Informazioni su sebastianoisaia

Sebastiano Isaia (Catania, 1962) è uno studioso del pensiero critico economico e sociale. Devoto a Karl Marx e al materialismo dialettico, ritiene che il comunismo non sia mai stato realizzato in nessun luogo e in nessun tempo, dunque è acerrimo nemico di ogni marxismo (stalinismo, maoismo etc.). Influenzato da Adorno e Horkheimer, detesta Toni Negri e i teorici del “capitalismo cognitivo”. Non sa chi sia Naomi Klein ed è un polemista di vocazione. Un tempo è stato anche marinaio.

FASCISMO REALE, FASCISMO IMMAGINARIO, ANTIFASCISMO DI REGIME E ALTRO ANCORA

1. Antifascismo archeologico e violenza capitalistica

Al contrario di Pier Paolo Pasolini, non so dire con assoluta certezza se non si possa individuare in questo Paese agitato da una sguaiatissima competizione elettorale «nulla di peggio del fascismo degli antifascisti»; certo è che negli ultimi giorni il fascismo (o stalinismo: per me pari sono!) degli antifascisti ha risollevato la testa, complici non pochi episodi di odioso razzismo “fascio-leghista” che come non ultimo deleterio effetto hanno avuto appunto quello di riscaldare la rancida minestra dell’antifascismo di regime.

 Leggiamo per mera curiosità cosa scriveva Pasolini nel 1974, nei sui Scritti Corsari, a proposito degli antifascisti di professione: «Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà mai più. […] Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. Insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo». Il fascismo è «un fenomeno morto e sepolto»? Pur con qualche cautela, perché non bisogna sottovalutare ciò che il regime postfascista ha ereditato dal regime fascista (soprattutto per quanto riguarda la sfera giuridica e quella relativa al rapporto tra lo Stato e l’economia), tendo a condividere la tesi pasoliniana, almeno se per fascismo intendiamo l’esperienza storica che prese corpo in Italia negli anni Venti e che si esaurì negli anni Quaranta del secolo scorso come epilogo della Seconda macelleria mondiale definita dai vincitori Guerra di Liberazione. Se però riflettiamo sulla genesi sociale del fascismo, occorre dire che le cose cambiano, mentre corretto rimane a mio avviso il giudizio di Pasolini sull’archeologia antifascista.

Il fascismo nacque, infatti, come manganello politico che le classi dominanti usarono per schiacciare un movimento sociale radicalizzato che rischiava di trasformarsi in una vera e propria rivoluzione sociale di “stampo sovietico”. Almeno questa era l’intenzione dei “Rossi” («Fare come in Russia!») e la paura dei “Bianchi”, i quali con piacere videro entrare in scena i “Neri” guidati da un ex socialista, un tal Benito Mussolini. Insomma, il fascismo delle origini come “classico” strumento controrivoluzionario; strumento, occorre ricordarlo, che all’inizio, nella fase più acuta del conflitto sociale (nel cosiddetto Biennio Rosso ‘19-20) la classe dirigente del Paese usò non in alternativa alla democrazia liberale, ma in un mix molto intelligente di manganello e scheda elettorale. E qui non si può non ricordare la figura politica di Giolitti. Si può anzi dire che il manganello fascista si abbatté sulla testa di un proletariato già sfiancato e deluso dai riti della democrazia parlamentare e industriale. «In Italia», scriveva Otto Bauer nel 1936, «Giolitti ritenne di potersi servire del fascismo per intimorire, frenare, pacificare la classe operaia ribelle. Il fascismo si giustificava volentieri di fronte alla borghesia affermando di averla salvata dalla rivoluzione proletaria, dal “bolscevismo”. […] Ma in realtà esso non riportò la vittoria in un momento in cui la borghesia era minacciata dalla rivoluzione proletaria: il fascismo trionfò nel momento in cui il proletariato ormai era da tempo indebolito e ridotto sulla difensiva, nel momento in cui l’ondata rivoluzionaria era già defluita» (*). Il manganello fascista poi si autonomizzò per diventare regime, e questo fenomeno sorprese non pochi politici e intellettuali liberali che avevano creduto di poter mettere da parte Mussolini una volta che egli avesse completato il lavoro sporco per conto della Nazione. Ma non tutte le controrivoluzioni liberali riescono col buco!

Ho ricordato la genesi sociale del fascismo semplicemente per dire che mentre esso come esperienza storica peculiare e, ovviamente, come regime politico-istituzionale può effettivamente venir considerato alla stregua di un «fenomeno morto e sepolto», la funzione repressiva dei movimenti sociali che allora lo produsse è rimasta intonsa e vitale, e non importa la coloritura politico-ideologica che tale funzione viene ad assumere di volta in volta. Negli anni Settanta la distruzione dei movimenti sociali fu affidata soprattutto agli apparati repressivi dello Stato, con il pieno sostegno di tutti i partiti appartenenti a quello che allora si chiamava “arco costituzionale”, a cominciare dal PCI e dalla DC. Ricordo che nel 1977, anno di esordio politico di chi scrive, nei cortei gridavamo lo slogan “Fuori, fuori la nuova polizia!” tutte le volte che individuavamo tra le nostre fila i militanti del PCI e della CGIL. Alcuni compagni parlavano di democrazia fascista; molti altri denunciavano il «tradimento della Costituzione antifascista», mostrando in tal modo, come imparai qualche anno dopo, di non aver compreso il vero significato storico della Resistenza, che a tutti gli affetti, e al di là di episodi pur significativi ma del tutto marginali, venne a caratterizzarsi come continuazione della guerra imperialista sotto altre condizioni, quelle determinatisi con la caduta del Regime Fascista nell’estate del 1943, a seguito dei bombardamenti aerei angloamericani delle città italiane e dell’esito disastroso della guerra per l’esercito italiano. Negli anni Settanta il neofascismo ebbe uno scarsissimo ruolo nella repressione e nell’intimidazione dei movimenti antagonisti. Insomma, la democrazia capitalistica sa difendersi benissimo dai nemici dell’ordine costituito (e costituzionale) anche senza sguinzagliare le squadracce fasciste contro i “sovversivi”, e ciò in piena coerenza con la lettera e con lo spirito della Costituzione più bella del mondo.

2. Il fascismo degli antifascisti e il piagnisteo dei liberali

Spesso l’autoritarismo dell’antifascismo istituzionale non è meno reazionario e repressivo dell’autoritarismo del neofascismo conclamato e fiero di esserlo. Una prova? Eccola!

Due giorni fa Rocco Todero lanciava dalle pagine del Foglio un forte grido di dolore liberal democratico: «Come valutare l’ordinanza del Tar di Brescia che ha ritenuto legittimo il provvedimento del Comune di Brescia, che non si limita a vietare atti e comportamenti che possono ledere libertà e diritti altrui ma che prevede che “ai soggetti richiedenti la concessione di uno spazio pubblico per lo svolgimento della propria attività” sia richiesto di dichiarare di riconoscersi nei principi e nelle norme della Costituzione italiana e di ripudiare il fascismo e il nazismo? Intendiamoci: non si tratta di essere lassisti nei confronti di coloro che si ispirano a un pensiero radicalmente antitetico al liberalismo e alla democrazia. Si tratta, piuttosto, di vietarne le azioni e le condotte che concretamente sconfessano i presupposti del nostro vivere civile. Si tratta, al limite, di vietare le manifestazioni concrete del pensiero fascista e nazista (e siamo già ai confini dell’accettabile, ma passi pure). Ma ci si può spingere sino al punto di pretendere che lo stato possa imporre con la forza non già un’azione legittima (come è suo dovere) bensì un pensiero conforme a un’idea prestabilita e ritenuta l’unica passibile di dignità morale e che quel pensiero venga obtorto collo esternato, pena la limitazione di una libertà fondamentale? È legittima l’azione con la quale lo stato impone l’abiura ed entra nella coscienza individuale di ciascun essere umano per violentarla senza alcun riguardo? Esiste ancora la libertà, per esempio, di essere antifascista e di dichiarare di non volere moralmente aderire a tutte le norme della Costituzione, pur continuando a rispettarle con azioni e condotte concrete?».

