PERLE POPULISTE SUL TERREMOTO

Terremoto-03-700x278Carlo Freccero alla festa del Fatto Quotidiano:

«Quando sento dire che la catastrofe produce Pil, che la ricostruzione post terremoto può diventare una grande opportunità economica, io provo schifo, schifo, schifo [applausi]. La colpa di questa tragedia non è della casta, dei politici corrotti che rubano i soldi dei cittadini; no, il problema è più complesso. La colpa è del sistema economico basato sui bilanci che devono quadrare, sui guadagni, sui dettami dell’Europa [applausi]. Questo sistema fa sì che la vita non conti un cazzo! [Applausi vivissimi]. È venuta l’ora di dire basta a questo sistema. [Allude forse al Capitalismo? Non sia mai!]. Ben venga la tanto vituperata economia regolata di una volta!».

Perché, una volta le vittime del terremoto se la passavano meglio? Una volta la bieca “logica del profitto” non produceva, oltre che sfruttamento, miseria sociale-esistenziale e quant’altro, anche catastrofi che poco avevano a che fare con terremoti, smottamenti, alluvioni, esondazioni, naufragi, ecc., ecc., ecc.; e che invece molto a che fare avevano appunto con quella «cupidigia» capitalistica denunciata sabato scorso perfino da Marchionne (della serie: da che pulpito)? L’accenno ai «dettami dell’Europa», poi, la dice lunga sulla sensibilità sovranista del noto intellettuale “prestato” alla Rai. Ancora un poco, e qualcuno dirà anche a proposito di probabili calamità più o meno “naturali” che dovessero abbattersi sul Paese: «La colpa è dei tedeschi!» Un bel passo avanti rispetto all’antico: «Piove, governo ladro!».

«I buoni sentimenti sono un grande strumento di marketing», ho letto da qualche parte a commento del commovente moto solidaristico che sta vedendo protagonisti molti cosiddetti vip; e ogni occasione è buona per il Sovranista-Statalista per tessere sperticate lodi al mondo com’era prima del terremoto geopolitico del 1989.

Ci si può, infine, indignare per frasi che si limitano a rispecchiare una realtà che alcuni fanno finta di non prendere sul serio solo a fini propagandistici? Mi rendo conto: nella domanda è implicita la risposta. Anche oggi l’ho scritto: il cinismo non è tanto nelle parole che esprimono la cosa, ma nella cosa stessa. E la Cosa oggi si chiama Capitale, il quale, come spiegava il terremotato di Treviri, è in primo luogo un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che genera catastrofi d’ogni tipo, a partire da quella che vede i tipi come Freccero raccogliere il consenso delle “larghe masse”. Questa farsa è davvero una tragedia!

CONTRO LA COSTITUZIONE. QUELLA DI IERI, DI OGGI E DI DOMANI

med7Tutti questi argomenti, che ci si vuol
proporre come questioni della massima
importanza per la classe lavoratrice, in
realtà presentano un interesse di portata
essenziale solo per i borghesi (F. Engels).

Leggo da qualche parte: «La posta in gioco è decisiva. Non ci troviamo di fronte ad un passaggio qualsiasi della politica italiana, ma di fronte al tornante storico che definirà il nostro modello di sviluppo di qui ai prossimi decenni [nientedimeno!]. È una partita, quella del referendum, in cui la sinistra di classe gioca oggettivamente un ruolo subalterno e minoritario. Si tratta di mobilitare decine di milioni di voti, un campo dunque fuori dalla portata degli attuali movimenti di classe. Nonostante ciò, il contributo che da questi potrà venire favorirà quel processo che potrebbe aprirsi con l’eventuale vittoria dei NO. Non giocarsi nemmeno la partita, al contrario, regalerà quei NO alla rappresentanza politica della destra reazionaria o populista. La più classica delle eterogenesi dei fini». Quando la mosca cocchiera parla di «eterogenesi dei fini» non si può che sghignazzare e lasciarla al suo gioco virtuale preferito: “fare la storia” – o quantomeno provarci.

Qui di seguito svolgerò alcuni ragionamenti, per dirla con il filosofo di Nusco, con l’obiettivo di convincere anche un solo lettore (meglio se non già convinto “di suo”) circa la natura ultrareazionaria della contesa referendaria sulla riforma – o «controriforma» – della Costituzione. In estrema sintesi: Sì e No per me pari sono. Come si vedrà, sono tutt’altro che indifferente nei confronti dell’ennesima “festa della democrazia”: intendo piuttosto aggredirla criticamente, partendo da presupposti politici a dir poco impopolari – la cosa non mi sfugge, né mi deprime: ho una certa confidenza con l’impopolarità – e certamente estranei tanto alla “destra” quanto alla “sinistra” – compresa quella cosiddetta «di classe».

All’indomani del referendum britannico sulla Brexit, Jean-Claude Juncker, il sempre più “simpatico” Presidente della Commissione Europea, dal pulpito del Parlamento Europeo urlò ai «tristi eroi della Brexit [leggi Johnson e Farage], questi nazionalisti di retroguardia», che «i veri patrioti» non sono come i topi che abbandonano la nave quando inizia a imbarcare acqua. Ebbene, all’avviso di chi scrive i nullatenenti d’Europa dovrebbero liberarsi dall’abbraccio soffocante d’ogni tipo di patriota, sovranista o europeista che esso sia. La nave capitalistica, che batta bandiera sovranista o che sventoli il vessillo dell’Unione Europea, non va abbandonata (non è proprio possibile!), ma affondata senz’altro. L’umanità è già da molto tempo nelle condizioni di imbarcarsi su una nuova nave per intraprendere un nuovo viaggio, che lo porti finalmente fuori dalla maligna dimensione del Dominio. E tuttavia! «Basterebbe allo spirito un piccolo sforzo: ma questo sforzo pare di tutti il più difficile» (Horkheimer, Adorno). Personalmente mi accorgo di questa tragedia dei nostri tempi soprattutto quando osservo i cittadini diventare gregge elettorale – o referendario – chiamato a “scegliere” l’albero a cui impiccarsi: “destra”, “centro”, “sinistra”; Sì/No, dentro/fuori, euro/lira…

«Meglio allora lo Stato autoritario, meglio il fascismo?» A questa obiezione rispondo con il solito Marx: «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo» (1). Bisogna liberarsi, almeno col pensiero, dalle alternative poste dal Dominio, e prendere congedo dalla cattiva logica del “male minore”. Lo so, forse pretendo troppo. Ma sono fatto così.

D’altra parte, considerata dalla prospettiva dell’emancipazione universale (ma anche, più “laicamente”, da quella storica), il regime democratico non appare affatto come il male minore, ma come un eccellente strumento di controllo sociale e di gestione dei conflitti sociali (2), e chi oggi denuncia la «crisi della democrazia», una democrazia ridotta all’impotenza dagli interessi economici (che grande scoperta!), e rivendica il ripristino della «vera democrazia», mostra la sua completa cecità circa 1. la natura della democrazia nelle società classiste e 2. l’essenza del processo sociale capitalistico. È questo processo sociale, con inclusa «vera democrazia», che ha precipitato le classi subalterne di tutto l’Occidente nella bella condizione che tutti possono ammirare. In ogni caso, la logica del male minore ha prodotto i risultati che abbiamo dinanzi agli occhi: ognuno può giudicarli come crede (3). Personalmente trovo più fecondo riflettere intorno al carattere necessariamente totalitario, in una accezione squisitamente sociale (non politologica) del concetto, dei rapporti sociali vigenti in tutto il mondo; è questa natura che rende omogenei tutti i Paesi del mondo, al di là della forma politico-istituzionale dei loro Stati. In ogni caso, sono completamente sordo al richiamo delle sirene della (ennesima!) Nuova Resistenza, e dico, con il poeta: Tutto ciò che è in crisi merita di andare alla malora. Coloro che vanno in soccorso della Costituzione e della boccheggiante democrazia, «rassomigliano a quel vecchio che, per riacquistare la forza giovanile, si fece portare i suoi vecchi vestiti da fanciullo, cercando di ricoprire le sue membra flosce» (4).

Mettere la Costituzione al riparo – almeno per qualche anno ancora – da più o meno radicali “riforme costituzionali” non significa, per i lavoratori e il proletariato in generale, compiere un passo nella giusta direzione; non avrebbe il significato di «invertire la rotta e ridare protagonismo alle classi subalterne», come ho letto da qualche parte; partecipare positivamente (naturalmente sostenendo il Fronte Popolare del No!) non avrebbe il significato di «trasforma una battaglia democratica in una battaglia di classe»: tutto ciò avrebbe invece, a mio avviso, il significato di ribadire, rafforzandola, la subalternità sociale e politica di chi potrebbe essere tutto mentre continua a rimanere nella sciagurata condizione di “capitale umano” da “mettere a valore”.

L’”autocritica” che Sergio Marchionne ha consegnato sabato scorso alla futura leadership imprenditoriale e alla società tutta dal pulpito della Luiss, è davvero un manifesto di cinismo, ricordando sempre che il cinismo non alberga tanto nelle parole chiamate a dar conto della cosa, ma nella cosa stessa, ossia, nel caso di specie, nel Capitalismo (senza altre inutili/forvianti aggettivazioni, tipo “finanzcapitalismo”, “neoliberismo”, e quant’altro): «Il potere che il libero mercato assicura in un’economia globale non è in discussione [ci mancherebbe!]. Nessuno può trattenere il mercato o frenarlo, né cambiare le modalità con le quali funziona [una frecciata antistatalista e antidirigista che neanche mi sfiora]. Un sistema che per secoli si era basato su integrità, responsabilità e fiducia [altro che «legge ferrea del profitto», Carletto!] all’improvviso [!] è stato completamente ribaltato da due fattori: l’affermarsi di una cultura egocentrica e guidata dall’avidità [come sempre, la cultura determina tutto: altro che “materialismo storico!”], e l’inadeguatezza dei meccanismi di pianificazione e controllo a livello di consigli di amministrazione. Gli eventi hanno sottolineato l’esigenza di rivedere il capitalismo stesso [che coraggio! che radicalità di pensiero: altro che Thomas Piketty], il ristabilimento dei mercati come struttura portante che disciplina le economie ma non la società. Esiste un limite oltre il quale il profitto diventa cupidigia e coloro che operano in un libero mercato hanno anche l’obbligo di agire entro i limiti di ciò che una buona coscienza suggerisce. Tutti noi dobbiamo capire che non potranno mai esserci mercati e crescita razionali e benessere economico se una vasta parte della nostra società non avrà niente da contrattare con l’altra se non la sua stessa vita» (5). Ecco dunque cos’è la vita per chi vive di salario! Riprenderò indirettamente i temi posti sul tappeto dal “revisionista” Marchionne, che com’è noto sostiene le ragioni del Sì («condivido alcune delle scelte che sono state fatte per cercare di alleggerire il costo di gestione di questo Paese. Non voglio giudicare se la soluzione è perfetta, ma è una mossa nella direzione giusta»), nel corso della riflessione che segue, la quale intende portare un po’ d’acqua al mulino della tesi che così sintetizzo: per i subalterni la «direzione giusta» non è quella indicata dai partigiani del Sì e dai partigiani del No.

