Informazioni su sebastianoisaia

Sebastiano Isaia (Catania, 1962) è uno studioso del pensiero critico economico e sociale. Devoto a Karl Marx e al materialismo dialettico, ritiene che il comunismo non sia mai stato realizzato in nessun luogo e in nessun tempo, dunque è acerrimo nemico di ogni marxismo (stalinismo, maoismo etc.). Influenzato da Adorno e Horkheimer, detesta Toni Negri e i teorici del “capitalismo cognitivo”. Non sa chi sia Naomi Klein ed è un polemista di vocazione. Un tempo è stato anche marinaio.

A CHE PUNTO È LA GUERRA

La violenza che dobbiamo fare all’avversario dipende
dalla grandezza delle reciproche pretese politiche.
K. Von Clausewitz, Della guerra.

Mentre tanto e ovunque si discute di Leopard 2, di Abrams M1, dei sistemi d’arma che l’Italia si appresta a spedire in Ucraina e dei modernissimi e potentissimi (così si dice) T-14 Armata che la divisione russa Taman potrebbe quanto prima schierare in quel martoriato Paese, io mi concedo “il lusso” della riflessione che segue.

«Il tavolo della pace resta una chimera nel conflitto ucraino» (Notizie Geopolitiche). Contrapporre la «soluzione militare» alla «soluzione politico-diplomatica» significa fare sfoggio di ingenuità, se non di vera e propria imbecillità politica. Sostenere che, come ha scritto recentemente il “realista” Lucio Caracciolo, «La guerra in Ucraina avrà una soluzione militare o non l’avrà» significa affermare un’assoluta ovvietà che solo gli ingenui o gli ipocriti possono provare a smentire. L’apertura del “tavolo della pace” che segue sempre alle guerre ha l’obiettivo di ratificare quanto i contendenti sono stati in grado di ottenere sul piano squisitamente militare. Non bisogna essere particolarmente intelligenti per capire questa elementare verità confermata da tutte le vicende belliche lontane e vicine. La guerra non conosce pareggi, per dirla in termini calcistici, ma solo vittorie e sconfitte – che poi i malcapitati di turno cercheranno di presentare all’opinione pubblica nazionale e internazionale come una “mezza sconfitta” o una “mezza vittoria”: anche i francesi e soprattutto gli italiani ci provarono a imbrogliare le carte nel Secondo dopoguerra, giocando al “tavolo della pace” la carta abbastanza truccata della “Resistenza”. Perfino lo sciovinista De Gaulle fu costretto ad ammettere, con marziale ironia, di non ricordare l’esistenza di tanti “antinazisti” nella Francia occupata dalla Germania. Il salto sul carro armato dei vincitori non è una specialità esclusivamente italiana. 

Quando Putin dice, per l’ennesima volta e sempre a uso interno («per giustificare i rovesci subiti dalle sue forze armate, è utile sostenere che stanno combattendo contro un nemico molto più grande», scrive Federico Rampini sul Corriere della Sera), che la Nato combatte ormai direttamente contro la Russia, egli afferma una verità che i suoi avversari occidentali smentiscono per ovvi motivi politici e propagandistici ma che sono i primi a riconoscere in tutta la sua portata. Il citato Rampini condanna senza appello chi «descrive gli aiuti della Nato come una partecipazione diretta alla guerra», e auspica che quanto prima gli Stati Uniti e soprattutto i Paesi europei abbandonino definitivamente la pericolosa «cultura del riarmo» che lascia l’Occidente in balìa delle fameliche mire espansionistiche della Russia e della Cina. «Poiché l’aggressione russa usa tattiche e tecniche che evocano la prima e la seconda guerra mondiale, il software non basta, ci vogliono gli scarponi sul terreno, i tank, le munizioni». Prendere nota, please. Ultimamente il Nostro ama vestire i panni dell’inflessibile difensore della Civiltà occidentale. Oriana Fallaci non ha seminato invano.

Sulla natura mondiale del conflitto che si combatte sulla pelle degli ucraini e dei russi (come sempre Mosca usa con estrema generosità i suoi soldati come carne da cannone) rimando al PDF che raccoglie i miei post dedicati a questo tema.

Scriveva Henry Kissinger: «La condizione preliminare per una politica di guerra limitata è la reintroduzione dell’elemento politico nel concetto di guerra e l’abbandono della nozione che la politica finisca quando la guerra comincia e che la guerra abbia fini suoi propri, distinti da quelli della politica» (Nuclear weapons and foreign policy, 1960). La guerra come continuazione della politica con altri mezzi: un classico che si porta benissimo anche ai nostri tempi. A sua volta la politica risponde a un insieme di interessi, contingenti e strategici, che hanno il loro centro di gravità nella struttura economica delle nazioni, che non a caso dà sostanza effettiva, al di là di ogni propaganda e di qualsivoglia velleità, al concetto di Potenza.

Lo stesso conflitto armato non è che un’espressione della guerra sistemica globale (o generale: economica, tecnoscientifica, geopolitica, ideologica) tra le potenze imperialistiche del pianeta, e come tale esso va considerato sul piano della riflessione politica.

Le divisioni e le contraddizioni che si sviluppano continuamente sul fronte occidentale su come sostenere le ragioni di Kiev (ma senza esagerare!) e bastonare quelle di Mosca (senza però volerla troppo umiliare né provocare!) sono l’espressione di divisioni e contraddizioni di lungo periodo che l’invasione russa dell’Ucraina ha ulteriormente esasperato e posto in piena luce. Ancora una volta si tratta soprattutto degli interessi strategici angloamericani e del ruolo che la Germania è chiamata (dal processo sociale mondiale) a recitare nel nuovo scenario geopolitico e geoeconomico. Washington e Londra inchiodano Berlino alle sue responsabilità politiche nell’ambito della difesa degli interessi (o “valori”) occidentali, sapendo benissimo che gli interessi economici dei tedeschi sono tutt’altro che sovrapponibili a quelli britannici e, soprattutto, statunitensi. La Germania ha fin qui fatto leva sulla propria indiscutibile capacità sistemica (economica e tecnoscientifica, in primis) per affermarsi come Potenza imperialista di tutto rispetto, in grado peraltro di vincere la Guerra Fredda senza sparare un solo colpo di cannone, e vorrebbe ovviamente continuare a muoversi lungo questa virtuosa strada. Il governo tedesco teme di venir strattonato ora dai francesi, ora dagli angloamericani; teme cioè di essere usato dagli “alleati” in termini tali da mettere in crisi una strategia che per la Germania si è rivelata appunto vincente oltre ogni rosea aspettativa – soprattutto se si pensa alle sue disastrose condizioni postbelliche.

Stringere eccellenti rapporti economici e politici con la Russia rientrava com’è noto in questa intelligente strategia che tanto irritava gli americani (dalla fine degli anni Sessanta in poi), costretti loro malgrado a supportare la vincente politica “pacifista” di Berlino  criticata da Washington con la solita lamentela: è comodo e assai profittevole affettando pose “pacifiste” potendo contare sulla micidiale potenza di fuoco dell’esercito americano! Anche perché all’ombra dell’atomica americana la Germania (insieme al Giappone) è diventata nel frattempo una rivale davvero temibile del capitalismo americano, che peraltro non ha lesinato sforzi nel tentativo di azzoppare la capacità espansiva del capitale tedesco – e giapponese, soprattutto a cominciare dalla seconda metà degli anni Settanta, arrivando perfino, agli inizi degli anni Novanta, a far balenare l’analogia tra il Made in Japan e il “proditorio” attacco giapponese a Pearl Harbour. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso l’ascesa del Celeste Capitalismo era ancora lontana da venire, anche se le premesse c’erano già tutte. In effetti, l’eccezionale sviluppo del capitalismo cinese ha di molto ridimensionato il peso specifico della Germania e del Giappone, oltre che quello degli Stati Uniti, of course. Possiamo senza troppo esagerare o sbagliare di un mondo prima e dopo l’ascesa della Cina ai vertici della competizione capitalistica (o imperialistica: due termini per lo stesso concetto e per la stessa realtà) mondiale.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica la Russia è stata ricondotta dal processo sociale mondiale alla sua reale capacità sistemica, la quale si è dimostrata incapace di dominare la parte di Europa ottenuta alla fine del secondo macello imperialista con la forza delle armi e trattando con l’ex alleato americano. Com’è noto, Stalin aveva tentato l’impresa puntando sull’ex alleato nazista, con il pessimo risultato che conosciamo. L’esito della guerra in corso ci dirà se le velleità imperialistiche di Mosca devono subire un nuovo durissimo colpo. «La Russia deve essere sconfitta ma non umiliata»: queste sono solo chiacchiere che nascondono il timore di Parigi, Berlino e Roma di dover far fronte a una destabilizzazione della nazione russa dagli esiti imprevedibili.      

Prima di abbandonare il buon vecchio sentiero, la Germania farà di tutto per non lasciarsi tirare da una parte o dall’altra, sacrificando i suoi peculiari interessi nazionali sull’altare di presunti “valori occidentali condivisi”, all’ombra dei quali si nascondono gli altrui interessi nazionali, e se e quando ciò dovesse alla fine realizzarsi non è affatto certo che i suoi odierni “alleati” avranno di che festeggiare.

Scrive Enrico Oliari: «Ancora una volta Washington comanda e dall’Europa si ubbidisce. Così, invece di cercare la quadratura della pace, vera mission naturale dell’Unione Europea, nel conflitto ucraino arrivano ora i carri armati pesanti, cosa che comporterà senza dubbio l’azione simmetrica di Mosca» (Notizie Geopolitiche). Parlare di una Washington che comanda e di un’Europa che si limita ad ubbidire è quantomeno riduttivo, oltremodo semplicistico, e soprattutto è risibile sostenere che la «vera mission naturale dell’Unione Europea» sia «la quadratura della pace», concetto che può stare giusto nella testa degli apologeti dell’Unione Europea come polo imperialista unitario. Il presunto “pacifismo” dell’UE si spiega benissimo con i rapporti di forza stabiliti dalla Seconda guerra mondiale (vinta, com’è noto, dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica) e con gli interessi pelosissimi dei Paesi europei, i quali hanno saputo sfruttare sapientemente il bellicismo degli Stati Uniti. Chi per analizzare i complessi fenomeni geopolitici si serve dello schema ideologico Padrone-Servo sciocco (usatissimo dagli antiamericani di ieri e di oggi) è destinato a non capire la reale dinamica dei processi sociali che si danno su scala mondiale.

Scriveva il grande scienziato tedesco Werner Heisenberg: «Chiunque parli in favore della pace senza esporre con precisione le condizioni di questa pace non può andare esente dal sospetto di parlare soltanto di quel genere di pace che torni ad esclusivo vantaggio suo e del suo gruppo» (Fisica e filosofia, 1958). È difficile dargli torto, tanto più che nel capitalismo la parola “pace” ha un significato quantomeno ambiguo e certamente essa si presta facilmente alla propaganda e alla mistificazione.Tra l’altro mentre il fisico tedesco scriveva quelle parole in Europa (soprattutto in Italia) imperversavano i cosiddetti Partigiani della Pace devoti al noto pacifista Giuseppe Stalin.

Che oggi su tutti i giornali e in tutte le trasmissioni televisive dedicate al dibattito politico si evochi la possibilità di un conflitto mondiale combattuto anche con le armi atomiche, come se questa fosse appunto una possibilità fra le altre (tregua, conflitto congelato, trattativa diplomatica, guerra d’attrito, ecc.), ci deve far riflettere sul grado di disumanità raggiunto da questa società e, soprattutto, sul livello di assuefazione al paggio esibito dalla cosiddetta opinione pubblica mondiale. Civettiamo con l’Apocalisse Nucleare come se fosse la cosa più normale di questo mondo, e in effetti lo è, proprio perché abbiamo a che fare con una società strutturalmente (o radicalmente) violenta, oppressiva, irrazionale, in una sola parola: disumana.

Questo anche a proposito di “Giorno della Memoria”: lungi dall’essere state sradicate, le cause che resero allora possibile lo sterminio, organizzato scientificamente e con teutonica serietà, di uomini e donne, di vecchi e bambini sono più vive che mai, e nessuna persona che abbia un briciolo di coscienza critica può escludere, in linea di principio, la più nefasta delle loro conseguenze – magari tale da fare impallidire la stessa mostruosa vicenda che precipitò nell’abisso soprattutto gli ebrei, da secoli preziosa materia prima per i costruttori di capri espiatori e per chi è interessato ad alimentare il cieco odio sociale da usare contro la prospettiva dell’emancipazione umana da ogni forma di sfruttamento, di oppressione e di sofferenza. A proposito dei campi di sterminio nazisti Primo Levi parlò di «vergogna di essere uomini»; del resto, non è possibile autentica umanità nella società radicalmente disumana. Più che di memoria abbiamo insomma bisogno di coscienza critica, di un pensiero cioè che ci faccia comprendere l’essenza della Società-Mondo nel cui seno siamo stati gettati. Come ho scritto altre volte, a mio modo di vedere il male assoluto è l’esistenza della società classista, soprattutto oggi che il Dominio ha a disposizione strumenti di distruzione di massa in grado di fare impallidire l’inferno raccontato dagli scrittori d’ogni epoca.

Quanto ho appena scritto, mi consente di concludere affermando che  il concetto di pace ha il suo radicale opposto non nel concetto di guerra ma in quello di divisione classista degli esseri umani. La violenza, comunque concettualizzata (economica, politica, militare, psicologica, in una sola parola: sociale), ha infatti come suo fondamentale presupposto la società divisa in classi, il vigente rapporto sociale capitalistico di dominio e di sfruttamento degli uomini e della natura. Non c’è pace senza umanità.

ANCHE L’IMPERIALISMO ITALIANO, NEL “SUO PICCOLO”, HA QUALCOSA DA DIRE

Ho appena finito di ascoltare su Radio Radicale l’intervento del Ministro degli Esteri Taviani alla Conferenza nazionale di Trieste L’Italia e i Balcani Occidentali: crescita e integrazione. Per Taviani «C’è una grande voglia di Italia nel mondo, soprattutto nei Balcani e in Africa, e sarebbe sciocco non cogliere questa grande opportunità». Secondo il Ministro «l’Italia deve sfruttare le sue capacità di apertura e di mediazione, la sua mentalità ostile al colonialismo [frecciatina ai francesi?]. Non si tratta solo di sventolare una bandiera, che pure ci fa piacere, ma di perseguire i nostri interessi nazionali. Dobbiamo fare squadra come sistema Italia: la politica, l’industria, il Parlamento, le regioni, le Organizzazioni non governative, la cultura, tutti questi mondi devono collaborare per difendere e ampliare la nostra presenza nei Balcani, soprattutto adesso che sono ritornate forti le tensioni tra Serbia e Kosovo. Hanno tentato di escluderci dai tavoli diplomatici ma non ci sono risusciti. Noi siamo portatori di pace. La nostra diplomazia economica può ancora dare molto non solo nei Balcani, ma anche in Ucraina, quando verrà il momento della ricostruzione. Anche per questo è importante il nostro sostegno a Kiev».

Taviani ha insomma illustrato bene la tradizionale politica estera dell’Italia, media potenza regionale da sempre molto attiva nei Balcani e in Nord’Africa, attivismo imperialista che spesso pone gli interessi di Roma in contrasto con quelli della Francia e della Germania.

