PER UNA STRETTA DI MANO…

In fondo il (cosiddetto?) Premier italiano ieri, nella conferenza di fine Conferenza, è stato sincero, e ha peraltro usato un espediente retorico che davvero rappresenta un minimo sindacale di autodifesa politica e di diplomazia: «Se la misura del successo è di dire che oggi a Palermo abbiamo trovato la soluzione a tutti i problemi della Libia, la Conferenza è un insuccesso». Ma chi poteva pretendere dal meeting di Palermo «la soluzione a tutti i problemi della Libia»? Solo uno sciocco, è evidente. I risultati vanno insomma commisurati con le aspettative, le quali devono essere sempre realistiche, soprattutto quando si tratta di problemi connessi con la geopolitica, in generale, e con la Libia in particolare. Questo, credo, sia il succo concettuale della dichiarazione di Conte.

Quali obiettivi si proponeva dunque di centrare il Governo italiano organizzando l’ambiziosa Conferenza di Palermo sulla Libia? In primo luogo si trattava quantomeno di pareggiare i conti con la Francia, la quale negli ultimi anni ha fatto di tutto per creare problemi all’imperialismo concorrente in Libia (e non solo), cioè all’Italia, che da parte sua ha sempre rivendicato per sé un ruolo, economico e geopolitico, di primissimo piano in quel disgraziato Paese, peraltro in gran parte una creazione artificiale di Roma – attraverso l’accorpamento di tre “macro-regioni”: Cirenaica, Tripolitania, Fezzan.

La volontà dell’Italia di segnare il goal del pareggio con la Francia si è materializzata con l’ormai “mitica” foto che racconta la stretta di mano tra Khalifa Haftar, “l’uomo forte della Cirenaica”, e il suo concorrente Fayez al-Serraj, l’uomo debole di Tripoli, alla presenza del sempre sorridente (pare su suggerimento dell’inquietante Rocco Casalino) Giuseppe Conte. Il generale Haftar ha giocato una partita tutta sua, spregiudicata al limite della sfacciataggine e della provocazione (in continuità del resto con la trazione libica: vedi l’ex rais Gheddafi, “il pazzo di Tripoli”). Non partecipando alla Conferenza («Non parteciperemo alla conferenza neanche se durasse cento anni. Non ho nulla a che fare con tutto questo») ma incontrandosi con le rappresentanze politico-diplomatiche dei Paesi che lo sostengono (Russia ed Egitto, in primis), e accreditandosi come soggetto chiave e imprescindibile nell’intrigo libico, Haftar ha certamente vinto la sua “personale” partita, cosa che costituisce di fatto,  “oggettivamente”, una sconfitta per al-Serraj, il quale ha dovuto anche subire il chiaro avvertimento lanciatogli dal rivale cirenaico: «Non si cambia il cavallo mentre si attraversa il fiume», dichiarazione che equivale a una dichiarazione di guerra differita nel tempo – si parla dell’aprile del prossimo anno. Per adesso rimani in sella, domani si vedrà! Il tempo sembra infatti giocare a favore di Haftar, che controlla con pugno di ferro la Cirenaica grazie al sostegno di russi, egiziani e francesi.

L’indebolimento di al-Serraj si può leggere anche seguendo il comportamento della Turchia, la quale ha abbandonato la scena della foto-opportunity finale per segnalare il suo “rammarico” e la sua “delusione” per come sono andate le cose a Palermo. Com’è noto, la Turchia sostiene attivamente l’uomo debole di Tripoli, anche attraverso quella Fratellanza Musulmana che invece è fortemente invisa all’Egitto, che appoggia Haftar, il quale a sua volta considera appunto la Fratellanza come un covo di terroristi al pari di al-Qaida. Per Stefano Stefanini (La Stampa) «sono i fratelli musulmani  il nuovo ostacolo alla stabilità della Libia». La verità è che dal 2011 la crisi libica crea “ostacoli” in quantità industriali ovunque e comunque la si guardi.

«La crisi libica», ha dichiarato il vicepresidente turco Fuat Oktay abbandonando il meeting palermitano, «non si risolverà se pochi continuano a tenere in ostaggio il processo politico per i loro interessi. Coloro che hanno creato le attuali condizioni in Libia non possono essere quelli che salvano il Paese». Verissimo. Solo che tra quei «pochi» bisogna menzionare la stessa Turchia, i suoi interessi geopolitici che si scontrano con quelli dell’Egitto e della Russia. Già da anni gli analisti geopolitici parlano di una riedizione dello storico scontro tra Impero Russo e Impero Ottomano. I tempi cambiano, le aspirazioni imperiali (oggi imperialistiche) dei Paesi rimangono e si rafforzano. D’altra parte è regola universalmente valida quella che vede il rappresentante degli interessi di un dato Paese vedere e denunciare solo gli interessi dei Paesi concorrenti, per cui il “vittimismo” del rappresentante turco non deve stupire.