1. Sulla pseudo dialettica “nemico principale-nemico secondario”. Chi scrive ha ormai una certa età, purtroppo, e di nemici ritenuti (da chi si intende di “politica rivoluzionaria”, beninteso) contingentemente “principali”, da distruggere per così dire in linea preferenziale, magari stringendo un’alleanza “tattica” (o semplicemente “di fatto”) con i nemici considerati momentaneamente “secondari”, ne ha visti tanti. Ad esempio, sempre chi scrive, ricorda che molti sinistri cosiddetti radicali degli anni Settanta-Ottanta erano convintissimi che una volta che fosse crollato il “regime democristiano” (servo dei padroni e degli americani, nonché corrotto, clerico-fascista, stragista e molto altro ancora), sarebbe inevitabilmente entrata in crisi l’intera società italiana, con ciò che ne sarebbe seguito necessariamente in termini di “lotta di classe rivoluzionaria”. Di qui, sostenevano costoro, la necessità di appoggiare “tatticamente” ogni fenomeno politico e sociale che fosse stato in grado di indebolire quel famigerato “regime”. Alcuni sinistri particolarmente “dialettici” giunsero a considerare il “Craxi di Sigonella” (ottobre 1985) un’ottima carta da giocare in chiave antisistema, e proposero alle “avanguardie rivoluzionarie” di praticare un “entrismo” ad ampio spettro davvero spericolato – in realtà semplicemente demenziale, o, più correttamente, conforme all’essenza ultrareazionaria del loro modo di concepire la società, la “rivoluzione sociale”, il “socialismo”. L’astuzia delle mosche cocchiere a volte sa essere davvero al di là del bene e del male. Detto per inciso, fino al giorno prima gli stessi “entristi” avevano considerato “Benito” Craxi il male assoluto (soprattutto a causa del suo “decisionismo”), secondo uno schema ideologico dal quale essi non si libereranno mai. La loro risposta standard alle obiezioni dei critici era: «Compagni, fare politica significa sporcarsi le mani per fare avanzare, anche solo di un millimetro, la rivoluzione. Chi intende influenzare concretamente il processo sociale deve scendere dal Cielo della teoria, e sperimentare il duro terreno della prassi. E poi, solo chi non fa, non falla!» Certo. Ma c’è modo e modo, che diamine! O forse si tratta del fatto che gli abissi dell’agire “dialettico” sono destinati a rimanere inaccessibili a chi scrive. Che peccato!

Abbiamo visto – ma anche capito? – come sono andate a finire le cose a proposito di regime democristiano. Il noto “Quotidiano comunista”, che per decenni aveva versato lacrime amare pensando alla triste prospettiva di “morire democristiani”, dinanzi agli esiti politici di Tangentopoli finì addirittura per rimpiangere la “Prima Repubblica”, la quale era almeno riuscita a mettere degli argini alla violenta espansione del “neoliberismo”; dalle pagine del Manifesto vennero giù nuove lacrime di dolore di fronte alla sciagurata prospettiva di “morire berlusconiani”. Adesso, a quanto pare, è il turno di Renzi e del “renzismo”: “moriremo renziani?” Di certo, di questo passo, moriremo tutti sudditi del Moloch capitalistico.

Un altro inoppugnabile fatto è che molti sinistri hanno eletto Matteo Renzi a loro nuovo nemico principale, dalla cui caduta si aspettano addirittura la frantumazione dell’Unione Europea: «altro che Brexit!» Al riguardo, le ultime dichiarazioni di Joseph Stiglitz, economista americano già premio Nobel nel 2001, hanno mandato in visibilio i tifosi dell’antirenzismo declinato anche in chiave sovranista. Come sempre, è soprattutto il “decisionismo” ciò che i difensori della Costituzione «più democratica del mondo» rimproverano al Premier di turno, il quale si trova puntualmente a fare i conti con un sistema politico-istituzionale che complessivamente mostra, ormai da svariati lustri, di non poter tenere il passo con il processo sociale mondiale.

Leggo da qualche parte: «Vale la pena di continuare la battaglia intrapresa contro la UE, contro il PD, contro banche e padroni; vale la pena di votare no al referendum, mandare a casa Renzi e il suo governo e inserirci nelle contraddizioni che si apriranno nel mostro d’acciaio dell’austerity, dell’impoverimento e della UE». Lascio volentieri questa pia illusione a chi l’ha concepita. L’alternativa, ovviamente e all’opposto di come piace pensarla alle mosche cocchiere evocate sopra, non si pone nei termini del fare o del non fare politica; dell’essere “attendisti” oppure “movimentisti”, dell’essere “realisti” e “dialettici” anziché “astratti” e “adialettici”, di perseguire la costruzione di una “linea politica rigorosamente di massa” piuttosto che praticare il settarismo inconcludente dei puristi. «Chi non fa ha già perso la scommessa». Giusto! Ma si tratta di fare la cosa giusta, e non di muoversi sulla scorta di un’ideologia che da decenni mostra tutta la sua radicale derivazione borghese – magari attraverso la mediazione dell’egemonia gramsciana, peraltro nella sua versione, particolarmente reazionaria, di Togliatti e dei suoi successori. Fare la cosa giusta per me ha un solo significato, questo: promuovere e appoggiare tutte quelle iniziative politiche e sociali in grado di favorire l’autonomia di classe, di svelare agli occhi dei dominati la vera natura della democrazia rappresentativa, dello Stato, dei partiti e dei sindacati che sostengono i superiori interessi generali del Paese. «Bisogna votare NO nel referendum costituzionale per riconquistare l’autonomia politica ed economica del nostro Paese contro la tirannia tecnocratica sovranazionale e dei trattati europei»: è esattamente contro questo indirizzo sovranista/nazionalista che mi batto. Da sempre lotto contro la logica «del nostro Paese», degli «intessi generali del Paese», comunque declinati, e invito a guardare l’antagonismo fra le classi da questa peculiare prospettiva: non è affatto vero che è impossibile radicare fuori dal terreno della realpolitik e delle compatibilità le lotte immediate dei lavoratori e dei proletari in genere contro gli effetti della crisi. Sostenere davanti ai lavoratori che «l’entrata in vigore dell’euro è stato un inganno», significa potenziare la loro attuale debolezza politico-sociale, e così rendere più agevole la prassi del Dominio, il quale ama usare gli sfruttati contro i capri espiatori di turno: gli speculatori, i tedeschi, la casta, i poteri forti, ecc., ecc., ecc. L’inganno da mettere in luce è semmai il cosiddetto interesse generale del Paese, comunque “declinato”, eventualmente anche in chiave (pseudo) rivoluzionaria, anzi: soprattutto in quella guisa. Il concetto di Paese (come quello di Patria e di Popolo) si presta bene come schermo ideologico dietro il quale celare la realtà della divisione classista della società. I nullatenenti non hanno alcun interesse a coltivare la logica ultrareazionaria del «nostro Paese».

Mutuando Karl Kraus, sostengo che il sovranismo è un fiotto ideologico in cui ogni altro pensiero annega. In ogni caso, sovranisti ed europeisti per me pari sono, nel senso che li concepisco e li combatto come facce di una stessa cattiva medaglia. Ecco perché l’invito rivolto alla sinistra da Carlo Formenti, a «lavorare per un’alterativa populista di sinistra» in grado di contrastare il «monopolio della rivolta contro la tecnocrazia europea», che oggi appare scivolare verso il «populismo di destra», mi lascia del tutto indifferente, per non dire altro. «Il vero rischio non è il ritorno del fascismo ma che un eventuale trionfo delle destre populiste non servirebbe in alcun modo a contrastare il dominio del finanzcapitalismo (abbiamo dimenticato che il vero nemico è questo?). Questo dovrebbe essere compito nostro, se e quando ci sbarazzeremo del ciarpame ideologico di una sinistra mummificata». Non essendo chiamato in causa dalle preoccupazioni di Formenti, mi tengo ben volentieri il mio «ciarpame ideologico», che certo non baratterei mai con il ciarpame ideologico della sinistra, europeista o sovranista che sia.

2.Costituzione e globalizzazione capitalistica. Scrive Sergio Cesaratto: «Presa alla lettera, la tradizione marxista respinge oltraggiosamente l’idea dell’identificazione della classe lavoratrice col proprio Stato nazionale. […] Naturalmente Marx ed Engels non potevano esulare dalle lotte nazionalistiche, a cominciare dalle aspirazioni tedesca e italiana all’unificazione. Ma la prospettiva dello Stato nazionale era per loro al massimo una tattica, e non una strategia. Pur tuttavia, nella Critica al Programma di Gotha, dopo aver criticato i termini del tutto generici con cui il Programma della socialdemocrazia tedesca aveva affiancato la lotta internazionalista a quella nazionale, Marx ammette che: «S’intende da sé, che per poter combattere, in generale, la classe operaia si deve organizzare nel proprio paese, in casa propria, come classe, e che l’interno di ogni paese è il campo immediato della sua lotta. Per questo la sua lotta di classe è nazionale, come dice il Manifesto comunista, non per il contenuto, ma “per la forma”». La si metta come si crede, il passaggio è un riconoscimento impegnativo. Nel lungo periodo siamo tutti morti, come dirà qualche anno dopo Keynes. E la “forma” è spesso “sostanza”, ci dice il buon senso». Com’è noto, Marx, sulla scia di Hegel, diffidava del buon senso, e a giusta ragione, a quanto pare. Intanto vediamo come l’internazionalista di Treviri concludeva il suo ragionamento, che Cesaratto cerca ridicolmente di cucinare in salsa sovranista: «Ma l’ambito dell’odierno Stato nazionale, per esempio del Reich tedesco, si trova a sua volta, economicamente, nell’ambito del mercato mondiale, e politicamente “nell’ambito del sistema degli Stati”. […] L’intero programma, malgrado tutte le chiacchiere democratiche, è appestato completamente dalla fede del suddito, proprio della setta di Lassalle, verso lo Stato o, cosa non certo migliore, dalla fede democratica nei miracoli, oppure è piuttosto un compromesso tra queste due specie di fede nei miracoli, ugualmente lontane dal socialismo» (6).

A Marx – come a ogni anticapitalista degno di tale impegnativa qualifica – appariva come ovvia la circostanza per cui «la classe operaia si deve organizzare nel proprio paese, in casa propria, come classe, e che l’interno di ogni paese è il campo immediato della sua lotta». E difatti, l’autentico “internazionalismo proletario”, non quello parolaio affettato da certi intellettuali sinistrorsi, si dà in primo luogo come irriducibile antagonismo nei confronti del proprio Paese, della propria classe dominante, del proprio Stato, della propria nazione. È questa dialettica che lega il proletariato che non ha patria alla dimensione nazionale della sua esistenza. Qualsiasi tentativo teso a far passare Marx per un sovranista/nazionalista deve scadere nel ridicolo, e infatti Cesaratto si vede costretto a scrivere: «Fatto sta che da Marx ed Engels i concetti di Stato e (soprattutto) nazione, nelle loro varie declinazioni e intrecci, sono un buco nero della teoria marxista». In realtà il buco nero dimora, a mio modesto avviso, in certe teste “marxiste”, e quanto alla «teoria marxista» di cui parla il Nostro, è lecito dubitare della sua stessa natura “marxista”. In ogni caso, chi scrive non ha mai fatto parte di un simile “marxismo”. Cucinare il pollo Tedesco in salsa sovranista non può che creare una pietanza disgustosa, buona solo per certi palati particolarmente “dialettici”.