Sul Domani di oggi Stefano Feltri parla di «colonialismo mascherato» commentando la visita di Giorgia Meloni in Algeria. In realtà il concetto corretto da usare è, appunto, quello di imperialismo, concetto ben sintetizzato nella formula «diplomazia economica» usata da Taviani, perché è l’economia il fondamento del fenomeno sociale che chiamiamo imperialismo. Soprattutto nel XXI Secolo economia e geopolitica sono intrecciate inestricabilmente, essendo le due facce della stessa medaglia. L’Eni, da Enrico Mattei in poi, illustra bene questo concetto. Ancora oggi, nelle’epoca della cosiddetta Intelligenza Artificiale (che tanto fa straparlare i feticisti della tecnologia), il nodo energetico rimane un fattore decisivo nella competizione tra le potenze e nei rapporti di forza internazionali, come ultimamente la guerra in Ucraina si è incaricata di testimoniare.

Per farla breve, anche nel caso dell’Italia non parlerei di «colonialismo mascherato» bensì di aperto imperialismo, sempre avendo in mente la “taglia geopolitica” di questo Paese.

Illustrando il cosiddetto Piano Mattei, la Premier italiana e Claudio Descalzi, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Eni, hanno messo in evidenza con palese compiacimento le difficoltà che sta attraversando la Germania in materia di approvvigionamento di gas e petrolio: per una volta Roma si è dimostrata più lungimirante e attiva di Berlino sul piano geoeconomico.  Son soddisfazioni! Per gli italici patrioti, beninteso.

IRAN 2023. È L’ANNO DEL REGIME CHANGE?

La prospettiva sempre più realistica (che, beninteso, non offre nessuna certezza sul futuro) di un cambio di regime in Iran, nel breve o nel medio periodo, ha messo in luce le divisioni esistenti nell’opposizione iraniana, la quale non riesce ancora a darsi una piattaforma politica unitaria. La diaspora iraniana politicamente più attiva è divisa perlopiù in filo-monarchici sostenitori del figlio dell’ultimo Scià cacciato dall’Iran nel 1979, appoggiato nelle sue regali velleità dagli anglo-americani e dai sauditi, e in militanti/simpatizzanti del Mojahedin-e-Khalq (Mek), anch’essi non malvisti dagli americani, dai sauditi e dagli stessi israeliani. Scrive Nazanin, attivista politica d’opposizione all’interno del Paese: «I Mojahedin non sono l’anima della nostra rivoluzione. È vero che il Mek ha un’enorme disponibilità economica, è collegato a forti gruppi che possono influenzare le decisioni in molti paesi, ha un sistema propagandistico molto sviluppato. Ma non ha il favore del popolo, anzi suscita un certo odio diffuso tra la gente per il loro tradimento durante la guerra Iran-Iraq e per la loro alleanza con i sauditi. Possono però influenzare indirettamente il movimento, specialmente attraverso l’uso dei loro media. E la presenza dei loro affiliati, a mio parere, è pericolosa per il movimento: sono addestrati, sanno come strumentalizzare la rabbia del pubblico, incitare alla violenza. La loro storia prova che sacrificheranno tutto per raggiungere il loro scopo. Tuttavia, malgrado l’enorme sforzo, il loro peso è marginale» (Il Manifesto).

Sul fronte interno, e sempre per quel che è possibile saperne dall’esterno, la situazione dell’opposizione al regime è molto più interessante, complessa e “frastagliata”, anche se è possibile individuare due posizioni maggioritarie: quella che fa capo a coloro che non  vogliono saperne né dei nostalgici della monarchia (solo pronunciare la parola Savak, dal nome della sanguinaria polizia segreta dal 1956 agli ordini diretti di Reza Pahlavi, mette i brividi) né dei Mojahedin del Popolo nella loro versione rivista e corretta (ma non troppo), associati ad un passato che soprattutto i più giovani vogliono lasciarsi alle spalle. Qualche giorno fa a Teheran sul muro di una casa è comparsa la scritta Né con gli Ayatollah né con lo Scià! «Dietro la retorica di certa destra monarchica iraniana (anche o soprattutto all’estero) a base di “Uniamoci” si va profilando un progetto di opposizione all’attuale regime, ma intriso di ostilità diffidenza, esclusione nei confronti delle donne, delle minoranze sessuali, dei gruppi etnici non persiani. E di aperta ostilità (premessa di future repressioni) verso la sinistra rivoluzionaria e i dissidenti in genere» (Osservatorio Repressione).

L’altra posizione è incarnata dalle minoranze etniche del Paese che oggi rappresentano il cuore pulsante del movimento di lotta antiregime, tanto più nel momento in cui quel movimento attraversa un momento di comprensibile stanchezza nei maggiori centri urbani. È evidente che le rivendicazioni autonomiste, se non addirittura separatiste, delle minoranze iraniane avranno un peso tutt’altro che marginale nel futuro assetto politico-istituzionale dell’Iran post Repubblica Islamica – posto ovviamente che un simile futuro si realizzi davvero, cosa che a oggi è tutt’altro che scontata.

In questo contesto, qui brevemente tratteggiato, è tutt’altro che trascurabile il pericolo che alle classi subalterne iraniane venga ancora una volta chiesto un contributo in termini di sacrifici e di sangue per sostenere cause ostili ai loro specifici interessi economici, politici, sociali. È soprattutto in simili congiunture politico-sociali che si apprezza in tutta la sua portata la necessità dell’autonomia di classe dei lavoratori, dei disoccupati, dei senza riserve, dei diseredati, insomma dei proletari. E naturalmente non sto parlando solo dell’Iran. Come ho scritto nei precedenti post dedicati al movimento sociale che si batte dallo scorso 16 settembre contro la Repubblica Islamica, è sulla base di questa elementare quanto fondamentale considerazione che personalmente osservo con estremo – ma tutt’altro che acritico e ingenuo – interesse ciò che accade in Iran.

IL PUNTO SULL’IRAN

INFERNO IRANIANO

L’IRAN TRA CONFLITTO SOCIALE E GEOPOLITICA

SULLA “RIVOLUZIONE” IRANIANA

SI FA PIÙ FEROCE LA GUERRA DEL REGIME IRANIANO CONTRO I MANIFESTANTI

IRAN. LA LOTTA CONTRO IL REGIME NON SI ARRESTA

CON I RIBELLI IRANIANI! CONTRO IL REGIME OMICIDA DEGLI AYATOLLAH!

CADE ANCORA UNA VOLTA IL VELO DEL REGIME SANGUINARIO

IRAN. OGGI E IERI

 

UMANO, FIN TROPPO UMANO. PRATICAMENTE UNA PARODIA DI UMANITÀ

Il guaio era che non esisteva ancora un metodo sicuro per riconoscere le creature (H. Kuttner, Quelli fra noi).

Leggo sul Riformista di ieri:

«A Nick Cave hanno fatto leggere il testo di una canzone scritta “nello stile di Nick Cave” dal software di intelligenza artificiale ChatGpt commissionata da un utente. E Re inchiostro ha sentenziato: “Una schifezza, una grottesca presa in giro di ciò che significa essere umani”. Il musicista e compositore, autore tra i più prolifici e raffinati al mondo ha dato il suo parere sul sito The Red Hand Files. L’intelligenza artificiale è stata rilasciata lo scorso novembre daOpen AI, in grado di generare testi di ogni genere, dalle sceneggiature alle poesie, anche imitando gli stili degli autori. E Mark da Christchurch, in Nuova Zelanda, ha scritto alla newsletter di Cave: “Ho chiesto a Chat Gpt di scrivere una canzone nello stile di Nick Cave e questo è ciò che ha prodotto. Cosa ne pensi?”. E gli ha mandato il testo della canzone: “Sono il peccatore, sono il santo / sono il buio, sono la luce / sono il cacciatore, sono la preda / sono il diavolo, sono il salvatore”. Una specie di caricatura insomma. E infatti Cave ha definito Chat Gpt un esercizio di “replica come parodia”. Senza mezzi termini insomma. “L’orrore emergente dell’AI ci spinge verso un futuro utopico, forse verso la nostra totale distruzione. Chi può dire quale? A giudicare da questa canzone ‘nello stile di Nick Cave’, però, non ha un bell’aspetto, Mark. L’apocalisse è a buon punto”».

Come ho scritto nei miei post dedicati al feticismo tecnologico, l’orrore non emerge tanto dalla cosiddetta Intelligenza Artificiale, quanto essenzialmente dalla società mondiale dominata da rapporti sociali disumani e disumanizzanti. Si tratta infatti di rapporti sociali di dominio (economico, politico, ideologico, culturale, psicologico) e di sfruttamento (degli esseri umani e della natura). Più che Artificiale, l’Intelligenza è Capitalistica. Non c’è nessun futuro distopico e distruttivo che ci aspetta, caro Nick: il futuro è già qui, e ormai da un bel po’.

Della società di ricerca OpenAI di San Francisco avevo scritto qualcosa su un post dello scorso giugno: UMANO, FIN TROPPO UMANO.

P.S. Il commento non è stato scritto da Chat Gpt nello stile di Sebastiano Isaia, non più che una pessima caricatura del noto comunista di Treviri.

Leggi: Sul potere sociale della scienza e della tecnologiaIo non ho paura – del robotRobotica prossima futura. La tecnoscienza al servizio del dominio; Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significareCapitalismo 4.0. tra “ascesa dei robot” e maledizione salarialeAccelerazionismo e feticismo tecnologico

CINA. INIZIA MALE L’ANNO DEL CONIGLIO?

«Avanzare con grande slancio»: nel suo discorso alla nazione di fine anno il Presidente cinese Xi Jinping aveva citato il poeta Su Shi (dinastia Song, 960-1279, epoca di grandi invenzioni e di prosperità economica) per infondere fiducia nella popolazione cinese, una parte della quale è uscita letteralmente stremata dai tre anni di politica Zero-Covid. L’orwelliana politica dello Zero-Covid è stata abbandonata dal regime nel giro di 24 ore semplicemente perché era diventata capitalisticamente insostenibile. Insostenibile tanto sul piano strettamente economico quanto su quello sociale. Rallentamento dell’economia, caos in molti e importanti centri industriali e nella logistica, ribellismo sociale diffuso come reazione allo spietato controllo sociale, rabbia crescente nei confronti di un Partito-Regime che tratta le persone come materia prima industriale (non a caso Pechino ha scelto di vaccinare subito la fascia di popolazione cinese in età lavorativa, sacrificando i più anziani) e nasconde loro i dati sulla pandemia. Come sempre il regime crea il nemico esterno (la propaganda si indirizza soprattutto sugli Stati Uniti e sul Giappone, colpevoli di non voler accettare la realtà del «socialismo con caratteristiche cinesi») contro il quale indirizzare la rabbia della popolazione, ma la diffidenza nei suoi confronti si fa sempre più diffusa, tanto più che l’economia cinese conosce una frenata impensabile fino a qualche anno fa.

Secondo i dati delle Dogane cinesi pubblicati a inizio gennaio, l’export cinese ha segnato un crollo annuo del 9,9% (le stime davano un -10% dopo il -8,7% di novembre), in calo per il terzo mese di fila a causa della debole domanda internazionale, l’alta inflazione e le rotture in diversi punti della supply chain. A dicembre la Cina ha fatto registrare un surplus commerciale di 78 miliardi di dollari, in calo sui 93,7 miliardi dello stesso mese del 2021, ma meglio dei 76,2 miliardi attesi alla vigilia dagli analisti. «Anche le importazioni sono diminuite di nuovo a dicembre, con un calo del 7,5%, dopo il calo del 10,6% del mese precedente. Sia le importazioni che le esportazioni sono calate molto di più di quanto previsto da un sondaggio condotto da Bloomberg tra gli economisti. […] La ripartizione geografica del surplus commerciale rivela che il Paese con cui la Cina ha incrementato maggiormente il proprio commercio è la Russia (+34,3% rispetto al 2021), mentre nel caso degli Stati Uniti l’aumento è stato del 3,7% e in quello dell’America Latina dell’11%. I due partner più importanti hanno continuato a essere due gruppi sovranazionali, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (Asean), con cui il commercio è aumentato del 15% rispetto al 2021, e l’Unione Europea (UE), con cui il commercio è cresciuto del 5,6% » (Agi).

Ieri è stato comunicato il dato relativo alla crescita del Pil cinese per il 2022: un magrissimo 3%. Magrissimo ovviamente in rapporto alle opulente cifre a cui il capitalismo cinese ci aveva abituati negli anni scorsi, basti pensare al +8,1% del 2021. Il governo aveva fissato un target del 5,5% mentre gli analisti si aspettavano un dato ancora peggiore: 2%. «Se si esclude il 2020 che fu frenato dallo scoppio della pandemia, il risultato economico del 2022 per la Cina è il peggiore dal 1976, quando il Paese pagava ancora il caos della Rivoluzione culturale» (G. Santevecchi, Il Corriere della Sera). Un’altra notizia preoccupante per il sistema capitalistico cinese arriva dal fronte demografico.

«”La Cina rischia di invecchiare prima di diventare ricca”, hanno avvertito da tempo economisti e sociologi. La previsione si sta avverando: la popolazione cinese si è ridotta di 850 mila unità l’anno scorso, per effetto del calo drammatico delle nascite che secondo gli esperti è ormai irreversibile. I cinesi oggi sono 1,411 miliardi, ha rilevato l’Ufficio nazionale di statistiche di Pechino. […] Era successo solo nel 1961 che i decessi superassero le nascite, ma in quell’anno di disgrazia la Cina pagava il prezzo della carestia innescata dal fallimentare “Balzo in avanti” industriale ordinato da Mao, che causò milioni di morti per fame. Seguì un baby boom che Pechino fermò nel 1979, imponendo la famigerata “legge sul figlio unico”, abolita solo nel 2015» (Il Corriere della Sera). Quello che fa più impressione è il trend della decrescita: 9,56 milioni di nascite  l’anno scorso rispetto ai 10,6 milioni del 2021, ai 12 milioni del 2020, ai 14,6 del 2019.

Com’è noto, il trend demografico cinese è su un sentiero declinante da almeno un decennio, ed è per questo che nel 2015 è stata appunto abolita la politica del figlio unico introdotta nel 1979. Si tratta dell’espressione di una maturità capitalistica, conosciuta da molto tempo in Occidente e in Giappone, che non può destare una certa apprensione nel regime. La popolazione cinese sta infatti invecchiando rapidamente, visto che la popolazione in età lavorativa diminuisce all’anno di 8 milioni mentre la popolazione anziana aumenta attualmente di 12 milioni l’anno. Il saldo di natalità è quindi fortemente negativo, e questo ha conseguenze negative in molti aspetti della società cinese considerata nel suo insieme. Basti pensare al sistema pensionistico, al finanziamento del welfare, al calo della domanda in diversi settori industriali e dei servizi, alla riconfigurazione degli assetti urbani. Occorre considerare dalla prospettiva demografica anche l’attuale rapporto città-campagna. Ma il problema fondamentale, in prospettiva, legato al cosiddetto inverno demografico afferisce naturalmente il sistema produttivo del Paese, che non può certo privarsi di un’abbondante esercito industriale sempre pronto a soddisfare i bisogni dell’accumulazione capitalistica. Esperti cinesi valutano in 170-260 milioni la popolazione in età lavorativa che potrebbe mancare all’appello nei prossimi trent’anni, e che potrebbe venir rimpiazzata dalle macchine “intelligenti”, cosa che, sempre secondo quegli esperti, obbliga la Cina a investire nei prossimi anni capitali straordinariamente ingenti nella “Quarta rivoluzione industriale”.

Il «sogno cinese» di cui parlò il Carissimo Leader nel 2013 non pare insomma attraversare un momento felice. Intanto «i compagni nel fronte sanitario patriottico di tutta la Cina» sono mobilitati nello sforzo di gestire la nuova politica antipandemica basata questa volta sulla ricerca dell’immunità di gregge da conseguirsi quanto più rapidamente possibile: da un estremo all’altro, dunque, e sempre avendo a cuore solo il benessere del popolo. Vedremo con quali risultati.