La Russia conferma il suo ruolo di protagonista fondamentale nel grande gioco che coinvolge l’area del Medio Oriente e del Nord’Africa, e gli ammiccamenti di Roma rivolti alla numerosissima delegazione russa convenuta nel capoluogo siciliano vanno letti anche come segnali rivolti alla Francia e alla Germania, segnali intesi a comunicare a quei Paesi che l’Italia oggi può contare sul sostegno di Mosca, e non solo sulla Libia. Per Piero Ignazi (La Repubblica) «L’Italia all’estero gioca da sola», e sconta il suo ricercato isolamento da Bruxelles; l’esigenza di trovare delle sponde credibili nello scacchiere internazionale è dunque molto forte, e ciò espone il Paese al rischio di stringere alleanze molto pericolose.  La verità è che come sempre Roma cerca di giocare su diversi tavoli, e ciò è tanto più vero oggi, nel momento in cui lo scenario internazionale appare quanto mai fluido, confuso, di difficile interpretazione, se non per il breve (o brevissimo!) periodo. I tempi della geopolitica si sono fatti «interessanti», per dirla con il Presidente degli Stati Uniti, il quale ultimamente se l’è presa con Macron: «Il presidente francese Macron ha appena suggerito che l’Europa costruisca un suo esercito per proteggersi dagli Stati Uniti, dalla Cina e dalla Russia. Si tratta di un insulto. Forse l’Europa dovrebbe prima pagare la sua giusta quota alla Nato, che gli Stati Uniti sovvenzionano in gran parte!». Non c’è dubbio, si tratta davvero di tempi molto “interessanti”…

In conclusione, per gli interessi italiani la Conferenza di Palermo sulla Libia ha avuto successo o no? il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? La parola al Premier italiano: «A me spetta fare il Primo Ministro, non il notista politico. Lascio a voi valutare liberamente se la Conferenza è stato un successo o meno. È un incontro che ha fatto emergere un’analisi largamente condivisa da parte dei libici delle sfide da affrontare, le abbiamo messe a fuoco insieme, ne è nata un’analisi condivisa sui problemi e un’ampia condivisione da parte della comunità internazionale». Tradotto: l’esito della Conferenza va scoperto solo vivendo.

Aggiunta del 15 novembre 2018

Prime verifiche

Nuovi disordini a Tripoli. La Settima brigata occupa lo scalo internazionale. Per Francesco Semprini (La Stampa) «dietro l’azione alle porte della capitale, c’è la delusione per i risultati della Conferenza di Palermo». «Chiusi i lavori della conferenza di Palermo, la Libia torna protagonista in casa propria con una serie di azioni e reazioni corollario dei deboli teoremi formulati al vertice siciliano. È la Settima brigata a farsi sentire di nuovo dopo mesi di quiete seguita agli scontri che hanno travolto la capitale tra la fine di agosto e i primi di settembre. Si tratta dei cosiddetti “insorti” di Tarhuna», un gruppo sponsorizzato dalla Turchia. «Secondo alcune fonti i miliziani sarebbero appoggiati dalla brigata di Salah Badi, un deputato di Misurata diventato capo milizia, considerato da mesi un “cane sciolto” ma molto vicino agli islamisti armati e soprattutto vicinissimo alla Turchia. […] Una interpretazione che gira fra alcuni analisti libici è che però l’attacco della Settima Brigata (composta per buona parte anche da ex gheddafiani) possa essere stata una reazione al fatto che alla riunione di ieri mattina fra Haftar e Serraj erano presenti Egitto e Russia, ma non il Qatar. Secondo un analista “questa è la vera protesta della Turchia: hanno visto che Haftar stava guadagnando terreno politicamente, sostenuto dai loro avversari egiziani e con la copertura della Russia e dell’Italia. I turchi possono tranquillamente aver favorito chi ha voluto lanciare un segnale militare sul terreno”» (Rivista Africa).

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RIFLESSIONI ORWELLIANE

La piena luce e lo sguardo di un sorvegliante
captano più di quanto facesse l’ombra, che,
alla fine, proteggeva. La visibilità è una trappola.
M. Foucault

  1. Dov’è la rientranza nel muro?

«Il teleschermo riceveva e trasmetteva simultaneamente. Qualsiasi suono che Winston avesse prodotto, al di sopra d’un sommesso bisbiglio, sarebbe stato colto; e sarebbe stato anche possibile che la Psicopolizia guardasse tutti, e continuamente [qualcosa che un tempo riusciva solo a Dio]. Il teleschermo della stanza di soggiorno si trovava, per caso, in una posizione fuor del comune. A un lato di esso c’era una sorta di rientranza del muro, nella quale Winston se ne stava ora seduto. Sedendo nella rientranza, e tenendosi bene addossato al muro, Winston poteva restarsene al di fuori del campo visivo del teleschermo. Poteva essere udito, s’intende, ma non poteva essere veduto» (1). Pensando alla potenza degli odierni sistemi di controllo, il teleschermo orwelliano fa quasi tenerezza! Oggigiorno, infatti, anche il suono di un respiro può essere facilmente captato da un sensore acustico “intelligente”, e la termografia non ha bisogno di occhi artificiali per catturare l’immagine di una persona che si trovi a diversi chilometri di distanza dal punto di osservazione. Insomma, oggi il signor Winston non avrebbe in pratica alcuna possibilità di sottrarsi al controllo del Grande Fratello, il cui curiosissimo occhio può contare su tecnologie sempre più “intelligenti”. Ma forse anche ai nostri più che orwelliani tempi una qualche rientranza del muro, una casuale imperfezione del sistema è possibile scovarla da qualche parte. Forse. E certo non incoraggia sentimenti di speranza la circostanza per cui più che rientranze del muro, siamo indotti a cercare la massima visibilità: recitiamo la nostra vita continuamente a favore di teleschermo. E quanto ci piace farlo!

A proposito di Intelligenza Artificiale, non è forse inutile ricordare che con Intelligence si intende «Il complesso delle attività e delle strutture investigative e informative di spionaggio di cui si avvale uno Stato» (Dizionario Hoepli). Come si dice, tutto si tiene – a spese degli individui.