Vediamo come Cesaratto conclude il suo appello a una «sinistra [che vive] una drammatica crisi»: «Quello che mi sembra poco chiaro nelle menti del movimento per il No al referendum (parlo della sinistra naturalmente), è che qui non si sta difendendo la “Costituzione più bella del mondo”, slogan che lasciamo alla stucchevole Boldrini, ma le macerie (e solo quelle se non ci diamo una svegliata) di un nostro Stato-nazionale entro cui esercitare il conflitto sociale, che se regolato, è l’humus della democrazia». Il conflitto sociale ben regolato come humus della democrazia: un concetto borghese che considerato dalla prospettiva critico-radicale ha almeno il merito della chiarezza. La stessa concezione liberale del conflitto sociale non sostiene un’idea molto diversa circa il legame tra conflittualità sociale e democrazia (borghese) (7), anche se dinanzi al «ben regolato», che richiama l’intervento dello Stato e del parastato (partiti, sindacati e “corpi intermedi” di varia natura) nella «libera attività della società civile», non pochi liberali/liberisti di una volta storcerebbero la bocca. Quanto all’idea che la lotta di classe si possa esercitare solo nell’ambito del vecchio Stato nazionale, ebbene si tratta di una menzogna bella e buona che ha l’obiettivo di puntellare “da sinistra” gli interessi economici e geopolitici dell’italica patria, la quale deve fare i conti, come ogni altra patria al mondo, con la sempre più aspra contesa capitalistica mondiale. Chiusura sovranista (negli Stati Uniti si parla di isolazionismo) e integrazione europea (sotto l’egida della Germania, ovviamente) sono le facce di una stessa medaglia, due risposte allo stesso processo sociale che pone tanto la “struttura” quanto la “sovrastruttura” in una condizione di perenne crisi adattiva – come peraltro “profetizzava” il concetto marxiano di rivoluzione applicato al Capitalismo, al primo modo di produzione davvero rivoluzionario della storia. Dedico i passi che seguono ai sovranisti del XXI secolo: «Con gran dispiacere dei reazionari, la borghesia ha tolto all’industria la base nazionale. […] Ne è risultata come conseguenza necessaria la centralizzazione politica. Province indipendenti, quasi appena collegati tra loro da vincoli federali, province con interessi, leggi, governi e dogane diversi, sono state strette in una sola nazione, con un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, un solo confine doganale» (8). Si tratta della Nazione del Capitale, i cui confini oggi abbracciano davvero l’intero pianeta, e dove le singole nazioni non sono che nodi della fitta Rete del dominio capitalistico, e i singoli Stati non più che cani da guardia posti a difesa dei rapporti sociali che rendono possibile in tutto il mondo la divisione dei “soggetti sociali” in sfruttati e sfruttatori, salariati e capitalisti, padroni della Rete e loro servitori. Lungi dal far venire meno il concetto e la prassi della competizione interimperialistica, il dominio totale e totalitario (“globale”) dei rapporti sociali capitalistici li ha piuttosto posti su un livello ancora più alto, rivelando come non era mai accaduto prima il momento egemone nel fenomeno battezzato ormai oltre un secolo fa Imperialismo: gli interessi economici. L’andamento “problematico” dei negoziati USA-UE sul Trattato di libero scambio (Ttip) è, a tal proposito, abbastanza eloquente.

Insomma, non nego affatto (a differenza di quanto ha sostenuto qualcuno criticando i concetti di Imperialismo unitario, ma non unico, e di Società-Mondo che stanno al centro della mia concezione “geopolitica”) l’esistenza degli interessi nazionali nel contesto della società del XXI secolo; sostengo piuttosto che tali interessi 1. si affermano necessariamente contro gli interessi delle classi subalterne, che difatti farebbero bene a contrastarli in ogni modo, in ogni occasione, tutte le volte che possono, e 2. assumono una reale consistenza e una reale dinamica solo se considerati alla luce del processo sociale mondiale. Lontano dal negare un fondamento oggettivo allo Stato nazionale, mi “limito” dunque a denunciarne la natura di classe (capitalistica, ultrareazionaria,  semplicemente disumana) e a inquadrarlo nella giusta prospettiva storica.

Alla luce di quanto appena detto, lascio al lettore giudicare i passi che seguono: «Accantonate le utopie speranzose (ma è un termine generoso) dell’Altra Europa, o quelle dei battaglioni rivoluzionari di lavoratori e immigrati, non rimane che quella del proprio Stato-nazionale. Questa strategia non può essere che quella dell’Economia dei controlli, controllo delle importazioni in primis. Non c’è alternativa (sebbene, naturalmente, qualche spazio di manovra possa essere offerto anche dal recupero della sovranità monetaria). Se mi si consente di coniare un neologismo, abbiamo bisogno di un “ordo-keynesismo” La sinistra, tutta la sinistra, ha ripudiato dopo la fine del socialismo reale, ogni idea di intervento pubblico nell’economia». Il lettore mi perdoni l’antipatica e solipsistica riflessione che segue: è davvero piacevole il pensiero di non aver mai fatto parte della «sinistra». Lo so, si tratta di poca cosa, che certo non attenua il senso di impotenza politica di chi scrive (che pensa di condividere con la quasi totalità dei suoi colleghi proletari); ma i pessimi tempi invitano a non disprezzare quel pochissimo di buono che possiamo vantare ai nostri stessi occhi: anche l’autostima vuole la sua parte! Chiude la breve parentesi “esistenzialista”.

med23. Costituzione e Trattati europei. Oggi (diciamo pure da almeno trent’anni!) la Costituzione Italiana è in grave sofferenza non a causa dei soliti poteri forti sovranazionali legati a doppio filo ai famigerati, e non meglio precisati, “mercati”, ma a motivo del suo anacronismo, figlio della tradizionale lentezza della politica italiana ad adeguarsi ai tempi, sempre più accelerati, del processo sociale, considerato nella sua dimensione mondiale, la sola dimensione che oggi fa testo nell’interpretazione di ogni fenomeno, “strutturale” o “sovrastrutturale” che sia. Quella lentezza a sua volta si spiega benissimo con la tradizionale strategia delle classi dirigenti del Belpaese volta al continuo compromesso fra i diversi interessi che fanno capo alle fazioni momentaneamente più forti e politicamente influenti della classe dominante. Una strategia che coinvolge anche la gestione dei conflitti sociali, come dimostra fra l’altro l’attaccamento dei progressisti e dei sindacalisti alla politica della concertazione, una prassi che certamente non marca una discontinuità con il corporativismo fascista – soprattutto nella sua versione di “sinistra” (9). La Costituzione Italiana entra in conflitto con i Trattati europei non a causa della loro diversa natura politico-sociale, l’una “socialisteggiante gli altri “neoliberisti”, ma in grazia del processo sociale che ha mutato completamente lo scenario economico, sociale e geopolitico che rese possibile quella Costituzione e il regime politico-istituzionale sottostante. Sotto questo aspetto, è certamente corretto definire conservatori i suoi difensori.

Per Sergio Farris «sul referendum costituzionale si scontrano due visioni del mondo»: «Si pensi all’esplicito invito, rivolto addirittura da un colosso finanziario privato quale la JP Morgan, a espungere dalla nostra Costituzione gli elementi di socialismo». «Elementi di socialismo»? Il compagno Totò direbbe: «Ma mi faccia il piacere!» Il fatto che soprattutto gli americani attribuiscano la qualifica di “socialista” a tutto ciò che odora, anche solo lontanamente, di statalismo (perfino Obama passa presso alcune fazioni particolarmente arrabbiate di repubblicani per un pericoloso “socialista”, come accadde a Roosevelt ai tempi del New Deal), ebbene ciò dovrebbe metterci in guardia circa l’uso che i “neoliberisti” fanno di certi termini un tempo cari al movimento operaio, i quali oggi sono più svalorizzati e svuotati di significato dei marchi tedeschi dei primi anni Venti del secolo scorso. Chi prende sul serio la preoccupazione dei “neoliberisti” intorno ai presunti «elementi di socialismo» della nostra Costituzione rivela una concezione del “socialismo” davvero miserevole.

Solo a partire dalla prospettiva concettuale e politica qui semplicemente abbozzata è possibile, a mio avviso, svolgere una critica davvero radicale, ossia anticapitalista, alla dialettica incardinata dal reale movimento delle cose fra Costituzione Italiana e Trattati europei. Il tentativo di scavare un abisso “filosofico” e politico tra i Trattati europei e la «democrazia costituzionale» ha invece un ben’altro significato, quello di difendere un modello di società (un assetto sociale) che oggi mostra la corda a causa della dinamica capitalistica. Ovviamente per chi scrive non si tratta di assecondare il corso delle cose (che bizzarra idea!), ma di lottare contro il Moloch senza coltivare alcuna nostalgia per il mondo andato in frantumi ormai decenni fa – non sono pochi i sinistri che rimpiangono il “Trentennio glorioso”  (1945-1975) e il mondo bipolare della Guerra fredda.

4. Sul lavoro che sta alla base della Repubblica. «Le costituzioni devono scoprire il problema nascosto d’ogni epoca, argomenta Fanfani [in una relazione presentata alla XIX Settimana sociale di Firenze, del 1945 ]. Se ogni costituzione è un patto che si stipula fra Stato e popolo e se tale patto individua problemi che, se non risolti, potrebbero essere all’origine di conflitti sociali futuri, ecco che compito specifico delle costituzioni è quello di individuare il problema nascosto di una compagine sociale, il problema profondo, invisibile agli occhi dei più» (10). Qual è il «problema nascosto di una compagine sociale» capitalistica?

A chi esalta il carattere “sociale” – se non “socialista” o “socialisteggiante” – della Costituzione Italiana, della Costituzione «più bella del mondo» vigente da quasi settant’anni in un Paese che non è certo l’ultimo nella scala storico-sociale del Capitalismo e dell’Imperialismo mondiali (lo so, questo è un dettaglio così insignificante che non andrebbe nemmeno menzionato, se non per mera pignoleria, diciamo); agli apologeti della Costituzione, dicevo, andrebbe ricordato il carattere capitalistico del lavoro (salariato, appunto!) posto a fondamento della Repubblica democratica nata dalla Resistenza. Come diceva l’uomo con la barba, «Il lavoro-merce è una tremenda verità», e l’Art. 1 della Costituzione ci dice senza infingimenti che l’Italia, come ogni altro Paese di questo capitalistico mondo, si fonda su quella «tremenda verità». Ecco perché la disoccupazione (11), la precarietà, la flessibilità e quant’altro tocca in sorte ai senza riserve, soprattutto in tempi di crisi, non contraddicono affatto né la “lettera” né lo “spirito” della Costituzione, appunto perché il lavoro (salariato!) di cui essa parla presuppone l’esistenza dei rapporti sociali capitalistici – che restano rapporti di dominio e di sfruttamento a prescindere dalla forma politico-istituzionale assunta contingentemente dallo Stato, il Leviatano posto a guardia dello status quo sociale.  Nel Capitalismo il diritto al lavoro (salariato!) sancisce il dominio del Capitale (non importa se “pubblico” o “privato”) su chi non possedendo i mezzi materiali della propria esistenza, è costretto a fare della sua intera esistenza (e non solo della sua capacità lavorativa, come molti credono) una merce. Marx ed Engels parlavano a ragione di «schiavitù salariale». Il minimo sindacale che mi aspetto da un autentico anticapitalista attivo in Italia è il suo disprezzo per il lavoro che rende possibile la Repubblica democratica nata dalla Resistenza.