Insomma, al netto dei piagnistei liberal democratici del giornalista che difende lo status quo sociale, alla luce dei passi citati possiamo senz’altro dire che si annunciano tempi duri (ancora più duri!) per gli anticapitalisti che non solo non si prostrano dinanzi alla Sacra Costituzione Capitalistica di questo Paese, ma che ne denunciano anzi la natura di classe, la sua ultrareazionaria funzione ideologica, il suo essere al servizio del vigente dominio sociale. E non so se scrivendo queste blasfeme parole, sono già passibile dell’occhiuta attenzione del compagno Ministro degli Interni Marco Minniti, degno erede dell’arco costituzionale di Pecchioli e Cossiga.

3. L’antifascismo di regime come «nuovo oppio dei popoli»?

In un articolo di qualche mese fa pubblicato sull’Independent, Slavoj Žižek caratterizzava l’antifascismo dei nostri tempi come un nuovo oppio dei popoli: «La formula di Marx di religione come l’oppio dei popoli ha bisogno oggi di un serio ripensamento. […] Trump negli Stati Uniti, Le Pen in Francia, Orban in Ungheria sono tutti demonizzati come il nuovo male verso il quale dovremmo unire tutta la nostra forza. Ogni minimo dubbio e riserva è immediatamente visto come un segno di segreta collaborazione con il fascismo. […] Quando ho richiamato l’attenzione su come parti dell’estrema destra sono in grado di mobilitare le questioni della classe lavoratrice trascurate dalla sinistra liberale, sono stato, come previsto, immediatamente accusato di invocare una coalizione tra sinistra radicale e destra fascista, che è esattamente quello che non ho proposto». Nel suo infinitamente piccolo, anche chi scrive è stato accusato dai “sinistri” (soprattutto dagli stalinisti) di fare “oggettivamente” il gioco, di volta in volta, dei fascisti, dei craxisti, dei leghisti, dei berlusconiani e quant’altro ha suscitato e suscita la loro facile indignazione tutte le volte che ha cercato di ricondurre alla loro radice “strutturale” i fenomeni politico-ideologici che agitano la schiuma sociale. Evidentemente si tratta di un’operazione critica che irrita maledettamente chi pensa di militare nella parte giusta del mondo solo perché fa parte dell’intellighentia progressista del Paese. Venir accomunati con i politici che tanto disprezzano, deve suonare come una sanguinosa offesa alle orecchie del progressista medio: «Io non sono come Berlusconi!», «Io sono antropologicamente diverso da Salvini!». E invece… Invece dalla prospettiva autenticamente anticapitalista si osserva il progressista sinistrorso calcare lo stesso terreno escrementizio che calpesta il suo odiato Nemico. Certo, l’uno occupa il lato “sinistro” del terreno, l’altro quello “destro”, ma è il terreno (“di classe”) la sostanza della cosa, ciò che definisce la natura di un soggetto politico, non la posizione contingentemente occupata da chi lo pratica. L’antifascismo praticato dall’anticapitalista si muove su un terreno completamente diverso, quello dell’autonomia di classe. Ecco perché io non mi colloco né più a “destra” né più a “sinistra” di Tizio o di Caio, ma piuttosto altrove.

Ma riprendiamo la citazione di Žižek: «L’immagine demonizzata di una minaccia fascista serve chiaramente come un nuovo feticcio politico, feticcio nel semplice senso freudiano di un’immagine affascinante la cui funzione è di offuscare il vero antagonismo. […] Il fascismo stesso è immanentemente feticista: ha bisogno di una figura come quella di un ebreo, elevata nella causa esterna dei nostri problemi: una tale figura ci permette di offuscare i veri antagonismi che attraversano le nostre società. Esattamente lo stesso vale per la figura di “fascista” nell’odierna immaginazione liberale: consente alle persone di offuscare le situazioni di stallo che stanno alla base della nostra crisi. […] L’oscenità della situazione è da far perdere il fiato: il capitalismo globale ora si presenta come l’ultima protezione contro il fascismo, e se cerchi di farlo notare sei accusato di complicità con il fascismo». Secondo l’intellettuale sloveno la sinistra può battere i populisti solo tagliando i ponti con le assurdità politicamente corrette e ricominciando a occuparsi davvero dei lavoratori, dei problemi causati dalla globalizzazione e dal capitalismo finanziario senza regole. Nella sua prospettiva, la caccia al fascista è solo una scorciatoia per evitare di affrontare la realtà che porta acqua al mulino del populismo semplicemente perché esso non ha paura di misurarsi con la disperazione delle vittime della globalizzazione e con le contraddizioni create dal «capitalismo globale». Bisogna fare i conti con la paura e con le angosce della gente, non stigmatizzarle con atteggiamenti illuministici che lasciano il tempo che trovano.

Ora, se penso che la “sinistra anticapitalista” cui fa riferimento Žižek ha la faccia di Varoufakis, di Sanders e di Corbyn, e di Toni Negri, non posso che prendere le distanze – e la solita metaforica pistola critica – dal suo consiglio su come battere la «destra alternativa». A mio avviso il problema non è quello di rompere i ponti con le assurdità politicamente corrette della “sinistra”, che come ho già detto politicamente parlando si muove sullo stesso terreno di classe della “destra”, del “centro” e del “populismo”; né si tratta di lottare genericamente contro gli effetti del «capitalismo globalizzato», magari in vista di un Capitalismo meno aggressivo e “selvaggio”. Per come la vedo io, e anche qui non faccio che ripetere cose già scritte mille volte, si tratta in ogni occasione, per ogni problema, per ogni evento, di non concedere nulla alla logica del male minore (in attesa di mutamenti nei rapporti di forza tra le classi che ovviamente non si verificheranno mai fin quando a vincere sarà quella cattiva logica) e di attaccare in radice l’ideologia dominante, dovunque e comunque essa si esprima. Sotto questo aspetto, davvero “fascismo” e “antifascismo” mi appaiono due facce della stessa medaglia. Non dico che l’obiettivo individuato sia di facile acquisizione, tutt’altro; ma non vedo alternative possibili per chi intende quantomeno provare a dire qualcosa di serio sull’«oscenità della situazione», fregandosene allegramente delle critiche che certamente i tristi sacerdoti del politicamente ed eticamente corretto non faranno mancare: e chi se ne frega!

