DAGLI ANNI DI PIOMBO AGLI ANNI DI M… FATE UN PO’ VOI!

Queste ignobili giornate di autentica pornografia giustizialista/manettara hanno sussurrato al mio rozzo orecchio questa volgare considerazione: Ieri, anni di piombo, oggi anni di merda. Che squallore, che miseria “umana” e politica, che escrementizia esibizione di muscoli e paramenti polizieschi (quello si traveste, come sempre, da poliziotto, quell’altro che per parare il colpo indossa il giubbotto della Polizia penitenziaria: «L’intento non era certo quello di ledere i diritti del condannato, ma dare risalto e lustro agli agenti di Polizia penitenziaria»); che merdosissima (leggi: italianissima) farsa!

In realtà, per le classi subalterne tutti gli anni trascorsi sotto il plumbeo cielo del Capitalismo sono, al contempo, di piombo e di merda.

Ha scritto ieri Mattia Feltri: «Il titolare della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha prodotto e pubblicato un video con musica di sottofondo dal titolo “Una giornata che difficilmente dimenticheremo!”. Si vedono lui e Cesare Battisti a cui prendono le impronte digitali, le foto segnaletiche eccetera: una clip di propaganda che non squalifica il ministro ma l’intero Stato italiano» (La Stampa). «I penalisti esprimono sconcerto per l’esposizione del detenuto come un trofeo di caccia». Detto in altri termini, il Moloch posto a difesa dello status quo sociale deve certamente afferrare e punire  il “reo”, anche dopo molti lustri dalla sentenza di colpevolezza, ma lo deve fare con civiltà, con decoro, con “umanità”. Sic! «Io non sopporto la spettacolarizzazione. Non bisogna mai esibire un catturato. Se devi portare via uno, lo porti via di nascosto, la notte» (Matteo Salvini, Panorama del 4 febbraio 2015). Poi si va al governo, si dà l’occasione di dare in pasto il mostro di turno a un’opinione pubblica sempre più avvelenata dal “disagio sociale” e ben disposta a divorare capri espiatori, e il “garantismo” si relativizza, per così dire.

Scriveva l’atro ieri Piero Sansonetti, per la gioia degli odiatori seriali che ormai appestano i cosiddetti (a)social, e che difatti lo hanno sciolto nell’acido della loro miserabile bava: «Tutti esultano per Battisti. Tutti sono felici che venga a marcire all’ergastolo. Che lasci il suo figlioletto brasiliano. Che paghi con la vita. Quasi nessuno sa di cosa è accusato. Nessuno conosce le prove: non ci sono. È un rito pagano: tutti fratelli intorno alla forca». Se è davvero così che stanno le cose, intendo dissociarmi pubblicamente dalla vomitevole fratellanza forcaiola. E scrivendo questo so di espormi alla certamente non benevola attenzione delle forze repressive dello Stato democratico: non ho mai coltivato l’illusione feticistica della democrazia (capitalistica) e dello Stato (capitalistico) di diritto. Il Diritto equivale al monopolio della forza da parte del Leviatano che randella Caino soprattutto per intimidire i cittadini onesti e ligi al dovere, per ricordare loro la fine che fanno i “sovversivi”: meglio sgobbare, pagare le tasse, e accontentarsi delle piccole gioie quotidiane.

Questa volta però i sovranpopulisti (non è che definendoli “fascisti”, o “fascistoidi, ”si aggrava la loro posizione: si è ultrareazionari in mille modi diversi!) hanno esagerato a tal segno, che perfino al destrissimo Vittorio Feltri è venuto il voltastomaco: «Piero Sansonetti, con il quale spesso ho polemizzato, è persona onesta e di certo in buona fede. Concordo con lui circa i dubbi su Cesare Battisti. Se è vero che Battisti è un criminale ovvio che debba scontare la pena inflittagli, però organizzare una specie di sagra a Ciampino per festeggiare il suo rientro in Italia in veste di detenuto mi sembra di cattivo gusto. Ora poi mi pare prevalga una sorta di spirito di vendetta in coloro che sono riusciti ad acchiappare il reo. Tant’è che costui, trasferito nella galera di Oristano, dovrà subire un supplemento assurdo di castigo dal sapore medievale: l’isolamento diurno. Il che significa che Cesare non avrà facoltà di parlare con nessuno durante il giorno, chiuso in una cella nella più totale solitudine. Di notte invece, quando la comunità carceraria presumibilmente dorme, il divieto di colloquio non ci sarà. Ma che razza di punizione è? Una variazione delle classiche torture? Manca solo, per completare l’opera, che ogni mattina a Battisti siano rifilati due calci in bocca. Una barbarie. Qualcosa di ripugnante che andrebbe immediatamente abolita. Invece nessun giurista, avvocato, giudice o politico, muove un ciglio davanti alla descritta violenza. Protestiamo noi e basta. È incivile trattare chi sta dietro le sbarre, a prescindere dai suoi peccati, quale essere da emarginare sia dalla società sia dalla popolazione prigioniera. Nessun uomo o donna va considerato come immondizia e mortificato. Ma i nostri governanti e coloro che li ispirano ignorano le più elementari regole della convivenza. Meriterebbero di provare la gattabuia» (Libero Quotidiano).