Con ciò si vuole forse disprezzare la lotta dei disoccupati per il lavoro e quella dei lavoratori per conservarlo, quel maledetto lavoro, e per ottenere miglioramenti salariali? Solo chi ha in testa una caricatura del punto di vista autenticamente rivoluzionario può leggere nella posizione qui abbozzata un’indifferenza per tutto quello che non si dà come lotta immediatamente rivoluzionaria. Per l’anticapitalista, non per la sua caricatura, la sfida si pone piuttosto nei seguenti termini: come trasformare la lotta per il lavoro, per il salario, per migliori condizioni di vita in un’occasione di crescita politica dei dominati? In ogni caso, chi scrive esattamente come il Marx Salario, prezzo e profitto (1865): «Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande. Nello stesso tempo la classe operaia non deve esagerare a se stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti; che essa può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutarne la direzione; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia. Perciò non deve lasciarsi assorbire esclusivamente da questa inevitabile guerriglia. […] Invece della parola d’ordine conservatrice: “Un equo salario per un’equa giornata di lavoro”, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: “Soppressione del sistema del lavoro salariato” [si tratta del sistema difeso dalla Costituzione più bella del mondo].  Le Trade Unions compiono un buon lavoro come centri di resistenza contro gli attacchi del capitale. […] Essi mancano, in generale, al loro scopo, perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere nello stesso tempo alla liberazione definiva della classe operaia, cioè all’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato» (12). Cos’è la coscienza di classe? Ne abbiamo appena visto un saggio di rara chiarezza.

Ecco perché quando Giorgio Cremaschi scrive: «Di Vittorio chiedeva di far entrare la Costituzione nelle fabbriche per realizzarla davvero, oggi la si estromette dal rapporto di lavoro ridotto a merce, per poi renderla vuota e inutile ovunque», personalmente sento forte il bisogno di impugnare la – metaforica, per carità, metaforica! – pistola. Qualcuno avverta poi Cremaschi che in Italia (anche in Italia, come ovunque) il «rapporto di lavoro» non ha mai cessato di essere un rapporto mercificato, e che il profitto non è stato «posto ai vertici della piramide sociale», «duemila anni dopo Cristo», dal «Regime dei padroni» targato Berlusconi-Marchionne, come si legge in un suo saggio del 2010 (13): come ha spiegato – invano! – l’uomo con la barba ormai centocinquanta anni fa, anno più, anno meno, in una società capitalistica il profitto deve necessariamente collocarsi «ai vertici della piramide sociale», e il prescindere o meno da questa elementare/fondamentale nozione marca la differenza tra il sindacalismo collaborazionista (vedi, ad esempio, Di Vittorio, o Lama) e quello “di classe”. «Secondo la controriforma liberista il lavoro va trattato come qualsiasi altra merce e non deve essere sostenuto da leggi e tutele speciali, altrimenti verrebbero violate le sacre leggi del mercato». Per come la vedo io, la difesa degli interessi immediati dei lavoratori va organizzata non nel nome della Costituzione (borghese), ma contro di essa, possibilmente senza continuare a illudere i lavoratori che essi fanno bene ad attendersi dallo Stato (borghese) «leggi e tutele speciali». Bisogna prendere molto sul serio la sacralità delle «leggi del mercato», ma non per inginocchiarsi al loro cospetto, ovviamente, ma per denunciarne l’intima e necessaria natura disumana, e per orientare il disagio sociale dei lavoratori e di tutti gli offesi dal Moloch capitalistico affamato di profitti verso una soluzione rivoluzionaria della catastrofe in corso. «La nostra», scrive sempre Cremaschi, «non è una costituzione liberale che stabilisca semplicemente le regole del gioco per l’accesso al potere politico. La nostra è una costituzione democratica a forte caratterizzazione sociale, è una costituzione sociale». Certo, «sociale», come la Repubblica di Salò…

Ogni altra considerazione sulla natura “sociale” della Costituzione ha per me il significato di un capovolgimento ideologico della realtà funzionale a mantenere nell’impotenza politica e sociale le classi subalterne. Del resto, già il furbo Mussolini aveva parlato di Repubblica Sociale, giocando d’anticipo sugli statalisti di “sinistra”.

A proposito di statalismo, scrive Leonardo Guzzo: «Più che il compimento degli ideali risorgimentali, a dire di Indro Montanelli la Costituzione è un “ibrido ambiguo” di marxismo e cristianesimo. […] L’impronta marxista sarebbe evidente nei limiti e nella funzione sociale imposta alla proprietà privata, nella sistematica prevalenza degli interessi collettivi su quelli individuali, nella stessa idea di solidarietà, garantita dall’intervento statale piuttosto che dalla libera iniziativa dei cittadini» (14). A “destra” come a “sinistra” si considera insomma “socialista” un’economia capitalistica la cui proprietà giuridica dei mezzi di produzione e di distruzione è nelle mani dello Stato: il Capitalismo di Stato come “Socialismo” è una balla teorica e politica che i comunisti, da Marx in poi, hanno deriso e combattuto ferocemente, perché troppo facilmente i proletari prestano orecchio a chi propone loro un tetto e una minestra assicurati tutti i santi giorni. È la loro stessa maledetta condizione sociale che li espone alle sirene stataliste – ma anche razziste. La proprietà va considerata nella sua essenza sociale, come espressione di un peculiare rapporto sociale, come proprietà di classe. Per Marx la proprietà privata capitalistica si afferma storicamente nel momento in cui il grande capitale espropria il piccolo capitale (piccola industria, artigianato) e priva definitivamente i produttori dei loro mezzi di produzione, precipitandoli nella condizione di «schiavi salariati». Mi rendo conto che dopo decenni di avvelenamento stalinista (e poi maoista), fare chiarezza sulla natura esclusivamente capitalistica del cosiddetto «Socialismo reale» (tanto nella “struttura” quanto nella “sovrastruttura”) è un’impresa quasi impossibile, e faccio precedere il “quasi” per darmi coraggio e giustificare ai miei stessi occhi il mio più che modesto “impegno politico”.

5. L’Italia ripudia la guerra! Ma fino a un certo punto… Non c’è guerra, o preparazione di un qualsiasi intervento militare da parte del Belpaese, che non evochi nella testa di ogni pacifista che si rispetti l’Art. 11 della Costituzione Italiana: L’Italia ripudia la guerra… Ora, sul piano storico quell’articolo non attesta affatto la natura pacifista della «Repubblica nata dalla resistenza», come recita il mantra progressista: ne attesta piuttosto lo status di Paese sconfitto nella Seconda Carneficina Mondiale. Dopo l’occupazione militare angloamericana e la resa incondizionata ottenuta a suon di bombardamenti aerei sulle città italiane (15), le potenze Alleate impongono all’Italia, com’era peraltro nel loro pieno diritto (quello fondato sulla forza, la madre del diritto borghese), lo status di Paese che non cercherà mai più la strada della guerra per accrescere in potenza. Di più: il suo potenziale bellico viene messo a disposizione di istituzioni sovranazionali (NATO e ONU) per consentire «alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni»; e difatti l’Italia «promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». Su questa base giuridica all’Italia è consentita la guerra in guisa di piccola o media potenza assoggetta ai vincoli imperialistici che le derivano appunto dall’esito della seconda guerra mondiale. Analogo discorso deve naturalmente farsi per la Germania e il Giappone: «Nella sede del partito di Abe, c’è un ufficio apposito, con tanto di targhetta, per la revisione della Costituzione ultrapacifista imposta dagli Usa vittoriosi. Non ci sarebbe niente di male a cambiare dopo oltre 60 anni una Carta fondamentale dettata dallo straniero: qualsiasi altro Paese l’avrebbe già fatto.  Il problema è che le bozze di revisione fatte circolare hanno fatto accapponare la pelle a molti costituzionalisti» (16).

Insomma, sulla base del citatissimo nonché mitico Art. 11 della Costituzione, che va considerato nella sua interezza, l’Italia può benissimo impegnarsi in una guerra internazionale, naturalmente nei limiti e secondo procedure e modalità imposti al Paese dalla sua collocazione geopolitica e, in generale, dai rapporti di forza interimperialistici. È d’altra parte un fatto che all’ombra dell’articolo 11 l’Italietta è riuscita nel corso della Guerra Fredda a ritagliarsi un ruolo di piccola/media potenza nella sua tradizionale riserva di caccia: Balcani, Vicino Oriente, Nord Africa. Nell’ultimo quarto di secolo questo ruolo si è alquanto indebolito, per una serie di motivi che adesso tralascio di considerare. Insomma, usare la Costituzione Italiana contro la guerra non solo è sbagliato politicamente (a causa della natura ultrareazionaria della Sacra Carta), ma risulta inefficace anche sul piano giuridico, per non parlare del fondamento storico di una simile prassi, inefficace – lo sappiamo per esperienza! – anche sul terreno puramente “tattico”.

6. Storia e leggenda. Il «tradimento dello spirito originario della Costituzione» è insomma un mito, caro soprattutto ai delusi dal Partito – cosiddetto – Comunista (nell’album di famiglia dei delusi compaiono anche i “terroristi rossi” attivi negli “anni di piombo”); un mito che cela la natura ultrareazionaria (o semplicemente borghese) di quella Costituzione, espressione della società italiana postbellica, la cui sostanziale continuità con il fascismo non sfugge al pensiero autenticamente critico-radicale, da sempre nemico della mitologia resistenzialista.

Scrive Diego Fusaro, il “marxista” più telegenico del pianeta (che invidia!): «Diceva Gramsci che essere rivoluzionari significa sempre chiamare le cose con il loro nome [bravo!], senza temerne le conseguenze [applausi!]. Ciò ci permette di dire che oggi viviamo nell’epoca meno rivoluzionaria dell’intera storia umana [condivido!], l’epoca in cui i colpi di Stato sono ipocritamente detti governi tecnici, le distruzioni dei diritti sono chiamate riforme e le aggressioni imperialistiche sono salutate come missioni di pace [assolutamente d’accordo!]. Chi oggi propone la riscrittura della carta costituzionale deve essere chiamato, senza infingimenti e formule edulcoranti, traditore della patria e del popolo italiano». E come deve essere chiamato chi, come chi scrive, propone la lotta di classe contro la Repubblica capitalistica e la sua Costituzione? «Traditore della patria e del popolo italiano»? Benissimo! Appendo volentieri al petto questa medaglia antipatriottica e antipopulista: internazionalista e anticapitalista sono!

Altra perla patriottica: «La Costituzione italiana – tutti lo sanno o dovrebbero saperlo – è testo fondativo della storia italiana: è sulle sue basi che si spiega non solo la storia italiana del secondo Novecento, ma anche l’orgoglio di un popolo [e qui mi commuovo!] che, risollevandosi dopo le tragedie belliche, si dà una nuova forma di organizzazione sociale e politica. La nostra Costituzione, probabilmente la più bella dell’intero Occidente, sorge sul fondamento della fine dei nazifascismi e sul fecondo intreccio dei punti più alti della tradizione cattolica e di quella comunista [questo sempre a proposito di cattostalinismo]: mette a tema, marxianamente [sic!], la dignità del lavoro [salariato!] e, secondo la prospettiva cattolica, la dignità della persona umana [risic!]». Svolgo la breve considerazione che segue per meglio chiarire la prospettiva dalla quale scaglio frecce critiche contro chi difende la Costituzione Italiana, «probabilmente la più bella dell’intero Occidente».

La Resistenza rappresentò a tutti gli effetti per l’Italia la continuazione della guerra imperialista con altri mezzi nel mutato scenario interno (crollo “ufficiale” del regime fascista il 25 luglio 1943) e internazionale (con il tradizionale “salto della quaglia” nelle alleanze politico-militari del Paese). Gli episodi di lotta di classe (scioperi operai nei centri industriali del Nord, lotte contadine in Sicilia e in Puglia) e di autodifesa armata di soldati italiani sbandati (dall’8 settembre 1943 in poi) staccata dal movimento “ufficiale” resistenziale guidato dai partiti borghesi antifascisti riuniti nel CLN, episodi che naturalmente sono lungi dal negare o, credo, dal sottovalutare, non furono tuttavia tali da poter mutare nemmeno in minima parte la sostanza storico-sociale di quel fenomeno.

