MACELLO SIRIANO. C’ERA UNA VOLTA IL MOVIMENTO PACIFISTA…

colomba-medio-orienteUn morto è una tragedia, un milione di morti sono una statistica.

Fecero un deserto e lo chiamarono Pace.

«Pacifism won’t work», Il pacifismo non funziona: così titolava a tutta pagina il Catholic Herald nel numero uscito lo scorso 29 aprile. Come non essere d’accordo? Certo, si tratta poi di capire il senso ideologico e politico di questa mera constatazione dei fatti. L’articolo di Adriano Sofri pubblicato ieri dal Foglio può forse aiutarci a cogliere qualche aspetto significativo del problema messo sul tappeto dalla rivista cattolica, la quale, detto en passant, paventa una “deriva pacifista” da parte della Chiesa di Roma che la porterebbe a rinnegare il principio del «legittimo uso della forza nelle situazioni peggiori». Scrive Sofri:

«Esattamente nelle ore in cui il mattatoio di Aleppo culmina nei crimini di guerra di Putin e Assad contro inermi ostaggi del fanatismo jihadista, […] i nobili pacifisti – nobili davvero, ci credono davvero, quando si mobilitano per lasciare indisturbato il genocidio di Ninive e quando si mobilitavano per lasciare indisturbato il genocidio di Srebrenica – chiamano guerra il soccorso, e credono sinceramente di opporsi alla guerra quando si oppongono al soccorso. […] La Siria è l’esempio più perverso e colossale nella storia contemporanea dei disastri dell’omissione di soccorso. Cinque anni fa Assad scatenò una violenza ottusa e spietata contro i ragazzi delle sue scuole e i suoi sudditi che volevano farsi cittadini. Tre anni fa Assad violò provocatoriamente la solenne Linea Rossa fissata da un Obama renitente e illuso che non l’avrebbe mai davvero superata. Assad è un criminale all’ingrosso ma non è stupido: aveva capito bene Putin e aveva capito bene Obama. Forse avevano capito bene anche il pacifismo e il Papa. […] Che i curdi si battano e valorosamente e dalla parte giusta sono disposti più o meno volentieri ad ammetterlo tutti: ma anche i più incantati sostenitori del valore delle curde e dei curdi del Rojava parlano più volentieri del confederalismo democratico sperimentato colà che della combinazione fra il loro valore militare e l’apporto aereo degli americani e dei francesi. Senza il quale Kobane sarebbe ancora in mano all’Isis, più o meno come le città italiane di settant’anni fa in cui pure si battevano arditamente e immaginavano un mondo giusto i partigiani». Sofri conclude il suo articolo ribadendo la necessità «di invocare una polizia internazionale a protezione di chi soccombe, nel momento in cui soccombe».

Ora, non so se sia meno “utopista” la mia posizione radicalmente anticapitalista, che incita (peraltro inutilmente!) le classi ovunque oppresse, sfruttate e macellate a rispondere alla guerra dei padroni del mondo con la guerra di classe spinta fino alla rivoluzione sociale (campa cavallo!), o l’interventismo “umanitario” di Sofri, indicazione politica che peraltro è perfettamente organica al Sistema Mondiale del Terrore – un po’ come la Croce Rossa è da sempre organica al sistema della guerra. Quando parla di «polizia internazionale» egli certamente pensa ai mitici “caschi blu” dell’Onu («e ho detto tutto», come dicevano i fratelli Caponi); ma pensa anche all’imperialismo, pardon: all’internazionalismo democratico e progressista del Presidente Obama, il quale per molti suoi tifosi europei, oggi delusi, è rimasto vittima della sempre attiva sindrome di Monaco (correva l’anno 1938), mentre per sovramercato incombe sui destini del mondo la sinistra ombra isolazionista dell’inquietante Trump.

Certo è, che il silenzio emesso negli ultimi anni dal movimento pacifista, così reattivo e rumoroso tutte le volte che gli Stati Uniti hanno monopolizzato la scena bellica in qualche parte del pianeta (in Afghanistan e in Iraq, ad esempio), è davvero assordante, cosa che, a mio avviso, porta acqua al mulino delle tesi di chi ha sempre denunciato la sudditanza ideologica di quel movimento, o almeno della sua parte più organizzata e militante, nei confronti del vecchio antiamericanismo di matrice “comunista”, eccellente supporto politico-ideologico dei Paesi concorrenti della Potenza americana. Ma ovviamente non tutti la pensano così.

«Le fotografie dei bambini siriani feriti e morti nei bombardamenti indignano, ma non mobilitano. Nessuno si muove per mettere fine alle strage di Aleppo. Perché? Ne abbiamo parlato con Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace e tra i promotori della Marcia Perugia – Assisi. Cosa risponde a chi vi contesta di aver fatto grandi mobilitazioni quando la controparte erano gli Stati Uniti, per esempio al tempo di Bush? “No, non è cosi, queste sono solo le solite vecchie polemiche. Certo c’è stato negli anni chi si è mobilitato esclusivamente per quello (contro gli Stati Uniti, ndr), ma il movimento per la pace italiano ha radici antiche e ben altro spessore. E sono convinto che rinascerà”. Questo è un auspicio e nel frattempo? “Dobbiamo interrogarci, riflettere, senza scaricare le responsabilità su altri”» (P. Bosio, Radio Popolare, agosto 2016). Buona riflessione, dunque.

Nel frattempo le agenzie di tutto il mondo informano che «Le forze governative siriane, sostenute dall’aviazione russa, da militari iraniani e dagli Hezbollah libanesi, si preparano a un’offensiva di terra senza precedenti contro Aleppo Est». Pare che Putin stia valutando una soluzione di stampo ceceno per la martoriata città siriana: farne una tabula rasa, come accadde alla fine degli anni Novanta a Grozny. Della serie: Fecero un deserto e lo chiamarono Pace.

