato, p. 53).
(11) C. Cattaneo, Ricerche economiche…, p. 17.
(12) Cit. tratta da J. Frankel., Gli ebrei russi…, p. 23, Einaudi, 1990.
(13) Scrive Attilio Milano: «Gli ebrei romani, fra increduli e sbigottiti, credettero sulle prime che si trattasse di una di quelle minacce che già altre volte erano state lanciate contro di loro soltanto per estorcere il prezzo della revoca». Per gli ebrei la sottovalutazione del pericolo è stata una strategia di sopravvivenza: essi hanno dovuto fare buon viso al cattivo gioco degli antisemiti. «Offrirono perciò a Paolo IV una ingentissima somma: quarantamila scudi. Il papa la respinse. […] A distanza di due settimane già si tornava a vedere in giro per Roma il giallo dei berretti degli ebrei e dei veli delle ebree; due mesi dopo, mura e portoni del ghetto erano rizzati, naturalmente a spese di chi doveva esservi rinchiuso [e mi par giusto!]; entro i sei mesi stabiliti, tutte le proprietà immobiliari erano state liquidate» (A. Milano, Storia degli ebrei, p. 248).
(14) «L’usura nel nostro presente linguaggio indica l’eccessivo ed illegale interesse d’un capitale prestato; e il nome d’usuraio esprime ad un tempo, avidità, mala lede e crudeltà. Ma verso il IV secolo il nome di usura già divenuto odioso, comprendeva anche il più onesto e legittimo frutto dei capitali. Era quello un secolo di miseria e d’ignoranza. Non s’intendeva più quale fosse la natura degli avanzi,
dei capitali, dei prestiti, degli interessi. Non si pensava che senza capitali di qualche sorta o propri o prestati non v’è commercio, non v’è agricultura, non v’è riproduzione né reddito. Si credeva che capitale e denaro fossero sinonimi. E siccome i pezzi di denaro non si propagano come i polipi: cosi s’insegnava il sofisma aristotelico, che la pecunia è infeconda; che chi aveva il suo patrimonio in terre, in case, in bestiami, poteva in buona coscienza godersene il reddito; ma chi per sua disgrazia si trovava di averlo in denaro, non aveva diritto a trarne alcun frutto; e ch’era tenuto a prestano gratuitamente a chicchessia affinché gli altri se ne arricchissero a suo rischio e senza suo vantaggio» (C. Cattaneo, Ricerche economiche…, pp. 14-15).
(15) A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, p. 39.
(16) C. Cattaneo, Ricerche economiche…,p. 17.