LIBRA. OVVERO LA NATURALE SMISURATEZZA DEL DENARO

Dieci anni fa Facebook contava 175 milioni di iscritti, «guadagnando altre due posizioni e scavalcando [quanto a popolazione] Pakistan e Bangladesh. “Se Facebook fosse un Paese – aveva scritto un mese fa il suo fondatore Mark Zuckerberg –, sarebbe quello con l’ottava popolazione mondiale, superando Giappone e Russia». Così scriveva Il Corriere della Sera il 9 febbraio del 2009. Con oltre 2,4 miliardi di utenti Facebook è oggi il Paese più popoloso del pianeta. Mi si obietterà che stiamo parlando pur sempre di un Paese virtuale, di un luogo che non esiste nella “concreta realtà”, di qualcosa che esiste solo in una dimensione algoritmica, tant’è vero che Facebook non è una Nazione, non ha uno Stato, non ha un esercito, non ha («e non deve avere!») una moneta sovrana. A questa legittima, sebbene un po’ ingenua e poco “dialettica” obiezione, mi permetto di rispondere con un’altra domanda: ma credete davvero che per il Capitale ha un senso porre la distinzione “ontologica” tra virtuale e reale? Perché dei rapporti sociali capitalistici, oggi dominanti su scala mondiale, qui stiamo parlando, e di nient’altro. E scrivendo rapporti sociali capitalistici non alludo solo a una dimensione “classicamente” economica, tutt’altro, tanto più che la stessa distinzione tra una sfera economica e una sfera esistenziale è sempre più evanescente, poco significativa, se non francamente inesistente. Per dirla con Massimo Troisi – e attraverso la mediazione di Marx, nella cui barba mi impiglio continuamente –, credevo fosse economia e invece era la vita. E viceversa.

Ciò che mi appare di gran lunga più significativo e degno di analisi (analisi che qui nemmeno tenterò) a proposito di Libra non è tanto l’intenzione che muove lo scabroso progetto (si tratta del vecchio e caro profitto, di cos’altro?) o la sua concreta realizzabilità nel medio o nel lungo periodo, quanto la sua “ontologia sociale”, il suo essere la perfetta espressione di tendenze economiche e sociali che rimontano molto indietro nel tempo e che sono intimamente legate al concetto stesso di capitale, oltre che, ovviamente, alla sua prassi. Dirompente non è l’idea imprenditoriale in sé, che a suo modo è anzi già vecchia (oggi le tecnologie hanno un grado di obsolescenza che tende alla velocità della luce), ma la scala, la dimensione sociale e geoeconomica che essa abbraccia: la globalizzazione capitalistica minaccia un nuovo scatto in avanti, e verso territori finora non esplorati fino in fondo. Di qui le preoccupazioni di diverso segno che hanno accompagnato il lancio mediatico di Libra.

Fare di Facebook un vero e proprio mercato, un mercato in piena regola nel quale non si scambiano più solo idee, esperienze, informazioni, dati (la materia prima del business di Zuckerberg e compagni), ma anche prodotti e servizi, i quali per venir scambiati hanno ovviamente bisogno di un medium monetario, di un mezzo di acquisto – o «metodo di pagamento», per dirla con il manager David Marcus, l’ex co-ideatore di PayPal che Zuckerberg ha scelto per difenderne le ragioni di Libra dinanzi al Congresso degli Stati Uniti. «Marcus ha fatto del suo meglio per rassicurare i politici che Facebook non ha nessuna intenzione di stampare valuta alternativa al dollaro, reale e o virtuale che sia, e tantomeno di creare una criptovaluta. Libra sarà un metodo di pagamento all’interno della rete sociale» (Il Messaggero). Transazioni sicure, istantanee e quasi gratuite; dare accesso agli oltre 1,7 miliardi di adulti che sono attualmente “unbanked”, cioè privi di conto corrente bancario: è questo il tormentone pubblicitario su cui stanno puntando gli specialisti del marketing al servizio di Facebook. Il messaggio non è privo di una qualche suggestione, per così dire, e come sempre esso è sostenuto dall’ideologia della Silicon Valley «secondo cui attraverso le piattaforme l’umanità raggiungerà un livello di libertà, di benessere e di autonomia individuale impensabile per le passate civiltà» (Il Foglio).

