LA CINA È CAPITALISTA? SOLO UN POCHINO…

Leggo da qualche parte: «Nell’ampia terza parte – sulla natura del sistema politico-economico cinese – gli autori affrontano, con l’ausilio delle “lenti di Marx” e dell’ampio e originale apporto di statistiche e studi economici, una questione (se non la questione) fondamentale per l’orientamento del movimento operaio e comunista su scala mondiale: alla domanda che dà il titolo al libro – la Cina è capitalista? – il lettore attento troverà dati, argomenti e ragionamenti per la comprensione del percorso del “socialismo con caratteristiche cinesi”, ben distante da quello capitalistico». Mi sono occupato del libro di Rémy Herrera e Zhiming Long in un post scritto un anno fa: Il colore del gatto cinese. Che colore ha il metaforico (“denghiano”) gatto cinese? Il colore del Capitale, è ovvio! La cosa appare ovvia, beninteso, solo a chi non ha gli occhi foderati di prosciutto ideologico, come diceva l’oculista di Treviri. C’è gente che guarda la realtà del capitalismo planetario (dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Europa all’Africa, ecc.) inforcando le “lenti di Stalin” o di Mao, e pensa di analizzare quell’escrementizia realtà «con l’ausilio delle “lenti di Marx”»: ne vien fuori un guazzabuglio politico-ideologico a dir poco rivoltante, anche perché costringe l’anticapitalista a fare i salti mortali per far capire ai suoi interlocutori che il povere Marx non c’entra nulla con la Russia di Stalin e con la Cina da Mao Tse-tung a Xi Jinping.

In ogni caso, «del «movimento operaio e comunista su scala mondiale» di cui straparlano taluni, è meglio tenersi alla larga: potrebbe trattarsi dell’ennesima fregatura organizzata dal “fronte antimperialista” ai danni di qualche ingenuo. Il socialismo con caratteristiche cinesi: che ciclopica panzana!

Solo un pochino…

Nel suo libro Enterprise, industry and innovation in the People’s Republic of China: questioning socialism from Deng to the trade and tech war, «Alberto Gabriele introduce il concetto di “impresa non capitalistica orientata al mercato”, che si applica a tutte le aziende produttive che non possono essere considerate pienamente capitalistiche in base alla struttura dei diritti di proprietà. In Cina, queste imprese comprendono le imprese statali e le cooperative, ma anche molte altre aziende, tra cui le imprese indirettamente controllate dallo Stato e le stesse unità produttive agricole a base familiare. Il nucleo strategicamente dominante della economia cinese rimane sotto il controllo strategico dello Stato. Contrariamente a quanto ritengono molti osservatori occidentali, che vedono la Cina come ormai dominata dal capitalismo (sia pure definito, utilizzando erroneamente una categoria fumosa e comunque adatta tutt’al più a descrivere fenomeni completamente diversi, come “capitalismo di stato”), le imprese non capitalistiche orientate al mercato producono una parte maggioritaria del prodotto nazionale cinese».

Il concetto di «impresa non capitalistica orientata al mercato» contiene almeno una fondamentale contraddizione che conferisce alla sua formulazione un carattere particolarmente “bizzarro”, diciamo così. L’impresa, storicamente e socialmente parlando, è il luogo nel cui seno avviene il processo di produzione del plusvalore, fondamento economico di ogni tipo di profitto e di rendita. L’impresa o è capitalistica, e quindi orientata necessariamente al mercato (un’altra realtà fondamentale del capitalismo), o semplicemente non è. Non è certo un caso se Marx o Engels non parlarono mai, con riferimento all’auspicata futura Comunità umana, di “impresa socialista”, un vero e proprio ossimoro, una contraddizione in termini. Stesso discorso vale per il concetto di azienda.

Dal concetto di impresa si ricava, com’è noto, quello di imprenditore, il quale può avere una natura individuale oppure collettiva – vedi le Società per azioni, le cooperative, lo Stato e così via. Ciò che caratterizza la natura sociale di un’economia non è affatto il carattere giuridico della proprietà, la quale può appunto assumere nell’ambito di uno stesso Paese molteplici e più o meno contingenti configurazioni giuridiche, ma il rapporto sociale di produzione. Come si sa (?), fu soprattutto Engels a individuare nello Stato capitalista l’ideale del capitalista complessivo (o collettivo): «Né la trasformazione in società per azioni né quella in proprietà dello Stato sopprime l’appropriazione capitalistica delle forze produttive. […] Lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, l’ideale capitalista complessivo. Quanto più si appropria di forze produttive tanto più esso diventa realmente il capitalista generale, tanto più sfrutta i cittadini dello Stato borghese. I lavoratori restano operai salariati, proletari. La categoria del capitale non è abolita, ma è spinta al contrario al più alto grado» (Anti-Dühring). Su questo fondamentale aspetto della questione rimando i lettori a un mio PDF: Dialettica del dominio capitalistico.

A quanto mi risulta in Cina, come in ogni altro Paese del mondo, il lavoro (salariato) è sottomesso al Capitale – pubblico e privato, nazionale e multinazionale. La merce Made in Cina non è, marxianamente parlando, una cosa, un semplice prodotto del lavoro umano, ma soprattutto l’espressione più verace (e disumana) di un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento – dell’uomo e della natura. «In base alla struttura dei diritti di proprietà», e soprattutto in base della struttura dei rapporti sociali di produzione, tutte le aziende produttive che operano (che sfruttano lavoro vivo) in Cina possono essere considerate pienamente capitalistiche.

In estrema sintesi! L’impresa, al pari del mercato, non è una semplice forma organizzativa socialmente neutra: in quanto sede del processo di produzione di valore essa è la forma tipica della produzione capitalistica. Il superamento del capitalismo non è un problema di forme di proprietà (pubblica o privata) o di gestione (centralizzata o decentralizzata, “autoritaria” o “democratica”), ma di forme sociali di produzione, ossia di rapporti di classe: vedi il rapporto Capitale-Lavoro (salariato), il rapporto sociale fondamentale di questa epoca storica.

Ai miei occhi voler dimostrare la natura socialista (o in ogni caso “problematica”, bisognosa di una sospensione del giudizio) dell’economia cinese, o solo di una sua parte, appare come un’impresa che definire ridicola, oltre che ultrareazionaria (stiamo parlando della seconda potenza capitalista/imperialista del mondo!), è dir poco, troppo poco. Ma si approssima il Santo Natale che, benché con caratteristiche epidemiche, ispira sentimenti “buonisti” anche in chi scrive.

Ma, si dirà (anche dal fronte degli apologeti del capitalismo liberale/liberista, i quali hanno in odio il «capitalismo totalitario comunista cinese»: sic!), abbiamo pur sempre a che fare con un regime politicamente non capitalista, se proprio non vogliamo definirlo socialista o comunista per mera pignoleria dottrinaria. Sbagliatissimo! Qui la pignoleria dottrinaria non c’entra niente; abbiamo piuttosto a che fare con l’analisi sociale e storica, la quale ci dice che la “sovrastruttura” politico-istituzionale della Cina si armonizza perfettamente con la sua “struttura” economica, e questo già ai tempi di Mao Tse-tung, eroe di una straordinaria rivoluzione nazionale-borghese mitizzata come “rivoluzione socialista” secondo i ben noti usi e costumi stalinisti: basta aggiungere ai fatti e alle cose la parolina magica “socialismo”, e il gioco ideologico è fatto. Qui rimando i lettori ai miei diversi scritti sulla Cina (*).

Insomma, il Partito-Regime cinese è “comunista” esattamente come chi scrive è un “marziano”. «Ma a Marte non esistono creature visibili all’occhio umano». Ma va?

In conclusione (si fa per dire)! Lungi dal «rappresentare nella sostanza il primo esempio al mondo di una nuova formazione economico-sociale» (a suo tempo si disse la stessa cosa per la Russia di Stalin), come sostiene chi «guarda da molto tempo e con simpatia allo sviluppo progressivo dell’economia cinese», la Cina del XXI secolo rappresenta una gigantesca realtà sociale la cui economia e la cui dinamica sistemica (inclusa quella geopolitica: vedi alla voce Imperialismo) si spiega solo a partire dal rapporto sociale di produzione capitalistico.

(*) Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; Da Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinesi.

LA SOCIETÀ COME IDEOLOGIA E COME PATOLOGIA

Oggi che l’utopia di Bacone – comandare alla natura
nella prassi – si è realizzata su scala tellurica, diventa
palese l’essenza della costrizione che egli imputava
alla natura non dominata. Era il dominio stesso. […]
Di fronte a questa possibilità l’illuminismo al servizio
del presente si trasforma nell’inganno totale delle masse.
M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo.

Scrive Antonello Sciacchitano (da Il soggetto collettivo, Facebook):
«Ideologia come patologia sociale. Il negazionista non solo nega di appartenere a una comunità ma nega la comunità stessa. Chi rifiuta la vaccinazione indebolisce non tanto sé stesso ma il soggetto collettivo. Il vaiolo è stato estirpato dal vaccino di Jenner (1798). Tetano, difterite, morbillo e polio sono morbi tenuti sotto controllo, purtroppo non estirpati, dai rispettivi vaccini. Non vaccinarsi significa promuovere gli agenti morbosi collettivi in nome della libertà individuale che verrebbe coartata da chi ha il potere di proporre le vaccinazioni. La vera patologia sociale non è il virus, è l’ideologia».

Personalmente trovo sommamente ideologica questa posizione di Sciacchitano, perché essa a mio avviso non coglie la radice sociale del problema sollevato e si concentra piuttosto su un fenomeno (il cosiddetto “negazionismo”) che si spiega benissimo con il carattere irrazionale della presente società. La società capitalistica è radicalmente irrazionale in questo preciso significato: il risultato del processo sociale globalmente considerato si dà alle spalle degli individui, “a loro insaputa”, per usare il gergo giornalistico, post festum, per dirla “filosoficamente”; e il più delle volte il bel risultato collettivo si erge minacciosamente sopra la nostra testa come una «potenza estranea e ostile» (Marx). È questa potenza sociale che «coarta» la nostra «libertà individuale» e che conferisce un preciso status storico e sociale al «soggetto collettivo».

La scienza dei nostri capitalistici tempi collabora con zelo al mantenimento e al rafforzamento di questa pessima (disumana, illiberale) condizione, e ciò ovviamente senza che la comunità degli scienziati ne abbia la minima consapevolezza: lo fa, ma non lo sa. In ottima buonafede lo scienziato giura sul carattere socialmente e politicamente “neutro” della prassi scientifica, e vede solo il lato pieno del bicchiere (il vaccino che ci salverà!), mentre l’altro lato (la società che ha creato il problema cui cerca di far fronte) egli non lo vede, ovvero non gli appare di sua pertinenza professionale. «Maledetto specialismo!», avrebbe detto l’aristocratico Nietzsche.

È insomma la stessa prassi sociale capitalistica che ci si dà in guisa di ideologia, appunto perché il mondo che viene fuori dalla molteplice e multiforme attività collettiva appare capovolto, rovesciato: il prodotto domina il produttore, la Cosa sussume sotto la sua irriducibile oggettività il soggetto, che pure la produce; il lavoro morto piega alla sua cadaverica esistenza il lavoro vivo. Parlare di «comunità» in astratto, prescindendo da ciò che ne costituisce l’essenza (il rapporto sociale di produzione della vita “materiale” e “spirituale” degli uomini), significa impedirsi l’accesso a una critica davvero radicale della realtà.

«La vera patologia» è dunque, e sempre a mio modestissimo avviso, questa società, il cui impalpabile (“astratto”) rapporto sociale di dominio e di sfruttamento (degli uomini e della natura) ne rappresenta l’autentico fondamento (il vero dato “strutturale”); è questa società che ci espone sempre di nuovo a sofferenze e a rischi d’ogni genere, e che, nella fattispecie, ha trasformato un virus in una devastante crisi sociale – non semplicemente sanitaria, e questo già nel suo momento genetico: vedi distruzione degli ecosistemi, commercio del guano di pipistrello (come possibile causa immediata dell’epidemia tra le tante altre cause candidate a questa funzione), abitudini alimentari ritenute più o meno “stravaganti” (come sempre dipende dalla “geolocalizzazione” dell’occhio che osserva), globalizzazione dei traffici, “economizzazione” della spesa sanitaria, e quant’altro ha moltissimo a che fare con l’economia, in particolare, e con la prassi sociale in generale, e pochissimo con la “nuda natura”.

È questa società che ci dichiara guerra giorno dopo giorno, che “complotta” in mille modi contro la nostra salute, la nostra serenità, la nostra libertà, la nostra umanità. Niente «oscure trame repressive», niente «affari loschi»: è il processo sociale capitalistico, bellezza! Che sulla sofferenza e la paura di milioni di persone fioriscano profitti da capogiro (certamente, alludo anche al vaccino e ai tanti dispositivi sanitari che possono proteggerci dalla malattia), occorre darlo per scontato, se non si vuol fare, appunto, dell’ideologia. Mi rendo conto: quello che configuro è un “complotto” che di certo non può suscitare alcun fascino presso il complottista, il quale è alla continua e smaniosa ricerca di facili capri espiatori su cui poter scaricare, “qui e subito”, il proprio disagio sociale/esistenziale.

Ho il sospetto, un sospetto che non tocca minimamente Sciacchitano (i cui scritti “psicoanalitici” peraltro apprezzo da diverso tempo), che molte persone provano gusto a sparare contro la Croce Rossa che trasporta a sirene spiegate “complottisti” e “negazionisti” d’ogni sorta (figli legittimi di questa società irrazionale, esattamente come chi scrive, e forse anche come chi legge), perché tali persone pensano che questo intelligente passatempo le faccia apparire come sommamente razionali, informati sui fatti (compreso sul circolo vizioso dentro cui si crogiolano e si avvitano i negacomplottisti), “acculturati” e, soprattutto, “responsabili e maturi” nei confronti della comunità: «Il singolo non può mettere a repentaglio la salute del corpo sociale!»

Personalmente non provo alcun piacere nello sport del tiro al (facilissimo) bersaglio: il mio obiettivo polemico principale non è il “negazionista”, né il “complottista”, verso i quali peraltro nutro da sempre una fortissima antipatia personale, pur considerandoli un buon oggetto di studio nell’ambito della ricerca sociale: vedi alla voce psicologia di massa. Ma come si fa a non capire che fenomeni come il “complottismo” e il “negazionismo” hanno a che fare con il completo fallimento di questa società? E qui parlo di fallimento mettendomi dal punto di vista di chi coltiva illusioni di qualche tipo su questa pessima società.

Rinvio al PDF (Il Virus e la nudità del Dominio) che raccoglie i miei post dedicati alla rognosissima (per non dire altro) “problematica virale”.

L’INGRANAGGIO DEL DOMINIO

L’occultamento dell’opposizione tra il concetto di
uomo e la realtà capitalistica uccide il pensiero di
ogni verità (Max Horkheimer).

Nel suo ultimo libro (L’ingranaggio del potere, Liberilibri, 2020) Lorenzo Castellani, professore di Storia delle istituzioni politiche alla Luiss, imbastisce l’ennesima riflessione sulla crisi della democrazia liberale, surclassata ormai da molto tempo dal cosiddetto potere tecnocratico – variamente inteso e descritto. Scrive Castellani (cito da un estratto del suo libro pubblicato da La Verità): «I regimi politici che chiamiamo democrazie liberali si sono progressivamente trasformati in un sistema sempre più complesso, e questa trasformazione ha visto aumentare lo spazio della tecnocrazia, fondata sul principio di competenza, a danno della politica rappresentativa, fondata sul principio democratico». Principio tecnocratico versus principio democratico? L’«aristocrazia di puro potere» alla fine ha avuto ragione della democrazia rappresentativa? «In realtà, l’elemento tecnocratico si è abilmente nascosto dietro l’espansione della partecipazione politica e dei diritti individuali e sociali. La promessa democratica di auto-determinazione e auto-realizzazione degli individui ha prevalso, nella costruzione del dibattito pubblico, rispetto al bisogno di gerarchia che informa la reale architettura del potere».

Ma quella promessa ha, e ha avuto in passato e può avere in futuro, un reale fondamento sociale? E se sì, qual è questo fondamento? E qual è il fondamento sociale del «bisogno di gerarchia che informa la reale architettura del potere»? Questo bisogno, del tutto oggettivo, non ha forse a che fare con la divisione sociale del lavoro in epoca capitalistica? E cosa presuppone questa peculiare (sul piano storico-sociale) divisione del lavoro? Tutte queste domande convergono a mio avviso in un unico punto focale: la realtà della società capitalistica colta nella sua più intima essenza, la quale è costituita dal peculiare rapporto sociale di produzione/scambio che domina l’intera esistenza degli individui in ogni parte del pianeta.

«In altre parole, la permanenza e l’evoluzione del principio aristocratico nei nostri sistemi politici è uno degli arcana imperii con cui è necessario fare i conti. Infatti, tutti i cittadini avvertono l’esistenza della verticalità gerarchica e vedono le promesse mancate dei regimi democratici, ma solo pochi pensatori intendono riconoscere e discutere apertamente questo arcano. Probabilmente perché farlo significherebbe aprire delle irrimediabili faglie di delegittimazione nei nostri regimi politici». L’arcano di cui parla Castellani non è affatto un arcano: si tratta infatti della struttura classista della nostra società, la quale presuppone e pone sempre di nuovo, attraverso il lavoro e le molteplici attività e relazioni umane, un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento – dell’uomo sull’uomo e, per suo mezzo, sulla natura. Il dibattito sui rischi che la nostra libertà e identità correrebbe a causa della sempre più capillare e invasiva applicazione della cosiddetta Intelligenza Artificiale, dibattito che in larga parte trasuda un’incredibile dose di feticismo tecnologico (la macchina e l’algoritmo come i “nuovi padroni” delle nostre esistenze), rinvia al sempre più capillare e invasivo dominio dal Capitale, il quale è in primo luogo, e marxianamente parlando, un rapporto sociale. Ed è precisamente questo rapporto sociale, questa immateriale (impalpabile, astratta) ma sommamente concreta realtà che informa la prassi degli individui e delle istituzioni, il cui grado di autonomia esistenziale è grandemente sopravvalutato dalla scienza sociale.

Alla luce di questa tutt’altro che misteriosa realtà il piagnisteo sulla crisi della democrazia liberale ci appare per quello che è sempre stato (almeno dagli inizi del XX secolo in poi, già in epoca liberale e prefascista): un’apologia di fatto del dominio sociale, uno sforzo teso a celare dietro “belle frasi” democratiche e liberali la realtà del totalitarismo sociale creato dalla multiforme prassi degli individui e delle classi. L’avvento delle masse (ossia dell’«uomo medio» di cui parlava Ortega y Gasset, che Castellani cita nel suo libro) e dei regimi politicamente totalitari è stato possibile solo sul fondamento di quel ben più radicale e duraturo totalitarismo sociale, premessa di ogni sciagura sociale: dalle crisi economiche devastanti alle guerre imperialiste (due nel corso del “secolo breve”), dallo sterminio industriale scientificamente organizzato di milioni di uomini e di donne, di vecchi e di bambini, alle catastrofi cosiddette naturali – come le epidemie, tanto per toccare di sfuggita l’attualità. Nella sua ingenua apologia del liberalismo, considerato come la «suprema generosità», Gasset non comprese che fu proprio l’epoca liberale della società borghese a realizzare i presupposti per il suo superamento, perché «un principio così bello, il più nobile che abbia risuonato nel mondo» (1) si era posto a baluardo del dominio di classe, premessa di ogni futuro sviluppo della “moderna società di massa”. In questo preciso – e radicale – senso liberalismo e fascismo non stanno in reciproca antitesi, ma sul terreno storico e sociale essi si stringono in uno stretto rapporto dialettico (2). Non dimentichiamo che quando si trattò di prevenire o contrastare la rivoluzione sociale nel Primo dopoguerra («Fare come nella Russia dei Soviet!»: uno slogan davvero terrorizzante alle orecchie delle classi dominanti dell’epoca), la classe dirigente liberale non ebbe alcuna remora nel dare fiducia alle squadracce che poi si sarebbero autonomizzate, anche ai danni del personale politico di “antica concezione” (ah, maledetta eterogenesi dei fini!), come movimento fascista, senza peraltro smettere di usare la carota democratica per imbrigliare, sfiancare e demoralizzare il movimento operaio. Il manganello agì in perfetta sinergia con la scheda elettorale. In ogni caso, «Il fascismo non è nato per caso», e le condizioni sociali che lo hanno reso possibile sono tutt’altro che superate, ed è per questo che «Oggi combattere il fascismo [ed ogni forma di statalismo e autoritarismo] richiamandosi al pensiero liberale significa appellarsi all’istanza attraverso cui il fascismo ha vinto» (3).

Come mi capita di scrivere spesso nei miei modesti post, oggi l’autentica libertà – e quindi umanità – è preclusa in radice agli individui di tutti gli strati sociali, perché lungi dal dominare con le mani e con la testa il processo sociale che crea le loro condizioni materiali di esistenza, ne sono piuttosto dominati. Ovviamente le diverse classi sociali vivono in modo assai diverso la dimensione illiberale e disumana di questa epoca storica: un conto è far parte della classe dominante, un conto affatto diverso è abitare i piani bassi dell’edificio sociale. Tuttavia, quella pessima dimensione accomuna tutti gli individui, ed è per questo che l’emancipazione delle classi subalterne postula necessariamente l’emancipazione dell’intera umanità, e non è certo un caso se questa straordinaria possibilità non di rado conquista il cuore e la mente dei figli della borghesia.

Parlare di «auto-determinazione e auto-realizzazione degli individui» nel seno di una società che nega in radice ogni autentica libertà e autodeterminazione degli individui significa fare dell’ideologia, un’ideologia che certamente non aiuta il pensiero che aspira a conquistare una prospettiva critica dalla quale osservare il mondo, e che anzi collabora con le potenze sociali oggettive a farlo rimanere dentro il cerchio stregato dell’opinione dominante.

Scriveva Ortega y Gasset alla fine degli anni Venti del secolo scorso: «Chi esercita oggi il potere sociale? Chi impone la struttura del proprio spirito all’epoca? Senza dubbio la borghesia. Chi, in seno a questa borghesia, è considerato come il gruppo superiore, come l’aristocrazia del presente? Senza dubbio il tecnico: ingegnere, medico, finanziere, professore ecc. chi, dentro a questo ambiente tecnico, lo rappresenta con maggiore altezza e purezza? Indubbiamente l’uomo di scienza. […] Ebbene, dunque: risulta che l’attuale uomo di scienza è il prototipo dell’uomo-massa» (4). Il limite di una tale concezione del potere sociale, che a quanto ho compreso è assunta come griglia concettuale di riferimento dal nostro scienziato sociale, è che essa si concentra troppo sulle figure professionali che di volta in volta svolgono una funzione per conto della conservazione sociale, e la relazione di dominio e di sfruttamento che informa l’intero organismo sociale e che, in ultima analisi, spiega l’esistenza di quelle figure nel contesto dei continui mutamenti che intervengono in ogni punto di quell’organismo. Non dimentichiamo che la società capitalistica ha nel continuo cambiamento “strutturale” e “sovrastrutturale” delle sue molteplici sfere il suo più importante principio di conservazione.

A proposito della gestione dell’attuale crisi pandemica (crisi sociale tout court), mi sento di affermare che sbaglia grossolanamente chi pensa che siano gli scienziati e i tecnici a dirigere il traffico, per così dire. I comitati tecnico-scientifici che supportano le decisioni governative in materia di politica sanitaria (e non solo di quella) rappresentano la continuazione della politica con altri mezzi.