Il “simpatico” Feltri fa finta di non sapere che il regime carcerario duro, quello che lo Stato democratico infligge ai terroristi e ai mafiosi (41 bis), è una «tortura democratica» (definizione pannelliana) che ha lo scopo di demolire la resistenza fisico-psicologica dei “rei” e indurli a parlare, a confessare, a fare i nomi dei “correi”, insomma a “pentirsi”. Il “reo” che non si pente si becca l’ergastolo ostativo, quello che tanto piace ai teorici del “bisogna buttare la chiave e lasciarli marcire in galera”.

Sono sempre stato contro il carcere e contro ogni tipologia di pena, perché penso che alla radice di tutti i reati c’è una società che si regge sul profitto, sul denaro, sul successo economico (l’impresa mafiosa è la continuazione del Capitalismo con altri mezzi, e “altri” solo fino a un certo punto); una società che da tutti i suoi pori (individui, famiglie, istituzioni, luoghi di lavoro, ecc.) trasuda violenza, rabbia, invidia, rancore, odio e quant’altro. Non si tratta di fare della facile sociologia orientata in senso garantista: per me si tratta di essere radicalmente nemici di questa società disumana, e disumana perché dominata da rapporti sociali di dominio e di sfruttamento degli esseri umani e della natura.

«Ma questo è comunismo! Anche Cesare Battisti è o è stato un comunista, un proletario armato per il comunismo!» Vogliamo completare il sillogismo, Ministro della Giustizia? Meglio di no! Ebbene sì, non nego di essere un proletario disarmato per il comunismo. «Ma si fa presto a passare dalle armi della critica alla critica delle armi!» Mi si vuol forse arrestare in anticipo sui tempi?

Quello che è o che è stato Battisti non lo so, non ho letto nessun suo scritto o documento, non l’ho mai sentito parlare, né di politica né di altro; so che è stato avviato alla politica da un certo Arrigo Cavallina: «Il gruppo eversivo di estrema sinistra Proletari armati per il comunismo (Pac) è stato attivo in Lombardia, Veneto e Friuli tra la metà del 1976 e la fine del 1979. Il gruppo affonda le sue radici originarie in quell’area di militanti che gravita intorno alla rivista “Rosso”, divenuta nel maggio 1974 organo ufficiale dell’Autonomia Organizzata. Nello stesso anno quell’area comincia ad affiancare il “lavoro politico di massa” con pratiche illegali, dando vita ai primi attentati riconducibili all’ambiente dell’Autonomia, tra cui l’attentato incendiario al magazzino Face Standard, alle porte di Milano, al quale partecipano due futuri membri dei Pac: Arrigo Cavallina e Silvana Marelli. Nei tre anni successivi la rete di “Rosso” si allarga in più collettivi territoriali e manifesta un crescente interesse verso il tema del cosiddetto “carcerario”, tema particolarmente caro ad Arrigo Cavallina. Quest’ultimo – essendo un insegnante, quindi un intellettuale – ne approfondisce gli aspetti e comincia, tra l’altro, a elaborare una sua teoria evoluzionista secondo cui i rapinatori comuni non sono altro che rivoluzionari in nuce. Fedele alla sua teoria evoluzionista, sarà lui, nei primi mesi del 1978, a traghettare il rapinatore Cesare Battisti dalla malavita comune alla lotta armata, trasformandolo in uno dei principali esponenti dei Proletari armati per il comunismo» (G. Turone, Proletari armati per il comunismo, 2012).

A quei tempi circolavano molte “teorie sovversive” di quel genere, che in parte esprimevano un diffuso disagio sociale; in parte manifestavano il desiderio di non pochi giovani, di diversa estrazione sociale, di farla finita con la schiavitù del lavoro salariato (che nega all’uomo qualsiasi dignità) e con la mercificazione dell’intera esistenza umana (due facce della stessa medaglia capitalistica); e in parte cercavano di forzare i tempi, con un volontarismo che spesso smottava nella cieca ideologia, in un ottuso fanatismo “politico” che impediva una riflessione realistica sulla società italiana, sui reali rapporti di forza tra le classi, e così via. La strategia stragista dello Stato (stabilizzare il regime creando un clima emergenziale) alimentava in molti militanti d’avanguardia l’illusione di un’imminente scontro di classe finale. «Bisogna reagire alla violenza dello Stato e dei fascisti. Bisogna passare subito dalle armi della ragione alla ragione delle armi»: così recitava uno Scamarcio formato Che Guevara nel film La prima linea che ho rivisto ieri in televisione. Il clima, come si dice, era quello.

Nel ’78 avevo sedici anni e da un anno “militavo” nel Movimento Studentesco della mia città. Non facevo parte di nessun gruppo politico organizzato ma leggevo – e a scuola orgogliosamente esibivo – Lotta Continua, le cui posizioni sul sequestro Moro valsero a distruggere quel po’ di ingenua simpatia che fin lì avevo nutrito per le BR, i cui esponenti ai miei adolescenziali occhi apparivano in guisa di chi la rivoluzione la vuol fare davvero, e non solo ne parla. Che si pretende da un ragazzino di 15, 16 anni?! Saranno sufficienti alcuni mesi, e soprattutto le buone letture (Marx, Lenin, Luxemburg, Trotsky, Lukács e altri autori pubblicati dalla Newton Compton nella “mitica” – e soprattutto economica – collana paberbacks marxisti), per capire che spesso l’esibizione di una «geometrica potenza» di stampo militare non è che l’espressione di un’abissale impotenza analitica e politica. Ma il “salto di qualità” l’ho compiuto quando (1980) gli epigoni di Amadeo Bordiga mi misero a parte di una formidabile notizia storica: lo stalinismo non rappresentò la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, come aveva falsamente tramandato il Partito “Comunista” Italiano da Togliatti in poi, ma il compimento di una controrivoluzione portata avanti con inaudita ferocia da un Partito (quello Bolscevico) che formalmente era lo stesso che nel fatidico (e per me allora anche mitico) ’17 aveva osato gridare in faccia all’intero mondo capitalistico: «Tutto il potere ai Soviet!». All’improvviso la mente mi si è spalancata è ho capito perché in Unione Sovietica e nei “Paesi dell’Est” le classi subalterne vivevano in una condizione di miseria materiale ed “esistenziale” che per certi aspetti era ancora più dura di quella toccata in sorte alle classi subalterne dell’Occidente capitalistico.