Ma la politica a stelle e strisce non ne vuole sapere di una “piattaforma” che nei fatti aspira a svolgere le funzioni di una banca mondiale senza esserlo formalmente (giuridicamente) e che anzi giura di non volerlo diventare né ora né mai. Forse negli Stati Uniti ricordano ciò che una volta disse il “profeta” Steve Jobs: «Il credito è indispensabile, la banca no». «Libra non ha una base legale, né una sua affidabilità» ha dichiarato Donald Trump: «Se Facebook e altre aziende vogliono farsi banca, devono seguire la trafila ben nota e comune a tutte le altre banche». Libra “è venduta” all’opinione pubblica mondiale come «una moneta stabile il cui corso è determinato da un largo paniere di divise in cui saranno denominati i fondi raccolti tra i soci» (Sbilanciamoci), e probabilmente è proprio questo uno degli aspetti che più inquieta politici e banchieri, più o meno “centrali”, perché il paniere monetario (si parla di euro, dollari, sterline e yen) richiama alla mente la funzione di una Banca Centrale. Parlare di Libra nei termini di una criptovaluta di tipo tradizionale è quantomeno riduttivo, se non sbagliato senz’altro, sia dal punto di vista tecnologico, sia da quello propriamente economico.

Ciò che intanto possiamo dire è che il progetto di cui parliamo sembra aver messo d’accordo Stati, politici, Banche Centrali e “riformatori sociali” di tutto il mondo: la cosa non deve aver seguito, quantomeno non prima che si siano chiarite le linee fondamentali dell’audace iniziativa imprenditoriale e che si siano approntate le necessarie contromisure, secondo l’aureo motto che esalta le virtù della prevenzione – la quale peraltro trova puntuali quanto dolorose smentite proprio in economia, e in particolare nella sfera delle attività finanziarie, là dove dominano l’illusione dell’alchimista di trasformare il piombo in oro e l’imperativo categorico di fare denaro per mezzo di denaro, bypassando un processo produttivo (di “beni e servizi”) che sempre più spesso dà all’investitore troppe rogne e bassi profitti. Com’è noto, la brama di profitti che domina il Capitare è smisurata, e perciò stesso mostruosa (disumana), ed è per questo che esso cerca continuamente di emanciparsi dalla cosiddetta economia reale: basti pensare che secondo calcoli recenti la massa di capitale fittizio sarebbe oggi 33 volte più grande del Pil mondiale: ma dopo i disastri finanziari del 2008 i governi di tutto il mondo non dovevano mettere sotto stretto controllo il diabolico “finanzcapitalismo”? La verità è che, per dirla con Thomas Hobbes, il Capitale «è famelico anche di fame futura, supera in rapacità lupi, orsi e serpenti, che non sono rapaci se non per fame» (1).

La Cina è il Paese che per primo ha reagito negativamente all’annuncio di Zuckerberg, e si capisce il perché: già da anni, infatti, si sperimentano e si praticano nel grande Paese asiatico attività finanziare e commerciali basate sulle criptovalute, il cui movimento è rigorosamente sorvegliato dalla Banca Centrale di Pechino. La Cina è il Paese più all’avanguardia nel campo della cosiddetta Fintech, la finanza basata sulle “tecnologie intelligenti”, le quali, com’è noto, sono molto efficienti anche nel campo della sorveglianza/controllo/repressione degli individui (2).  Il Partito-Regime cinese comprende dunque assai bene tutte le potenzialità (non solo puramente economiche) connesse all’uso di un «metodo di pagamento» del tipo di Libra all’interno di uno spazio sociale (Facebook!) gigantesco e in continua espansione. Quando l’economia indebolisce la capacità di controllo della politica, gli Stati reagiscono, e, com’è noto, il regime cinese è particolarmente sensibile a questi aspetti del processo sociale. Gli statalisti d’ogni tendenza politico-ideologica parlano con raccapriccio di Libra come la moneta perfetta dell’Anarco-Capitalismo: che paura! Al G7 di Chantilly il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire, sostenitore di «un capitalismo più giusto, responsabile e sostenibile» (che originalità!), si è fatto portavoce del primato della politica: «Nessuno può accettare che delle multinazionali con oltre un miliardo di utenti si trasformino in Stati privati. E si dotino di una moneta capace di competere con valute sovrane, destabilizzando le riserve delle banche centrali, senza obblighi di controllo sui rischi di riciclaggio o di lotta al finanziamento del terrorismo». Certo, per i politici europei, soprattutto se di orientamento “sovranista”, è difficile mandar giù la circostanza paradossale per cui mentre i Paesi dell’area euro non possono emettere moneta nazionale, ciò potrebbe essere consentito a delle imprese private: «Ma dove andremo a finire!».