Scrive Castellani: «Stato, Capitalismo e Scienza si sviluppano in parallelo sia perché necessari l’uno all’altro – lo Stato per creare le condizioni istituzionali del Capitalismo, il Capitalismo per garantire lo sviluppo economico con cui lo Stato riesce a finanziarsi, la Scienza per prevedere le misure necessarie da applicare – sia perché caratterizzati dalla stessa logica organizzativa, quella della parcellizzazione delle funzioni per garantire un’efficienza sempre crescente». Io parlerei piuttosto di un “intreccio dialettico” estremamente organico tra «Stato, Capitalismo e Scienza» che ha nel processo di accumulazione capitalistica il suo decisivo «momento egemone» (Marx), e non a caso l’evocato ubriacone di Treviri individuò nell’uso ordinario e sempre più diffuso della scienza nel processo produttivo allargato (produzione e distribuzione di “beni e servizi”) l’autentico inizio del capitalismo moderno, quello caratterizzato dalla «sottomissione reale del lavoro al capitale» – superando la fase della sottomissione «semplicemente formale» (5).

A mio avviso solo avendo ben chiaro questo quadro reale e concettuale l’analisi critica della cosiddetta tecnocrazia è in grado di restituirci la reale – non mitologica/ideologica – dimensione del fenomeno tecnocratico, coglierne la sua funzione sociale attraverso i mutamenti che gli sono imposti dalla dinamica sociale. Si tratta insomma, e sintetizzando al massimo, di capacità tecniche e scientifiche poste al servizio del dominio sociale capitalistico globalmente considerato. Questo ovviamente a prescindere dalla coscienza che tecnici e scienziati hanno della loro funzione nella società. Anche la critica dello «specialismo» («Lo specialista “conosce” assai bene il suo minimo angolo d’universo; ma ignora radicalmente tutto il resto» (6), che, come scrive Castellani, «connetteva la crescita della democrazia direttamente con quella della tecnocrazia», e che Gasset probabilmente riprese da Nietzsche (7), coglie solo la superficie del problema, la fenomenologia – o la schiuma – di un processo sociale assai più vasto e profondo.

Spesso la dettagliata e certamente assai interessante descrizione dei foucaultiani «dispositivi del potere», finisce paradossalmente (?) per condurre il pensiero che si lascia affascinare dalla complessa articolazione dell’ingranaggio del dominio su una pista che non gli permette di afferrare il maligno bandolo della matassa, di toccare cioè la radice del Male, per civettare abbastanza indegnamente con la terminologia teologica. Per una più diffusa trattazione della fondamentale “problematica” rimando i lettori a un mio recente scritto: Dialettica del dominio capitalistico.

Il pensiero politologico di Castellani aderisce, mi pare di capire, alla concezione pattizia dello Stato che presenta il Leviatano come una potenza super partes, un potere neutro (o in ogni caso neutralizzato e “civilizzato”) chiamato a mediare tra i diversi interessi che dividono, e spesso dilaniano la società civile. Per come la vedo io, lo Stato, in ogni sua possibile configurazione politico-istituzionale (democratico, autoritario, totalitario, ecc.) e nella sua complessa articolazione centrale e periferica (verticale e orizzontale); lo Stato, dicevo, appare ai miei occhi come il più formidabile strumento di dominio di classe, ed è da questo peculiare punto di vista che ne osservo l’evoluzione determinata dai mutamenti sociali complessivamente considerati, e sempre posti in intima relazione con il processo sociale mondiale. «Per questo motivo i diversi Stati dei diversi Paesi civili, malgrado la loro variopinta differenza di forma, hanno in comune che stanno tutti sul terreno della moderna società borghese, che è più o meno evoluta in senso capitalistico» (8). Peraltro, e come è noto, la democrazia ha avuto un’evidente e profonda radice di classe già ai suoi albori, nella Grecia classica: figuriamoci ai tempi del dominio globale (totale e totalitario) del Capitale, nella società capitalista/imperialista del XXI secolo!

Scrive Bernard-Henri Lévy commentando il suo ultimo saggio (Il virus che rende folli): «In sostanza, sotto vari punti di vista, questo è davvero un virus che ci ha reso folli o forse ha solo svelato la follia del tempo presente e che ci ha consegnati a un mondo molto meno libero di quello da cui proveniamo. Allora, prima si esce da questo incubo, che solo in parte è addebitale al virus, meglio è». A mio modesto avviso il tempo presente è in perfetta continuità con il folle mondo «da cui proveniamo», che poi è lo stesso mondo che oggi “pratichiamo”, e la cui profonda irrazionalità sistemica ha a che fare con la stessa natura del processo materiale che rende possibile la nostra esistenza. L’incubo si chiama Capitalismo (in ogni sua possibile configurazione economica e istituzionale), e prima lo capiamo e meglio è.

(1) O. y Gasset, La ribellione delle masse, p. 83, Tea, 1988.
(2) «La nemesi immanente di Hitler è questa: che egli, il boia della società liberale, era troppo “liberale” per capire come altrove, sotto il velo del liberismo, si costruisse l’irresistibile supremazia del potenziale industriale. Hitler, che scrutò come nessun altro borghese quel che c’è di falso nel liberalismo, non comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro, cioè la tendenza sociale di cui egli stesso non era che il tamburino […] La stoltezza di Hitler è stata un’astuzia della ragione» (T. W. Adorno, Minima moralia, p. 118, Einaudi, 1994).
(3) M. Horkheimer, Crisi della ragione e trasformazione dello Stato, p. 55, Savelli, 1978.
(4) O. y Gasset, La ribellione delle masse, p. 108.
(5) «Nel caso della sottomissione reale del lavoro al capitale, […] si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro e, con il lavoro su grande scale, si sviluppa l’applicazione di scienza e macchina nel processo di produzione immediato» (K. Marx, Il Capitale, capitolo VI inedito, p. 63, Newton, 1976). A un certo punto dello sviluppo capitalistico, la tecnoscienza diventa lo strumento di dominio e di sfruttamento di gran lunga più potente nelle mani del Capitale. Sulla natura e sulla funzione sociale della tecnoscienza in epoca capitalistica rimando ad alcuni miei scritti: Sul potere sociale della scienza e della tecnologia; Io non ho paura – del robot; Robotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio; Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Capitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salariale; Accelerazionismo e feticismo tecnologico.
(6) Ivi, p. 110.
(7) «Di fronte a un mondo delle “idee moderne”, che vorrebbe confinare ognuno nel suo angolo e nella sua “specialità”, un filosofo, se mai oggi potessero esservi dei filosofi, sarebbe costretto a porre la grandezza dell’uomo, il concetto di “grandezza”, proprio nella sua estensione e molteplicità, nella sua interezza in molte cose. […] Poter essere tanto molteplice quanto intero, tanto vasto quanto colmo» (F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, p. 142, Newton Compton, 1988). Questa definizione nietzschiana di uomo in quanto uomo, dell’uomo concepito «al suo più altro livello» (Arthur Schopenhauer) e nella sua più adeguata concettualizzazione, probabilmente non sarebbe dispiaciuta a Karl Marx, secondo il quale «L’uomo si appropria del suo essere onnilaterale in una maniera onnilaterale, e quindi come uomo totale» 113 218. Se vuoi l’uomo onnilaterale, e non l’attuale uomo a una dimensione, devi volere la Comunità umana (umanizzata r umanizzante), perché «Nessuna emancipazione è possibile senza l’emancipazione della società» (W. Adorno, Minima moralia, p. 205).
(8) K. Marx, Critica del programma di Gotha, p. 52, Savelli, 1975.

CINA. ADDETTI ALLE CONSEGNE INTRAPPOLATI NEL SISTEMA. COME TUTTI NOI!

Il sistema è ancora in esecuzione, il gioco continua, ma
i riders non hanno ancora alcuna conoscenza del ruolo
che giocano in questo gioco senza limiti. Stanno ancora
volando lungo la strada alla ricerca della possibilità di
una vita migliore.

Pubblico qui di seguito l’introduzione scritta dal Blog Chuang a un rapporto/inchiesta, intitolato Delivery Riders. Trapped in the System, dedicato ai lavoratori cinesi delle consegne (qui chiamati in diversi modi: riders, motociclisti, ciclisti) e pubblicato dalla rivista cinese Renwu (Popolo) l’8 settembre 2020. Il rapporto si può leggerlo nella sua interezza sempre su Chuang. Si tratta di scritti che toccano temi di interesse generale (come quelli afferenti al cosiddetto Capitalismo delle piattaforme) (1), e che in più aiutano a capire la condizione sociale della classe lavoratrice cinese al la di là della propaganda orchestrata dal Partito-Regime cosiddetto “Comunista” e ripresa anche in Italia dai sostenitori del Celeste Capitalismo/Imperialismo (2).

Mi scuso per la traduzione dall’inglese tutt’altro che impeccabile, il cui scopo d’altra parte è soprattutto quello di segnalare ai lettori l’interessante articolo in questione.

 

外卖 骑手. 困 在 系统 里

In tutto il mondo, il personale di consegna delle merci precedentemente invisibile ha raggiunto una nuova importanza nella coscienza popolare come “lavoratori in prima linea” durante la pandemia COVID-19. Poiché l’emergenza ha evidenziato sia l’importanza che i pericoli del lavoro di consegna, sulle condizioni di lavoro dei riders si sono verificati scioperi e al contempo manifestazioni pubbliche di apprezzamento. In Cina, il settore era già diventato un punto focale di disordini già diversi anni fa, poiché sia ​​il capitale che il lavoro passavano dal settore industriale in declino ai servizi in generale e alle nuove piattaforme di e-commerce poco regolamentate, in particolare. Mentre i blocchi nella prima parte di quest’anno hanno limitato l’organizzazione delle persone, negli ultimi mesi si è assistito a una rinascita delle azioni sindacali combinate con una raffica di notizie sul settore da parte dei media. I corrieri dei pacchi espressi sono stati sequestrati (precettati) in vista della festività dello shopping dell’11 novembre, il “Single’s Day”, con conseguenti proteste, rallentamenti e dimissioni di massa segnalate in più città nelle ultime settimane. E due mesi fa, una delle riviste più lette in Cina, Renwu (Popolo), ha pubblicato un’indagine di lungo respiro sugli orrori del lavoro di consegna di cibo, basata su sei mesi di ricerca. Solo su Weibo il rapporto è stato ampiamente ripubblicato e visualizzato 3,16 milioni di volte tramite il link originale, suscitando una serie di articoli correlati. Di seguito la nostra traduzione, preceduta da un sommario e un breve commento. Nelle prossime settimane pubblicheremo un testo originale che analizza ciò che queste tendenze da incubo del “capitalismo delle piattaforme” rivelano sull’economia cinese nel suo complesso e nel suo rapporto con l’economia globale.

Il rapporto, intitolato Delivery Riders. Trapped in the System, è stato scritto collettivamente da un team di giornalisti anonimi e inviato a Renwu, che lo ha pubblicato l’8 settembre 2020.

La rivista mensile Renwu è stata fondata nel 1980 sotto il People’s Daily Press ed è ora gestito dalla casa editrice statale People’s Publishing, che pubblica principalmente libri di politica. A marzo, Renwu ha condotto un’intervista con Ai Fen, uno dei primi medici a condividere informazioni sull’epidemia di COVID-19 nonostante gli avvertimenti del suo ospedale di rimanere in silenzio. L’intervista è stata cancellata nel giro di poche ore, ma è stata ampiamente condivisa attraverso una varietà di metodi creativi per aggirare la censura, incluso l’uso di emoji e l’inversione dell’ordine delle parole. Il pezzo tradotto di seguito fornisce un esame alternativo della situazione da parte di individui la cui vita è tenuta in ostaggio da forze al di fuori del loro controllo. L’articolo alterna le interviste ai lavoratori con i dati del settore, esaminando non solo l’impatto dei controlli algoritmici sui lavoratori stessi (noti come “motociclisti” perché consegnano cibo e altre merci guidando scooter elettrici), ma anche i modi in cui gli attori esterni contribuiscono a questo sistema, e che sono a loro volta da esso controllati.

Poiché si tratta di un pezzo particolarmente lungo, sarà utile prima fornire ai lettori un riepilogo dei contenuti. La sezione di apertura, “Ordine ricevuto”, racconta la crescente pressione esercitata sui riders dalla riduzione dei tempi di consegna. Poiché i processi di apprendimento automatico spingono verso tempi di consegna sempre più brevi, un risultato celebrato come un trionfo della tecnologia dai creatori dell’algoritmo, i guidatori non hanno altra scelta che violare i sistemi di controllo del traffico. Le sezioni successive “Navigazione”, “Azione sorridente e “Valutazioni a cinque stelle”, approfondiscono le minacce alla sicurezza pubblica create da questo processo e l’ulteriore spostamento di responsabilità dalle aziende ai riders.

Heavy Rain” inizia a mettere in discussione questo “trionfo della tecnologia”, rivelando che un singolo evento meteorologico è sufficiente a rovesciare l’utopia di efficienza degli algoritmi. Come molti presunti “sistemi intelligenti”, gli algoritmi delle piattaforme richiedono l’intervento umano per funzionare. È qui che si apre il sipario, con un supervisore di Ele.me che ammette che questo intervento è fatto per rendere più difficili le condizioni dei lavoratori. In definitiva, coloro che hanno il potere di cambiare il sistema hanno scelto di non fare nulla – o addirittura di esercitare quel potere per spingere ulteriormente i riders ai limiti delle loro capacità alla ricerca di un profitto ancora maggiore.

“Navigazione” mostra come l’uso di un sistema algoritmico consenta alla piattaforma di generare richieste che sarebbero irragionevoli da parte di un altro essere umano, inclusa la guida contro il flusso del traffico, il raggiungimento di tempi di consegna che sarebbero possibili solo volando e persino attraversando i muri. “Games” indaga ulteriormente gli impatti del controllo algoritmico, sostenendo che la ludicizzazione dei salari dei ciclisti dà l’impressione di una maggiore indipendenza per i lavoratori, mentre di fatto li sottopone a un sistema di controllo che plasma la loro stessa percezione della realtà.

Le sezioni “Ascensori”, “Custodi”, “Coca-Cola e “Peppa Pig” approfondiscono, rispettivamente, le relazioni dei riders con la direzione dell’edificio, i proprietari di ristoranti e i clienti. Ogni relazione rappresenta una variabile nel processo di consegna che i ciclisti, di fronte ai tempi di consegna assegnati dagli algoritmi, hanno l’onere di gestire. Spesso queste variabili richiedono l’esercizio di uno sforzo emotivo e la sottomissione di se stessi da parte dei lavoratori a un sistema dominato dai capricci del consumatore e dalla produzione di prodotti sui quali non hanno alcun controllo. In particolare, “Coca-Cola e Peppa Pig” dimostra come gli algoritmi modellano la realtà non solo per i riders, ma anche per i consumatori: un cliente osserva che mentre in precedenza era stato abbastanza felice di guardare la TV mentre aspettava il suo cibo, ora lo trova insopportabile a causa dei tempi di consegna irrealistici forniti dalla piattaforma.

Le sezioni “Scooter”, “Smiling Action”, “Five Star Ratings” e “The Final Safety Net”, esaminano i sistemi che spingono i riders ad accollarsi ulteriori rischi, assicurando che i profitti continuino ad accumularsi sulle piattaforme. In “Smiling Action”, Renwu mette in luce i tentativi delle piattaforme di respingere le critiche del pubblico riguardo agli incidenti che coinvolgono i conducenti delle consegne con controlli di sicurezza casuali (a cui Meituan ha dato il nome orwelliano di “Smiling Action”) che sottopongono ulteriormente i motociclisti a sistemi di controllo spietati e incoerenti.

Le interviste con gli agenti di polizia nella sezione “Five Star Rating” dimostrano che le risposte del governo hanno ulteriormente spostato la colpa e la responsabilità per le minacce alla sicurezza sui riders. Piuttosto che costruire infrastrutture di trasporto più adatte a un numero crescente di riders che effettuano le consegne, o emanare leggi che affrontano il problema degli algoritmi che spingono i motociclisti a violare le leggi sul traffico, le città hanno invece optato per sorvegliare e punire i singoli ciclisti. Sebbene gli ufficiali di polizia intervistati esprimano simpatia per la difficile situazione dei riders, essi continuano a far rispettare le leggi ai danni di questi ultimi. Mentre puniscono i riders per le infrazioni, questi ufficiali spesso si assumono il compito di consegnare cibo, assicurando la continuità del sistema, che rimane incontrastato. Gli ufficiali alla fine sono diventati anche essi coscritti dell’algoritmo. “The Final Safety Net”, che si occupa delle inadeguatezze e della negazione della copertura assicurativa da parte delle piattaforme, illustra ulteriormente la vulnerabilità dei riders in assenza di formali contratti di lavoro.

La sezione di chiusura, “Gioco infinito”, rivolge brevemente la sua attenzione agli stessi programmatori, suggerendo che a loro volta sono intrappolati, al servizio di un sistema più ampio, con un background educativo che li ha lasciati mal equipaggiati per accedere adeguatamente al sistema. Questa sezione allude anche a preoccupazioni più ampie sulla privacy dei dati personali che stanno guadagnando terreno nella Cina continentale, osservando che anche se i dati dei riders vengono utilizzati per perfezionare i sistemi algoritmici di controllo, la proprietà di tali dati rimane in discussione. Alla fine, conclude l’articolo, questi lavoratori sono intrappolati in un “gioco” che non capiscono completamente, con poca scelta se non quella di continuare a giocare.

Le proteste dei riders delle consegne waimai2 avevano già iniziato a intensificarsi prima dell’attuale maggiore copertura mediatica riguardo alla loro difficile situazione. Gli scioperi dei riders della consegna di cibo sono aumentati di oltre quattro volte tra il 2017 e il 2019, passando da dieci scioperi segnalati nel 2017 ad almeno 45 nel 2019 secondo il China Labour Bulletin. L’abuso di gig worker e corrieri è una questione globale e intersettoriale. Anche i riders in Brasile, Corea del Sud, Tailandia e Romania si sono uniti alle proteste per chiedere migliori condizioni di lavoro. Più di recente, sono aumentati anche gli scioperi e le proteste dei corrieri kuaidi, molti dei quali consegnano ordini dalla fiorente industria cinese dell’e-commerce, con Service Worker Notes che proprio quest’anno hanno riportato migliaia di post online riguardanti scioperi dei corrieri. Analogamente alle piattaforme di consegna di cibo, le piattaforme dei corriere hanno cercato di espandere la propria quota di mercato tagliando i prezzi di consegna, trasferendo tali tagli ai salari dei propri lavoratori mentre le entrate delle piattaforme continuano a crescere. I lavoratori di diverse importanti società di corrieri stanno protestando per gli arretrati salariali. […]

Abbiamo scelto di tradurre questo articolo non solo per la sua utile indagine sulla struttura della governance algoritmica del lavoro, ma anche perché la sua pubblicazione – e la diffusione di analoghi rapporti sui lavoratori precari – segna un significativo evento per ciò che riguarda le condizioni degli addetti alle consegne e la conoscenza delle piattaforme che li impiegano. Mentre nel nostro prossimo articolo esploreremo la storia e le dinamiche attuali del cosiddetto “capitalismo delle piattaforme” in Cina, con un occhio al fatto che l’attuale riconoscimento da parte dei media dei lavoratori delle piattaforme potrebbe essere un segnalare circa la fine dell’espansione di tutte le piattaforme industriali, qui vogliamo sottolineare il terreno conflittuale che ha dato origine a queste forme di segnalazione: l’indagine di Renwu arriva mentre la lenta ripresa della Cina dopo l’epidemia di COVID-19 ha visto un ampliamento della disuguaglianza. Lo stimolo del governo si è concentrato principalmente sulle imprese e sui consumatori della classe media, piuttosto che sui lavoratori migranti che hanno visto la perdita di reddito più significativa (fino al 75% durante l’apice dei blocchi pandemici a febbraio e marzo, secondo la Stanford University’s Rural Education). Allo stesso tempo, funzionari come il Premier Li Keqiang hanno indicato il settore informale come la soluzione alla crescente disoccupazione cinese.

Infine, l’indagine di Renwu sugli impatti negativi del duopolio Meituan/Ele.me arriva mentre il governo cinese sta cercando di affermare un maggiore controllo sulle principali società tecnologiche, con le nuove linee guida antitrust rilasciate il 10 novembre che prendono di mira i giganti della tecnologia tra cui Meituan. Lo stesso giorno, un post dell’Amministrazione Cyberspace ha esortato le aziende tecnologiche cinesi a non consentire ai consumatori cinesi di diventare “prigionieri degli algoritmi”, facendo eco al framing utilizzato nell’articolo di Renwu. In definitiva, questo rapporto dimostra che la crescente dipendenza dal settore informale senza reti di sicurezza sociale rischia di provocare una diminuzione dei salari e una maggiore vulnerabilità per i lavoratori. Inoltre, indirizzando lo stimolo economico attraverso le imprese come Ele.me e Meituan, lo Stato sta favorendo l’ulteriore concentrazione di ricchezza nelle mani di poche grandi aziende. Concentrandosi su un settore che trasferisce intenzionalmente il rischio sui lavoratori, l’articolo di Renwu dimostra chiaramente le ripercussioni negative sui lavoratori di inadeguate reti di sicurezza sociale e scarsa protezione, nonché il controllo crescente e in gran parte incontrollato delle aziende tecnologiche sulla natura della realtà e dei consumi.

(1) Il cosiddetto capitalismo delle piattaforme non celebra il dominio dell’algoritmo, come suggerisce un pensiero feticisticamente orientato che tanto successo ha presso l’opinione pubblica e l’opinione scientifica (due facce della stessa medaglia): esso attesta piuttosto il dominio sempre più invasivo, capillare e globale (totale) del rapporto sociale capitalistico. Su questi temi rinvio a:

L’ALGORITMO DEL CONTROLLO SOCIALE
SORVEGLIARE E PROFITTARE
SUL POTERE SOCIALE DELLA SCIENZA E DELLA TECNOLOGIA

(2) Un solo esempio. La lotta interimperialistica mondiale per la spartizione dei mercati, delle materie prime e del plusvalore, e per la supremazia finanziaria, tecnologica e scientifica è presentata dagli amici della Cina come una «grandiosa lotta di classe». Come si spiega questa gigantesca quanto grottesca sciocchezza? Essa si spiega alla luce di un’altra gigantesca quanto odiosa panzana ideologica: la natura socialista, sebbene “con caratteristiche cinesi” (sic!), del regime cinese. Anche coloro che nella sinistra occidentale sostengono «l’inesorabile deriva capitalistica della Cina» muovono dal falso presupposto di un passato socialista che in Cina non c’è mai stato nemmeno ai tempi di Mao Tse-tung, il “padre” della rivoluzione nazionale-borghese nel grande Paese asiatico. Rinvio ai miei diversi scritti sulla Cina. Ne cito solo alcuni: Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; Da Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinesi.        

LA SERIETÀ AL POTERE: ECCO L’AMERICA (PRIMA POTENZA IMPERIALISTA MONDIALE) CHE PIACE AL PROGRESSISTA CHE PIACE.

«Il regista Spike Lee, indiscusso punto di riferimento del cinema afroamericano, ha festeggiato la vittoria di Joe Biden insieme a decine di sostenitori per le strade di Fort Greene, quartiere di New York. Davanti all’abitazione del cineasta afroamericano si è tenuto un vero e proprio raduno e il regista ne ha approfittato per stappare una bottiglia di champagne per celebrare l’evento. In tarda serata, Spike Lee, microfono in mano, ha dichiarato davanti alla folla in festa: “Negli ultimi quattro anni siamo stati lo zimbello del mondo. Ci ridevano dietro, ma oggi non ridono più. L’America è tornata. Gli Stati Uniti hanno fatto la dannata cosa giusta!”» (La Repubblica).
«L’America è tornata»: perché, se ne era andata? «L’America è tornata»: debbo fare gli scongiuri? Aspetto con trepidazione la domanda del solito buontempone (diciamo così) progressista: «Ma allora preferivi Trump?» Credo di fare la dannata cosa giusta stendendo un velo pietosissimo su questa eventuale ingenua (diciamo così) domanda.