Dico questo non per compiacimento autobiografico, ma per osservare che tutto questo odierno straparlare di «terrorismo e comunismo» non tocca neanche di striscio il progetto di emancipazione umana chiamato Comunismo, e questo va comunicato soprattutto ai più giovani, che per banali ragioni anagrafiche non hanno vissuto nemmeno l’esperienza dei cosiddetti anni di piombo.

L’ex Presidente della repubblica Giorgio Napolitano giustamente, dal suo punto di vista, rivendica la stagione repressiva dei movimenti sociali di fine anni Settanta: «Noi comunisti eravamo in prima fila nella lotta al terrorismo rosso». Verissimo! Ma il Partito di Enrico Berlinguer e il sindacato “rosso” di Luciano Lama guidarono dall’opposizione anche la politica di annientamento di ogni forma di movimento sociale che riluttasse ai sacri interessi nazionali (vedi politica dei sacrifici), e in zelo repressivo i “comunisti” superarono di molto anche la concorrenza democristiana – e anche per questo Aldo Moro fu praticamente abbandonato al suo destino. Che spettacolo escrementizio (quanto scontato fin nei dettagli) vedere oggi gli ex “comunisti” preoccupati di non lasciarsi strappare dal Truce Salvini e dal ridicolo (*) Bonafede la maglia nera dei campioni della lotta al “terrorismo rosso”!

(*) Certamente fanno un po’ ridere anche quei “comunisti” che si sono indignati per «la scelta e la rapidità con cui il governo progressista della Bolivia ha ceduto sull’estradizione di Cesare Battisti». Per gli apologeti del “Socialismo del XXI secolo” e del “Marxismo andino” la vicenda legata all’estradizione di Battisti è un rospo che si fa fatica a mandar giù. Ma forse basterà un po’ di zucchero “antimperialista”…

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SUI GILETS JAUNES

Qui sème la misère, récolte la colère!

Fin dall’inizio ho sostenuto che il movimento dei Gilet Gialli mi appariva interessante soprattutto per la sua natura sintomatica e per la sua possibile funzione di catalizzatore dell’antagonismo sociale generalizzato; ma dire “soprattutto” naturalmente non equivale a dire “esclusivamente”. La struttura sociale composita, contraddittoria e frammentata del movimento francese è, infatti, un oggetto molto interessante da analizzare in quanto tale, perché esso ci dice molto del conflitto sociale come si dà in questa fase storica nel cuore del capitalismo avanzato, e del modo in cui la dinamica capitalistica ha sconvolto e ridisegnato la mappa della stratificazione sociale nei Paesi occidentali. Due fatti che con ogni evidenza stanno tra loro in strettissimo rapporto. Quest’analisi permette al soggetto anticapitalista di misurarsi, quantomeno sul piano teorico, con il reale processo sociale, valutandone le contraddizioni, le potenzialità, i problemi che esso pone all’iniziativa politica orientata in senso radicale-rivoluzionario. E tutto questo senza nulla concedere alla suggestione di teorizzare la contingenza, generalizzandone lezioni e significati che molto probabilmente saranno smentiti nello spazio di qualche mese, se non di qualche settimana, considerata l’estrema volatilità “esistenziale” che caratterizza quest’epoca, non a caso definita “interessante” da chi intende trarre profitto dal caos sistemico sociale e geopolitico.

Per dirla con il filosofo dell’ovvietà, l’analisi di cui sopra sarebbe teoricamente e politicamente più corretta e feconda se venisse condotta dall’interno del movimento di lotta, ma il non poterlo fare nel vivo dello scontro sociale non azzera, a mio avviso, l’importanza di quello sforzo di comprensione e, fino a un certo punto, di “immaginazione creativa”.

Radicale, dicevo sopra non casualmente, nel senso marxiano del concetto: cogliere alle radici la disumana dialettica del Dominio; una fondamentale indicazione, questa, che deve afferrare con tutte le forze chi non intende scivolare nell’escrementizia palude dell’“anticapitalismo” praticato dai tifosi del Capitalismo di Stato – quello che certi intellettuali particolarmente “originali” chiamano Comune. Come la storia insegna, l’interventismo statale generalizzato attrae molto gli strati sociali più colpiti dalla crisi economico-sociale, ed è quindi anche con le forze stataliste (populiste, sovraniste) di “destra” e di “sinistra” che l’anticapitalista deve fare i conti, tanto più che il precedente armamentario politico, ideologico e sindacale (quello, per intenderci, fedele al mito resistenziale e alla Costituzione “più bella del mondo”) si mostra incapace di svolgere la sua reazionaria funzione di controllo e indirizzo dell’antagonismo sociale.