D’altra parte, nel pieno dello scontro bellico i rapporti di forza sociali e militari erano talmente sbilanciati a favore dell’imperialismo, e l’idea stessa della “rivoluzione sociale” che fece capolino nella testa di qualche avanguardia proletaria era così fortemente influenzata dallo stalinismo, che anche quegli eroici episodi finirono per portare acqua al mulino resistenziale concepito nei termini appena abbozzati. Scrive Giulio Sapelli: «La partecipazione delle forze partigiane e delle forze armate regolari al fianco dei vincitori dà all’Italia uno statuto particolare nel contesto della ricostruzione del secondo dopoguerra. La Resistenza consentirà alla classe politica emersa dalle prime elezioni democratiche del dopoguerra di trattare su un piede di maggiore dignità e di autonomia dinanzi alle potenze inglese e nordamericana» (17). Condivido.

A proposito della mitologia resistenzialista, in un articolo pubblicato su una modesta rivista locale (Filo Rosso) nel gennaio 1992, intitolato – un po’ pomposamente – Per una critica marxista della Costituzione italiana, riportavo la citazione che segue, tratta da un breve saggio storico di De Paolis: «Sono la monarchia, il capitale finanziario e la burocrazia che decidono la caduta di Mussolini e, soprattutto, le sorti disastrose della guerra, e non “l’insurrezione spontanea” della popolazione» (in Tesi e Antitesi, G. D’Anna editore). Poco oltre citavo un articolo di Luciano Canfora pubblicato sul Manifesto del 18 luglio ’91, che allora suscitò molto scandalo presso i corifei della leggenda resistenzialista perché criticava appunto i miti e le forzature storiografiche riguardanti la Resistenza. In particolare egli definiva «schematica» la lettura che gli intellettuali legati “organicamente” alla sinistra ufficiale avevano fatto del conflitto sviluppatosi nell’Italia centro-settentrionale nel periodo 1943-45 al solo scopo di «legittimare la sinistra, in particolare i comunisti», nonché per «restituire dignità al Paese che aveva saputo “liberarsi da sé” e che dunque non andava trattato come un vinto». Per la verità anche la DC di De Gasperi cavalcò la patriottica balla speculativa della sconfitta solo a metà, in grazia dell’epopea rosso-bianca resistenzialista, meritandosi la giusta e sarcastica ironia degli angloamericani che avevano preso a calci sul deretano il Bel Paese appena qualche anno prima.

E difatti, la più grossolana delle forzature nella memorialistica resistenzialista Canfora la individuava «nell’attribuire alla lotta partigiana il ruolo decisivo nella “liberazione”, sebbene in realtà il ruolo decisivo dovesse attribuirsi piuttosto all’evoluzione bellica complessiva». Come si vede, nulla che uno storico o un politico non assoggettato alla dittatura ideologica resistenzialista non sapesse già. Ma allora il “popolo di sinistra” lapidò il povero Canfora sull’altare del “revisionismo storico”.

Una critica vera, cioè radicale – nel senso marxiano, non “marxista” del concetto – della Costituzione non può non fare i conti con questa storia, cosa che postula un giudizio sulla natura sociale della Seconda guerra mondiale (a mio avviso imperialista esattamente come lo fu la prima) e della Russia di Stalin (un Capitalismo-Imperialismo camuffato da «Patria del Socialismo»), vero paradigma degli intellettuali “comunisti” che allora scrissero la storia per conto della classe dominante italiana e del PCI di Togliatti (18).

Non nego, e anzi so bene, che allora, nel fuoco degli avvenimenti bellici, più di un comunista antistalinista (detto per inciso, è il solo modo di essere comunista che riesco a concepire) pensò che vi fosse quantomeno la possibilità di trasformare la Resistenza imperialista in una Resistenza di classe, per mutuare la celebre parola d’ordine leniniana  del 1914, e si mosse in quel senso, scontando naturalmente i limiti imposti dalla situazione. Nulla da dire, se non per esternare dell’ammirazione nei confronti di compagni rivoluzionari disposti a sacrificare la loro vita nella lotta di emancipazione. D’altra parte, polemizzare con la storia non ha alcun senso. Se la prospettiva storica, il solo punto di vista che può permettersi chi cerca di capire la storia “fatta” dagli altri, ha un senso, ebbene questo senso è da ricercarsi nello sforzo di cogliere il processo sociale nella sua contraddittoria totalità e nella sua dinamica interna, resistendo alla tentazione di polemizzare con i protagonisti delle vicende passate nel vano – e certamente puerile – tentativo di rifare la storia ex post. Bisogna d’altra parte aggiungere, per completezza “storiografica”, che tutte le volte che qualcuno cercò allora di praticare l’internazionalismo proletario, si trovò a fare i conti con gli sgherri di Togliatti (19) e di Stalin, non raramente lasciandoci la pelle.

Lungi quindi dal negare contraddizioni, speranze più o meno fondate e quant’altro, cerco piuttosto di restituire appunto l’essenza di un fatto storico, di coglierne il senso generale. E il senso generale della Resistenza, in Italia e altrove, fu quello, ripeto, che le impresse la guerra imperialista, definita dai vincitori Guerra di liberazione – è difficile trovare nella storia un vincitore che non si sia presentato al mondo in guisa di “liberatore”.

La Costituzione Italiana fu certamente il frutto di un compromesso fra partiti di diversa ispirazione politico-ideologica e di diverso orientamento geopolitico (con la DC che guardava agli Stati Uniti e il PCI che guardava all’Unione Sovietica), ma si trattò, beninteso, di un compromesso tutto interno alla maligna dimensione del dominio capitalistico, a causa della natura capitalistica di tutti gli attori, nazionali e internazionali, in campo. D’altra parte, le concezioni “lavoriste” di Fanfani, già ideologo del corporativismo fascista (20), ben si amalgamavano con le analoghe concezioni dei colleghi stalinisti, teorici del Capitalismo di Stato con caratteristiche “sovietiche” e cultori del disumano mito stakanovista.

Una volta Leonardo Sciascia disse, in polemica con i «professionisti dell’Antimafia», che il prodotto politicamente più rognoso della mafia è stato l’antimafia; ecco, mutatis mutandis, un’analoga considerazione si può fare a proposito di fascismo e antifascismo. Ciò che non mi impedisce di essere nemico del fascismo e della mafia, ma in una guisa che non ha nulla a che fare con l’antifascismo e con l’antimafia di chi si commuove dinnanzi alla Sacra Costituzione Italiana, «probabilmente la più bella dell’intero Occidente».