«Da venerdì, 96 bambini sono stati uccisi e 223 sono stati feriti dai bombardamenti effettuati sulla città di Aleppo. A riferirlo è l’Unicef, che ha definito “un incubo vivente” quello in cui sono “intrappolati” i piccoli siriani: “Non ci sono parole per descrivere le sofferenze che stanno patendo”» (TGcom 24). L’altro aspetto tragico dell’incubo vivente è che nessuno può dire oggi di non saperne niente: tutti sappiamo tutto in tempo reale: a colazione, a pranzo e a cena. E a questo punto i fratelli Caponi avrebbero saputo come ben chiosare. Rimane da dire che «Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha minacciato di congelare la cooperazione con la Russia sulla Siria. Gli Stati Uniti stanno valutando inoltre “opzioni non diplomatiche” per far fronte alla crisi siriana». Il linguaggio politicamente corretto degli imperialisti “occidentali” è davvero comico: «opzioni non diplomatiche»! Ecco perché molti analisti geopolitici ascoltano più volentieri il rude e virile linguaggio di Putin.

A proposito del movimento pacifista, Francesca Borri la pensa in modo diverso da Flavio Lotti; in un articolo pubblicato qualche mese fa su Internazionale (Perché i pacifisti in occidente non manifestano contro Assad) scrive: «La solidarietà esiste, non è vero che il movimento pacifista non ha più capacità di mobilitazione. Il problema è che in Siria sta con Assad. Sta con l’uomo che ha usato ogni arma possibile contro i siriani, dai gas alla morte per fame, l’uomo che ha inventato i barili esplosivi, che per anni ha bombardato tutti tranne i jihadisti dello Stato islamico. L’uomo che ha finito per uccidere o ferire il 12 per cento della popolazione che sostiene di governare. Ma che è da molti considerato il male minore. Perché tutto è meglio dell’islam. E non importa che oltre la metà dei siriani, ormai, siano sfollati o rifugiati, non importa che quattro siriani su cinque siano sotto la soglia di povertà e che un milione di loro vivano mangiando erba e bevendo acqua piovana, e che secondo gli economisti ci vorranno 25 anni perché il paese torni a essere quello di prima della guerra, quando secondo le Nazioni Unite il 30 per cento dei siriani viveva già sotto la soglia di povertà. Non importa che Assad abbia demolito la Siria, non importa che abbia distrutto un’intera generazione, che abbia trasformato i siriani in un popolo di mendicanti, coperti di fango e stracci agli angoli delle nostre strade, annegati sulle nostre coste. Non importa che proprio come i suoi tanto criticati oppositori resista solo grazie al sostegno esterno, che non riesca a vincere questa guerra neanche con l’appoggio di Hezbollah, della Russia, dell’Iran e di centinaia di mercenari: non importa che stiamo mantenendo al potere uno che in realtà non ha potere. Non importa: perché Assad è laico. E questa, per noi, è l’unica cosa che conta».

Ma “noi” chi? Noi “occidentali”? noi “pacifisti”? In ogni caso, chi scrive è ovviamente schierato anche contro gli interessi dei Paesi “occidentali”, a cominciare da quelli italiani, che nell’area mediorientale non sono irrilevanti, tutt’altro – e non sempre in armonia con gli interessi degli “alleati” europei: vedi Libia. Quanto al pacifismo, no, decisamente non posso definirmi un pacifista. D’altra parte, la pace è un lusso che questo mondo disumano – perché fondato su rapporti sociali di dominio e di sfruttamento – non può concedersi.

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Ormai da molti mesi, “tregua umanitaria” dopo “tregua umanitaria”, “cessate il fuoco” dopo “cessate il fuoco”, il patetico Staffan De Mistura, l’inviato dell’Onu per la Siria dal luglio 2014, ripete ai suoi tanti interlocutori il miserabile mantra che segue: «Se entro poche ore, al massimo pochi giorni, non si arriva a un accordo tra le parti, la Siria precipiterà in un completo e definitivo caos». Precipiterà? Evidentemente a De Mistura l’inferno siriano che dal 2011 divora migliaia di vite non dà ancora l’idea di un caos completo e definitivo. È anche vero che al peggio non c’è fine, e difatti oggi egli è costretto ad ammettere: «Sta succedendo l’orrore, Aleppo sta bruciando, è urgente fermare questi bombardamenti». Intanto, mentre scrivo questo post bombe incendiarie cadono su Aleppo a cura delle forze lealiste supportate dall’alleato russo: l’inferno va continuamente alimentato! «Rendere la vita intollerabile e la morte probabile. Aprire una via di fuga oppure offrire un accordo a quelli che se ne vanno o che si arrendono. Lasciare che se ne vadano, uno a uno. Uccidere chiunque resti. Ripetere da capo fino a che il paesaggio urbano, ormai deserto, diventa tuo»: è la tattica nota come “starve-or-submit” applicata dall’esercito siriano ad Aleppo descritta dal New York Times.