LA TRISTE MATEMATICA DI ANGELA MERKEL

Ciò che non si piega al criterio del calcolo e dell’utilità è, agli occhi dell’illuminismo, sospetto (M. Horkheimer, T. W. Adorno).

Per la Cancelliera tedesca Angela Merkel la pandemia è «una sfida secolare», «è qualcosa di simile ad una catastrofe naturale, con la quale la politica e la società devono imparare a relazionarsi». In tutti questi maledettissimi mesi pandemici ho sostenuto una tesi radicalmente diversa: “pandemia” è il nome che diamo alla crisi sociale mondiale che stiamo vivendo; la pandemia da Coronavirus è una catastrofe sociale dal principio alla fine, nella sua genesi, nel suo sviluppo e nelle sue molteplici conseguenze – sanitarie, economiche, politiche, geopolitiche, psicologiche, esistenziali, in una sola parola: sociali.

«Dobbiamo ridurre al minimo i contatti fin dove questo sia possibile. Chiunque conosca la funzione esponenziale – ha precisato la Merkel dall’alto della sua nota e apprezzata preparazione scientifica – sa che il tasso di riproduzione RT 1,3 o 1,4 non è accettabile. Siamo il continente dell’Illuminismo: la matematica è importante». Non c’è dubbio. Tuttavia, sulla scia di Adorno e Horkheimer mi permetto di puntualizzare che la razionalità della scienza e della tecnica di oggi non è altro che la razionalità del dominio. La fioca luce che promana dal pensiero borghese del XVIII secolo non è in grado di dissolvere le fitte ombre che celano la radice del male di questa nostra epoca storica. E infatti, i governi usano ad esempio la matematica per disciplinare il comportamento delle persone nel contesto di una realtà sociale che produce irrazionalità di ogni tipo, e questo fondamentalmente perché la nostra vita deve fare i conti con il disumano calcolo economico. «La società industriale porta alla razionalità per quanto riguarda i mezzi, ma alla più assoluta irrazionalità per quanto riguarda la vita umana» (M. Horkheimer, Eclisse della ragione).

Sempre secondo la Cancelliera, «La libertà non è qualcosa di illimitato: è la libertà di prendersi la responsabilità per il prossimo, ed è per questo che la svolta è nelle mani dei cittadini». Tutto dipende da noi: questa barzelletta l’avevo già sentita. A mio avviso è una cinica menzogna parlare di libertà e di «responsabilità per il prossimo» in una società che nega in radice ogni autentica libertà e umanità, semplicemente perché essa conosce la divisione classista degli individui e tutto ciò che presuppone e pone sempre di nuovo il rapporto sociale capitalistico di sfruttamento degli uomini e della natura, che oggi domina sull’intero pianeta. Ovviamente non intendo polemizzare con la simpatica statista tedesca, ma piuttosto rinviare al PDF (Il Virus e la nudità del Dominio) che raccoglie i miei post dedicati alla rognosissima (per non dire altro) “problematica virale”.

Con comprensibile soddisfazione Angela Merkel ha notato che «c’è un’accettazione sorprendentemente alta delle restrizioni»: la logica gregaria insomma ancora regge, in Germania come nel resto del Vecchio Continente, al netto di proteste che non hanno messo in crisi la tenuta dell’ordine pubblico – figuriamoci di quello sociale. «Per quale motivo le popolazioni delle democrazie liberali (Europa, Canada, Usa) hanno accettato senza particolari segni di ribellione una misura foriera di pesantissimi danni economici e psichici, come il lockdown?», si chiedeva qualche settima fa Andrea Macciò su LeoniBlog. Già, perché? Siamo davvero vittime del «virus del vittimismo» («La vittima è una figura totalmente passiva, che allo Stato non richiede diritti, ma protezione dalla morte fisica») come sostiene il democratico-liberale Macciò? E come possiamo difenderci da quel contagiosissimo virus? Aveva forse ragione Max Horkheimer a scrivere che «Le masse dominate si identificano facilmente con la forza che le domina»?

Penso che agire in qualche modo per contraddire la piacevole sorpresa della Cancelliera (e dei suoi colleghi europei) e per dare una risposta alle “scottanti” domande di cui sopra non sarebbe uno sforzo inutile né poco significativo sul piano politico. Tutt’altro!

LA “DOPPIA CIRCOLAZIONE” DELLA CINA CAPITALISTA

Dal 26 al 29 ottobre si è tenuto a Pechino il 5° Plenum del 19° Comitato centrale del Partito Capitalista Cinese che aveva il compito di stabilire le linee guida del 14° Piano quinquennale (2021-2025), e quelle di una strategia di medio termine ribattezzata Visione 2035. Cerchiamo di capire di cosa si è discusso in questo Plenum che molti analisti ed esperti di “cose cinesi” hanno già definito storico, districandoci, come sempre in questi casi, tra dichiarazioni realistiche dei Cari Leader e propaganda politico-ideologica a uso interno e internazionale. Si tratta di una prima impressione “a caldo”, e quindi tutta da verificare.

Il comunicato ufficiale rilasciato il 29 ottobre sostiene che entro il 2035 il Pil pro capite della Cina dovrà raggiungere il livello delle «nazioni moderatamente sviluppate» e la sua classe media espandersi in modo significativo (oggi essa ammonta a circa 400 milioni di persone). «L’autosufficienza tecnologica, principale fronte della sfida con gli Stati Uniti, viene definita come il “supporto strategico” decisivo per lo sviluppo. Arriveranno massicci investimenti per realizzare “passi avanti maggiori” che portino la Cina “nella prima linea dei Paesi innovativi”. Il plenum ha riconosciuto che per raggiungere questi traguardi ci sarà bisogno di proseguire con le riforme, citando quella dei “diritti di proprietà”, e insistito molto su un concetto bilanciato e sostenibile di crescita. La leadership cinese vuole ridurre le disparità tra città e campagne, promuovere una nuova urbanizzazione, continuare a diminuire le emissioni (anche qui nessun numero, ma Xi ha parlato di “neutralità” entro il 2060)» (La Repubblica). Per adesso si tratta di semplici titoli, dell’enunciazione degli obiettivi che si intendono conseguire, mentre per una più concreta definizione della nuova linea politico-economica, caratterizzata da tempi certi e da numeri precisi, bisognerà attendere qualche mese. Per adesso siamo ancora alla “filosofia”, per così dire, aspettando la sua prossima “messa a terra”.

«Per la prima volta nella sua storia, il Pcc ha steso un preciso programma per creare una “grande cultura socialista” entro il 2035, tappa intermedia per arrivare a essere “una moderna nazione socialista” nel 2049. Pechino vuole promuovere il soft-power cinese, cavalcando ad esempio i successi che il regime rivendica nella lotta alla pandemia da coronavirus. La leadership del Partito è stata chiara: la vittoria contro il Covid-19 e il recupero dell’economia mostrano la superiorità del sistema politico della Cina» (AsiaNews). Se di superiorità si deve parlare, ed è tutto da vedere, almeno nel medio e lungo periodo, si tratta in ogni caso di una superiorità tutta interna al capitalismo mondiale, alla competizione interimperialistica, checché ne dicano gli anticomunisti (che non sanno nulla di comunismo, sebbene giustamente lo temono come la peste) e i tifosi del «socialismo con caratteristiche cinesi» (che di comunismo ne sanno ancora di meno), che sono poi le due facce della stessa escrementizia medaglia. Non a caso ho parlato all’inizio di Partito Capitalista Cinese, perché da Mao Tse-tung a Xi Jinping di capitalismo “con caratteristiche cinesi” si tratta, sebbene nelle diverse forme che esso ha assunto in Cina dal 1949 in poi, cioè lungo il travagliato e assai turbolento (anche in termini di conflitti politici e sociali, con relativi morti, feriti e incarcerati) processo di formazione e consolidamento della moderna nazione cinese (1).

«Le autorità non trascurano il potenziamento militare. Il piano quindicennale prevede la trasformazione delle Forze armate in una moderna macchina da guerra entro il 2027: è la prima volta che un documento del genere contiene un riferimento allo sviluppo militare. Gli analisti osservano che l’idea di Pechino è quella di avere entro tale data un esercito allo stesso livello degli Usa». A questo proposito occorre ricordare che la sessione plenaria annuale del comitato centrale del Pcc è stata preceduta da una celebrazione dei 70 anni dall’ingresso della Cina nella Guerra di Corea (ottobre 1950) davvero paradigmatica circa l’attuale postura strategica del gigante asiatico nei confronti degli Stati Uniti. Ricordando la guerra «per resistere all’aggressione americana e aiutare la Corea», il Presidente Xi Jinping ha dichiarato: «Il popolo cinese sa che bisogna usare una lingua che gli invasori possono capire, combattere la guerra con la guerra, fermare l’aggressione con la forza, guadagnare la pace con la vittoria. Gli eroici soldati cinesi hanno distrutto il mito dell’invincibilità dell’esercito americano». Naturalmente parlare del passato è servito al Presidente cinese per chiarire come oggi si configura la posizione della Cina nei confronti del suo nemico strategico principale: gli Stati Uniti d’America, appunto. E per meglio chiarire il concetto, Xi ha aggiunto: «Il popolo cinese non vuole creare problemi, ma non ha paura, le nostre gambe non tremeranno, le nostre schiene non si piegheranno». Un messaggio forte e chiaro, non c’è dubbio. Il tono particolarmente aggressivo e propagandistico del Caro Leader è tanto più significativo se si riflette sul fatto che quasi mai la celebrazione di quell’evento straordinario nella storia della Cina moderna ha toccato i livelli propagandistici e nazionalisti di quest’anno; addirittura negli anni Settanta del secolo scorso, al tempo della “distensione” tra Washington e Pechino, quella ricorrenza subì un evidente declassamento. Allora il nemico numero uno della Cina era l’Unione Sovietica. Solo dopo la sanguinosa repressione del movimento sociale del 1989 (Piazza Tienanmen) quella ricorrenza fece registrare un’impennata nazionalistica, per poi ritornare rapidamente ai toni più moderati e concilianti che abbiamo registrato nel corso della lunghissima fase di crescita economica del Paese che ha portato il Dragone ai vertici del capitalismo mondiale. Dopo molti anni di “pacifica collaborazione”, il barometro dei rapporti Cina-Usa tornano a indicare brutto tempo, e questo a prescindere dalla Presidenza Trump.

Limes

Intanto si intensifica, con alterne fortune, l’attivismo politico-militare degli Stati Uniti in un’area che la Cina considera il proprio cortile di casa: «L’ottobre appena concluso ha segnato in modo marcato l’impegno americano nell’indo-pacifico ed è stato il mese più proficuo (tra quelli recenti) per strategia e tattica statunitense, che vede l’impegno nella regione come la più logica componente geopolitica del confronto globale con la Cina. Sulla colonna delle vittorie dirette, Washington segna certamente l’accordo di cooperazione militare con Nuova Delhi. […] Nella costruzione del puzzle strategico americano nell’Indo-Pacifico manca un tassello importante: la Corea del Sud. La posizione di Seul è riassumibile nelle parole che il presidente Moon Jae-inn ha affidato a un suo consigliere: “Se gli Stati Uniti ci costringessero ad aderire a un’alleanza militare contro la Cina, sarebbe un dilemma davvero esistenziale per noi”». (Formiche, novembre 2020).

Ma ritorniamo ai risultati del Quinto Plenum, la cui discussione si è incardinata intorno a una parola chiave: shuang xunhuan (doppia circolazione). Di che si tratta?

A leggere i resoconti di molti analisti, pare che il Partito fedele al Xi Jinping-Pensiero voglia orientare il Paese in direzione di una sua chiusura autarchica (suggestione che richiama i “fasti” del maoismo), cioè verso una sorta di capitalismo in un solo Paese, a prevalenza statale, in grado di innalzare una sorta di muraglia economica e tecnologica che metta la “pacifica e armoniosa” società cinese al riparo dagli shock della globalizzazione e dall’iniziativa ostile dei cattivoni a stelle e strisce. Ma stanno davvero così le cose?

Nella sua ultima visita nel Guandong (13 ottobre, celebrazione del 40° anniversario dal lancio della Zona economica speciale di Shenzhen), Xi Jinping ha chiarito il concetto di doppia circolazione (intendendo per circolazione la produzione, la distribuzione e il consumo di “beni e servizi”): «È necessario promuovere la formazione di un nuovo modello di sviluppo in cui il grande ciclo domestico sia il corpo principale e nel quale la doppia circolazione si promuove a vicenda». Filippo Fasulo prova a chiarire meglio: «Nella visione proposta da Xi Jinping, per doppia circolazione si intende una dialettica fra la circolazione economica domestica e quella internazionale. Per visualizzare il tema si pensi che il termine cinese è lo stesso utilizzato quando si parla di “circolazione sanguigna”. In parole più semplici, viene messa in relazione l’integrazione globale – la circolazione esterna – con i consumi domestici – la circolazione interna. La dinamica da gestire, dunque, è quella fra una economia dipendente dalle esportazioni e, quindi, dalla domanda internazionale, e un ruolo più ampio accordato ai consumi interni. L’indicazione di oggi è che, nell’attuale contesto di incertezza dovuto alla pandemia e alle dispute commerciali, si debba puntare soprattutto sulla circolazione interna» (ISPI, 30/9/2020). In astratto la cosa appare abbastanza intuitiva, mentre sul piano pratico la questione si presenta oltremodo complessa e contraddittoria, a partire dal fatto che ancora oggi Cina e Stati Uniti sono molto integrati dal punto di vista commerciale, tecnologico (2) e finanziario. Il temuto o auspicato disaccoppiamento (decoupling) tra le economie dei due Paesi al vertice del capitalismo mondiale appare quantomeno “problematico”: «Secondo i leader cinesi, “protezionismo e unilateralismo” – un indiretto riferimento a Washington – sono le principali minacce esterne alla crescita economica del Paese, messa in pericolo anche dagli squilibri economici interni. Il “decoupling” (separazione) dagli Stati Uniti è visto però come “irrealistico”: nel terzo trimestre dell’anno gli scambi commerciali tra le due potenze sono cresciuti in effetti del 16%» (AsiaNews, 30/10/2020).

Anche sul piano finanziario l’integrazione tra i due Paesi ha raggiunto un livello assai rilevante, e tutto lascia prevedere che lo sarà molto di più nel prossimo futuro. Di certo il mercato finanziario cinese si sta muovendo in quel senso, come dimostra per ultimo il “caso Alibaba” (3).

«L’americanissima Bloomberg il 27 ottobre ha pubblicato un articolo in cui afferma che a settembre c’è stato un import cinese di merci americane record, 10 miliardi. Gli acquisti di beni energetici sono aumentati a settembre del 75%, con import record di petrolio. Il valore dei prodotti agricoli è aumentato del 60%, mentre l’import della soia, cuore nevralgico degli Stati agricoli americani, è aumentato del 600%. Sono aumentati enormemente anche gli acquisti di auto e cotone, ma Bloomberg fa sapere che le spedizioni, e le prenotazioni di merci americane,  a settembre, che arriveranno a ottobre o novembre, sono da record. Ricordiamo che a settembre l’import totale di merci dal mondo è aumentato del 14%, i dati delle merci americane ci dicono che gli Usa in Cina stanno enormemente sovraperfomando rispetto a rivali commerciali storici come la Germania. La strategia di Trump di reindustrializzazione degli Usa attraverso pressioni per un fair trade trova riscontro, dopo due anni burrascosi, in Cina (anche se esportano soprattutto prodotti agricoli, come un paese del terzo mondo…), che riconoscono la legittimità delle sue richieste. Forse non vedono di buon occhio un democratico, magari burattino dei guerrafondai alla Hillary Clinton, alla Casa Bianca. Preferiscono un ruvido uomo d’affari. Cosa combina all’interno del proprio paese non è affar loro, ma sono pronti a sfruttarne le debolezze. Certo, Trump strepita contro il “virus cinese” nella campagna elettorale, ma loro non ne fanno un dramma, sono solo parole. Sotto sotto si va avanti con gli accordi» (Contropiano). L’autore dell’articolo, che a quanto pare è un ammiratore, se non addirittura un fervente sostenitore, del Capitalismo/Imperialismo cinese, conclude come segue: «Perché loro possono e noi no? Perché non siamo un Paese sovrano e la classe dirigente, da decenni, è espressione di quella che altrove – in America Latina, per esempio – viene chiamata borghesia compradora. Letteralmente in vendita, subordinata oltre ogni limite, che assume le istanze delle potenze estere come espressione della sua politica (vedi Di Maio). Trump dimostra che la politica è tutt’altro, e gli affari internazionali non c’entrano niente con le sparate propagandistiche. Forse, se non crolla, dopo il 4 novembre farà una telefonata a Xi Jinping e Putin….». Vuoi vedere che i socialsovranisti di casa nostra, il cui “realismo geopolitico” ricorda molto quello della destra repubblicana statunitense, tifano, sotto sotto (ma poi non così tanto sotto), per Trump? Io lo sospettavo, diciamo così.

La “doppia circolazione” spiegata da Andrew Sheng, Distinguished Fellow all’Asia Global Institute dell’Università di Hong Kong, e da Xiao Geng, professore e direttore del Research Institute of Maritime Silk-Road dell’Università di Pechino (si tratta quindi del punto di vista cinese): «Per cominciare, la pandemia COVID-19 ha evidenziato quanto siano vulnerabili alle interruzioni le nostre catene di approvvigionamento globali “just in time”, cosa che ha alimentato le richieste di “de-globalizzazione”. Allo stesso tempo, le tensioni con gli Stati Uniti, il più grande partner commerciale della Cina, stanno aumentando. Il disaccoppiamento economico ora sembra più probabile che mai. La strategia della doppia circolazione della Cina è una risposta pragmatica alle pressioni interne ed esterne in rapida evoluzione che il Paese deve affrontare. L’obiettivo dei responsabili politici è aumentare la catena di approvvigionamento e la resilienza del mercato sfruttando l’enorme popolazione cinese di 1,4 miliardi, inclusi 400 milioni di consumatori della classe media. […] La strategia della doppia circolazione aiuterà, creando mercati nazionali più liberi e più unificati per il capitale fisico, finanziario e umano, i prodotti, i servizi, la tecnologia e le informazioni. Ma rafforzare i cicli interni di produzione e consumo non significa distruggere le reti di commercio estero, investimenti, turismo e istruzione; al contrario, la Cina è destinata a continuare ad aprire la sua economia, in particolare il suo mercato finanziario. Piuttosto, la doppia circolazione significa che gli scambi esterni saranno espansi e approfonditi in modi che completino l’economia nazionale. Se il resto del mondo vorrà cooperare in questi termini per la Cina andrà bene. In caso contrario, la Cina farà affidamento sui propri formidabili punti di forza per sostenere la propria crescita e sviluppo: un’ampia base di consumatori, capacità innovative in rapida crescita, eccetera. In poche parole, se il mondo non è pronto per la cooperazione, la Cina si adatterà alla polarizzazione» (CNA, 4/10/2020).Per Andrew Sheng e Xiao Geng il rafforzamento del mercato interno della Cina non significa dunque arrestare o sottovalutare il commercio con l’estero, ma piuttosto che gli scambi con l’estero verranno ampliati e approfonditi in modi che completino l’economia interna.

Xi Jinping da parte sua ha voluto chiarire che la doppia circolazione non ha una natura tattica di breve respiro, non è stata cioè pensata come risposta a problemi contingenti, superati i quali lo sviluppo dell’economia cinese riprenderà il cammino intrapreso nel lontano 1978, quando al III Plenum dell’XI Comitato Centrale si diede avvio alla politica di “riforma e apertura” di Deng Xiaoping; essa segna invece una vera e propria svolta strategica nella linea di sviluppo della società cinese. Detto questo, il conflitto commerciale e tecnologico con gli Stati Uniti degli ultimi anni e la pandemia che ha avuto proprio nella Cina il suo luogo di origine hanno certamente accelerato processi sociali in corso già da tempo e fatto maturare decisioni politiche di cui si parla già da qualche anno. Scrive Filippo Santelli: «Non è una novità: da tempo il Partito comunista sta cercando di pilotare la transizione dell’economia cinese dal modello low cost “fabbrica del mondo” a uno basato su innovazione e consumi. La “doppia circolazione” rilancia l’obiettivo, al momento incompiuto e reso ancora più urgente dalla recessione. virale e dalla sfida innescata dagli Stati Uniti. L’ambiente esterno presenta grandi rischi, sotto la spinta di Washington, ma non solo, il mondo prova a diminuire la propria dipendenza economica dalla Cina. L’unico modo per tenere a giri elevati il motore della crescita è dare più peso alla circolazione interna (pur senza chiudere le porte al mondo, ma anzi incentivando l’afflusso di competenze e capitali di cui il Paese ha bisogno)» (La Repubblica, 29/10/2020).

La controffensiva commerciale americana – e in parte europea – e la crisi pandemica hanno dunque accelerato processi economici e scelte strategiche maturati nel corso di oltre un decennio. Le prime avvisaglie della “grande transizione” (dal primato delle esportazioni al primato dello sviluppo interno) si possono far risalire alla crisi economica internazionale del 2008/2009, quando la contrazione della domanda mondiale costrinse la Cina a praticare una politica di massicci “stimoli economici” che ha portato l’economia del Paese sul poco virtuoso sentiero dell’indebitamento e della sovrapproduzione. Nel 2015 si è iniziato a parlare in Cina di una “Nuova Normalità”, ossia di una crescita economica basata sulla produzione di qualità (vedi il progetto Made in China 2025) e sempre più orientata al mercato interno – secondo il modello della China International Import Expo, prima fiera delle importazioni che si tiene a Shanghai dal 2018. L’anno scorso, l’interscambio commerciale con l’estero equivaleva al 32% del prodotto interno lordo cinese, esattamente la metà del picco del 64% raggiunto nel 2006. «Ma per mantenere la stabilità sociale a dispetto degli inevitabili costi sociali di una simile metamorfosi, sarà necessaria una “svolta politica”, una decisa oscillazione del tradizionale pendolo che segnala il clima politico all’interno del Partito dal mercato verso lo stato. In questa nuova fase di “instabilità” e “incertezza” i 400 milioni di persone diventati classe media negli ultimi anni non sono più sufficienti ad alimentare il “sogno cinese” promosso da Xi Jinping. Nel 2019, i consumi hanno rappresentato il 55,4% del Pil (contro il 49.3% nel 2010), ancora decisamente inferiori rispetto al 70-80% tipico delle economie avanzate. E, più che in tanti altri paesi – a causa della loro spiccata tendenza al risparmio – quella post-Covid si preannuncia come una lunga fase di stagnazione dei consumi dei cinesi, particolarmente restii a spendere nel clima d’insicurezza determinato dalla pandemia e dalla guerra commerciale-tecnologica» (M. Cocco, Centro studi sulla Cina contemporanea, 21/10/2020).

Per farci un’idea, anche solo approssimativa, della struttura sociale della Cina e della sua dinamica sono sufficienti questi pochi dati: sono circa 600 milioni i lavoratori che guadagnano meno di 140 dollari al mese, mentre la popolazione rurale ammonta a 560 milioni, pari a circa il 40% della popolazione cinese, una percentuale che distanzia ancora enormemente la Cina dai Paesi capitalisticamente avanzati. D’altra parte quella popolazione costituisce la riserva di manodopera a basso costo di cui hanno estremo bisogno soprattutto le metropoli industrializzate del Paese – a partire dalla provincia del Guandong – e le multinazionali di tutto il mondo che sfruttano manodopera cinese. «Secondo i dati della Fao, fra un lavoratore urbano e uno rurale il rapporto sulla differenza di guadagno mensile è di 1 a 10. Inoltre, questo guadagno rischia di essere ancora minore dato che i contadini non hanno il permesso di vendere la propria produzione in un mercato libero, ma devono consegnarne una parte allo Stato, che la compra a prezzi “calmierati”» (AsiaNews). Nel 2006 vivevano nelle aree rurali 737 milioni di individui, ovvero il 56% della popolazione del Paese. Ogni anno, negli ultimi 14 anni, è dunque emigrato dalle campagne in direzione delle città un esercito di oltre 12 milioni di persone. L’agricoltura impiega circa 211 milioni di lavoratori, pari al 26,5% della forza lavoro totale; i lavoratori occupati nell’industria sono 225 milioni (28,27%) e quelli occupati nei servizi 359 milioni (45,17%), per un totale di 795 milioni (dati stimati per il 2019). Come già detto, la classe media cinese ammonta a 400 milioni di persone.