4. Bruciare i libri maledetti! Chiudere i covi dei fascisti! O no?

Qualche settimana fa Furio Colombo si sperticava in lodi nei confronti della casa editrice francese Gallimard per la sua «saggia decisione» di sospendere la pubblicazione dei pamphlet antisemiti di Lois Ferdinand Céline, i quali potrebbero «alimentare ancora di più i rigurgiti dell’antisemitismo». Trovo esemplare, sostiene Colombo, che una casa editrice si ponga il problema di come possano impattare certe pubblicazioni su «una massa di cittadini allo sbando, disorientati da un sistema dei media orientato alla falsità. Non possiamo negare di vivere in tempi eccezionali, di montante antisemitismo e razzismo. In tempi eccezionali vanno adottate misure eccezionali» (intervista rilasciata a Radio Radicale). L’illusione della proibizione evidentemente è dura a morire. Inutile dire che le copie dei libri “maledetti” di Céline andranno a ruba, esattamente come il Mein Kampf di Hitler, perché come sa chiunque abbaia un briciolo di intelligenza ciò che è proibito o comunque stigmatizzato e criminalizzato come il male assoluto, assume subito il volto affascinante di una sfida all’autorità che per molti, soprattutto se giovani e “irrequieti”, diventa irresistibile. Più proibisci qualcosa, qualsiasi cosa, e più la rendi meritevole di attenzione.

A proposito di «massa alla sbando»! Kierkegaard una volta disse che «la massa è la non verità»; ma chi riduce gli individui a impotenti atomi sociali tenuti insieme come massa, più o meno «allo sbando», dalle strapotenti forze sociali? Lo so, la domanda è fin troppo suggestiva. In ogni caso, falso non è solo «il sistema dei media», quanto soprattutto il sistema sociale tout court. Falso, beninteso, dal punto di vista dei veri bisogni espressi da «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), da «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer), cosa che presuppone il superamento della divisione classista degli individui. Come diceva Adorno, «Non si dà vera vita nella falsa», e quindi è quantomeno ingenuo strillare contro la falsità del sistema dei media, il quale esprime al meglio la vigente condizione disumana. Che l’ingenuità possa approdare a ideologie e a prassi ultrareazionarie è cosa che non sorprende affatto il pensiero che aspira alla radicalità più conseguente sul piano concettuale e politico. Come diceva qualcuno, sovente la strada che porta all’inferno è lastricate di eccellenti intenzioni progressiste.

Su Il Post del 5 febbraio si poteva leggere la seguente inquietante notizia: «Nelle ultime ore le vendite di una particolare edizione del Mein Kampf – il libro di Adolf Hitler che espone i fondamenti dell’ideologia nazista – sono cresciute del 1.037 per cento su Amazon.it e il libro è arrivato ad essere 24esimo nella classifica dei libri più venduti, recuperando più di 200 posizioni. La classifica dei libri più venduti delle ultime 24 ore, per esempio, si aggiorna di ora in ora: il picco di vendite di oggi è probabilmente da collegare al fatto che in casa di Luca Traini, il 28enne neofascista responsabile dell’attentato di sabato 3 febbraio a Macerata, è stata trovata una copia del Mein Kampf, una notizia a cui i giornali hanno dato molto spazio tra ieri e oggi» (Il post del 5 febbraio).

Ora, anziché proibire la pubblicazione del Mein Kampf, non dovremmo piuttosto chiederci come mai questo libro continua ad avere così tanti lettori ed estimatori? A mio avviso tirare in ballo come risposta l’ignoranza, l’incultura, la memoria corta e i soliti “imprenditori della paura” spiega assai poco, e comunque niente di essenziale. Chi soffia sul fuoco può farlo solo perché un fuoco effettivamente esiste ed è alimentato da fatti reali che non hanno niente a che vedere con la cattiveria dei mestatori di turno. La nevrosi sociale è sempre attiva, e per scaricarsi in forma collettiva su qualche oggetto ha bisogno solo di un pretesto occasionale, non di rado creato ad hoc dal demagogo/populista di turno, appunto. La causa scatenante immediata non è dunque la pista che deve battere chi desidera accedere alla verità intorno alla natura della nevrosi sociale, e la distinzione che sempre più spesso i sociologi e i politici fanno tra un’incertezza percepita e un’incertezza reale è, sotto questo aspetto, assai significativa. Come sanno i filosofi, la percezione è molto spesso fonte di idee false, ma per il “popolino” essa conta di più, molto di più, delle fredde cifre scritte su un foglio a corredo di una serissima inchiesta sociologica, ad esempio sui crimini di sangue o sui furti nelle case commessi nel Paese negli ultimi anni: i numeri si riduco, la percezione di insicurezza cresce! Come si spiega la psicosi sociale?

La domanda che dobbiamo porci per comprendere alcuni fenomeni che allarmano i “sinceri democratici” e gli antirazzisti è, a mio avviso, la seguente: come mai a molti decenni di distanza dallo sterminio scientificamente pianificato degli ebrei non poche persone sono ancora attratte dall’antisemitismo, soprattutto quelle persone che nella loro vita non hanno mai visto e conosciuto un solo ebreo in carne ed ossa e non hanno mai letto nulla sul conto della «infida razza giudaica»? Sappiamo d’altra parte che in Europa l’ostilità contro gli stranieri di pelle nera è forte soprattutto in quei Paesi (Ungheria, Polonia, Austria, Repubblica Ceca) che in questi anni non sono stati investiti, se non del tutto marginalmente, dall’ondata migratoria che parte dall’Africa: come mai? Come mai in Gran Bretagna i sostenitori più agguerriti della Brexit si contavano soprattutto nei centri urbani che pur non registrando alcuna presenza dei famigerati “idraulici polacchi” pronti a rubare il lavoro agli idraulici di Sua Maestà La Regina, in compenso vantavano un altissimo livello di “sindrome dell’idraulico polacco”? Come mai il razzismo e la xenofobia sono diffusi in Germania soprattutto nelle sue regioni orientali, dove gli stranieri, soprattutto quelli di pelle nera, sono praticamente una rarità? Noi proletari sappiamo bene che i “negri” non ci rubano il lavoro, semplicemente perché il prezzo delle loro prestazioni lavorative e le condizioni di lavoro che sono costretti ad accettare non entrano in una reale concorrenza con la nostra condizione sociale: a quel prezzo e a quelle condizioni preferiamo senz’altro accedere alla carità sociale, finanziata dalla fiscalità generale, che ci passa lo Stato. E d’altra parte, le aziende che sfruttano i lavoratori africani non rimarrebbero sul mercato, almeno in larghissima misura, senza quella preziosa e poco, assai poco costosa manodopera. Eppure, non facciamo altro che ripetere la filastrocca cara ai “fascio-leghisti”: «Questi negri della malora ci rubano il lavoro!». Il nostro disagio sociale ha cioè bisogno di oggettivarsi in qualche nemico in carne ed ossa.

Tutto ciò non ci dice forse che la paura, l’angoscia, il disagio, la precarietà esistenziale possono spesso prendere le strade più imprevedibili e mostrarsi con le sembianze più diverse e fantasiose? Cosa ci dice questa semplice verità, sperimentata più volte e ovunque in questo capitalistico mondo, sulla nostra esistenza di individui sottoposti a dinamiche sociali che siamo ben lungi dal controllare e che anzi ci controllano e spesso ci scuotono in malo modo? Il processo sociale ci picchia in testa, metaforicamente parlando, e noi qualche volta sentiamo l’urgenza di picchiare qualcuno, e non solo metaforicamente parlando. Non si può vivere solo di metafore! Come dice lo psicanalista, anche l’atto vuole la sua parte.