Rispetto alle settimane che hanno preceduto la prima manifestazione nazionale del 17 novembre 2018, il movimento dei Gilet Gialli ha cambiato pelle nel corso dei mesi, e questo mutamento non si arresta, anzi è in pieno corso. Alla rabbia delle casalinghe dell’entroterra francese alle prese con il rincaro delle bollette; di coloro che lavorano con l’automobile e i camion (i famosi “piccoli padroncini” che sfruttano se stessi in un modo ignobile), colpiti dalle cosiddette tasse ecologiche (sic!); e di chi è stato costretto a chiudere la propria piccola bottega a causa dei debiti e della concorrenza “sleale” da parte della grande distribuzione commerciale: alla rabbia di questa gente martellata quotidianamente da una condizione di vita sempre più difficile si è subito aggiunta quella di strati sociali sempre più diversi. Insomma, il simbolico Gilet Giallo ha finito per coagulare attorno a sé il disagio sociale di chi davvero «non riesce ad arrivare alla fine del mese»: lavoratori poco qualificati, precari, disoccupati, pensionati “al minimo”. E la lista dei “disagiati” che decidono di indossare un Gilet catarifrangente si allunga, anche perché in Francia si stima l’esistenza di oltre 9 milioni di poveri, la maggioranza dei quali peraltro non ha nemmeno un’automobile…  Chi scende in strada col Gilet si è di fatto assunto la rappresentanza di un malessere sociale che va molto al di là del numero dei manifestanti fatto registrare nelle diverse giornate di mobilitazione locale e nazionale.

Soprattutto nelle due ultime manifestazioni è stato evidente il protagonismo delle donne; colpite da una forte disparità salariale, dalla precarietà di lavori part-time, da una condizione familiare sempre più difficile, soprattutto se c’è un figlio colpito da un handicap da accudire, le donne del “popolo” hanno pagato molto duramente la crisi economica degli anni scorsi, che si è prolungata anche negli anni della “ripresina”. «Ad Avignone molte donne vivono nella loro macchina, con 500 euro al mese, a volte con dei bambini» (France Bleu). Avvicinata da un giornalista di ObjecifGard, una manifestante ha dichiarato: «I familiari che sono in pensione, invece di potere passare dei giorni felici, devono occuparsi del sostentamento quotidiano dei loro figli che non ce la fanno più». Ecco allora che il pensionato prende il Gilet Giallo e scende in campo, insieme al figlio e al nipote! Detto en passant, molti di questi nipoti non prenderanno mai una pensione, esattamente come i loro cugini di sventura italiani.

È solo con la manifestazione del 17 novembre, dunque, che il mondo scopre l’esistenza del movimento sociale francese chiamato Gilets Jaunes, ed è a quel punto che le forze politiche “populiste” e “sovraniste” (di “destra” e di “sinistra”: per me pari sono!) decidono di rompere gli indugi e di sostenerlo: per controllarlo, per strumentalizzarlo ai fini della lotta politica contro il Presidente “dei ricchi” Macron e, dulcis in fundo, per incassare quanto prima il non disprezzabile dividendo elettorale. Tanto più che i Gilet hanno subito conquistato la simpatia di gran parte dell’opinione pubblica francese, segno, come si diceva, di un malessere sociale molto diffuso. Da decenni la società francese si trascina dietro diverse magagne strutturali che solo l’attivismo da Grandeur delle sue classi dirigenti ha permesso, ma solo in parte, di nascondere. I Gilet hanno in parte sporcato, e forse perfino rotto, il giocattolo con cui Macron ha finora giocato sulla scena internazionale accreditandosi come un leader mondiale dinamico e “riformista”. La Cancelliera di Ferro lo ha fin qui assecondato, secondo il tradizionale (e molto aleatorio) schema dell’asse franco-tedesco, ma il quadro sociale e geopolitico è in rapida evoluzione, e le debolezze sistemiche della Francia potrebbero improvvisamente dar prova di sé impattando su una situazione già critica.

Dopo la manifestazione del 17 novembre, la sinistra radicale non orientata in senso populista-sovranista ha cercato di superare il precedente approccio con quel movimento; approccio che aveva visto il prevalere della consueta preoccupazione “purista” – come se non si desse alternativa rispetto all’atteggiamento di acritico e apologetico appoggio, ovvero alla sua sommaria liquidazione attraverso rigorose considerazioni “di classe”. La formula politica che ai suoi occhi ha sdoganato i Gilet Gialli è stata: «Questo movimento è legittimo»; come se il disagio sociale e la rabbia avessero bisogno di un qualsivoglia attestato di legittimità stilato da chicchessia! «Ma mi faccia il piacere!», avrebbe detto qualcuno.

Anche per i bonzi sindacali della sinistra “ufficiale” il movimento è diventato improvvisamente “legittimo” (dopo essere stato tacciato di fascismo, di razzismo, di vandeismo), e subito si sono messi all’opera per insegnargli le buone maniere, ossia come si tratta con il Governo secondo le sacre regole sancite dal “patto sociale”. La lotta di classe è (deve essere!) un pranzo di gala! Tra l’altro i sindacalisti hanno cercato di convincere i ribelli in gilet circa l’utilità sociale delle tasse. E ho detto tutto! A quanto pare l’opera di recupero istituzionale tentato dai sindacati gialli (CGT in primis) non ha ancora sortito grandi risultati, e il “Presidente dei ricchi” è stato costretto a subire l’ennesima giornata di ordinaria protesta: «Ancora una volta, una violenza estrema ha attaccato la Repubblica – i suoi custodi, i suoi rappresentanti, i suoi simboli. Quelli che commettono tali atti dimenticano il cuore del nostro patto civico. Giustizia sarà fatta». La CGT intanto pensa a uno sciopero generale che possa risucchiare i Gilet Gialli nel consueto alveo della politica progressista.