  1. Il Ministero della Decodificazione

Per Alessandro Trocino (Corriere della Sera) la squallida quanto ridicola vicenda riguardante la fake news su Jeroen Dijsselbloem, ex Presidente olandese dell’Eurogruppo, è «una storia da raccontare, perché descrive un intreccio complesso e la singolare convergenza tra il populismo dei 5 Stelle, il putinismo dei leghisti e il comunismo sovranista di Chiesa e dei suoi sodali (tra i quali Diego Fusaro, marxista vicino a CasaPound)». Scomodare il comunismo, ancorché «sovranista»  (sic!), e il marxismo a proposito di due fascio-stalinisti come Giulietto Chiesa e Diego Fusaro è a sua volta un esercizio squallido e ridicolo, e ci dice in che brutto mondo ci capita di vivere. A proposito: di solito uso la definizione di fascio-stalinista per comodità di sintesi, per economia di pensiero, e ognuno naturalmente può scegliere il termine che gli sembra più corretto per definire la posizione politica ultrareazionaria di quei due simpatici (faccio della facile ironia!) personaggi. Ma non è questo il punto che intendevo mettere brevemente in luce. La vicenda è a mio avviso interessante non tanto per quello che essa ci dice intorno al complottismo sovranista/populista di Chiesa e compagni (e chi se ne frega!), ma perché rivela l’esistenza di un mercato politico-ideologico dove è possibile vendere tranquillamente anche la menzogna più pacchiana, con la certezza di trovare molti acquirenti. Chi sono questi acquirenti di fregnacce politiche? Tutti quelli che compulsano il Web non per cercare notizie vere, ma piuttosto per acchiappare da qualche parte informazioni che possano in qualche modo confermarli nei loro pregiudizi, nella loro rabbia, nella loro invidia sociale. Quelle persone sono così intellettualmente accecate, che sono del tutto irrilevanti le smentite riguardanti una notizia falsa che loro trovano comunque interessante, e anzi spesso queste smentite fanno il gioco di chi commercia in immondizia politico-mediatica: «Vedete come il giornalismo mainstream al servizio dei poteri forti falsifica le notizie che sbugiardano il sistema?» Il web come strumento di conferma e amplificazione dei pregiudizi degli utenti non è un concetto nuovo, e anzi si può dire che esso è vecchio quanto la Grande Rete.

Per quel tipo di consumatore webete, di solito sofferente di bulimia mediatica compulsiva, la verità rappresenta uno specchio troppo impietoso che è meglio non fissare, nemmeno per un secondo: come diceva una vecchia canzone, «la verità ti fa male, lo so». Se c’è un mercato, significa che c’è un bisogno che esige di venir soddisfatto. Come sempre la giusta domanda da porsi è: chi/cosa rende possibile il mercato delle menzogne? Chi/cosa produce sempre di nuovo i consumatori di spazzatura politica, ideologica e “culturale”? Concentrare l’attenzione solo sull’imbonitore di turno ci distrae dal cuore del problema.

«Noi non abbiamo manipolato l’intervista di Dijsselbloem», si difende Chiesa sul Corriere della Sera, «l’abbiamo decodificata. È diverso». In Neolingua, dunque, decodificare sta per falsificare, taroccare, manipolare, fabbricare menzogne ai danni del mitico Popolo. A quando il Ministero della Decodificazione?

  1. Web e Webetismo

A quanto pare tutte le vecchie illusioni circa il potenziale emancipativo del Web sono andate in frantumi, quantomeno nelle metropoli capitalisticamente più avanzate del pianeta. Sacche gigantesche di ottimismo “webete” rimangono in Cina, Paese ancora alle prese con la modernizzazione delle sue regioni più interne e periferiche. Il picco di pessimismo tecnoscientifico si registra invece in Giappone, ovviamente tra la gente “comune”, non certo tra i funzionari del Capitale, da sempre all’avanguardia quanto a uso e a creazione di “Intelligenza Artificiale”. Di certo non è nel Web che la stressata popolazione giapponese sta cercando un rimedio efficace alla sindrome di karoshi: «In Giappone, a causa di come è organizzato il mondo del lavoro, e della mole di compiti che ricadono sulle persone, lo stress è alle stelle. E molte persone, purtroppo, decidono di togliersi la vita. Il Giappone è – non a caso – uno degli Stati con il tasso di suicidio più alto a causa della vita professionale. Il fenomeno è così diffuso che è stata addirittura coniata una parola per descrivere queste morti: karoshi (2). Ed è quindi dal Giappone che viene il metodo innovativo per gestire lo stress. Sono sempre di più le aziende e le scuole che, all’interno del paese, stanno spingendo studenti e lavoratori a buttare fuori l’ansia. Come? Piangendo. Secondo il parere degli esperti, infatti, esprimere le emozioni sotto forma di lacrime fa rilassare il sistema nervoso. Pioniere di questo metodo per rilassarsi è Hidefumi Yoshida, un ex professore liceale che da cinque anni insegna alle persone a piangere per liberarsi delle sensazioni negative. Non è uno scherzo: Yoshida è stato ingaggiato da più di cento società che hanno chiesto il suo aiuto. Il suo metodo sembra funzionare, tanto che adesso si sta parlando di esportarlo anche in Europa». Ma sì, facciamoci un bel pianto liberatorio! Abbandoniamo le soluzioni chimiche e rivolgiamoci con fiducia e speranza a rimedi più salutari! Più fazzoletti, di seta (cinese, mi raccomando!) o di carta, e meno pillole! «Ma non sarebbe più razionale eliminare la causa del problema?» Chi è il pazzo che ha formulato questa folle (quanto ingenua e banale) domanda?