Gli illuminati intellettuali che si ergono a censori del Male in difesa della massa dei cittadini ignoranti e socialmente disagiati, e proprio per questo facili preda di demagoghi e populisti d’ogni genere, ovviamente non si pongono il problema di come eliminare alla radice l’antisemitismo, il razzismo, l’ignoranza e il disagio sociale basato su condizioni materiali e psicologiche di vita che, come già sappiamo, creano sempre di nuovo paura, angoscia, rabbia, frustrazione, invidia sociale, odio cieco e incondizionato nei confronti di chi viene percepito, per un qualsivoglia motivo, come “diverso” e dunque meritevole di qualche antipatica attenzione: un insulto,uno sputo, una virile bastonatura. Basta tenere lontana la «massa di cittadini allo sbando» dai libri sbagliati, dalle idee sbagliate e dai movimenti politici sbagliati, e il gioco è fatto! E così la “casta” degli intellettuali progressisti può legittimamente rivendicare a sé, sulla scia della Repubblica di Platone, la funzione di controllo e di tutela nei confronti di chi inclina a “ragionare con la pancia”, mentre a imitazione degli intellettuali di cui sopra dovremmo tutti ragionare con la testa: sì, la testa appunto dei servitori delle classi dominanti autoproclamatisi progressisti e «amici dell’umanità tutta», a prescindere dal colore della pelle degli individui, dal loro sesso, dalla loro religione e da qualsiasi altra loro caratteristica. «Dobbiamo restare umani!». Questo slogan modaiolo proprio non lo reggo! Restare umani? Ma non scherziamo! Semmai dovremmo diventare umani, umani non solo a parole o come specie animale. «Dobbiamo restare umani!». Sic! Evidentemente c’è gente che ha bisogno di coltivare illusioni, su se stessa e sul mondo. Auguri!

«Non bisogna usare il comprensibile disagio della gente ferita e indurita da anni di crisi economica e di sacrifici per scatenare la guerra tra i poveri e lucrare qualche voto in più, e chi lo fa è un irresponsabile che soffia sul fuoco delle tensioni sociali»: quante volte al giorno, negli ultimi giorni, abbiamo sentito o letto simili buone riflessioni e intenzioni? Ma poi, “buone” per cosa? Semplicemente per denunciare il mercato dei demagoghi, dei populisti, dei razzisti e dei fascisti, e così meglio occultare ciò che rende possibile quel mercato, ossia la crescente miseria sociale, qui considerata non solo sotto l’aspetto economico. Si puntano i riflettori dell’indignazione e della “responsabilità sociale” sull’epifenomeno solo per creare il buio intorno alle cause del fenomeno. Cose mille volte viste ma dai più non comprese nel loro vero significato.

Gli antifascisti di vecchio e di nuovo conio rivendicano la chiusura dei «covi fascisti e razzisti» manu militari: «Lo Stato democratico nato dalla Resistenza non può tollerare il fascismo e il razzismo!». Chi pratica il terreno dell’anticapitalismo radicale (non conosco altro anticapitalismo che non sia radicale) sa bene che lo Stato democratico nato dalla Resistenza si pone in perfetta continuità sociale con lo Stato fascista che lo ha preceduto, e sa altrettanto bene che qualsiasi tipo di Stato capitalistico (vedi regimi politico-istituzionali con caratteristiche europee, statunitensi, russe, turche, venezuelane, cinesi, ecc.) è posto a difesa di quei rapporti sociali di dominio e di sfruttamento che sono alla base di ogni sorta di fenomeno sociale e di qualsiasi contraddizione sociale. In altri termini, chiedere allo Stato di reprimere i fenomeni sociali (compresi quelli sanzionati dal codice penale e passibili di galera: certo, sto parlando anche dei ladri e dei “rei” di ogni tipo) generati dalla società di cui esso è il più feroce cane da guardia, è tipico di un pensiero confinato nella disumana dimensione dello status quo sociale.

Come ho scritto altrove, il razzismo, l’antisemitismo e ogni forma di ideologia autoritaria (non importa se di “destra” o di “sinistra”) non si combattono invocando l’intervento repressivo dello Stato, il quale non aspetta altro per rafforzarsi e legittimarsi presso l’opinione pubblica, ma impegnandosi, dove si può e come si può, nella difficilissima opera intesa a realizzare nelle classi subalterne, e nei “disagiati” e negli offesi d’ogni estrazione e condizione sociale, un “sentimento” di crescente autonomia (politica, ideale e psicologica) nei confronti del vigente regime politico e sociale. Non si tratta di lottare i fascisti e i razzisti “dal basso”, invocazione “populista” che non significa niente (niente di buono per le classi subalterne, intendo dire), ma sul terreno dell’autentico anticapitalismo. Bisogna sapere che su questo impervio terreno i militanti anticapitalisti dovranno fare i conti non solo con i fascisti e i razzisti conclamati, ma anche e soprattutto con i difensori della democrazia capitalistica e della Costituzione più bella del mondo.

* O. Bauer, Tra due guerre mondiali? pp. 116, 117, Einaudi, 1979.

Annunci

DAVOS E LO STATO (PESSIMO) DEL MONDO

Ultime notizie dal 48° incontro annuale del World Economic Forum di Davos: «Dopo le forti misure protezionistiche per proteggere il mercato domestico dell’auto, il presidente statunitense Donald Trump ha posto pesanti dazi anche su pannelli solari e lavatrici importati da Cina e Corea del Sud» (Notizie Geopolitiche). Anche l’India ha fatto sentire la sua voce contro il crescente protezionismo americano: «Il protezionismo e la tentazione di riportare indietro le lancette dell’orologio sul tema della globalizzazione rappresentano “una minaccia non meno preoccupante del cambiamento climatico e del terrorismo”. Lo ha detto il premier indiano Narendra Modi al Forum economico mondiale che si tiene nella città svizzera di Davos» (La Repubblica). La verità è che quasi tutti i Paesi che partecipano al mercato mondiale sono protezionisti, ovviamente in diversa misura e con differenti modalità (commerciali piuttosto che fiscali, ecc.); essi amano denunciare il protezionismo degli altri, tacendo ovviamente sul proprio, che comunque sarebbe sempre giustificato dall’altrui cattiva disposizione. I cattivi, com’è noto, sono sempre gli altri.

L’anno scorso a Davos fu il Presidente cinese Xi Jinping a rubare la scena: «La globalizzazione ha certamente creato dei problemi, ma non si deve gettare il bambino con l’acqua sporca. Nuotiamo tutti nello stesso oceano. Il protezionismo, il populismo e la de-globalizzazione sono in crescita, e questo non va bene per una più stretta cooperazione economica a livello globale». Ora, individuare nel Capitalismo cinese un esempio di economia antiprotezionista mi sembra quantomeno esagerato. L’accusa rivolta da Pechino agli Stati Uniti di «abuso di mezzi di difesa commerciale» non è di quelle che possono mettere in imbarazzo Washington. Il fatto che la Casa Bianca sia disposta a surriscaldare il clima nelle relazioni commerciali con la Corea del Sud, con ciò che quest’atteggiamento “assertivo” può comportare di negativo per gli Stati Uniti sul versante geopolitico, testimonia l’alto tasso di conflittualità raggiunto dalla competizione capitalistica. «L’India assume un’importanza particolare se si calcola, come sostiene l’Fmi, che la sua economia crescerà a ritmi assai più sostenuti rispetto alla Cina: il Pil salirà del 7,4% contro il 6,6% della Cina» (La Repubblica). Probabilmente assai presto vedremo anche i contraccolpi geopolitici di questa ascesa capitalistica dell’India.