Che nella società capitalistica l’autentica sovranità, il potere di vita e di morte sugli individui, è concentrata nel rapporto sociale capitalistico, a dispetto di ogni illusione e di ogni ideologia, ebbene ciò è un fatto che sfugge alla comprensione della massa dell’opinione pubblica, la quale vive con preoccupazione l’unificazione del mondo sotto quel disumano e totalitario rapporto sociale, e reagisce aggrappandosi ai simulacri di identità (nazionale, culturale, religiosa, ecc.) che ancora galleggiano come relitti sul burrascoso mare della “globalizzazione”.

Secondo Giacomo Zucco, «uno dei massimi esperti italiani di criptovalute, “al 90% si tratta di una mossa di marketing per competere contro i sistemi di pagamento attuali: offrirà cioè servizi di banking multivaluta compliant. Se, invece, punta a competere con le banche centrali si tratta di una follia che verrà fermata presto» (Quotidiano.net). Il vero problema però non è, a mio avviso, ciò che oggi hanno in testa i padroni di Facebook, ma ciò che la prassi potrebbe consegnarci domani, ossia ciò che Libra potrebbe diventare nei fatti, anche a dispetto dei suoi stessi attuali creatori. Il capitalismo è il regno delle “potenze demoniache” che sfuggono al controllo di chi le ha evocate. «È una application arrivata quasi prima del previsto della profezia di Goethe: i biglietti alati voleranno più in alto di quanto la fantasia umana per quanto si sforzi possa raggiungerli. Nel caso i biglietti alati sono le “Libre” di Facebook». Così parlò Giulio Tremonti, grande scopritore di “profezie” – peraltro mai confezionate (coniate!) dai loro supposti creatori. «Questa profezia non è stata solo sulla creazione delle banconote (“i biglietti alati”), ma in generale sul potere che può essere sprigionato da tutte le cambiali mefistofeliche. […] Libra prefigura una società tutta orientata sulla spesa: hai credito per comprare un viaggio, un auto, un bene. Ma distrugge il risparmio» (Il Sole 24 Ore). Detto altrimenti, Libra è un mero «metodo di pagamento» e non un capitale: con essa puoi acquistare beni e servizi, merci materiali e immateriali, ma non puoi acquistare i fattori della produzione (macchine, materie prime, lavoro, ecc.) per creare “ricchezza reale”. Distruggendo il risparmio, Libra si candida a distruggere appunto, sempre secondo le profezie di sventura tremontiane, la mitica economia reale, le attività basate sull’impiego (leggi sfruttamento) delle capacità lavorative, del santissimo “capitale umano”. «A proposito di demonizzazione», è sempre Tremonti che “profetizza” al cospetto di chi lo intervista, «le dice niente il Canto trentesimo dell’Inferno di Dante, di Mastro Adamo, che non solo conia moneta falsa ma falsifica il sigillo del Battista, che era il marchio della pubblica legittimità? È vero che un tempo la ricchezza era creata e gestita dai banchieri, dai Fugger e dai Medici, ma poi sono venuti gli Stati. Ora sembra che si compia un inquietante opposto cammino che non dobbiamo percorrere. Certo dobbiamo reinventare la politica». Ma lo Stato non creava la ricchezza: esso aveva una funzione essenzialmente ancillare, formale, cioè legale, perché interveniva su una prassi su cui non esercitava, per lo più, un effettivo controllo. Lo Stato imprime il suo sigillo su una moneta i cui presupposti essenziali sono radicati nella “società civile”, a cominciare dalla prassi mercantile, e con ciò stesso il Sovrano, garantendo legalmente il possesso e la circolazione della moneta, sia di quella aurea come di quella cartacea, rende un gran servizio agli “operatori economici”. «Poiché i biglietti di carta hanno corso forzoso, nessuno può impedire allo Stato di immettere a forza nella circolazione un numero arbitrario di essi e di stamparvi dei nomi monetari a piacere. […] Ma questo potere dello Stato non è che pura apparenza. Esso infatti può gettare nella circolazione tutti i biglietti di carta che vuole,con tutti i nomi monetari che vuole; ma con questo atto meccanico ha termine il suo controllo. preso nel giro della circolazione il segno di valore o carta-moneta ricade nelle sue leggi immanenti» (3).