Sempre De Mistura è convinto che Aleppo sia «la Stalingrado siriana», e che «chi vince lì fa pendere la bilancia dalla sua parte»: di qui il carattere particolarmente micidiale che il conflitto siriano ha assunto in quella martoriata città, ridotta a un ammasso di case sventrate, a una mortifera trappola che tiene sotto sequestro migliaia di vecchi di donne e di bambini, prezioso materiale biologico da offrire in sacrificio al Moloch. Beninteso il Moloch ha un nome preciso: Sistema Mondiale del Terrore, che poi è uno dei diversi nomi che si possono dare agli interessi economici e geopolitici che fanno capo a grandi, medie e piccole Potenze, e che pretendono di venir soddisfatti con tutti i mezzi necessari: da quelli più “pacifici” a quelli più violenti. Anche il nome di Imperialismo va benissimo, e come sempre, almeno all’avviso di chi scrive, esso va attribuito a tutti gli attori in campo, “simmetrici” e “asimmetrici” che siano, a tutti gli eserciti, “regolari” e “irregolari”, che da anni alimentano le fiamme dell’inferno mentre l’inviato dell’Onu per la Siria si trastulla in pietosi ammonimenti che suscitano solo ilarità nei piani alti del famigerato Sistema. D’altra parte, cosa potrebbe dire e fare di diverso un Alto rappresentante diplomatico dell’Onu, di questo «covo di briganti», per esprimermi leninianamente, chiamato a ratificare e a difendere i rapporti di forza fra le Potenze sanciti dalla Seconda Carneficina mondiale? «”Questi sono giorni agghiaccianti, tra i peggiori da quando è iniziato il conflitto in Siria. Il deterioramento della situazione ad Aleppo sta raggiungendo nuove vette di orrore”, dice l’inviato speciale dell’Onu, Staffan de Mistura, durante la riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza, ribadendo la sua “delusione” per il mancato accordo sulla ripresa del cessate il fuoco deciso il 9 settembre da Usa e Russia. Ormai ad Aleppo “non si possono più contare i morti, a causa del caos che regna” nella seconda città siriana, “nella parte est sono assediate 275mila persone. L’assedio dura da più di 20 giorni» (La repubblica, 23 settembre 2016). Una “delusione” che non mi sento di poter condividere; in un post del 2015 dedicato alle Barrel Bombs usate dal famigerato perito chimico di Damasco, mi chiedevo retoricamente: «Non sarà che all’Onu non si muove foglia che l’Imperialismo (naturalmente a cominciare dalle Potenze maggiori: Stati Uniti, Russia, Cina, Unione Europea a trazione tedesca) non voglia?». «Se mi dimettessi», ha dichiarato qualche giorno fa De Mistura, «vorrebbe dire che la comunità internazionale sta abbandonando la Siria, che l’Onu sta abbandonando la Siria; non manderemo questo segnale». L’opinione pubblica internazionale tira un grosso sospiro di sollievo e sentitamente l’umanità tutta ringrazia. Diciamo…

Fino a che punto, poi, regge l’analogia tra Stalingrado e Aleppo che intriga non pochi analisti geopolitici, soprattutto quelli orientati in senso “antimperialista” (leggi: antiamericana e filo-russa)? A mio avviso essa è fondata solo per ciò che concerne l’aspetto infernale (leggi mostruosamente disumano) delle due battaglie; ricordo a me stesso che nel febbraio 1943 Berlino e Mosca imposero ai rispettivi eserciti impegnati nella città che portava il nome del dittatore russo di non arretrare di un solo millimetro, pena l’immediata fucilazione per alto tradimento – com’è noto, i commissari politici sovietici sparavano alla schiena ai soldati che scappavano o si ritiravano, cosa che può apparire eticamente ineccepibile, oltre che politicamente giustificata e corretta, solo agli occhi di chi condivide il punto di vista ultrareazionario della difesa della patria, a maggior ragione se “socialista”, costi quel che costi. Io sostengo invece la necessità del disfattismo rivoluzionario sempre e comunque. Ma questo è un altro discorso.

Per il resto, non mi sembra che l’analogia di cui sopra abbia solidi appigli storici e geopolitici, anche volendo dar credito all’altra analogia, quella cioè che presenta il Califfato Nero nei panni del nuovo nazifascismo. Forse è la battaglia di Sarajevo tra serbi e bosniaci degli anni Novanta del secolo scorso che può prestarsi a qualche analogia con ciò che accade ad Aleppo, ma il rischio della forzatura storico-politica è sempre in agguato e ciò mi consiglia di non lanciarmi a cuor leggero in analogie di qualche tipo. Del resto, i mattatoi si somigliano un po’ tutti, orrore più, orrore meno.

L’analogia Stalingrado-Aleppo naturalmente viene incontro alla propaganda di Assad e di Putin, i quali in tutti questi anni si sono “venduti” all’opinione pubblica internazionale come i soli veri protagonisti nella “guerra di liberazione” dalle forze del male che oggi indossano i neri panni dell’esercito che massacra nel Santo e Misericordioso nome di Allah. E, infatti, fu il Presidente siriano a tirare in ballo la battaglia di Stalingrado in un messaggio al compare di merende Putin dello scorso maggio reso pubblico dalla Tass: «Aleppo, come molte città siriane, è come Stalingrado. La loro resistenza dimostra che la Siria, il suo popolo e l’esercito non accetteranno meno di una vittoria assoluta sul terrore e la sconfitta totale dell’aggressione». Quanto poco interessi «il suo popolo» al macellaio coi baffetti di cui sopra, è cosa che tutti sanno, anche se qualcuno che dalle nostre parti affetta pose da “antimperialista” duro e puro fa finta di niente, quando non è indaffarato nel negare l’evidenza chiamando in causa il “pensiero unico” occidentale, il servilismo filoamericano dei media mainstream (*) e il complotto internazionale ordito dall’imperialismo occidentale per far fuori il virile Vladimir Putin e il laico Bashar al Assad. Insomma, continua lo strabismo di certo “antimperialismo” italico (un tempo amico del “socialismo reale” di marca sovietica), il quale esattamente come i pennivendoli dell’imperialismo occidentale che critica si è scelto un fronte dei buoni (Russia, Siria, Iran) da sostenere contro il fronte dei cattivi (dagli Stati Uniti a Israele, passando per la Turchia, Arabia Saudita, ecc.). (Brevissima precisazione: qui scrivo “occidentale” solo per sintetizzare un concetto che andrebbe approfondito). Sparare a palle incatenate contro tutti i responsabili del macello siriano per simili “antimperialisti” equivale a fare dell’internazionalismo astratto, dell’antimperialismo parolaio perché incapace di fare politica. Il problema è che certi “antimperialisti” hanno imparato a fare una sola politica: quella delle classi dominanti, ossia di una loro fazione – non importa se nazionale o internazionale – contro quella avversaria.