Tutti i discorsi sulla democrazia diffusa, sul sapere diffuso e condiviso, sul controllo “dal basso” del potere politico ed economico, sullo sviluppo di un’intelligenza collettiva, sull’orizzontalità delle informazioni e così via non hanno superato la prova della prassi. Lungi dal liberare e dall’emancipare alcunché, il Web ha mostrato di poter rafforzare e centuplicare tutte le tendenze che vanno nel senso di una maggiore irreggimentazione del pensiero e degli stili di vita. non a caso si parla di «effetto gregge». Come in un Ipermercato, sul Web si vendono, metaforicamente e realmente, pensieri e stili di vita idonei a soddisfare ogni gusto, ogni esigenza, ogni strato sociale. Ma nella cosiddetta “vita reale”, quella fatta di cose “tangibili” che si toccano ecc., non accade forse la stessa cosa?

L’iperinflazione della comunicazione/informazione non solo non ha fatto avanzare di un solo millimetro la capacità critica della gente, ma l’ha piuttosto spinta molto indietro. Più informazioni, di qualsiasi genere, abbiamo a disposizione, aprendo centinaia e potenzialmente milioni di “cassetti virtuali” che contengono dati, concetti e quant’altro, e meno siamo in grado di capirne il loro profondo significato e la loro connessione con il tutto sociale. Costruiamo con le nostre stesse mani mostruosi palinsesti di cui alla fine ci sfugge forma, dimensione e significato. Più cose sappiamo, su tutto e su tutti, e meno comprendiamo l’essenziale, ossia il meccanismo sociale che ci produce a sua immagine e somiglianza.

«Penso che internet nella sua attuale incarnazione sia una macchina che conferma i pregiudizi», ha dichiarato Jeff Bezos, ceo di Amazon, alla conferenza Wired 25 di San Francisco. Sono preoccupato, ha continuato Bezos dall’alto del suo stratosferico conto in banca, perché i social media possono essere «molto utili ai regimi dispotici per far rispettare la loro volontà» (3). Naturalmente il nostro filantropo non vede il dispotismo che già c’è: il dispotismo sociale del Capitale, ossia l’ossessiva ricerca del Capitale intesa a trasformare l’intero spazio esistenziale degli individui in una miniera di profitti. Per scavare in questa inesauribile (?) miniera, il Capitale si serve di strumenti sempre nuovi, e questi strumenti si prestano benissimo anche a un loro uso politico. Il Capitale cerca di vendere alla gente qualsiasi cosa: e non fa la stessa cosa la politica? Il Capitale manipola gusti e abitudini per fare di qualsiasi individuo un potenziale acquirente di merci: e non fa la stessa cosa la politica? Il Capitale orienta e controlla la vita degli individui per capire cosa, come e dove vender loro una data merce: e cosa fa di diverso la politica?

Perché questa società mette gli individui nelle condizioni di credere adesso in tutto, e solo un minuto dopo nel contrario di tutto? La colpa di questa volatilità esistenziale (altro che “vita fluida”!) dobbiamo attribuirla alle nuove tecnologie “intelligenti” e a «internet nella sua attuale incarnazione»? E quale sarebbe una buona «incarnazione» di internet, fermo restante la società mondiale dominata dal Capitale? Il problema, dice Bezos buon ultimo, non è lo strumento ma il suo uso: «Sono stati scritti libri malvagi che hanno condotto a cattive rivoluzioni. Con i libri sono stati creati regimi fascisti, ma questo non significa che il libro sia cattivo». Non so se questo esempio sia calzante, se cioè il libro si possa paragonare senz’altro a internet; rimane il fatto che ciò che chiamiamo “realtà virtuale” è la continuazione della vita con altri mezzi, e in questo senso non ha molto senso definirla una “realtà virtuale”. Potremmo forse definirla, per certi aspetti, una “realtà aumentata”, ma sempre di realtà, di questa realtà, parliamo. Il Web non è solo la forma, è anche (e soprattutto) la sostanza della cosa che chiamiamo appunto “realtà”.

Insomma, comunque giriamo la frittata, ci accorgiamo che non ha molto senso distinguere lo strumento dall’uso che ne facciamo poste determinate condizioni sociali. Ed è appunto su queste condizioni sociali che dovremmo interrogarci, anziché lasciarci affascinare o, al contrario, terrorizzare dalle narrazioni che evocano un futuro, poi non così troppo lontano, in cui le macchine intelligenti in grado di evolvere autonomamente a partire da un manufatto umano prendono il potere ai danni dell’uomo. Non è il futuribile potere delle macchine che dobbiamo temere, ma l’attuale potere che fa capo ai rapporti sociali capitalistici. Sono questi rapporti sociali che realizzano una condizione esistenziale nella quale gli individui per un verso non hanno alcun reale potere di controllo sulle attività che rendono possibile la loro “nuda vita”, e infatti parliamo di crisi economica, di povertà, di sacrifici, di compatibilità economiche e quant’altro quando il potenziale tecno-scientifico già oggi sarebbe in grado di mettere l’intera umanità nelle condizioni di prosperare felicemente, nell’abbondanza e con molto meno lavoro (e inquinamento, ecc.) di quello oggi richiesto – a chi ha la “fortuna” di vendere la propria capacità lavorativa, fisica o intellettuale che sia; e per altro verso questi stessi individui devono sottostare a una suprema autorità politico-istituzionale, chiamata Stato, posto di fatto, prim’ancora che di Diritto, a difesa dei già nominati rapporti sociali.

Leggo da qualche parte: «Internet non è né il paradiso della democrazia né l’anticamera del Grande Fratello». Proprio ultimamente ho ripreso in mano La fattoria degli animali e 1984 di George Orwell, e debbo dire che i due agghiaccianti, quanto assai veritieri scritti se certamente non mi hanno suggerito idee paradisiache di qualche tipo, parecchie suggestioni a proposito della realtà, storica e contingente, me le hanno invece create. D’altra parte non si tratta di essere entusiasti o catastrofisti a proposito della rivoluzione tecnologica permanente, quanto di comprenderne la natura sociale, di capire cioè quale possente motore la rende possibile e inevitabile, poste determinate condizioni sociali.