medioev2(1) K. Marx, Discorso sulla questione del libero scambio, in Opere Marx-Engels, VI, p. 482, Editori Riuniti, p. 1973
(2) Già Marx considerò la «repubblica costituzionale» come «la forma più solida e più completa del loro [delle «frazioni borghesi coalizzate»] dominio di classe» (Le lotte di classe in Francia, in K. Marx, Rivoluzione e reazione in Francia, 1848-1850, p. 146, Einaudi, 1976). Nell’epoca del dominio totalitario del Capitale ogni superstizione intorno alla democrazia (borghese) e alla «repubblica costituzionale» mi sembra quantomeno anacronistica.
(3) Un esempio di questa logica, in campo internazionale, ci è stato offerto dalla Lettera dei medici di Aleppo al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama: «Caro Presidente Obama,
Siamo 15 degli ultimi medici che servono i restanti 300.000 cittadini di Aleppo orientale. I soldati del regime hanno cercato di circondare e bloccare l’intero est della città. Le loro perdite hanno fatto sì che un rivolo di cibo arrivasse ad Aleppo orientale per la prima volta da settimane. Sia che viviamo, sia che moriamo sembra dipendere dai flussi e riflussi del campo di battaglia. Non abbiamo visto nessuno sforzo da parte degli Stati Uniti volto a superare l’assedio o anche a utilizzare la loro influenza per spingere le parti a proteggere i civili. […] Continua l’inazione degli Stati Uniti per proteggere i civili della Siria. Ciò significa che la nostra situazione è volontariamente tollerata da chi nei corridoi internazionali ha il potere. Il peso della responsabilità per i crimini del governo siriano e il suo alleato russo deve quindi essere condivisa da coloro, compresi gli Stati Uniti, che consentono loro di continuare. Non abbiamo bisogno di dirvi che il sistematico attacco degli ospedali da parte del regime siriano e degli aerei da guerra russi è un crimine di guerra. Non abbiamo bisogno di dirvi che stanno commettendo atrocità ad Aleppo. Non abbiamo bisogno di lacrime o simpatia o anche preghiere, abbiamo bisogno della vostra azione. Dimostra che sei l’amico della Siria».
L’agnello che supplica un lupo affinché lo difenda dalla violenza assassina di altri lupi. Fuor di metafora, si fa appello a un imperialismo (il primo su scala planetaria) per cercare protezione nei confronti di altri imperialismi contingentemente più minacciosi. Davvero la Siria (e lo Yemen? e…?) mostra l’essenza di quello che definisco Sistema Mondiale del Terrore. Si badi bene, non sto dando un giudizio di valore sull’iniziativa politica dei medici di Aleppo, la cui rischiosa opera umanitaria in soccorso dell’inerme popolazione di Aleppo, presa in ostaggio da tutti gli eserciti in campo (“regolari” e “irregolari”, interni ed esteri), non può che suscitare simpatia e ammirazione; mi limito a prendere atto della catastrofe esistenziale (o semplicemente sociale) che, in differenti modi e gradi, devasta l’intera umanità. Siamo messi davvero male, come “uomini” dico, se davanti all’orrore siamo costretti sempre di nuovo a ripiegare in direzione del “male minore”, strategia di sopravvivenza che forse può salvare oggi un x di persone per offrirne con certezza il triplo alle fosse, domani. Non si tratta di pessimismo, ma di semplice “realismo storico”.
(4) K. Marx, Le lotte di classe in Francia, p. 147.
(5) La Repubblica, 28 agosto 2016. «L’amministratore delegato di Fiat Chrysler, Sergio Marchionne, ha ricevuto per l’anno 2014 un compenso complessivo di 31,3 milioni di euro. La cifra emerge dal bilancio 2014 di Fiat Chrysler Nv, il primo dopo lo spostamento della sede legale in Olanda, che fornisce in trasparenza una serie di dettagli anche sulla remunerazione futura del top management e del Ceo» (da www.corriere.it del 7 marzo 2015). D’altra parte, certi problemi si possono vedere meglio solo da certe altezze…
(6) K. Marx, Critica al programma di Gotha, 1875, pp. 45-56, Savelli, 1975.
(7) «La logica liberale appare a Dahrendorf superiore a quella democratica non solo perché lo sviluppo liberale finisce inevitabilmente per parlare a favore delle istituzioni democratiche (in quanto permettono di “contare teste anziché tagliarle”), ma perché fanno parte integrante della logica liberale tanto il pluralismo sociale quanto l’integrazione nel circuito politico di quel conflitto senza cui nessuna società potrebbe progredire» (Sergio Caruso, cit. tratta da L. Leonardi, Introduzione a Dahrendorf, Laterza, 2014). Il conflitto come sale della società civile, come sua forza vivificante che promuove l’innovazione, il cambiamento, il progresso in ogni sfera della società. Naturalmente questa concezione eternizza il male assoluto che pulsa al centro delle società classiste, compresa quella attuale, determinandone l’essenza e la direzione: la divisione in classi sociali degli individui, appunto, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo che tale divisione presuppone e pone sempre di nuovo. La democrazia non è che una delle forme politico-istituzionali che può assumere il dominio di classe, la cui eliminazione fonda la natura universale delle classi dominate: «Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità». Anche questo va detto a proposito di coscienza di classe. Per l’anticapitalista non si tratta né di “contare teste” né di “tagliare teste”, ma di creare i presupposti materiali affinché possa finalmente nascere e prosperare «l’uomo in quanto uomo». Non mi aspetto certo comprensione né, tanto meno, consensi da parte di chi propone la salvezza dello Stato-Nazione e l’«ordo-keynesismo» come il massimo che possa concepire il “pensiero critico” del XXI secolo.
(8) K. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista, Opere Marx ed Engels, VI, pp. 490-49, Editori Riuniti, 1973.
(9) «Fascismo e corporativismo vedevo con fede di rivoluzionario [!] orientato verso una concezione di carattere comunistico [!!] che ebbe il suo punto culminante nella proposta della corporazione proprietaria al congresso di Ferrara del ’32. Da Bottai attendevo una esplicita collaborazione in tale direzione, sia pure entro i limiti di una situazione politica estremamente difficile, dominata, oltre che dalle forze capitalistiche, soprattutto da una cultura liberale e conservatrice, da Croce e Einaudi» (U. Spirito, Memorie di un incosciente, p. 190, Rusconi, 1977). Maledetti liberisti! Alla fine della guerra, per molti ex adulatori del Duce passare dal corporativismo di stampo fascista a quello di stampo stalinista fu facile come tracannare un bel bicchiere ideologico a base di statalismo.
(10) P. Roggi, Il ruolo di Fanfani all’Assemblea Costituente.
(11) Il riconoscimento del diritto al lavoro, ammise Giuseppe Di Vittorio, «non vuol dire che domani ad esempio, un disoccupato possa chiamare in giudizio lo Stato» (Atti Ass. Cost., III Sottocommissione, resoconto della seduta del 9 settembre 1946). Anche lo statalismo ha un limite…
(12) K. Marx, Salario, prezzo e profitto, pp. 116-117, Newton, 1976.
(13) Centocinquanta anni dopo Marx, Cremaschi scopre la seguente “filiera” del Capitale: «Se c’è guadagno, c’è l’impresa, se c’è l’impresa c’è il lavoro, se c’è il lavoro c’è il salario e forse ci sono anche i diritti» (G. Cremaschi, Il regime dei padroni. Da Berlusconi a Marchionne, p. 63, Editori Riuniti, 201). Che scandalo! Ma da che Capitalismo è Capitalismo, le cose stanno esattamente così, e non potrebbero stare diversamente, e aver fatto credere ai lavoratori che nell’ambito della società basata sul profitto il lavoro salariato può costringere il Capitale a derogare ai suoi vitali (nel senso proprio della parola) interessi, magari appoggiandosi alla paternalistica benevolenza del Leviatano, è una delle tante balle ideologiche progressiste che nel corso di questo mezzo secolo hanno avvelenato la classe dei salariati.
(14) L. Guzzo Per Montanelli la Costituzione era un ibrido imperfetto figlio dell’ideologia, L’Occidentale.
(15) «L’espressione cara ad alcuni babbei, “L’Italia nata dalla Resistenza”, non vuol dire nulla di nulla. La guerra che ci liberò dai nazisti la vinsero gli aerei alleati che bombardarono a sangue il quartiere romano di San Lorenzo ma anche l’Abbazia di Montecassino, dove credevano fossero annidati i cannoni e le mitragliatrici nazi che puntavano dall’alto. E comunque i primi ad arrivare a Montecassino furono i combattenti polacchi, quelli che volevano vendicare la sconfitta del settembre 1940, quando i nazisti entrarono in Polonia da un lato e i comunisti russi dall’altro» (G. Mughini, Dagospia, 25 agosto 2016). Mi capita ogni tanto di citare il “bizzarro” e sottovalutato Mughini perché egli mostra di conoscere molto bene i suoi polli, ossia i suoi ex colleghi stalinisti e maoisti con i quali spesso polemizza. Essendo passato dall’altra parte della barricata, egli non ha motivo per nascondere vizi, tic e scheletri negli armadi della sinistra “ufficiale” e di quella “radicale” del suo tempo nata come costola della prima.
(16) S. Carrer, Il Sole 24 Ore, 2012.
(17) G. Sapelli, Storia economica  dell’Italia contemporanea, p. 1, Bruno Mondadori, 2008.
(18) «La buona parte degli ex partigiani (ossia di coloro che si schierarono dalla parte “giusta” nella guerra civile 1943-1945, e non c’è dubbio che fosse la parte “giusta”) non avevano niente a che vedere con una benché esile idea della “democrazia”. Loro stavano dalla parte dell’Urss comunista, e avrebbero tanto voluto che a guerra finita l’Italia somigliasse all’Urss. Altro che “democrazia”. […] Non era un seguace della democrazia un combattente formidabile e da me ammiratissimo nella mia giovinezza quale Giovanni Pesce, il cui libro sulle azioni dei gap era un “livre de chevet” dei terroristi rossi degli anni Settanta, tanto che il quotidiano “Lotta continua” ne pubblicò un brano all’indomani dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi, come a far capire che quello che avevano fatto alcuni di loro aveva dei precedenti illustri nella guerra civile del 1943-1945. […] Dopo il 25 aprile 1945 il fascismo storico era morto e sepolto. C’era invece in atto, nel cuore e nella realtà concreta dell’Europa, un crimine politico di entità eguale al fascismo, quel regime comunista che i carri armati dell’Urss vittoriosa avevano esportato in Polonia, in Ungheria, in Cecoslovacchia, nella Germania dell’Est, in Romania, in Bulgaria. E sui crimini e sulla vergogna morale di quei regimi c’è adesso una biblioteca grande così, e se uno omette l’insegnamento che viene da quella biblioteca o è un cretino o è un mascalzone». Non so dire se sono un cretino (non posso escluderlo, almeno in linea teorica) o un mascalzone (qualcuno potrebbe pensarlo, a giusta ragione peraltro); di certo non ho mai taciuto «sui crimini e sulla vergogna morale di quei regimi», anche per denunciarne la vera natura storica e sociale.
(19) Da Wikipedia: «Nel marzo 1963, venne Palmiro Togliatti a Pisa, e raccontò agli studenti il suo rientro in Italia e la svolta di Salerno, riferendo che «il generale MacFarlane si meravigliò con me che il Pci non volesse fare la rivoluzione». L’allora sconosciuto Sofri intervenne affermando che «ci voleva l’ingenuità d’un generale americano per pensare che un partito che si proclamava comunista volesse il comunismo». Ma ci voleva l’ingenuità di un’ancor giovane “cattivo maestro” per dare in qualche modo credito al “comunismo” di chi «si proclamava comunista». Ma certo l’ironia di Sofri lasciava ben sperare sul suo futuro politico. «Al che il segretario comunista ribatté: “Devi ancora crescere. Provaci tu, a fare la rivoluzione”, e Sofri concluse: “Ci proverò, ci proverò”». Della serie: la rivolta del figlio contro il padre – dello stalinismo italiano.
(20) «Una tesi assai diffusa fra gli odierni neo-conservatori americani assicura che il pensiero cattolico europeo, specialmente italiano, sarebbe ostinatamente ostile al capitalismo liberale. Michael Novak, economista cattolico americano, con prolungati studi in Italia, e in passato seguace di Fanfani, lo ha poi accusato di essere, storicamente, il divulgatore principale del pregiudizio anticapitalistico, specialmente attraverso la Costituzione. Non soltanto contro Fanfani sono dirette le frecce di Novak, ma anche contro l’intero gruppo dossettiano e, più in generale, contro la sinistra democristiana» (P. Roggi, Il ruolo di Fanfani…). Più tardi, quando la «sinistra democristiana» si avvicinerà alla «destra comunista», si parlerà di “cattocomunismo”. Anziché di corporativismo, il Fanfani democristiano iniziò a parlare di «economia controllata», una sorta di «terza via» in grado di bypassare il liberismo di stampo americano e il dirigismo di stampo sovietico. «La filosofia generale del controllo fu esposta da Fanfani il 15.10.46 [davanti alla Commissione dei 75]: “Si tenta di controllare lo sviluppo dell’economia senza accedere totalmente ad una economia collettivista e senza lasciare totalmente libere le forze individualistiche, ma cercando di sfruttarle”». Com’è noto, due tesi si confrontano e si scontrano fin dal varo della Carta costituzionale sugli esiti dottrinali della battaglia politica che vide protagonisti le maggiori forze politiche del Paese (DC, PSI, PCI): c’è chi parla di «sintesi superiore» (Pietro Scoppola), chi di «giustapposizione non ricomponibile di posizioni dissimili» (Piero Barucci), e c’è pure chi ha cercato di gettare un ponte tra le due tesi (Giuliano Amato, non a caso definito “Dottor Sottile”).

A CHE PUNTO È LA MITICA “RIPRESINA”? OVVERO: LE ETERNE “MAGAGNE” DEL CAPITALISMO ITALIANO

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Ieri mi sono casualmente imbattuto nella rubrica (Oikonomia) che il giornalista “economico” del Foglio Marco Valerio Lo Prete tiene tutti i lunedì su Radio Radicale. La puntata andata in onda il 15 agosto scorso mi è sembrata particolarmente interessante per i dati statistici sull’economia “reale” italiana che il giornalista offre agli ascoltatori; di qui, l’idea di trascriverla come traccia per miei eventuali futuri approfondimenti. La cosa può forse risultare di un qualche interesse anche per il lettore, e perciò “socializzo” con piacere la cosa, scusandomi per eventuali errori ed omissioni. Già che c’ero, ho pure compulsato altra “cacca” (il Tizio di Treviri mi perdoni!) economica, che pure metto a disposizione degli interessati senza alcun commento critico. Il tutto potrebbe venir considerato come una sorta di promemoria in vista dell’ennesimo “autunno caldo”.

Come il lettore avrà modo di vedere, qui prendo in considerazione il punto di vista degli amici del Capitalismo di scuola liberista, mentre trascuro quello degli amici del Capitalismo di scuola statalista, le cui analisi sulla crisi economica del Paese e le cui ricette per superarla appaiono peraltro, almeno agli occhi di chi scrive, meno interessanti se poste a confronto con le analisi e con le ricette proposte dai loro colleghi liberisti. Ciò trova conferma anche nell’ultimo libro di Franco Debenedetti Scegliere i vincitori, salvare i perdenti (Marsilio), nelle cui pagine appare tra l’altro chiaro il filo nero statalista che lega il fascismo alla cosiddetta Prima Repubblica. Il punto di vista dell’autore è particolarmente interessante perché egli ha servito sia il capitale industriale “pubblico” che quello “privato” – i cui robusti legami con la politica vennero a galla ai tempi di Tangentopoli. «In quegli anni», scrive Debenedetti ripensando all’Italia del Secondo dopoguerra, «si affermò la convinzione, tutta ideologica, che l’attività diretta dello Stato in economia possa rimediare ai mali – disoccupazione, arretratezze, iniquità – e portare il bene – crescita, protezione, innovazione. La politica si comportò insomma come il Gran Cancelliere di Milano nei Promessi Sposi: “Costui vide, e chi non l’avrebbe veduto, che l’essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrlo”». L’economia subordinata alla volontà dei decisori politici: un classico tormentone statalista. È d’altra parte vero che un’economia capitalistica puramente “privata”, completamente al riparo dall’occhiuto e fiscalmente rapace Leviatano, non è mai esistita, se non nella testa dei liberisti ideologicamente più ottusi, i quali hanno sempre offerto molto materiale dottrinario agli statalisti più ottusi, del genere di quelli che, ad esempio, denunciano un «liberismo selvaggio» che in Italia non c’è mai stato. «Per fortuna!», dicono alcuni; «per disgrazia!», sostengono altri.