Se il decollo del capitalismo cinese è avvenuto sotto il segno della sua piena integrazione nel sistema capitalistico mondiale, diventandone un nodo centrale nella cosiddetta catena globale del valore (soprattutto grazie al basso costo della forza-lavoro cinese), oggi l’enfasi è posta dunque sulla “circolazione interna”, ossia sulla produzione, la distribuzione e il consumo di “beni e servizi” interni alla società cinese. Il concetto, come abbiamo visto, è tutt’altro che nuovo, dal momento che è da almeno un decennio che il regime parla della necessità di portare lo sviluppo economico anche nelle vaste regioni interne del Paese non ancora toccate dalla modernizzazione capitalistica. Si tratta di una gigantesca riserva di caccia che offre al Capitale cinese eccezionali opportunità di profitti, anche se questa stessa possibilità promette di innescare processi e contraddizioni sociali di non facile gestione politica. Ma il Partito-Stato è abituato a confrontarsi con i complessi problemi che derivano dallo sviluppo economico, e al momento i risultati danno ragione ai sostenitori di un assetto totalitario delle istituzioni cinesi – senza peraltro azzerare del tutto le opzioni aperte a una riforma, più o meno “timida”, dell’architettura statuale cinese. Per dirla con Michelangelo Cocco, autore di Una Cina “perfetta”. La Nuova era del PCC tra ideologia e controllo sociale (Carocci, 2020), il Partito Capitalista Cinese «si sta affermando come una sempre più efficiente macchina di governance del XXI secolo».

Il mondo “post globalizzazione” di cui tanto si parla negli ultimi tempi registra certamente una battuta d’arresto, o probabilmente solo un rallentamento della macchina capitalistica mondiale, ma sarebbe errato, a mio avviso, dedurne una tendenza “regressiva” generale, ossia un ritorno indietro del capitalismo verso un suo assetto di tipo autarchico. L’adeguamento dei maggiori capitalismi mondiali alla nuova fase non avviene comunque su scala nazionale ma continentale, ed è certamente tale la dimensione non solo dell’Europa centrata sull’asse francotedesco, ma anche della Cina (in realtà di tutta l’area del Pacifico asiatico) e degli Stati Uniti, Paesi che sono sufficientemente grandi e ricchi di risorse umane ed energetiche da poter fronteggiare con buone possibilità di successo la cattiva congiuntura dell’economia internazionale e prepararsi per la nuova fase espansiva della “globalizzazione”.

La produzione e i consumi interni come volano della futura crescita economica della Cina: si tratta di una strategia di ampio respiro e dalle molteplici conseguenze (di natura interna e internazionale) i cui primi effetti si vedranno, se si vedranno, nei prossimi anni e non certo nei prossimi mesi. Infatti, non è facile né senza incognite di varia natura riorientare una macchina gigantesca qual è diventata l’economia capitalistica cinese.

Per Martin Jacques, autore nel 2009 del bestseller When China Rules the World che annunciava la prossima «fine del mondo occidentale e la nascita di un nuovo ordine globale» centrato sul Celeste Imperialismo Cinese, ha di recente dichiarato che «ricorderemo il 2020 come il momento della Grande Transizione. L’anno in cui la Cina ha sostituito gli Stati Uniti come potenza leader del mondo» (Financial Times). Gideon Rachman, editorialista del Financial Times, ha obiettato a Jacques di aver fatto una previsione troppo in anticipo sui tempi che sottovaluta grandemente i fattori di debolezza che continuano a zavorrare la Cina, come le sue arretrate aree rurali interne, la sua periferia non ancora domata sotto il profilo etnico-religioso, una demografia che potrebbe sfuggire al rigido controllo di Pechino e un sistema politico-istituzionale totalitario che alla fine potrebbe non essere più in grado di controllare l’ascesa impetuosa delle classi medie. Il tempo dirà da quale parte sta la ragione – di certo non dalla parte delle classi subalterne che nutrono il Dragone, se le cose rimarranno inalterate sul terreno del conflitto sociale.

(1) Rimando i lettori ai miei diversi scritti sulla Cina; ne cito solo quattro: Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; Da Mao a Xi Jinping. 70 anni di capitalismo con caratteristiche cinesi.
Scriveva Paul M. Sweezy: «Nel caso della Cina, lo sviluppo del Partito comunista cinese ebbe luogo nelle grandi città costiere e si basò soprattutto sulle loro classi operaie, sul modello dei bolscevichi prerivoluzionari in Russia. Ma dopo le sconfitte del 1927 per mano del Kuomintang e dei suoi finanziatori esteri, il Pcc fu costretto a ritirarsi nelle campagne, e dopo di allora, fino alla conquista finale del potere vent’anni dopo, la composizione del movimento rivoluzionario fu per lo più rurale (contadini, senza terra, piccoli borghesi)» (P. M. Sweezy, Il Marxismo e il futuro, 1981, p. 91, Einaudi, 1981). In realtà, il mutamento nella composizione sociale del movimento rivoluzionario cinese registrò una sua ben più radicale trasformazione: infatti, da promettente soggetto rivoluzionario proletario il Partito Comunista Cinese, sottoposto alle “amorevoli” cure dello stalinismo (espressione più emblematica della controrivoluzione in Russia e nel mondo) diventò un soggetto rivoluzionario nazionale-borghese. In altre parole, con il PCC di Mao non siamo dinanzi a un semplice cambiamento nella strategia politica dei comunisti, intesa ad adeguarla alla nuova situazione; ci troviamo piuttosto di fronte alla morte della natura proletaria (nell’accezione teorico-politica, e non meramente sociologica, del concetto) di quel Partito, nonostante esso conservasse il vecchio nome – secondo l’esempio sovietico.
(2) «Il dato che salta all’occhio, in questo ambito, è quello delle importazioni di circuiti integrati che, con un valore superiore ai 300 miliardi di dollari rappresenta la prima voce dell’import cinese, superiore ai poco meno di 250 miliardi di dollari di petrolio, di cui Pechino guida la domanda mondiale. Inoltre, gli investimenti in innovazione anche nel 2019 hanno superato un tasso di crescita del 10%, indirizzandosi, per l’83,4% allo sviluppo industriale e contribuendo, dunque, alla crescita qualitativa dell’industria cinese. Anche in occasione dello stimolo economico approvato a fine maggio una grande attenzione è stata rivolta alla tecnologia avanzata, promuovendo le cosiddette “nuove infrastrutture” (ferrovie ad alta velocità, 5G, Big Data, AI e colonnine per i veicoli elettrici) per un valore che nel 2020 potrebbe superare i 2.000 miliardi di Rmb» (F. Fasulo, ISPI, 30/9/2020).
(3) «Due giorni dopo l’Election Day negli Stati Uniti, in due borse cinesi inizierà contemporaneamente il più grande collocamento di una new entry – IPO, Initial Pubblic Offering – mai vista sul mercato mondiale. Si tratta di Ant Group, il “braccio finanziario” di Alibaba, fondata dal miliardario cinese Jack Ma poco meno di 20 fa. Si è recentemente ritirato dal management di Alibaba (non dal’azionariato), e possiede ora anche Alipay, la maggiore azienda di pagamento digitale della Repubblica Popolare. Insieme a WeChat, controllata da Tencent Holdings, detiene il 40% del mercato, Alipay il è leader – con il 55% – del pagamento “senza contanti” attraverso la lettura di un codice QR dal proprio Smartphone. Si possono fare acquisti che alle nostre latitudini solitamente vengono effettuati in contante strisciando il proprio cellulare su un quadrato bianco-nero stampato su un semplice pezzo di carta. Il sistema di pagamento attraverso le carte di credito è stato “saltato” dalla Cina, che è passata direttamente al digitale e ai relativi servizi, divenendone per quantità e qualità il leader mondiale. Si può pagare un taxi, un pasto, l’affitto o le bollette… Il suo bacino di utenza è attualmente di 730 milioni di persone al mese; ha creato in pratica un “ecosistema” economico per i beni di consumo affiancando il sistema bancario cinese a controllo pubblico, tendenzialmente indirizzato prevalentemente al finanziamento dell’industria statale e di progetti infrastrutturali. […] Si tratta di un avvenimento in qualche misura “epocale” perché mostra come l’epicentro della finanzia mondiale si stia spostando sempre più verso la Cina, ora in grado di attirare gli investimenti dei big di Wall Street – Citigroup, JP Morgan e Morgan Stanley saranno tra i maggiori beneficiari dell’offerta – e di mettere direttamente sul mercato, ad Hong Kong o nella Cina continentale, alcuni “fiori all’occhiello” della propria economia, mettendo al riparo giganti digitali delle dimensioni di Netease o JD.com da eventuali ritorsioni sui mercati nord-americani» (Internazionale).

Aggiunta

COSA CI DICE L’“INQUIETANTE ” VICENDA DI JACK MA? QUALCHE IPOTESI

La vicenda della mancata quotazione in Borsa (prevista per il 5 novembre contemporaneamente a Shangai e a Hong Kong) di Ant Group, uno dei più grandi operatori finanziari del mondo, si offre a mio avviso come un’eccellente occasione per una più chiara comprensione della dinamica capitalistica cinese, soprattutto nel sempre più dinamico, potente e problematico mercato finanziario, e di come essa impatti significativamente sull’assetto  sociale della Cina in generale, e su quello politico-istituzionale, in particolare. Tensioni sociali e rischi sistemici generati dal processo economico, che potrebbero dar luogo a vasti conflitti sociali, spesso costringono il Partito-Regime (il Partito Capitalista Cinese,il quale con evidenti richiami orwelliani si definisce “Comunista”) a usare il pugno di ferro per governare un Paese che sprizza capitalismo da tutti i pori, con ciò che ne segue – o ne potrebbe seguire – appunto sul piano della sua complessiva tenuta sociale. Le dimensioni contano, eccome, quando si tratta di governare un Paese come la Cina: ad esempio, un conto è la disperazione di qualche milione di piccoli risparmiatori traditi da investimenti non precisamente “oculati”, un conto affatto diverso sarebbe avere a che fare con centinaia di milioni di persone ridotte sul lastrico dal fallimento di una finanziaria, o non più in grado di onorare i loro debiti.

Occorre poi ricordare che dentro il Partito-Regime cinese si sono sempre confrontate e scontrate diverse anime (almeno due: la “Rossa” e la “Nera”, quella più statalista e quella meno statalista, quella più “sovranista” e quella più “globalista”), espressioni di interessi sociali diversi (sempre di stampo rigorosamente capitalistico) e di differenti linee politiche (in economia, in politica estera, nella gestione dei conflitti sociali). Spesso queste “anime” si sono date battaglia anche ricorrendo alla violenza fisica, e quasi sempre con il pretesto della lotta alla corruzione (che comunque in Cina esiste ed è diffusissima a tutti i livelli del regime) e della difesa del “bene comune” – nonché, dulcis in fundo, della sacra indipendenza nazionale. Probabilmente la vicenda di Ant non è estranea al contesto qui sommariamente abbozzato. In ogni caso l’offensiva capitalistica cinese continua su tutti i fronti della competizione interimperialistica, come dimostra per ultimo l’accordo di libero scambio fra la Cina e 15 Paesi dell’Asia e del Pacifico firmato il 15 novembre (*). Anche il fronte della moneta internazionale digitale è ben presidiato dal Celeste Capitalismo: vedremo tra qualche anno con quali risultati. Vincent Lorphellin e Christian Saint-Etienne, sostenitori di un polo imperialista europeo unitario, su un articolo pubblicato da Le Monde qualche settimana fa scrivevano che «la nuova posizione della Cina è una minaccia terminale alla supremazia tecnologica» europea e occidentale. Saprà reagire l’imperialismo occidentale a questa titanica “sfida gialla”? Di certo chi scrive non ha consigli da dare a tal riguardo…

Un articolo pubblicato dal Post il 13 novembre è utile a mio avviso a comprendere un aspetto importante della “problematica” messa in luce dalla vicenda qui ricordata. Ne pubblico ampi stralci.

(*) Secondo le stime iniziali il valore dell’intesa rappresenterà circa il 30% del Pil mondiale, il 50% della produzione manifatturiera mondiale e raggiungerà 2,2 miliardi di consumatori, cioè a dire quasi un terzo della popolazione mondiale. «Il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) è stato sottoscritto ad Hanoi, in Vietnam, con diversi leader collegati in videoconferenza a causa dell’emergenza Covid-19, e di certo avrà come conseguenza una crescita dell’egemonia commerciale cinese nell’area riducendo la dipendenza di Pechino dagli Usa e dall’occidente ad esempio i prodotti tecnologici. L’India si è chiamata fuori temendo una maggiore dipendenza dalla Cina con la quale rapporti non sono ottimali, mentre all’accordo di libero scambio, che gradualmente comporterà la riduzione della tassazione sui beni importati nell’arco di un decennio ma anche investimenti, commercio elettronico, proprietà intellettuale e appalti pubblici, hanno aderito anche Australia e Nuova Zelanda; ha tuttavia fatto scalpore la partecipazione del Giappone, nonostante le contese con la Cina per alcune isole (Senkaku e Takeshima) e soprattutto per le divisioni per motivi di carattere storico. Il ministero delle Finanze cinese ha commentato che “Per la prima volta Cina e Giappone hanno raggiunto un accordo bilaterale di riduzione delle tariffe, raggiungendo una svolta storica”» (Notizie Geopolitiche). Per Nicolas Beverez (Le Figaro), «La nascita dell’Asian Free Trade Area è una grande vittoria per la Cina, che riesce con il RCEP dove gli Stati Uniti avevano fallito con il Patto Trans-Pacifico. L’accordo dimostra che il libero scambio non è moro, e che il protezionismo, a differenza di quanto spesso si sostiene, non è morto. L’Asia, che si considera la regione del futuro, ritiene che il libero scambio è il futuro non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello geostrategico. Nel 1929 Henry Ford disse al Presidente Hoover che il protezionismo è una stupidaggine economica. Xi Jinping lo ha compreso perfettamente. È tempo che l’Europa e gli Stati Uniti riscoprano il libero scambio se intendono rispondere con successo al capitalismo totalitario cinese». Ci voleva il “compagno” Xi Jinping per rianimare i tifosi del libero scambio!

«Ant è una società di fintech, cioè un’azienda tecnologica che offre servizi finanziari per il pagamento, il credito e gli investimenti. La sua quotazione in Borsa darebbe stato il più grande debutto di sempre. […] Ma meno di 48 ore prima del debutto, la borsa di Shangai ha annunciato a sorpresa che avrebbe ritirato la quotazione di Ant. Le regolamentazioni del settore sono cambiate improvvisamente, hanno detto i funzionari di borsa, e la quotazione deve essere rimandata. Poco dopo ha fatto lo stesso anche la borsa di Hong Kong. Il ritiro della quotazione di Ant è stato un fiasco per Jack Ma, l’uomo più ricco della Cina, che ha fondato l’azienda di ecommerce Alibaba e che ha creato e controlla Ant. È stato un fiasco anche per l’economia cinese, che in Ant aveva un campione nazionale: l’ascesa dell’azienda era considerata come un segnale di forza del settore finanziario, e le sue disgrazie sono state viste all’estero come un sintomo di immaturità del mercato. La ragione per cui la quotazione è stata ritirata con così poco anticipo è ancora incerta. C’è una ragione ufficiale: appena prima della quotazione, il governo cinese ha annunciato un cambiamento molto importante delle regole per gli operatori finanziari digitali. Secondo alcuni calcoli, per rispettare i nuovi criteri Ant dovrebbe aumentare il suo capitale di 20 miliardi di dollari.

Ma le motivazioni di questo cambiamento improvviso sono difficili da comprendere, perché gran parte delle decisioni di alto livello nella politica cinese è presa in maniera riservata e non è resa pubblica. Molti media  indicano un discorso tenuto da Jack Ma il 24 ottobre a Shanghai come una delle probabili cause: durante il discorso, tenuto durante un forum al quale partecipavano le più importanti personalità politiche ed economiche del paese, Jack Ma  ha criticato con parole durissime le regolamentazioni del settore finanziario, dicendo che le autorità hanno una “mentalità da banco dei pegni” che non consente l’innovazione. Questo discorso ha fatto molto arrabbiare le autorità cinesi ed è arrivato fino al presidente Xi Jinping. Secondo il Wall Street Journal, sarebbe stato lui in persona a ordinare l’apertura delle procedure che avrebbero portato, da lì a poco, al ritiro della quotazione. Ci sono però anche ragioni più profonde, che in questi giorni sono state raccontate da analisti ed esperti del settore.

[…] Alibaba fu fondata nel 1999 da jack Ma, allora un insegnare di inglese, e non deve essere confusa come “l’Amazon cinese”. Due dei suoi prodotti più importanti sono Taobao e Tmall, due piattaforme che rispettivamente consentono la compravendita tra privati e tra aziende e consumatori. Per facilitare queste transazioni, nel 2004 Jack Ma creò Alipay, un servizio per facilitare e garantire i pagamenti sulle sue piattaforme, simile per certi aspetti a PayPal. Il successo di Alipay fu così grosso che nel 2011 Jack Ma decise di separare Alipay da Alibaba, trasformandola in un’azienda indipendente. […] Porter Erisman, ex vicedirettore di Alibaba e autore di un libro sul tema, disse che secondo Jack Ma Alipay aveva le potenzialità per diventare “la banca più grande della Cina”. In vari discorsi pubblici Jack Ma ha detto che l’obiettivo di Alipay era quello di rivoluzionare il mercato finanziario cinese. Nel 2008 disse che gli istituti finanziari non erano in grado di sostenere l’imprenditoria perché le regole erano soffocanti: “Se le banche non cambiano, cambieremo noi le banche”. Alipay, che nel frattempo è diventata Ant c’è riuscita. L’azienda ha 700 milioni di utenti e nel tempo ha creato prodotti che sono stati capaci di cambiare in maniera radicale il mercato finanziario cinese. Nel 2013 presentò Yu’e Bao, un fondo di investimento monetario con caratteristiche mai viste prima: il limite era appena di 1 yuan (cioè 0,13 euro), i rendimenti garantiti erano belli alti e si potevano ritirare i propri soldi in qualsiasi momento, senza penali. Il tutto si poteva fare comodamente, tramite app sul telefono. Nel giro di un mese i cinesi avevano già investito in Yu’e Bao 1,6 miliardi di dollari, e nel marzo del 2018 era diventato il più grande fondo di investimento del mondo, con 267 miliardi di dollari di asset. Il fondo era così grande che a un certo punto le autorità cinesi temettero che potesse costituire un rischio per la tenuta dell’intera economia (se ci fossero stati problemi con Yu’e Bao, centinaia di milioni di piccoli risparmiatori sarebbero stati rovinati), e intervennero: Ant cambiò alcune regole in Yu’e Bao a aprì la sua piattaforma ad altri, riducendo la dimesione del fondo e di conseguenza il rischio.

Episodi come questo, in cui Ant spinge al limite l’innovazione nel sistema finanziario, fino a generare possibili rischi sistemici, sono una parte consistente dell’azienda.
Secondo i documenti depositati da Ant prima della sua mancata quotazione, l’azienda opera in quattro settori principali: il credito, che genera il 39 per cento delle entrate, i pagamenti (36 per cento delle entrate), gli investimenti (16 per cento) e le assicurazioni (8 per cento). Già da qui si può capire che Ant si comporta in gran parte come una banca. Il settore di gran lunga più redditizio, quello che negli ultimi anni ha generato poco più di metà della crescita di Ant, è il credito. […] Nel settore del credito Ant ha due prodotti principali: Huabei, un sistema di carte di credito virtuali, e Jiebei, un sistema di microprestiti. Huabei fornisce credito a un tasso di interesse annuale del 15 per cento, che è appena sotto la soglia dello strozzinaggio secondo la legge cinese. I due servizi, assieme, negli ultimi 12 mesi hanno erogato credito e prestito a 500 milioni di utenti: è più di un terzo della popolazione di tutta la Cina, e la metà di tutti gli utenti di internet cinesi.

Queste cifre enormi sono giustificate dal fatto che, quando si parla di sistemi di pagamento e di finanza, la Cina è passata direttamente dal contante al digitale, senza sviluppare un sistema diffusi di carte di credito e di debito. Per i cittadini cinesi, il modo più facile per ottenere credito o piccoli prestiti è passare da servizi digitali e facilmente accessibili tramite app come Huabei e Jiebei, non dalle banche. I servizi di credito di Ant hanno avuto così tanto successo che anche le altre grandi compagnie di internet sono entrate nel mercato, e ben presto Tencent, Baidu e JD, tra le altre, hanno presentato i loro sistemi di microprestiti. […]

Una situazione del genere è già abbastanza peculiare: sarebbe come se in Occidente Amazon, Google e facebook si mettessero a offrire prestiti alle famiglie, pubblicizzandoli anche in maniera piuttosto aggressiva. La media dei prestiti concessi da Ant è di 300 dollari: sembra poco, ma bisogna ricordare che la stragrande maggioranza della popolazione cinese vive in condizioni modeste. Fuori delle grandi città della costa 300 dollari sono più o meno le entrate medie di un mese, e questo significa che molti prestiti concessi da Ant hanno un certo grado di rischio. Questo ha fatto preoccupare le istituzioni finanziarie, anche perché negli scorsi anni in Cina ci sono statti scandali pesanti che hanno coinvolto operatori finanziari rapaci o inesperti che hanno rovinato molte persone con servizi di prestiti sconsiderati. Ant inoltre aveva un’altra ragione per preoccupare il governo: da tempo le autorità sostengono che l’azienda non abbia abbastanza capitale per rendere sicuri tutti i suoi prestiti. Ant infatti non concede i prestiti dalle sue casse, ma li esternalizza in gran parte alle banche: come ha scritto il Financial Times, con 450 milioni di dollari di capitale Ant eroga 45 miliardi di dollari di prestiti.

Considerando che Jack Ma è l’imprenditore più importante di tutta la Cina, e uno dei meglio collegati (come molti suoi colleghi, è membro del Partiti comunista), è probabile che, quando ha tenuto il suo discorso durissimo davanti alle istituzioni finanziarie cinesi il 24 ottobre, già sapesse che le autorità stavano preparando nuove regole molto onerose per le compagnie fintech. Il discorso attaccava ferocemente proprio le figure e gli enti che devono regolare ilmercato finanziario, che Jack Ma definisce obsoleti, incapaci di correre rischi e con una “mentalità da banco dei pegni”, come già detto. Attaccava particolarmente le regole che impongono che chi fa credito abbia riserve di capitale molto alte, esattamente quello che Ant non ha.

[…] Secondo il Financial Times, la quotazione dell’azienda non è stata abolita del tutto, ma soltanto rimandata. Ritarderà però almeno di sei mesi, e il suo valore di mercato potrebbe essere molto ridotto, perché le nuove regole potrebbero cambiare in maniera consistente il modello di business di Ant e le sue fonti di entrata. La vicenda dell’azienda è stata vista soprattutto in Cina come un intervento necessario, anche se tardivo, da parte del governo: alcune attività di Ant costituivano un rischio per il sistema finanziario e dovevano essere regolate. D’altro canto, soprattutto in Occidente, è stata vista come la prova dell’interventismo dannoso del governo cinese sulla libertà d’impresa».