Ovviamente Pechino invita a guardare il bicchiere mezzo pieno: «Non è stato facile per l’economia cinese resistere alle difficoltà e raggiungere un nuovo record nel volume totale della produzione [120 mila miliardi di yuan], nonostante le conseguenze negative portate da molteplici fattori, come l’instabilità della situazione geopolitica, l’aumento dei rischi di contrazione dell’economia mondiale e la proliferazione dell’epidemia al suo interno. Secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, nel 2022 la crescita del PIL di Stati Uniti e Giappone non supererà il 2%. A livello globale, nel 2022 il tasso di crescita del PIL dell’economia cinese sarebbe superiore a quello della maggior parte delle principali economie, a testimonianza di una forte resilienza ed vitalità. Nel nuovo anno, sebbene il contesto internazionale si stia ancora evolvendo in modo complesso, l’economia globale non stia guadagnando abbastanza slancio e le basi per la ripresa economica interna non siano ancora sufficientemente solide, l’economia cinese confida in un miglioramento generale, grazie alle solide basi materiali accumulate da tempo, ai punti di forza del suo enorme mercato, ai dividendi continuamente rilasciati dal rafforzamento del processo di riforma e apertura, e alla sua ricca esperienza nel controllo macroeconomico. Possiamo citare le parole dell’imprenditore e investitore di fama internazionale Lars Tvede in una recente intervista: “la Cina rappresenta ancora il fattore principale per la crescita globale”» (Quotidiano del Popolo Online, 18/1/2023).

La Cina come cuore pulsante della globalizzazione capitalistica sembra essere ancora il mantra propagandistico preferito dal Partito Capitalista Cinese. Perché non essere ottimisti, tanto più che siamo nell’Anno del Coniglio.

FOGLIO BIANCO PER IL CARO LEADER

La Cina è un paese capitalista?La Cina è un paese socialista?Centenari che suonano menzogneri; Tutto sotto il cielo – del CapitalismoChuang e il “regime di sviluppo socialista”Sulla campagna cineseSocial ContagionŽižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinesePiazza Tienanmen e la “modernizzazione” capitalistica in Cina. Il ruolo degli studenti e dei lavoratori nella primavera cinese del 1989Tienanmen! Pianeta Cina

DENARO CHI?

«Follow the money, segui il denaro e troverai il Sistema»:  esprimendo questa intuizione dall’alto della sua esperienza, illuminata da una notevole intelligenza, Giovanni Falcone non si sbagliava, tutt’altro. Ma qui per Sistema occorre intendere innanzitutto il Capitalismo, e non semplicemente la Mafia, la quale è il prodotto genuino del sistema capitalistico, e non una sua “deviazione”, una sua “degenerazione”, un suo “cancro”, come sostiene l’ideologia dominante. «La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli, maestri cantori, gente intimidita e ricattata che appartiene a tutti gli strati della società»: lo ha scritto sempre Giovanni Falcone nel suo libro Cose di Cosa Nostra.

«Potere e denaro. Potere per fare soldi, soldi per rafforzare il potere. In questi trent’anni la criminalità organizzata si è trasformata in una grande holding in grado di operare in ogni angolo del Paese e in ogni settore economico e finanziario. Il business della criminalità organizzata è di circa 220 miliardi di euro l’anno: l’11% del Pil (stima 2021 Eurispes). Soldi sporchi che provengono da estorsioni, traffico di armi, traffico di droga, insider trading, gioco d’azzardo illegale e altre attività illecite. Soldi sporchi ma appetitosi per l’establishment finanziario, perché con gli investimenti mafiosi guadagna pure chi aiuta a ripulire. Tant’è che secondo il Fondo monetario internazionale i fondi illegali potrebbero costituire dal 3% al 6% dell’economia mondiale. Per gestire il fiume di miliardi, le mafie hanno bisogno del sistema bancario» (Osservatorio Repressione, 23/5/2022). Porre la differenza tra «soldi sporchi» e «soldi puliti» significa non aver capito niente sulla natura capitalistica delle organizzazioni cosiddette criminali e, soprattutto, sulla natura di questa società, della società fondata sulla ricerca del massimo profitto che ha nel denaro il suo più potente Moloch. La violenza delle organizzazioni cosiddette criminali non ha altra spiegazione se non il possesso dell’«equivalente generale» che tutto può comprare e che, quindi, ha il potere su tutto e su tutti. Non a caso ciò che chiamiamo mafia – spesso senza sapere di cosa si parla, sul piano storico-sociale – aumentò la propria letalità accrescendo il suo giro d’affari. È quantomeno ingenuo accettare la vigente società, magari “criticamente”, solo come “male minore”, e poi lamentarsi delle sue magagne più vistose.

«Oggi, come e più di ieri, tra illegalità e riciclaggio per immettersi nell’economia legale, le mafie devastano la nostra economia, la nostra società, la nostra politica, le nostre istituzioni»: si tratta di preoccupazioni (più o meno fondate) che non riguardano l’anticapitalista, il quale si batte per una comunità umana, non per una società “più onesta”, che poi è il mantra più ripetuto dai funzionari del dominio sociale capitalistico: politici, giornalisti, intellettuali e quant’altro.

Scrive Pierpaolo Farina: «Mafia e capitalismo per lungo tempo sono stati considerati in antitesi. Di più: antagonisti. Laddove la prima era portatrice di arretratezza, sottosviluppo e degrado etico e civile, il secondo invece le era opposto come unica via per consentire l’uscita di intere regioni del Meridione d’Italia da quello stato di minorità materiale e morale a cui la mafia le condannava. Eppure l’economia capitalista come antidoto naturale al potere mafioso e alla sua ramificazione nella società si è rivelata una grande illusione: sin dagli albori, sin dall’omicidio di quell’Emanuele Notarbartolo già sindaco di Palermo deciso a metter fine alle malversazioni del Banco di Sicilia, Mafia e Capitalismo sono stati segreti amanti. […]  Paradossalmente, i valori costitutivi della modernizzazione economica hanno sì trasformato il mafioso, che ha assimilato il consumismo e si è adeguato ai canoni della nuova modernità, ma al tempo stesso gli hanno dato nuovi strumenti per moltiplicare il proprio impatto sulla società, sull’economia e sulla politica. Questa fortuita o probabilmente naturale contaminazione ha permesso alle organizzazioni mafiose di modellare se stesse su un nuovo assetto organizzativo che le ha rese più adatte ad affrontare le sfide della modernità» (La Repubblica, 31/8/2017). L’impresa cosiddetta criminale segue la stessa logica dell’impresa cosiddetta legale: è il capitalismo, bellezza!

 Una volta Leonardo Sciascia disse, in polemica con i «professionisti dell’Antimafia», che il prodotto politicamente e ideologicamente più rognoso della mafia è stato l’antimafia. Un noto comico genovese che si è permesso di criticare il «tono trionfalistico» con cui è stata annunciata la cattura del noto «Re della mafia» (Saviano docet), è stato ripreso malamente dai pennivendoli al servizio del governo: «Forse il comico non ha gradito la cattura del boss mafioso». Probabilmente il boomerang dell’antimafia “dura e pura” questa volta ha colpito il comico sinistrorso in questione: all’occorrenza c’è sempre uno più puro (magari appartenente alla tifoseria rivale) che ti epura! Mentre in queste ore sull’opinione pubblica nazionale si riversa una gigantesca colata di esaltazione legalistica, organizzata dai servitori dello Stato d’ogni professione, ordine e grado, confesso di provare un certo piacere nel non partecipare all’orgasmo antimafioso nazionale né alla puntuale, quanto risibile, saga complottista e dietrologica.

Colgo l’occasione per rinnovare, sempre per quel che vale, la mia ostilità nei confronti del 41-bis e dell’ergastolo ostativo per tutti i detenuti italiani, senza alcuna distinzione di natura politica o d’altro genere.

Aggiunta del 21/01/2023

LA RETE CRIMINALE SECONDO IL MAGISTRATO CLAISE

Leggo sul blog dell’Istituto Bruno Leoni: «Nel giorno dell’arresto del superlatitante Matteo Messina Denaro abbiamo letto con sorpresa l’intervista concessa dal pm belga Michel Claise al Fatto Quotidiano. Claise è il magistrato responsabile del Qatargate, quindi le sue parole hanno un peso specifico elevato. Ebbene: alcune sue affermazioni, semplicemente, non stanno né in cielo né in terra». Diciamo per sintetizzare che il nuovo eroe dei manettari italiani ed europei sovrastima, per usare un eufemismo, il peso «delle mafie» sull’economia europea e italiana. «In realtà, per quanto sia difficile stimare il giro d’affari delle organizzazioni criminali, le valutazioni più credibili pongono l’asticella molto più in basso: a livello europeo si stima tra i 90 e i 190 miliardi di euro mentre per quanto riguarda l’Italia si parla di meno dell’1% del Pil, non il 50%».

Ma la cosa più interessante, per così dire, è ciò che Claise pensa sulla lotta contro le «mafie ricchissime»: «Perché non immaginare, nel caso delle droghe pesanti, di considerare che anche chi consuma è parte della rete criminale?». Questa impostazione untragiustizialista della lotta al “crimine” avrebbe se non altro il merito di risolvere il problema della disoccupazione: hai voglia a costruire nuove carceri! Ma non sarebbe più opportuno e intelligente superare le politiche proibizioniste in materia di droghe “pesanti” e “leggere”, che si sono rivelate fallimentari e che arricchiscono i narcotrafficanti perché tengono alti i prezzi delle sostanze proibite (che peraltro circolano liberamente nella società)?: non rivolgete questa domanda al famigerato magistrato belga, potreste passare i guai!

LA NATURA CRIMINALE DELLA MAFIA

IL PUNTO SULL’IRAN

Insieme alla guerra imperialista internazionale che si combatte (con le armi) in Ucraina, il movimento di lotta che dallo scorso settembre scuote dalle fondamenta la Repubblica Islamica dell’Iran è stato a mio avviso l’evento più significativo dell’anno appena trascorso. Questa protesta di massa rappresenta il quarto movimento sociale su larga scala che sì è prodotto negli ultimi dodici anni in quel Paese; le precedenti proteste hanno avuto un esito a dir poco deludente e scoraggiante: repressione e promesse, puntualmente tradite, di qualche miglioramento nelle condizione di lavoro e di vita degli iraniani. Nel corso dell’ultimo decennio, segnato dalla crisi economica indotta anche dalle sanzioni imposte all’Iran dai Paesi occidentali (dagli Stati Uniti, in primis), si è consumato il divorzio fra le giovani generazioni e la cosiddetta “ala riformista” del regime. La pandemia da Covid-19 ha poi colpito duramente la società iraniana, già prostrata dalla lunga crisi economica, e ha permesso il riflusso del ribellismo sociale. Ma le tensioni non hanno smesso di prodursi e di lavorare in profondità ed è bastata una piccola scintilla per innescare un nuovo incendio. Una piccola goccia ha fatto traboccare il vaso della rabbia e della disperazione probabilmente come mai era accaduto negli ultimi quarant’anni in Iran. La dittatura teocratica al potere sembra con le spalle al muro, ma è difficile, oggi, fare previsioni sul suo destino.

Avvertendo nell’aria un forte odore di regime change, ieri Sergio Mattarella ha approfittato del suo incontro con il nuovo ambasciatore iraniano, Mohammad Reza Sabouri, per piazzare l’Italia in pole position: «Il rispetto con cui l’Italia guarda ai partner internazionali e ai loro ordinamenti trova un limite invalicabile nei principi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo». Davvero commovente! Continua invece il silenzio del Presidente italiano sui lager in Libia e sugli aguzzini libici chiamati a gestire il flusso migratorio anche per conto di Roma – che difatti li finanzia. Come sempre la sacra causa dei “diritti umani” è subordinata agli interessi nazionali.

Qui di seguito riprendo il filo del discorso che ho tirato nei mesi scorsi, mettendo insieme, come sempre, spunti di riflessione “teorica” e analisi politica – con quali risultati non spetta a me dirlo.

Un cambio di regime (magari ottenuto anche grazie al sostegno  economico e militare degli Stati Uniti e dell’Unione Europea), una più accentuata modernizzazione capitalistica della società, un riposizionamento geopolitico del Paese: è questa la “rivoluzione” all’ordine del giorno in Iran? In ogni caso non si tratterebbe certo di un cambiamento da sottovalutare, anche osservato dal particolare punto di vista di chi scrive, tutt’altro; si tratta piuttosto di precisarne i contenuti politici, ideologici e sociali. E questo sforzo di chiarificazione naturalmente non può prescindere da quanto avviene in primo luogo nelle strade, nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche e nelle carceri iraniane. Quanto scrivo sconta il limite di essere un prodotto esogeno, per così dire, e di questo chi legge deve naturalmente tener conto.

In generale e per come la vede chi scrive, l’anticapitalista sostiene con partecipazione politica ed umana la lotta di chi si batte contro l’oppressione politica e sociale, e tutte le volte che può egli si sforza di inserire in questa lotta elementi di riflessione e di critica che possano favorire la crescita di una più chiara e radicale  visione dei processi sociali nella coscienza di chi lotta. Radicale, beninteso, nell’accezione marxiana, e non infantilmente “eversiva”, del concetto: cogliere i problemi sociali alle radici e agire di conseguenza. La “coscienza di classe” è l’arma di gran lunga più potente di cui le classi subalterne hanno bisogno per emanciparsi dall’ideologia dominante (che ha nel nazionalismo, comunque “declinato”, la sua più odiosa espressione) e lottare per affermare i loro interessi. In ogni caso, e come sempre, l’entusiasmo dell’anticapitalista non deve far venire meno nella sua coscienza la necessità di una lucida e critica valutazione dei fatti come si danno nella realtà – non nelle sue speranze, nelle sue antipatie, nelle sue idiosincrasie. 

Come ho scritto nei precedenti post dedicati al movimento di lotta iraniano, osservo con entusiasmo il suo spirito di combattimento, il suo coraggio, il suo potenziale eversivo, il messaggio che esso lancia agli oppressi e agli sfruttati di tutto il mondo – e che essi non hanno ancora recepito e che quasi certamente non recepiranno nel breve periodo, e forse nemmeno nel medio periodo. Appoggio senza riserve la rivendicazione di una maggiore “agibilità” politica, culturale, sindacale, “esistenziale” lanciata dalla parte più avanzata di quel movimento. Si tratta poi di vedere in quali concreti termini politici dovrà tradursi questa rivendicazione. Trovo particolarmente importante il ruolo che in questo movimento stanno giocando le giovani donne iraniane, oppresse in modo odioso e violento da un regime misogino che sfrutta il maschilismo di stampo patriarcale per dividere il fronte degli oppressi in maschi e femmine, in modo da difendere la struttura del regime venuto fuori dalla cosiddetta “rivoluzione islamica” del 1979; un regime che deve fare i conti con le accelerazioni che il capitale, nazionale e internazionale, imprime sempre di nuovo sul corpo della società civile. Una società civile, peraltro, molto giovane e aperta ai cambiamenti – e per questo strettamente controllata dagli ayatollah. «Produci e consuma per la Repubblica Islamica», diceva il Presidente “pragmatico” Hashemi Rafsanjani al cittadino iraniano stremato dalla lunga guerra con l’Iraq (1980-1988), senza tuttavia mettere in conto i cambiamenti che la “nuova politica economica” avrebbe prodotto nella società iraniana affamata di pace e di prosperità economica, e sempre più attratta dal “demoniaco” stile di vita occidentale – soprattutto da quello americano: Vade retro, Grande Satana!