È ovvio che l’antiamericanismo ideologico di chi vede in opera, e denuncia, solo un imperialismo (il solito, sempre quello, dal 1945 in poi), mentre è pronto a sostenere, o quantomeno a giustificare, le ragioni, a mio modesto avviso non meno reazionarie e disumane, dei Paesi che in qualche modo lo contrastano non aiuta il lavoro di coloro che si sforzano di smontare la propaganda dei governi occidentali senza per questo portare acqua al mulino dei governi che promuovono gli interessi imperialistici dei Paesi concorrenti, non importa se grandi o piccoli, “occidentali” o “mediorientali”, del “Nord” o del “Sud” del mondo. L’autonomia di classe, se non è una vuota frase da spendere sul mercato della politica pseudo rivoluzionaria, non si arresta ai confini nazionali, ma si esercita anche sul terreno della competizione interimperialistica, ovunque e comunque (in forma economica, diplomatica, militare) essa si esplichi.

Ma chi sono io per criticare i tifosi di Putin, il Caro Leader che sta cercando di rialzare il prestigio della Madre Russia dopo la catastrofe sovietica, e di Assad, l’altrettanto Caro Leader che sta lottando con tutti i mezzi necessari (compreso l’uso di cloro e di gas nervino) per evitare il doloroso (per chi?) regime-change voluto dalle oscure forze del Male? Ben poca cosa! Ma lo faccio lo stesso…

Intanto la guerra siriana si incattivisce ulteriormente, e il regime di Assad fa ancor più largo uso delle bombe incendiarie, sempre supportato dall’alleato russo. «La riunione del Consiglio è stata convocata da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti per aumentare la pressione sulla Russia, principale alleato del regime siriano, e far cessare i bombardamenti su Aleppo dando così la possibilità di ristabilire la tregua negoziata tra Washington e Mosca. “Portare la pace in Siria è un compito quasi impossibile ora”, dichiara l’ambasciatore russo all’Onu, Vitaly Churkin, “Damasco ha mostrato una moderazione invidiabile”» (La Repubblica). Il cinismo dell’ambasciatore russo all’Onu (che ha accusato Washington di aver «distrutto gli equilibri del Medio Oriente usando i terroristi di al Nusra per rovesciare il governo») si limita a esprimere il cinismo degli interessi contrastanti, mentre l’attivismo “pacifista” del cosiddetto fronte occidentale, per un verso lascia trapelare la preoccupazione di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti di perdere la guerra siriana, e per altro verso appare come un estremo tentativo volto a spingere la Russia a sacrificare Assad. Quest’ultimo sa benissimo cosa rischia, e difatti agisce nella sola maniera che oggi può consentirgli di mantenersi in sella: incrementare gli sforzi bellici contro i ribelli, riacquistare potere contrattuale su scala nazionale e internazionale con tutti i mezzi necessari, anche a costo di mettere in imbarazzo l’alleato russo, il quale d’altra parte ha dimostrato in diverse occasioni fin dove può spingersi il suo realismo geopolitico: vedi Crimea, fra l’altro.

L’ambasciatrice americana all’Onu, Samantha Power, ha preso di mira frontalmente la politica siriana di Mosca: «La Russia in Siria non sta sponsorizzando la lotta al terrorismo, ma la barbarie». Dopo aver ricordato quanto disse Hillary Clinton un anno fa (se ricordo bene): «l’Isis è una nostra creatura che ci è sfuggita di mano», mi permetto di correggere la Power: tutti gli attori in campo in Siria stanno “sponsorizzando” il Sistema mondiale del terrore e la barbarie. Ammetto che questa è una tesi che difficilmente troverà orecchie all’Onu. E non solo da quelle parti…

(*) «Di manipolato nella rivolta siriana c’è tantissimo. Ed è un problema, perché si tratta di un conflitto coperto in gran parte dai social media, da attivisti legati all’una o all’altra parte del conflitto. Di bufale e mezze verità ne sono circolate moltissime (di un paio ne parlo nel libro). Ma purtroppo molti degli orrori di cui sentiamo sono reali. L’attacco chimico contro Ghouta è stato documentato da un’indagine Onu e da uno studio separato di Human Rights Watch”. […] Uno degli errori principali di Assad è stato rispondere fin da subito con la violenza. Bisogna ricordare che le proteste sono iniziate in modo pacifico, e c’è chi dice che se il regime fosse andato incontro ai dissidenti, per esempio revocando lo stato di emergenza che vigeva dagli anni Sessanta, non ci sarebbe stata alcuna guerra civile e forse Assad avrebbe potuto anche “conservare il posto” senza spargimento di sangue. Quanto ai qaedisti, il problema non è tanto lasciare loro spazio, quanto il fatto che sono bravissimi a prenderselo da solo. Gli elementi più moderati dell’opposizione armata non hanno ricevuto un grande sostegno esterno, specie dall’Occidente, e questo ovviamente ha fatto il gioco di al-Qaeda. Ma purtroppo, anche indipendentemente da questo, quando un conflitto si prolunga accade spesso che gli elementi più radicali si consolidino» (Anna Momigliano, autrice di Il macellaio di Damasco, Vanda E., 2013).

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SE NON CAMBIA STAGIONE. Riflessioni sul “caso” Tiziana Cantone.

Le tout nouveau testamentBoris mi ha fornito poco fa un compendio di come
la vede. È un profeta del tempo. Farà brutto ancora,
dice. Ci saranno ancora calamità, ancora morte,
disperazione. Non c’è il minimo indizio di cambiamento.
Il cancro del tempo ci divora. […] Non c’è scampo.
Non cambierà stagione (H. Miller, Tropico del cancro).

Io ho solo sedici anni, e il mondo non lo conosco
ancora bene, ma una cosa sola posso affermare con
sicurezza: se io sono pessimista, un adulto che non lo sia,
in questo mondo, è proprio un cretino
(H. Murakami, L’uccello che girava le viti del mondo).