CONTAMINAZIONI…

Quello che oggi vediamo saltare in diretta televisiva è solo l’anello più debole della catena sociale, e annuncia quello che potrebbe verificarsi tra qualche giorno o tra qualche settimana se la crisi sociale in corso dovesse acuirsi ulteriormente in termini economici, sanitari, psicologici, “esistenziali”, in una sola parola: sociali. In questi giorni si stanno facendo sentire i soggetti economici e sociali che vivono perlopiù di ristorazione, di servizi alla persona, di traffici più o meno legali (dal punto di vista dello Stato e dei governanti, s’intende), di lavori più o meno “neri” e “abusivi” (gli esperti parlano eufemisticamente di “economia informale”); ma si tratta solo dell’avanguardia della disperazione, della punta di un gigantesco iceberg che galleggia su un mare di preoccupazioni, di frustrazioni e  di bisogni insoddisfatti che forse preannuncia l’arrivo di una tempesta sociale d’altri tempi. Che poi sono esattamente i nostri tempi. Certo, forse; niente è certo in questi cupi tempi, salvo la vigenza di un dominio sociale che getta con cieca e ottusa determinazione gli individui nel tritacarne delle compatibilità economiche, con quel che necessariamente ne segue in ogni aspetto della nostra vita quotidiana.

In ogni caso, quello che è successo e sta succedendo in molte città italiane è già più che sufficiente per allarmare la classe dirigente di questo Paese – sindacati “responsabili” inclusi. «È stato un attacco eversivo», ha dichiarato ad esempio il democratico ed ex Ministro degli Interni Marco Minniti: «Quando dei gruppi organizzati assaltano proditoriamente le forze di polizia è già in sé drammatico. Se poi questo avviene in una fase di emergenza estrema c’è una sola parola per descrivere l’accaduto: eversione» (La Repubblica). Minniti forse non è un esempio probante, visto che il “simpatico” personaggio vede atti “eversivi” anche nei bambini che per gioco si rincorrono dentro un parco; non c’è dubbio però che le sue parole danno voce alle preoccupazioni che serpeggiano nella classe dirigente. Al suo compare di partito Graziano Delrio preoccupa invece, e più intelligentemente, «la rabbia degli uomini miti», cioè la massa dei cittadini non abituati a scendere in piazza ma che adesso potrebbero farlo loro malgrado perché spinti da una condizione sociale (non solo economica) non più sostenibile. In molti bravi cittadini cova anche una certa delusione: «Ma come, non eravamo il modello che tutto il mondo ci invidiava? Da mesi non si parla d’altro che di “seconda ondata”, e adesso che l’ondata è arrivata non abbiamo nemmeno i salvagenti per tenerci a galla? Che cosa ha fatto il governo in tutti questi mesi mentre parlava di “seconda ondata”?». Roberto Saviano dà voce alla frustrazione dei bravi cittadini (e quindi non sto parlando di me): «A Conte, il primo ministro che ha avuto forse più potere negli ultimi decenni, tutto quel che sta accadendo ha finito per dare una sorta di “intoccabilità”: tutti ci raccogliamo attorno al capo. Un capo che non ci sta proteggendo» (La Stampa). Al gregge manca dunque un buon pastore?

A proposito di gregge, Andrea Macciò ha scritto qualche giorno fa un interessante articolo sul «virus del vittimismo»: «Sentirsi vittime bisognose di protezione, eternamente infantilizzate, senza diventare mai adulti responsabili delle proprie scelte, porta a lasciarsi governare dalla paura e con la paura. La paura resta un metodo efficacissimo di governo. La paura di morire o essere intubati. Nulla è più irrazionale e prepolitico della paura di morire» (BlogLeoni). Non c’è dubbio. Ma, come si legge su alcuni cartelli portati nelle piazze italiane in questi giorni, non si muore solo di Coronavirus ma anche di estrema indigenza e di mancanza di prospettive. Massimo Cacciari, dall’alto della sua prospettiva filosofica, conferma: «Non esiste solo il coronavirus. Esistono decine di altre cause di morte, compresa la fame. Dunque, o ci sono gli aiuti o mi pare inevitabile che la rabbia esploda» (Libero Quotidiano). E se lo dice lui…

Come sempre accade in casi simili, i politici e i media nazionali denunciano i mestatori che approfittano del disagio sociale, «che è reale e che va rispettato e ascoltato» (bontà loro!), per destabilizzare l’ordine sociale e compromettere la coesione nazionale. «Camorristi, mafiosi e professionisti della ribellione, di destra e di sinistra, stanno cercando di cavalcare l’onda della paura e della disperazione per perseguire i loro criminali obiettivi». Camorristi, mafiosi, “ribelli” di varia tendenza politico-ideologica e “professionisti del caos” sono messi dunque nello stesso sacco criminale, tutti ugualmente additati all’opinione pubblica come il male da cui guardarsi. In ogni caso, «l’onda della paura e della disperazione» esiste, è un fatto oggettivo che si presta a diverse interpretazioni e a differenti (anche opposti, si spera) atteggiamenti politici.

La natura composita della stratificazione sociale di questa “opposizione dal basso” ai provvedimenti governativi, come la sua completa estraneità a una posizione radicalmente antagonista, credo non debbano consigliare l’anticapitalista “senza se e senza ma” a sottovalutarne quantomeno la natura sintomatica, cosa che certamente non fa la classe dirigente, per ovvi motivi. E non bisogna certo essere un Roberto Saviano (sempre lui!) per capire che nella prima manifestazione napoletana «c’era la disperazione del Sud che sta scoppiando», e che «è ovvio che nelle confuse manifestazioni di rabbia popolare finisca per entrare di tutto». Ma adesso il “virus della protesta” minaccia anche il Nord del Paese (vedi Milano e Torino), dove è più facile che si realizzi una saldatura tra la classe operaia “tradizionale” e la massa dei lavoratori precari impiegati perlopiù nei servizi. Tu chiamale se vuoi, contaminazioni…

Come ben sappiamo, molte cosiddette “partita iva” non sono che lavoratori sotto mentite spoglie dal punto di vista fiscale. C’è anche da dire che molti lavoratori “in nero” che prima arrotondavano il loro bilancio con il Reddito di Cittadinanza, a ottobre non percepiranno il sussidio (perché di questo si tratta: altro che “politiche attive del lavoro”!) e non sanno se la loro richiesta di rinnovarlo sarà accettata dall’INPS.

Per adesso i titolari delle attività economiche messe in ginocchio dagli ultimi provvedimenti governativi scendono in strada insieme ai loro dipendenti, molti dei quali peraltro lavorano “in nero”, ma non è detto che la situazione non possa cambiare, che questa solidarietà “interclassista” non possa spezzarsi o evolvere in qualche cosa d’altro, sempre posto che il movimento di lotta non abbia una vita effimera.

Il Presidente della Repubblica ci ricorda continuamente che «il nemico di tutti è il virus», e che quindi contro questo nemico tutti dobbiamo stringerci a coorte: ma tutti chi? In ogni caso io mi chiamo fuori dall’unità nazionale, come proletario, come anticapitalista e come individuo che subisce l’irrazionalità di una società che pure vanta il controllo teorico e pratico dell’atomo e la capacità di guardare negli occhi, per così dire, il Big Bang. Eppure questa stessa società trova, ad esempio, più conveniente investire in sofisticatissimi sistemi d’arma piuttosto che in forniture mediche, e così mentre gli Stati e le imprese finanziano guerre attuali e potenziali, gli ospedali non sono attrezzati per gestire una crisi sanitaria che solo a certe condizioni (le abbiamo sperimentate e continuiamo purtroppo a farlo) poteva diventare una catastrofe sociale. Ma sulla vera identità del nostro nemico rinvio ai miei precedenti post dedicati alla crisi sociale chiamata Pandemia.

LO SPETTRO DI MALTHUS. E QUELLO DI MARX

Il libro di Malthus On Population era un pamphlet
contro la Rivoluzione francese e le contemporanee
idee di riforma in Inghilterra. Era un’apologia della
miseria delle classi lavoratrici [1].

La teoria malthusiana della popolazione è il sistema
più feroce e barbaro che sia mai esistito, un sistema
della disperazione, che distrusse tutte le belle frasi
sull’amore del prossimo e sulla cittadinanza mondiale [2].

Noi, semplicemente, annulliamo la contraddizione
superandola. Si dilegua così l’opposizione fra la
sovrappopolazione qui e l’eccesso di ricchezza lì,
si dilegua il fatto prodigioso, più prodigioso di tutti
i prodigi di tutte le religioni messe insieme, che una
 nazione debba morire di fame a causa della ricchezza
e della sovrabbondanza; si dilegua la folle tesi che la
terra non abbia la capacità di nutrire gli uomini [3].

 

Lo spettro di Malthus è il titolo della personale di Marzia Migliora ospitata dal Museo MA*GA di Gallarate (Varese). «Lo Spettro di Malthus è l’ideale conclusione del ciclo di ricerca degli ultimi anni, che Marzia Migliora ha dedicato all’analisi sul rapporto tra produzione di cibo, merce e plusvalore del modello capitalista e allo sfruttamento delle risorse umane, animali e minerarie. Temi evocati fin dal titolo del progetto proposto in cui l’artista richiama la teoria enunciata da Thomas Malthus, economista e demografo inglese (1766-1834), che teorizzava, già a fine diciottesimo secolo, il problema dell’insostenibilità tra crescita demografica e produzione alimentare, indicando come conseguenze di monoculture e allevamenti industriali, possibili carestie e pandemie a livello globale. Lo spettro di Malthus chiama direttamente in causa la figura dello studioso inglese che nel 1798 pubblica Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società, precursore rispetto agli squilibri tra crescita demografica e produzione alimentare. “Le motivazioni – afferma il curatore della mostra Matteo Lucchetti – che hanno portato Marzia Migliora ad esplorare le contraddizioni insite nei modelli produttivi agricoli industrializzati, o le pratiche estrattive intensive del capitalismo neoliberale, sono ancorate alla convinzione che i paradigmi sui quali si basa l’esistenza del mondo industrializzato che conosciamo, siano alla radice delle emergenze, presenti e future, che il genere umano si sta progressivamente trovando ad affrontare”. “Con l’opera Lo Spettro di Malthus – continua Alessandro Castiglioni, conservatore del MA*GA – Marzia Migliora prosegue una ricerca pluriennale dedicata a lavoro, risorse naturali e ambiente, interrogando ciascuno di noi sulle responsabilità, individuali e collettive, relative all’uso e sfruttamento di risorse e forza lavoro”» (Arte.it). Per l’autrice qui menzionata «Lo spettro di Malthus apre una riflessione sul valore del denaro, in relazione al modello di vita proposto nella società dei consumi, alimentato dal costante desiderio di ricchezza come obiettivo per una vita felice» ( Versus, dicembre 2019).

Naturalmente non intendo dire nulla sul merito squisitamente artistico della mostra, anche perché non ne ho le “competenze specifiche” né ritengo che il mio giudizio estetico sulle opere di Marzia Migliora possa essere di un qualche interesse per chi legge queste righe. Qui intendo piuttosto svolgere una stringata riflessione sul merito concettuale che informa la mostra di cui si parla, la quale in realtà rappresenta per me un mero pretesto per dire la mia su una questione estremamente generale e, come si dice, di scottante attualità. Lungi da me insomma l’intenzione di polemizzare con l’autrice delle opere esposte nel Museo di Gallarate, e credo anzi di soddisfare le sue aspettative, visto che l’artista auspica l’apertura di una riflessione su temi e problemi che agitano la nostra scombussolata epoca.

Leggendo il titolo e la presentazione della personale di Marzia Migliora mi sono chiesto cosa spinge persone sensibili ai destini dell’uomo e del pianeta a cercare in Malthus conforto e ispirazione, e so che se dovessi trovare la risposta negli scritti del celebre curato inglese di certo fallirei l’impresa, perché tutto si può dire delle opere malthusiane, tranne che esse siano ispirate da idee di empatia e di solidarietà nei confronti degli uomini, soprattutto di quelli che vivono, ma forse sarebbe meglio scrivere sopravvivono, nei piani bassi dell’edificio sociale capitalistico. Come sia stato possibile trasformare Malthus in un campione dello spirito umanista e ambientalista per me resta un mistero. Probabilmente sulla buona opinione di cui Malthus gode soprattutto presso l’opinione progressista occidentale pesa anche il “bizzarro” giudizio che una volta John Maynard Keynes formulò sul curato inglese: «Se, al posto di Ricardo, fosse stato Malthus il padre che ha influenzato l’economia del XIX secolo! Il mondo ne sarebbe stato più ricco e accorto. [Malthus] ha radici profonde nella tradizione inglese della scienza umana […], tradizione segnata dall’amore della verità e una assai nobile lungimiranza, da un prosaico buon senso, libero da ogni sentimentalismo e ogni metafisica, da un immenso disinteresse e spirito civico» [4]. Già mi pare di sentire crasse risate provenire dall’oltretomba: si tratta dello spettro di Marx?

Certo, bisogna poi considerare la famosa – e per alcuni famigerata – teoria malthusiana della popolazione, la quale a dire il vero appariva vecchia e contraddetta dai fatti già ai tempi di Marx e di Engels, che difatti ebbero facile gioco nel randellare criticamente gli epigoni del maestro inglese, il quale a differenza degli scolari non mancava di una certa intuizione e di un certo acume, come peraltro non mancarono di riconoscere gli stessi autori del Manifesto del Partito Comunista [5]. Scriveva nel 1913 il demografo Leroy-Beaulieu: «Il pericolo al quale è esposta la civiltà moderna si trova in direzione del tutto opposta a quella in cui lo cercava Malthus. […] Le razze europee manterranno ancora a lungo una eccedenza degna di nota delle nascite rispetto ai decessi? Un secolo fa, al tempo di Malthus, tale questione non si sarebbe posta» [6]. Come altri demografi, economisti e politici del suo tempo, Leroy-Beaulieu denunciava i «pericoli economici e morali in presenza di una popolazione stazionaria e di una debole natalità», e concludeva: «Il mondo ha notevole bisogno di popolazione». Paesi come l’Italia e il Giappone oggi si trovano esattamente in questa condizione, e ormai da diversi anni si parla in Occidente di crisi demografica. Negli anni Venti del secolo scorso diversi scienziati sociali calcolarono che, al livello della tecnica e della scienza di quel periodo, la Terra avrebbe potuto occupare un numero massimo di abitanti che andava dai 6 agli 8 miliardi; allora la popolazione mondiale non superava 1,9 miliardi di anime. Oggi la popolazione mondiale si aggira intorno ai 7,4 miliardi, ed essa può disporre di un apparato tecnico-scientifico incomparabilmente più potente rispetto a quello che la società capitalistica poteva vantare un secolo fa [7].

«Secondo la Fao nel mondo si produce cibo per 12 miliardi di persone. La popolazione del pianeta è di 7 miliardi di individui e 842 milioni soffrono la fame» [8]. La progressione geometrica malthusiana fa acqua da tutte le parti, oggi più che al tempo in cui il noto ubriacone tedesco ne metteva in ridicolo, penetrandolo criticamente, il reazionario fondamento concettuale. Scrive il “futurologo” Gerd Leonhard: «La tecnologia rende le cose abbondanti perché con la buona tecnologia il prezzo cala drasticamente e la tecnologia esponenziale renderà le cose esponenzialmente abbondanti. I mezzi di comunicazione, l’informazione, i viaggi, i servizi finanziari, i servizi medici, il cibo, l’acqua, l’energia. In meno di 20 anni possiamo arrivare al punto in cui avremo energia, cibo e acqua abbondanti, mentre la maggior parte del lavoro sarà svolta da macchine o software; il che significa che “lavoreremo” solamente per poche ore al giorno, godendoci lo stesso tenore di vita e di reddito. Ciò significherà che il consumo e la crescita non potranno essere più considerati i principi che definiscono l’economia – si svilupperà una sorta di post-capitalismo. Il PIL come parametro sarà completamente sparito da allora – e forse troveremo un modo per perseguire più FIL (Felicità Interna Lorda)» [9]. Il concetto di FIL, peraltro oggi di gran moda presso i progressisti, ai miei occhi appare eccitante quanto lo è il pensiero di un sasso che mi cade dritto sulla testa; tuttavia la riflessione di Leonhard coglie una tendenza storica che apre all’umanità la possibilità di emanciparsi dall’indigenza, dal duro lavoro, dalla divisione classista e sociale del lavoro [10], e di vivere un’esistenza piena, felice e libera, realizzando finalmente quel concetto di «uomo in quanto uomo» che si trova nella produzione intellettuale e artistica dei grandi umanisti che si sono succeduti in oltre duemila anni di storia. Solo il Moloch chiamato Capitale rende impossibile la realizzazione della tendenza storica che sorride all’umanità, lasciandola così nella triste, precaria e disumana condizione che sappiamo.

«Sottrarre terra destinabile alla produzione alimentare, per ottenere invece bioetanolo e biodisel è eticamente irrazionale, soprattutto se vengono utilizzati terreni dell’Africa, un continente che ha bisogno di sfamare milioni di suoi abitanti. La produzione di biocarburanti è un metodo basato ancora su logiche colonialiste ed eurocentriche, che considerano l’Africa come uno spazio di conquista e di sfruttamento. A pagarne le conseguenze sono sempre i più poveri» [11]. Com’è noto, in questa competizione è il celeste imperialismo cinese che sta avendo la meglio. Ora, ancorché umanamente irrazionale, sul fondamento della società capitalistica la trasformazione del cibo in biocarburante mentre in molte parti del pianeta la gente continua a morire di fame è un fatto logico, del tutto razionale, che si spiega benissimo con la logica e con la razionalità del noto Moloch. Piuttosto i riflettori della critica andrebbero puntati ancora una volta sui rapporti sociali che rendono non solo possibile ma assolutamente necessario (per il Capitale) la trasformazione di tutto e di tutti in altrettante occasioni di profitto. Volere imporre al Capitale una razionalità, una logica e un’etica che non possono appartenergli, mi sembra uno sforzo di gran lunga più “utopistico” di quello che propone l’autentico anticapitalista, il quale almeno ha capito quale radice andrebbe estirpata per orientare la comunità nella giusta (umana) direzione.

Scriveva Henrik Grossmann alla vigilia della grande crisi del 1929: «È caratteristico dell’economia politica borghese odierna non il timore della sovrappopolazione, bensì al contrario quello della sottopopolazione […] Il mondo è già ripartito, la riserva umana disponibile è limitata. Qui il capitalismo trova per il suo sviluppo un limite che egli deve tentare in ogni modo di spezzare. Risiede qui dunque un motivo sempre presente di conflitti e di guerre per la fonte insufficiente di plusvalore» [12]. Bisogna infatti ricordare che nel capitalismo, ancor più che nei precedenti modi di produzione, il concetto di popolazione è strettamente correlato a quello di popolazione lavoratrice, la quale costituisce appunto la base del vitale (per il Capitale, beninteso) plusvalore. Scriveva Marx: «La massa del plusvalore può essere aumentata soltanto aumentando il numero degli operai, cioè aumentando la popolazione operaia.  L’aumento della popolazione costituisce, in questo caso, il limite matematico della produzione di plusvalore ad opera del capitale complessivo sociale» [13]. Come si vede Marx parlava di «limite matematico» non in astratto, ma riferendolo a un’economia basata sull’estrazione di plusvalore dal lavoro vivo, mettendolo in intima e inscindibile relazione con una peculiare società: quella capitalistica. Il capitale, osservava sempre Marx, cerca di superare sempre di nuovo quel limite (sociale, non fisico), o attraverso il prolungamento fisico della giornata lavorativa («produzione di plusvalore assoluto»), oppure accrescendo la produttività dei lavoratori a parità di giornata lavorativa o addirittura anche in presenza di una sua diminuzione («produzione di plusvalore relativo»), cosa che esso realizza grazie all’impiego di mezzi di produzione sempre più sofisticati e a un’organizzazione del lavoro sempre più razionale  – dal punto di vista degli interessi del Capitale, non certo dell’umanità genericamente considerata. Infatti, «Scienza e tecnica costituiscono una potenza dell’espansione del capitale» [14]. Su questi importanti aspetti della “problematica” rimando al PDF Sul potere sociale della scienza e della tecnica.

La crisi mondiale degli anni Trenta cambierà drammaticamente i termini del problema demografico nei Paesi capitalisticamente più avanzati del pianeta (soprattutto in relazione alla formazione di un gigantesco «esercito industriale di riserva»), che muterà ancora una volta nel Secondo dopoguerra, quando la fame di popolazione operaia tornerà a farsi risentire soprattutto in quanto problema attinente al processo di accumulazione capitalistica. Questo semplicemente per dire quanto sia sbagliato porre il problema demografico in astratto, senza cioè considerarlo alla luce delle tendenze economico-sociali di breve, di medio e di lungo termine registrabili nei diversi Paesi del mondo e nei suoi differenti Continenti.

Negli anni Settanta del secolo scorso, quando il boom economico era ormai diventato per i Paesi occidentali solo un bellissimo ricordo e la crisi petrolifera veniva a impattare su un capitalismo già in forte debito d’ossigeno (cioè di profitto), la figura di Malthus subì un processo di trasformazione (stavo per scrivere di beatificazione!) da parte di un gruppo di scienziati sociali (economisti, ecologisti, sociologi, demografi, statistici, ecc.) intenzionati a fare dell’autore del famoso Saggio sul principio di popolazione il teorico-profeta dei limiti dello sviluppo. L’allusione al celebre rapporto del 1972 (The Limits to Growth) fatto dal Massachusetts Institute of Technology per conto del Club di Roma è del tutto ricercato. «Lo studio del MIT, finanziato dalla Fondazione Volkswagen, ha come scopo di definire chiaramente i limiti fisici e le costrizioni relativi alla moltiplicazione del genere umano e alla sua attività materiale sul nostro pianeta. […] Sebbene si ponga ancora l’accento sui vantaggi dell’aumento di produzione e consumo, nei paesi più prosperi sta nascendo la sensazione che la vita stia perdendo in qualità, e vengono messe in discussione le basi di tutto il sistema» [15]. Ribadisco il concetto: a mio avviso parlare in astratto di «limiti fisici», di sovrappopolazione, di «attività umane» e, soprattutto di «sistema» non ha alcun senso storico-sociale, mentre ne ha uno politico-ideologico (il quale prescinde dalle intenzioni degli stessi autori  e sponsorizzatori del famoso Rapporto) ben preciso: celare dietro una fraseologia neomalthusiana le reali cause dello sfruttamento degli uomini e del pianeta, nonché dell’inquinamento e della distruzione degli ecosistemi. Ebbene queste cause sono a mio avviso riconducibili immediatamente, senza alcuna mediazione, al dominio capitalistico sul mondo, ai rapporti sociali di produzione/distribuzione che oggi dominano tutte le società di questo pianeta. Io infatti preferisco parlare di Società-Mondo, con le sue intrinseche contraddizioni tra aree più sviluppate e meno sviluppate, più dinamiche e meno dinamiche, più popolate e meno popolate, e così via. Il concetto di globalizzazione capitalistica è ancora troppo superficiale per esprimere adeguatamente l’intera essenza della realtà che ci sta dinanzi e che mi sforzo, non so con quali risultati, di esprimere.

Insomma, quando osserviamo e valutiamo le conseguenze dello sviluppo capitalistico (e non genericamente industriale o moderno) è appunto di sistema capitalistico che dobbiamo parlare, il quale dominava anche nelle società cosiddette di socialismo reale, che difatti erano società realmente capitalistiche: sto parlando in primo luogo dell’ex Unione Sovietica e della Cina maoista, la quale, pur attraverso contraddizioni e catastrofi economico-sociali di vario tipo (registrate nella mostruosa contabilità in termini di sofferenze e di morti), ha posto le basi per il decollo del gigante asiatico all’inizio degli anni Ottanta, con i risultati eccezionali che conosciamo. Se oggi per le persone è molto più facile immaginare e credere possibile la fine del mondo, magari a causa di una micidiale pandemia, che la fine del capitalismo, ebbene ciò si deve anche, se non soprattutto, alla più grande menzogna (altro che fake news! ) mai circolata in questo pianeta: l’esistenza di un “socialismo reale”. La critica dell’industrialismo e della modernità genericamente intesi, tipica del pensiero ecologista occidentale, dovrebbe misurarsi anche con la menzogna qui denunciata, se non vuole rimanere intrappolata nel riformismo di stampo capitalista che porta tanta acqua al mulino di chi ha interesse a “svecchiare” l’economia fondata sulla ricerca del profitto.