Leggo da qualche parte a proposito del Rapporto Oxfam sullo stato sociale del pianeta presentato l’altro ieri al World Economic Forum: «È impressionante sapere che 8 uomini da soli sono padroni di oltre 400 miliardi di dollari, una montagna di danaro che, praticamente, costituisce la medesima quantità di denaro posseduto da 3.6 miliardi di persone. Ogni due giorni nasce un nuovo miliardario, soprattutto in Cina e Russia. E in questo quadro l’Italia non fa eccezione dato che il Rapporto segnala che l’1% più’ benestante della popolazione italiana detiene il 25% della ricchezza nazionale netta. Il Rapporto Oxfam sostiene inoltre che “multinazionali e super ricchi continuano ad alimentare la diseguaglianza ricorrendo a pratiche di elusione fiscale. Massimizzano i profitti, in alcuni casi abbassando i salari, e usano il potere per condizionare le scelte della politica”. “Ricompensare il lavoro e non la ricchezza” è un altro slogan che si è sentito alto e forte ma che purtroppo viene ripetuto da anni senza grandi risultati visti i numeri». Il Capitalismo è sempre più brutto, cattivo e disumano; il Capitalismo del XXI secolo è esattamente conforme alla natura, alle dinamiche e alle “leggi di sviluppo” esposte da Marx ormai oltre un secolo e mezzo fa: per favore, ditemi qualcosa che non so! «Ricompensare il lavoro e non la ricchezza»: ditemi qualcosa di serio, intendevo, non le solite banalità buoniste pescate nel grande mare dell’ideologia dominante, dove nuotano ricette, “utopie”, “visioni” e chimere buone per tutti i gusti.

Vediamo cosa ha da dire il Compagno Papa Francesco a tal proposito: «Occorre rimettere l’uomo al centro dell’economia». Questa perla concettuale l’avevo già sentita. Che delusione, mi aspettavo qualcosa di più originale. D’altra parte, posso criticare il Santissimo Padre per la sua assoluta ignoranza circa il funzionamento dell’economia capitalistica (che deve avere, con assoluta necessità, il profitto al centro del proprio interesse) senza cadere nel ridicolo? Certo che no!

Nel messaggio indirizzato ai partecipanti del Forum, il Papa ha fatto anche riferimento all’intelligenza artificiale e alla robotica, per concludere che esse devono «contribuire al benessere dell’umanità e alla protezione della nostra casa comune, e non il contrario». Francesco è particolarmente allarmato dal fenomeno della disoccupazione tecnologica: milioni di posti di lavoro cancellati dall’uso sempre più diffuso della robotica nei processi produttivi e nei servizi – anche di cura: negli ospedali e nelle case. Anche qui naturalmente vale la considerazione (retorica, lo riconosco) di cui sopra: passerei giustamente per sciocco se intendessi convincere il Capo della Chiesa Romana che, posto il Capitalismo, l’uso sociale della tecno-scienza è orientato necessariamente in direzione del massimo profitto. No, non voglio creare altra disoccupazione: Francesco, predica pure il tuo Santo Verbo al «mondo fratturato», tanto più che la mia ricetta (lotta di classe e rivoluzione sociale anticapitalistica) non ha un grande appeal, diciamo così, agli occhi dei tuoi amati “ultimi”. Chi sono io per dirti che sollecitare «il mondo imprenditoriale» a promuovere la «giustizia sociale insieme a una giusta ed equa ridistribuzione dei profitti» è cosa che può suscitare solo ilarità presso i nemici dell’economia fondata sul profitto?  Forse qualche considerazione più originale e sfiziosa su quanto accade a Davos possiamo incrociarla volgendo lo sguardo a “sinistra”.

Per Marco Revelli, il Rapporto Oxfam «dice, soprattutto, che quella mostruosa accumulazione di ricchezza poggia sul lavoro povero, svalorizzato, umiliato di miliardi di uomini e soprattutto di donne, e anche bambini. È, biblicamente, sterco del diavolo» (Il Manifesto). Ma è soprattutto, marxianamente, sterco del dominio, un dominio che, com’è noto, si fonda sullo sfruttamento del lavoro umano e della natura. L’intensità e le forme di quello sfruttamento variano da Paese a Paese, da continente a continente, seguendo la linea dell’ineguale sviluppo capitalistico (che non è un dato meramente economico); ma questo non muta di una virgola la natura del rapporto sociale capitalistico ovunque esso domini, e oggi il suo dominio ha i confini dell’intero pianeta. A Nord come a Sud, a Ovest come a Est si tratta di estrarre (di «smungere») profitto dal lavoro salariato attraverso la produzione di un “bene o servizio”. Il Capitalismo è un modo di produzione fondato sul lavoro salariato: esattamente come prescrive la Costituzione «più bella del mondo» per la Repubblica del nostro Paese.

«Il sistema economico globale», continua Revelli, «plasmato sui dogmi del neo-liberismo – l’unico dogma ideologico sopravvissuto – si conferma così come quella mega-macchina globale (descritta a suo tempo perfettamente da Luciano Gallino) che mentre accumula a un polo una concentrazione disumana di ricchezza produce al polo opposto disgregazione sociale e devastazione politica (consumo di vita e consumo di democrazia). Allungando all’estremo le società, espandendo all’infinito i privilegi dei pochi, anzi pochissimi, e depauperando gli altri, erode alla radice le condizioni stesse della democrazia. La svuota alla base, cancellando il meccanismo della cittadinanza stessa: da società “democratiche” che eravamo diventati (di una democrazia incompiuta, parziale, manchevole, ma almeno fondata su un simulacro di eguaglianza) regrediamo a società servili, dove tra Signore e Servo passa una distanza assoluta, e dove al libero rapporto di partecipazione si sostituisce quello di fedeltà e di protezione. O, al contrario, di estraneità, di rabbia e di vendetta: è, appunto, il contesto in cui la variante populista e quella astensionista si intrecciano e si potenziano a vicenda, come forme attuali della politica nell’epoca dell’asocialità. L’ipocrisia è diventata la forma attuale della post-democrazia. Con questo qualunque sinistra che voglia rifondarsi non può non fare i conti». Come sono caduti in basso i “comunisti”: adesso rimpiangono anche «un simulacro di eguaglianza»! Lo so, tutto è relativo, ma un limite all’abiezione concettuale ci deve pur essere. O no? Evidentemente no!

Naturalmente a questi “comunisti” sfugge l’intimo e necessario nesso esistente tra il «simulacro» di ieri e l’«ipocrisia» di oggi, il fatto che è stato proprio il «simulacro» di ieri a preparare l’«ipocrisia» di oggi, come si tratti di un processo coerente e organico, non certo di una rottura epocale tra ieri («democrazia») e oggi («post-democrazia»). In ogni caso i comunisti, da Marx in poi, hanno sempre attaccato l’ipocrisia connaturata alla forma borghese della democrazia, la quale con un gioco di prestigio ideologico cerca di cancellare il carattere classista della nostra società. Non dai «dogmi del neo-liberismo» deve liberarsi l’umanità, ma dai rapporti sociali capitalistici in quanto tali, e non è certo dai nostalgici dei simulacri (e del mondo finito con la caduta del Muro di Berlino) che possiamo aspettarci un contributo in quel senso. La «sinistra» («qualunque sinistra») di cui parla Revelli è parte del problema, non è parte della soluzione. Rispetto a questa «sinistra» io non mi colloco “più a sinistra”, o “più a destra”, ma su un altro terreno. Su questo terreno (chiamatelo pure Giuseppe, collocatolo sopra o sotto: non ne faccio una questione terminologica o topologica) appare imprescindibile un’opera di demistificazione anti-ideologica di grande respiro, tesa a colpire l’ideologia dominante (che, come diceva l’uomo con la barba, «è l’ideologia delle classi dominanti») in tutte le sue manifestazioni sociali e fenomenologie politiche. Sulla rifondazione della «sinistra» anche per via elettoralistica, ho scritto qualcosa nel mio ultimo post.