Quando ho saputo della squallida e tragica vicenda di Tiziana Cantone un solo concetto si è fatto fulmineamente strada nella mia testa, quello di violenza. Sì, la violenza sistemica (economica, politica, militare, psicologica) di cui ho tanto scritto in tutti questi anni. Certo, anche il concetto di Sistema mondiale del terrore, magari in una sua declinazione più particolare e puntuale (“microfisica”, per dirla con Foucault), è tutt’altro che fuori luogo rispetto alla fattispecie qui considerata. Almeno per come io “vivo” e approccio questo cattivo mondo. Siamo parti di un meccanismo sociale sempre più disumano e violento che potenzialmente potrebbe schiacciarci in ogni momento, ovunque noi siamo e qualsiasi cosa noi facciamo. Il disastro è sempre in agguato, sempre dietro l’angolo, e rimanere rinchiusi in casa per scongiurare la sciagura (mentre quella degli altri ci piace assai!) è solo un anticipo di morte. Morire da vivi è la cosa peggiore che possa capitarci.

Di più, e ancor più tragicamente: noi stessi siamo questo meccanismo, che lo vogliamo o no, che lo desideriamo o no, che ci piaccia o no. Viviamo in una trappola costruita da noi stessi, nostro malgrado: notate il maligno risvolto dialettico della cosa? Il nostro essere, di volta in volta, vittime e carnefici non ha tuttavia nulla a che fare con la libertà, con il libero arbitrio, con l’etica della responsabilità e con le altre sciocchezze ideologiche che ci raccontiamo per sentirci adulti e padroni del nostro destino, e che ovviamente il Sistema ha tutto l’interesse a propinarci fin dalla nascita. Ma non raccontiamoci frottole! Siamo artefici e vittime di un Sistema (sociale) che non controlliamo affatto per ciò che riguarda gli aspetti fondamentali della nostra esistenza, e che noi impariamo ad accettare come qualcosa di naturale semplicemente perché non vediamo alternative (o perché quelle che riusciamo a immaginare ci appaiono ancora più brutte della realtà presente), perché ci adeguiamo assai facilmente a quel che passa il convento, giustificando la nostra condizione e posizione nella società con mille e più “argomenti”: sono bravo, non sono bravo, sono fortunato, sono sfortunato (pardon: sfigato), sono amato, non sono amato, sono intelligente, brillante, socievole, bello; sono scemo, scialbo, insignificante, asociale, brutto…  Come se davvero ciò che ci capita dipendesse innanzitutto da noi! Come se non stessimo partecipando a uno spettacolo la cui trama è scritta da rapporti sociali e da prassi socialmente predeterminate che condizionano la nostra esistenza dalla culla alla bara.  I casi eccezionali non fanno che illuminare a giorno la normalità, ma noi abbassiamo lo sguardo, chiudiamo gli occhi, come quando una luce troppo forte li colpisce. Qualcuno sostiene addirittura che per adattarci all’oscurità dell’ambiente siamo diventati ciechi, come alcuni animali che hanno imparato a vivere immersi nell’oscurità del sottosuolo. D’altra parte, un signore che di evoluzione se ne intendeva, capì a suo tempo che non sopravvivono gli organismi più forti, ma quelli che si adattavano meglio alle sempre mutevoli sfide dell’ambiente esterno. E difatti, chi non è socialmente abile (il mal riuscito, il disadattato) rischia l’estinzione: è una verità elementare, questa, che sperimentiamo continuamente e che appunto razionalizziamo in modi diversi, secondo la nostra sensibilità, la nostra estrazione sociale, la nostra cultura, ecc. Quanto tempo e quanta energia psichica sprechiamo per razionalizzare l’irrazionale! Per fortuna la scienza non ci fa mancare qualche “aiutino”, un qualche supporto medico-farmacologico. Il Moloch non solo ci calpesta, ma ci vende anche tutto ciò che può essere utile a metterci in sesto, a farci tirare il fiato, e continuare la corsa. Un circolo davvero virtuoso: si tratta di capire virtuoso per chi, per che cosa.

«Ai nostri giorni – scriveva Horkheimer nei remotissimi anni Quaranta del secolo scorso –, il frenetico desiderio degli uomini di adattarsi a qualcosa che ha la forza di essere, ha condotto a una situazione di razionalità irrazionale. […] Il processo di adattamento oggi è diventato intenzionale e quindi totale. […] La sopravvivenza dell’individuo presuppone il suo adattamento alle esigenze del sistema che vuol perpetuare se stesso. L’uomo non ha più modo di sfuggire al sistema» (Eclisse della ragione). Diciamo pure che egli non si pone più nemmeno il problema. E aggiungiamo anche che il Male, che spesso ci si mostra in guisa banale, è sempre e necessariamente radicale.

Il meccanismo sociale ci ha messi in condizioni tali, che un errore di valutazione, apparentemente sciocco, una svista, uno scherzo, una debolezza, una distrazione, la follia di un secondo può costarci assai caro. Chi non ha sperimentato – ancora – la cosa, farebbe bene a dismettere l’aria da furbo, da intelligente, da sgamato, e a indossare un abito più sobrio, più consono alla situazione, la quale appare dominata dalla casualità: oggi è toccata a lui (o a lei), ma domani può toccare a te (o a me!), dopodomani chissà a chi. Sotto a chi tocca! Consideriamoci piuttosto dei fortunati, mentre la ruota della sventura continua a girare. La ruota gira anche per noi!

È verissimo: come singoli individui non controlliamo il Web, ma ne siamo piuttosto controllati dalla testa ai piedi; ma questo ci accade in generale, ossia se prendiamo in considerazione la società nel suo complesso. Sotto questo aspetto, gli “eccessi” della rete confermano l’essenza della nostra condizione sociale, una condizione che attesta appunto la nostra radicale impotenza sociale. Ma di questo ho parlato diffusamente in un recente post: La violenza (di classe) come essenza dello Stato.