Augurarsi che le “tecnologie intelligenti” favoriscano una sempre più larga partecipazione della gente alle scelte e alle decisioni nella politica e nell’economia significa, di fatto, chiedere ai subalterni di collaborare con eccellente disposizione d’animo e con uno zelo degno di miglior causa alla prassi che sempre di nuovo conferma e approfondisce la loro sottomissione. Scriveva Michele Ainis qualche mese fa in un articolo intitolato Questa non è democrazia: «Non è vero che il Web sia l’arma che ci difende dal potere, perché quest’ultimo se ne serve meglio e di più rispetto ai cittadini, per esempio attraverso l’e-government con cui il potere esecutivo si rafforza, marginalizzando il parlamento» (4). Diciamo pure che questa è la democrazia capitalistica dei nostri tempi. Secondo Bezos non è fermando il «progresso tecnologico» che possiamo evitare di cadere nella trappola orwelliana sempre incombente: occorre scoprire altre vie d’uscita. Sono d’accordo. Si tratta, infatti, non di arrestare il «progresso tecnologico», peraltro una mera illusione sulla base dei vigenti rapporti sociali, ma di superare la società capitalistica andando avanti, in direzione di un assetto sociale autenticamente umano, cosa che presuppone l’uscita dell’umanità dalla maligna dimensione classista. Tutto il resto è impotente piagnisteo, più o meno sincero, intorno agli “aspetti negativi” del Capitalismo.

«L’uomo più ricco del pianeta si è detto “preoccupato”, in particolare, che i social media possano essere “molto utili ai regimi dispotici per far rispettare la loro volontà”». Naturalmente Bezos pensa a Paesi come la Russia e la Cina.

  1. Il Grande Fratello con caratteristiche cinesi. Ovvero il mondo!

Sempre più spesso il regime cinese viene associato all’idea orwelliana del Grande Fratello. In effetti, l’obiettivo dichiarato di quel regime è utilizzare la tecnologia cosiddetta intelligente per consolidare, estendere e mantenere «la stabilità sociale», la quale com’è facile intuire esige un controllo sempre più stringente degli individui in generale, e dei lavoratori in particolare. Non a caso è lo sviluppo dei sistemi tecnologici idonei a controllare e a monitorare le prestazioni dei lavoratori nelle fabbriche cinesi che sta rendendo possibile la progettazione di una capillare e invasiva rete di controllo di tutta la popolazione cinese, tale da rendere effettivo un suo controllo che davvero possiamo definire, senza temere di esagerare, totale. Come sempre, il concetto di controllo totale non ammette una sua saturazione, nel senso che il controllo di cui si parla non smette di progredire ai danni della residua libertà degli individui. In regime capitalistico il peggio non smette di peggiorare, anche perché la tecno-scienza è al servizio di potenze sociali disumane, tutte riconducibili, immediatamente e mediatamente, al rapporto sociale capitalistico. E difatti, è fondamentale comprendere che ciò che sta accadendo in Cina in termini di controllo sociale è solo la punta più avanzata di una tendenza generale, la quale com’è noto ha preso corpo nei Paesi capitalisticamente più avanzati dell’Occidente, per poi diffondersi con l’universalizzazione (la mondializzazione) della società capitalistica. Insomma, una lettura meramente anticinese della mia “denuncia” è completamente infondata.

Qui di seguito i lettori troveranno delle citazioni riguardanti soprattutto il Social Credit System, una sorta di carta d’identità a punti che consentirà al Celeste Leviatano di valutare con grande rapidità il comportamento “esistenziale” dei suoi sudditi, e sulla base di questa valutazione somministrare a essi  adeguate ricompense e punizioni.

«In una scala distopica che va dal Grande Fratello a Black Mirror, siamo decisamente a metà strada. Nel 2014 il Consiglio di Stato cinese rilasciava un documento che preannunciava l’istituzione di un “Piano per la costruzione di un Social Credit System”. Al netto dei tempi di realizzazione, la domanda di base era – e resta – una: cosa ne sarebbe di un bel punteggio che valuti che tipi di cittadini sarebbero gli abitanti d’Oriente, in termini di affidabilità? Presto detto: il governo, quel Social Credit System (SCS), per valutare l’affidabilità dei suoi 1,3 miliardi di cittadini, lo sta costruendo. Per costruire “una cultura della sincerità”, dice. Che poi, si tradurrebbe in controllo. Una nota ufficiale descrive il sistema come qualcosa che creerà “un ambiente di opinione pubblica nel quale il mantenimento della fiducia sia percepito come glorioso”, e “che rafforzerà la sincerità negli affari governativi, quella commerciale, sociale e la costruzione della credibilità giudiziaria”. Insomma: se siete dei bravi cittadini, ve lo diciamo noi» (5).