A proposito della Giustizia minacciata da Emmanuel Macron, c’è da dire che la repressione ai danni del movimento e di chi lo appoggia (vedi gli studenti) si fa sempre più dura. Scriveva qualche giorno fa una «portavoce dei gilets jaunes»: «Abbiamo a che fare con un potere esecutivo sordo ad ogni rivendicazione e che tenta di risolvere un problema politico con la repressione violenta. Contiamo oramai più di mille feriti e 12 morti, centinaia di gente arrestata, tribunali in panne e non molliamo. […] La violenza di cui vi fanno parte i media francesi é diventata disgraziatamente l’unica risposta umanamente possibile di fronte alla reazione del governo. […] È dura quando ti rendi conto che non sei più in democrazia». Mi viene da dire: è la democrazia (capitalistica), bellezza! Lo Stato democratico sa bene come combinare la politica della carota con quella del bastone. Lo so, scrollarsi di dosso l’illusione democraticista non è facile. In ogni caso, il pugno di ferro repressivo ha posto al movimento sociale il problema dell’autodifesa. La pratica dell’autodifesa può lasciare sul terreno una tutt’altro che disprezzabile esperienza utile anche ai futuri movimenti sociali. Facendo e sbagliando magari un domani si capirà che «il cuore del nostro patto civico» (Macron) batte per tenere in vita il dominio sociale capitalistico – e non questo o quel Governo, di “destra” o di “sinistra”, “sovranista” o “europeista”.

«Come mai queste violenze non suscitano una reazione nell’opinione pubblica, ma anzi c’è un implicito sostegno?», ha chiesto Anais Ginori (La repubblica) alla ricercatrice C. Lagier; risposta: «I responsabili di governo non hanno saputo vedere la crisi che si apriva nelle nostre società. E hanno aggravato la situazione cavalcando la democrazia d’opinione, instaurando metodi di governo che eliminano i corpi intermedi. È diventato un gigantesco boomerang perché sono saltati i filtri democratici. E dopo tante delusioni, molti francesi non si scandalizzano più davanti alla violenza. Si dicono: pazienza, forse è l’unico modo di cambiare un sistema bloccato ed inefficace» (La Repubblica 8/01/19). Quando la democrazia capitalistica entra in crisi, l’anticapitalista non può certo versare lacrime di dolore, e anche se sa benissimo che nulla garantisce a questa crisi di produrre un salto qualitativo nella coscienza dei subalterni (diciamo che oggi la cosa mi appare un tantino difficile…), nondimeno egli si muove in essa come un pesce nell’acqua. La crisi (economica, politica, istituzionale, ideologica, esistenziale) è ciò che rende improvvisamente possibile ciò che solo un minuto prima appariva impossibile. Ancora una volta preciso che non mi riferisco al momento presente: mi muovo sempre sul terreno della riflessione generale, e probabilmente anche generica. Più che analitico, qui voglio essere “suggestivo”, evocativo.

È vero che molti pseudo rivoluzionari approfittano delle manifestazioni dei Gilet Gialli per mettere in scena una pseudo rivoluzione solo per dispiegare una violenza contro cose, persone e simboli che non ha niente a che fare con la lotta delle classi subalterne, e che anzi spesso torna utile alla funzione repressiva dello Stato; ma questi “anticapitalisti” da stadio troveranno sempre meno spazio con l’estensione e la maturazione politica dei movimenti sociali, e la loro stessa presenza nelle manifestazioni, così apprezzata anche dai mass media che non aspettano altro che mostrare al grande pubblico televisivo macchine in fiamme, vetrine sfasciate e “guerriglia urbana”, è la manifestazione dell’attuale condizione di debolezza politica e sociale nella quale riversa la classe dei senza risorse. Certo, c’è sempre da sperare che qualche “anticapitalista” da stadio ancora capace di pensiero critico capisca, con l’esperienza, che non è mimando la “rivoluzione” che si contribuisce alla crescita politica dei movimenti sociali, ma lavorando al loro interno per seminare dubbi nei confronti del “bene comune” (chiamato anche interesse nazionale), della Costituzione, della democrazia (capitalistica), della Repubblica, del «patto civico». Bisogna essere radicali nelle posizioni politiche, non nei gesti autoreferenziali.

Dopo tanti decenni di avvelenamento stalinista, progressista e democratico, e di continui arretramenti sul mero terreno “tradunionista” di quello che un tempo si chiamava movimento operaio, l’anticapitalista non può certo illudersi di poter fare chissà che cosa, né che le classi subalterne possano disintossicarsi nel giro di qualche mese, anche in presenza di lotte vaste e di “avanguardie” agguerrite . C’è forse da stupirsi se i manifestanti sventolano bandiere tricolori e cantano la Marsigliese? «Lasciateci almeno l’identità nazionale, non abbiamo altro!». D’altra parte abbiamo visto in passato che grattando molte bandiere rosse si trovava sotto l’odioso tricolore nazionale. Purtroppo il cancro nazionale-statale ha attecchito a fondo nel corpo proletario, ed estirparlo non sarà facile, e dicendo questo sono già ottimista, visto che non escludo una possibile guarigione. Dare però questa guarigione per scontata, per inevitabile, addirittura per prossima è una musica che al mio orecchio suona semplicemente falsa, più che stonata. D’altra parte, chi sono io per criticare le altrui certezze!