Insomma, chi pensa che Tiziana Cantone, tutto sommato, “se la sia cercata” («È colpa sua, solamente sua», ha detto ad esempio Oliviero Toscani), a mio avviso non sa di che parla, letteralmente. «Non voglio insultarla», ha dichiarato il celebre fotografo, «ma è un po’ fessa, una fessacchiotta. Fai una roba così importante tanto che poi ti sei uccisa, e lo fai in modo così superficiale? Fai un video e lo mandi in giro. Lo fai per farlo vedere. L’ha mandato agli amici, ma quando va in giro va in giro. Diventa pubblico. Certo, aveva degli amici del cazzo. I cretini sono in ordine alfabetico su Facebook, ma quella ragazza sapeva quello che faceva. Viviamo di comunicazione. Non puoi fare qualcosa del genere e poi stupirti, e ammazzarti. Le parodie le devi saper accettare. Devi sapere che può accadere, non puoi deprimerti. Altrimenti sei un fesso. Se fai un video e lo dai a un amico fai una cosa pubblica. Ha fatto sesso e poi l’ha mandato in giro. Le andava bene che qualcuno vedesse. Se hai fatto un video è già una cosa pubblica, non rimane solo in tuo possesso» (La Zanzara, Radio 24). Dovevi pensarci prima! «Capisco, ma può un errore commesso in un momento di debolezza affettiva e psicologica costarmi quella gogna mediatica che mi ha procurato un infinito dolore, per fuggire dal quale sono stata costretta a rifugiarmi nell’oblio che non conosce ritorno?» Niente da fare: conoscevi le regole del gioco, non eri una sprovveduta, e le hai ampiamente usate, quelle regole, finchè non ne sei rimasta vittima tu stessa. Chi è causa del suo male… «Tutto questo mi devasta, la gente mi riconosce, non ho più futuro. Questa gogna mediatica alla quale, ora per ora, sono sottoposta, mi sta avvicinando al suicidio». Ma come, non sapevi che viviamo di comunicazione?! «Le parodie le devi saper accettare. Devi sapere che può accadere, non puoi deprimerti. Altrimenti sei un fesso». Come gran parte dell’opinione pubblica, l’esperto in comunicazione non coglie il lato mostruoso (disumano, irrazionale) della vicenda, ma si concentra sull’ingenuità, sulla leggerezza e sulla sprovvedutezza della vittima. Il riflettore della critica non è puntato su una società che produce a dosi industriali pulsioni violente, volgarità, «cretini», «amici del cazzo» e disumanità varia (*); no, la critica bastona chi alla fine non si è dimostrato forte abbastanza da reggere il gioco: «è un po’ fessa, una fessacchiotta». Posta la natura disumana della società, si tratta di adattarsi ad essa, non di metterla radicalmente in discussione: che infantile utopia! Roba da fessi, da fessacchiotti.

D’altra parte, chi ha fatto della comunicazione il proprio mestiere, come Toscani, sa bene come il marketing solletichi a dismisura il nostro narcisismo, promettendoci un mondo che ci promuove tutti al rango di “artisti”, o quantomeno di potenziali “vip”: non è forse vero che tutti ci sentiamo, di volta in volta, scrittori, attori, fotografi, pittori, cantanti, musicisti e solo Dio sa che altro ancora? A mio avviso sbaglia, e di molto, chi enfatizza l’aspetto tecnologico del problema, semplicemente perché la macchina “intelligente” è al servizio di precisi interessi sociali, economici (ricerca del profitto, come sempre) e biopolitici (controllo sempre più spinto degli individui). Foucault una volta parlava del carcere, del manicomio, dell’ospedale, della scuola, della fabbrica e della caserma nei termini di istituzioni totali, universi chiusi e riconoscibili preposti alla fabbricazione dei corpi e delle menti, ma anche al loro controllo e alla loro riparazione. Oggi quelle funzioni sono adempiute soprattutto da strutture diffuse, astratte, difficilmente localizzabili, e perciò stesso più potenti, più pervasive e più subdole di quanto non lo fossero mai state le istituzioni totali di una volta. Scrive Chiara Giaccardi: «Viviamo di fatto come in un palazzo di vetro, dove tutti vedono tutti» (Avvenire.it); e dove tutti sono visti e sorvegliati dal Potere – qui declinato in termini astrattamente, e proprio per questo assai realisticamente, sociali. Il Grande Fratello orwelliano impallidisce dinanzi al controllo sociale realizzato spontaneamente dal mondo che ci ospita. Chi sorveglia? Chi punisce? «La società si comporta nello stesso modo esclusivo dello Stato, solo in forma più gentile, per cui non ti mette alla porta, ma ti rende la vita nella sua società così scomoda, che tu stesso spontaneamente cerchi la porta» (K. Marx, La sacra famiglia). «Solo in forma più gentile»: le parole del Moro di Treviri oggi fanno quasi tenerezza, a dimostrazione che il Male non smette di peggiorare.

In questo contesto, il cosiddetto mercato gioca un ruolo centrale, come un po’ tutti del resto sono disposti a riconoscere, salvo non tirarne le coerenti conclusioni. «Trovo solo aberrante che in questa storia ci siano macchine per far soldi, come motori di ricerca e siti potenti, che possono essere irresponsabili per le loro condotte»: è quello che ha dichiarato Fabio Foglia Manzillo, l’avvocato titolare dello studio che seguì la causa civile intentata da Tiziana. Non c’è dubbio, il rapporto sociale capitalistico è aberrante, e certamente il quadro generale non muterà di molto qualora venissero adottate misure restrittive nei confronti di chi gestisce le piattaforme digitali chiamate “social”. Il Capitale – perché di questo stiamo parlando! – ha trasformato la nostra intera esistenza in una immensa risorsa economica, in una gigantesca occasione per far soldi, e le preoccupazioni di chi vuol mettere sotto controllo la bestia, di chi vuole frenarne solo gli istinti e gli appetiti “più insani”, mi ricordano quella battuta che narra la vicenda del Tizio che vuole la moglie incinta, ma solo un poco.