Il club di Roma si sforzò di attualizzare le teorie demografiche malthusiane elaborate in una fase dello sviluppo capitalistico che, come ho già detto, era molto vecchia già ai tempi di Marx e di Engels. Malthus ai suoi tempi fu una cosa seria, comunque lo si voglia giudicare sul piano ideologico e scientifico; dei suoi epigoni (soprattutto quelli tardi) non si può dire la stessa cosa. Come spesso accade, alla tragedia non segue qualcosa che possa reggerne il confronto, nemmeno alla lontana.

«I limiti dello sviluppo era un rapporto contro l’inquinamento ambientale americano dell’epoca, che vedeva nella cessazione della crescita globale e dello sviluppo economico l’unica soluzione possibile per evitare la catastrofe. Queste conclusioni vennero rifiutate dal Terzo Mondo: meglio risolvere il problema dell’inquinamento e dell’iperconsumo aggredendo il sistema produttivo dei paesi sviluppati – tramite vincoli o stimoli economici – che bloccare la crescita globale condannando i paesi poveri al sottosviluppo eterno» [16]. Mutatis mutandis, è la stessa posizione che Paesi come la Cina e l’India, e l’intero Continente africano, oggi difendono contro chi sostiene che il pianeta non può tollerare uno stile di vita di tipo occidentale nei Paesi a più forte “impatto demografico”: «Un solo pianeta non basterebbe!» Cinesi, indiani e africani rispondono che adesso è arrivato il loro turno, che gli occidentali predicano bene dopo aver razzolato malissimo per molto, troppo tempo, e che dietro il loro amore per il pianeta probabilmente si nasconde una nuova forma di razzismo. Rifiutare lo sviluppo economico basato sull’uso del carbone, del petrolio e dell’energia atomica sarebbe oggi un suicidio, e comunque la “transizione ecologica” deve tenere conto delle reali condizioni sociali dei Paesi a più alta densità demografica. Questo ribattono i Paesi un tempo definiti in via di sviluppo ai Paesi “ecologicamente più sensibili” – che pregustano le enormi possibilità di profitto offerte dalla cosiddetta “transizione ecologica”. In effetti, è difficile far comprendere alle popolazioni che per la prima volta nella loro storia possono avvicinarsi al tanto agognato “stile di vita occidentale” che «un aumento del consumo non rappresenta un aumento del benessere», mentre di certo rappresenta un’aggressione all’ecosistema. Dove sta la ragione? Ovvero, e più fondatamente, di che ragione si tratta?

Chiunque abbia letto il saggio di Malthus del 1798 sa bene come esso sia informato dall’inizio alla fine da un pensiero che era fortemente reazionario già ai suoi tempi. Come scrive Guido Maggioni nella sua introduzione del saggio malthusiano pubblicato dall’Einaudi, l’obiettivo dichiarato del Saggio non è il «principio di popolazione», ma la «confutazione delle ideologie del progresso, con particolare riguardo alle teorie di Condorcet e, soprattutto, di Godwin. […] L’obiettivo di Malthus è quello di fornire una base scientifica alla difesa dell’ordine costituito: la divisione in classi, la proprietà privata, il principio dell’interesse personale. La tesi non era nuova, ma ripresa da Malthus ebbe un immenso successo nella prima metà dell’Ottocento, alimentando un ampio dibattito. Il Saggio va dunque considerato come un pamphlet contro la rivoluzione e contro l’ideologia del progresso, come un episodio della polemica conservatrice che nella cultura inglese conosceva già il grande precedente delle Reflections on the Revolution in France di Edmund Burke» [17].

Pochi passi del famoso (o famigerato?) Saggio sono sufficienti a dare l’idea di che cosa stiamo parlando. Scriveva Malthus: «Attraverso i regni animale e vegetale, la natura ha sparso dappertutto i semi della vita con mano quanto mai prodiga e generosa. […] Ma la necessità, questa imperiosa legge di natura che tutto pervade, li limita entro confini prescritti. La razza delle piante e la razza degli animali si contraggono sotto questa grande legge restrittiva. E la razza umana non può sfuggirle, per quanti sforzi faccia. […] Questa naturale diseguaglianza dei due poteri, di popolazione e di produzione da parte della terra, e quella grande legge della nostra natura che costantemente deve mantenere in equilibrio i loro effetti, costituiscono la grande difficoltà, che a me pare insormontabile, sulla via che conduce alla perfettibilità della società.  […] Non vedo alcuna via per la quale l’uomo possa sfuggire al peso di questa legge che pervade tutta la natura animata. Nessuna sognata forma di eguaglianza, nessuna legge agraria spinta al massimo grado, potrebbe rimuoverne la pressione anche per un solo secolo. Ed essa appare dunque decisiva per negare la possibile esistenza di una società nella quale tutti i suoi membri possano vivere con agio, felicità e relativo ozio e riposo, e non sentire l’ansia di procurare mezzi di sussistenza per sé e per le proprie famiglie. Di conseguenza, se le premesse sono giuste, l’argomentazione è decisiva per negare la perfettibilità della massa dell’umanità» [18]. In saggio scritto nel 1830, Malthus ribadiva il concetto: «Per quanto l’uomo si innalzi sopra tutti gli altri animali per le sue facoltà intellettive, non bisogna pensare che le leggi fisiche cui egli è soggetto debbano essere radicalmente diverse da quelle che si osservano prevalere nelle altre parti della natura animata» [19]. Qui abbiamo un esempio di volgarissimo materialismo borghese, che peraltro piacque molto a Darwin, il quale, com’è noto, ne trasse l’ispirazione per la sua «lotta per l’esistenza» [20].

Come si vede Malthus non nega la cattiva utopia della società perfetta; non polemizza con le ricette buone «per l’osteria dell’avvenire» (Marx): egli nega la stessa possibilità di un reale miglioramento nelle condizioni della comunità umana, nega non l’ingenua idea di perfezione ma la perfettibilità «della massa dell’umanità», massa destinata necessariamente a subire le conseguenze della Legge della Necessità. Per Malthus solo pochi eletti possono aspirare a un’esistenza materialmente e intellettualmente ricca e felice. Ma chi è stato il soggetto che ha istituito la maligna legge di natura che condanna gran parte degli uomini a una vita di duro lavoro e di miseria? Il «Creatore Supremo» in persona! Possibile? Secondo Malthus pare di sì. E perché lo avrebbe fatto? «Per destare l’uomo all’azione e rendere la sua mente atta a ragionare. Per fornire all’uomo tali incessanti eccitamenti all’azione e per spingerlo a secondare i benigni disegni della Provvidenza con la piena coltivazione della terra, è stato stabilito che la popolazione debba aumentare assai più rapidamente degli alimenti. […] Ritornando al principio di popolazione e considerando l’uomo quale realmente è, e cioè un essere inerte, torpido e alieno dalla fatica se non quando vi è costretto dalla necessità (ed è certo il massimo della follia considerare l’uomo come se fosse quell’essere ideale che immaginiamo nelle nostre ingenue fantasie), potremo affermare con sicurezza che il mondo non si sarebbe popolato se il potere di popolazione non fosse superiore ai mezzi di sussistenza» [21].

Rimane sempre da spiegare perché mai il «Creatore Supremo» abbia optato, nella sua infinita potenza e bontà, per «un essere inerte, torpido e alieno dalla fatica se non quando vi è costretto dalla necessità», e non si sia invece deciso per un essere attivo, intellettualmente vivace e pronto ad assumersi tutte le responsabilità che conseguono dal desiderare una vita prospera e felice, né mi sembra particolarmente convincente quanto sostenne Malthus a proposito della condizione dell’uomo come un perenne stato di prova che arreca felicità a chi supera le difficoltà poste all’umanità dal «Creatore benevolente», cosicché «La legge della popolazione corrisponde perfettamente a tali esigenze» [22]. Ma qui conviene non addentrarsi in difficili “problematiche” teologiche. Probabilmente il “giovane Engels” colse nel segno quando scrisse: «La teoria malthusiana non è che l’espressione economica del dogma religioso della contraddizione tra spirito e natura e della conseguente corruzione di entrambe» [23]. Amen!

Estendere deterministicamente e meccanicamente ciò che accade nel “regno animale” al “mondo umano”, come fece Malthus, è del tutto errato già in linea di principio, perché tale operazione concettuale non tiene in alcun conto ciò che sostanzia la fondamentale differenza tra il primo e il secondo: il “regno animale” è assoggettato dal principio alla fine alle ferree e incoercibili leggi della natura; il “mondo umano”, che ovviamente comprende la natura come una sua parte costitutiva fondamentale, è in larghissima parte opera delle attività umane e risponde essenzialmente alle leggi della società, non alle leggi della natura, le quali in questo mondo architettato e costruito dall’uomo non sono ovviamente sospese o annullate, ma anch’esse socialmente mediate.

Ecco come nei Manoscritti del 1844 Marx traccia la linea di demarcazione tra l’uomo, in quanto prodotto storico-sociale, e l’animale, in quanto mero prodotto naturale: «La libera attività cosciente è il carattere specifico dell’uomo. […] L’animale è immediatamente una cosa sola con la sua attività vitale. Non si distingue da essa. È quella stessa. L’uomo fa della sua attività vitale l’oggetto della sua volontà e della sua coscienza. Ha un’attività vitale cosciente. Non c’è una determinazione in cui immediatamente l’uomo si confonda. L’attività vitale cosciente distingue l’uomo immediatamente dall’attività vitale animale. Proprio soltanto per questo egli è un essere appartenente alla specie. O è un essere cosciente, cioè la sua propria vita è un oggetto per lui, proprio perché egli è un essere appartenente alla specie. […] La fabbricazione pratica d’un mondo oggettivo, la lavorazione della natura inorganica è la conferma dell’uomo come un essere cosciente appartenente alla specie» [24].  Nel concetto marxiano di ”specie” è dunque immanente l’unità “dialettica e organica” di storia e natura. Peculiare è dunque nell’uomo il bisogno di padroneggiare con la testa e con le mani ciò che gli sta dinanzi, lo sforzo cioè di non subire passivamente il mondo ma anzi di trasformarlo a proprio vantaggio. L’uomo incontra immediatamente il mondo non solo attraverso i sensi, ma anche attraverso la coscienza, qualunque grado di maturità e complessità essa abbia conseguito nelle diverse epoche storiche. Sotto questo aspetto è corretto dire che anche i sensi e l’istinto sono, nell’uomo, socialmente mediati. Il bisogno di padroneggiare il mondo a certe condizioni può diventare una volontà di sopraffazione e di sfruttamento. Le società classiste rappresentano l’esempio più vistoso e doloroso di un tale esito disumano.

Considerato che l’uomo non può essere nemmeno concepito fuori dalla dimensione sociale e dal suo vitale rapporto con la natura, «perché l’uomo è una parte della natura» (Marx), tutta la questione “antropologica” si risolve nella domanda che segue: i rapporti sociali che informano la vita della comunità sono tali da promuovere e favorire un’esistenza umana oppure no? Come già si è capito, io penso che la società capitalistica non solo non promuove né favorisce una tale esistenza, ma la nega sempre di nuovo, necessariamente.

«Se il lettore dovesse ricordarmi il Malthus, il cui saggio Essay on Population uscì nel 1798, io gli ricorderò che questo scritto non è che plagio superficiale da scolaretto, declamato in maniera pretesca, di scritti di De Poe, Sir James Steuart, Townsend, Franklin, Wallace ecc., e non contiene nemmeno una proposizione originale. Il grande scalpore destato da quest’opuscolo fu dovuto unicamente a interessi di partito. La rivoluzione francese aveva trovato nel regno britannico degli appassionati difensori; il “principio della popolazione”, elaborato lentamente nel secolo XVIII, annunciato poi a suon di tromba contro le dottrine del Condorcet e di altri, fu salutato entusiasticamente dall’oligarchia inglese come il grande sterminatore di tutte le voglie di progresso umano» [25]. «Chi potrebbe credere, a prima vista, che i Principles of Political Economy di Malthus non siano che la traduzione malthusiana dei Nouveaux Principes de l’économie politique di Sismondi? Eppure è così. L’opera di Sismondi apparve nel 1819. Un anno più tardi ne apparve, ad opera di Malthus, la caricatura inglese. Se Malthus combatteva in Ricardo la tendenza della produzione capitalistica, la quale è rivoluzionaria contro l’antica società, da Sismondi, con infallibile istinto pretesco, attinse soltanto ciò che era reazionario contro la produzione capitalistica, contro la moderna società borghese. […] Malthus non ha interesse a celare le contraddizioni della produzione borghese; al contrario, ha tutto l’interesse a metterle in evidenza, da un lato per dimostrare che la miseria delle classi lavoratrici è necessaria, dall’altro per dimostrare ai capitalisti che, affinché essi abbiano un’adeguata domanda, è indispensabile un clero ecclesiastico e statale ben ingrassato» [26]. Qui Marx fa riferimento alla teoria malthusiana del valore, la quale postulava l’assoluta necessità di una «terza classe di consumatori improduttivi» (a cominciare dai proprietari fondiari) dediti esclusivamente a realizzare il valore contenuto nelle merci, una consistente parte delle quali rimarrebbe invenduta, sempre secondo Malthus, alla luce della necessaria miseria dei lavoratori e della virtuosa frugalità dei capitalisti. «Ma questi rentiers fondiari non bastano a creare una “domanda sufficiente”. Bisogna ricorrere a mezzi artificiali. Questi consistono di forti imposte, in una massa di sinecure statali ed ecclesiastiche, in grandi eserciti, pensionati, decime per i preti, in un considerevole debito pubblico e, di tanto in tanto, in guerre dispendiose. Questi sono i “rimedi”» [27]. Una larga base di parassitismo sociale foraggiato dalle classi produttive della società borghese: questa era la reazionaria “utopia” malthusiana – la quale affascinò non poco Keynes, ossessionato dalle pericolose fluttuazioni della domanda in grado di pagare – la sola che può vantare giusti diritti nella società capitalistica. In quella base parassitaria Malthus includeva in primo luogo tutti i ceti sociali e intellettuali che avevano prosperato nella società che la rivoluzione capitalistica stava spazzando via proprio a partire dall’Inghilterra, avanguardia di quella rivoluzione.

Contro il reazionario Malthus il rivoluzionario Marx non mobilitò il pensiero progressista della borghesia illuminata del XVIII secolo e degli inizi del secolo successivo, bensì la concezione comunista che individuava nella stessa società capitalistica le condizioni oggettive dell’emancipazione dell’umanità attraverso l’emancipazione dei senza riserve, dei proletari, di chi per vivere è costretto a fare della propria esistenza (e non solo del proprio lavoro) una merce. La «ruota della storia» non andava fatta girare all’indietro, sempre ammesso che ciò fosse stato – e sia – possibile, ossia verso la precedente fase dello sviluppo capitalistico, come teorizzava il «socialismo piccolo-borghese», o addirittura in direzione delle epoche precapitalistiche, ma in avanti, verso un futuro di autentica libertà e di generale prosperità, una prospettiva che la rivoluzione capitalistica iniziata in Europa nel XVI secolo aveva finalmente reso oggettivamente possibile: l’utopia della Comunità Umana era passata dal sogno degli umanisti alla prassi dei rivoluzionari.

Oggi uno dei massimi esponenti dell’”anticapitalismo” ultrareazionario è Papa Francesco, che difatti è, al contempo, il più autorevole punto di riferimento del sinistrismo mondiale e la personalità più disprezzata dai liberali/liberisti di casa nostra, i quali lo accusano, a giorni alterni, di essere un “comunista” (sic!) o un “populista peronista”. Secondo il direttore del Foglio Claudio Cerasa, irritato dallo spirito “antiglobal” e “antimodernista” di cui sarebbe impregnata l’ultima Enciclica Francescana, «È il capitalismo inviso al Papa che ci renderà fratelli e ci salverà dal virus»: misteri della fede capitalistica! Quanto al denunciato «anticapitalismo» dell’attuale Papa, icona del progressismo mondiale (forse in attesa del successore del “negazionista” Trump), occorre stendere un velo pietoso sulla mediocrità del pensiero liberista/liberale e bestemmiare contro il nichilismo dei nostri oscuri tempi che fa della verità una barzelletta – che peraltro non fa ridere.

Chi vede in Marx un’apologeta dell’idea ottocentesca di progresso, mostra a mio avviso di non aver letto, non dico capito, la critica marxiana dell’economia politica. È ovvio, ad esempio, che il comunista del XXI secolo non può parlare dell’uso capitalistico delle macchine negli stessi termini in cui ne parlava Marx quando scrisse Il Capitale, cioè in un’epoca in cui solo una parte del mondo era stato assoggettato dai moderni rapporti sociali capitalistici: oggi è più facile ed attuale pensare che non si tratta più solo e semplicemente di un uso capitalistico della tecnologia già esistente, ma di una tecnologia adeguata ad una comunità autenticamente umana. Il processo di umanizzazione di una comunità che si fosse emancipata dalla divisione classista degli individui non potrebbe non toccare fin nell’essenza anche la prassi tecnoscientifica. Ma il nucleo fondamentale del problema messo a tema da Marx rimane a mio avviso intatto e addirittura più attuale che mai: occorre mettere l’uomo nelle condizioni di vivere secondo il principio della completa soddisfazione dei suoi molteplici bisogni: «Ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni!» [28]. Ovviamente per costruire le premesse di una comunità umana che sia tale non solo nominalmente, occorre superare il rapporto sociale capitalistico con ciò che esso presuppone e pone sempre di nuovo, a cominciare dal «sistema del lavoro salariato [che] è un sistema di schiavitù e di una schiavitù che diventa sempre più intollerabile nella misura in cui si sviluppano le forze produttive sociali del lavoro, tanto se l’operaio riceve paghe migliori, tanto se ne riceve di peggiori» [29].  Quando «la Costituzione più bella del mondo» recita nel suo articolo di apertura che «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (salariato), essa confessa apertamene al mondo la natura capitalistica della società italiana – natura che rende necessaria anche la formazione di un «esercito industriale di riserva» più o meno numeroso: la disoccupazione conferma, non contraddice, la «Costituzione più bella del mondo».

Il concetto marxiano di miseria crescente, trivialmente presentato dai suoi critici come legge assoluta del pauperismo, chiama in causa la relazione che insiste nella società capitalistica tra crescente produttività del lavoro umano e retribuzione dei lavoratori, la cui miseria sociale cresce necessariamente proprio in rapporto alla crescente produttività del lavoro, resa possibile dall’introduzione nel processo lavorativo della potenza tecno-scientifica. Malthus assolutizzava e naturalizzava un fenomeno (la forbice tra popolazione e cibo) che ha un fondamento reale e concettuale solo a certe condizioni storico-sociali; il capitalismo ha messo in crisi proprio questo fondamento, spostando il problema dalla mera demografia nella sua immediata relazione con la nuda natura, all’organizzazione sociale considerata nella sua totalità – e nella sua dimensione planetaria. Si muore di fame, ci si immiserisce in termini relativi (ma spesso anche assoluti: vedi oggi!), si diventa obesi oppure anoressici non a causa di una drammatica sproporzione tra il numero delle bocche da sfamare e la quantità di generi alimentari che l’uomo e la natura sono in grado di mettere a disposizione della società, ma a motivo di un’irrazionalità sistemica (“strutturale”) che si spiega in primo luogo con i rapporti sociali di produzione vigenti nel capitalismo.

Negli anni Trenta del secolo scorso gli Stati Uniti, divenuta prima potenza capitalistica del pianeta nel corso della Prima carneficina mondiale, “vantavano” un esercito di disoccupati di oltre 13 milioni, e i lavoratori percepivano un salario inferiore a quello ritenuto per legge il “minimo vitale”, fissato a un valore annuo di 2000 dollari. I prezzi agricoli precipitarono a circa la metà del loro livello del periodo bellico; per ripristinare prezzi di mercato remunerativi il governo “progressista” di allora finanziò la distruzione di interi campi di cotone, di vigneti, di aranceti. «La devastazione di dieci milioni di acri di cotone fruttò agli agricoltori compensi per oltre 100 milioni di dollari» [30]. Sotto la pressione della potente corporazione dei dirigenti agricoli, preoccupata di ricostituire i prezzi della carne macellata, il segretario all’agricoltura Henry Agard Wallace organizzò anche l’abbattimento di 6 milioni di porcellini e di duecentomila scrofe in procinto di partorire. Il grano già raccolto venne stipato nei silos in attesa di tempi (leggi: prezzi) migliori. La gente moriva letteralmente di fame non perché si era prodotto troppo poco, ma viceversa perché la macchina capitalistica aveva prodotto troppo in relazione alle leggi che ne regolano il funzionamento. Com’è noto, queste leggi hanno a che fare con l’imperativo categorico dell’investimento capitalistico: generare profitti! Nella nostra società non si produce, immediatamente ed esclusivamente, per soddisfare i bisogni umani, ma fondamentalmente per soddisfare i bisogni del Capitale, un Moloch sociale che di fatto fa dei bisogni umani un mero pretesto per ingoiare profitti: per dirla sempre marxianamente, il valore di scambio domina sul valore d’uso, il lavoro morto (macchine, materie prime, ecc.) domina su quello vivo. Nel capitalismo non si produce e consuma troppo o troppo poco in termini assoluti, o in rapporto ai bisogni umani, ma sempre e necessariamente in rapporto alle esigenze dell’accumulazione capitalistica.

«Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in ogni altra epoca sarebbe apparsa un controsenso: l’epidemia della sovrapproduzione. La società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio» [31]. Un mostruoso paradosso che da solo basta a ridicolizzare lo spettro di Malthus, il quale non ha mai fatto paura a nessuno, salvo che ai malthusiani, i quali peraltro hanno gravemente travisato l’intenzione politico-filosofica dell’«innato plagiario» di Wotton.

A proposito dell’«epidemia sociale» evocata dallo spettro di Treviri, riflettendo su questi epidemici mesi mi viene in mente un altro passo del Manifesto: «La borghesia è incapace di assicurare al suo schiavo l’esistenza persino nei limiti della sua schiavitù, perché è costretta a lasciarlo cadere in condizioni tali, da doverlo poi nutrire anziché esserne nutrita. La società non può più vivere sotto il suo dominio» [32]. Marx ed Engels non hanno aspettato la distruzione umana ed ambientale che sperimentiamo oggi per dichiarare la radicale incompatibilità tra il dominio capitalistico  e l’uomo e la natura.

Concludendo! Si fa per dire. La demografia e il problema della produzione delle condizioni materiali di esistenza degli individui non vanno considerati in astratto, in relazione alla natura o a un contesto umano storicamente indeterminato e socialmente non caratterizzato; essi acquistano un reale significato concettuale e reale solo in intima relazione con una peculiare comunità umana, con una concreta dinamica sociale, con una specifica prassi sociale. In particolare, la cosiddetta «legge naturale della popolazione» non ha nulla di naturale e si spiega solo a partire dalla prassi sociale informata da peculiari rapporti sociali di produzione/distribuzione. Il primo recensore russo del Capitale così scriveva sul Viestnik Evropy del maggio 1872: «Marx nega che la legge della popolazione sia la stessa in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Afferma anzi che ogni grado di sviluppo ha una sua propria legge della popolazione». Marx dice di condividere in pieno questa considerazione e, più in generale, la «esatta e benevola» esposizione del suo metodo fatta «dall’egregio autore» [33].

