Informazioni su sebastianoisaia

Sebastiano Isaia (Catania, 1962) è uno studioso del pensiero critico economico e sociale. Devoto a Karl Marx e al materialismo dialettico, ritiene che il comunismo non sia mai stato realizzato in nessun luogo e in nessun tempo, dunque è acerrimo nemico di ogni marxismo (stalinismo, maoismo etc.). Influenzato da Adorno e Horkheimer, detesta Toni Negri e i teorici del “capitalismo cognitivo”. Non sa chi sia Naomi Klein ed è un polemista di vocazione. Un tempo è stato anche marinaio.

QUALCHE RIFLESSIONE SUI NOSTRI CALAMITOSI ED EMERGENZIALI TEMPI

Oggi i cosiddetti giornaloni concordano su quanto segue: «Ha vinto la linea dura di Draghi» (ma anche della Confindustria e del PD). Come se qualcuno di intelligenza normale si aspettasse davvero un esito diverso! Per giorni i mass media creano l’aspettativa dell’Evento, e poi ci ricamano sopra per altri giorni commentando inesistenti aspettative: «Ci si aspettava questo, è successo invece quest’altro».

Un’esigua minoranza di lavoratori ha espresso, nel modo politicamente limitato, confuso, contraddittorio ecc. che sappiamo, la propria insofferenza nei confronti di un obbligo imposto dallo Stato (borghese, ma quei lavoratori questo non lo sanno, mentre alcuni che affettano di saperlo mostrano di non capirne il concetto e la prassi sottostanti): di questi calamitosi ed emergenziali tempi già solo questo piccolo fatto è qualcosa che non può non suscitare simpatia politica e umana alla coscienza dell’anticapitalista, il quale, per come la vedo io, è politicamente e per principio contro gli obblighi imposti alla popolazione in generale, e alle classi subalterne in particolare, dallo Stato (borghese). Scrivo è e non deve o dovrebbe essere perché do la cosa per assolutamente scontata: si tratta del minimo sindacale per un autentico anticapitalista, il quale è politicamente, “filosoficamente” e umanamente contro ogni forma di obbligo imposto dallo Stato (borghese).

L’obbligo imposto dallo Stato io lo subisco (per i noti rapporti di forza sfavorevoli ai proletari), non lo supporto, non lo difendo, non lo giustifico, ma anzi lo denuncio, lo critico, lo combatto nei limiti consentiti dai rapporti di forza di cui sopra. La reazione agli obblighi imposti dallo Stato serve all’anticapitalista per combattere l’idea, molto radicata anche (e direi soprattutto) tra le masse dei nullatenenti, che quegli obblighi rappresentino nella loro esistenza di oppressi e sfruttati qualcosa di normale, di naturale, perché «da che mondo è mondo» sono sempre esistiti quelli che danno ordini e quelli che questi ordini devono rispettare.

Il riflesso condizionato di molti sedicenti anticapitalisti è stato invece affatto diverso da quello che personalmente mi aspetto da un anticapitalista anche di modestissime capacità teoriche e politiche – qui ovviamente sono autobiografico. Essi hanno usato la dialettica nell’accezione volgare del termine, ossia per sparare sulla Croce Rossa, nel dimostrare cioè quanto poco “di classe” e “rivoluzionario” sia il movimento No green Pass (ma va? mo’ me lo scrivo e rifletto sopra), e non come strumento inteso a comprendere la complessa e contraddittoria realtà del processo sociale, il quale quasi mai (per non dire mai) si dà secondo schemi dottrinari costruiti a tavolino o ripresi senz’altro da altre epoche storiche – spesso abissalmente lontane dalla nostra.

Questi sedicenti “anticapitalisti” salutano con soddisfazione la (scontatissima) vittoria della linea dura governativa e confindustriale, e danno degli acchiappa farfalle a quei compagni che si sono sforzati di comprendere le ragioni di un movimento “complesso e composito”, come s’usa dire, andando oltre gli stereotipi e le criminalizzazioni veicolate dai mass media – peraltro delusi per come sono andate le cose ieri: solo qualche piccola baruffa, niente sangue! Personalmente mi sono talmente illuso che ho già pronto un saggio (La Comune di Trieste) e una piattaforma programmatica da inviare al Soviet dei No Green Pass. Si costruiscono caricature per una facile, quanto insulsa polemica, solo per non confessare di non capire niente di ciò che gli capita intorno e che, soprattutto, non si conforma alle loro aspettative rigorosamente e puramente “di classe”.

Anziché provare un minimo (non un massimo) di simpatia, anche solo umana («Ah, questo non è marxismo!»), nei confronti dei pochissimi dissidenti, certi “anticapitalisti” si affannano a praticare nei loro confronti un accuratissimo esame del sangue, inteso a stabilire il grado di “purezza classista” della loro rivendicazione “libertaria”. Si viene così a scoprire che nelle vene di quei quattro gatti insubordinati non scorre un sangue limpidamente classista, tutt’altro (addirittura alcuni sono “fascisti dichiarati”, altri sono “qualunquisti”, quasi tutti sono ostili al pensiero scientifico e forse qualcuno  confida nel terrapiattismo; leninisti, trotskisti e bordighisti manco a parlarne!), tanto più che le rivendicazioni libertarie sarebbero “storicamente” appannaggio della “destra”, mentre gli operai come Dio (Capitale) comanda si batterebbero per il salario, l’orario e per quel che riguarda i loro bisogni materiali immediati. Altro che questa piccolissima seccatura del Green Pass! E che sarà mai! I lavoratori sono abituati a ben’altri sacrifici! Aspettando la grande ripresa della lotta di classe alcuni “anticapitalisti” hanno perduto ogni sensibilità politica e umana – decisamente non sono un “marxista”, ma questo lo dico da sempre: mi si creda!

A certi “anticapitalisti” interessa insomma solo la lotta di classe dura e soprattutto pura, e se la complessità del processo sociale capitalistico genera fenomeni sociali “spuri”, di questo è meglio che si occupino altri, non certo gli “anticapitalisti” devoti al barbuto di Treviri. Bisogna dunque lasciar passare il momento di confusione e di agitazione priva di contenuti di classe, e intanto esercitarsi a prendere in giro quegli imbecilli dei No-Vax e No Green Pass. Chi cerca di capire la complessità di cui sopra è preso a male parole e deriso: «Ma guarda che questi non vogliono mica fare la rivoluzione». Ma va? Come diceva il grande Troisi, «Mo’ me lo scrivo, me lo scrivo proprio».  Si tratta invece di giocare a carte scoperte con l’impotenza sociale del proletariato e delle sue supposte avanguardie politiche, anziché perdere tempo a fare battute sui No Vax brutti, sporchi e cattivi – e pure fascisti – e a deridere chi si sforza di capire e a tenere fermo il principio della radicale opposizione all’obbligo imposto dallo Stato (borghese).

Più realisti del re e più governativi del governo, certi “anticapitalisti” hanno sostenuto con uno zelo degno di miglior causa le ragioni scientifiche della campagna vaccinale e dell’obbligo al Green Pass, come se la politica sanitaria fosse una prassi socialmente e politicamente neutra e non avesse invece profonde implicazioni sociali, psicologiche, ideologiche, esistenziali. Che esaltazione della scienza! E poi c’è sempre quella faccenda del materialismo dialettico… Altro che quegli ignorantoni dei No Vax! Insomma, Incartapecorito illuminismo scientista in luogo del pensiero critico-radicale che individua proprio nella tecno-scienza lo strumento più potente del dominio capitalistico.

«La rappresentanza oggi è in grande difficoltà e in grande crisi. Gli attacchi alla politica di questi giorni sono attacchi alla rappresentanza»: sono parole pronunciate da Enrico Letta in un videomessaggio all’assemblea nazionale elettiva della CNA tenutasi nel 2013. Nel 2012 a commento del cosiddetto movimento dei forconi ho scritto un post intitolato Più lotta per tutti! Poi ne scrissi un altro di analogo contenuto: La sindrome del contagio.  Ricevetti molte critiche da parte dei soliti analisti del sangue, i quali mi dissero che non si trattava affatto di un movimento di classe (ma va?), e che in gran parte esso era composto da gente che votava per Berlusconi (il “fascista” di ieri!) e luogocomunismi di analogo tenore. Con quel titolo volevo semplicemente dire che il problema non era il “ribellismo” dei forconi, né il prodursi di un generico “ribellismo sociale” nelle cui torbide acque amano nuotare squali “populisti” d’ogni colore; il problema per gli “anticapitalisti” era (ed è) la mancanza del “ribellismo” dei lavoratori e dei proletari tutti. «Il mondo della rappresentanza» di cui oggi parlano tutti i quotidiani, per metterne in luce la crisi, è proprio questo tipo di «deriva ribellistica» che teme come la peste, e non a caso oggi Mario Draghi tesse l’elogio del collaborazionista Luciano Lama.

È evidente che tra i lavoratori si è aperto un conflitto tra coloro che si sono vaccinati, la maggioranza, e coloro che non intendono vaccinarsi, un’esigua minoranza. Questa divisione può essere superata in due modi: la maggioranza accetta l’obbligo al Green Pass senza discutere e passa sopra la testa della minoranza, lasciandola al suo triste destino; oppure la maggioranza rifiuta la logica della divisione utile solo al Capitale e al suo Stato, e cerca di arrivare insieme ai compagni di lavoro che non vogliono vaccinarsi a una soluzione che sia vantaggiosa per entrambi. Occorre insomma lavorare per la solidarietà di classe: trattasi di minimo sindacale! Lavoratori vaccinati e lavoratori non vaccinati sono entrambi vittime di questa società che crea ogni sorta di problemi, soprattutto agli “ultimi”. Bisogna respingere le opposte ideologie (Sì Vax e No Vax) sul vaccino: chi si vaccina non è un venduto al “sistema” e chi non si vaccina non è un deficiente. Si tratta di due scelte che vanno comprese e rispettate attraverso un confronto fraterno, una libera discussione tra compagni di lavoro. Se l’anticapitalista non si sforza di dare il contributo che è in grado di dare a questo difficilissimo lavoro politico, a mio avviso è un anticapitalista solo a parole, soprattutto se non avverte “a pelle” come oppressivo l’obbligo al Green Pass imposto dallo Stato. Si dirà: «Ma il Green Pass rappresenta il male minore!» Ecco, è proprio la logica del “male minore”, trionfante ormai da oltre un secolo su scala planetaria, che l’anticapitalista deve combattere. Chi accetta la logica del “male minore” sorvola sul fatto che comunque ha accettato il male, il quale com’è noto ha la pessima tendenza a peggiorare.