Alcuni sinistri radicali hanno paura che politicizzandosi, il movimento possa aprirsi all’influenza dei partiti ultrareazionari (vedi Le Pen e Mélenchon), e per questo auspicano che la sua piattaforma rivendicativa rimanga quanto più possibile sul terreno strettamente economico. Ma a mio avviso questa preoccupazione è più il frutto di una debolezza politica che l’espressione di un corretto punto di vista “classista”. Il problema non è la politicizzazione dei movimenti sociali, fatto che dobbiamo dare per scontato, se si tratta di un movimento autenticamente sociale, generato cioè da reali bisogni economici ed “esistenziali”; il problema è piuttosto la qualità di quella politicizzazione, cosa che chiama in causa il ruolo che l’anticapitalista può ritagliarsi in quel movimento, e che prima ho sintetizzato nei seguenti termini: seminare dubbi nei confronti del “bene comune” (o interesse nazionale), della Costituzione, della democrazia (capitalistica), della Repubblica, del «patto civico». Tutte le volte che può l’anticapitalista deve a mio avviso favoleggiare intorno alla possibilità di una Comunità autenticamente umana, cosa che chiama in causa la “problematica” del potere politico, del farsi potere, anziché delegare ad altri la soluzione dei nostri problemi, e così via.  Altro che «Macron fuori dai cojon»! All’inizio la gente si metterà a ridere, e quasi certamente (lo dico per esperienza!) rinfaccerà all’anticapitalista la miserabile esperienza del “socialismo reale”; ma non bisogna lasciarsi intimidire dalla spaventosa pesantezza del compito, né sottovalutare la potenza evocativa delle parole: bisogna continuare a raccontare la favola, sperando che prima o poi essa possa conquistare la fantasia di qualcuno, e poi di qualcun altro, e così via. «Si comincia, poi si vede», diceva Lenin riprendendo Napoleone.

Non sto “dettando” una linea politica; sto dicendo cosa farei io. E, repetita iuvant (forse!), non mi riferisco all’attuale movimento sociale francese, la cui vitalità peraltro mi è ignota (è iniziato il suo riflusso o è terminata solo la sua fase iniziale?): faccio una riflessione d’ordine generale.

La politicizzazione di una parte del movimento sociale francese non deve insomma stupire nessuno, tanto meno la cosa può sorprendere chi ha sempre sostenuto che i movimenti economico-sociali sono anche, di fatto, movimenti politici, perché in ogni caso, e a prescindere dalla coscienza e dalla volontà dei suoi protagonisti, essi investono il problema del potere (sociale e politico), le relazioni tra le classi, i rapporti di forza tra classe dominante e classe subalterna, la dinamica dei partiti che amministrano, chi dal governo, chi dall’opposizione, lo status quo sociale, ecc. Né d’altra parte può sorprendere l’adesione della parte maggioritaria di quel movimento a ideologie ultrareazionarie, non importa se di stampo sinistrorso o destrorso; adesione che si spiega non tanto in grazia della sua composita struttura classista (detto en passant, la “purezza di classe” è un articolo che non mi ha mai affascinato, come sanno i miei critici ai tempi dei Forconi), quanto soprattutto col fatto che esso trova lungo la propria strada solo quel tipo di ideologie, solo organizzazioni politiche asservite al dominio sociale capitalistico. Le ideologie dominanti in ogni ambiente sociale sono le ideologie della classe dominante: purtroppo a questo ancora siamo, oggi come e più di ieri; con questa nefasta realtà deve fare i conti il punto di vista autenticamente anticapitalistico. Ma anche questa considerazione ha un significato generale.