Le rivendicazioni delle donne stanno avendo un’importantissima funzione di unificazione e orientamento politico e ideologico del movimento di lotta, e il carattere interclassista di quelle rivendicazioni non ne depotenzia affatto la portata, non inficia il loro contributo alla radicalizzazione di quel movimento. La “questione femminile” come detonatore e collante del ribellismo sociale è più che un auspicio di natura “femminista”: è un fatto che soprattutto il regime sta valutando nel modo più appropriato – come si evince dal pugno di ferro usato contro le “traviate” che osano sfidare i sacri principi della legge islamica, a cominciare dall’obbligo del velo: «Sostenere la fine del velo è fare politica alla maniera degli americani».

Molti interessi economici, politici e geopolitici si coagulano intorno alla difesa dello status quo, mentre altri interessi della stessa natura spingono invece per un suo cambiamento, più o meno “radicale” – o “rivoluzionario”, per usare il gergo che impazza anche sui nostri quotidiani. Ciò che appare certo, è che l’attuale regime politico-istituzionale non abbandonerà il campo prima di aver giocato tutte le carte economiche, politiche, diplomatiche, poliziesche e militari che ha – o crede di avere – a sua disposizione. Detto altrimenti: il bagno di sangue repressivo continuerà e si allargherà, probabilmente replicando il parossismo di violenze di 44 anni fa. Intanto i segnali di una crescente divisione all’interno dello stesso regime si moltiplicano, e sempre nuove crepe si aprono nell’apparato repressivo dello Stato, che oggi può contare solo sull’incrollabile fedeltà dei macellai chiamati – con odioso e cinico paradosso – “Guardiani della Rivoluzione” – i famigerati pasdaran, i quali con il tempo sono diventati sempre più importanti nella sfera economica e nella politica estera del Paese. «Oggi, le forze paramilitari – divenute centro economico-corporativo incontrastato e poi perno politico –  difendono dunque il potere acquisito» (ISPI). Invece fra i bassij (“mobilitazione”, le forze di polizia volontarie che appartengono alle Guardie della rivoluzione islamica) si notano le prime crepe, tanto è vero che i pasdaran sono costretti a reclutare mercenari dalla Siria, dal Libano, dall’Iraq, da Gaza, dall’Afghanistan e dallo Yemen per reprimere soprattutto le minoranze etniche iraniane che in questo momento rappresentano la punta di lancia più avanzata del movimento di lotta. Le comunità curde, baluce, arabe e azere, da sempre maltrattate in tutti i sensi da Teheran (anche, alla bisogna, con cure di gas letale), pongono al regime anche problemi di tenuta dell’unità nazionale, e questo può influire in qualche modo sul decorso degli eventi. In quale modo oggi è difficile dirlo.

Scrive Stella Morgana: «Il potenziale rivoluzionario della partecipazione dei lavoratori è tanto promettente quanto di difficile esplosione. I numeri degli operai che partecipano agli scioperi, dalla famosa fabbrica d’acciaio di Isfahan a quelli dell’industria petrolifera nel sud del Paese, sono ancora limitati. Le iniziative sono prive di un coordinamento nazionale e di leadership consolidata. A gestire le proteste indipendenti sono principalmente lavoratori precari, assunti con contratti a tempo determinato. Un vero e proprio movimento dei lavoratori coeso, forte e su base nazionale al momento non esiste, nonostante le spinte dal basso di iniziative come quelle del sindacato autonomo degli autisti Sherkat-e Vahed di Teheran o quello della fabbrica di zucchero Haft Tapeh nel Khuzestan iraniano, che sono state obiettivo di diverse ondate di repressione negli ultimi anni. In un Iran dove quasi il 90% dei contratti è temporaneo e le agenzie mediano i rapporti di lavoro, il potenziale del movimento operaio è precario, privo di leader nazionali e reso vulnerabile dalla paura di perdere anche quel minimo introito economico» (Il mulino, 8/12/22). È bene ricordare che sindacati autonomi non hanno alcun riconoscimento giuridico nella Repubblica islamica, e che le avanguardie sindacali corrono costantemente il rischio non solo di perdere il lavoro, ma anche di essere sbattuti in galera.

Per Amiry Moghaddam, direttore di Iran Human Right, «Più che una protesta, sembra l’inizio di una rivoluzione. La gente vuole cambiamenti fondamentali e il primo passo è cambiare il regime. Purtroppo in passato i governi occidentali si sono concentrati solo sull’accordo nucleare e non sul problema principale, ossia un regime totalitario che non gode del sostegno del suo popolo. L’Occidente dovrebbe pensare e agire a lungo termine e mettere la situazione del popolo iraniano in cima alla sua agenda» (Vita.it). «Non possiamo sapere se le rivolte in Iran daranno vita, nel loro esito, a una rivoluzione. Se cambieranno, cioè, quel sistema di potere – già parecchio mutato – che domina il paese dal 1979» (ISPI). Per Ramin Bahrami, noto musicista iraniano, «È in corso una rivoluzione, ne ha tutti i caratteri. E ha il sapore della libertà. Non va letta come una sommossa, non lo è più. Stavolta possono farcela, perché il regime perde consenso» (L’espresso). Il radicale cambiamento dell’attuale «sistema di potere» si configura dunque come una rivoluzione? Come scrivevo sopra, si tratta di intendersi sulle parole e sulla natura degli eventi di cui parliamo, perché non ha alcun senso accapigliarsi appunto sulle parole, le quali possono dire tutto oppure niente, possono dirci questo oppure il suo opposto (in Iran, ad esempio, il termine “rivoluzione” è un marchio di fabbrica del regime), possono dirci la verità oppure mentire spudoratamente. Il celebre fisico Werner Heisenberg diceva, probabilmente con qualche fondamento, che «ogni parola o concetto, per chiari che possano sembrare, hanno soltanto un campo limitato di applicabilità». Come sempre il problema non è “terminologico” ma squisitamente politico, riguarda cioè il significato che attribuiamo ai termini che usiamo per dar conto di un fenomeno sociale – che intanto deve essere compreso. Veniamo dunque alla sostanza politica del problema.

Teocratico o laico che sia, autoritario o “democratico” lo Stato capitalistico rimane pur sempre il più importante cane da guardia dei rapporti sociali capitalistici. Non si tratta di essere indifferenti nei confronti della “sovrastruttura” politico-istituzionale del dominio di classe, ma di avere ben chiari i termini essenziali del problema, i quali si annodano intorno alla natura classista della società capitalistica. Chiarito questo fondamentale concetto, si può anche (non necessariamente) discutere “laicamente” e sensatamente se sia corretto o meno definire rivoluzionario il movimento sociale che dallo scorso 16 settembre scuote dalle fondamenta la Repubblica Islamica dell’Iran. In che senso quel movimento può essere definito rivoluzionario?

Molti sedicenti anticapitalisti che nel 1979 si entusiasmarono per il movimento di massa che spazzò via il regime dello Scià sostenuto dall’imperialismo occidentale (e giapponese) non peccarono di eccessivo entusiasmo, e fecero anzi benissimo ad entusiasmarsi (anche chi scrive allora molto si entusiasmò); peccarono piuttosto di una visione terzomondista che non li mise in grado di capire la reale dinamica del processo sociale che travagliava l’Iran, soprattutto in relazione alla posizione politica dell’elemento decisivo che allora rese possibile il cambiamento di regime: la mobilitazione dei lavoratori che paralizzò l’apparato economico del Paese. La prassi, non – non solo – la teoria si incaricò di dimostrare che senza conquistare l’autonomia di classe i lavoratori finiscono per portare acqua al mulino del nemico, non importa se esso veste gli abiti del prete o del politico (1).

La natura acefala del movimento che quasi tutti gli analisti segnalano potrebbe anche dipendere dagli insegnamenti impartiti alla nuova generazione di ribelli dalla tragica lezione del biennio 78-79, quando soggetti ultrareazionari riuscirono a cavalcare e a strumentalizzare una ribellione sociale che avrebbe potuto innescare cambiamenti ben più radicali e certamente meno ostili alle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne del Paese. Le prime a farne le spese furono le donne, già alla fine del ’78, quando il clero sciita cominciò a cacciarle dai cortei di massa; poi toccò ai lavoratori, alle minoranza etniche e religiose e infine ai movimenti politici che sostennero, “tatticamente”, lo sforzo di Khomeini di unificare la ribellione sociale sotto la bandiera della “rivoluzione islamica”. Alla luce di quella amarissima esperienza il – presunto – carattere acefalo del movimento non costituisce necessariamente un limite, un problema che non possa trovare una feconda soluzione. Tanto più quando vediamo affollarsi intorno al regime barcollante il vecchio personale politico filo monarchico e antimonarchico che oggi vive all’estero e che è pronto a ritornare in patria per guidare la “nuova rivoluzione”.

Dentro questo movimento sociale (o “rivoluzione” che dir si voglia) le classi subalterne hanno specifici interessi economici e politici da far valere, e l’anticapitalista è a questi interessi che guarda con particolare attenzione. Non vivendo in Iran, chi scrive non si sentirebbe mediamente intelligente se provasse a dare consigli circa la strada da seguire alle donne e agli uomini che oggi in Iran lottano contro il regime rischiando di morire (magari “attinti” da una pallottola Made in Italy), di finire in carcere e dinanzi al boia.

Sostengo tuttavia con grande simpatia il movimento di lotta iraniano da un punto di vista anticapitalista (da quello che io credo sia tale), prospettiva che mi consente di vederne la reale natura e le reali potenzialità, senza nulla concedere al “pessimismo della coscienza” e all’”ottimismo della rivoluzione”. Che per le classi subalterne di tutto il pianeta i tempi siano oltremodo “interessanti” (cioè tragici), non è argomento difficile da sostenere al cospetto di “pessimisti” e “ottimisti”.

Sulla feccia stalinista/imperialista che sostiene il regime sanguinario degli ayatollah (2) forse scriverò qualcosa tra qualche giorno. Forse. E sempre per definire meglio la mia posizione, non certo per polemizzare con gli escrementizi personaggi che sostengono uno dei poli imperialisti (quello antiamericano) che si contendono il potere sistemico mondiale. 

(1) Il 17 febbraio 1979 il clero sciita impartì ai lavoratori l’ordine di riprendere il lavoro: «Gli scioperi servivano al movimento rivoluzionario, come oggi alla nazione serve che cessino; chi sostiene che debbano continuare è un traditore, e come tale sarà punito» (dichiarazione dell’ayatollah Khomeini del 27/2/’79, Le Monde). «Per l’ayatollah Behechti [capo del Partito Repubblicano Islamico], i sindacati dividono la nazione. “Per “liberare i lavoratori dall’oppressione dei proprietari bisogna creare dei consigli operai islamici”»(Le Monde, 3/5/’79). Soprattutto nel settore petrolifero, strategicamente fondamentale per l’Iran, il clero sciita agli ordini di Khomeini sciolse con la forza i comitati dei lavoratori che si erano formati nel 1978 e li sostituì con “comitati islamici” direttamente nominati e controllati dal nuovo “governo rivoluzionario”. Il partito stalinista Tudeh (Partito delle Masse, nato nel 1941 come filiazione diretta dell’Unione Sovietica) sostenne con entusiasmo le direttive emanate dal nascente regime islamico, giustificando la sua attiva collaborazione con esso con l’esigenza di «non dividere in questa fase il fronte rivoluzionario antimperialista». Quando il nuovo regime deciderà di eliminare politicamente e fisicamente ogni forma di opposizione, attuale e potenziale, non si farà scrupoli di sorta dinanzi agli ex alleati “comunisti”, prima usati (anche per ottenere un qualche sostegno da Mosca) e poi buttati via come robaccia inservibile. «I marxisti sono agenti dello Scià. Gli operai devono essere al servizio del popolo e di Dio» (Ayatollah Behechti, Le Monde, 5/5/’79). Dal 1983 il Tudeh è stato vittima di una spietata repressione che ha costretto i suoi militanti a rifugiarsi all’estero, soprattutto negli ex “Paesi socialisti” europei. 

(2) Una solo esempio, solo per suscitare in chi legge qualche crassa risata: «Le posizioni neotrotskiste e bordighiste che sono emerse nel movimento comunista contraddicono questa analisi. […]  Così assistiamo a un partito comunista venezuelano che si scontra violentemente con Maduro, un partito comunista messicano che passa il tempo ad attaccare il nuovo presidente che si è distaccato dalla tradizionale politica di destra del paese o un partito come il Tudeh che sostiene uno sciopero dell’industria petrolifera iraniana nel momento della massima pressione imperialista contro il governo che in questo momento tiene duro contro gli USA e Israele e mantiene solidi legami con la Russia» (Sinistrainrete).

INFERNO IRANIANO

LA SUPERCAZZOLA DELLA GUIDA SUPREMA

 SULLA “RIVOLUZIONE” IRANIANA

SI FA PIÙ FEROCE LA GUERRA DEL REGIME IRANIANO CONTRO I MANIFESTANTI

IRAN. LA LOTTA CONTRO IL REGIME NON SI ARRESTA

CON I RIBELLI IRANIANI! CONTRO IL REGIME OMICIDA DEGLI AYATOLLAH!

CADE ANCORA UNA VOLTA IL VELO DEL REGIME SANGUINARIO

IRAN. OGGI E IERI

SUL – CONTROVERSO – CONCETTO DI “RIVOLUZIONE”

ALCUNE RIFLESSIONI SUL “PAPA TEOLOGO”

I reazionari d’ogni tempo sono buoni barometri
degli stati d’animo dell’epoca loro, così come lo
sono i cani per le tempeste (K. Marx).

Il marxismo aveva individuato nella rivoluzione
mondiale e nella sua preparazione la panacea per
la problematica sociale: questo sogno è svanito.
(Benedetto XVI).

Per Piergiorgio Odifreddi «La vera tragedia di Benedetto XVI fu che gli intellettuali europei non lo stettero a sentire [immagino l’ateo devoto  Giuliano Ferrara applaudire come un dannato e congratularsi con se stesso]. Coloro che lui pensava di attirare con la sofisticazione del proprio pensiero, evidentemente non erano interessati ai suoi discorsi, anche se essi contenevano molti punti e spunti sui quali si poteva discutere. […] Per colmo dell’ironia, gli stessi intellettuali occidentali che snobbarono le aperture di Ratzinger, considerandolo soltanto un conservatore o un reazionario, sono poi caduti come facile preda nella rete della predicazione di Francesco, che in realtà è rivolta a “salvare il salvabile”: cioè, a concentrarsi sui popoli del Sud America e dell’Africa, abbandonando l’Europa al proprio destino [e declino, aggiungerebbero l’antirelativista sopra evocato e il katéchontico Diego Fusaro, giunto con un certo ritardo sul terreno “dottrinario” fertilizzato  da almeno tre decenni dal noto Elefantino]. Evidentemente, Ratzinger aveva sopravvalutato gli intellettuali europei, e in particolare italiani, che hanno dimostrato di essere più sensibili al linguaggio gesuitico di Francesco che al sofisticato pensiero di Benedetto XVI, benché il primo sia rivolto ai popoli del Terzo Mondo, e il secondo fosse rivolto a loro. Lo dimostra anche il fatto che Ratzinger è stato sistematicamente considerato dai media un conservatore, e Francesco un progressista, mentre ci sono ottimi motivi per ridimensionare entrambi i giudizi» (La Stampa).

Personalmente credo che non abbia alcun senso parlare, a proposito di questo o quel Papa, di “conservatorismo” e di “progressismo”, se non limitatamente a certi aspetti dottrinali e a formalismi linguistici ed estetici, se così si può dire, che tanta impressione destano nell’opinione pubblica (compresa quella “colta”) ma che non intaccano minimamente la sostanza della cosa, ossia la funzione sociale della Chiesa, un’organizzazione politico-ideologica che ormai da oltre due secoli svolge con intelligente lungimiranza la sua opera al servizio del dominio sociale capitalistico. Inutile dire che la Chiesa “moderna” si è giovata grandemente del suo millenario retaggio precapitalistico – il quale peraltro non smette di creare contraddizioni e tensioni all’interno della stessa Chiesa.