Per come la vedo io, non c’è autentico anticapitalismo senza un’opposizione politica e di principio agli obblighi imposti dallo Stato ai proletari, com’è appunto il caso dell’obbligo a esibire il cosiddetto Green Pass anche per accedere al posto di lavoro – leggi di sfruttamento. All’oppressione del lavoro salariato si aggiunge l’oppressione politico-esistenziale del lasciapassare!

Si obietta: ma la lotta contro l’obbligo vaccinale o contro l’obbligo a esibire il green Pass (cioè l’obbligo vaccinale introdotto surrettiziamente per fottere meglio la gente) non è una lotta di per sé anticapitalista. Verissimo! Stavo per dire: banalissimo! Ma qual è la lotta sociale che è “di per sé” anticapitalista? Non tocca forse agli anticapitalisti cercare i modi per dare alle lotte sociali (per il lavoro, la casa, l’agibilità politica e quant’altro) un contenuto anticapitalista, un orientamento “di classe”? Anche qui siamo al minimo sindacale di un pensiero autenticamente anticapitalista.

Niente ha rivelato l’inconsistenza politica (e umana) di taluni “anticapitalisti” del loro risibili tentativo di mettere in opposizione cose che in opposizione non sono, essendo lati dallo stesso problema: l’oppressione sociale in regime capitalistico. «I lavoratori vengono licenziati, e c’è chi pensa all’obbligo del Green Pass»: ma cosa c’entra? La lotta contro i licenziamenti esclude forse la lotta contro il Green Pass (e viceversa)? Ma siamo seri! «In Africa e in Asia la gente muore perché non può accedere ai vaccini, e qui si pensa al Green Pass»: ma che senso ha questo ragionamento? Come se la colpa di questa mostruosità fosse dei No Vax o dei No Green Pass, e non del sistema capitalistico planetario! Anche qui si china il capo alla logica della divisione internazionale dei nullatenenti. Si tratta di un ridicolo tentativo di buttare la palla in tribuna solo perché la lotta contro l’obbligo al lasciapassare imposto dallo Stato (borghese) non rientra nello schemino ideologico di certi “anticapitalisti”.

Questa crisi sociale sta avendo quantomeno il merito di rivelarci per quel che davvero siamo, così che possiamo comprendere nel loro autentico significato le parole che usiamo (“anticapitalismo”, “rivoluzione”, “lotta di classe”, “marxismo”, ecc.). Su questo dato di fatto converranno certamente anche coloro che non condividono il mio punto di vista. 

Leggi:

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DAL CAPITALE CON FURORE. ASPETTANDO IL PUGNO FURIOSO DEL PROLETARIATO MONDIALE

Oggi ho postato su Facebook questa famosa locandina, da me malamente ritoccata, a commento della notizia che segue:

«Dieci manifestanti pachistani impiegati nella ditta di pronto moda Dreamland di Prato sono stati massacrati a colpi di mazze da baseball e bastoni mentre protestavano contro le condizioni di sfruttamento all’interno dell’azienda. Cinque i feriti, uno di loro in gravi condizioni. Al momento dell’aggressione, lunedì 11 ottobre pomeriggio, erano presenti i sindacalisti di SiCobas che hanno denunciato l’accaduto. Durante l’estate l’Ispettorato del Lavoro, in seguito alla denuncia di uno dei lavoratori pestati, aveva effettuato dei controlli speciali all’interno della ditta e aveva rilevato gravi irregolarità quali lavoro in nero, turni di 12 e 14 ore e assenza di ferie e tutele. Gli operai stavano manifestando contro questa situazione quando alcune automobili sono giunte sul posto con a bordo uomini cinesi armati di mazze e bastoni, che hanno iniziato a pestare i lavoratori disarmati»(Today). Esprimevo la mia solidarietà ai lavoratori di Prato. Dreamland! La nazionalità dei picchiatori non è stata da me sottolineata in alcun modo.

Ho ricevuto il seguente commento: «Evitiamo stereotipi sinofobi e razzisti per favore». Il lettore ovviamente si riferisce alla locandina di cui sopra. La mia risposta: «Ciò che intendevo porre in evidenza è il concetto di Capitale, il quale non ha razza, né sesso, né religione, né nazionalità: Tutto sotto il Cielo del Capitalismo. Formula più sintetica: Tutto sotto il Capitale, il quale agisce a mio avviso con spietato furore sulle classi subalterne in particolare, e su tutti gli individui in generale (*). Aspettando il pugno furioso del proletariato mondiale! Insomma, intendevo esprimere un concetto esattamente opposto a quello che hai voluto vedere tu nella locandina. Come sempre è una questione di punti di vista.

La locandina originale peraltro mi era stata suggerita da un mio amico, il quale ha poi così commentato: «Sinofobi? Razzisti? Manco per idea! In Fist of Fury (Dalla Cina con Furore, il titolo italiano), il Partito (rappresentato da Bruce Lee/Chen), forte della teoria (simboleggiata dalla maestria del protagonista nel kung fu), sconfigge il Capitale (il perfido padrone della fabbrica del ghiaccio), sostenuto dal proletariato in rivolta». Un commento davvero pertinente. La cosa mi offre l’occasione di precisare quanto segue.

Chi non vede l’abissale differenza che passa tra la millenaria civiltà cinese, che conosco benissimo per averla studiata nel corso degli anni e che apprezzo molto da sempre, e il capitalismo cinese, colto nella sua compatta e disumana unità di “struttura” e “sovrastruttura” (cosa che ovviamente vale per il capitalismo di ogni altro Paese, a cominciare dal nostro), mostra a mio avviso limiti concettuali davvero gravi. Solo questo macigno concettuale consente infatti di vedere pregiudizi anticinesi, di natura culturale e razziale, là dove agisce unicamente una critica anticapitalista e antimperialista. Del resto è lo stesso Partito Capitalista Cinese (PCC) che diffonde la panzana ideologica secondo cui chi è ostile al regime economico-sociale cinese (il cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi”: sic!) è ostile al “popolo cinese” e al “marxismo” secondo l’eccellente lettura del Caro Leader Xi Jinping – che Mao l’abbia in eterna gloria!

Personalmente cerco di contribuire a risolvere questo tipo di problemi ideologici con i miei modesti scritti sulla moderna società cinese – quella sviluppatasi dal 1949 in poi.

(*) Scrivevo su un post del 25 marzo 2020 (La lingua del virus):

«Naturalmente il Coronavirus non è né cinese, né americano, né italiano: esattamente come il rapporto sociale capitalistico oggi dominante in tutto il mondo, quel virus (e la malattia a esso correlata) non ha nazione, ed anche per questo non ha alcun senso stabile il punto zero geografico della pandemia. Per dirla volgarmente, tutto il mondo è Paese, ovvero: il mondo è diventato un solo grande Paese – capitalistico, e per questo radicalmente ostile all’umanità e alla natura. Le peculiarità nazionali (locali) che hanno contribuito alla genesi della famigerata pandemia (le contraddizioni e i limiti del gigantesco e devastante sviluppo capitalistico che ha interessato la Cina negli ultimi quattro decenni, la struttura politico-istituzionale del regime cinese, ecc.), non bastano, a mio avviso, a connotare come “cinese” il Coronavirus. Esattamente come le mitiche “catene del valore” che si aggrovigliano intorno alla nostra sempre più precaria esistenza, anche le malattie virali hanno una dimensione globale, non conoscono confini nazionali. Il virus che minaccia i nostri polmoni parla la lingua del Capitale, ossia del Moloch che lo ha gettato nella mischia sociale – il metaforico dito non indica il pipistrello, o un altro “vettore animale”, ma una peculiare relazione sociale».

Leggi: Tutto sotto il cielo – del CapitalismoChuang e il “regime di sviluppo socialista”Sulla campagna cineseŽižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinesePiazza Tienanmen e la “modernizzazione” capitalistica in Cina. Il ruolo degli studenti e dei lavoratori nella primavera cinese del 1989Tienanmen! Pianeta Cina

Prossimamente su tutti gli schermi. «Prossimamente quando?» Prossimamente…

SOLIDARIETÀ A CHI? MA MI FACCIA IL PIACERE!

Personalmente non esprimerei solidarietà alla Cgil nemmeno sotto tortura, nemmeno per errore, perché su certi temi metto la massima attenzione. Nel 1977, anno della mia “discesa in campo” sul terreno del conflitto di classe, venni picchiato sia dai fascisti miei coetanei (in quanto «Topo Rosso») sia dai camerati della CGIL e del PCI (in quanto «provocatore»). Ricordo con una certa tenerezza che quando seppi della cacciata di Luciano Lama, segretario generale della Cgil, dall’Università di Roma (17 febbraio 1977), ebbi un orgasmo politico-ideologico di proporzioni inenarrabili. «Via, via la nuova polizia!»

Scrivevo su un post del 2013: «Occorre poi ricordare che il PCI, la Cgil e gli intellettuali “organici” alla galassia politica “comunista”, furono negli anni Settanta in prima linea nella patriottica guerra contro la cosiddetta inflazione importata, soprattutto quella derivante dall’importazione di materie prime, petrolio in testa. Allora l’inflazione galoppava a due cifre e il duo “progressista” Berlinguer-Lama predicava una politica d’austerità con i controfiocchi, al cui centro naturalmente spiccava una politica di moderazione salariale senza se e senza ma. “Solo noi comunisti possiamo riuscire a difendere gli inseparabili interessi della classe operaia e della nazione” (G. Amendola): era il martellante mantra dei teorici del “compromesso storico” e della politica dei sacrifici».

È dal 1977, poi, che assisto al sempre più stucchevole e stanco rito dell’”antifascismo militante” che ha come esclusivo effetto quello di celare la natura socialmente totalitaria della “Repubblica nata dalla Resistenza” – e degna erede del regime fascista. Il problema per me non sono i fascisti che sfasciano una sede della CGIL, ma i lavoratori che ancora hanno fiducia nel sindacato collaborazionista, nel sindacato parastatale, che non a caso oggi riceve la solidarietà di tutti i partiti e dei vertici del governo e dello Stato. Maurizio Landini, che giustamente oggi ricorda Luciano Lama, non poteva augurarsi migliore boccata d’ossigeno dopo mesi di scarsa credibilità presso i lavoratori. Se i “fascisti” non ci fossero, bisognerebbe inventarli…

Per quel che vale, colgo l’occasione per rinnovare il mio disprezzo nei confronti di fascisti e collaborazionisti, due fecce (e non sono pugliese) della stessa medaglia. Per come la vedo io, i fascisti si combattono con la lotta di classe, con l’iniziativa autonoma dei lavoratori e dei proletari tutti, non con le forze repressive dello Stato – cane da guardia dei rapporti sociali capitalistici.