La stessa smaterializzazione del denaro è un processo attivo da parecchi secoli, e lo stesso Marx ha avuto modo di seguirne i passaggi storici più significativi: dal denaro-lavoro di cui parlava Adam Smith nella Ricchezza delle nazioni al denaro-merce, dal denaro aureo al denaro-simbolo. Dalla fiducia affidata al valore intrinseco della moneta (d’oro e d’argento) a quella che riposa sul potere sovrano di uno Stato. Il potere sociale del denaro si è radicato, espanso e centuplicato proprio mentre il suo corpo (il suo valore intrinseco) è andato perdendo consistenza, fino a sembrare una cosa (una tecnologia) economica priva di legami con la ricchezza reale di una Nazione o di un singolo uomo. La moltiplicazione delle transazioni mercantili e la crescente rapidità di esse hanno imposto al denaro, colto nelle sue diverse funzioni (equivalente generale dei valori di scambio, mezzo d’acquisto, mezzo di pagamento, capitale d’investimento, tesoro ecc.), di perdere l’antica e “triviale” consistenza valoriale per assumere una dimensione meramente simbolica, così che la sua forma potesse aderire perfettamente alla propria essenza (storico-sociale), al suo proprio concetto: il denaro come simbolo della ricchezza sociale comunque (astrattamente) considerata e misurata. «Il corpo della moneta è ormai solo un’ombra. […] La moneta proprio nella prassi si idealizza e si trasforma nella mera apparenza del suo corpo» (4). Su questo aspetto del problema rinvio a un mio studio sul denaro, Il potere in tasca: «Con il denaro posso portare in giro con me, in tasca, il potere sociale universale, la connessione sociale generale e la sostanza della società» (5).

Diventando mera “essenza spirituale”; emancipandosi da ogni sorta di sostanza materiale, il denaro ha infine ritrovato nel mondo reale la propria forma ideale, e ciò non può che radicalizzare e rafforzare come mai prima il suo potere sociale, che esso esercita sulle imprese, sugli individui, sulle nazioni, su tutto ciò che si muove «tra terra e cielo». Come suona sublimemente teologico tutto questo discorso! Si tratta di capire se esso abbia un solido fondamento reale e concettuale e non sia solo il frutto di suggestioni a cavallo tra economia e filosofia.

Tutti sanno che la stessa “nuda vita” degli individui è diventata una gigantesca occasione di profitto, un mercato a cielo aperto (forse sarebbe più corretto scrivere a vita aperta, con riferimento ai cosiddetti “social”) per chi ha capitali da investire in una qualsiasi attività. Ma solo pochissimi ritengono che questo esito sia connesso necessariamente e inevitabilmente ai rapporti sociali capitalistici, ne è appunto una “fatale” conseguenza, e non il portato di un complotto ordito dai malefici sacerdoti del Dio Denaro contro l’umanità, o, più “laicamente”, il risultato di una governance non all’altezza delle sfide che il Capitale del XXI secolo lancia sempre di nuovo alla Società-Mondo. Nel frattempo, non passano molti giorni senza che l’industria, il commercio, la finanza e qualsiasi altro “settore economico” (più o meno “reale/virtuale”) inventino una nuovo prodotto, un nuovo servizio, una nuova «funzione d’uso», un «nuovo sogno», una «nuova esperienza»: insomma qualcosa (una merce!) che possa essere venduta e comprata. Naturalmente il marketing gioca qui un ruolo ideologico e psicologico fondamentale: «Tutto ruota intorno a te! Noi ti conosciamo e quindi ti offriamo esattamente ciò di cui hai veramente bisogno: la tua felicità è la nostra missione». E non vogliamo dotare questa umanissima impresa di un adeguato «metodo di pagamento»?