Per evitare antipatici equivoci di stampo “ateista”, tengo a precisare che a mio avviso è lo Stato, in tutte le sue espressioni e articolazioni, a svolgere la funzione di massima “agenzia” al servizio della conservazione sociale. E questo a prescindere dall’orientamento politico-ideologico di chi pro tempere ha nelle mani le mitiche leve di comando delle istituzioni.

È invece un fatto che i diversi Papi interpretano in modo diverso il loro ruolo di indirizzo politico e dottrinario della Chiesa certamente sulla base della loro personale inclinazione politica e ideologica e della loro sensibilità intellettuale e umana; ma ciò non può prescindere da considerazioni che riguardano la funzione della Chiesa nel contesto di una società in continuo cambiamento, stressata sempre di nuovo dalle accelerazioni a cui la sottopone la logica rivoluzionaria del Capitale – nell’accezione marxiana del concetto. Il complesso e contraddittorio dispiegarsi del processo sociale obbliga anche la Chiesa a una certa “fluidità” in campo politico e ideologico (teologico), se intende mantenere il passo dei tempi, e questo crea spesso al suo interno un aspro dibattito politico e dottrinario, divisioni e tensioni di vario genere – anche riconducibili alle ambizioni personali dei Principi della Chiesa. Ormai da oltre un secolo, la condizione di crisi permanente è per la Chiesa un dato strutturale, per così dire. Di qui l’alternarsi e spesso l’intrecciarsi al suo interno di posizioni “riformiste” e “conservatrici”. Ma è un destino, questo, che la Chiesa condivide con altre organizzazioni politico-ideologiche della società.

Com’è noto, la cordata guidata da Bergoglio contrastò aspramente e fino all’ultimo l’elezione a Papa di Ratzinger, il quale peraltro subì quella promozione dopo averla inutilmente combattuta, probabilmente perché intendeva sottrarsi a quel ruolo di mediazione fra le diverse “correnti” ecclesiastiche che sapeva essere necessario per l’interesse generale della Chiesa ma che sapeva altrettanto bene di non poter svolgere con la necessaria forza di carattere e convinzione dottrinaria. Da buon teologo, il Pastore Tedesco sapeva che non ci sono uomini buoni per tutte le stagioni e per tutte le funzioni. Ma alla fine la Sacra Pallina si fermò sul suo nome ed egli si acconciò, obtorto collo, al ruolo scelto per lui dalla Provvidenza – o da che ne fa le veci. 

Per Silvano Fuso, che ha rinfacciato all’ex Papa una posizione antiscientifica che non merita alcun rispetto soprattutto da parte dell’intellighentia laica (che invece gli concederebbe fin troppo credito), «è piuttosto curioso che Ratzinger non esiti a citare un autore della scuola di Francoforte per avvalorare la sua critica al progresso, ritenuto ambiguo e non necessariamente positivo: “Già nel XIX secolo esisteva una critica alla fede nel progresso. Nel XX secolo, Theodor W. Adorno ha formulato la problematicità della fede nel progresso in modo drastico: il progresso, visto da vicino, sarebbe il progresso dalla fionda alla megabomba. Ora, questo è, di fatto, un lato del progresso che non si deve mascherare”» (Micromega). Personalmente non trovo per niente «curioso» il fatto che un teologo possa usare tutti gli argomenti che egli crede possano in qualche modo irrobustire e confermare le sue tesi, anche attingendo da fonti politiche e ideologiche assai distanti dalla sua concezione generale del mondo. Anzi, questa operazione strumentale rende più efficace e credibile la sua critica offerta ideologica. La cosa appare tanto meno curiosa alla luce, ad esempio, della critica che il “tardo” Max Horkheimer sviluppò nei confronti dei «grandi sforzi con cui i teologi contemporanei tentano di dare un nuovo volto alla fede, affinché la religione possa accordarsi di nuovo con la scienza; e poco importa con quali mezzi viene compiuto questo tentativo». In questi sforzi egli vedeva il progressivo dissolversi del contenuto umano del messaggio religioso, il quale rischiava di omologarsi al pensiero scientista e positivista che dominava la scena culturale e sociale del tempo, lasciando insoddisfatto il bisogno degli infelici di credere in un mondo più giusto, magari collocato in una dimensione extramondana: la speranza, com’è noto ha molta fantasia. E questa omologazione della religione che pativa la concorrenza del pensiero scientifico e laicista  rischiava di strappare «dalla catena i fiori immaginari», per lasciarla «spoglia e sconfortante», per citare i famosi passi marxiani della Critica della filosofia del diritto di Hegel (1843-1844), declinati da molti pessimi epigoni in chiave volgarmente ateista.

Scriveva Horkheimer alla fine degli anni Sessanta: «Dirò una frase alquanto audace: senza una base teologica, l’affermazione che l’amore è migliore dell’odio resta assolutamente immotivata e priva di senso. Perché l’amore dovrebbe essere migliore dell’odio? Appagare il proprio odio arreca spesso più soddisfazione che non appagare il proprio amore. […] Perciò è necessario riflettere seriamente sulle conseguenze prodotte dalla liquidazione della religione» (Rivoluzione o libertà?). Attenzione: qui Horkheimer parla di teologia e di religione in termini molto generali, non della loro espressione istituzionalizzata. Non necessariamente della loro espressione istituzionalizzata, per essere più corretti. Egli individuava dunque nella religione una forza che avrebbe potuto quantomeno frenare lo strapotere della tecnoscienza posta al servizio del Dominio; ma non solo nella religione (o religiosità) il filosofo tedesco confidava in chiave per così dire katéchontica: anche la difesa di «quel tanto di libertà che abbiamo ereditato dalla società borghese, e che è sul punto di spegnersi del tutto, è probabilmente il più importante compito della teoria critica in campo sociale».

Dopo l’esperienza stalinista in Russia che tanto li amareggiò (e che purtroppo mostrarono di non comprendere nel suo autentico significato storico-sociale), Horkheimer e Adorno abbandonarono il loro vecchio punto di vista radicalmente rivoluzionario e anticapitalista e si posero sul terreno della difesa di tutto ciò che potesse appunto frenare l’inarrestabile marcia del Progresso inteso come cieco e sfrenato dominio sull’uomo e sulla natura.  Di qui, il recupero del «più autentico spirito europeo, [che] non è caratterizzato dal rinnegamento della dottrina biblica, sviluppatasi da radici sociali ed assurta in seguito a verità assoluta»; uno spirito che invece coltiva «un continuo e tormentoso dubitare» in opposizione a ogni forma di fanatismo (laico, scientifico e religioso): «La verità di sradicare il dubbio dalle masse è stato matrice di violenza, e ha prodotto quel connubio di fanatismo e di crudeltà che è stato la nota distintiva della storia europea»: da Savonarola a Hitler e Stalin. L’incomprensione della sconfitta del movimento comunista internazionale per opera della democrazia, del fascismo e, soprattutto, dello stalinismo (tre modi di apparire del totalitarismo sociale radicato nei rapporti sociali capitalistici) impatterà assai negativamente sulla riflessione politica e filosofica di molti intellettuali sensibili alla causa dell’emancipazione delle classi subalterne. Il risultato forse più negativo di questo “impatto” si coglie nell’avere questi intellettuali coinvolto l’incolpevole Marx in quella sconfitta – a cominciare dalla breve esperienza sovietica brutalmente annientata da un Partito che si autoproclamava “comunista” e “marxista”. Lungi dall’avere una natura meramente storiografica e dottrinaria, la comprensione degli eventi che si produssero negli anni Venti e Trenta del secolo scorso ha soprattutto una fondamentale valenza politica. Naturalmente la cosa appare in questo modo dal mio peculiare punto di osservazione del passato e del presente.    

Nei suoi scritti più importanti Joseph Ratzinger affronta, imposta e risolve dal punto di vista teologico un problema storico-sociale fondamentale: quale rapporto deve stringersi tra la scienza e la comunità degli uomini? Il suo presupposto teologico-politico è che nella moderna società borghese quel rapporto lasci molto a desiderare, per così dire, per ciò che concerne il benessere dell’uomo, benessere inteso non in un’accezione volgarmente materiale ma in un senso preminentemente spirituale, ideale, esistenziale – termine che peraltro molto irritava l’emerito Papa. Per Ratzinger la scienza dei nostri giorni mostra di essere, essenzialmente, non al servizio dell’uomo ma soprattutto alle dipendenze di quelle strutture di potere economico e politico che certamente creano le condizioni del progresso materiale della società, ma che lo fanno senza alcun riguardo per il “risvolto dialettico” di tale progresso, risvolto che egli individua nella crescente disumanizzazione degli individui e nell’esistenza di una micidiale capacità distruttiva: vedi l’apparato militare-industriale, l’inquinamento e quant’altro.

La tecnoscienza non è in grado di dialogare con l’uomo, di dargli conforto e speranza. Questo può invece farlo Dio (e per il nostro tedesco solo Dio), e i suoi rappresentanti sulla Terra organizzati nella Chiesa di Roma: credo che questo sia, in estrema e assai riduttiva sintesi, il messaggio teologico contenuto negli scritti Ratzingeriani.

Essendo Papa e teologo Ratzinger non può che individuare nella «scristianizzazione dell’Europa», nell’«elemento cristiano [che] scompare sempre più dal tessuto della società» la radice del problema.

Detto in altri termini, Ratzinger, che detto en passant molto amava civettare con il comunista tedesco preferito da chi scrive (forse per esibire una conoscenza dei testi marxiani che avrebbe dovuto spiazzare e incuriosire i suoi interlocutori “marxisti”, soprattutto quelli prevenuti in senso malevole nei suoi confronti); Ratzinger, dicevo, non criticava la disumanizzazione del mondo per indicare all’umanità la possibilità di un mondo autenticamente umano, non semplicemente “migliore”, “più umano”, ma per portare acqua ideologica e politica al mulino della Chiesa e della conservazione sociale. Aggiungerei: come ovvio che sia. Occorre dare al Papa quello che è del Papa, e all’anticapitalista quello che è dell’anticapitalista. Per dirla con l’Umberto Bossi di qualche decennio fa, «La Chiesa fa il suo lavoro, noi il nostro».

Leggendo le encicliche di Benedetto XVI ho sempre avuto in testa, mutatis mutandis, quanto Marx ed Engels scrissero sul Manifesto del 1848 a proposito del «socialismo reazionario»: «Per metà eco del passato, per metà minaccia del futuro, [esso] talvolta colpisce al cuore la borghesia con giudizi amari e spiritosamente sarcastici, ma è sempre di effetto comico per la totale sua incapacità di comprendere l’andamento della storia moderna». Com’è noto, nella sua critica, tutt’altro che banale, del «nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso», anche Pasolini dette credito all’”anticapitalismo” di matrice reazionaria (passatista) alimentato da alcune correnti interne alla Chiesa, accarezzando la suggestione – e pia illusione – di un possibile ritorno al cristianesimo delle origini attraverso il rifiuto della modernità che ha nel Mercato il suo unico Dio. «È questo rifiuto che potrebbe quindi simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta. O fare questo o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi» (Scritti corsari, 1973-75). Certe suggestioni e illusioni sono talmente ingenue da apparire ridicole alla luce del dominio capitalistico nella sua “fase” imperialista. Evidentemente Pasolini cercava nella Chiesa di Roma ciò che non aveva trovato nella Chiesa di Mosca – che aveva nel PCI la sua sezione italiana.

Per il teologo, filosofo e accademico Vito Mancuso, dal testamento spirituale di Joseph Ratzinger diffuso dopo la sua morte, ma scritto nel 2006, traspare tutta la paura di Benedetto XVI. «Di cosa aveva paura? La scienza per Ratzinger non è un pericolo, lo sono semmai alcune “interpretazione filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza”. Anzi, la pura scienza può risultare persino utile alla fede, perché “nel dialogo con le scienze naturali la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità”. Immagino che qui Ratzinger pensasse al caso Galileo e al fatto che oggi un episodio del genere non è neppure lontanamente concepibile. Per la fede quindi le scienze naturali non sono un pericolo, anzi talora sono persino un aiuto. Le cose stanno in modo diverso per le scienze bibliche, al cui riguardo ecco le precise parole di Ratzinger: “Sono ormai sessant’anni che accompagno il cammino della Teologia, in particolare delle Scienze bibliche, e con il susseguirsi delle diverse generazioni ho visto crollare tesi che sembravano incrollabili, dimostrandosi essere semplici ipotesi: la generazione liberale (Harnack, Jülicher ecc.), la generazione esistenzialista (Bultmann ecc.), la generazione marxista”. Fa un certo effetto ritrovare in un testamento spirituale, accanto ai ringraziamenti più belli a Dio e ai familiari e alle richieste più intime di perdono e di preghiera, la menzione di scuole esegetiche con tanto di nomi. Ma fa ancora più effetto non ritrovare nessuna parola di apprezzamento per le scienze bibliche, contrariamente a quanto avvenuto per le scienze naturali. Di esse Ratzinger dice solo di aver visto crollare tesi, quasi che nulla sia rimasto in piedi del lavoro svolto, per cui non rimarrebbe altro che affidarsi alla lettura tradizionale della Bibbia promossa dalla Chiesa per riscoprire sempre “la ragionevolezza della fede” e che “Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita”. Le cose però non stanno per nulla così. Come le scienze naturali, anche le scienze bibliche hanno contribuito notevolmente ad approfondire e a purificare la fede mettendo in condizione di interpretare in modo adulto i testi biblici. Nel 2008, mentre papa Benedetto regnava, il cardinal Martini, insigne studioso della Bibbia, pubblicò un testo che fece scalpore, “Conversazioni notturne a Gerusalemme”, dove giunse a parlare di vere e proprie scuole bibliche per “rendere indipendenti i cristiani” perché, a suo avviso, “ogni cristiano che vive con la Bibbia dovrebbe trovare risposte personali alle domande fondamentali”. […] Come ho scritto all’inizio, il problema di Ratzinger è stato a mio avviso la paura. Lo si capisce dai verbi usati nel testamento spirituale tutti sulla difensiva. E dalla paura nasce l’aggressività. La paura è sempre una cattiva consigliera» (La Stampa).

Non mi sento in grado di esprimere un giudizio sull’interessante riflessione proposta da Mancuso, la quale se non altro ha il merito di mostrarci lo spessore dottrinario e politico del dibattito interno al mondo cattolico – non solo italiano, tutt’altro: vedi le correnti “scismatiche” attive in Germania e negli Stati Uniti.  Credo peraltro che proprio l’approfondimento e la purificazione della fede in vista di un’interpretazione “adulta” dei testi biblici, tanto apprezzata da Mancuso, abbia molto infastidito Ratzinger, probabilmente convinto che solo battendo continuamente, ostinatamente, anche contro ogni evidenza “fattuale” e “scientifica”, sui vecchi dogmi dottrinari la Chiesa è in grado quantomeno di salvare il salvabile. E sempre ricordando che «la Chiesa non è un’organizzazione per il miglioramento del mondo», e che occorre impedire «che la Chiesa diventi essa stessa attore di uno gioco di forze politiche e in esso soccomba» (J. Ratzinger, intervista rilasciata a Die Welt nel 1988). Per Ratzinger rincorrere lo spirito del tempo significa, per la Chiesa, desiderare la propria morte, o quantomeno aprirsi alla possibilità di tradire lo Spirito che informa «il messaggio centrale di Dio, di Gesù Cristo». Scrive Massimo Cacciari: «La filosofia svolge la sua missione nella misura in cui interroga la fede ed esige che renda ragione di sé. È una funzione critica positiva: ma deve essere una filosofia interessata al programma della verità. La filosofia contemporanea per Ratzinger tende invece a una deriva relativistica e svolge una funzione di critica della teologia e della fede in senso negativo, ritenendo a priori che l’atto di fede non abbia più alcun significato nel mondo della scienza e della tecnica. Per lui “nulla salus extra ecclesiam”. La Chiesa per Ratzinger, invece, non è un katechon, non è ciò che trattiene il male e che tiene in forma questo mondo. Essa ha una missione evangelizzatrice in senso proprio, cioè deve mostrare il Cristo e interrogarsi sulla verità che Cristo manifesta» (Avvenire). Di qui, la natura tragica della figura ratzingeriana tratteggiata da Cacciari, perché quella missione evangelizzatrice non può che fallire: il Dio della Chiesa nulla può infatti contro il Dio della società capitalistica.