Aggiunta del 12 ottobre 2021

IL MALE ASSOLUTO

Chi non vuole parlare di capitalismo non deve parlare nemmeno di fascismo. L’ordine totalitario non è altro che l’ordine precedente senza i suoi freni. Oggi combattere il fascismo richiamandosi al pensiero liberale significa appellarsi all’istanza attraverso cui il fascismo ha vinto. Il fascismo è la verità della società moderna colta dalla teoria fin dall’inizio (Max Horkheimer).

Il più bell’esemplare di fascista in cui ci si possa oggi imbattere è quello del sedicente antifascista unicamente dedito a dare del fascista a chi fascista non è (Leonardo Sciascia).

Coloro che scelgono il male minore, dimenticano molto rapidamente di aver scelto il male (Hannah Arendt).

Ieri Peppe Provenzano, vicesegretario del PD, ha dichiarato che chi non riconosce il fascismo come il male assoluto, si mette automaticamente fuori dall’arco costituzionale. Il richiamo al vetusto “arco costituzionale” (roba da anni Settanta del secolo scorso!) è una chiara allusione ai Fratelli d’Italia. Enrico Letta ha poi cercato di aggiustare il tiro per non creare fibrillazioni politiche dannose per la stabilità del governo Draghi, che sin qui si è giovato anche dell’«opposizione responsabile» del partito di Giorgia Meloni. D’altra parte Letta considera ancora Matteo Salvini il suo nemico principale – e Berlusconi, l’ex Cavaliere Nero dei sinistrorsi, il suo più fidato alleato di governo. Approfitto delle beghe politiche di giornata (dopo tutto domenica si vota a Roma, e non solo) per ricordare, sempre per quel poco o pochissimo che vale, quel che segue a proposito di “male assoluto”.

Per me il Male Assoluto è il dominio sociale capitalistico che ha  prodotto: il Fascismo (foraggiato a suo tempo dalla democrazia liberale per distruggere le organizzazioni della classe operaia azzannata dalla crisi economica postbellica e galvanizzata dalla Rivoluzione d’Ottobre), il Nazismo, lo Stalinismo (espressione della controrivoluzione capitalistica), i due massacri mondiali del XX secolo (con tanto di botto atomico finale ai danni della popolazione civile giapponese), lo sterminio industriale degli ebrei (e di altri individui “indegni di vivere”). Si tratta insomma del dominio di classe che oggi più di ieri sfrutta miliardi di persone su scala planetaria, che saccheggia e distrugge la natura e che, da ultimo, ha reso possibile la crisi sociale mondiale che chiamiamo Pandemia.

È da questa prospettiva che osservo, abbastanza schifato, il teatrino “antifascista” che da decenni manda in scena la solita farsa con l’unico obiettivo di rafforzare il regime politico-istituzionale posto al servizio del vigente status quo sociale, che io definisco, appunto, Male Assoluto.

Criminalizzare i fascisti e i loro “fiancheggiatori” (i No Vax/Green Pass?) ha oggi soprattutto il senso di criminalizzare la politicizzazione di un disagio sociale che non trova sponde parlamentari, e che potrebbe incrociare («volesse il cielo!») idee autenticamente rivoluzionarie: com’è noto, la prevenzione è un’eccellente metodo di profilassi sociale. Scrive Piero Sansonetti: «Se ogni volta che ci sono incidenti mettiamo fuori legge coloro che partecipano alle manifestazioni allora metteremo fuori legge tutti. E i militanti di sinistra sono quelli che farebbero fuori per primi. Non ha nessun senso a meno che non si voglia creare un regime» (Il Giornale). Ma Pierino, un regime in Italia già c’è! È il regime demo-capitalistico, fondato sul lavoro (salariato, cioè mercificato e sfruttato) che molti decenni fa sostituì quello fascista – fondato sempre sul lavoro-merce: una continuità “strutturale” che evidentemente non dice nulla ai giornalisti e agli studiosi dei regimi politici, del tutto indifferenti alla natura sempre più totalitaria dei rapporti sociali capitalistici di produzione della ricchezza sociale.

Intanto “la destra” parlamentare rilancia: «Bisogna sciogliere tutte le organizzazioni politiche, fasciste o comuniste che siano, che usano la violenza come pratica politica». La proposta mi sembra del tutto rispettosa dell’arco costituzionale, assolutamente in linea con il regime. «Benito Mussolini e Giuseppe Bottai si stanno rivoltando nella tomba a sentire chiamare “fascisti” quelle oscene macchiette che hanno sfondato le finestre per poi devastare gli arredi della sede nazionale della Cgil» (G. Mughini, Il Foglio). To’, un barlume di “senso storico”! Anche se, a onor del vero, non è che Benito e camerati sfigurassero come «oscene macchiette», tutt’altro. Ma è pur vero che lo squadrismo fascista si muoveva in un contesto storico completamente diverso da quello odierno – basti pensare al sindacalismo di classe, anticapitalista e anticollaborazionista, degli anni Venti.

TAIWAN: LA CINA È SEMPRE PIÙ VICINA!

Venti di guerra soffiano sempre più forti nel Mar Cinese Orientale. «Per quattro giorni consecutivi, un numero record di aerei da guerra cinesi è entrato nella zona di difesa di Taiwan. Quasi 150 i velivoli inviati in totale negli scorsi giorni. L’ultima missione cinese avrebbe visto anche il coinvolgimento di caccia con capacità nucleare, in particolare sulla zona delle isole Pratas, controllate da Taiwan» (Ansa, 5/10/2021).

Il Celeste Imperialismo vuol dimostrare con i fatti ad “amici” e nemici che nel suo cortile di casa non sono tollerate ingerenze e che l’annessione, con le buone o con le cattive, della «provincia ribelle», è solo una questione di tempo. Per Pechino si tratta anche di rispondere per le rime al Patto Indo-Pacifico sottoscritto da Stati Uniti, Australia e Gran Bretagna. Al nazionalismo cinese fa riscontro il nazionalismo taiwanese, e l’altro ieri migliaia di taiwanesi «hanno invaso le strade urlando slogan contro l’oppressione di Pechino a Hong Kong e in Tibet, chiedendo l’indipendenza di entrambi i territori dal controllo cinese. I manifestanti hanno poi spruzzato vernice nera su un ritratto del presidente Xi Jinping e imbrattato la bandiera cinese» (Huffingtonpost). Di certo il Virile e Caro Leader del Partito Capitalista Cinese non avrà gradito le moleste attenzioni dei suoi sudditi ribelli, i quali evidentemente non intendono dar ragione alle sue ambizioni storiche:  portare a compimento l’«impresa immortale» che non riuscì a Mao Tse-tung.

Gli analisti geopolitici collocano l’annessione di Taiwan da parte della “madrepatria” intorno al 2030, al più tardi al 2049 (centenario della fondazione della Repubblica Popolare) ma non si escludono improvvise accelerazioni dagli esiti imprevedibili e certamente destabilizzanti per la regione e per gli equilibri geopolitici globalmente considerati. Molto dipende anche dai processi sociali e politici interni alla Cina; ad esempio, premere decisamente sull’acceleratore del nazionalismo e del militarismo potrebbe risultare molto utile al Partito-Regime nel caso dovesse prendere piede nel Paese una crisi economico-sociale di grandi proporzioni. In ogni caso, il ritorno a casa dei “ribelli” rappresenta per Pechino un chiodo fisso: «Era il luglio del 2019 quando al Congresso del Popolo il governo cinese presentò il programma del Libro Bianco, aggiornato con cadenza non regolare, in cui veniva ribadita tra l’altro la necessità che la Repubblica di Cina, cioè Taiwan, ritornasse alla Repubblica Popolare Cinese a costo di usare la forza» (Notizie Geopolitiche). Il principio di «una sola Cina» è per Pechino qualcosa di sacro, di intangibile, al punto che nega la stessa realtà di una sovranità nazionale taiwanese.

Per come la vedo io, le classi subalterne della Cina e di Taiwan avrebbero tutto da perdere e niente da guadagnare in un conflitto armato tra i due Paesi: si scontrano infatti due ragioni e due interessi che non hanno nulla a che fare con le ragioni e con gli interessi di chi per vivere è costretto a vendere capacità lavorative in cambio di un salario. Da proletario anticapitalista posso solo sperare, contro ogni evidenza contraria, che il proletariato cinese e quello taiwanese solidarizzino quanto prima per sabotare i progetti bellicosi di Pechino e di Taipei.

Chi blatera (vedi i tifosi italioti del «Socialismo con caratteristiche cinesi») di «Nuovo Risorgimento Cinese», non comprende a mio avviso l’ABC del “materialismo storico”, di cui peraltro tanto straparla, il quale invita i “marxisti” a collocare storicamente i processi storico-sociali: un conto sarebbe stato l’assoggettamento della «provincia ribelle» nel periodo rivoluzionario-borghese della Cina post 1949 (diciamo fino alla prima metà degli anni Sessanta), un conto affatto diverso si prospetta l’annessione di Taiwan oggi, nel momento in cui la Cina è uno dei pilastri principali del Sistema Imperialista Mondiale. Ciò che settant’anni fa poteva avere un significato storicamente “progressivo”, sebbene in chiave nazionalista-borghese, oggi ha esclusivamente un significato ultrareazionario, cioè a dire capitalista e imperialista. Ovviamente so benissimo di non poter convincere chi ha imparato la “dialettica” e il “materialismo storico” sui manuali scritti da Stalin e da Mao – o dai loro ancor più “dialettici” e “materialisti” epigoni. Sono un’inguaribile utopista, non uno sciocco.

«Gli Stati Uniti sono molto preoccupati dalle attività militari provocatorie della Repubblica Popolare Cinese nei pressi di Taiwan, che destabilizzano, rischiano di causare errori di calcolo e minano la pace e la stabilità regionali», recita una nota del portavoce del dipartimento di Stato, Ned Prince» (La Repubblica). Come sempre, e da tutte le parti, i cattivoni sono sempre gli altri, i nemici.

Aggiunta del 9 ottobre 2021

È CHIARO IL CONCETTO?

Grande performance nazionalista del Presidente Xi Jinping alle celebrazioni per i 110 anni dalla Rivoluzione del 1911! Xi ha affermato che la questione taiwanese è nata dalla debolezza e dal caos della nazione cinese. «Taiwan è una questione interna alla Cina e non ammette interferenze esterne», ha ribadito per l’ennesima volta il Caro Leader del Partito-Stato cinese, che così ha continuato:

«Il secessionismo di Taiwan è il più grande ostacolo alla riunificazione nazionale, una seria minaccia al ringiovanimento nazionale. Chiunque voglia tradire e separare il Paese sarà giudicato dalla storia e non farà una buona fine. I compatrioti su entrambi i lati dello Stretto di Taiwan dovrebbero stare dalla parte giusta della storia e unire le mani per ottenere la completa riunificazione della Cina e il ringiovanimento della nazione cinese. Ma coloro che dimenticano la loro eredità, tradiscono la loro madrepatria e cercano di dividere il paese, non avranno una buona fine».