Parlare in un contesto capitalistico di divario tra crescita aritmetica dei generi alimentari e crescita geometrica della popolazione non ha alcun senso: come abbiamo visto, già oggi i mezzi di produzione astrattamente considerati potrebbero sfamare, vestire, alloggiare e curare tutta la popolazione esistente su questo pianeta; è l’uso capitalistico dei mezzi di produzione e della tecnoscienza (che è anch’essa un formidabile mezzo di produzione) che crea abbondanza in un luogo e miseria in un altro luogo. Non solo, ma una comunità umana che fosse orientata esclusivamente alla soddisfazione dei molteplici bisogni umani col tempo troverebbe il giusto (umano) equilibrio demografico, oltre che ecologico – peraltro due lati della stessa medaglia.

Il problema della sovrappopolazione come la conosce l’epoca moderna (borghese) in Africa e in Asia nasce soprattutto a causa della rottura in quei continenti dei vecchi equilibri tra pressione demografica e capacità produttiva delle comunità locali, ossia quando le merci a basso costo prodotte nei Paesi capitalisticamente avanzati incominciarono a riversarsi in quelle comunità diventando accessibili anche ai più poveri. A questo punto si ruppe il legame tra demografia e produzione locale, e si ebbe una continua crescita della popolazione su una base economica rimasta inalterata o addirittura ridimensionata, proprio a causa del rapporto sociale capitalistico che dall’esterno e dall’interno indeboliva le vecchie strutture sociali. A quel punto il problema demografico in Africa e in Asia diventò un problema di sviluppo (o sottosviluppo) capitalistico, di divisione internazionale del lavoro, di sfruttamento capitalistico di alcuni Paesi da parte di altri paesi.

Chi afferma che Paesi come la Cina e l’India, per non parlare dell’intero Continente Africano, dovrebbero moderare il loro sviluppo demografico ed economico, perché le attività umane hanno già raggiunto e superato i limiti della sostenibilità ecologica del nostro Pianeta, non sa letteralmente di cosa parla, e quindi confeziona pseudo soluzioni che hanno successo solo nella convegnistica e nel dibattito politico, ormai dominato dall’ecologicamente corretto: economia green, green deal, economia circolare, sostenibilità ambientale, eccetera, eccetera, eccetera. «Ho avuto delle volte l’impressione che molti avevano voglia di incontrarmi solo per fare una foto. Però è vero, a volte le cose sembrano poco reali, sembra molto una messa in scena» [34]. Beata ingenuità!

Come ho cercato di mettere in luce in questo scritto, il problema non è la demografia della Cina, dell’India e del Continente Africano, né il loro “modello di sviluppo” astrattamente considerato: il problema è la società capitalistica mondiale, il problema è un modo di produrre e distribuire la ricchezza sociale che per sopravvivere deve sfruttare e saccheggiare uomini e natura. Nel capitalismo tutto è relativo, eccetto che la legge del profitto.

 

[1] K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, p. 64, Einaudi, 1958.
[2] F. Engels, Lineamenti di una critica dell’economia politica, Marx-Engels Opere, III, p. 456, Editori Riuniti, 1972.
[3] Ivi, p. 476.
[4] J. M. Keynes, Essays in Biography, pp. 120-144, MacMillan and co., 1933.
[5] «In generale non bisogna dimenticare che tanto i Principles, quanto gli altri due scritti di Malthus [Definition in Political Economy del 1820 e The Measure of value stated del 1823], devono la loro origine all’invidia per il successo dell’opera ricardiana e al tentativo di riacquistare quel primato a cui Malthus era fraudolentemente assurto grazie alla sua abilità di plagiario, prima che apparisse l’opera di Ricardo. […] Il merito vero e proprio di questi tre scritti di Malthus è quello di aver posto l’accento principale sullo scambio ineguale fra capitale e lavoro salariato, mentre Ricardo non spiega come dallo scambio delle merci secondo la legge del valore – secondo il tempo di lavoro in esse contenuto – abbia origine lo scambio ineguale fra capitale e lavoro vivo. […] L’aver messo in evidenza questo punto, che in Ricardo non resta ben chiarito, […] è l’unico merito di Malthus negli scritti citati sopra. Ma questo merito è annullato dal fatto che egli confonde la valorizzazione del denaro o della merce come capitale, e quindi il loro valore nella specifica funzione di capitale, con il valore della merce in quanto tale; e perciò nello svolgimento ricade, come vedremo, nelle grossolane rappresentazioni del sistema monetario – del profitto che deriva dall’alienazione» (K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, pp. 14-16).
[6] Cit. tratta da H. Grossman, Il crollo del capitalismo, 1928, pp. 356-357, Jaca Book, 1971.
[7] «Dai dati analizzati dalle Nazioni Unite sappiamo da una stima che fino al 1700 il tasso di crescita della popolazione mondiale è stato molto lento: la statistica aggiornata dice solo lo 0.04% annuale. Certo, i popoli passati avevano più fertilità, ma la mortalità infantile bilanciava questa tendenza: era la prima fase della transizione demografica. La popolazione attuale mondiale è soggetta ad altre dinamiche. Il tasso di crescita annuale della popolazione ha raggiunto il picco nel 1968. Da allora è rallentato, ed oggi si attesta sull’1% annuo. Il mondo sperimenta la fine di un grosso ciclo di espansione. Il grafico sul tasso di crescita della popolazione mondiale mostra anche come l’ONU valuta questo processo nel prossimo futuro. Con il continuo calo della crescita demografica la popolazione mondiale attuale cresce più lentamente, e la curva della popolazione sta diventando sempre meno ripida. Entro il 2100 il tasso di crescita sarà dello 0.1%, la popolazione starà per fermare del tutto una corsa incredibile, dopo essere decuplicata in appena 250 anni» (Futuro prossimo, agosto 2020).
[8] S. Sileoni, Istituto Bruno Leoni, 19 giugno 2015.
[9] G. Leonhard: Tecnologia vs Umanità. Lo scontro prossimo futuro, Egea, 2019.
[10] «Laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico» (K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, p. 33, Editori Riuniti, 1972). Né cacciatori, né pescatori, né pastori, né critici: semplicemente uomini. Uomini e donne, si capisce!
[11] Corsa alle terre africane, Società Missioni Africane, 2015.
[12] H. Grossman, Il crollo del capitalismo, p. 358.
[13] K. Marx, Il Capitale, I, pp. 354-346, Editori Riuniti, 1980.
[14] Ivi, p. 662.
[15] AA. VV., I limiti dello sviluppo, p. 21, EST Mondadori, 1972.
[16] F. Zuliani, I limiti dello sviluppo: un’analisi del rapporto al Club di Roma, Futurimagazine.
[17] G. Maggioni, Introduzione al Saggio sul principio di popolazione, p. XII, Einaudi, 1977.
[18] T. R. Malthus, Saggio sul principio di popolazione, pp. 14-15.
[19] T. R. Malthus, Esame sommario del principio di popolazione, in Saggio…, p. 195. Secondo Malthus «le «leggi fisiche» prevedono le carestie, le pestilenze, le guerre e altre sciagure naturali e sociali (le occupazioni malsane, i lavori faticosi, la scarsa alimentazione, lo scarso abbigliamento, l’infanticidio, ecc.) come «freni positivi [o preventivi] alla popolazione» (p. 225).
[20] «Quindi, siccome nascono più individui di quanti ne possano sopravvivere, in ogni caso vi deve essere una lotta per l’esistenza, sia tra gli individui della stessa specie sia tra quelli di specie differenti, oppure con le condizioni materiali di vita. e questa la dottrina di Malthus in un’energica e molteplice applicazione estesa all’intero regno animale e vegetale». Tuttavia Darwin aggiungeva subito dopo che nel regno animale, a differenza di quello umano, «non vi può essere né un incremento artificiale della quantità di alimenti, né un’astensione a scopo prudenziale dal matrimonio» (C. Darwin, L’origine della specie per selezione naturale, 1859, p. 236, Newton, 1994). Scriveva a questo proposito Marx a Engels: «Mi diverto con Darwin, al quale ho dato di nuovo un’occhiata, quando dice d’applicare la “teoria del Malthus” anche alle piante e agli animali, come se il succo del signor Malthus non consistesse proprio nel fatto che essa non viene applicata alle piante e agli animali, ma invece – con geometrica progressione – soltanto agli uomini, in contrasto con le piante e gli animali. È notevole il fatto che, nelle bestie e nelle piante, Darwin riconosce la sua società inglese con la sua divisione del lavoro, la concorrenza, l’apertura di nuovi mercati, “le invenzioni” e la malthusiana “lotta per l’esistenza”. È il bellum omnium contra omnes di Hobbes, e fa ricordare Hegel nella Fenomenologia, dove raffigura la società borghese quale “regno animale dello spirito”, mentre in Darwin il regno animale è raffigurato quale società borghese» (Lettera di Marx a Engels del 18 giugno 1862, in Marx-Engels, Opere, XLI, p. 279, Laterza, 1973).
[21] T. R. Malthus, Esame sommario del principio di popolazione, pp. 173-175.
[22] Ivi, p. 251.
[23] F. Engels, Lineamenti di una critica dell’economia politica, p. 476. Per il “giovane Engels” la teoria malthusiana ebbe quantomeno il merito di spazzare via tutte le illusioni progressiste e filantropiche sorte sul fondamento della società borghese, e di costringere il pensiero «a volgere l’attenzione alla forza produttiva della terra e dell’umanità e, dopo il superamento di questa disperazione economica siamo stati liberati una volta per tutte dal timore della sovrappopolazione. […] grazie a questa teoria abbiamo imparato a conoscere la massima degradazione dell’umanità e la sua dipendenza dal rapporto della concorrenza; essa ci ha mostrato come, in ultima istanza, la proprietà privata abbai fatto dell’uomo una merce, la cui produzione e il cui annientamento dipende anche ed esclusivamente dalla domanda, come il sistema della concorrenza abbia così sterminato e stermini ogni giorno milioni di uomini; tutto ciò abbiamo visto, e tutto ciò ci spinge alla soppressione di questa degradazione dell’umanità attraverso la soppressione della proprietà privata, della concorrenza e degli interessi contrapposti» (p. 477). In una sola parola: del capitalismo – tout court, sans phrase, senza alcun’altra inutile e fuorviante aggettivazione: neoliberista, selvaggio, turbo, speculativo, eccetera, eccetera, eccetera.
[24] K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, pp. 78-79, Feltrinelli, 2018.
[25] K. Marx, Il Capitale, I, p. 675.
[26] K. Marx, Storia delle teorie economiche, III, pp. 56-61, Einaudi, 1958.
[27] Ivi, p. 54.
[28] K Marx, Critica del programma di Gotha, 1875, p. 43, Savelli, 1975.
[29] Ivi, p. 49.
[30]  W. E. Leuchtenburg, Roosevelt e il New Deal.1932-1940, Laterza, 1976.
[31] K. Marx, F. Engels, Il Manifesto del partito comunista, in Marx-Engels Opere, VI, pp. 491-492, Editori Riuniti, 1973. «Con quale mezzo riesce la borghesia a superare le crisi? Per un verso distruggendo forzatamente una grande quantità di forze produttive; per altro verso, conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente i mercati già esistenti» (p. 492). Come si vede, già nel 1848 Marx ed Engels individuarono il meccanismo che sta alla base del moderno imperialismo e della cosiddetta globalizzazione: «Il bisogno di sbocchi sempre più estesi spinge la borghesia per tutto il globo terrestre. Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni. Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere dei reazionari, ha tolto all’industria la base nazionale»  (pp. 489-490). Si ha distruzione di capitale reale semplicemente arrestando per un periodo più o meno lungo la produzione: il valore d’uso e il valore di scambio di macchine, lavoratori, materie prime e quant’altro è indispensabile alla produzione di “beni e servizi” «se ne vanno al diavolo». In questi epidemici tempi la distruzione di capitale reale è all’ordine del giorno.
[32] Ivi, p. 497.
[33] K. Marx, Poscritto alla seconda edizione del Capitale, 1873, Il capitale, I, p. 44.
[34] Greta Thunberg intervistata a Che tempo che fa, 18/10/2020.

Sul concetto di Antropocene leggi: LA CRISI ECOLOGICA NELL’EPOCA DEL CAPITALE.

IL VIRUS E LA NUDITÀ DEL DOMINIO

Non c’è niente da fare: se «l’uomo in quanto uomo» non esiste, tutto il male concepibile (e anche quello che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare) è possibile e altamente probabile – anche sotto forma di virus…

 

Una lettrice ha così commentato su Facebook il mio ultimo post dedicato al Coronavirus e al feticismo associato alla malattia che esso causa: «Il virus non chiede il permesso di fare quello che vuole. È anche con i virus, diventati parte di noi, che ci siamo trasformati nel corso dell’evoluzione». Non c’è dubbio.

Su quest’ultimo aspetto proprio un mese fa ho letto un libro scritto da due scienziati americani teorici del punto di vista evoluzionista nello studio delle malattie e nella profilassi medica: le malattie (cause e sintomi) come adattamento del corpo plasmato dalla selezione naturale, come adattamento evolutivo sempre esposto ai mutamenti ambientali – molto spesso causati dal puro caso. Un testo che consiglia di andarci piano con antibiotici e vaccini, senza ovviamente negarne la validità in termini assoluti: «È sbagliato non prendere l’aspirina solo perché sappiamo che la febbre può essere utile, ed è un errore non trattare sintomi spiacevoli di alcuni casi di nausea da gravidanza, allergia e ansia. […] Un approccio evolutivo suggerisce però che molti trattamenti potrebbero non essere necessari, e che dovremmo chiarire se i benefici siano superiore ai costi» (1). Il problema, continuano gli autori, è che «batteri e virus possono evolversi in un giorno più di quanto possiamo noi in mille anni. Questo è un handicap ingiusto e grave nella corsa agli armamenti: non possiamo evolvere abbastanza velocemente da sfuggire ai microrganismi. […] Da un punto di vista immunologico, un’epidemia può cambiare drasticamente una popolazione umana». A questo punto potremmo esclamare abbastanza sconsolati, o semplicemente armati di “sano realismo”: È l’adattamento evolutivo, bellezza!

Ma l’uomo non solo non subisce passivamente la cieca pressione esercitata dall’ambiente esterno sul suo corpo e sulla sua comunità, ma col tempo ha imparato ad affinare strategie di sopravvivenza sempre più efficaci, finendo per trasformare la stessa natura in una sua gigantesca riserva di cibo, di strumenti e di creatività. La storia naturale è insomma intimamente intrecciata alla storia umana, e non a caso diverse nostre malattie (a cominciare dalla comune influenza) risalgono agli albori della nostra civilizzazione, quando abbiamo iniziato ad addomesticare piante e animali. Questo semplicemente per dire che ormai da migliaia di anni il nostro processo evolutivo si dà necessariamente all’interno di società (con “annessa” natura) storicamente caratterizzate, e non in un ambiente puramente naturale o comunque socialmente neutro: tutt’altro! Tanto è vero che molte malattie (morbillo, tubercolosi, vaiolo, pertosse, malaria) sono state debellate o grandemente ridimensionate nei Paesi capitalisticamente sviluppati del mondo, mentre altre si sono diffuse in stretta connessione al nostro cosiddetto “stile di vita”. Si assiste poi proprio nei Paesi di più antica tradizione capitalistica al sempre più allarmante fenomeno della resistenza agli antibiotici, per cui batteri sensibili alla penicillina che negli anni Quaranta del secolo scorso sembravano aver imboccato la strada dell’estinzione (con la produzione industriale dei vaccini e la moderna profilassi), nel corso dei decenni hanno invece sviluppato enzimi in grado di degradare la penicillina: «Oggi, il 95 per cento dei ceppi di stafilococco mostra una certa resistenza alla penicillina» (Perché ci ammaliamo).

Per virus e batteri il nostro corpo è il loro ambiente esterno che li sfida, e non hanno altra “strategia di sopravvivenza” che non sia quella di mutare, di evolvere, di adattarsi a circostanze sempre mutevoli: è la «corsa agli armamenti» tra “creature aliene” e “ospite” cui accennavo prima. Per l’uomo l’adattamento a virus, batteri e quant’altro è sempre e necessariamente socialmente mediato. «Questa asserzione non significa negare che batteri e virus facciano ammalare il corpo biologico e siano conseguentemente causa di infezioni, ma che quando bisogna pensare al lamento, al disagio e al dolore nella clinica medica e nella psicoanalitica, è necessario considerare e valutare gli effetti del linguaggio e del discorso» (2), ossia, detto nei “miei” termini, della prassi sociale umana e delle «relazioni materiali degli uomini, linguaggio della vita reale» (3).

Mi si consenta a questo punto una brevissima digressione sotto forma di una metafora abbastanza rozza e banale. Una pistola spara un proiettile che colpisce a morte una persona: a chi o a cosa attribuire la responsabilità del triste evento? Al proiettile? alla pistola? alla mano che la impugna? Ovviamente al soggetto che ha sparato, che ha messo in moto la catena degli eventi. Qui i motivi dell’insano gesto non ci riguardano. Ecco, il Covid-19 ci è stato sparato contro da una società che distrugge foreste e ciò che rimane delle nicchie ecologiche, che fa un uso sempre più intensivo degli allevamenti, che investe nel settore sanitario secondo parametri di economicità e non di pura umanità (4), che di fatto mette al centro delle sue molteplici attività la ricerca del profitto e non la sicurezza delle persone, che fa dei lavoratori, dei disoccupati e in generale dei senza riserve, i soggetti di gran lunga più vulnerabili alle malattie e alle sciagure, e potrei continuare su questa strada lastricata di miseria sociale – “materiale” e “spirituale”.

La mia tesi è che il calcolo economico (legge del profitto e legge delle compatibilità tra “entrate” e “uscite”) che domina nella società capitalistica realizza una prassi sociale che nella sostanza è del tutto irrazionale, nonostante la scienza e la tecnica vi abbiano un ruolo a dir poco fondamentale. Oggi davvero l’umanità potrebbe avere nelle sue mani il proprio destino, eliminando le cause oggettive (che cioè prescindano da qualsivoglia intenzione e volontà umane) che generano sempre di nuovo irrazionalità (“disfunzionalità”) d’ogni genere, con ciò che ne segue in termini di crisi economiche, di disagio sociale, di precarietà esistenziale, di sofferenze fisiche e psicologiche, di crisi ecologiche, eccetera, eccetera, eccetera. Ciò che stiamo vivendo nell’ormai famigerata Epoca del Coronavirus (da d.C. a d.C.) la dice lunga sul carattere irrazionale (disumano e disumanizzante) della nostra società. Da anni si parlava della possibilità di una pandemia del tipo che stiamo sperimentando, ma il “sistema” ha ritenuto più opportuno non allocare risorse finanziarie nella prevenzione, sperando che quella possibilità non si trasformasse in una realtà, almeno a breve scadenza, e intanto continuare nella solita vita fatta di lavoro, di vendite, di acquisti, di viaggi, di affari, di investimenti, di speculazioni, eccetera. Lo spettacolo del Capitale deve continuare!

Mutuando Spinoza enuncio quanto segue: Dicesi schiavitù l’incapacità umana di dominare le cause e gli effetti della prassi sociale. Questa schiavitù non ha dunque a che fare direttamente con la sfera politico-istituzionale di un Paese, ma essa chiama in causa direttamente il suo fondamento sociale, la sua “struttura” economico-sociale. Di qui il concetto di totalitarismo sociale che secondo me è la chiave che apre alla comprensione dell’attuale crisi sociale.

La responsabilità “ultima” della pandemia ancora in corso è dunque della società capitalistica, la quale ha oggi una dimensione mondiale – e, com’è noto, scienziati particolarmente “visionari” e capitalisti dal “pensiero lungo” (almeno quanto il loro conto in banca) operano per allargarne i confini oltre l’angusto orizzonte del nostro pianeta: si vuol portare il virus capitalistico su altri mondi! Ma è possibile, e non solo auspicabile, un altro mondo? Personalmente non ho alcun dubbio su questa eccezionale possibilità, e il fatto che essa oggi sia negata dalla realtà nel modo più radicale e doloroso, e che certamente io non la vedrò mai realizzarsi, ebbene questo non cambia di un solo atomo il fondamento oggettivo (storico e sociale) di questa splendida alternativa al cattivissimo presente.

Io non chiedo di immaginare la società perfetta, la società che non conosce la sofferenza, la malattia, la morte, l’imprevisto, ecc.; si tratta piuttosto di concepire la possibilità di una comunità che sappia affrontare in termini umani (umanizzati) la sofferenza, la malattia, la morte, l’imprevisto e così via. Concepire l’inconcepibile, mettere radicalmente in discussione l’idea che per un qualche motivo l’umanità non possa affrancarsi dalla divisione classista della società e costruire una Comunità nel cui seno fratelli e sorelle collaborano alla felicità di tutti e di ciascuno. In fondo lo dice anche il Papa: Fratelli tutti! Il pensiero deve reagire al torpore della routine che lo intrappola nel cerchio stregato dell’ideologia dominante, e giungere a questa straordinaria conclusione: Si può davvero fare! Dobbiamo offrire al pensiero la possibilità di vedere finalmente nudo il Dominio, un po’ come il bambino della celebre favola di Anderson; e così capire che nella sua vigenza non c’è nulla di naturale o di sovrannaturale, di inevitabile o di assolutamente necessario, ma solo una questione di coscienza (o incoscienza: la nostra) e di rapporti di forza. Io cerco di dare il mio modestissimo contributo a questa vera e propria rivoluzione del pensiero, sperando ovviamente che essa non rimanga solo nel pensiero.

DAMMI TEMPO…
«Non riteniamo di introdurre una norma vincolante ma vogliamo dare il messaggio che se si ricevono persone non conviventi anche in casa bisogna usare la mascherina» (Premier G. Conte).
«Quando c’è una norma, questa va rispettata e gli italiani hanno dimostrato di non aver bisogno di un carabiniere o di un poliziotto a controllarli personalmente. Ma è chiaro che aumenteremo i controlli, ci saranno le segnalazioni» (Ministro R. Speranza).

L’esperienza della Pandemia sta portando altra velenosissima acqua alla tesi secondo cui oggi ci riesce più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. La rivoluzione sociale appare anche ai miei anticapitalistici occhi abissalmente lontana; ma penso anche che se per un qualche motivo essa diventasse improvvisamente possibile nella testa di molte persone, altrettanto repentinamente quello straordinario evento diventerebbe talmente vicino nella realtà, da poterne quasi avvertire l’odore, per così dire. Come ho scritto altrove, non ho la pretesa di pensare che con me debba finire la storia, e che altri dopo di me non possano conoscere la rivoluzione sociale e la Comunità umana; bisogna essere davvero arroganti, presuntuosi e soprattutto deboli di immaginazione, per cristallizzare in eterno (fortunatamente solo nel pensiero!) il pessimo presente. Intanto, così come respiro, mangio, dormo, eccetera, rinnovo sempre di nuovo la mia irriducibile ostilità nei confronti di questa società disumana: più che di scelta, dovrei piuttosto parlare di fisiologia!

Fin dall’inizio della crisi sociale chiamata Pandemia ho cercato di mettere in luce il carattere oggettivo del processo sociale in corso su scala mondiale, il quale ha peraltro approfondito e accelerato tendenze economiche, tecnologiche, geopolitiche, politiche e istituzionali già da molto tempo attive – e produttive di fatti – in tutti i Paesi capitalisticamente più avanzati del mondo. Come sempre, la realtà non crea mai nulla a partire dal nulla, ma impasta, per così dire, materiale sociale già esistente aggiungendone dell’altro solo in parte o interamente nuovo; il problema è piuttosto quello di capire fino a che punto abbiamo il controllo della situazione e la natura (la “qualità”) della realtà che contribuiamo a creare giorno dopo giorno.