«La disponibilità di grandi quantità di dati, permette da tempo alle aziende di valutare la prestazioni di dipendenti e collaboratori in modo quasi scientifico, con i tutti i lati positivi, ma anche i rischi di disumanizzazione che questo comporta. In Cina, ci si inizia a spingere ancora più in là: la valutazione affidata ai Big Data, non riguarda più solo i lavoratori, ma i cittadini in generale. […] Di progetti di “rating” dei cittadini, sostenuti dal governo, ce ne sono ben otto. Il più famoso è però quello di Alibaba, Sesame Credit, che il gigante dello shopping online applica ai suoi 400 milioni di utenti. In questo caso, sono le transazioni economiche effettuate sul portale, a tracciare il ritratto degli iscritti, la cui affidabilità viene poi condensata in un numero che gli iscritti sono poi invitati a condividere sui social network, in una sorta di “competizione”, che aggiunge un elemento ludico a un esperimento altrimenti inquietante. Inquietante perché si viene valutati sulla base di parametri scelti da altri e quantomeno discutibili. Chi gioca troppo ai videogiochi online, ad esempio, viene considerato tendenzialmente pigro e irresponsabile; chi compra pannolini è probabilmente un genitore, quindi, in teoria, affidabile. [… ] Va detto che sia il sistema privato di rating in vigore che l’idea di quello pubblico, malgrado le potenzialità orwelliane, godono anche di parecchi sostenitori fra gli stessi cittadini, che vedono nell’affidabilità concessa “dall’alto” un modo per ovviare alla mancanza di garanzie e alle frodi oggi diffuse. Come fa notare l’esperto di sicurezza Bruce Schneier, inoltre, se è vero che l’esperimento cinese suscita legittime preoccupazioni dato l’accentramento di potere che esiste in Cina, anche in Occidente esistono sistemi di rating (soprattutto del credito) che operano in maniera opaca e non trasparente per i cittadini. “I pericoli – dice Schneier – sono insiti nelle tecnologie”. Sta a noi vigilare affinché vengano usate bene» (6).

Non sono esperto di niente, ma mi permetto di dissentire dalla tesi dell’«esperto di sicurezza» appena citato, tesi che, marxianamente parlando, considero alquanto feticista: la cosa tecnologica che assume la parvenza di un rapporto sociale. E mi permetto di ripetere per l’ennesima volta che i pericoli sono insiti nel vigente regime sociale, nell’uso capitalistico delle tecnologie, le quali in questo peculiare senso sono tutt’altro che neutre sotto il profilo sociale – e quindi sotto quello politico-ideologico. Non è la creatura tecnologica che si affranca dal dominio dell’uomo che dobbiamo temere, ma la Potenza sociale che si autonomizza sempre di nuovo e che noi, lungi dal governare, subiamo in un modo a dir poco inquietante. È con questa realtà che nega in radice la libertà che deve fare i conti ogni astratto discorso sul nostro libero arbitrio.

Cosa accade se il Grande Fratello incontra Confucio?

«Se la tradizione dei regimi comunisti prevedeva di governare attraverso l’immobilità, un’assoluta stanzialità dei cittadini che con i famigerati passaporti interni erano inchiodati alla località dove erano nati o comunque lavoravano per tutta la vita, oggi invece in Cina il partito controlla e profila ognuno del miliardo e quattrocento milioni di abitanti facendoli muovere, spingendoli a viaggiare. Il sistema è capillare ed efficientissimo. Dalla metropolitana di Pechino e Shanghai o Canton o Shenzhen, dove ogni corsa dev’essere pianificata in base alla stazione di partenza e di arrivo come magneticamente documenta il biglietto che viene restituito all’uscita, permettendo così di mappare ogni giorno i flussi di traffico quartiere per quartiere, fino alle ferrovie e linee aeree che invece videoregistrano ogni movimento di ogni singolo passeggero attraverso i nuovi software di riconoscimento facciale, passando per le vie commerciali e pedonali battute da batterie di telecamere che inquadrano e identificano milioni di persone ogni ora. Non è solo la declinazione di un’antica ossessione del regime che si sente più insicuro via via che cresce l’autonomia dei cittadini, è anche un modo di leggere e interpretare un nuovo modello di governance basato sui big data. Già Paul Virilio, il teorico della dromologia, ci spiegava che il movimento sul territorio era il modo per censire quotidianamente la gente comune. Confucio, duemila anni prima, aveva già spiegato che l’imperatore per decidere deve sapere. E nella città proibita sembra proprio che siano ormai decisi a sapere tutto. L’anno prossimo infatti scatterà anche l’obbligo per ogni cinese di registrarsi su una piattaforma nazionale che, come è stato candidamente illustrato nel corso del congresso del partito un anno fa, “misurerà la sincerità di ogni cinese”. Black Mirror, la serie televisiva che parlava in termini visionari e apocalittici di una società dal controllo totale di ogni individuo, viene surclassato per minuziosità e fattibilità tecnologica. Ma come scrive Yuval Noah Harari in Homo Deus: “l’abbondanza di dati cambia modo, forma e contenuto del potere”. Sia perché la politica deve condividerli con i centri tecnologici, sia perché il processo di decentramento della potenza di calcolo accorcia inesorabilmente le distanze fra i pianificatori del big data e gli occhi del controllo. Meglio ancora, fra i “calcolando” e i “calcolati”. Ecco, dopo anni a cercare una categoria che potrebbe mettere in crisi l’oliatissimo sistema del socialismo dalle caratteristiche cinesi, forse appare proprio ora sotto forma di conflitto fra “calcolando” e “calcolati”. […] La campagna contro la corruzione lanciata già all’inizio del suo primo mandato da Xi Jinping non è una furbizia per liberarsi dei concorrenti o acquisire meriti populistici, quanto proprio elevare il livello di credito e riconoscimento del governo e della politica di fronte a un soggetto cosciente e smaliziato qual è oggi il ceto urbano e produttivo della Cina, un paese che ancora pare disposto a cedere una delega ampia al vertice del partito in nome di un supporto e di una partnership per il proprio successo. Ma per niente di meno. Tu mi controlli, ma devi farmi capire che il tuo dominio è un mezzo per la mia affermazione. Lo dice Confucio» (7). E se lo dice Confucio…

«Tu mi controlli, ma devi farmi capire che il tuo dominio è un mezzo per la mia affermazione»: quanto la sa lunga il dominato! Quanta astuzia si può cogliere nel suo atteggiamento! Forse qualcuno ha letto un po’ troppo acriticamente la dialettica hegeliana di servo e padrone.