Conclusione abbastanza scontata ma non per questo meno significativa: «La riunificazione completa del nostro Paese ci sarà e potrà essere realizzata». Sottotesto: con le buone o con le cattive. Intanto tutte le parti in causa si stanno preparando al peggio, ben sapendo che la guerra sistemica (economica, tecnologica, scientifica, ideologica, geopolitica, ecc) contempla il momento squisitamente bellico.

«”Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà”. Pare l’abbia detto Napoleone nel 1816, e un secolo più tardi Lenin fece sua questa profezia. Oggi ci siamo pienamente immersi; avendo di fronte un gigante economico, politico, militare con il quale è indispensabile fare i conti. Con la diplomazia e i comuni interessi, però, più che con le cannoniere» (Avvenire). Che tenerezza mi fanno, diciamo così, i buoni di spirito che non capiscono che sono proprio «i comuni interessi» (capitalistici) che danno un senso alle cannoniere.

IL MONDO DEI VECCHI

In questa foto io vedo quattro vecchi: una persona è vecchia (pardon, anziana) anche anagraficamente, mentre le altre tre persone sono vecchie “dentro”, nella testa, che poi è il modo peggiore di diventare vecchi. Chi pensa che la salvezza del nostro pianeta passi per la “transizione ecologica”, ovvero per la ristrutturazione tecnologica del Capitalismo (dalle fabbriche agli uffici, dai mercati alle città), ha nella testa un modo di pensare vecchissimo, incartapecorito, decrepito, asfittico, grigio. Per come la vedo io, la giovinezza non è solo un fatto anagrafico. Mi auguro che con il tempo la giovinezza di pensiero possa farsi strada in quelle tre “piccole donne”.

«Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada» (R. M. Rilke). Diciamo, sempre sulla scorta di questa bruttissima foto, che ci aspetta un futuro non esattamente affascinante, almeno ai miei occhi.

Leggi: E se Greta avesse ragione? Rivoluzione!; L’apocalisse al tempo di Greta Thunberg; Lettera di un anticapitalista a Greta Thunberg

LA “QUESTIONE TEDESCA” DOPO ANGELA

Dal 2005, anno della sua prima elezione a Cancelliera, al 2020 il Pil procapite reale è aumentato in Germania di 18 punti (media europea +10, Italia -10): questo semplice dato, che ovviamente ne presuppone e ne implica molti altri, non necessariamente di natura immediatamente economica, è sufficiente forse a darci un’idea, per quanto approssimativa, della Germania che lascia Angela Merkel ai tedeschi, all’Europa e al mondo. In effetti, la Germania rimane la sola nazione europea in grado di pesare, sebbene in forma sempre più attenuata, sulla bilancia dei rapporti interimperialistici – i quali si basano soprattutto sulla potenza dell’economia (tecnoscienza inclusa). in ogni caso, la “Questione tedesca” rimane al cuore della “Questione europea” (e Atlantica).

Occorre subito dire che la Cancelliera ha potuto giovarsi delle riforme economico-sociali (soprattutto nel mercato del lavoro, attraverso una maggiore precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro) realizzate tra il 2003 e il 2004 dal Cancelliere Gerhard Schröder. Su questo decisivo terreno si può anzi dire che la Merkel ha vissuto di rendita, senza nulla aggiungere né togliere. «Non liberalizza i trasporti, i servizi, le assicurazioni. Il settore bancario è ancora oggi fragile a causa della sua frammentazione e del rapporto strettissimo di gran parte degli istituti di credito con la politica nazionale e locale; il che rende le loro scelte spesso basate più su decisioni di questo o quel partito che sul merito di credito. In sostanza la cancelliera preferisce non avere guai in settori politicamente influenti. Il risultato è che oggi il futuro industriale della Germania, a cominciare dal settore auto – anch’esso protetto sempre da Merkel persino quando Volkswagen imbrogliò sui test delle emissioni dei suoi motori diesel –, è disorientato, sia per insufficiente capacità innovativa sia a causa dei cambiamenti geopolitici» (Gabanelli e Taino, Il Corriere della Sera).

 La Germania guidata per 16 anni da Angela Merkel ha vinto la guerra europea della crisi finanziaria e del debito (2008-2012), salvando l’Unione Europea e la sua moneta a esclusivo interesse degli interessi nazionali tedeschi e dell’area geoeconomica legata al capitalismo tedesco (compresa parte del Nord’Italia); ha rafforzato i suoi legami commerciali con la Cina (per la prima volta, nel 2016 la Cina è diventata il primo partner commerciale della Germania, superando gli Stati Uniti) (*) e con la Russia (nonostante l’invasione russa della Crimea del 2014 ha portato a termine la costruzione del gasdotto Nord Stream 2, visto malissimo dai suoi partner europei e dagli Stati Uniti ).

La Germania ha resistito molto meglio dei suoi partner europei alla crisi pandemica: nel 2020 il suo Pil si è contratto un po’ più del 5%, a fronte del quasi -9% fatto registrare dal Pil italiano – rovinosa caduta che spiega il “nuovo miracolo italiano”, o “rimbalzo” che dir si voglia, di questi mesi. Nel 2009, all’epoca della crisi dei sub-prime, la contrazione del Pil tedesco fu leggermente più marcata. La “resilienza” tedesca si spiega anche con la sua postura “mercantilistica”, come mostra soprattutto quanto segue: «La Cina è stata il più importante partner commerciale della Germania nel 2020 per il quinto anno consecutivo. Lo ha annunciato ieri l’Ufficio Federale di Statistica tedesco (Destatis), secondo cui il volume del commercio estero con la Cina è aumentato del 3% rispetto al 2019, nonostante la crisi dovuta all’epidemia di nuovo coronavirus. Secondo i dati provvisori di Destatis, tra Cina e Germania l’anno scorso sono state scambiate merci per un valore di 212,1 miliardi di euro. […] Gli Stati Uniti sono rimasti il più grande mercato per le esportazioni tedesche, una posizione mantenuta dal 2015, nonostante, secondo Destatis, le esportazioni siano diminuite del 12,5% rispetto al 2019 arrivando a 103,8 miliardi di euro. La Cina si è classificata al secondo posto tra i più importanti mercati per le esportazioni della Germania. L’anno scorso, le esportazioni tedesche verso la Cina sono rimaste quasi inalterate, con un calo dello 0,1% su base annua fino a 95,9 miliardi di euro» (ANSA-XINHUA).

Il governo tedesco ha reagito alla crisi pandemica accantonando il classico dogma della “frugalità” centrata sul pareggio di bilancio; le spese statali per rilanciare l’economia hanno toccato nel 2020 l’8,3% del Pil, superando il 5,3% della Francia e il 3,4% dell’Italia. Quando si tratta di rivitalizzare il capitalismo anche le “formiche” sanno spendere – e spendono, di solito, meglio di quanto non sappiano fare le “cicale”, avvezzi alla «cattiva spesa» (Mario Draghi), ossia alla spesa improduttiva, la quale distrugge ricchezza ma in compenso accresce i consensi elettorali di chi la sostiene. In ogni caso, oggi i paladini del pareggio di bilancio (rappresentati dai liberal-democratici dell’Fdp) rialzano la testa e sostengono il ritorno della Germania alle sue tradizionali virtù in materia di spesa pubblica: gli italiani, ossessionati dal patto di stabilità e crescita, sono avvisati! Secondo Lucio Caracciolo non solo gli italiani: «Una simile restaurazione sarebbe un disastro anche per la Francia, il che avvicina di fatto Roma e Parigi alla vigilia della firma del loro trattato bilaterale, che i francesi battezzano “del Quirinale”. Il prossimo scontro fra “cicale” e “formiche” s’annuncia tremendo» (Limes). C’è da dire che lo spettro dell’inflazione è ricomparso dopo molti anni nel dibattito pubblico tedesco.

Olaf Scholz, candidato naturale al cancellierato dell’Spd, ha vinto perché è riuscito ad accreditarsi presso l’elettorato “moderato e centrista” come il vero erede di Angela Merkel; un suo manifesto elettorale diceva: «La Germania è pronta per una nuova Cancelliera», con evidente allusione alla continuità Merkel- Scholz. Ieri El Paìs ha pubblicato un editoriale con questo titolo: «Un altro cancelliere, la stessa Germania». Il crollo della Cdu/Csu si spiega soprattutto con l’uscita di scena (?) della Cancelliera che per tanti anni ha dominato la scena politica tedesca ed europea, e il cui peso specifico elettorale è stato valutato dagli “esperti” intorno al 10%.

L’estrema destra dell’AFD, assai ridimensionata a livello nazionale, rimane tuttavia forte in tutti i cinque Land dell’Est, segno che le ferite dell’Unificazione rimangono ancora aperte dopo tre decenni. Si tratta di una pesante eredità per chiunque vinca la corsa alla premiership. Perde invece, e malamente, Die Linke che contendeva all’AFD lo stesso elettorato, confermando di essere l’altra faccia di una stessa escrementizia medaglia. La presenza in Parlamento della cosiddetta estrema sinistra tedesca è stata salvata in extremis da tre deputati eletti con il sistema uninominale.

Molti analisti e politici italiani invitano i tedeschi a fare del loro Paese non una «Grande Svizzera», quale oggi esso sarebbe, ma una «Grande Germania»: ma si rendono conto delle implicazioni sistemiche connesse necessariamente con questa “virtuosa” trasformazione? E poi, si tratta di un “fraterno” consiglio o piuttosto di un pessimo augurio per la prosperità tedesca? «La conosciamo, la Svizzera: una democrazia solida, aperta, dinamica. E irrilevante. Gode dei benefici della globalizzazione senza essere coinvolta negli affari del mondo» (F. Fubini, Il Corriere della Sera). Ma «irrilevante» rispetto a quale interesse?