Giorgio Cremaschi ci fa invece sapere che non ha «nulla da celebrare in Ratzinger»: «Il fatto che ci sia chi a sinistra abbia scambiato le sue critiche al materialismo della società attuale come critica al capitalismo, è solo una ulteriore spia dello stato confusionale, e di perdita d’indipendenza di pensiero, che c’è nel campo devastato della “sinistra” [qui applaudo, anche perché non ho mai avuto nulla a che fare con la “sinistra”]. Ratzinger è stato il teologo di Giovanni Paolo II, il Papa della controrivoluzione liberista mondiale [qui invece rido, essendo da sempre interessato alla controrivoluzione stalinista come espressione della controrivoluzione capitalistica mondiale], il nemico acerrimo di ogni chiesa progressista e della teologia della liberazione» (Contropiano). Su chi accusa Wojtyla e Ratzinger di “anticomunismo” pensando non al comunismo di Marx ma al regime stalinista dell’Unione Sovietica e ai suoi tifosi sparsi per il mondo (e che oggi sostengono il Celeste Imperialismo), è meglio stendere un velo pietosissimo. Cremaschi ci fa anche sapere di avere in simpatia, peraltro “non acritica” e da una posizione rigorosamente atea, Papa Francesco, ma di questo chi scrive non aveva alcun dubbio.

A proposito di “sinistra” e di Wojtyla, ricordo con quale entusiasmo i sinistrorsi, ancora storditi dal crollo del famigerato Muro e inorriditi da quanto avveniva in Unione Sovietica, accolsero le posizioni “pacifiste” del Vaticano durante la Guerra del Golfo e soprattutto la pubblicazione dell’enciclica Centesimus annus: il noto “quotidiano comunista” (sic!) scrisse che il Papa polacco era approdato, probabilmente suo malgrado (com’è noto, lo Spirito «scrive diritto per linee storte»), su posizioni «anticapitaliste»: «Ci troviamo, accanto a noi, nelle battaglie contro le disumane oppressioni del capitalismo, un alleato autorevole come il Papa (così è stato anche per la guerra del Golfo)» (Il Manifesto, 3/5/91). Mario Tronti scrisse che il Papa venuto dal freddo sfidava i “marxisti” a riscoprire l’uomo da loro da molto tempo dimenticato (se non addirittura disprezzato): «Nella storia del movimento operaio, nell’attrezzatura teorica del marxismo, nelle esperienze pratiche dei comunisti c’è una disattenzione all’uomo» (Il Manifesto, 5/5/91). Povere pecorelle smarrite!

Assai significativamente, la prima enciclica di Benedetto XVI ha come suoi oggetti critici espliciti Nietzsche e Marx. Contro il comunista di Treviri egli scrive: «Il tempo moderno, soprattutto a partire dall’Ottocento, è dominato da diverse varianti di una filosofia del progresso, la cui forma più radicale è il marxismo. Parte della strategia marxista è la teoria dell’impoverimento: chi in una situazione di potere ingiusto – essa sostiene – aiuta l’uomo con iniziative di carità, si pone di fatto a servizio di quel sistema di ingiustizia, facendolo apparire, almeno fino a un certo punto, sopportabile. Viene così frenato il potenziale rivoluzionario e quindi bloccato il rivolgimento verso un mondo migliore. Perciò la carità viene contestata ed attaccata come sistema di conservazione dello status quo. In realtà questa è una filosofia disumana. L’uomo che vive nel presente viene sacrificato al moloch del futuro – un futuro la cui effettiva realizzazione rimane almeno dubbia» (Deus Caritas Est, 2006). Nell’ultima proposizione il Pastore Tedesco allude ovviamente al «comunismo realizzato», e ne ha, come si dice, ben donde! Per Marx le cose stanno in modo affatto diverso: bisogna liberare il non-uomo che ci sta dinanzi dal moloch del presente, per renderlo finalmente uomo. È la realtà del presente che sacrifica l’uomo, che lo nega continuamente, e ogni forma di religione – compreso il feticismo degli scientisti – non fa che legittimare e sostenere questa pessima realtà. Ma al di là delle solite e triviali banalità sulla cosiddetta «teoria dell’impoverimento» che attribuisce  a Marx (sulla scia di molti altri pessimi/presunti studiosi dei testi marxiani), Benedetto XVI mostrava di conoscere qualcosa del nemico dottrinario e politico che intendeva esorcizzare, e lo si vede soprattutto quando si scagliava contro chi coltiva l’assurda «presunzione di dover realizzare, in prima persona e da solo, il necessario miglioramento del mondo. È Dio che governa il mondo, non noi. […] L’esperienza della smisuratezza del bisogno può spingerci nell’ideologia che pretende di fare ora quello che il governo del mondo da parte di Dio, a quanto pare, non consegue: la soluzione universale di ogni problema». Che demoniaca presunzione! Probabilmente il Papa teologo aveva in mente quanto scrisse Marx sul carattere universale della rivoluzione sociale anticapitalista: «Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità». Questa funzione rivoluzionaria di emancipazione universale spetta solo alla Chiesa: «Il messaggio centrale di Dio, di Gesù Cristo, della salvezza temporale ed eterna deve nuovamente percepirsi di più, perché la Chiesa non è un’organizzazione per il miglioramento del mondo» (Die Welt, 1988). Per dirla con Cacciari, «la Chiesa non è katechon».

Nei passi sopra citati Benedetto XVI esprime bene la secolare paura delle classi dominanti nei confronti della possibilità che le classi subalterne riescano a liberarsi dall’ipnotico feticismo del potere costituito che le inchioda alla croce della rassegnazione, e prendano finalmente nelle loro mani le redini del loro destino.

Per Benedetto XVI, «La scienza può contribuire molto all’umanizzazione del mondo e dell’umanità. Essa però può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa. […] Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore» (Spe Salvi, 2007). Per chi scrive l’uomo viene “redento” mediante l’uomo in quanto uomo, cosa che postula la fuoriuscita dell’umanità dalla disumana dimensione del dominio di classe. Per il teologo la verità è Dio, è Gesù, è la fede nel loro messaggio; per chi scrive la verità è l’attualità del Dominio e la possibilità della Liberazione, da attuarsi con un’eccezionale scatto in avanti (non indietro), ossia in direzione della comunità che conosce solo uomini  e donne che vivono in fraterna e libera cooperazione, mentre l’attuale società produce sempre di nuovo individui divisi in classi sociali, con ciò che questa cattiva condizione necessariamente presuppone e pone sempre di nuovo. «Il modo di esaltare il corpo, a cui noi oggi assistiamo, è ingannevole. L’eros degradato a puro “sesso” diventa merce, una semplice “cosa” che si può comprare e vendere, anzi, l’uomo stesso diventa merce» (Spe Salvi). Ma «l’uomo stesso» è già una merce, e lo è ormai da moltissimo tempo: vedi gli scritti marxiani, i quali individuano nel lavoro (salariato, mercificato, reificato, alienato) l’espressione più verace di questa «tremenda realtà» (Marx).  

Nella Comunità Umana (umanizzata) anche la scienza e la tecnica avranno un carattere e un significato adeguati a una configurazione sociale che pone al suo centro l’uomo colto nelle sue «molteplici determinazioni essenziali e attività» (Marx). Se questo non è amore, ditemi voi cos’è!

RICORDANDO IL SANTISSIMO PADRE

LA PARTICELLA DI DIO E L’ORGASMO COSMICO DEGLI SCIENTISTI

Dominio e katéchon. Appunti di studio teologico-politici.

MEGLIO LA SOFFITTA?

Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le
idee dominanti; cioè, la classe che è potenza materiale
dominante della società è in pari tempo la sua potenza
spirituale dominante (K. Marx).

Ennesima “riscoperta” del comunista di Treviri da parte degli esponenti delle classi dominanti. Questa volta (ma era già successo, se la memoria non m’inganna, nel 2008) è toccato al prestigioso Der Spiegel  tirare maldestramente  la barba di Marx. Il settimanale tedesco sbatte infatti il Moro in prima pagina (copertina del primo numero del 2023) e si chiede se per caso egli non avesse ragione circa la natura “problematica” del capitalismo: «Il capitalismo classico non funziona più. Ma spinti da sempre nuove crisi mondiali e da un imminente collasso climatico, stanno emergendo concrete idee di riforma: meno crescita, più obiettivi governativi». Insomma, si “riscopre” Marx in salsa riformista, statalista, keynesiana, cosa che equivale alla completa mistificazione del suo pensiero. Ultimamente anche il Financial Times ha cercato di usare qualche citazione marxiana per sottolineare l’esigenza di un «nuovo ordine mondiale» meno incline ad assecondare il dogmatismo “neoliberista”. Una vera goduria per gli statalisti d’ogni tendenza politico-ideologica.

Michele Prospero sul Riformista di oggi parla con autentico entusiasmo di «Rinascimento Marx», e lamenta che «solo in Italia è chiuso a chiave in soffitta»:«Il settimanale di Amburgo ricorda come persino Ray Dalio, fondatore del più grande hedge fund al mondo, dinanzi alle ripetute crisi e agli squilibri della distribuzione, rilegga Das Kapital preferendolo alle apologie inservibili del Wall Street Journal. Anche tra i vertici della cultura ufficiale le metafore marxiane circolano tranquillamente per denunciare i fondamenti dell’attuale assetto sociale. […] C’è persino il disincanto del finanziere miliardario che percepisce che il sistema così com’è non funziona più. La globalizzazione senza regole si è arenata e sollecita, anche per un Paperone da prime posizioni di Forbes, una politica che sappia governare le contraddizioni del meccanismo inceppato e delineare le forme di un capitalismo sostenibile [sic!]. Si tratta, peraltro, di riflessioni critiche che nascono nel cuore stesso del capitalismo più avanzato, non tra i perdenti della globalizzazione liberista, e denunciano non solo gli eccessi della finanza speculativa, ma smascherano i costi della crescita illimitata, contrapponendo alla centralità dell’azionista i bisogni della società. […] La riflessione riportata da Der Spiegel non solo trascura la capacità del mercato di rendere produttiva la crisi, ma, oscurando il soggetto del conflitto, rende friabile il terreno per la ricerca di altri beni (beni pubblici) e dei valori d’uso, sottovalutando il peso della cura della persona, della partecipazione (politica e sociale), della formazione continua e dell’istruzione. Merito indiscutibile del settimanale di Amburgo è quello di aver comunque invitato di nuovo Marx a scendere dalla soffitta. Le sue pagine sono ancora un’indispensabile lente per indagare le contraddizioni del presente».

Indagare in vista di che cosa? Di un capitalismo “dal volto umano” ed “ecologicamente sostenibile”? E se lo spettro di Marx si rifiutasse di collaborare in qualsiasi modo alla salvezza della società capitalistica? «Ma sì: lasciatemi in soffitta ancora un po’!». D’altra parte un perdente della globalizzazione capitalistica (non semplicemente «liberista») come chi scrive non può certo parlare in nome di chicchessia, tanto meno in nome di Marx – il quale com’è noto disse una volta di non avere nulla a che con il “marxismo” e i “marxisti”, esattamente come il sottoscritto!

NON CI SONO PIÙ LE CLASSI DI UNA VOLTA!

LAVORO POVERO E MISERIA CRESCENTE

ANDIAMOCI PIANO!

C’È DISAGIO E DISAGIO! Alcune riflessioni sulla Teoria della classe disagiata.

Dialettica del dominio capitalistico

IL CAPITALE È VIOLENZA SOCIALE ORGANIZZATA

Il capitale è violenza sociale organizzata (K. Marx).

Il 2022 ha visto una straordinaria accelerazione nella corsa al riarmo dei più importanti Paesi del mondo: dalla Cina agli Stati Uniti, dal Giappone alla Germania è tutta una gara a chi investe di più in sistemi d’arma sempre più “intelligenti” e micidiali. Ma anche l’Italia, “nel suo piccolo”, fa la sua parte, e non sfigura affatto. «La corsa al riarmo vede protagonista l’Italia e Leonardo diventa il primo produttore di armi dell’Unione Europa. Mentre il governo Meloni si impegna a rifornire Kiev di nuovi approvvigionamenti bellici nel corso del 2023, apprendiamo oggi che l’italianissima Leonardo ha scalato le posizioni della classifica mondiale delle vendite di armi, diventando il primo produttore di tutta l’Unione Europea. Raggiunge il 12esimo posto della classifica mondiale e realizza vendite record del valore di 14 miliardi di euro solo nel corso del 2021. E il business è in crescita. I dati del bilancio approvato lo scorso anno rilevano per l’Italia un aumento del 3,4% delle spese militari rispetto al 2021. Ma le cifre di questo 2022 potrebbero rivelarsi di gran lunga più alte. Anche il governo Meloni è intenzionato a prendere parte alla corsa al riarmo che sta interessando la maggior parte del pianeta. Secondo Avvenire nel 2028 le spese militari raggiungeranno quota 104 milioni di euro al giorno» (Tag24.it). Solo gli sciocchi, pardon: gli ingenui, possono porre su questo terreno (come sugli altri strategicamente decisivi per questo Paese) la differenza tra governi di “centro-sinistra” e governi di “destra-centro”.   

La logica della guerra, che ha nel gigantesco apparato militare-industriale di tutti i Paesi del mondo la sua più genuina (capitalistica) espressione, ha un’esauriente spiegazione nella logica del Capitale: volere eliminare la prima senza eliminare la seconda (con il superamento del suo fondamento materiale: il rapporto sociale capitalistico di produzione, anche della vita degli individui), significa non comprendere l’essenziale della società che gentilmente ci “ospita”.

Qui di seguito cercherò di fornire una chiave di lettura politica, non geopolitica, della guerra che dal 24 febbraio dell’anno appena trascorso genera ogni giorno in Ucraina sofferenze d’ogni genere, distruzione e morte.

ANCORA TU!

Per Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova, «La situazione Covid-19 in Cina rischia di rappresentare una futura bomba biologica. Anziché tacere per sempre, visto che per loro la Cina rappresenta una vera tomba e le loro teorie si sono dimostrate false e infondate, i no vax hanno ripreso a mistificare. Che pena». Ci risiamo? Che disgrazia!

Sembrava che almeno dalle nostre parti, in Occidente, ci fossimo lasciati dietro le spalle definitivamente l’incubo pandemico, con annessa “guerra ideologica” fra No Vax e Sì Vax, così da poter gustare come si deve l’incubo bellico. Dalla “guerra al virus” siamo infatti passati senza soluzione di continuità alla guerra all’uomo. Alludo ovviamente alla guerra in corso in Ucraina come parte di un conflitto sistemico (imperialistico) assai più ampio. A differenza di molti politici e intellettuali, personalmente ho sempre trovato azzeccata, per così dire, la metafora bellica applicata alla politica antipandemica, ma in un senso affatto peculiare: essa rinvia alla guerra esistenziale che questa Società-Mondo conduce tutti i giorni contro l’umanità, in generale, e contro le classi subalterne, in particolare. Senza dimenticare poi il trattamento particolarissimo che la nostra società riserva alla natura, considerata perlopiù una risorsa da sfruttare nel modo più profittevole possibile. Com’è prezioso il “capitale-natura”! Anche se ovviamente il “capitale umano” non ha paragoni quanto a importanza nel processo di produzione della ricchezza sociale nella sua odierna forma capitalistica. per dirla con il solito Marx, «Il capitale è violenza sociale organizzata».