Ma fatemi capire: fortuna per chi? disgrazia per chi? In ogni caso, il mio irragionevole anticapitalismo mi impone di orientarmi fra le italiche magagne prescindendo completamente dagli “interessi generali del Paese”. E ho detto tutto! Almeno per oggi. Buona lettura.

Fonte: Ocse

Fonte: Ocse

Oikonomia

Buongiorno agli ascoltatori. Se il prodotto interno lordo italiano torna a essere stagnante, come si è appena verificato nel secondo trimestre dell’anno, sarà bene cercare di capire cosa ci sia alle origini di questa ennesima frenata della crescita del nostro Paese.

Dalla Banca d’Italia e dal Ministero dell’economia, per esempio, oramai da tempo non si guarda tanto al PIL per valutare se la ripresa si sia davvero radicata e sia destinata a durare nel tempo; piuttosto per non farsi ingannare da quelli che potrebbero essere soltanto rimbalzi statistici che vengono dopo le ripide discese, a Via  Nazionale e a Via XX Settembre si tiene d’occhio, per esempio, il dato degli investimenti.

Investimento è il termine che designa sia l’incremento di beni capitali che avviene in un dato periodo di tempo, sia l’acquisizione e la creazione di risorse atte a essere usate nel processo produttivo. Nelle economie capitaliste l’attenzione è rivolta principalmente all’investimento delle imprese private, e viene suddiviso in investimento in capitale fisso, cioè nell’acquisto di macchinari, attrezzature, e fabbricati  già esistenti e di nuova produzione; e investimento in scorte: di materie prime, di semilavorati, di prodotti finiti. Ma l’investimento è intrapreso anche dal settore pubblico, da istituzioni senza fini di lucro e da singoli individui. Si può considerare oltre al capitale fisso anche il capitale umano, quello intangibile, le acquisizioni di azioni e obbligazioni già in circolazione e di nuova emissione, Buoni del Tesoro, Titoli di Stato, quote di società o di imprese. L’investimento in senso ampio è anche la spesa per ricerca e sviluppo.

Ora, uno dei punti fondamentali che spiegano la fragilità della ripresa nel nostro Paese è che gli investimenti fissi (quindi l’acquisto di macchinari, attrezzature e fabbricati) sono ricominciati a salire soltanto nel 2015. Secondo l’Istat, per esempio, solo lo scorso anno gli investimenti fissi lordi sono tornati a crescere dello 0,8 per cento, dal -3,4 per cento che avevano fatto segnare nel 2014, interrompendo la fase di decisa contrazione di tutto il triennio precedente.

Scrive l’Istat: «Si rileva un primo recupero degli investimenti, ma la crescita è ancora debole. Nel 2015 gli investimenti fissi lordi sono tornati a crescere (+0,8 per cento, da -3,4 per cento del 2014), interrompendo la fase di decisa contrazione del triennio precedente. Nonostante la riduzione del livello di incertezza, la spinta delle politiche monetarie a sostegno della liquidità e le azioni volte al rilancio degli investimenti europei (Piano europeo per gli investimenti strategici 2015-2020, piano Juncker), l’aumento della spesa in beni capitali è risultato piuttosto contenuto, con una forte eterogeneità tra le singole componenti. La dinamica dell’aggregato è stata trainata dal balzo degli investimenti in mezzi di trasporto (+19,7 per cento), cui si è accompagnato un lieve aumento di quelli in macchine e attrezzature (+1,1 per cento); per contro, gli investimenti in costruzioni hanno continuato a diminuire, seppure di poco (-0,5 per cento); anche i prodotti della proprietà intellettuale hanno segnato un modesto calo (-0,4 per cento). Osservando la dinamica per settore istituzionale, nella media del 2015 il valore aggiunto delle società non finanziarie è cresciuto del 2,7 per cento rispetto all’anno precedente, gli investimenti dell’1,5 per cento (-3,6 nel 2014). Queste dinamiche hanno determinato un lieve calo del tasso di investimento delle società non finanziarie, sceso in media d’anno al 18,4 per cento (dal 18,7 del 2014). Per contro, il risultato lordo di gestione è tornato a crescere (+2,5 per cento) dopo tre anni di contrazione» (Rapporto annuale 2016, p. 19).

Anche la Banca d’Italia nella relazione annuale dello scorso maggio ha notato che soltanto nel 2015 si è interrotta quella che chiamano la prolungata contrazione dell’accumulazione di capitale, in atto, scrivono a Palazzo Koch, dall’avvio della crisi finanziaria globale. Quindi, addirittura più del triennio stimato dall’Istat. «Lo scorso anno si è interrotta la prolungata contrazione dell’accumulazione di capitale, in atto dall’avvio della crisi finanziaria globale. Gli investimenti fissi lordi, che non includono le scorte, sono aumentati dello 0,8 per cento; in quota del PIL – anch’esso in crescita di analogo ammontare – si sono stabilizzati al valore minimo storico del 16,6 per cento. La ripresa dell’accumulazione nel nostro Paese è più moderata rispetto a quella dell’area dell’euro. Lo stock di capitale al netto delle abitazioni è ancora sceso: l’ammortamento resta infatti su livelli prossimi a quelli del 2008, mentre i flussi di investimento lordo si sono ridotti fortemente in seguito alla crisi» (Banca D’Italia, Relazione annuale, 2015, p. 60). Il valore minimo storico del 16,6 per cento risale al 2000, cioè a 16 anni fa. Prima gli investimenti lordi erano pari al 20,2 per cento del PIL. Non solo la ripresa dell’accumulazione capitalistica del nostro Paese è più moderata rispetto a quella dell’area dell’euro, ma lo stock di capitale al netto delle abitazioni è sceso ancora.

«Secondo l’indagine Invind condotta dalla Banca d’Italia, l’espansione degli investimenti dello scorso anno ha riguardato soprattutto le imprese più grandi dei servizi privati non finanziari. Nell’industria in senso stretto la ripresa dell’accumulazione è stata nel complesso contenuta, ma è risultata marcata per le aziende esportatrici, seppure inferiore ai programmi, e per quelle di grande dimensione che stanno ristrutturando le linee di produzione» (Relazione annuale, p. 60). La ripresa degli investimenti è quindi diversificata nei diversi settori, anche secondo fattori dimensionali.

Secondo alcuni economisti, come Riccardo Gallo, ingegnere e docente di economia industriale alla Sapienza, gli imprenditori avrebbero addirittura tirato i remi in barca già prima dell’arrivo della crisi, e più precisamente alla fine degli anni Novanta. Una spia di ciò sarebbe per esempio l’andamento degli ammortamenti tecnici ordinari pari nel ‘92 a poco meno del 5 per cento del fatturato netto delle imprese, poi sceso sotto il 4 per cento nel 2004, per toccare nel 2007 meno del 3 per cento, livello rimasto poi invariato fino al 2014. Secondo Gallo, autore del libro Torniamo a industriarci (Guida editori), ciò fu conseguenza non solo e non tanto di un aumento del fatturato al denominatore, quanto di una diminuzione degli ammortamenti al numeratore,  perché i mezzi di produzione via via che arrivavano alla fine della loro vita utile non venivano tutti rimpiazzati. Quindi a bilancio non c’erano nuovi immobilizzi tecnici e di conseguenza gli ammortamenti da accantonare diminuivano. Il fatturato è aumentato nel tempo comunque, anche senza un piano di rinnovo degli impianti; ma solo perché quelli vecchi sono stati mantenuti in attività fino all’ultimo, gli è stato per così dire “tirato il collo” anche quando erano completamente ammortizzati e sarebbero dovuti essere sostituiti.

Sempre secondo i calcoli di Gallo negli ultimi dieci anni la maggior parte degli imprenditori si è distribuita come dividendi tutti gli utili di gestione. Se questa tendenza di fondo sugli investimenti ha iniziato una lieve inversione solo l’anno scorso, prima di parlare di vera e propria crescita in Italia potrebbe passare dunque del tempo, addirittura due o tre anni.

Forse è giunto il momento di chiedersi cosa si possa fare per accorciare al massimo tale transizione. Grazie dell’ascolto da Marco Valerio Lo Prete.

Dalla Relazione annuale, 2016, della Banca d’Italia:

L’accumulazione di capitale produttivo è gradualmente ripartita, con il sostegno sia delle migliori condizioni di finanziamento indotte dall’orientamento espansivo della politica monetaria, sia del marcato recupero della fiducia delle imprese. La dinamica della spesa in mezzi di trasporto è stata particolarmente elevata, in parte beneficiando degli ecoincentivi per il rinnovo dei veicoli commerciali ancora in vigore nei primi mesi dell’anno. Anche gli investimenti in macchinari e attrezzature hanno ripreso a crescere, pur continuando a essere frenati da margini ancora significativi di capacità produttiva inutilizzata. La contrazione degli investimenti in costruzioni, che dura pressoché ininterrotta dal 2007, si è decisamente ridimensionata sia nella componente residenziale sia in quella produttiva; quest’ultima ha beneficiato anche dei primi segnali di recupero della spesa in opere pubbliche (p. 53).

Nonostante le vantaggiose condizioni di finanziamento, la raccolta di capitali da parte delle imprese non finanziarie si è collocata su livelli complessivamente inferiori a quelli dell’anno precedente. Le aziende italiane hanno mostrato una tendenza a ridurre il proprio indebitamento e a fare fronte al fabbisogno prevalentemente con l’autofinanziamento, mentre l’attività di investimento, sebbene in ripresa, resta ancora moderata (p. 155).

Tra il 2008 e il 2013 la crescita aggregata è stata il risultato anche di diverse strategie con cui le imprese hanno contenuto la dinamica del costo del lavoro. Le imprese più grandi hanno limitato la crescita dei salari medi unitari, mentre quelle minori hanno ridotto l’occupazione con maggiore frequenza. Le imprese medie e piccole pagano salari più bassi, prossimi ai minimi fissati dai contratti nazionali e spesso privi di componenti salariali aggiuntive, quali i bonus, comprimibili in caso di shock recessivi. Queste aziende hanno perciò agito sia diminuendo il numero degli occupati, sia ricomponendo la forza lavoro: in particolare hanno utilizzato i lavoratori a termine, il cui contratto di lavoro – incluso l’inquadramento salariale – deve necessariamente essere ridefinito di volta in volta. La dinamica salariale si è ulteriormente affievolita alla fine dell’anno, risentendo dei mancati rinnovi di molti dei contratti scaduti nel corso del 2015 e nei primi mesi del 2016 (lo scorso marzo i contratti non rinnovati pesavano per circa il 50 per cento del monte salari. In assenza di ulteriori rinnovi la crescita delle retribuzioni contrattuali si dimezzerebbe nel 2016 rispetto all’anno prima, raggiungendo un minimo storico (allo 0,8 per cento). […] Durante la crisi la quota dei profitti è scesa a livelli storicamente modesti (pp. 98-101).