Scrive Caracciolo: «Questa Germania non pare capace di stabilire il suo posto nel mondo. Eppure la stessa cancelliera ha più volte affermato che il tempo in cui ci si poteva affidare agli altri (leggi: agli americani) è passato. I tedeschi dovrebbero riprendere un pezzo del proprio futuro nelle loro mani. La consapevolezza, forse anche l’intenzione, esiste in buona parte dell’élite. Ma una cultura strategica non s’inventa dalla mattina alla sera. Specie se l’opinione pubblica non segue. La Germania ha segnalato in vari modi e toni la sua insofferenza per la tendenza americana a porla davanti ai fatti compiuti, come usano i potenti con i semiprotettorati» (Limes). E se fosse stata proprio questa riluttanza a recitare il ruolo di potenza politicamente (e militarmente) assertiva sul piano mondiale la cifra della «cultura strategica» dell’imperialismo tedesco nella fase storica che l’ha visto indubbiamente vincente? Non c’è dubbio che tutto spinge nella direzione desiderata da Caracciolo, ma «riprendere un pezzo del proprio futuro nelle loro mani» esige dei costi che probabilmente i politici tedeschi non intendono ancora far pagare alla Germania, costi che gli analisti forse non calcolano nel modo corretto, in tutte le loro implicazioni. Di certo non è facile né comodo cambiare una strategia che si è dimostrata vincente, e solo attraverso gravi crisi sistemiche maturano i grandi cambiamenti. Alcune di queste crisi si sono già consumate, sono alle nostre spalle; altre sono ancora in corso e ne preparano di nuove e più radicali. Inutile dire che le classi subalterne saranno le prime a pagare i costi di questo processo sociale – “transizione tecnologica/ecologica” inclusa!

(*) «La dipendenza tedesca dal Paese asiatico è poi concentrata nei suoi settori più grandi ed importanti. Così il produttore di chip Infineon effettua il 42% delle sue vendite nel Paese asiatico (The Economist, 2021), mentre la BMW vi colloca il 33,4% del totale, la Daimler il 35,8% e la Volkswagen il 41,4%, con la presenza di 26 sue fabbriche nel paese.  Il livello dei profitti realizzati in Cina sul totale mondiale è poi anche più elevato per quanto riguarda il settore dei veicoli (nel caso della Volkswagen circa il 50% del totale). “La Cina è il presente ed il futuro dei produttori di auto tedesche”, come dichiara un esperto. Più in generale, un responsabile economico tedesco ha affermato: “Se tu non sei a tavola con i cinesi, sei nel menù”.  Con lo scoppio della pandemia tale dipendenza è diventata anche più accentuata e le case tedesche, mentre frenano gli investimenti nella madre patria, incrementano quelli in Cina per decine di miliardi di euro. Ma nel frattempo le imprese cinesi competono sempre di più con quelle tedesche in particolare nella produzione di macchinari, altra costola fondamentale dell’economia tedesca e delle sue esportazioni verso il Paese asiatico, oltre che nelle nuove tecnologie dell’auto, da quella elettrica a quella con guida autonoma. Un problema di concorrenza nel settore industriale che hanno sempre più anche altri paesi, dalla Corea del Sud al Giappone, per limitarsi al continente asiatico. D’altro canto, gli insediamenti diretti tedeschi in Cina da una parte portano al Paese asiatico prodotti e tecnologie di cui esso ha bisogno nella sua spinta allo sviluppo, dall’altra la crescente capacità di innovazione della Cina porta importanti benefici alle aziende tedesche e contribuisce a rafforzare la loro competitività globale (Sbilanciamoci).

UN’EMERGENZA TIRA L’ALTRA…

Per il noto Salvatore della Patria, «Serve un patto economico e sociale da impostare nei prossimi mesi di fronte al quale nessuno può chiamarsi fuori». Nessuno (cioè chi scrive) si chiama fuori e si mette contro ogni genere di patto economico e sociale. Lo so, è una dichiarazione che vale quel che vale, diciamo così.  Il Ministro del Lavoro Andrea Orlando naturalmente è di diverso parere: «Sostengo da tempo questa esigenza: su temi come welfare, politiche attive, politiche industriali è necessario un accordo strategico che metta insieme tutte le forze». Ecco, non contare sulla mia “forza”. Il Ministro Orlando sostiene che la sinistra politica e sindacale (leggi PCI e CGIL) è sempre stata a favore dei patti sociali per il bene del Paese, anche negli anni Settanta, quando l’Italia affrontò una grave crisi economica e l’emergenza terroristica. Verissimo!

A propositori di “emergenza”, segnalo la seguente filastrocca: emergenza terrorismo, emergenza mafiosa, emergenza corruzione, emergenza alluvioni/terremoti/eruzioni/cataclismi vari, emergenza rifiuti (industriali e urbani), emergenza sanitaria. Un’emergenza tira l’altra . Tutte le “leggi emergenziali” sono ovviamente rimaste anche cessato lo “stato di emergenza”. L’emergenza si configura cioè come una normale prassi di governo. Ogni riferimento al Green Pass e agli altri dispositivi normativi legati alla “crisi sanitaria” è assolutamente voluto. Adesso l’emergenza è uscire dal tunnel della crisi economica, e rispetto a questo supremo compito «nessuno può chiamarsi fuori».

L’altro ieri il Caro Leader ha dichiarato che la salvezza del Pianeta attraverso la “transizione ecologica” è un’emergenza (!) che va affrontata come abbiamo fatto con la crisi pandemica. Quanto ci piace l’Emergenza! Chissà poi perché…

INTELLIGENTI, SCONTENTI E INVISIBILI: LI YIFAN SULL’ASCESA E LA CADUTA DI UNA SOTTOCULTURA PROLETARIA

1La cosa più importante è far vedere le persone
che non sono mai state viste prima. “Se dici che
sono stupido, allora sono stupido. Ma ho solo
bisogno di essere visto” (Li Yifan).

Per le domande di lavoro, controllano le tue mani,
controllano il tuo corpo, proprio come in un mercato
degli schiavi; cercano di vedere se riesci a muovere le
articolazioni (Li Yifan).

Al contrario di quel che pensano molti, la società cinese è tutt’altro che una società pacificata e impaurita dal totalitarismo politico-ideologico centrato sul Partito-Stato. Si tratta anzi di una società brulicante di tensioni sociali che spesso trovano significative espressioni in numerose forme di attività politiche, culturali e artistiche “informali”, ma anche in mode giovanili, che sfidano l’occhiuta sorveglianza del Regime – il quale peraltro negli ultimi tempi sta stringendo fortemente i bulloni del controllo sociale. Il Blog Chuang ha il merito di illuminare la scena della società cinese nella sua totalità, con particolare attenzione per quei fenomeni “strutturali” e “sovrastrutturali” poco conosciuti in Occidente e la cui conoscenza e comprensione possono rivelarsi assai utili a chi voglia farsi un quadro più realistico e meno conformista del gigante asiatico che lotta per la primazia sul terreno della competizione interimperialistica. È il caso dell’articolo che segnalo dedicato alla «sottocultura proletaria» definita “intelligente”. Gli “intelligenti” (smart) sono (ma forse dovremmo dire erano, visto che il fenomeno sembra essersi esaurito ormai da qualche anno) quei figli particolarmente sensibili dei lavoratori migranti che cercano di reagire in qualche modo a una pessima condizione sociale/esistenziale. Questi giovani proletari hanno inventato una moda che con spirito autoironico hanno definito, appunto, “intelligente”. Scrive l’artista e regista Li Yifan, autore del film documentario We Were Smart (杀马特我爱你, 2020): «Gli “intelligenti” usano uno stile estetico, un’acconciatura e un’esperienza condivisa per stabilire un senso di comunanza».

«Il film We Were Smart ha suscitato una tempesta in tutta la Cina, riportando alla vista del pubblico la sottocultura “intelligente” (shamate) che era stata seriamente fraintesa e denigrata prima di essere quasi dimenticata dieci anni fa. Li, che ha seguito la situazione dei lavoratori migranti per molti anni, ha anche introdotto il pubblico a una nuova comprensione di questa sottocultura che era emersa dalle fabbriche del Delta del Fiume delle Perle: in primo luogo, gli “intelligenti” erano i lavoratori migranti provenienti dalle campagne, la cui forza-lavoro era brutalmente sfruttata sulle linee di assemblaggio. Nel film, Li conduce interviste di gruppo con membri attuali ed ex della sottocultura intelligente, incorporando anche i propri filmati di scene all’interno delle fabbriche, come il movimento ripetitivo delle linee di assemblaggio e un supervisore che impedisce ai lavoratori di usare il bagno. Gli “intelligenti” sono apprensivi e alla deriva nella metropoli sconosciuta, trascinati dai reclutatori dalla stazione ferroviaria al parco industriale. In centro sono intimiditi dai grattacieli e si perdono nel labirinto delle strade della città, quindi spesso non sono in grado di lavorare nel settore dei servizi o nei lavori dell’economia delle piattaforme come la consegna di cibo. La loro unica libertà è “estetica”: adottando gli stili della sottocultura “intelligente”, trovano significato in se stessi e nella distinzione dagli altri. […]

La rete e il concetto di “spazi autonomi” (自治空间), noti anche come “spazi alternativi” (替代性空间) hanno svolto un ruolo cruciale in tutte le proiezioni sotterranee di We Were Smart. Poiché gli spazi artistici tradizionali hanno affrontato una censura sempre più severa, sono sorti sempre più spazi autonomi in tutta la Cina. Alcuni di questi hanno adottato forme commerciali, come bar orientati al profitto, librerie o anche semplici negozi d’angolo, mentre altri hanno utilizzato studi d’arte o spazi domestici, il tutto per fornire un’infrastruttura per attività che sarebbero impossibili per gli spazi commerciali tradizionali, inclusi ma non limitati a proiezioni di film, mostre, teatro e performance art. Questi spazi forniscono anche un importante sito per la circolazione di pubblicazioni sotterranee stampate da vari gruppi, tra cui riviste legate a mostre d’arte e alcuni opuscoli con un certo grado di contenuto politico. La traduzione cinese di A Guidebook for the Revolt of the Idiots of the World: How to Create Space with, dell’anarchico giapponese Hajime Matsumoto, è probabilmente il volume più visto in questi spazi, le sue idee forniscono ispirazione per la rete. L’appello di Matsumoto a sfidare il capitalismo riunendosi per divertimento e a resistere all’oppressione attraverso la creatività, è probabilmente l’unico raggio di speranza che i giovani con coscienza critica possono trovare in questa società ermetica, dove i rischi che affrontano qualsiasi tipo di attività politica sono diventati sempre più terribili. In questi spazi si possono trovare anche tracce di opere autopubblicate di lavoratori migranti. Per i giovani della Cina continentale, esclusi dalle strade o da qualsiasi tipo di manifestazione pubblica, questi spazi sono diventati una rara opportunità per trovare persone che la pensano allo stesso modo e sperimentare la vita politica.