Ricordate la gogna mediatica che trent’anni fa stritolò Enzo Tortora, l’infido «venditore di morte», fino a ucciderlo? Ebbene, quanto veleno e quanta cacca mediatica in più avrebbe dovuto ingurgitare il “bravo presentatore” (a me stava un po’ antipatico, per la verità) se allora fosse stata operativa la Big Net? Voglio dire allora, contraddicendomi, che il problema sta nella tecnologia che usiamo? No. Voglio ribadire un concetto: la tecnologia non fa che potenziare una carica distruttiva, in senso materiale, spirituale e psicologico, che pulsa al centro di questa società. Mi scuso e mi cito: «Metti nelle mani del Pregiudizio più antico la tecnoscienza più moderna (non mi riferisco solo agli strumenti di morte, ma anche ai moderni strumenti di informazione elettronici:  vedi gogna mediatica e messaggi virali), e avrai creato l’inferno sulla Terra. Dante dovrebbe riscrivere interamente l’Inferno!» (Due popoli, due disgrazie, 28/07/2014). Com’è facile capire, alludevo all’antisemitismo. Il problema non è dunque la tecnologia in sé, anche se non esistono tecnologie socialmente neutre anche al netto dell’uso che di esse facciamo; il problema è una società che alimenta sempre di nuovo pregiudizi, frustrazioni, invidie, illusioni, rabbia, odio, desiderio di vendetta e quant’altro (**).

Sostiene Slavoj Žižek, interrogato sul caso qui in esame dal Corriere della Sera: «Il web riproduce e diffonde più del passaparola. E può mostrare orrori da scenario di guerra, o morbosità atroci. Non può essere lasciato a se stesso. Se dai solo libertà poi si arriva a una esplosione di violenza, brutalità, razzismo. È lo Stato che deve trovare il modo di controllare il web, almeno per gli aspetti penalmente rilevanti, socialmente pericolosi. Non credo come Assange che la libertà totale del web ci salverà: certo, non mi fido neanche delle agenzie di sicurezza attuali; servono apparati trasparenti che senza indirizzo politico salvaguardino quella che è una deriva generale». Già il concetto di «deriva generale» suona alle mie orecchie quanto mai sospetto, perché esso suggerisce al pensiero che, posta questa società, le cose potrebbero andare diversamente, cioè un po’ meglio (siamo realisti!), se solo si riuscisse a tenere sotto controllo la cosa aliena responsabile, appunto, della «deriva generale», della «brutta china». Invece le cose vanno esattamente come devono andare, ossia in modo conforme alla natura di questa società: la Cosa è di questo mondo. Mai come oggi la “realistica” ideologia del male minore ha mostrato di essere irrealistica, per un verso, e alleata del Dominio, per altro verso. Questa ideologia si dà nei fatti come apologia dell’impotenza sociale che grava su tutti gli individui, a partire naturalmente da quelli che affollano le ultime posizioni della scala gerarchica.  Sulla cosiddetta «libertà» di cui parla Žižek, qui sono sufficienti le poche considerazioni “esistenzialistiche” fatte sopra; in più ripeto il mio solito mantra: non esiste autentica libertà, né umana razionalità, nella società che conosce la divisione classista degli individui. Per approfondimenti sul tema, rinvio ai miei precedenti post “politico-filosofici”.

Antonio Borrelli (Il Giornale), che certo non milita nello stesso versante politico-ideologico dell’intellettuale sloveno, la pensa tuttavia come lui circa la necessità di controllare il Web: «Forse non sapremo mai i reali motivi che hanno spinto la giovane napoletana al suicidio. Una cosa è certa: come già dichiarato dal garante della privacy Antonello Soro, risulta ormai necessario riflettere e agire concretamente per contrastare il potere degradante del mare magnum del web». Ammettiamolo: chiunque sia fornito di un briciole di buon senso non può che pensarla così. Ebbene, confesso sul punto una totale mancanza di buon senso. L’illusione proibizionista si fa strada come un vero e proprio riflesso condizionato nella testa di moltissime persone, anche perché la soluzione coercitiva delegata al Sovrano di problemi molto complessi e in grado di urtare la sensibilità etica dei più, sembra rispondere perfettamente alla nostra condizione di sudditanza, e certamente essa ci appare come la soluzione più economica, o semplicemente come la sola realisticamente praticabile. Ed è appunto questa inerzia di pensiero che bisogna combattere, su tutti i fronti della guerra quotidiana per l’esistenza, ovunque la prassi del Dominio ha modo di manifestarsi.

Nella misura in cui penso che lo Stato sia il cane da guardia posto a difesa del vigente e disumano meccanismo sociale, non posso certo condividere la ricetta di Žižek e Borrelli. Nel mio infinitamente (inconcludente?) piccolo, agisco politicamente per demistificare e delegittimare il Discorso del Leviatano, non per confermarlo e accreditarlo agli occhi dell’opinione pubblica, la quale peraltro è appunto avvezza a prestare orecchio ai paterni consigli dell’Autorità, e ciò vale soprattutto in tempi di crisi, quando tutto sembra andare in malore. Domanda del Corriere della Sera: «Lo Stato dovrebbe controllare la nostra privacy?». Risposta: «No. Il problema non è difendere la nostra privacy, ma difendere gli spazi pubblici dalla nostra invadenza, dalla tendenza a privatizzarli che li rende indecenti e indecorosi». In una parola, lo Stato, bontà sua, dovrebbe difenderci dalle nostre stesse cattive inclinazioni. Frenare la «deriva generale» per mezzo dello Stato non è certo un compito che può allettare, nemmeno un poco, chi ha in odio i vigenti rapporti sociali e le istituzioni chiamate a puntellarli sempre di nuovo, con tutti i mezzi necessari, usando il guanto di velluto o quello di ferro (oppure “pugno di ferro in guanto di velluto”), secondo le circostanze. Quanto poi agli «apparati trasparenti senza indirizzo politico» di cui parla Žižek, ognuno è ovviamente libero di coltivare la propria utopia, quella che gli è più congeniale. E poi io chi sono per giudicare l’utopia degli altri? Mi limito a costatare che la radicalità di pensiero che spesso ammiro nei suoi libri non sempre, anzi: raramente, ha modo di tradursi in indicazioni politiche altrettanto radicali, tutt’altro.