«Ecco perché l’incontro di Davos, aldilà del rituale, potrebbe sembrare ai più una meravigliosa presa in giro verso i miliardi di persone che vivono con due dollari al giorno» (Affari Italiani). In effetti, fin quando «i miliardi di persone» che vivono di lavoro salariato, quando hanno la “fortuna” di avere un lavoro, non troveranno il modo (si tratterà di coscienza? di coraggio?  di forza? di disperazione?  di “miracolo”?) di urlare un planetario Adesso basta!  in faccia alle classi dominanti di tutto il mondo, la «meravigliosa presa in giro» non potrà che perpetuarsi, giorno dopo giorno, per la gioia dei benintenzionati (laici o religiosi che siano, di “destra” o di “sinistra” non fa alcuna differenza), i quali potranno continuare a ripetere i soliti auspici in favore degli “ultimi” nei Forum, nei Convegni, nei Parlamenti, nelle Chiese, nei comizi elettorali, ovunque.

POTERE A CHI?

Sono anni, almeno da quando è deflagrata la crisi economica che ha attraversato pesantemente tutti i Paesi occidentali, che i militanti (o attivisti, come si dice oggi) appartenenti alla vasta e frastagliata (“composita”) galassia della “sinistra radicale” si pongono il problema di creare in Italia un “populismo di sinistra” in grado di competere anche elettoralmente con il “populismo di destra”. Le suggestioni “populiste” offerte da Ernesto Laclau hanno fatto scuola. Sul cosiddetto populismo, comunque “declinato”, rimando i lettori al post Chi sono e cosa vogliano gli “amici del popolo”? Il successo del movimento pentastellato ha forse dimostrato che uno spazio per il “populismo di sinistra” effettivamente c’era, ma passata (?) la fase più acuta della crisi economica i sinistri-populisti rischiano di arrivare in ritardo all’appuntamento con le urne. Magari saranno più fortunati alle prossime elezioni. Lo scopriremo solo vivendo – possibilmente mantenendosi lontanissimi, a distanza di sicurezza, dai riti della democrazia capitalistica, almeno questo è il mio auspicio. Né l’eventuale successo elettorale di un “populismo di sinistra” cambierebbe la sostanza della breve, disordinata e certamente disorganica riflessione che metto all’attenzione dei lettori.

Dunque, refrattario a qualsiasi suggestione elettoralistica (ancorché “tattica” e subordinata all’azione rigorosamente «dal basso»), reitero il vecchio slogan Non votare, lotta! Infatti, penso che oggi più che mai la prospettiva dell’autonomia di classe e della lotta di classe si pongano in netta e radicale contrapposizione alla pratica democratico-elettorale.  La democrazia capitalistica va demistificata e delegittimata attraverso la critica teorica e la lotta politica (incluse rivendicazioni “economiche” di vario genere: lavoro, salario, casa, salute, ecc.), non rivitalizzata e legittimata «dal basso». È in questa preziosa opera che bisogna “investire” le poche energie che si liberano sul terreno dell’antagonismo sociale.

Chi si muove sul terreno della difesa della Costituzione “più bella del mondo” si muove sul terreno della conservazione capitalistica, e non è certo la formula magica «agire dal basso» che può cambiare la sostanza (ultrareazionaria) della cosa. Su un post dedicato all’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 scrivevo: «Per come la vedo io, chi vuole dare un contributo alla “formazione del proletariato in classe autonoma”, dovrebbe agire, nei limiti del possibile, per ciò che egli è in grado di fare, per creare le condizioni di un grande esodo di classe dai riti della democrazia, affinché l’”inquietante passività” (Žižek) dei dominati possa trasformarsi in lotta di classe generalizzata». Altro che portare soccorso a una democrazia capitalistica sempre più brutta, screditata e boccheggiante.

Non la teoria (non solo essa), ma una prassi ormai lunghissima e consolidata dimostra oltre ogni ragionevole dubbio come la democrazia capitalistica, la sola democrazia possibile nella vigente società, sia una forma politica, istituzionale e ideologica particolarmente efficace (per la sua duttilità politica e per la sua potente carica mistificatrice) al servizio del Dominio. All’interno di questa democrazia porre la distinzione tra “alto” e “basso” per un verso rivela l’impotenza politica di chi la pone (“democrazia dal basso” versus “democrazia dall’alto”), e per altro verso rafforza la carica mistificatrice di cui sopra. Allora dobbiamo augurarci l’avvento di un regime palesemente dittatoriale, tipo fascismo? Anche questa ridicola obiezione rivela l’inconsistenza concettuale e politica di chi la formula. Gli anticapitalisti non hanno preferenze circa la fenomenologia politico-istituzionale del dominio capitalistico: essi combattono contro qualsiasi tipo di regime che si trovano davanti, e lo fanno senza illudere le classi subalterne dell’esistenza del male minore. La ricerca del “male minore” non è affatto estranea all’attuale situazione d’impotenza dei dominati.

Sono questi contorti concetti, per nulla originali, che proverò a sviluppare in questo scritto.

Leggo da qualche parte: «Siamo convinti che oggi, a livello mondiale, ci sia un grande problema di democrazia. Questa parola è stata svilita, ma alla lettera significa “potere del popolo”, laddove per popolo – demos – i greci non intendevano il popolo dei fascismi, ma le classi popolari, gli strati più bassi della città che dovevano poter contare nelle decisioni. Oggi, purtroppo, la nostra democrazia è una procedura elettorale sempre più stanca e vuota a cui partecipa sempre meno gente. E su tutte le decisioni della vita collettiva non c’è nemmeno la verifica o la ratifica degli organismi eletti. Insomma, siamo in una situazione in cui tu della tua vita non decidi niente». Detto che a mio modestissimo avviso è semplicemente ridicolo anche solo porre un’analogia tra la democrazia dei tempi di Pericle (che comunque aveva un preciso connotato di classe) e la democrazia capitalistica ai tempi del dominio mondiale e totalitario dei rapporti sociali capitalistici, e che parlare di “svilimento” della parola democrazia manifesta l’ingenuità concettuale e politica di un pensiero che rimane alla superficie del processo sociale, e che quindi non potrà mai comprenderlo; detto questo, mi sia permesso di svolgere una riflessione di carattere generale, per poi giungere rapidamente al punto politico della questione.

Scrive Giso Amendola riflettendo sui populismi declinati “da sinistra”: «Il problema, semmai, in questo tipo di approcci, è che la loro risposta alle trasformazioni rispetto al panorama del classico conflitto industriale, su cui si era formato l’alfabeto del marxismo ortodosso che pure diagnosticano correttamente, continua a risiedere in una mossa molto tradizionale, quella che vede lo Stato come momento centrale anche nella costruzione di questo popolo “antagonista”. Il che del resto corrisponde alla natura più profonda di ogni discorso sulla costruzione del popolo, il quale, come Hobbes chiarisce nei termini più netti già alle origini della modernità, è sempre una costruzione, una rappresentazione prodotta dall’unità statale, un effetto della sovranità. E qui forse sta il punto di debolezza di ogni richiamo populista “da sinistra”» (Euronomade). Qui Giso sembra dimenticare, o gravemente sottovalutare, la natura fortemente statalista della sinistra italiana, in linea peraltro con tutta la tradizione riformista e stalinista che vedeva nell’ingerenza dello Stato nella sfera economica la condizione necessaria per immettere nella società colta nel suo insieme elementi di socialismo. Anche larghissima parte della “nuova sinistra” conserva questo impianto fortemente statalista, che cerca di nascondere dietro la fraseologia benecomunista che certo non può convincere chi ha imparato a leggere il processo sociale capitalistico servendosi del metodo critico-rivoluzionario di Marx. Sull’ideologia benecomunista è particolarmente interessante la critica svolta dal comunista tedesco nei confronti di Proudhon.