Vale anche la pena notare che l’eccitazione che circonda We Were Smart ha anche portato molti giovani a convertire i normali luoghi commerciali in “spazi autonomi” temporanei: quando il regista ha chiesto che le proiezioni fossero gratuite, alcuni luoghi orientati al profitto nelle città più piccole hanno permesso a tutti i tipi di persone di partecipare senza dover spendere soldi. Questa esperienza di circolazione è diventata così parte integrante del film. […]

Questi eventi hanno creato nuovi significati per comprendere i proletari che partecipano alla sottocultura “intelligente”, spingendosi oltre le intenzioni del regista in materia di libertà estetica. Ha stabilito un’infrastruttura al di fuori della produzione e del consumo artistico tradizionale. Sebbene la mania che circonda We Were Smart sia passata, questa infrastruttura rimane e continua a rompere le fessure aperte all’interno del sistema. Il film è attualmente disponibile per la visualizzazione online con sottotitoli in inglese qui. (Probabilmente verrà rimosso di nuovo presto per i motivi spiegati di seguito, quindi guardalo mentre puoi)» (Chuang).

Smarts1-1024x682Quella che segue è una parte dell’intervista a Li Yifan – ho riportato solo le sue risposte.

«Nel 2010, ho tenuto un programma artistico (Giovani migranti) con alcuni artisti a Chongqing. I nostri poster sostenevano “l’autodefinizione” e l’”autonomia estetica”. A Wuhan, ho sviluppato il Donghu Art Plan con Li Juchuan. Si trattava di tentativi di resistenza nei confronti  dell’estetica e dei valori tradizionali. In quel periodo, ho visto gli “intelligenti” su Internet. Sulla base delle loro foto e dei loro scritti ho pensato che gli “intelligenti” fossero alcuni studenti universitari di terzo livello. Era difficile per me capire perché alcune persone prendessero l’iniziativa di diffamarsi, umiliarsi, rendersi brutti, maledirsi come stupidi e prendere in giro il proprio titolo “nobiliare”. Ma hanno continuato a farlo per tanto tempo e con tante persone: questa non è una sorta di resistenza culturale? […]

Nel periodo precedente e subito dopo le Olimpiadi del 2008, si è creata una grande divisione tra la Cina rurale e urbana. Le informazioni dall’estero circolavano e molte persone hanno anche iniziato ad andare all’estero: la società ha subito un enorme cambiamento. Ma questo ha avuto molta più influenza sugli abitanti delle città: i loro stipendi sono aumentati e le persone che in precedenza si erano impegnate in mode “non mainstream”, anche quelle con acconciature “eretiche”, hanno iniziato a sviluppare un senso più sofisticato dell’estetica. Ma il cambiamento nell’ambiente dei lavoratori migranti non è stato così grande. Hanno continuato a lavorare troppo duramente. Se lavori da dieci a quindici ore al giorno, avere qualche visita di persone è sufficiente per darti un senso di realizzazione in modo da poter andare a dormire felice. La maggior parte delle persone si trovavano proprio in questo tipo di situazione. Con un ritmo di lavoro così veloce, sotto estrema pressione e depressione, ciò di cui hai bisogno – ciò di cui i lavoratori hanno bisogno, è qualcosa di particolarmente forte, come un’acconciatura lontana dal mainstream. A quel tempo, c’era una frase, “controcultura rurale”. Tra i non-mainstream, nelle sottoculture, ci sono molte “famiglie” o “clan” diversi e gli “intelligenti” erano solo una parte di questo. Nei distretti industriali, un “intelligente” solitario veniva spesso picchiato dopo aver accompagnato una ragazza a casa di notte. La radice di tutto questo è una cieca fedeltà all’estetica della cultura mainstream. […]

In quasi tutte le proiezioni di We Were Smart, un membro del pubblico ha detto: “In realtà, mi sento molto come l’intelligente, ma non sono così coraggioso, non ho il coraggio di resistere a questa estrema disciplina sociale: ho paura di fare qualsiasi cosa che mi distingua”. Questo ha suscitato il mio interesse. La maggior parte degli spettatori sono membri della generazione post-90, post-95, che lavorano in città come colletti bianchi – sembra che le situazioni della loro famiglia non siano poi così male. Tuttavia, la sensazione di repressione che questi membri del pubblico e gli “intelligenti” provano entrambi è estremamente simile. Si potrebbe dire che questo è un problema generazionale condiviso: si chiedono, qual è il significato della vita che vedo davanti a me? I giovani “intelligenti” non credono più che guadagnare soldi sia significativo. La generazione dei loro genitori è venuta in città per lavorare, e anche se non potevano guadagnare molto, i loro obiettivi erano estremamente chiari, ad esempio, guadagnare abbastanza per tornare a casa e costruire una casa, sposarsi e crescere un bambino. I giovani “intelligenti”, però… La loro famiglia aveva già una casa nella loro città natale, ma non potevano guadagnare abbastanza per comprare una casa in città. Forse non avevano nemmeno abbastanza per pagare un matrimonio e sposarsi. I giovani colletti bianchi vogliono stabilirsi in città, ma è difficile anche per loro. Alla fine, i giovani colletti bianchi urbani si trovano in una posizione simile a quella degli “intelligenti”. Lavorano sodo, ma non riescono a raggiungere alcun tipo di obiettivo, a meno che non si vendano completamente.

I colletti bianchi possono avere la stessa sensazione di disperazione intorno alla loro capacità di cambiare il loro destino, intorno alla mobilità di classe. Anche i colletti bianchi sono lavoratori, il loro lavoro è difficile, ma rispetto agli “intelligenti”, è un diverso tipo di difficoltà. Molti colletti bianchi vogliono un’auto migliore, o non sono soddisfatti di una borsa da 1.000 yuan, vogliono quella che costa 2.000 yuan – in realtà sono stati rapiti dalla società dei consumi. Ma gli “intelligenti” in realtà non hanno soldi. Dopo la fase iniziale della pandemia [in Cina da gennaio ad aprile 2020], molti “intelligenti” non sono riusciti a trovare lavoro e si sono affidati ai prestiti delle app mobili per sopravvivere. A maggio o giugno, sono stati in grado di ricominciare a lavorare per pagare il debito. C’era un ragazzo che alleva polli da combattimento che vendeva uno dei suoi uccelli premio per la carne: un pollo di sette libbre venduto per 300 yuan. Quel tipo di povertà, non possiamo davvero capirlo. […]

Smarts6-1024x768Molti giovani “intelligenti” si sono avvicinati a me per prendere in prestito denaro, ma tutto in importi inferiori a 100 yuan. A volte prendono in prestito solo 20 yuan. Vengono a Guangzhou e non riescono a trovare un lavoro, non hanno nulla da mangiare o addirittura devono dormire per strada. Gli “intelligenti” nel film non sono così disperati perché sono ancora giovani. Ma gli esempi che hanno visto gli fanno capire che in realtà non hanno alcuna possibilità, che sono senza speranza. Chiedo agli “intelligenti”: qualcuno dei tuoi amici è diventato ricco? Tutti dicono di no, nessuno l’ha fatto. […]

Non oso dire che tipo di lezioni possono trarre i giovani d’oggi dalle esperienze raccontate in We Were Smart. Oggi, a tutte le persone piace discutere su chi ha ragione e chi ha torto, chi può dare più illuminazione a chi. Ma la cosa che serve di più è il disincanto (祛魅), per far vedere le cose in ombra. Alcune persone potrebbero essere in grado di vedere i lavoratori sotto una nuova luce, alcuni potrebbero vedere se stessi. Alcune persone sanno cos’è veramente l’”eresia”, mentre altri potrebbero vedere che gli intellettuali mancano di empirismo, di concretezza. Questi sono esiti tutti possibili, poiché il mio tentativo [nel film] non è stato fatto nello spirito dell’illuminazione. La cosa più importante è aiutare l’invisibile a essere visto».

Leggi:

Tutto sotto il cielo – del CapitalismoChuang e il “regime di sviluppo socialista”Sulla campagna cineseŽižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; Piazza Tienanmen e la “modernizzazione” capitalistica in Cina. Il ruolo degli studenti e dei lavoratori nella primavera cinese del 1989; Tienanmen! Pianeta Cina

 

AMICI (PIÙ O MENO DICHIARATI) E NEMICI DELL’AUKUS

Per Gideon Rachman «Gli sforzi dell’America per rafforzare la deterrenza nei confronti della Cina stanno prendendo slancio. Perché Aukus è il benvenuto nell’Indo-Pacifico?» (Financial Times). Per Rachman per capirlo non bisogna guardare all’irritata Cina, che evidentemente ha avvertito il colpo, né alle proteste della Francia, la quale piange su miliardarie commesse militari andate in fumo e sulla sua sempre più striminzita proiezione geopolitica, ma agli applausi silenziosi che sono venuti da molti Paesi della regione: Giappone, India, Singapore, Corea del Sud, Vietnam. Lo stesso Canada non ha ancora deciso se rifiutare o aderire al Patto, magari in un secondo momento (*). Questi Paesi sono molto interessati a fare affari con il gigante asiatico, ma ne temono sempre più sia la potenza economica sia quella militare. Negli anni scorsi il Celeste Imperialismo non ha fatto nulla per nascondere le sue ambizioni di totale egemonia nell’Indo-Pacifico, che Pechino considera di fatto come una sua esclusiva zona d’influenza. È per questo che è semplicemente ridicolo (vedi Michele Serra: Meglio essere comprati dai cinesi che bombardati dagli americani: che bella alternativa!) contrapporre la postura economica della Cina con la postura militare degli Stati Uniti: è vero che questi ultimi cercano di sfruttare la perdurante superiorità del loro esercito e del loro ruolo politico (in fondo si tratta dell’unica Super Potenza rimasta in vita dopo la miserabile uscita di scena dell’Unione Sovietica), ma per un verso non bisogna sottovalutare le capacità economiche e tecno-scientifiche di quel Paese, che rimangono tutt’altro che trascurabili, e per altro verso non bisogna sottovalutare l’attivismo militarista della Cina che si osserva proprio nell’Indo-Pacifico.

Come insegnano i teorici “classici” dell’Imperialismo (da J. A. Hobson a Lenin, da R. Hilferding a H. Grossmann), il fondamento sociale di quel fenomeno va ricercato in primo luogo negli interessi del Moloch-Capitale, il cui gigantismo si trascina dietro l’intera sfera politico-istituzionale. La guerra messa in scena dagli eserciti non è che la continuazione della guerra economica – con annessa struttura tecnoscientifica. Anche la politica (interna ed estera) degli Stati va considerata, avendo cura di non trascurare le dovute mediazioni reali e concettuali, come la continuazione della guerra con altri mezzi.