Qualche giorno fa sono rimasto colpito da un articolo di Domenico Quirico (La Stampa) che puntava i riflettori sulle conseguenze sociali delle politiche di chiusura e respingimento in materia di immigrazione adottate dal nostro Paese e dagli altri Paesi dell’Unione Europea (ma, mutatis mutandis, anche gli Stati Uniti si muovono nella stessa direzione): che fine faranno gli immigrati africani che la fortezza europea ricaccia indietro? «Le notizie che arrivano da Nord del mondo sono chiare: le vie sono chiuse. In Niger, in Libia, lungo tutta la frontiera del mare i gendarmi, i soldati i funzionari ora vigilano. L’incredibile è accaduto: l’Europa ha sbarrato le porte del mare e di terra. Come se per miracolo avesse di colpo spostato le sue frontiere, i suoi muri più a Sud. Avesse reso più piccolo il mondo. Qualcuno, testardo, tenterà. Partirà egualmente. Forse qualche rivolo di migranti riuscirà ancora a passare. Ma era la Grande Migrazione verso il nord del mondo la stella polare su cui ruotava la vita di migliaia di giovani africani. E questa improvvisamente si è spenta. Da questa parte del mondo non ce ne siamo mai accorti, avvolti nella nostra piccola rete di paure razziste, di furberie geopolitiche, di ipocrisie. Ma la migrazione ha disincagliato la Storia di un continente, ora per reinventare il mondo dovranno rivolgersi a sé stessi. Non sarà passaggio lieve.  Una generazione di africani nel partire ha trovato una uscita di sicurezza alla miseria del loro presente, tanto da farne un rito di passaggio verso la vita adulta. Nel contempo ha allentato la stretta su economie sull’orlo della carestia e sollevato dalla prospettiva di essere uccisi in conflitti tribali e fanatici, o schiacciati da regimi implacabili. Ora sono di nuovi prigionieri di un cerchio remissivo che protegge e sfianca. Sono uomini che si devono ricomporre. […] La sconfitta collettiva impone una riflessione più complessa: i giovani possono ricomporre la loro condizione umana solo se rifiutano la colpa e la trasformano in rabbia. Hanno vissuto tutto il ciclo delle esperienze, superato le prove più dure e sentono di essere rimasti incompleti, mutilati. Diventano ribelli e rivoluzionari perché trasferiscono questa sensazione di incompletezza alla società in cui sono tornati: per metterla frutto. Li farà saltare il fosso. Finalmente con le spalle al muro liberano la rabbia che suscitano in loro vecchi misfatti riscaldati. La violenza come la lancia di Achille può cicatrizzare le ferite. C’è qualcuno che potrebbe sfruttare a suo vantaggio la rabbia di questi giovani sconfitti. I jihadisti. Sono lì, dal Mali alla Nigeria, dalla Somalia al Centrafrica. Attendono l’occasione. Tra questi giovani rimasti senza Migrazione c’è il “lumpenproletariat” africano ma anche una generazione istruita: dunque i futuri burattinai del terrore e i futuri martiri ciechi e inconsapevoli».

Una rapida considerazione. In primo luogo si conferma validissima la tesi circa l’islamizzazione del disagio sociale, della frustrazione, della ribellione, della radicalizzazione sociale; una tesi che ridicolizza quella, pompata dai politici e dai media occidentali, che ciancia di radicalizzazione dell’Islam, che è piuttosto la conseguenza di una crisi e di una disgregazione sociale, più che la sua causa. Cosa offre oggi il mercato politico-ideologico dei Paesi africani e mediorientali a milioni di giovani che vivono un’esistenza di miseria materiale ed esistenziale? Offre forse loro il “marxismo” (magari non quello, falsissimo, degli anni della post-decolonizzazione)? La risposta è tragicamente semplice, e tutti la conoscono: «C’è qualcuno che potrebbe sfruttare a suo vantaggio la rabbia di questi giovani sconfitti. I jihadisti». Appunto.

«Tra questi giovani rimasti senza Migrazione c’è il “lumpenproletariat” africano ma anche una generazione istruita: dunque i futuri burattinai del terrore e i futuri martiri ciechi e inconsapevoli». Insomma, si preparano nuove “Primavere”: centinaia di migliaia di giovani finiranno nel tritacarne della lotta di potere tra le diverse fazioni delle classi dominanti dell’Africa. Non è escluso che essi vengano reclutati in qualche guerra, più o meno regionale, dagli opposti imperialismi che si stanno disputando il controllo delle materie prime del continente africano – com’è noto, in questa competizione l’Imperialismo Cinese oggi segna un notevole successo nei di quello statunitense ed europeo.

Sembra che non si dia nemmeno la più remota possibilità che la collera di quei giovani immiseriti e oppressi in ogni senso possa trasformarsi in coscienza rivoluzionaria e, dunque, in prassi rivoluzionaria. Sembra che in Africa e in Medio oriente non ci sia alternativa alla islamizzazione della radicalizzazione sociale. Insomma, ovunque nel mondo la rabbia delle classi subalterne trova sul suo cammino solo le ideologie che legano quelle classi al carro della conservazione sociale; quelle classi non riescono ancora a impadronirsi dell’eccezionale idea secondo la quale esse stesse possono farsi potere (politico e sociale), che non c’è alcun bisogno di delegare a un partito, più o meno “tradizionale”, la rappresentanza dei loro bisogni, delle loro rivendicazioni economiche, politiche, sociali. Come diceva quello, se vogliono diventare soggetti della storia, i senza riserve devono farsi soggetto politico, conquistando quell’autonomia di pensiero e di azione che rappresenta la conditio sine qua non della loro possibile emancipazione. Chi ha la possibilità di suonare questa musica, come può, dove può e quando può, lo fa sempre con il massimo della gioia. Ho scritto gioia, non illusione.

CAMPANE A MORTO PER LA DEMOCRAZIA? IO NON PIANGO!

Scrivevo ieri: «Tra l’altro, a proposito di misure clientelari, non si sa ancora che ne sarà del reddito di sudditanza: è uscito vivo o morto dalla “trattativa dialettica” (copyright di Giuseppe Conte) con la Commissione Europea? Si sa invece, per la felicità dei teorici della “democrazia diretta” (da qualcuno che è più uguale degli altri, come dicevano i maiali di Orwell), che il Parlamento praticamente non avrà modo di dire alcunché di essenziale sulla manovra confezionata dal governo italiano e dalla Commissione. «Ma così la democrazia muore!» Un urlo di dolore che non può certo toccare il cuore dei denigratori della democrazia capitalistica – sto parlando di me, non di Casaleggio». Oggi l’opposizione parlamentare e molti editorialisti lanciano al Paese un disperato grido che suona davvero come campane a morto: «La democrazia parlamentare è morta!» E se non è “del tutto” morta, certamente essa non gode di buona salute. Scrive Mattia Feltri: «Mi è quasi spiaciuto che Emma Bonino abbia negato di aver pianto, l’altra sera in Senato. Sarebbero state lacrime ben versate, al termine di una straziante e sublime orazione funebre in memoria della democrazia rappresentativa» (La Stampa). Insomma, il Popolo avrebbe perso la sua sovranità, la quale, com’è noto, si esercita nei modi e nei limiti della Sacra Carta. E allora perché personalmente non mi sento meno sovrano di quanto non mi sentissi ieri? Probabilmente perché faccio coincidere i modi e i limiti di cui parla la Costituzione con il potere sociale delle classi dominanti. Per questo le eventuali lacrime di Emma Bonino non mi avrebbero trovato sulla loro traiettoria, né la sua straziante «orazione funebre in memoria della democrazia rappresentativa» poteva suscitare in me la benché  minima commozione.