La natura smisurata del Capitale è stata posta a oggetto di riflessine da Marx sicuramente a partire dal 1844, e quindi per un suo modestissimo epigono nulla appare più scontato (“banale”) delle continue e sempre più rapide trasformazioni che osserviamo nell’industria, nel commercio, nella finanza, in ogni poro della società. Ma questo, a differenza di quel che pensa Tremonti, non fa del comunista di Treviri un profeta, come egli sostiene nel suo ultimo libro (Le tre profezie), bensì un profondo conoscitore del Capitale, che egli guardava da una prospettiva radicalmente anticapitalista. «L’utopia comunista era stata fondata sullo Stato, quella globalista è andata fondandosi sul mercato. Entrambe le utopie sono fallite» (6). A me pare che a fallire sia piuttosto il pensiero del Nostro. È sufficiente questo passo per capire quanto poco l’ineffabile ex Ministro dell’Economia e delle Finanze abbia compreso Marx, sempre che lo abbia studiato davvero, e non si sia limitato a impastare luoghi comuni tratti dalla letteratura degli epigoni statalisti, e per ciò stesso falsi (più falsi della moneta di Mastro Adamo!), del Moro. Lo sanno tutti (diciamo, meglio, quasi tutti), che «l’utopia comunista» di Marx ed Engels si fondava sul superamento della divisione classista degli individui, e quindi sull’estinzione dello Stato e sul superamento della stessa politica in quanto espressione dell’antagonismo fra le classi. All’unificazione del mondo sotto il tallone di ferro dei rapporti sociali capitalistici, che sono necessariamente rapporti di dominio e di sfruttamento (le due cose si tengono strettamente), «l’utopia comunista» opponeva (e oppone) la splendida possibilità di un mondo unificato da relazioni autenticamente e semplicemente umani. All’esclamazione: «Ma di questo passo dove andremo a finire!», che da sempre sta nella bocca dei reazionari, «l’utopia comunista» opponeva (e oppone) la prospettiva di un superamento in avanti della società dominata dagli interessi economici – e quindi dal denaro, in ogni sua attuale e futura configurazione. Ma forse questi sono dettagli dottrinali del tutto privi di interesse. Forse.

(1) T. Hobbes, De Homine, p. 142, Laterza, 1970.
(2) «In Cina gli utenti di internet sono oltre un miliardo, di cui il 90% con accesso soprattutto da mobile e con una propensione all’acquisto online smisurata (media di nove acquisti online al mese, contro 5,5 degli Stati Uniti e i tre della Germania). WeChat, di proprietà della holding Tencent, è un’app per mobile che non si è limitata a copiare WhatsApp come sistema di instant messenger, ma si è arricchita di una serie sconfinata di funzioni e servizi che accompagnano la vita dei cinesi dalla mattina appena svegli fino alla sera inoltrata, cosa che l’ha resa uno strumento potentissimo. Tra le numerose funzioni vi è WeChat Pay, utilizzata sia per i piccoli acquisti, come il pagamento immediato della spesa fatta al supermercato, la ricarica del cellulare, il pagamento delle bollette o gli acquisti online, sia per spese più impegnative come l’acquisto di viaggi» (Forbes). «Per WeChat questo ha significato un’occasione d’oro per tracciare i comportamenti (di acquisto e non solo) degli utenti in modo incredibilmente preciso e ubiquo, perché gli acquisti dei cinesi non sono tracciabili soltanto on line, ma in qualsiasi esercizio, dal parrucchiere al fruttivendolo. Con WeChat in Cina, si può perfino fare elemosina ai senza tetto, che accanto ai loro pochi averi hanno ormai quasi sempre un cartello con il Qrcode per ricevere aiuti» (Il Manifesto). Com’è umano e compassionevole il Celeste Capitalismo Cinese!
(3) K. Marx, Per la critica dell’economia politica, p. 142, Newton, 1981.
(4) Ivi, p. 130.
(5) K. Marx, Lineamenti Fondamentali di critica dell’economia politica (Grundrisse), I, p. 88, Einaudi, 1983. «Il denaro è proprietà “impersonale”. In esso posso portare in giro, con me, in tasca, il potere sociale universale e la connessione sociale generale, la sostanza della società. Il denaro consegna il potere sociale come oggetto nelle mani della persona privata che in quanto tale esercita questo potere. La connessione sociale […] in esso si presenta come qualcosa di completamente esteriore, che non sta in alcun rapporto individuale con il suo possessore, e quindi fa apparire anche il potere che egli esercita come qualcosa di assolutamente accidentale, esteriore a esso» (Lineamenti, II, p. 1060).
(6) G. Tremonti, Le tre profezie. Appunti per il futuro, p. 29, Solferino, 2019. A quali profezie allude Tremonti? «Quella di Marx nel Manifesto, “All’antico isolamento nazionale subentrerà una interdipendenza universale”, che è la visione della globalizzazione. Quella di Goethe nel Faust, “I biglietti alati voleranno tanto in alto che la fantasia umana per quanto si sforzi mai potrà raggiungerli”, cioè il potere non solo delle banconote ma delle «cambiali mefistofeliche” e l’incontrollabilità dell’età digitale. E quella di Leopardi nello Zibaldone, “Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amò né Roma né il mondo”. […] Dopo circa due secoli il futuro è arrivato» (Il Corriere della Sera).