Il concetto di Società-Mondo intende infatti esprimere la realtà del dominio planetario dei rapporti sociali capitalistici, realtà che invita a collocare la crisi pandemica nel giusto contesto sociale e geosociale: oggi come ieri non ha alcun senso, ad esempio, parlare di “virus cinese”, perché le cause che hanno generato la pandemia associata al Coronavirus e i suoi effetti sui singolo Paesi hanno appunto una dimensione mondiale e una precisa matrice sociale. Sono gli interessi economici che spingono lo Stato a ridurre al minimo indispensabile gli investimenti che non generano profitto, né nell’immediato né nel lungo periodo, e questo spiega, ad esempio, le “magagne” che osserviamo sempre di nuovo nel sistema sanitario pubblico – pagato, è bene ricordarlo, dai “contribuenti”: nessun pasto è gratuito nel capitalismo! Più che di Stato assistenziale dovremmo piuttosto parlare di Stato assistito dai contribuenti con tasse e balzelli di vario genere. Per non parlare della delocalizzazione della produzione dei più elementari presidi medico-sanitari (mascherine, guanti, ecc.) nei Paesi che possono produrli a minor costo e che ha determinato all’inizio della prima ondata pandemica una loro drammatica penuria in Italia e non solo. Questo per fare due soli esempi. Sulle molteplici cause che hanno scatenato la crisi sociale capitalistica mondiale chiamata pandemia ho cercato di dar conto nei miei diversi post dedicati alla questione pubblicati a partire dal 5 febbraio 2020. Li ho raccolti in questo post: Il virus e la nudità del dominio (2020/2022).

Fa poi particolarmente ridere chi “a destra” parla di «virus comunista» e chiama in causa il «comunismo»  come ideologia repressiva e mortifera (1): come se il regime cinese avesse qualcosa a che fare, anche alla lontana, con il comunismo! Come ho scritto altrove (e piuttosto spesso), da Mao Tse-tung a Xi Jinping la storia della Cina moderna appartiene al Libro nero del capitalismo. Ma i “destri”, che ovviamente hanno tutto l’interesse a dar credito alla ciclopica menzogna del “comunismo” cinese (come ieri lo avevano a proposito del “comunismo” russo), sono ben poca cosa, quanto a sostanza escrementizia, rispetto ai tifosi del capitalismo con caratteristiche cinesi che in queste ore stanno cercando di salvare il prestigio del Celeste Imperialismo, il quale oggi deve fare i conti con non pochi problemi sociali che ne incrinano la credibilità anche agli occhi dell’opinione pubblica internazionale (2).

Intanto il Partito Capitalista Cinese fa sapere che il regime reagirà con forza al malevole tentativo di «un piccolo numero di Paesi e regioni, come Usa e Giappone, che vede la riapertura della Cina come un’altra possibilità per diffamare Pechino. Su tratta di uno sporco trucco politico per sabotare i 3 anni di sforzi cinesi nella lotta al Covid e per attaccare il sistema»(Global Times). I nemici della Cina fanno invece intendere che Pechino potrebbe usare il contagio come arma non convenzionale per «attacchi ibridi», come altri «Stati canaglia» hanno usato e usano i migranti per destabilizzare l’economia e la società dei Paesi occidentali. come sappiamo, la competizione interimperialistica non è un pranzo di gala.

Il regime cinese ha avuto tre anni di strategia Zero-Covid per preparare le condizioni di un’uscita graduale del Paese dallo stato di emergenza antipandemico, per irrobustire le sue strutture sanitarie e sviluppare farmaci adeguati, ma evidentemente la propagandata superiorità del «socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era» sull’Occidente, che proprio dalla crisi sanitaria mondiale avrebbe dovuto ricevere la sua definitiva sanzione, aveva i piedi d’argilla. Spettacolare poi è stato il cambio di narrazione sul Coronavirus, che da minaccia letale e imminente che giustificava i durissimi lockdown imposti con ottuso rigore alla gente dalle autorità centrali e periferiche, è diventato nel giro di qualche ora un problema non poi così grave e comunque gestibile senza ricorrere allo stato di eccezione sanitario permanente. E non è affatto detto che non si ritorni nel giro di qualche ora al vecchio regime antipandemico. Sempre per il bene supremo del popolo cinese, inutile dirlo.

 

(1) «Sono passati quarant’anni dalla tragedia nucleare di Chernobyl, e la cosa si ripete con il Covid, tragedia innescata e sfuggita di mano non per colpa di un virus ma di un paese comunista, la Cina, che sarà anche il più grande e potente al mondo ma che purtroppo comunista resta» (A. Sallusti, Libero Quotidiano).

(2) Il Carissimo Leader centuplica i suoi sforzi propagandistici: «In occasione del 70esimo anniversario della nascita del Movimento Sanitario Patriottico, il Segretario generale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, capo di Stato e Presidente della Commissione Militare Centrale, Xi Jinping, ha fornito indicazioni importanti, dichiarando che negli ultimi 7 decenni, sotto la leadership del PCC, il Movimento Sanitario Patriottico ha continuato a mettere al centro la salute del popolo e a dare importanza alla prevenzione. Il movimento ha svolto un ruolo importante nel cambiare in meglio la situazione sanitaria delle zone urbane e rurali, nel fornire una risposta efficace alle principali malattie infettive e nell’elevare il livello di governance della salute sociale. Xi Jinping ha espresso la speranza che i compagni nel fronte sanitario patriottico di tutta la Cina continuino ad aderire alle intenzioni originali e missione, ereditino e sviluppino le buone tradizioni, arricchiscano la connotazione del lavoro, innovino metodi di lavoro per offrire un nuovo contributo all’edificazione di una “Cina in Salute”» (Quotidiano del Popolo Online, 27/12/2022). L’amore per il popolo esibito dal Partito-Regime è davvero commovente! Purché, beninteso, sia un popolo devoto al Celeste Leviatano. Ma questo vale per tutti i Paesi del mondo: internazionalisti proletari siamo!

NON CI SONO PIÙ LE CLASSI DI UNA VOLTA!

Per il filosofo e già eurodeputato del Pci Biagio de Giovanni, «Con la caduta del muro di Berlino e soprattutto dopo la fine dell’Unione Sovietica il Pci non aveva più ragione di esistere, la sua origine derivava dall’accettazione del 1917» (1). Che faccio, rido? Come se il Pci, da Togliatti a Occhetto, avesse avuto anche solo lontanamente a che fare con la Rivoluzione d’Ottobre! Ovviamente sempre al netto di una fraseologia pseudo comunista sempre più vuota e mistificatrice.  Semmai i presupposti storici e politici di quel partito vanno ricercati nella negazione del 1917, ossia nella controrivoluzione stalinista che spazzò via la breve ma eccezionale esperienza sovietica, espressione di un processo rivoluzionario di respiro internazionale. Già il partito diretto da Gramsci (1925/26) si orientò nella direzione imposta da Mosca, allentando i suoi legami con l’organizzazione politica nata nel 1921 a Livorno (2). Com’è noto il “compagno Ercoli”, cioè Palmiro Togliatti, fu uno degli esponenti di punta dei Guardiani della controrivoluzione che trasformarono il movimento comunista internazionale in uno strumento al servizio dello Stato russo, motore dell’accumulazione capitalistica a tappe forzate in Unione Sovietica. Il Pci di cui parla il nostro filoso ha insomma molto a che con il Muro di Berlino e niente a che fare (se non in termini negativi) con il 1917.

Ma non è questo il punto che intendo mettere brevemente a fuoco.

De Giovanni sostiene di non aver mai condiviso la genesi che portò nel 2007 alla formazione del Partito Democratico attraverso l’artificiale accorpamento di «due culture sconfitte» dalla storia (quella “comunista” e quella democristiana), soprattutto perché questo partito lasciò sopravvivere al suo interno la tradizionale – e fallimentare – impostazione politico-ideologica della “sinistra”, la quale ebbe un senso, sebbene declinante, nella Prima Repubblica. «Da allora a oggi abbiamo assistito al totale mutamento della struttura della società. C’è ancora qualcuno che parla di movimento operaio? Non c’è più la grande fabbrica, il compromesso tra capitalismo e democrazia che avveniva all’interno degli strati sociali. Adesso il capitale finanziario gira libero per il mondo. Così si spiega anche la labilità del voto, con repentini aumenti e cali di consenso dei partiti. Viviamo in una società destrutturata, non ci sono più le classi, non c’è più il lavoro organizzato e i sindacati». Non ci sono più le classi? Per rispondere a questa domanda occorre chiarire in che senso è corretto parlare di classe sociale. Cercherò brevemente di concettualizzare la classe in riferimento a) al rapporto Capitale-Lavoro, b) al processo di produzione della ricchezza sociale e c) all’orientamento ideologico e politico degli strati sociali. Intanto osservo che, com’è noto ormai da un secolo, il dominio del capitale finanziario nella sfera economico-sociale caratterizza l’epoca imperialistica – che va infatti concettualizzata in primo luogo sulla base dei processi economici, compreso il loro fondamento tecnologico e scientifico.

Parliamo di classe in senso sociologico ed economico: è corretto parlare, in questa peculiare accezione, di classe sociale in riferimento alla massa dei nullatenenti, dei senza riserve (leggi: senza capitali), ossia di chi per vivere deve con assoluta necessità vendere sul mercato una qualche capacità lavorativa? Credo di sì. All’interno di questa massa (o classe) è poi possibile individuare lo strato sociale senza il cui lavoro non è possibile, letteralmente, l’esistenza fisica degli individui e, quindi, della società: alludo ovviamente ai produttori delle merci (dalla più sofisticata alla più rozza, dai computer alle materie prime, dalle automobili ai generi alimentari) e a chi rende possibile la loro circolazione su scala nazionale (locale) e mondiale (globale). Si tratta dei lavoratori dell’industria propriamente detta e della logistica. Scriveva Marx nel 1868: «Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa» (3). Questi lavoratori occupano un posizione particolarmente importante, sotto tutti i punti di vista, nel seno della massa (o classe) dei senza riserve. Quando parlo di senza riserve o nullatenenti alludo naturalmente a chi non ha la disponibilità di capitali da investire nella produzione delle merci e dei servizi di cui ha bisogno per vivere, e che appunto per questo è costretto a lavorare “sotto padrone”, come si dice. Essere proprietari di una casa, tanto per fare un esempio tipicamente italiano, non emancipa in alcun modo dalla condizione di salariato o di stipendiato. Questa società agevola, tutte le volte che può, l’acquisto di una casa da parte degli strati sociali inferiori per farne dei cittadini “responsabili”, seri, con la testa sulle spalle (e piena di luoghi comuni socialmente corretti), dei cittadini insomma socialmente abili e produttivi. «Pensa al mutuo da pagare e alla famiglia da mantenere, prima di “fare il rivoluzionario”!»: il messaggio arriva puntuale, forte e chiaro, alle orecchie dei lavoratori-consumatori-utenti-contribuenti-genitori.     

Il fatto che questa massa (o classe) di lavoratori (“manuali”, “intellettuali” e di qualsivoglia altra specie) sia al suo interno sempre più stratificata sotto diversi e importanti aspetti (economici, culturali, psicologici e così via) non fa venire meno la sua polarità economico-sociale con la classe (numericamente assai meno numerosa della prima) dei capitalisti, piccoli, medi o grandi (Stato compreso, eventualmente) che siano. Per dirla con Marx, a un polo chi è sfruttato (o impiegato) a qualsiasi titolo dal capitale, al polo opposto chi sfrutta (o impiega) lavoro per trarne un profitto. I processi di centralizzazione e di concentrazione capitalistica, che nel XXI secolo fanno impallidire quelli analizzati (e compresi nel loro vero significato) da Marx (4), hanno portato questa polarizzazione sociale (classista) a vette davvero vertiginose. «Dire che gli interessi del capitale e gli interessi dell’operaio sono gli stessi, significa soltanto che il capitale e il lavoro salariato sono due termini di uno stesso rapporto. L’uno condiziona l’altro, allo stesso modo che si condizionano a vicenda lo strozzino e il dissipatore. Sino a tanto che l’operaio salariato è operaio salariato, la sua sorte dipende dal capitale. Questa è la tanto rinomata comunità di interessi fra operaio e capitalista» (5). Marx ci invita a guardare il rapporto Capitale-Lavoro da una prospettiva che consente di coglierne la reale natura sociale: non è il “datore di lavoro” che, nella sua infinità umanità, permette la vita dei lavoratori dando loro del lavoro, ma è piuttosto attraverso lo sfruttamento dei lavoratori che il “datore di lavoro” prospera e si concede il lusso di essere “filantropico”. Di qui la necessità, per chi vive di lavoro, di farla finita con il sistema del lavoro salariato.

Semmai la complessa struttura della massa (o classe) dei lavoratori sfruttati nelle imprese industriali, nella logistica, nei servizi, negli uffici di qualsiasi tipo gioca un ruolo molto importante sul terreno della dialettica politica, perché il peso dello sfruttamento capitalistico non pesa allo stesso modo su tutte le componenti di questo “aggregato sociale”, e su questa realtà hanno fatto sempre leva le classi dominanti per seminare zizzania all’interno delle classi subalterne, la cui “aristocrazia” si sente attratta in modo irresistibile dal modo di vivere e di pensare dei “ricchi”. Storicamente questa “aristocrazia”, il cui peso dipende dalla struttura economica della società (capitalismo avanzato, capitalismo arretrato) e dal ciclo economico (espansione, crisi economica), realizza la base sociale del riformismo – anche se la paura di precipitare più in basso nella scala sociale spesso li orienta verso movimenti politici di “destra”. Qui siamo al confine con le cosiddette classi medie, il cui reddito spesso deriva da attività assimilabili a quelle remunerate con salari o stipendi.

Anche ai tempi di Marx era presente la tendenza del processo sociale a dividere i lavoratori e a trasformare una parte di loro in individui interessati «a mantenere la situazione esistente». Un solo esempio: «Una delle proposte più in voga è quella delle casse di risparmio. Lo scopo sarebbe questo: che gli operai, grazie alla loro previdenza ed alla loro astuzia, riescano a compensare i cattivi tempi con quelli buoni. […] L’operaio deve così trasformarsi in una macchina calcolatrice borghese che fa della spilorceria un sistema ed attribuisce carattere immutabile, conservatore alla meschinità. A parte ciò, il sistema delle casse di risparmio è […] un sistema di dispotismo: la cassa di risparmio è la catena d’oro alla quale il governo lega una grossa parte della classe operaia. Perciò essi non hanno soltanto interesse a mantenere la situazione esistente. Si ha non soltanto una scissione tra quella parte della classe operaia interessata alle casse di risparmio, e quella che non vi è interessata. Gli operai forniscono così al loro stesso nemico le armi con le quali egli potrà conservare l’esistente organizzazione della società che li opprime» (6).  Per non parlare delle briciole aggiuntive che cadevano sulla magra mensa della classe operaia inglese in virtù dello sfruttamento capitalistico dei Paesi assoggettati al colonialismo britannico. Soprattutto Engels rifletté sulla mentalità reazionaria che la partecipazione ai sovrapprofitti di natura coloniale induceva nella classe operaia britannica, una mentalità che le Trade Unions non erano attrezzate a combattere sul piano politico né mostravano di volerlo fare sul piano della prassi sindacale, peraltro sempre più incline all’economicismo e al corporativismo.