«Il lancio in Cina del sistema di credito sociale mostra come sorveglianza e intelligenza artificiale possono andare di pari passo: alcune città hanno introdotto sistemi per valutare il comportamento delle persone utilizzando videocamere, informazioni da database governativi e dati personali da internet. Coloro che dimostrano il tipo di comportamento incoraggiato ottengono i prestiti bancari, mentre coloro che si comportano in modo sospetto potrebbero scoprire di non poter più lasciare il Paese. Con già 176 milioni di telecamere di sorveglianza e altri 450 milioni in arrivo per il 2020, secondo la politologa Sophie-Charlotte Fischer, la Cina ha il potenziale di creare una sorveglianza totale, basata sull’intelligenza artificiale, sul modello del Grande Fratello di George Orwell» (8).

Oltre i lavoratori cinesi, a pagare il prezzo più alto del controllo totale con caratteristiche cinesi sono soprattutto le minoranze etniche della Cina, come i tibetani e gli uiguri, la popolazione di etnia turcofona che vive nello Xinjiang, una regione di confine che Pechino ha riempito di videocamere dotate di software di ultima generazione per il riconoscimento facciale. «Gli sforzi per monitorare gli uiguri includono l’uso di tecnologie moderne e spesso all’avanguardia, di sorveglianza e biometriche. Uno stato di controllo totale, reso sistematico da un’altra campagna lanciata a dicembre del 2017 sempre dal governo centrale, Becoming Family (Diventando famiglia). Si tratta di un programma di soggiorno obbligatorio, applicato soprattutto nelle zone rurali, per cui più di un milione di quadri del partito comunista trascorrono almeno cinque giorni ogni due mesi nelle case degli abitanti dello Xinjiang» (9). Con la scusa della lotta al terrorismo islamico, il Grande Fratello con caratteristiche cinesi controlla tutto il territorio della regione, tutto il suo corpo sociale, a cominciare dai corpi degli individui. Quando si dice “conquistare i cuori e le menti”… Altro che Psicopolizia!

Scrive Ernesto galli della Loggia, arrabbiatissimo con «l’opinione pubblica italiana che critica il governo degli Stati Uniti per la prigione di Guantanamo» ma nulla dice sulla terribile repressione degli uiguri da parte del regime cinese: «Il regime cinese non ha mai cessato di essere un regime totalmente illiberale, nazionalista ed espansionista come pochi, intollerante di ogni autonomia, avverso a qualsiasi libertà politica, religiosa, sindacale, persecutore feroce degli oppositori politici e repressivo in ogni suo aspetto (non a caso la Cina detiene il record mondiale delle condanne a morte). Ma dalla scomparsa di Mao in avanti la Cina è guidata da una leadership di grande intelligenza politica. La quale ha capito che i propri propositi egemonici a vastissimo raggio possono essere portati avanti nel modo migliore lasciando da parte le vecchie illusioni ideologiche legate al «comunismo» (il «comunismo» serve solo all’interno per giustificare il potere assoluto del partito unico), e puntando invece su altri mezzi» (10). «Il “comunismo” serve solo all’interno per giustificare il potere assoluto del partito unico»: bravo Ernesto, finalmente ci sei arrivato! Come si dice, meglio tardi che mai. Tanto più che in Italia esistono non pochi personaggi che si definiscono “comunisti” e che ciononostante non trovano affatto “sconvenite” (anzi!) sostenere il Celeste Imperialismo della Seta nella sua lotta sistemica contro l’Imperialismo a stelle e strisce che piace a Galli della Loggia. Beninteso, il “comunismo” in Cina ha avuto quel significato anche ai tempi di Mao, sostenitore di uno sviluppo capitalistico sul modello sovietico (cioè Russo), sebbene “con caratteristiche cinesi,” che ha fatto fallimento ovunque nel mondo.

«Le notizie sul “Facebook leak”, lo scandalo dei dati relativi a milioni di utenti raccolti e ceduti dal gigante della Silicon Valley ad aziende di marketing strategico, hanno fatto il giro del mondo. La notizia che la Cina stia da anni raccogliendo dati direttamente dal cervello dei lavoratori su scala industriale, invece, pare aver fatto molto meno strada. La storia, in effetti, è stata raccontata per la prima volta qualche tempo fa sulle pagine del South China Morning Post, il giornale di Hong Kong pubblicato in inglese dal Scmp Group, e poi ripresa solo da una manciata di quotidiani internazionali. In realtà, si tratta di una vicenda piuttosto inquietante. Il quotidiano parla infatti di una sperimentazione, sostenuta dal governo di Pechino e messa in atto dalla Hangzhou Zhongheng Electric, colosso hi-tech da 3,3 miliardi di dollari di capitale. L’obiettivo è perfezionare delle divise dotate di cappucci per monitorare le onde cerebrali dei lavoratori. I dati raccolti direttamente dalla corteccia neurale dei dipendenti verrebbero quindi utilizzati per regolare il ritmo della produzione e riprogettare i flussi di lavoro, assecondando le esigenze dell’azienda. I sensori wireless si trovano nei caschi di sicurezza o nei cappelli delle uniformi, e monitorano costantemente le onde cerebrali di chi li indossa, trasmettendo i dati a una centrale operativa che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per rilevare picchi emotivi, come depressione, ansia o rabbia. Si tratterebbe, quindi, di un passo avanti rispetto ai famigerati braccialetti utilizzati da Amazon per gestire i turni dei suoi dipendenti». Non c’è dubbio, si tratta di un decisivo passo avanti in direzione del controllo totale (psicosomatico) dei lavoratori. «Sempre secondo quanto riportato South China Morning Post, tra l’altro, la Cina starebbe già applicando questa tecnologia su vasta scala, e da diversi anni. I sensori oltre ad essere già in uso nella catena di montaggio della stessa Zhongheng Electric, sono stati utilizzati a partire dal 2014 nei caschi dei lavoratori della State Grid Zhejiang Electric Power, l’azienda con 40.000 dipendenti che gestisce la produzione e la rete di distribuzione dell’energia elettrica in tutta la provincia di Hangzhou. Neuro Cap, un progetto di sorveglianza neurale, finanziato dal governo centrale e sviluppato dall’Università di Ningbo, inoltre, sarebbe già stato implementato in più di una dozzina di fabbriche e aziende del territorio. Il responsabile del progetto, interpellato dal South China Morning Post, afferma che l’obiettivo è estendere il controllo “nelle fabbriche, nei trasporti pubblici, nelle compagnie statali e nel comparto militare”, per aumentare la competitività dell’industria manifatturiera e “mantenere la stabilità sociale”. […] Insomma, non è fantascienza. Il controllo della mente dei lavoratori, in Cina, è già una realtà consolidata» (11). Chissà cosa avrebbe detto il vecchio Marx della mostruosa capacità di sfruttamento e di controllo che sperimenta la Società-Mondo del XXI secolo. Altro che «sottomissione reale del lavoro al capitale»! (12) Anche qui dovremmo forse parlare, sempre in termini analogici, di sottomissione reale e aumentata del lavoro al Capitale. In ogni caso, il Grande Fratello con caratteristiche cinesi, all’avanguardia nelle tecniche di sfruttamento e di controllo, fa davvero paura e ci parla di una realtà che ci riguarda tutti. La Cina è vicina? Non si tratta solo di questo. Piuttosto dovremmo aprire gli occhi sulla vicinanza, sulla prossimità del Dominio alle nostre vite.