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LENIN E LA PROFEZIA SMENAVIEKHISTA

Non v’è alcun dubbio che la vittoria

finale della nostra rivoluzione, se

questa rimanesse isolata, se non vi

fosse un movimento rivoluzionario

negli altri paesi, sarebbe una causa

senza speranza (Lenin).

 

Un ammonimento ci viene dalla

borghesia, che per bocca di

Ustrialov, uomo del gruppo

Smena Vekh, ha dichiarato che la

NEP non è una “tattica”, ma una

“evoluzione” del bolscevismo (Lenin).

 

Leggo proprio oggi: «I giorni che stiamo vivendo non smettono mai di sorprenderci con i loro imprevisti, i loro passi indietro o, più semplicemente, verso il nulla. Tutte le nostre peggiori previsioni circa la restaurazione del capitalismo sono divenute, nel giro di tre o quattro anni, ahimè, amara realtà. Ma noi vivevamo proprio così? A che cosa abbiamo dedicato la nostra vita? A quale causa? Sento, che tutto quello che ho vissuto, è inseparabile dal cammino tortuoso percorso dalla mia generazione, e che tuttavia ha creato una grande potenza, ha sollevato un Paese dalle rovine di due guerre terribili, lo ha difeso dall’invasione più brutale di tutta la storia del genere umano. Ma allora come è stato possibile, perché è stato distrutto così velocemente, quasi senza lotta, sbranato e ridotto a “brandelli sovrani”? Non aveva forse ragione Stalin, quando dopo la guerra metteva in guardia, parlando di “inasprimento della lotta di classe?” E resta sempre questa domanda, la più importante: chi eravamo noi? Da dove siamo spuntati fuori? E come siamo diventati costruttori di un grande Paese, noi che eravamo zeloti di un’economia pianificata a proprietà interamente sociale dei mezzi di produzione, economia i cui principi, quelli che ci avevano consentito di andare avanti, anche i Paesi capitalistici più avanzati ci prendevano a prestito in segreto? Chi eravamo noi? Fanatici, “visionari”, come ci chiamò una volta Orson Wells? Ciechi di fronte alla Storia? Fedeli di un’utopia?».

A qualcuna di queste domande proverà a dare una risposta, spero di un qualche interesse per chi legge, lo scritto che segue, il quale si compone di appunti di studio su alcuni aspetti, peraltro fondamentali, della Rivoluzione d’Ottobre e del processo sociale, interno e internazionale, che scatenò la controrivoluzione stalinista. Come si vedrà, il riferimento al nome di Stalin per caratterizzare la controrivoluzione capitalistica che già alla fine degli anni Venti del secolo scorso spazzò via nel modo più radicale la natura proletaria della Rivoluzione russa (lasciando in vita quella borghese) ha un valore molto relativo, appunto perché la controrivoluzione, esattamente come la rivoluzione, è in primo luogo un processo sociale, un insieme complesso e dinamico (di fatti, di prassi, di relazioni, di interessi, ecc.) che va oltre, molto oltre, i singoli personaggi che si muovono sulla scena, anche se con ciò non intendo in alcun modo negare il peso che la personalità ha nella storia. E questo vale soprattutto per la Rivoluzione d’Ottobre, sul cui corpo, come vedremo, è profondamente impressa la metaforica mano di Lenin.