Ma in che cosa si sostanzia esattamente la cosiddetta «sovranità popolare» mediata dal Parlamento? È presto detto: in una finzione politico-ideologica che concede ai subalterni di “scegliere” da quale soggetto politico al servizio del Paese (leggi: dello status quo sociale) intendono farsi amministrare per qualche anno. Sono decenni che gli stessi parlamentari parlano della Camera e del Senato nei termini di un “votificio” chiamato a ratificare decisioni prese altrove: «L’essenziale è deciso dall’esecutivo; noi siamo chiamati a ratificare leggi scritte dal Governo. Siamo dei pigia bottoni!» Rimane però in piedi la finzione democratico-parlamentare, la quale dà ai non addetti ai lavori l’impressione che esista davvero una dialettica tra esecutivo e legislativo. Questa finzione salta quando particolari situazioni critiche costringono il Governo in carica a bypassare senz’altro la normale routine parlamentare, riducendola comunque ai minimi termini.

In ogni caso, per i subalterni la prassi democratica si risolve, necessariamente, in una continua ricerca di nuovi padroni cui affidarsi.

«Questo governo va avanti a colpi di decreti! Che ci sta a fare il Parlamento?»: è una stucchevole lamentela che da decenni l’opposizione pro tempore rivolge alla maggioranza pro tempore. Poi le parti si invertono, e la farsa continua. Una volta l’ex premier Berlusconi, ultimamente rivalutato anche da molti ex antiberlusconiani (come si dice, tutto è relativo!), disse che per governare bene il Paese sarebbero sufficienti gli uffici tecnici dei vari ministeri del cui lavoro si avvalgono i governi, mentre il carrozzone parlamentare fa solo perdere tempo e denaro. L’ex Cavaliere Nero della sinistra si limitò a esternare ciò che i suoi colleghi politici, di “destra”, di “centro” e di “sinistra”, sapevano e pensavano, ma tacevano per evidenti ragioni di opportunità politica: non sempre la sincerità paga! Naturalmente allora i suoi avversari gli rivolsero la consueta sanguinosissima accusa: «Fascista!» A furia di sparare la pallottola “fascista” a ogni minimo movimento “destrorso” degli avversari, i sinistri hanno finito per inflazionare e spuntare quell’accusa, svuotandola di significato.

Molti perdono tempo a chiedersi se siamo dinanzi all’ennesimo «ritorno del fascismo»; non si riesce proprio a uscire fuori dalla falsa contrapposizione fascismo-democrazia. La democrazia (capitalistica!) è il bene, il fascismo è il male assoluto. Per me il male assoluto è la continuità del dominio capitalistico attraverso i diversi e mutevoli regimi politico-istituzionali. I “fascismi” e le “democrazie” passano, il rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento resta, e si rafforza.

Quando la finzione politico-ideologica della “sovranità popolare” (esercitata attraverso il Parlamento o la Piattaforma Rousseau) entra in crisi, l’anticapitalista non piange, né invoca in suo aiuto la Costituzione (capitalistica) «più bella del mondo»: questo sarà pure poco, ma in compenso è altrettanto sicuro. Quando la realtà scuote il carrozzone politico-istituzionale facendo cadere il velo di menzogna che copre l’escrementizia nudità della democrazia capitalistica (*), l’anticapitalista non si preoccupa della «deriva verso la discarica» del Parlamento, ma punta piuttosto i deboli riflettori di cui oggi dispone verso quella squallida realtà, sperando che vi siano occhi che vogliono vederla.

Gli antifascisti ideologici non riescono a immaginare altro regime ultrareazionario che non abbia il volto del regime fascista. Per me le cose stanno altrimenti. Per me tutti i regimi politico-istituzionali al servizio delle classi dominanti e posti a difesa dello status quo sociale sono ultrareazionari a pari titolo, e in quanto tali essi vanno combattuti sul terreno dell’antagonismo di classe. La lotta per l’autonomia operaia e proletaria oggi passa anche dal disvelamento della natura ultrareazionaria della democrazia capitalistica dopo 73 anni di solidarietà nazionale sotto l’egida della Costituzione, ed è per questo che bisogna approfittare di ogni evento che aiuti le classi subalterne a comprendere l’ingannevole natura dell’alternativa fascismo-democrazia.

(*) Scrive Stefano Folli su Repubblica: «Prende piede un leaderismo che salta il Parlamento visto come un intralcio. La grottesca forzatura tra governo e Parlamento non nasce oggi, […] tuttavia oggi si è toccato un nuovo picco negativo: non ci si preoccupa più nemmeno di salvare le apparenze». Ma le apparenze ingannano!