Dal Rapporto annuale 2016. La situazione del Paese, Istat

Le esportazioni italiane mantengono la loro quota sul mercato mondiale e europeo. Anche le esportazioni italiane di merci hanno segnato un’accelerazione, aumentando in valore del 3,8 per cento (+2,2 per cento nel 2014). La dinamica settoriale è stata fortemente eterogenea: gli autoveicoli e gli altri mezzi di trasporto hanno apportato un contributo pari a un terzo della crescita complessiva, compensando l’andamento negativo di altri settori, quali metalli e prodotti in metalli e petrolchimico. Rispetto alle principali aree di sbocco, le esportazioni sono cresciute a un tasso lievemente più elevato nell’area dell’Ue (+3,9 per cento) rispetto a quella extra Ue (+3,6 per cento); all’aumento complessivo ha contribuito per oltre il 40 per cento il mercato degli Stati Uniti (+20,9 per cento), che ha più che compensato la flessione delle esportazioni verso la Russia (-25,0 per cento), causata dal protrarsi delle sanzioni commerciali. Nel complesso, la quota delle esportazioni di merci italiane su quelle mondiali è rimasta invariata (2,8 per cento, dati sui primi nove mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014, secondo il Wto). Il confronto con le dinamiche delle esportazioni dell’area Ue mostra come la quota dell’Italia abbia subito una lieve erosione rispetto al 2014 (da 8,6 a 8,5 per cento): la crescita delle esportazioni dell’Italia è, infatti, risultata inferiore a quella dei paesi dell’Ue e, in particolare, della Germania (6,5 per cento) e della Francia (4,4 per cento). […] Il mercato interno e i beni strumentali trainano la produzione e il fatturato dell’industria. La produzione industriale ha segnato nel 2015 un incremento in volume rispetto all’anno precedente (+1,1 per cento), trainato dalla dinamica positiva dei beni strumentali (+3,6 per cento) e dell’energia (+2,3 per cento), a fronte di un calo di beni intermedi (-1,0 per cento) e di un andamento stagnante dei beni di consumo. All’opposto, la produzione nelle costruzioni è ulteriormente diminuita nella media del 2015 (-1,7 per cento su base annua), proseguendo la tendenza negativa degli ultimi anni. Il fatturato industriale è rimasto sostanzialmente invariato (+0,3 per cento, dati corretti per gli effetti di calendario): alla dinamicità della componente estera (+1,2 per cento) si è contrapposto il lieve calo di quella interna (-0,2 per cento) (Figura 1.7). Per contro, il balzo degli ordinativi (+5,2 per cento) è stato guidato prevalentemente dalla domanda interna (+8,6 per cento), mentre gli ordini dall’estero hanno registrato una crescita modesta (+0,7 per cento) (pp. 21-22).

La dinamica salariale nel totale dell’economia ha mantenuto nel 2015 un ritmo molto contenuto. Le retribuzioni contrattuali per dipendente sono aumentate dell’1,2 per cento, mentre la dinamica delle retribuzioni lorde per unità di lavoro equivalenti a tempo pieno ha segnato un leggero rafforzamento rispetto al 2014 (+0,6 per cento rispetto a +0,2 per cento). La sostanziale stabilità dei prezzi al consumo (+0,1 per cento) ha reso possibile una crescita in termini reali delle retribuzioni di fatto (+0,5 per cento). L’andamento complessivo delle retribuzioni di fatto, che si conferma anche per il 2015 inferiore a quello della componente contrattuale, è la risultante di dinamiche settoriali diverse. Incrementi superiori alla media si registrano nell’agricoltura (+2,8 per cento) e nell’industria (+1,5 per cento); per il solo comparto delle costruzioni si osserva una crescita inferiore alla media (+0,5 per cento). Nei servizi, che nel complesso registrano una crescita delle retribuzioni del +0,3 per cento, la dinamica più sfavorevole riguarda l’aggregato delle attività dell’amministrazione pubblica, difesa, istruzione e sanità (-1,0 per cento), la più vivace i servizi di informazione e comunicazione e le attività finanziarie e assicurative (+1,8 e +2,3 per cento, rispettivamente) (p. 26).

Ferruccio de Bortoli (Corriere della Sera, 30 giugno 2016):

Il livello degli investimenti ha toccato nel 2015, secondo la Banca d’Italia, il minimo storico nel rapporto con il Prodotto interno lordo: il 16,6 %. Qualche segno di ripresa c’è, ma dalla crisi finanziaria a oggi la diminuzione è stata superiore al 30%. Anche questo spiega come mai il nostro Paese non sia ancora riuscito a recuperare i livelli di reddito del 2008. Se non si investe con tassi d’interesse vicini allo zero, quando mai lo si farà? Ridotta al nocciolo, la questione di fondo dell’economia italiana (ed europea) è tutta qui. Il Pil è ancora al di sotto di otto punti percentuali, mentre la Germania è al di sopra di cinque.

Nonostante gli interventi del governo – dal super ammortamento, allo sconto sull’Irap e quello promesso sull’Ires, ai diversi incentivi – le imprese sono frenate da una serie di fattori di instabilità, accresciuti con la Brexit. Eppure la loro propensione a investire – come segnala il Centro studi della Confindustria – è elevata in rapporto al valore aggiunto che però, nel manifatturiero, è cresciuto lo scorso anno solo dello 0,6 per cento. La dimensione ridotta delle aziende è tuttavia un ostacolo. […] «Lo stock di capitale italiano – spiega l’economista Gianfranco Viesti – si riduce, al netto delle abitazioni, in termini assoluti. E quei pochi investimenti che facciamo non sono sufficienti nemmeno a contrastare il deperimento normale degli impianti». Ci siamo già mangiati un pezzo di futuro senza accorgercene. Sorge, a questo punto, una domanda: perché l’enfasi sugli investimenti non ha contraddistinto i primi due anni del governo? La spiegazione più banale, e forse un po’ maliziosa, è che, al pari dei tagli di spesa, non generano consensi immediati. I bonus, anche quelli inutilmente costosi, sì o almeno dovrebbero. […]
Un’analisi preziosa per un dibattito pubblico più approfondito si ricava dalla lettura di un libro appena pubblicato dell’economista Riccardo Gallo (Torniamo a industriarci). Gallo individua l’inizio della caduta degli investimenti e l’avvio del deterioramento della competitività italiana nel biennio 1998-99. Per le cause note, non ultimo lo smantellamento, sotto la pressione della Commissione europea, di tutti i principali strumenti di intervento pubblico nell’economia, oltre che la perdita della leva del cambio. Nessuna nostalgia, ma il Paese, a suo giudizio, non ha riflettuto in profondità sull’opportunità di adottare misure alternative. Si è passivamente adeguato. Due le proposte di Gallo. La prima: rivedere l’assetto istituzionale delle autorità di regolazione di mercato di reti e servizi. Le tariffe sono troppo alte, penalizzano gli utilizzatori industriali, ingrassano le società erogatrici. La seconda: il governo faccia un passo più rivoluzionario sugli ammortamenti. Consenta alle imprese industriali di ammortizzare tutti i nuovi investimenti, con coefficienti liberi e superiori ai massimi fiscali, nel biennio 2017-2018. Una misura choc, dal costo per l’Erario non indifferente ma recuperabile negli anni successivi grazie ai maggiori utili prodotti. Una dose da cavallo, sperando che il cavallo, cioè l’economia del Paese, beva e corra un po’ più veloce.

Ferruccio de Bortoli (Corriere della Sera, 17 agosto 2016):

La prossima legge di Stabilità riserverà probabilmente una maggiore attenzione agli investimenti e alla produttività. I primi sono al livello storico più basso in proporzione al Pil, il Prodotto interno lordo, il 29 per cento in meno rispetto al 2008. La seconda è stagnante da anni. L’illusione che bonus e incentivi rianimassero i consumi interni è svanita nell’aridità impietosa dei numeri. La crescita zero è uno spettro inquietante, anche se non è da buttare lo 0,7 per cento guadagnato in un anno. Dopo la Seconda Guerra mondiale, la produzione industriale tornò, già nel ‘48, ai livelli del ‘39. […] L’impresa rivendica giustamente una maggiore consapevolezza del fatto che il futuro dell’economia italiana è strettamente legato ai destini della sua industria manifatturiera, specie nella prospettiva digitale (l’Internet delle cose) con l’avvento massiccio della robotica. Quel quarto di aziende competitive e internazionalizzate di cui parlava sul Corriere del 13 agosto Dario Di Vico non ha problemi. Ha il futuro in mano. Un quarto lo ha perduto. Le altre vanno aiutate al massimo, pur sapendo che un’evoluzione della specie è necessaria. Le aziende nascono e muoiono. Le respirazioni artificiali sono dannose per tutti. […] Gli imprenditori hanno meriti eccezionali ma non dovrebbero sfuggire, come classe dirigente, a qualche serena autocritica. Non sembrano così impegnati nel ridurre i sussidi pubblici alle imprese che distorcono la concorrenza. Non suscita alcun sincero dibattito la scelta di chi trasferisce sede legale e fiscale all’estero pur continuando a sventolare la propria italianità. Non vi è, tranne rari casi, una discussione meno rituale sul modello industriale del futuro.

L’economista Pierluigi Ciocca, sull’ultimo numero di Economia Italiana, sostiene che la produttività stagnante, non è più colpa di costi e salari. Dipende dal fatto che molte delle nostre produzioni, pur profittevoli, non siano più lungo la frontiera dell’innovazione e del progresso tecnologico, capaci di far avanzare l’intera economia. E, citando Carlo Maria Cipolla, Ciocca conclude che non siamo più in grado, come un tempo, di «produrre molte cose nuove che piacciono al mondo». Esagera? Probabilmente sì ma parlarne di più non sarebbe inutile. Un Paese non cresce con l’ipocrisia e i luoghi comuni.

Oscar Giannino (Istituto Bruno Leoni, 13 agosto 2016):

La tossicchiante ripresa italiana s’è fermata. Perché i guai sono sempre gli stessi, da vent’anni dicono i numeri. E assume forme diverse nel tempo comunque un’analoga risposta della politica: incolpare le circostanze esterne, evitare i necessari rimedi radicali, inventarsi costose strategie per compiacere il voto e prendere a calci la lattina. Il declino italiano continua, rispetto agli altri paesi. E la tanto decantata carica del governo Renzi appare ferma, spenta, incartata. […] Quanto agli auspici, e cioè cosa sarebbe preferibile, è un discorso lungo, che dipende dalla lettura che si dà della crisi italiana. Se si guarda ai numeri, l’Italia ha una crisi di produttività stagnante ventennale, da metà degli anni ‘90. E da allora – non dal 2008 o dal 2011 – gli investimenti netti delle migliaia di imprese industriali censite da Mediobanca sono inferiori alla quota annuale di ammortamenti: cioè la quota investita per nuovi impianti, innovazione di prodotto e processo, distributiva e di capitale umano è minore di quella spalmata nei bilanci annuali per “spesare” le innovazioni del passato (chi volesse approfondire questo e molti altri dati, li trova nel bel librino di Riccardo Gallo). Del resto, rileva sempre Mediobanca, il margine industriale delle imprese resta, nei bilanci 2015, inferiore del 37% a quello del 2007 e del 20% per le imprese manifatturiere: e non solo per la crisi del mercato interno, ma grazie a tasse che gravano anche se il reddito è zero o negativo. E Restiamo in Italia con una quota di occupati del 57%, rispetto al 78% della Germania, 77% della Gran Bretagna, 76,5% di Danimarca e Olanda.

In un paese con questi ritardi strutturali, servirebbero da anni interventi radicali per accrescere la produttività, abbattere il fisco su imprese e su lavoro, accrescere verticalmente la concorrenza, visto che il più dell’offerta dei servizi pubblici e privati ne restano escluse. E poiché per abbattere davvero il fisco di diversi punti di PIL occorre rivedere energicamente il perimetro dello Stato, come accrescere la concorrenza significa scontentare infinite lobby, è esattamente quel che la politica italiana di ogni colore ha diluito ed evitato di fare. Il declino continua rispetto agli altri paesi, buon referendum a tutti.

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