(1) G. Orwell, Il Grande Fratello, pp. 101-104, Ed. CDE, 1985.
(2) «Karoshi è l’invalidità permanente o la morte causate da un aggrava­mento dell’ipertensione o da arteriosclerosi che si manifestano in disturbi a carico dei vasi sanguigni del cervello, quali emorragia cerebrale o subaracnoidea, infarto cerebrale o miocardico e scompenso cardiaco acuto indotto da ischemia cardiovascolare»: questa è la definizione di morte da superlavoro data da Tetsunojo Uehata, il medico giapponese che per primo l’ha diagnosticata a metà degli anni ’70 del secolo scorso. «In Giappone il lavoro fino all’esaurimento viene spesso visto come un segno di dedizione, e per questo i lavoratori si prestano a fare tanti straordinari. Nel 2016 è stato pubblicato un rapporto del governo sul fenomeno del karoshi: quasi un quarto delle società analizzate nel documento lasciano che alcuni dipendenti facciamo più di ottanta ore di straordinari al mese, spesso non pagate; il 12 per cento delle aziende hanno dipendenti che fanno più di cento ore di straordinari. Ogni anno ci sono circa duemila cause portate avanti da lavoratori che chiedono di essere risarciti per aver lavorato troppo, di cui il 37 per cento si conclude con una sentenza a favore del lavoratore. Per cambiare la cultura dell’eccesso di lavoro sono state tentate alcune iniziative, come delle giornate in cui le aziende si impegnano a mandare i dipendenti a casa in anticipo e una campagna di sensibilizzazione nel 2014, ma non ci sono stati grandi cambiamenti» (Il Post, 8 ottobre 2018).
(3) Agi.it, 17 ottobre 2018.
(4) La Repubblica.it, 18 marzo 2018.
(5) D. Parlangeli, wired.it, 25 ottobre 2017.
(6) F. Guerrini, La Stampa, 15 febbraio 2016.
(7) Cina. Se il Grande Fratello incontra Confucio (Ytali, PDF).
(8) Tiscali.it.
(9) Osservatorio diritti, 10 settembre 2018.
(10) Il Corriere della Sera, 4 novembre 2018.
(11) C. Ruggiero, Rassegna Sindacale, 30 aprile 2108.
(12) Com’è noto, per Marx il passaggio dalla «sottomissione soltanto formale del lavoro al capitale» a quella «reale» è segnato dall’uso sistematico e sempre più invasivo della tecnoscienza nel processo di produzione immediato, cosa che potenzia in modo decisivo la capacità di dominio e di sfruttamento della capacità lavorativa. È a questo punto che «la “socialità” del lavoro si oppone all’operaio, non solo in senso “rappresentativo ma in senso “reale”, come qualcosa di estraneo, ma anche di ostile e di antagonistico e come qualcosa che si oggettiva e personifica nel capitale» (K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito, p. 52, Newton, 1976).

PITTSBURGH E LA RANA BOLLITA

«Se siete tentati di correre giù in strada gridando “L’Apocalisse è vicina!”, provate a ripetere a voi stessi: “No, non si tratta di questo. La verità è che non capisco cosa stia accadendo nel mondo”» (Yuval Noah Harari). E se l’Apocalisse fosse invece già arrivata, e da un bel po’, e noi semplicemente non ce ne siamo ancora accorti? E se invece avessimo fatto l’abitudine a convivere con l’Apocalisse? E se ci aspettasse la crudele fine della rana, la quale si accorge di essere immersa nell’acqua bollente solo quando ormai è troppo tardi per saltare fuori dalla pentola? E se fossimo già tutti bolliti (o fritti) “a nostra insaputa”? Forse è questo che dovremmo capire; forse dovremmo scendere in strada e gridare: «Fuggiamo da questo apocalittico mondo!» Ma forse è già troppo tardi, forse siamo già rane bollite. Fino a prova contraria ed escluso, naturalmente, chi legge – ma non chi scrive!