Il carattere autoritario, per non dire altro, delle misure politiche prese in questi asfissianti e alienanti mesi pandemici dal governo italiano a mio avviso si connette in primo luogo a processi che per l’essenziale sfuggono anche al controllo degli stessi decisori politici, i quali sono stati chiamati a un rapido adattamento alla situazione che si è venuta a creare di volta in volta su scala nazionale e globale. Sappiamo poi come i politici nostrani eccellano nell’arte dell’adattamento, e come essi sanno approfittare delle situazioni emergenziali per intascare lauti dividenti elettorali e cementare il loro consenso e il loro potere – due facce della stessa medaglia democratica. Tuttavia, il “complotto” ai nostri danni non è da ricercarsi nella volontà di Tizio piuttosto che di Caio, senza parlare dei soliti “poteri forti” (meglio se infiltrati da qualche “lobby ebraica”): è questa società che complotta tutti i giorni contro gli individui, contro le classi subalterne, contro la possibilità di relazioni autenticamente umane. Per questo non si tratta, per chi scrive, di cambiare governi e governanti, ma di mettere la parola fine a questa società e iniziare la storia della Comunità umana, la storia dell’«uomo in quanto uomo». Vasto Programma, non c’è dubbio, e per questo qui conviene mettere un bel punto.Ogni Paese ha cercato di gestire la “crisi sanitaria” ricercando un difficile bilanciamento tra protezione della salute del corpo sociale, per assicurare la continuità del sistema ed evitare una più grave catastrofe sociale (con relative tensioni generatrici di conflitti potenzialmente disastrosi per il vigente ordine sociale), e protezione della struttura economica, per evitare un collasso economico dagli esiti imprevedibili ma certamente destabilizzanti. Il tutto naturalmente sulla base delle strutture sociali e delle configurazioni politico-istituzionali dei diversi Paesi, nonché delle loro diverse esperienze in materia di epidemie: negli ultimi venti anni la Cina e altri Paesi asiatici si sono confrontati molto spesso con le epidemie virali. È ovvio che nei Paesi a regime politico-istituzionale totalitario il lockdown viene meglio, per così dire, è di più facile, rapida e sicura implementazione, soprattutto se sono in grado di servirsi di un’avanzata tecnologia idonea al controllo e alla repressione dei comportamenti sociali. Non per niente la Cina si è subito proposta all’attenzione dell’Europa come il modello da seguire, sebbene con adattamenti e innesti “democratici”. Il lockdown con caratteristiche europee, insomma. Quello italiano è stato particolarmente duro, tale da evocare lo spettro del “fascismo sanitario”. Certo è che sentir parlare di «dittatura sanitaria» da parte di personaggi che sostengono i regimi di Cina, Cuba, Venezuela e non so di quanti altri Paesi rigorosamente antiamericani, fa davvero sorridere, diciamo così. Sto per caso alludendo anche al noto filosofo-comico Diego Fusaro? Fate un po’ voi! (5)

Per usare un’analogia medica, visto che parliamo di virus e di “crisi sanitaria”, nel caso italiano è come se una parte assai consistente dell’economia fosse stata messa in una condizione di coma artificiale o farmacologico, in attesa che i parametri sociali, stressati dallo shock, iniziassero a rientrare nella normalità. In questa delicata operazione l’interventismo statale ha avuto una parte decisiva, e gli effetti del «ritorno in grande stile dello Stato» nella sfera economica, osteggiato dalla minoranza liberista ancora presente nel Paese e applaudito dalla sua maggioranza statalista, saranno evidente solo tra qualche tempo. Com’è noto, spesso dal coma indotto artificialmente, si passa al coma vero e proprio, e non raramente segue il decesso del paziente: l’intervento è riuscito, ma il paziente è moto – di fame o di qualche altro accidente, ma vivaddio senza un solo Coronavirus in corpo! Quel che è certo è che molte aziende, soprattutto di piccole e medie dimensioni, non apriranno più, e già a giugno si parlava di “autunno caldo”, di disoccupazione dilagante, di gente pronta a pescare nel torbido. Il Ministro degli Interni da mesi non smette di lanciare segnali di allarme: «Andiamo incontro a una delicata situazione sociale. Dobbiamo prepararci». Preparaci a cosa? Come si dice, lo scopriremo solo vivendo – se il Coronavirus vuole!

Ho raccolto in questo PDF buona parte dei post dedicati alla “crisi epidemica” che ho pubblicato su questo Blog dall’inizio di questa crisi, la quale peraltro è lungi dall’essersi esaurita; il primo è del 5 gennaio, quando sembrava che il raggio d’azione del Coronavirus fosse circoscritto alla sola Cina, o ai soli Paesi asiatici, come avvenne per la Sars nel 2003/2004, e l’ultimo è del 6 ottobre, quando la temuta “seconda ondata” si è alla fine palesata anche in Italia, e con una forza che ha sorpreso molti degli stessi “esperti”. La “seconda ondata” si abbatte su un corpo sociale già provato fisicamente e psicologicamente, e per questo i soliti “esperti” ritengono che essa potrebbe essere ancora più devastante della “prima ondata”, con ciò che ne segue sul piano delle politiche “preventive” suggerite al governo. Se dipendesse dagli “esperti”, in Italia saremmo già al lockdown generalizzato. Vedremo cosa accadrà tra qualche settimana, o forse tra qualche giorno.

L’intreccio problematico che questi post offrono ai lettori è molto ricco, perché essi chiamano in causa, sebbene in forma estremamente semplice – spero non del tutto semplicistica – e sintetica molteplici questioni di natura politica, etica, geopolitica, economica, psicologica: sociale in senso generale. Purtroppo non ho potuto eliminare la ripetizione di temi, di concetti e di parole, e di questo mi scuso con i lettori.

«Il virus non chiede il permesso di fare quello che vuole»; anche noi dovremmo conquistare questa irriducibile volontà nei confronti del pessimo presente – con il futuro che certo non ci sorride, tutt’altro!

Qui il PDF

(1) R. M. Nesse, G. C., Williams, Perché ci ammaliamo. Come la medicina evoluzionista può cambiare la nostra vita, p. 67, Einaudi, 1999. «Il corpo umano è al contempo fragile e robusto. Come tutti i prodotti dell’evoluzione organica, è un insieme di compromessi, e ognuno di questi offre un vantaggio, anche se spesso il prezzo è la predisposizione a una malattia. Le debolezze non possono essere eliminate dall’evoluzione perché è stata la stessa selezione naturale a crearle. […] In medicina niente ha senso se non alla luce dell’evoluzione» (pp. 287- 301). E la società, qui genericamente intesa, in tutto questo che ruolo ha? Ed è corretto, nel trattamento dei cosiddetti “disordini mentali” associati alle emozioni, mettere da parte Sigmund Freud (qui inteso come “padre della psicoanalisi”) e chiamare senz’altro in causa gli «algoritmi darwiniani della mente»?
(2) A. Eidelsztein, L’origine del soggetto in psicoanalisi, p. 52, Paginaotto, 2020.
(3) K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, Opere, V, pp. 21-22, Editori Riuniti, 1983.
(4) Secondo stime attendibili, dal 2009 al 2018 in Italia c’è stata una riduzione della spesa sanitaria di circa 26 miliardi, una diminuzione del 12%. Se consideriamo, oltre la spesa corrente, anche il calo degli investimenti pubblici nel settore sanitario, la riduzione si aggira intorno al 13%.
(5) «La Ue manda il Mes, gli USA mandano soldati, la Cina manda medici e mascherine. Solo uno dei tre è nostro amico. Gli altri due sono nemici da combattere. L’avete capito? Il potere vi fa apparire amici i nemici e nemici gli amici. E, così, nostri amici sarebbero UE e USA, che in questa crisi ci stanno ignorando, quando non apertamente ostacolando. E nostri nemici sarebbero Cina, Russia, Cuba e Venezuela, che ci stanno mandando aiuti e medici. L’alternativa continua ad essere tra socialismo e barbarie o, se preferite, tra socialismo e capitalismo» (D. Fusaro). Indovinate secondo chi scrive da quale parte dell’alternativa si colloca il simpatico intellettuale SocialSovranista? Solo in un mondo ottusamente nichilista nei confronti della verità, un personaggio ridicolo come Fusaro può cavalcare le escrementizie onde delle ospitate televisive in qualità di filosofo hegelo-marxista. Anche questo, nel suo infinitamente e comicamente piccolo, esprime la tragedia dei nostri tempi.

LA DITTATURA È SOCIALE, NON SANITARIA

Da più parti, ma soprattutto negli ambienti politico-culturali della “destra” e tra i cosiddetti “negazionisti”, si parla sempre più spesso di dittatura sanitaria, cioè di un regime autoritario imposto ai cittadini dal governo con la scusa della crisi sanitaria, e con l’attivo supporto degli “esperti”: virologi, infettivologi, medici, statistici, scienziati di varia natura. Non pochi in Occidente considerano il Covid una bufala pianificata a tavolino dal “sistema” (o dai “poteri forti”) per dare un’ulteriore stretta alle nostre già anoressiche e boccheggianti libertà individuali: la mascherina come metafora e simbolo di un bavaglio politico, ideologico, esistenziale. La paura del contagio come strumento di controllo e di governo: Foucault parlava di disciplinamento dei corpi e, quindi, delle menti.

Qualche giorno fa il Presidente della Repubblica francese ha dichiarato a proposito della “crisi sanitaria” che in Francia ha subito un’inaspettata escalation: «È vero, stiamo comprimendo la vostra libertà in aspetti molto importanti della vostra vita, ma siamo costretti a farlo per tutelare la vostra salute». Prendiamo per buona l’intenzione di Macron e riflettiamo sul contenuto “oggettivo” di quella dichiarazione: che realtà sociale ne viene fuori?

La dittatura di cui intendo parlare qui è in primo luogo un fatto, ossia una realtà che prescinde da qualsivoglia intenzione, da qualsiasi progettualità politica, da qualsiasi tipo di volontà; e come sempre al fatto segue il diritto, ossia la formalizzazione politica e giuridica di ciò cha ha prodotto la società. Naturalmente la politica cerca di approfittare in termini di potere e di consenso (due facce della stessa medaglia) della situazione, ma questo è l’aspetto che appare ai miei occhi il meno interessante, almeno in questa sede, anche perché esso mostra la superficie di un fenomeno, si muove nella contingenza, mentre ciò che ha significato è la radice, la dinamica e la tendenza dei fenomeni sociali.

«Siamo in una dittatura sanitaria? È un discorso che non sta in piedi. Con il virus non si po’ fare una trattative, né politica né sindacale»: affermando questo l’ormai noto infettivologo Massimo Galli dà voce a quello che mi piace definire, lo ammetto con scarsa originalità di pensiero, feticismo virale. Attribuire al virus una “crisi sanitaria” che ha una natura squisitamente sociale. Condizioni sociali considerate su scala planetaria hanno trasformato un virus in un vettore di malattie, di sofferenze, di contraddizioni sociali, ecc. Credere insomma che il problema sia il Virus, e non la società che l’ha trasformato in una fonte di malattia, di sofferenze e di crisi sociale (che coinvolge l’economica, la sanità, la politica, le istituzioni, la salute psicosomatica delle persone): ecco spiegato in estrema sintesi il concetto di feticismo virale. Pensare che la nostra vita sia minacciata da un invisibile organismo vivente, il quale avrebbe il potere di tenere sotto scacco l’economia e le istituzioni di interi Paesi: ebbene questa assurda idea la dice lunga sulla nostra impotenza sociale, sulla nostra incapacità di dominare con la testa e con le mani fenomeni che nulla o poco hanno a che fare con la natura, mentre hanno moltissimo a che fare con la prassi sociale capitalistica. Nella nostra società l’apprendista stregone lavora senza sosta, H24.

È vero, verissimo: la potenza che ci tiene sotto scacco è invisibile, e in un certo senso la sua natura può benissimo essere considerata come virale, ma in un’accezione particolarissima che non ha nulla a che vedere con la natura. Si tratta, infatti, degli impalpabili (ma quanto concreti!) rapporti sociali capitalistici, i quali realizzano un mondo che noi per l’essenziale non controlliamo e che subiamo come se fosse un’intangibile e immodificabile realtà naturale.

«Se tutto è connesso, è difficile pensare che questo disastro mondiale non sia in rapporto con il nostro modo di porci rispetto alla realtà, pretendendo di essere padroni assoluti della propria vita e di tutto ciò che esiste. Non voglio dire che si tratta di una sorta di castigo divino. E neppure basterebbe affermare che il danno causato alla natura alla fine chiede il conto dei nostri soprusi. È la realtà stessa che geme e si ribella»: così ha scritto Papa Francesco nella sua ultima Enciclica Fratelli tutti. Oggi ciò che connette tutto e tutti sono appunto i rapporti sociali di produzione capitalistici, i quali fanno del Capitale un Moloch che domina sulle nostre vite e sulla natura. Siamo tutti fratelli sottoposti alle disumane leggi della dittatura capitalistica. Si tratta di una dittatura sociale, oggettiva, sistemica, che si realizza giorno dopo giorno in grazia delle nostre molteplici attività sottoposte al dominio del calcolo economico.

Apro una piccola parentesi. Come ormai abbiamo imparato in questi mesi, se nella gestione della “crisi sanitaria” va tutto bene è merito del governo, se qualcosa invece va male, è colpa di quei cittadini irresponsabili che sono più inclini ai piaceri della movida che alla salute della comunità. Non solo siamo costretti a subire le conseguenze di una prassi sociale che non sbagliamo affatto a considerare complessivamente irrazionale proprio perché è informata dalle logiche economiche (capitalistiche), e non dal calcolo umano; ma chi ci amministra è pronto a infliggerci multe, punizioni di vario genere e una colata di stigma sociale e di sensi di colpa se nostro malgrado infrangiamo le ultime disposizioni governative in materia di sicurezza e di distanziamento asociale e dovessimo trasformarci, non sia mai, in “untori”! Non solo il danno, ma anche la beffa! Per favore, datemi un martello! «Che cosa ne vuoi fare?» Sono affari miei! Chiudo la parentesi.

Il Papa ovviamente non va oltre il solito (banale?) e ingenuo discorso intorno all’uomo astrattamente considerato che pretende di farsi Dio non avendone le capacità, ed essendo piuttosto vittima della demoniaca brama di profitti, mentre bisognerebbe «sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale». Il “neoliberista” scuote la testa, il “progressista” applaude come da copione. Massimo Cacciari, dall’alto della sua filosofia katechontica, nicchia: «Il discorso di Bergoglio è un grande appello alla fraternità universale che resterà, lo sappiamo, purtroppo inascoltato. Egli sviluppa temi ormai classici nelle encicliche della Chiesa. Insomma è naturale che Bergoglio parli delle tragedie del mondo in questi termini» (La repubblica). Io invece penso che il mondo creato dal capitalismo non possa che essere disumano e disumanizzante, e che per questo esso non debba conoscere altra “riforma” che non sia la sua radicale distruzione in vista di un assetto autenticamente umano della Comunità dei fratelli e delle sorelle – finalmente affrancati dalla divisione classista. Ma questa è solo una mia bizzarra opinione che impallidisce al cospetto del buon samaritano di cui parla il Santissimo Padre nella sua Enciclica dedicata «alla fraternità e all’amicizia sociale».

La nostra minorità politica in quanto cittadini, così ben esemplificata dall’affermazione macroniana di cui sopra (vi amministriamo per il vostro bene), si può a mio avviso comprendere in tutta la sua tragica portata solo se considerata alla luce della dittatura sociale che qui mi sono limitato a richiamare all’attenzione di chi legge, e sul cui fondamento è possibile ogni tipo di “involuzione autoritaria”. Inclusa quella dei nostri giorni, di queste ore.

«Con il virus non si può fare una trattativa, né politica né sindacale», ci dice il saggio Galli pensando di infilzare con la sua “pungente ironia” i teorici del “negazionismo” (no virus, no mask, no vaccino); e infatti non si tratta di raggiungere un compromesso di qualche tipo con il virus: si tratta (si tratterebbe!) di farla finita una buona volta con una società che ci espone a ogni genere di rischio (da quello pandemico a quello idrogeologico, da quello ecologico a quello bellico, da quello economico a…, fate un po’ voi), a ogni sorta di preoccupazioni e sofferenze.

«Se qualcuno pensa che si trattasse solo di far funzionare meglio quello che già facevamo, o che l’unico messaggio sia che dobbiamo migliorare i sistemi e le regole già esistenti, sta negando la realtà» (Fratelli tutti). È quello che ho detto!

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1. CARA ILARIA TI SBAGLI: SI TRATTA PROPRIO DI VIOLENZA DI STATO. QUESTO È LO STATO (DI DIRITTO)!

Il diritto alla violenza è un’odiosa prerogativa delle classi dominanti.

«Non ho mai smesso di chiedermi il perché di tanta violenza. Non riesco a cancellare dalla mia mente l’immagine del corpo di mio fratello Stefano, martoriato dai colpi e poi abbandonato dagli innumerevoli pubblici ufficiali che lo hanno visto durante il suo calvario, sei giorni dopo il violentissimo pestaggio. Una sospensione del diritto. Come accaduto nel Carcere di Santa Maria Capua Vetere. Video e testimonianze raccolte dai magistrati ricostruiscono una violenza spietata, scientificamente coordinata. Durante il lockdown pensato alle carceri. Alle celle sovraffollate dove vige la sospensione dei diritti umani. Mi sono chiesta cosa potessero pensare quelle persone, perché di persone si tratta, quando ascoltavano le raccomandazioni pressanti su distanziamento sociale, cautela e mascherine. Mi sono chiesta se qualcuno avesse a cuore la sorte di quei detenuti. La loro paura e la profonda frustrazione che dovevano provare nell’ascoltare quei drammatici appelli a cui loro, per destino e pena, dovevano rimanere estranei. A Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile è accaduto qualcosa di spaventoso. Sono arrivati in trecento, da altri istituti, in tenuta anti sommossa, coperti dai caschi, anonimi. Hanno picchiato, picchiato e ancora picchiato. Calci, schiaffi, insulti e altre violenze. Non hanno risparmiato nemmeno un detenuto sulla sedia a rotelle. “Avete fatto la protesta?” dicevano. La mente corre alla “macelleria messicana” di Genova della scuola Diaz, nel luglio del 2001 durante le proteste per il G8. Erano in trecento, a Santa Maria Capua Vetere. A tutto ciò hanno assistito, in silenzio, forse impotenti, i loro colleghi di servizio in quel carcere. Mi rifiuto di pensare che si tratti soltanto di mele marce. Chi avrà la tentazione di parlare di questo mancherà di rispetto all’intelligenza di tutti noi cittadini. Sarebbe un’intollerabile ipocrisia cui preferirei le violente e strampalate difese di politici privi di scrupoli e umanità. Ma non voglio nemmeno sentire parlare di violenza di Stato. Vi prego non fatelo perché questo non è lo Stato. Non lo può essere. Questo è anti stato. Questo è crimine efferato commesso verso persone indifese. Qualcuno si affretterà a dire che, in fin dei conti, si tratta di delinquenti: lo considero inaccettabile perché, nella migliore delle ipotesi, sono uomini e donne che hanno sbagliato, che magari hanno anche commesso gravi errori. Il carcere, però, non può e non deve essere questo. Il carcere in uno stato di diritto ha una funzione sociale: il reinserimento, non l’annientamento» (Ilaria Cucchi).

Certo, il reinserimento in una società che produce violenza di ogni genere e in quantità industriale, e che annienta ogni possibilità di vita autenticamente umana. Cara Ilaria, sbagliata (disumana) è in primo luogo questa società, la società che mercifica tutto e tutti, e che fa del denaro la misura di tutte le cose. Su questo escrementizio fondamento sociale è possibile tutto il male che riusciamo a immaginare, e altro ancora che non riusciamo nemmeno a concepire col pensiero – salvo poi indignarci e farci delle illusioni sullo Stato (capitalistico) di diritto. Solidarietà ai fratelli detenuti.

2. SI SCRIVE “UOMO”, SI LEGGE CAPITALE. «Abusi, incuria e colate di cemento: la colpa è dell’uomo, non della natura» (M. Tozzi, La Stampa). Si scrive “uomo”, si legge Capitale. Mutatis mutandis, la stessa cosa vale a proposito della parola “Coronavirus” e ai disastri sociali a essa associati.

3. SCHIAVI DI STATO NELLA CINA CAPITALISTA Scrive Lorenza Formicola: «Lo stato-partito cinese ha di fatto istituzionalizzato la schiavitù, l’ha portata su scala industriale e ha offerto schiavi a compagnie straniere. Schiavi a bassissimo costo, raccolti, senza fatica né rumore, tra le minoranze religiose. L’Australian Strategic Policy Institute, in un rapporto intitolato Uiguri in vendita, ha accusato Pechino di aver costretto oltre 80.000 uiguri e altre minoranze musulmane a lavorare da schiavi per 82 noti marchi globali tra cui Apple, BMW, Gap, Huawei, Nike, Samsung, Sony e Volkswagen. La cifra stimata è prudente, quella effettiva è probabilmente molto più elevata. Nelle fabbriche, lontano da casa, vivono gli schiavi moderni: dormitori e segregazione, una formazione ideologica, cinese e comunista [leggi: capitalista con caratteristiche cinesi] organizzata al di fuori dell’orario di lavoro, sottomissione a sorveglianza costante, impossibilità a partecipare alle cerimonie religiose. Siamo nella regione autonoma che oggi i cinesi chiamano Xinjiang – “nuovo possedimento” – dove giocano esattamente il ruolo della potenza coloniale. Dal 2017, oltre un milione di persone è stato privato della libertà personale e rinchiuso in “campi di rieducazione” a causa della fede, in quello che alcuni esperti definiscono un programma sistematico di genocidio culturale guidato dal governo. “Lavare i cervelli, pulire i cuori, sostenere il diritto, rimuovere ciò che è sbagliato”, è il motto dei campi di lavoro forzato. Proprio come l’ideologia comunista [leggi: stalinista con caratteristiche cinesi] vuole e come le terribili campagne di rieducazione del pensiero di massa di Mao Tse-tung hanno fatto scuola. Detenuti con la forza e in condizioni disumane, questi nuovi schiavi hanno la quotidianità divisa in due: il giorno è per il lavoro, la notte per l’educazione patriottica. Dopo la scoperta delle 13 tonnellate di capelli umani , prelevati da internati in uno dei campi di concentramento cinesi, di alcune settimane fa – un carico illegale del valore stimato di 800.000 dollari fermato a New York – ecco che il rapporto ASPI pubblica l’ennesima prova dei campi su cui regime di Pechino continua a mentire. Il rapporto denuncia una nuova fase nella campagna di reingegnerizzazione sociale della Cina rivolta alle minoranze religiose, rivelando nuove prove circa quelle fabbriche che utilizzano il lavoro forzato uiguro nell’ambito di un programma di trasferimento del lavoro sponsorizzato dallo Stato che sta contaminando la catena dell’economia globale» (Il Giornale).

Il virus che “contamina” «la catena dell’economia globale» si chiama Capitale, la cui dimensione più naturale è quella planetaria. La schiavitù di Stato della Cina si armonizza perfettamente con la «schiavitù del lavoro salariato» (K. Marx). Tutto sotto il Cielo – del Capitale.

4. ROSSANDA E L’ALBUM DI FAMIGLIA – STALIN PADRE

Scriveva Rossana Rossanda sul Manifesto del 28 marzo 1978: «Chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria». Anch’io, allora giovanissimo militante del “Movimento Studentesco”, sarei potuto finire in quell’escrementizio album di famiglia; mi vengono i brividi solo a pensarlo! Qualche giorno dopo, sulle pagine dell’Unità comparve un pietoso articolo del parlamentare “comunista” Emanuele Macaluso, che replicava: «Io non so quale album conservi Rossana Rossanda: è certo che in esso non c’è la fotografia di Togliatti». Non c’è niente da fare: lo stalinista con caratteristiche italiane perdeva il pelo, ma non il vizio della menzogna.