Naturalmente Pechino cerca di gettare benzina sul fuoco delle polemiche divampato dopo la firma del famigerato Patto: «Il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato che quanto fatto dagli Stati Uniti è come una “pugnalata alla schiena”. In realtà per gli Stati Uniti è normale tradire i propri alleati per interesse. La Gran Bretagna e l’Australia devono pensare bene se vale la pena mettere a rischio i propri interessi nazionali per un alleato traditore come gli Stati Uniti» (Quotidiano del Popolo online). Ogni riferimento all’Afghanistan è qui assolutamente voluto. Per capire meglio come funziona la propaganda del regime cinese rivolta all’opinione pubblica mondiale, consiglio di seguire il Quotidiano del Popolo online.

Tra le altre notizie, l’organo del Partito-Regime ha avuto il piacere di comunicare che «Dal 14 al 15 settembre, la 48esima sessione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha tenuto un dialogo con l’Alto Commissario Onu per i diritti umani, nel corso del quale, i rappresentanti di Venezuela, Corea del Nord, Sud Sudan, Laos, Sri Lanka, Dominica, Armenia, Maldive, Tanzania e altri paesi hanno apprezzato i successi della Cina nel campo del rispetto dei diritti umani e gli sforzi del governo cinese per sradicare la povertà e promuovere il benessere delle persone di tutti i gruppi etnici del Paese, compresi gli abitanti dello Xinjiang». Io direi soprattutto degli abitanti dello Xinjiang… «Questi paesi hanno anche sottolineato che le questioni relative allo Xinjiang, ad Hong Kong e al Tibet sono affari interni della Cina e il principio di non interferenza negli affari interni è la pietra angolare dell’ordine internazionale; si sono pertanto opposti alla politicizzazione delle questioni relative ai diritti umani». Padroni in casa propria! Ovviamente l’anticapitalista/antimperialista se ne frega del sovranismo rivendicato dagli Stati, e “si ingerisce” con tutte le sue forze negli affari interni dei Paesi: come si diceva un tempo, i proletari non hanno patria e sono contro tutte le patrie.

(*) Il Canada fa parte dei Five Eyes, l’alleanza di intelligence di cui fanno parte anche America, Australia, Regno Unito e Nuova Zelanda; occhi puntati soprattutto sulle tecnologie “intelligenti” e sul sistema formativo della Cina. A proposito di tecnologie “intelligenti”, già si parla dello standard di sesta generazione, il 6G, 10 volte più performativo rispetto al già potente e veloce 5G. Tra sei, sette anni dovremmo avere le sue prime applicazioni su larga scala. Su 20.000 brevetti depositati riguardanti il 6G, il 40% è Made in China, il 35% Made in Usa, il 10% viene dal Giappone, e il resto dall’Europa e dalla Corea del Sud.

imp eu 1Aggiunta del 22 settembre 2021

I dolori del vecchio Ernesto

Ernesto Galli della Loggia torna oggi a piagnucolare sull’impotenza politica e militare («la guerra è un compendio supremo della politica») dell’Unione Europea e a punzecchiare «l’ideologia europeista», prendendo di mira questa volta la «formula demagogica dell’Europa “potenza civile”». «È stata costruita l’immagine, cioè, di un’Europa “spazio di libertà e di giustizia” che intende riporre tutto il suo potere e il senso di se stessa unicamente nel diritto e nelle decisioni delle corti (quasi che poi da che mondo e mondo l’una e le altre, ahimè, non avessero bisogno, per contare qualcosa, anche di uno straccio di polizia e di qualche triste prigione). E insieme, naturalmente, l’immagine di un’Europa che proprio perché “civile” è sempre pronta a discutere, a promettere benefici, a trattare, a convincere, ma mai disposta a battere i pugni sul tavolo, a essere “potenza” militare in quanto portatrice di una propria determinata e forte identità politica. Sembra davvero difficile che da questo vuoto possa sorgere domani, quasi come una miracolosa araba fenice, un esercito degno del nome» (Il Corriere della Sera). Che amarezza!

Inutile dire che dalle mie parti la costruzione di un polo imperialista unitario europeo (perché di questo si tratta, al netto delle tante chiacchiere messe in circolazione dalle incartapecorite ideologie europeiste di diversa estrazione politica) ha un appeal pari a zero, diciamo così.

PATTO AUKUS. LA “NUOVA GUERRA FREDDA” COMINCIA A RISCALDARSI? 

EVERGRANDE E GLI “ULTIMI COMUNISTI” DI MINZOLINI

La nota vicenda del gruppo Evergrande offre ad Augusto Minzolini l’occasione per la “paradossale” considerazione che segue: «L’occidente è appeso agli ultimi comunisti» (*). Ripeto una mia battuta di qualche giorno fa: prima di ridere dei bambini che credono in Babbo Natale, ricorda che c’è gente che crede nell’esistenza del socialismo in Cina. Il “simpatico” direttore del Giornale crede nell’esistenza degli «ultimi comunisti» nel grande Paese asiatico (risata!), mentre parla di «capitalismo di Stato» a proposito della sua economia; per il nostro perspicace personaggio il “comunismo” va piuttosto riferito al regime politico-istituzionale fondato sulla dittatura del Partito – cosiddetto – Comunista Cinese. Nei miei modesti scritti sulla Cina ho cercato di affermare la tesi secondo cui in quel Paese regime economico-sociale e regime politico-istituzionale si corrispondono alla perfezione, nel modo più puntuale e stringente, essendo la “struttura” la “sovrastruttura” le due facce di una stessa medaglia: il dominio capitalistico – il quale peraltro ha oggi una dimensione planetaria, come dimostra da ultimo la vicenda del gruppo Evergrande, il cui disastro finanziario ci dice come il capitalismo cinese sia entrato ormai da tempo nella sua fase di piena maturità. Ovviamente i nemici del comunismo (posto che essi ne abbiano una lontanissima idea) hanno tutto l’interesse nell’accreditare come “comunista” la natura del regime cinese, così che l’opinione pubblica mondiale possa farsi un’idea di cosa significhi vivere in un Paese ultracapitalista governato dai “comunisti”.

«Oggi siamo arrivati al punto in cui il castello di carte non sta più in piedi. E i cinesi scoprono così, anche loro, che le crisi finanziarie nascono dall’immobiliare. E se pensavano di risolvere il problema attraverso il dirigismo, oggi scoprono che i meccanismi del mercato vanno avanti da soli, non si possono fermare d’ufficio. Un problema anche sociale, perché in gioco ci sono i risparmi di centinaia di milioni di cinesi. Un popolo che, negli investimenti, ama incredibilmente l’azzardo, inconsciamente fiducioso che poi qualcuno aggiusterà le cose. Invece ci sono già persone che hanno perso tutto quello che avevano». Mi aspetto che il governo scarichi gli azionisti delle società, lasciandoli al proprio destino. Ma il problema resta perché il credito bancario è pubblico e i soldi da qualche parte devono trovarli. Quindi credo che risolveranno questa storia facendo quello che avevano detto di non voler più fare già dal 2014: la nazionalizzazione delle società immobiliari, incamerando il valore delle abitazioni per poi magari distribuirle a chi le vuole perché ne ha bisogno. La soluzione è una nazionalizzazione che salvi le banche» (A. Amighini, Il Giornale). Staremo a vedere – forse giovedì prossimo ne sapremo di più, e comunque i maggiori analisti finanziari del mondo escludono un effetto Lehman. Inutile dire che i tifosi del capitalismo con caratteristiche cinesi sono pronti a spacciare la probabile nazionalizzazione del gruppo Evergrande come una plastica testimonianza dell’esistenza del “socialismo” in Cina: e qui si ride nuovamente.

«Usciremo presto dai nostri giorni più bui», ha detto Xu Jiayin, presidente del gigante immobiliare cinese. Che bella notizia! Mi sento meno depresso. E quando uscirà l’umanità dai suoi giorni più bui? Non si sa e, lo ammetto, su questo punto sono meno ottimista del Caro Presidente Xu Jiayin. Il Capitalismo è forse diventato troppo grande per fallire (Too big to fail)? Io non credo, ma è la prassi che, marxianamente parlando, dovrà dimostrarlo.

(*) «La crisi del colosso immobiliare Evergrande rischia, infatti, di infettare l’intera finanza cinese e di propagarsi su tutte le borse del mondo. Un crac simile a quello di Lehman Brothers, qualcuno addirittura lo paragona alla crisi del ‘29. Magari non succederà, magari la nomenklatura comunista cinese sacrificherà i privati e salverà le banche in nome del partito. Ma anche se così fosse, anche se si riuscisse a circoscrivere il virus finanziario (ma è difficile), questa vicenda dimostra che il mondo è condizionato dal battito d’ali di una farfalla cinese. Altro che sogni di gloria dell’Occidente: a vent’anni da quell’11 dicembre del 2001, per evitare un’epidemia finanziaria siamo appesi alle decisioni di Xi Jinping. Non è certo una bella condizione» (A. Minzolini, Il Giornale).

Il sinologo Francesco Sisci, già corrispondete per la Stampa dalla Cina e docente all’Università del Popolo di Pechino, non crede nell’effetto farfalla: «Quello di Evergrande è un dramma ma non così drammatico. Con Lehman Brothers questa faccenda non c’entra forse molto. Il dollaro e Wall Street erano e sono il centro della finanza mondiale, crollato un pezzo crollò il castello di carte. La Cina non è organicamente collegata con il sistema finanziario mondiale, come lo sono gli Stati Uniti. Ha una serie di compartimenti stagni e la moneta non è convertibile e dunque non ci può essere una fuga di capitali. E poi ci sono delle restrizioni amministrative, non si può comprare una casa in Cina e rivenderla a piacimento. Inoltre grandi riserve monetarie e un enorme surplus commerciale difendono il RMB da eventuali altri tentativi di attacco. Tutto questo di fatto isola dal mondo la finanza cinese, dunque è difficile che questa crisi cinese sfoci nel mondo» (Formiche).

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PATTO AUKUS. LA “NUOVA GUERRA FREDDA” COMINCIA A RISCALDARSI? 

Aukus è l’alleanza militare (quella politica era già solida) che Australia, Regno Unito e Stati Uniti hanno siglato «per affrontare le minacce del XXI secolo». Si scrive «minacce del XXI secolo» ma ovviamente si legge Cina. Ma le implicazioni geopolitiche del Patto sottoscritto dai tre Paesi sono di più largo respiro, e solo con il tempo potremo verificarne tutta la portata strategica. La Cina ha subito reagito all’aggressiva mossa statunitense, peraltro maturata nel corso di parecchi anni, e ha bollato come «estremamente irresponsabile» il cosiddetto Patto per la sicurezza nell’Indo-Pacifico, avvertendo che «danneggerà la pace e la stabilità regionale». L’ambasciata cinese degli Stati Uniti ha consigliato ai tre firmatari di «sbarazzarsi della mentalità da Guerra Fredda e dei pregiudizi ideologici». Chi scrive non coltiva alcun pregiudizio ideologico quando si tratta di analizzare la competizione interimperialistica, ed è per questo che nei suoi modesti scritti mette sullo stesso – escrementizio – piano gli interessi di tutti i partecipanti alla competizione fatta sulla pelle delle classi subalterne di tutto il mondo. Su questo concetto rimando a un mio vecchio post: Sul concetto di imperialismo unitario.