I passi che ho citato all’inizio, e che ho usato strumentalmente come introduzione, sono di Nikolaj Konstantinovič Bajbakov, «uno che dal 1963 poteva permettersi di girare con, appuntata sulla giacca, una delle massime onorificenze dell’URSS, il premio Lenin (Лeнинская прeмия) e, dal 1981, la massima onorificenza sovietica in assoluto: Eroe del lavoro socialista (Герой Социалистического Труда), al netto di tutte le altre onorificenze conferitegli nella sua lunga vita». Come non provare eterna ammirazione per cotanto Eroe del Socialismo? Tanto più che oggi Roma ha l’onore di ospitare lo Zar Vladimir Putin, l’Eroe degli italici sovranisti – che forse non dispiace nemmeno a qualche vecchio arnese dell’italico stalinismo. Insomma, a dispetto degli eventi occorsi negli ultimi novant’anni, circolano ancora nel vasto e pessimo mondo d’oggi personaggi che si dichiarano apertamente e orgogliosamente nostalgici dello stalinismo: vuoi vedere che, a mia insaputa, lo scritto che segue può “vantare” una qualche attualità!

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EUROPA FIRST? SIC! ITALIA FIRST? STRASIC!

A che punto è la notte?

Giustamente gli europeisti di “destra” e di “sinistra” accusano i partiti sovranisti del Vecchio Continente di essere «miopi vassalli» al servizio, che ne abbiano coscienza o meno, delle «potenze imperiali», ossia di Stati Uniti, Cina e Russia. Per «contrastare lo strapotere delle potenze imperiali», sostengono gli europeisti d’ogni tendenza, occorre «recuperare il sogno originario», messo in soffitta dagli egoismi nazionali che sono riesplosi come «sbagliata» risposta ai problemi sociali posti dalla crisi economica internazionale scoppiata undici anni fa. Insomma, i «popoli d’Europa» devono rimettersi sulla buona strada che porta agli Stati Uniti d’Europa, la sola possibilità che avrebbe il nostro Continente per non continuare a recitare il triste e umiliante ruolo del vaso di coccio tra vasi di ferro.

Per carità: non dite agli europeisti, di “destra” e di “sinistra”, che un polo imperialista europeo “finalmente” unificato non rappresenterebbe alcun un progresso per «la pace, il lavoro (salariato, cioè sfruttato), l’integrazione, i diritti umani, l’ambiente, la democrazia»! Potrebbero mettervi nello stesso sacco dei sovranisti e dei servi sciocchi «delle potenze imperiali».

Scrive Slavoj Žižek: «È talmente piena di pericoli questa nuova situazione, che si apre per l’Europa un’occasione unica: impegnarsi nella formazione di un nuovo sistema economico globale che non sarà più dominato dal dollaro americano come valuta globale. Nell’economia globale è guerra, dunque è tempo di misure estreme. L’Europa dovrebbe essere consapevole che non si può tornare alle condizioni esistenti prima di Trump. Per infliggere a Trump il suo giusto castigo è necessario un ordine mondiale davvero nuovo. Né la Russia né la Cina lo possono creare, sono all’interno dello stesso gioco di Trump, parlano lo stesso linguaggio dell’‘America (Russia, Cina) first’» (Come un ladro in pieno giorno). Morire, quantomeno metaforicamente, per gli Stati Uniti d’Europa, dunque? Ecco la mia “classica” risposta: trasformare l’attuale competizione imperialistica sistemica (economica, tecnologica, scientifica,ideologica, geopolitica) in lotta di classe “a 360 gradi”! Ognuno coltiva il sogno che più gli aggrada…

La realtà è che tutte le «potenze imperiali», compresa l’Europa unita e federale auspicata dagli europeisti, parlano lo stesso disumano linguaggio: quello del Dominio sociale capitalistico. Ma questa è una materia estranea al sofisticato pensiero degli “internazionalisti europeisti”.