Il richiamarsi al popolo, e non alle classi, risponde all’ideologia “populista” che non divide i cittadini in sfruttati e sfruttatori, in dominati e dominanti, in oppressi e oppressori, secondo uno schema dichiarato “ormai superato”, bensì in popolo ed elite, basso e alto, emarginati e integrati, onesti e disonesti, noi e loro. Qui è appena il caso di ricordare che con «popolo», declinato in termini rivoluzionari, Marx intese sempre riferirsi al popolo lavoratore, alla moltitudine dei lavoratori salariati, e non a un’astratta entità interclassista che ricomprenda tutte le classi della società, secondo il concetto borghese di popolo, che il comunista di Treviri bombardò criticamente già nella sua giovinezza, e che non a caso troviamo al centro del Contratto sociale chiamato a mistificare la realtà del dominio e dello sfruttamento. È questo concetto ultrareazionario di popolo che, ad esempio, troviamo nella Costituzione Italiana, la quale si trova al vertice della considerazione anche in ambienti politici che pure si proclamano rivoluzionari: che “bizzarria”! Per molti “rivoluzionari” si tratterebbe piuttosto di «applicarla» quella Costituzione (eh sì, anche il mito della «Costituzione tradita» è un evergreen duro a morire), non di denunciarne la natura radicalmente capitalistica, a cominciare dall’Articolo che confessa ciò che i comunisti, dal già citato barbuto in poi, hanno sempre saputo: la Repubblica borghese si fonda sul lavoro salariato, cioè sullo sfruttamento da parte del Capitale di chi per vivere è costretto a vendersi in cambio di salario. Per Giorgio Cremaschi Potere al Popolo si pone come «l’avanguardia di quella ripresa diffusa della lotta di classe, che è uno degli obiettivi necessari per non lasciare la Costituzione nella carta straccia». Come volevasi dimostrare!

«Proprio il fatto che nell’ambito del parlamento un’aspra critica della società borghese appare possibile, contribuirà al disorientamento, auspicato dalla borghesia, della coscienza di classe del proletariato. La finzione della democrazia parlamentare borghese si basa proprio sul fatto che il parlamento appare non come organo dell’oppressione di classe ma come l’organo di “tutto il popolo”. Ogni radicalismo verbale – con il fatto stesso della sua possibilità d’esplicarsi in parlamento – risulta opportunistico poiché rafforza negli strati meno coscienti del proletariato le illusioni nei confronti di questa finzione. Bisogna quindi sabotare il parlamento in quanto parlamento, e l’attività parlamentare dev’essere proiettata oltre il parlamentarismo». Questo scriveva György  Lukács nel 1920, nell’ambito del dibattito sul parlamentarismo rivoluzionario che vide Lenin e gli altri leader bolscevichi contrapporsi al comunismo di sinistra occidentale. Su un post del 2012 dedicato alle elezioni politiche di quell’anno commentavo come segue i passi appena citati: «Se penso che oggi non pochi, in basso come in alto loco, vorrebbero spedire in galera il redivivo Cavaliere Nero [Berlusconi] per lesa maestà all’Italica Dignità Nazionale, mi viene da sorridere leggendo “Ogni radicalismo verbale è possibile”: era possibile, prima del Fascismo e della successiva democrazia fascistizzata. Quanti secondi rimarrebbero in Parlamento gli ipotetici quattro gatti comunisti che provassero oggi a fare del “parlamentarismo rivoluzionario”? È possibile gridare in Parlamento, tanto per dire, «Abbasso la Costituzione! Abbasso la Repubblica capitalistica!» senza infrangere un qualche articolo del codice penale? Chiedo per mera curiosità, beninteso. Certamente la cosa non può incuriosire né, tanto meno, impensierire i “comunisti” che venendo «dal basso» cercano di varcare la soglia del famigerato Palazzo, visto che proprio loro si dichiarano i veri paladini della «Costituzione (capitalistica!) più bella del mondo».

Scrive Valerio Evangelisti: «Avere qualche deputato in Parlamento cambierebbe le cose? Certamente no, solo un ingenuo potrebbe crederlo. Ma un’azione politica anche modesta, unendosi all’azione di piazza, potrebbe valorizzare quest’ultima, conquistare spazi di visibilità, imporsi a media che grondano infamia e menzogna, spernacchiare il nemico di classe. Andrea Costa, primo parlamentare socialista italiano, e Lenin, primo trionfatore comunista, dicevano, su questo tema, la stessa cosa. Non lasciare la tribuna all’avversario. E se poi il tentativo non riesce, quanto meno ci si sarà provato. Lo stesso sforzo propagandistico pagherà col tempo» (Contropiano). Si tratterebbe insomma di una sorta di «parlamentarismo rivoluzionario» adeguato alla realtà sociale del XXI secolo. Ricordo solo incidentalmente e per mero prurito intellettualistico che per Lenin non si trattava affatto di rivitalizzare «dal basso» la democrazia capitalistica, ma di distruggere lo Stato democratico-parlamentere, perfino nella Russia capitalisticamente arretrata e ancora fresca di rivoluzione democratico-borghese, come infatti gli obiettarono i menscevichi.

Scriveva Anton Pannekoek nell’abissalmente lontano 1920: «Il problema della tattica consiste nel trovare i mezzi per estirpare la mentalità tradizionale borghese che domina sulle masse proletarie indebolendone la forza. Tutto ciò che rafforza nuovamente le concezioni tradizionali è nocivo». In Italia, ad esempio, rivendicare la natura “progressiva” della Costituzione, e quindi difenderla dagli attacchi “anticostituzionali” provenienti dalla “destra” e dalla “sinistra liberale”, significa rafforzare le nocive concezioni che dominano «sulle masse proletarie indebolendone la forza». La distanza abissale di cui sopra appare tale non tanto dal punto di vista cronologico, quanto dal punto di vista della soggettività politica rivoluzionaria e, più in generale, della coscienza di classe, la quale oggi latita tragicamente.

Al di là del problema “tattico” circa l’efficacia e la praticabilità di un “parlamentarismo rivoluzionario” ai nostri giorni, la questione fondamentale naturalmente verte sulla natura politica del progetto che si vorrebbe dispiegare eventualmente anche utilizzando la tribuna parlamentare – per fare propaganda antiparlamentare! Il problema non consiste nell’evitare di non sporcarsi le mani, di non soccombere alla forza tentatrice della democrazia borghese, di conservarsi “duri e puri”, e altre sciocchezze similari che possono nascere, in guisa di obiezioni da sparare contro i “settari” e i “dottrinari”, solo nella testa di adulti rimasti politicamente infantili; il problema verte (anche ai tempi della nota polemica fra Lenin e il comunismo occidentale) sulla presenza o meno di una soggettività autenticamente rivoluzionaria. La discussione sulle migliori forme di lotta da implementare su tutto lo spettro dell’azione politica ha come presupposto appunto l’esistenza o meno di quella soggettività.