Dario Fabbri, Limes:

«Ieri il governo australiano ha annunciato d’aver firmato con Stati Uniti e Regno Unito un accordo per la produzione di sottomarini a propulsione nucleare, annullando la precedente intesa siglata con la Francia che prevedeva mezzi diesel ed elettrici. Dura la reazione di Parigi che ha definito “deplorevole” la svolta di Canberra. E di Pechino che ha condannato “il clima da guerra fredda”. La scelta del governo australiano è frutto della pressione statunitense, molto più che conseguenza degli scontri con i francesi sul luogo di produzione.

Oltre ogni patto anglosassone, Washington preferisce fornire a Canberra sottomarini non convenzionali, in grado di trasformare la nazione oceanica in un pilastro del contenimento marittimo della Repubblica Popolare, quanto la Francia non poteva garantire. Evoluzione destinata a compiersi entro il 2040, nonostante la mancanza in Australia delle strutture necessarie a produrre lo specifico carburante, nonostante la firma apposta sul trattato di non proliferazione. Passaggio che complica ulteriormente la situazione per la Cina nei mari rivieraschi, già alquanto precaria.

Irritato dalla fine di un lucroso contratto [56 miliardi di euro], il governo francese ha rispolverato vecchie categorie del proprio antiamericanismo e, al solito, invocato la (impossibile) autonomia strategica dell’Europa, ovvero dell’Esagono. Niente di grave. Parigi resta l’unico alleato sentimentale di Washington esistente sulla terra e nelle prossime settimane otterrà certa compensazione, attraverso nuovi contratti o il rinnovato sostegno del Pentagono nel Sahel o in Nord Africa».

Anche l’Unione Europea cerca di darsi una strategia per l’Indo-Pacifico, probabilmente l’area capitalisticamente più dinamica del pianeta, «dove si produce il 60 per cento del pil globale e due terzi della crescita» (M. Feltri, La Stampa). Scrive Lorenzo di Muro (Limes):

«La Commissione Europea pubblica oggi la Strategia per l’Indo-Pacifico dell’Ue. Conferma la disponibilità dei satelliti europei a rispondere ai desiderata degli Stati Uniti riguardo al contenimento della Repubblica Popolare nel Medioceano asiatico. Nonostante l’approccio europeo alla Cina resti meno antagonistico e più pragmatico rispetto a quelli di Washington e Tokyo. Oltre alla cooperazione con i paesi dell’area in tema di migrazioni, sanità e ambiente, il documento annuncia maggiore attenzione alla sicurezza delle catene globali del valore, a partire dall’alta tecnologia (semiconduttori) e alla stesura di accordi (nuovi o già in via di negoziazione) in materia di commerci e investimenti. La Strategia raccoglie i propositi dei principali Stati del blocco di incrementare la presenza navale, le esercitazioni e le collaborazioni con formazioni come il quadrilatero anticinese formato da Usa, Giappone, Australia, India. In questo quadro va iscritto anche il piano infrastrutturale Global Gateway, annunciato ieri da Ursula von der Leyen e pensato per fare concorrenza alle nuove vie della seta cinesi.

Malgrado si mostri disponibile a rispondere alla chiamata americana e malgrado abbia pure interesse a preservare la libera navigazione nell’Indo-Pacifico, mantenendo aperte le rotte marittime tra i mercati asiatici e quelli europei, l’Ue non è soggetto geopolitico: non esprime interessi univoci e continua a scontare faglie strutturali anche in relazione alla postura relativa alla Cina. Faglie che minano alla base i più o meno fantasiosi tentativi di proiezione estera dell’Unione, come la creazione di un esercito europeo.

Senza contare che, anche volendo, la stragrande maggioranza dei suoi membri non sarebbe in grado di giocare nell’Indo-pacifico un ruolo significativo in termini militari. Non è un caso che a tornare a battere le acque dei mari cinesi finora siano stati i singoli paesi europei – Francia (unica vera potenza europea residente nell’Indo-Pacifico) e Regno Unito dalla seconda metà dello scorso decennio, seguite nell’ultimo anno da Olanda e Germania – alla luce del proprio interesse nazionale.

Soprattutto, gli Usa vogliono sì che gli alleati europei partecipino al contenimento di Pechino, ma in modo funzionale ai propri disegni. Una maggiore presenza nell’Indo-Pacifico è dunque benvenuta, ma i sodali europei devono anzitutto arginare l’estroflessione cinese (e russa) in casa e nel Medioceano occidentale (Mediterraneo in primis), circoscrivendone la penetrazione in settori strategici quali tecnologia e infrastrutture».

Per Gabriele Carrer e Emanuele Rossi, «L’accordo australiano è un colpo problematico per Macron, per le sue ambizioni di alzare l’impegno in quel quadrante politico dell’Indo Pacifico, per il suo piano di crearsi nell’area un ruolo da potenza alternativa a Cina e Usa» (http://www.formiche.net.). Per dirla con Oriana Skylar Mastro, docente a Stanford e Fellow del Freeman Spogli Institute for International Studies, «Oltre alle parole, servono le portaerei e i sottomarini a propulsione nucleare». È dalla fine della Seconda guerra mondiale che la politica estera francese si caratterizza per un’evidente postura velleitaria, per una crescente divergenza tra ambizioni e capacità sistemiche chiamate a supportarle. Il declino delle grandi potenze esibisce sempre un tratto di revanscismo che nel caso della Francia spesso smotta nel ridicolo.  

Leggi: L’APPROCCIO STRATEGICO DEGLI STATI UNITI ALLA CINA; L’IMPERIALISMO AMERICANO TRA REALTÀ E “NARRAZIONE”; AFGHANISTAN E DINTORNI

DUE PAROLE SULLA FAMIGERATA “TRANSIZIONE ECOLOGICA”

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Il movimento ambientalista, l’innovazione tecnologica
e le forze del mercato stanno modellando il futuro del
nostro business. Chi non seguirà questa tendenza, sarà
destinato a pentirsene.
(Frank Ingrinelli, manager della Texaco, 2001).

La cosiddetta “Transizione ecologica” è la forma che nel XXI secolo ha preso la competizione capitalistica globale – o totale/sistemica. Ovviamente l’obiettivo dell’ormai mitica “Transizione” non è quello di mettere in sicurezza il nostro Pianeta, di salvarlo dalle “attività antropiche”, secondo la banalissima e sempre più stucchevole propaganda che circola ovunque grazie ai media, ma quello di assicurare al Capitalismo altri decenni di crescita economica, ossia di profitti, i quali rappresentano la sola ragion d’essere del Capitale, la potenza sociale che domina sull’intero pianeta. Ridurre quanto più è possibile le fonti di inquinamento si rivela infatti per il Capitale una straordinaria occasione di rilancio a tutto campo, “a 360 gradi”, a cominciare da quelle attività tecnoscientifiche che si collocano al cuore della trasformazione strutturale della società capitalistica dei nostri tempi. Distruggere il vecchio per costruire il nuovo: si tratta appunto di un’eccezionale occasione di sviluppo per un Capitale in debito d’ossigeno (cioè di pingui profitti) ormai da molto tempo. La “distruzione creatrice” rappresenta un balsamo steso sulle piaghe del Moloch che patisce le vicissitudini del saggio del profitto.

Senza parlare delle conseguenze geopolitiche connesse alla ricerca e allo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie necessarie ad alimentare la “Nuova Rivoluzione Industriale” – che qualche personaggio particolarmente originale e spiritoso definisce “Intelligente”. “Transizione ecologica” e competizione interimperialistica sono intrecciate fra loro intimamente, indissolubilmente, e mi viene da ridere quando penso a chi associa il “Capitalismo green” a una prospettiva di pace mondiale.

I costi sociali della famigerata Transizione ricadano ovviamente sulle classi subalterne. Chi crede che salvare il Pianeta e salvare il Capitalismo sono le due facce di uno stesso problema non sa quanto sia abissalmente distante dalla realtà delle cose. Per chi scrive si tratta piuttosto di salvare l’umanità e la natura dal Capitalismo (non da un generico e contingente «modello di produzione e di consumo»): tutto il resto è propaganda ideologica e marketing socialeAltro che «sfida per migliorare il mondo in cui viviamo», come scrive un sedicente “Quotidiano comunista” giustamente interessato (dal suo punto di vista) a rivitalizzare il «ruolo politico e sociale dei partiti socialisti e dei sindacati» sui temi posti dalla «questione ecologica». Per chi scrive è impossibile – è irrealistico, è ideologico – separare la «questione ecologica» dalla più generale questione capitalistica.

«Il nostro futuro è nell’idrogeno», scriveva Jeremy Rifkin nel suo interessante saggio Economia all’idrogeno (Mondadori, 2002), che così continuava: «Ma chi controllerà il “combustibile perpetuo”? Molto dipende dal “valore” che gli attribuiremo: lo considereremo una risorsa condivisa, come i raggi del sole e l’aria che respiriamo, o come una merce, comprata e venduta in un libero mercato?» Solo una concezione del mondo infantile, che non comprende l’ABC del Capitalismo, consente domande di questo tipo. Non bisogna necessariamente aver letto Il Capitale scritto dal comunista di Treviri per sapere che nella vigente Società-Mondo è il valore di scambio che domina sul valore d’uso, con ciò che inevitabilmente ne segue su tutte le più importanti attività umane, anche su quelle più lontane dell’immediato processo economico. In ogni caso, il marxiano Capitale continua a essere di una qualche utilità, diciamo così, per capire questo capitalistico mondo, e quantomeno evita al pensiero più intelligente che possiamo concepire di farsi infantile (e stupido) quando approccia l’essenza dei processi sociali.

Nel suo videomessaggio al Forum delle Maggiori Economie sull’Energia e il Clima, promosso dal Presidente Usa Joe Biden, Mario Draghi ha confessato che se continuiamo di questo passo, perdiamo la partita contro i cambiamenti climatici e rischiamo la catastrofe. Ma la catastrofe è già qui, e da moltissimo tempo ormai: si chiama – inutile dirlo? – Capitalismo, un regime sociale altamente distruttivo e irrazionale che espone l’umanità a ogni genere di pericolo, come stiamo verificando ultimamente con la crisi sociale mondiale chiamata Pandemia.

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