Il concetto marxiano di «catena d’oro» si può apprezzare meglio in tutta la sua estensione concettuale proprio ai nostri tempi. La produzione di massa nella società capitalisticamente avanzata dà anche ai nullatenenti la sensazione di avere molto da perdere in caso di crollo di questa società, smentendo la nota sentenza di Marx ed Engels secondo la quale «il proletariato non ha niente da perdere, se non le proprie catene». Il Capitale ha cercato di dare anche agli “ultimi” qualcosa da perdere (una casa, un’automobile, le vacanze, il sogno di vincere alla lotteria la propria emancipazione economica), affinché l’essenziale, le catene, rimanessero celate sotto il velo della “prosperità universale”. La crisi economica giunge poi a smentire queste illusioni che giocano un importantissimo ruolo sul terreno della lotta politica e del conflitto sociale. Ma la direzione politica che prende la disillusione dei rovinati dalla crisi è tutt’altro che scontata.

Il consumismo come ideologia e religione dei nostri capitalistici tempi «è l’oppio del popolo. Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale. […] La critica ha strappato dalla catena i fiori immaginari, non perché l’uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi» (7). Detto altrimenti, non è con prediche moralistiche di stampo piccolo borghese sul consumismo come pratica alienante e reificante che emancipiamo l’umanità dalla schiavitù della mercificazione universale: se non vuoi quella pratica disumana e disumanizzante non devi volere il capitalismo!

Per Marx è lo stesso sviluppo capitalistico che crea le condizioni per lo sviluppo di strati sociali capitalisticamente improduttivi che traggono nutrimento dalle attività sorte per permettere la conservazione della società capitalistica complessivamente considerata. È sulla smisurata crescita della ricchezza sociale nella sua attuale forma capitalistica che si erge infatti il gigantesco edificio del lavoro improduttivo, dei ceti parassitari e delle attività commerciali e finanziarie puramente speculative.

È alla luce della dinamica sociale qui semplicemente abbozzata a grandi – e rozze, mi rendo conto – linee che occorre considerare il «compromesso tra capitalismo e democrazia» di cui parla de Giovanni. C’è anche da dire, a proposito  del – presunto – «compromesso tra capitalismo e democrazia» che quest’ultima è in realtà una delle diverse forme che può assumere la dittatura dei rapporti sociali capitalistici, fondamento materiale del totalitarismo capitalistico che domina in tutti i Paesi del mondo (dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Europa all’Africa), a prescindere dal loro assetto politico-istituzionale. In quel «compromesso» giustamente de Giovanni colloca, accanto al Pci, al Psi e alla DC, il sindacalismo collaborazionista della famigerata triplice sindacale.

Da un punto di vista sociologico-economico costatiamo dunque l’esistenza della grande classe di chi investe il proprio “capitale umano”, che vende cioè una capacità lavorativa di qualche tipo per averne in cambio un salario, uno stipendio, una qualsiasi forma di remunerazione; e l’esistenza della classe che investe capitali in una qualsiasi attività economica (industriale, commerciale, terziaria, finanziaria, “informale”) per ricavarne dei profitti. A causa soprattutto della divisione sociale del lavoro, la prima classe è estremamente composita sia in termini “materiali” (livello di reddito) che “immateriali” (culturali, ideologici, psicologici, ecc.). Abbiamo individuato all’interno di questa macro-classe, per così dire, lo strato sociale di gran lunga più importante, in termini sociali e politici, per la sua collocazione nel processo di produzione della vita materiale degli individui: i lavoratori capitalisticamente produttivi – nell’accezione smithiana e marxiana del concetto: è lavoratore produttivo chi produce plusvalore, materia prima di ogni forma di profitto e di rendita. In questo senso peculiare sarebbe riduttivo definire questo strato sociale una sotto-classe, mentre in realtà ha tutte le caratteristiche di una classe nel senso economico e sociologico della parola. Ma lo ha anche in un’accezione squisitamente politica?

Intanto abbiamo visto come la divisione in classi sociali degli individui sia una tragica e disumana realtà con la quale il pensiero che vuole essere davvero critico deve misurarsi, oggi come e più di ieri, senza aver paura di diventare conseguente sul piano delle scelte politiche.

Scrive Peter L. Berger: «La categoria di “classe”, centrale alla maggior parte delle teorie sulla stratificazione almeno da Marx in poi, è qui intesa come una categoria di stratificazione ma nient’affatto come l’unica; quindi, quando si parla di un “sistema di classe” ci si riferisce a uno specifico modello di stratificazione che si può differenziare da altri modelli» (8). Per Berger il «sistema di classe» è dunque un mero modello sociologico utile a dar conto della società empiricamente concepita come possono esserlo altri modelli. Ma se si slega il concetto di classe dal peculiare rapporto sociale dominante in una determinata epoca storica quel concetto perde il contenuto storico, sociale e politico che gli dà un reale significato, e diventa una cadaverica (e molto triste!) categoria priva di una significativa pregnanza concettuale, che è poi l’obiettivo che ha in testa il sociologo austriaco. Per lui scrivere ad esempio che «una società di classe è quella in cui la forma dominante di stratificazione è la classe», non implica affatto un giudizio politico ed etico sulla società capitalistica, ma ha il significato di una mera definizione “scientifica”, e per ciò stesso “avalutativa” sul piano politico, etico e quant’altro. «Le scienze sociali non possono fornire giudizi morali»: si capisce! Non sorprende, dunque, che a Berger Marx appaia, “scientificamente” parlando, un ciarlatano, autore di una teoria della società che «la storia del capitalismo si è incaricata di mostrare falsa», anche e soprattutto «in considerazione del posto centrale che in essa occupa la teoria dell’impoverimento» (9). E qui fa capolino la solita banale trivialità sul Marx teorico dell’impoverimento assoluto e inevitabile delle classi lavoratrici, una concezione “pauperista” che egli ha sempre combattuto: ma per saperlo bisogna intanto leggere le sue opere (non quelle dei suoi epigoni), e poi magari comprenderle.

«Il capitalismo è la maggior forza rivoluzionaria del mondo moderno», ebbe a dire una volta Milton Friedman – con qualche decennio di ritardo su Marx. È una vitale necessità per il capitale quella di rivoluzionare sempre di nuovo la base tecnologica e l’organizzazione del processo produttivo di “beni e servizi”, cosa che attraverso una serie di complesse mediazioni determina anche il rivoluzionamento della società capitalistica colta nella sua compatta totalità. Questo fenomeno spesso genera nel soggetto che non ha profondità critica né reali capacità dialettiche due opposte impressioni: una lo convince circa la scomparsa delle classi sociali, in particolare della classe operaia; l’altra lo assicura invece della nascita dell’ennesima “nuova classe rivoluzionaria”. Naturalmente lo sviluppo di queste due suggestioni dipende dall’inclinazione politica del soggetto, ma in ogni caso si tratta di due facce della stessa medaglia. La verità è che le classi sociali non sono – ovviamente – scomparse e che solo a determinate condizioni, tutt’altro che scontate o deterministicamente prevedibili, la classe subalterna “diventa” rivoluzionaria. Chi scrive offre il suo modestissimo contributo al tentativo di non rimanere impigliati nella complessa e intricatissima trama del processo sociale. Sforzo che, beninteso, lo riguarda in prima persona.

«C’è ancora qualcuno che parla di movimento operaio?» si chiede (forse sconsolato) de Giovanni. Ma chi ne dovrebbe parlare, e soprattutto in quali termini: questo è il vero problema che ha un senso per chi si muove sul terreno dell’anticapitalismo radicale – e chi scrive non riesce a concepire un anticapitalismo che non sia radicale, che non afferri cioè la sostanza del problema: il rapporto sociale capitalistico di produzione della ricchezza sociale.

Il concetto marxiano di classe ha una natura eminentemente – non esclusivamente – politica e non meramente sociologica o economicista. Marx giunge al punto di affermare che non esiste classe dei lavoratori senza la loro costituzione in partito politico, senza cioè che essi prendano coscienza della loro posizione nella società capitalistica e della loro “missione storica”: il superamento della società classista. Emancipando se stesso il proletariato emancipa l’intera umanità: questa eccezionale (rivoluzionaria) potenzialità dai caratteri universali rappresenta il potente magnete politico, ideale ed etico in grado di attrarre tutti gli individui più umanamente sensibili della società, a prescindere dalla loro provenienza sociale – com’è noto, né Marx né Engels nacquero proletari né lo diventarono.  

Per Marx «La classe operaia o è rivoluzionaria o non è niente», come ebbe a scrivere a Johann Baptist von Schweitzer il 13 febbraio 1865 . «Il grande compito della classe operaia è diventato la conquista del potere politico. La classe operaia possiede un elemento di successo, il numero; ma i numeri pesano sulla bilancia solo quando sono uniti dall’organizzazione e guidati dalla conoscenza» (10). Qui per conoscenza Marx intende ciò che di solito i “marxisti” chiamano coscienza di classe, il cui concetto abbiamo ricordato appena sopra. Per il comunista di Treviri i comunisti devono naturalmente contribuire allo sviluppo di questa coscienza, favorendola in ogni modo, ma non possono in alcun modo surrogarne la mancanza, trasformandosi essi stessi nella testa di un proletariato altrimenti acefalo. Credo che la concezione dell’organizzazione comunista come testa pensante di un proletariato altrimenti e necessariamente privo di coscienza rivoluzionaria non abbia nulla a che fare con Marx, e in ogni caso personalmente la respingo come non feconda e anzi oltremodo deleteria perché non promuove il «costituirsi del proletariato in classe autonoma, e quindi in partito politico», e riproduce la maledetta logica della delega.

L’emancipazione del proletariato deve essere opera dello stesso proletariato, dice Marx. Scriveva Engels ad August Bebel nel 1879: «Dalla fondazione dell’Internazionale, il nostro grido di battaglia è: l’emancipazione dei lavoratori non può che essere il compito dei lavoratori stessi. Non possiamo semplicemente lavorare con persone che dicono apertamente che i lavoratori non sono sufficientemente educati per essere in grado di liberarsi e che per questo motivo devono essere liberati dall’alto, dalla borghesia filantropica». La rivoluzione sociale inizia quando i lavoratori si liberano dalla tutela della «borghesia filantropica»: «Grazie mille, ma adesso ci pensiamo noi». Per dirla con il Moro di Treviri, il movimento operaio o è rivoluzionario o non esiste come movimento autonomo dei lavoratori. In questo peculiare senso non è affatto sbagliato dire che il movimento operaio oggi non esiste. Ancora Marx: «Alla violenza complessiva delle classi dominanti la classe operaia si può opporre solo in quanto classe, costituendosi in partito politico autonomo, in contrapposizione a tutte le formazioni politiche delle classi dominanti. La costituzione della classe operaia in partito politico è necessaria per il trionfo della rivoluzione sociale e del suo fine ultimo, l’eliminazione delle classi» (11). Per Marx ed Engels solo emancipandosi dall’ideologia dominante il proletariato «non pone più il piede sul teatro della storia come corteo dipendente, ma come potenza indipendente, cosciente delle proprie responsabilità» (12): ossia come classe per sé, come partito politico.

Trovo ancora di grandissima attualità, mutatis mutandis, queste tesi marxiane ed engelsiane: si tratta piuttosto di capire come esse possano venir “declinate” concettualmente e praticate politicamente ai nostri tempi, non ai tempi di Marx e di Engels, o di qualche altro grande rivoluzionario del passato – e quindi non sto parlando dei figli e dei nipoti dello stalinismo, i quali appartengono al mondo della controrivoluzione, non certo a quello della rivoluzione sociale, anche di quella solo pensata o sognata. Il tutto senza dimenticare di “applicare” a questo fecondo sforzo di pensiero il metodo storico-dialettico che respinge ogni tipo di meccanicismo e di dogmatismo. «Non è nel passato ma solo nell’avvenire che la Rivoluzionesociale del [XXI] secolo potràtrovare la fonte della sua poesia. Non potràiniziare da se stessa prima di essersi liberatada ogni credenza superstiziosa nel passato» (13). Diciamo che il presente non ispira molto ottimismo, ed è forse per questo che siamo così affezionati alle vecchie poesie.

(1) Intervista rilasciata al quotidiano Il Dubbio, 24/12/2022.

(2) «Il linguaggio, che riecheggia quello dell’apparato staliniano che in quegli stessi mesi [1925/26] sta preparando il terreno per il XIV Congresso del partito che ormai controlla, corrisponde a un nuovo concetto per il quale i dirigenti in carica si identificano col partito. […] Dunque, da nemico della Centrale, cioè del partito, l’oppositore [l’antistalinista] è già trasformato in “agente provocatore”. E alle parole seguono i provvedimenti disciplinari: nel giugno Ugo Girone viene espulso. […] Nello stesso mese di luglio Terracini viene arrestato, ma in agosto Togliatti, scarcerato per amnistia, torna a fianco di Gramsci per dirigere con lui la battaglia contro le superstiti velleità bordighiane. […] Alla presunta ragione che la Russia conferiva all’argomentazione di Gramsci, la grande maggioranza dello stato dirigente del Pci sacrificò il principio dell’esame critico, tollerando le falsificazioni e le sopraffazioni» (G. Galli, Storia del PCI, pp. 112-118, Bompiani, 1976).

(3) Lettera di Marx a L. Kugelmann dell’11/7/1868, in Marx-Engels,  Lettere sul Capitale, p. 119, Laterza, 1971.

4) Per Marx si concentrano mezzi di produzione in imprese sempre più grandi e si centralizzano vecchi e nuovi capitali nelle mani di pochi agenti capitalistici – Stato compreso. Si tratta di due processi economico-sociali intimamente connessi fra loro. Vedi il Capitale, I, Capitolo 23, La legge generale dell’accumulazione capitalistica, p. 671, Editori Riuniti, 1980.

(5) K. Marx, Lavoro salariato e capitale,  1849, p. 60, Newton C. Ed., 1978.

(6) K. Marx, Appunti sul salario, 1847, Appendice a Lavoro salariato e capitale,  1849, pp. 98-99, Newton C. Ed., 1978.

(7) K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, 1843-1844, p. 162, Editori Riuniti, 1983.

(8) P. L. Berger, La rivoluzione capitalistica, 1986, p. 91, Sugarco 1991.

(9) Ibid., p. 77.

(10) K. Marx, Indirizzo inaugurale dell’Associazione internazionale dei lavoratori, 1864, in K. Marx – F. Engels, Opere scelte, p. 755, Editori Riuniti, 1966.

(11) K. Marx, Decisioni della Conferenza dei delegati dell’Associazione internazionale dei lavoratori, in Marx-Engels, I sindacati dei lavoratori, p. 121-122, Savelli, 1975.

(12) K. Marx,  Indirizzo del Consiglio generale dell’internazionale, 11 maggio 1869, in Storia del marxismo, II, p. 901, 1979.

(13) K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, p. 176, Einaudi, 1976. «Per prendere coscienza del proprio contenuto, la rivoluzione del secolo [XXI] deve lasciare che i morti seppelliscano i loro morti. Prima la frase sopraffaceva il contenuto, ora il contenuto trionfa sulla frase» (Ivi). Ecco perché non ho mai dato alcun credito alla fraseologia “rivoluzionaria” e uso con grande parsimonia parole come “comunismo”, “rivoluzione”, “marxismo”: ciò che conta è il concetto, non la parola chiamata ad esprimerlo.

LAVORO POVERO E MISERIA CRESCENTE

ANDIAMOCI PIANO!

C’È DISAGIO E DISAGIO! Alcune riflessioni sulla Teoria della classe disagiata.

Dialettica del dominio capitalistico