Per fortuna chi non la pensa come Assange sulle presunte capacità liberatorie e salvifiche del Web non deve necessariamente invocare l’intervento del Leviatano, come invece appare più opportuno e più realistico fare al soggetto che non vede alternative possibili a questa cattiva situazione, esattamente come capita a quelle persone che “scelgono” di imboccare la strada senza ritorno dell’oblio assoluto. Scrive la già citata Giaccardi: «La tecnologia non libera affatto, se non ne capiamo il senso, ma anzi può essere piegata a forme subdole e sempre più perverse di umiliazione e violenza. Pensiamo a quel che stiamo facendo, a dove stiamo andando, a dove sta il senso». Prendiamo coscienza del fatto che la tecnologia che usiamo, ovunque la usiamo (al lavoro, a casa), è essenzialmente espressione degli odierni rapporti sociali di dominio e di sfruttamento, i quali proiettano la loro cattiva luce su tutto ciò che facciamo, agli altri e a noi stessi.

(*) «Il male non fa più paura, la violenza e la morte possono essere regine di like. Così un gruppo di ragazzi in vacanza a Sorrento posta un selfie di vittoria dopo lo stupro di un’americana nei bagni di un locale, mentre un giornalista uccide in diretta una giovane reporter e il suo cameraman in Virginia. Subito dopo si toglie la vita, ma non prima di aver caricato il video sui social, divenuto virale in pochi attimi. Tutti scandalizzati? Per niente: il 44% dei ragazzi è a favore della socializzazione della violenza. O almeno è quanto hanno risposto a un’indagine di Skuola.net.» (Linkiesta, 29 agosto 2015).

(**) Nei primi anni Novanta Radio Radicale aprì i microfoni ai radioascoltatori senza filtri né commenti. Ne venne fuori un caso sociologico definito Radio parolaccia o Radio bestemmia. «L’iniziativa delle telefonate libere fu chiamata “Radio parolaccia” e venne replicata nel 1991 e nel 1993, quando sempre per salvarsi da una possibile chiusura fu riattivata la segreteria telefonica. In tre settimane Radio Radicale divenne una delle radio più ascoltate d’Italia» (Il Post, 18 settembre 2014). «Durano da 15 giorni le telefonate di Radio Radicale con bestemmie, oscenità, razzismo. Nell’intervista di Pierluigi Battista, Marco Pannella fornisce dati e giudizi assai interessanti, curiosi e degni di attenzione sul fenomeno di “Radio parolaccia”, la trasmissione radiofonica che sta mettendo in luce “la violenza del mondo”. Alla domanda se non tema di passare alla storia come colui che ha “innescato il più osceno e sconvolgente turpiloquio radiofonico”, Pannella risponde denunciando piuttosto la “pigrizia mentale” di chi non vuole cogliere l’aspetto di grande interesse fornito dalla trasmissione: non c’è “un sociologo che si prenda la briga di studiarle, quelle voci”, e nemmeno un “linguista…”. Richiesto di un suo giudizio, Pannella parla di un “gorgo da incubo”, “l’anonimia di chi non riesce ad articolare più di quaranta, massimo cinquanta parole” tra le quali spicca l’ossessivo “desiderio di ‘spaccare il culo’, segno di una nevrosi sociale..”, “elemento patologico di impotenza e insoddisfazione sociale…”, un bisogno “di esaltare il male che si oppone al Bene…”. La trasmissione insomma fa venire fuori tutti “gli angoli torbidi e bui della nostra esistenza…” Onorevole Pannella, non ci verrà a raccontare di aver acceso Radio Parolaccia con lo spirito di chi apre un laboratorio di studi? I maligni dicono anzi che si tratta di un’ottima trovata pubblicitaria. “E i maligni, come al solito, si condannano a non capire niente. In questi giorni la radio ha quadruplicato i suoi ascolti, milioni di persone che prima non ci conoscevano ma adesso giorno dopo giorno, cercano con affanno di sintonizzarsi sulle frequenze di Radio Radicale”. Curiosità morbosa? “Non saprei. Meglio questo di chi invece di scendere ‘nel gorgo muto’, si mette a sbraitare nello stesso modo in cui gli altri sbraitano attraverso il telefono . Un gorgo, un gorgo da incubo. Ma come, c’è da domandarsi, vi si dà la possibilità non solo di parlare ma di presentare per così dire il vostro biglietto da visita e cosa scegliete di lasciare di voi stessi? L’anonimia. Non l’anonimato, che è un’altra cosa, ma la torbida, paurosa anonimia di chi non riesce ad articolare più di quaranta, massimo cinquanta parole. Un numero infinito di fotocopie in cui variano soltanto gli accenti ma come in una parodia terrorizzante di unità nazionale, si adoperano le stesse, consunte parole a Trapani e a Milano”. E quali sarebbero queste parole? “Prima di tutto l’ossessivo, maniacalmente ripetitivo desiderio di ‘spaccare il culo’. Segno di una nevrosi sociale diffusa che dovrebbe far riflettere psicologi e psichiatri. Simbolo linguistico di una società in cui affiora un elemento patologico di impotenza e insoddisfazione sessuale in cui il sesso, come fosse un totem, diventa un simbolo di catartica violenza in grado di appagare istinti ben piantati nel nostro immaginario. E poi c’è la bestemmia reiterata, gridata, annunciata come in un cupo rullio di tamburi”» (La Stampa, 19 novembre 1993).