Ora, personalmente non scorgo un’oncia di politica rivoluzionaria nel progetto chiamato Potere al Popolo! E peggio mi sento quando osservo i “comunisti storici” che hanno partecipato alla formazione di quella lista elettorale. “Parlamentarismo rivoluzionario”? La prima volta come Lenin (come cosa seria, sebbene discutibile e criticabile), la seconda come Cremaschi, (cioè come farsa).

Non ho compulsato il ponderoso programma elettorale prodotto da Potere al Popolo; da qualche parte ho letto che si tratterebbe di una sorta di copia-incolla del programma “rivoluzionario” presentato a suo tempo da Tsipras, e che comunque si può senz’altro considerarlo  un «programma neoriformista», volendo essere generosi. Sulla scorta della lettura dei tanti documenti prodotti dagli esponenti della nuova lista elettorale, e quindi non per un settario pregiudizio di stampo astensionista,  tendo a dar credito a quel giudizio, anche se ci sarebbe da opinare sulla stessa definizione di «programma neoriformista» nell’attuale epoca storica. Ma su questo punto adesso è bene sorvolare. Mi chiedo piuttosto: ci si poteva aspettare di più da Potere al Popolo? Ha senso criticare da “sinistra” la deriva «neoriformista» delle forze “antagoniste” che hanno deciso di lanciarsi in quell’impresa?

Vi ricordate Casarini e Caruso, i leader/eroi del movimento Noglobal di inizio 2000? Ebbene, leggere la loro vicenda politica nei termini di una deriva ideologica, o addirittura di un “tradimento”, mi sembra ridicolo, almeno se uno non si fosse fatto delle illusioni sul loro conto. Le illusioni spesso nascono quando chi desidera “fare qualcosa di concreto” contro gli attuali rapporti sociali sorvola su una questione fondamentale: il significato politico generale (strategico) di quel fare. Ad esempio, bastava ascoltare un intervento di Casarini e Caruso in qualche assemblea (o in qualche talkshow) per rendersi conto dell’inconsistenza politica dei loro discorsi, al di là della solita retorica pseudo “radicale” che poteva affascinare giusto qualche ragazzino alle prime armi quanto a militanza politica e a letture serie. Eppure, anche qualche maturo “marxista” aveva visto in quei due personaggi l’espressione di una rinata prassi rivoluzionaria, di una militanza adeguata al conflitto sociale del XXI secolo. Ridevo allora, quando i Casarini e i Caruso si agitavano in affollatissime assemblee, come rido oggi. È vero, l’illusione deve fare il suo corso, come le malattie; essa deve consumarsi sfregando dolorosamente contro la dura realtà. Mi limito a constatare come sempre più raramente l’illusione frustrata dà corpo a una più matura visione del mondo, e questo vale soprattutto per la “sinistra radicale”. Gratta gratta (ma poi non più di tanto), e dietro alla fraseologia nuovista compaiono le vecchie bandiere ideologiche e i vecchi ritratti. In quell’universo politico la coazione a ripetere è quasi la regola.

«Dobbiamo liberarci da una sindrome della sconfitta che ha colpito tutti gli attivisti, anche coloro che in questi anni sono rimasti coerentemente dal lato giusto della barricata» (Collettivo Genova City Strike). Mi permetto di obiettare che in primo luogo chi si batte per lo sviluppo della coscienza di classe in vista della rivoluzione, come affermano di voler fare gli attivisti del Collettivo genovese, deve sforzarsi di capire la natura della coazione a ripetere di cui sopra. Personalmente offro un contributo, per quanto modesto sia (ognuno secondo le sue capacità!), a quel preziosissimo sforzo. Reputo talmente importante questo lavoro di chiarificazione, che ovviamente riguarda in primo luogo l’oscuro pensiero di chi scrive, che passo volentieri sopra il fatto che le mie riflessioni certamente non hanno il dono della popolarità. Dopo tutto, non sono candidato a niente, e quindi posso concedermi il lusso dell’impopolarità, tanto più quando troppi desiderano essere invece popolari, se non populisti.

Sollecitata da una giornalista di Radio Radicale sul problema delle carceri italiane, notoriamente sovraffollate e sempre più schifose, così ha risposto una portavoce di Potere al Popolo nel corso della presentazione della lista elettorale avvenuta l’altro ieri: «Il carcere deve essere educazione, come vuole la Costituzione, non vessazione, come vogliono i manettari. Che non significa che le pene non devono essere scontate o che i rei possono correre liberi e felici tra i prati, come qualcuno pensa che noi di Potere al Popolo pensiamo. Chi ha sbagliato deve pagare, deve scontare una pena commisurata al reato, ma senza vessazioni e potendo usufruire delle pene alternative già previste dalle leggi» (Radio Radicale). È sufficiente questa dichiarazione per capire quale sia il quadro di riferimento concettuale e politico di Potere al Popolo, la cui prospettiva ideologica è confinata dentro l’orizzonte di possibilità tracciato dal vigente dominio sociale. Sul carcere i radicali pannelliani hanno da sempre posizioni assai più di “sinistra” rispetto a quella appena riportata.

Chi ha sbagliato deve pagare? Ma “sbagliata”, ossia disumana, irrazionale, violenta, non è la condotta del reo, ma la società che ci mette tutti nelle condizioni di “sbagliare” (lo dice anche Sua Santità Francesco!), e che comunque ci confina tutti dentro una dimensione esistenziale ostile all’autentico concetto di dignità umana, semplicemente perché la sua prassi orientata al massimo profitto (e non solo in un’accezione economica) ci toglie dalle mani il comando sulle cose essenziali che decidono della nostra vita. Se si prescinde da questa capacità di decisione, ogni discorso intorno alla dignità umana e alla libertà di scelta non è che ideologia, ideologia dominante, per la precisione. Se non mettono a nudo la struttura di classe di questa società, che rende possibile ogni ignominia pubblica e privata (se l’uomo non esiste tutto il peggio non solo è possibile, ma è anche nell’ordine “naturale” delle cose), anche le idee più progressiste e umanamente orientate minacciano continuamente di volgersi nel loro contrario, nella misura in cui non mettono in questione in radice le “regole del gioco” che preservano e irrobustiscono lo status quo sociale. Se non afferriamo questa dolorosa verità, dal punto di vista ”spirituale” non siamo più liberi del detenuto che sconta l’ergastolo nella più fetida delle celle del carcere più schifoso del Bel Paese. Lungi dal sottovalutare la lotta dei detenuti per «migliori condizioni di detenzione», offro a questa auspicata lotta un punto di vista che in sé è già un acquisto di libertà, beninteso nei limiti consentiti da questa società-carcere. Sulla mia posizione “carceraria” rimando al post Carcere e umanità – che si può tradurre come: O carcere o umanità.

Richiesta di chiarire la posizione della nuova lista elettorale riguardo all’Unione Europea, la stessa portavoce ha dichiarato che su quel punto Potere al Popolo si sente vicina alle posizioni di Jean-Luc Mélenchon, il noto “rivoluzionario” francese – o «snobista di sinistra», come lo definì Giuliano Ferrara alla vigilia delle Presidenziali francesi: «Sia come sia, questo grande paese non si è voluto far mancare, e nessuno può dire fino a che punto arriverà, il candidato che dovrebbe spaventare e invece fa simpatia, rimesta bonario nel vaso ribollente della speranza di primavera, e sopra tutto fa chic. Il nostro buon Bertinotti, è noto, sbagliò l’arcobaleno, qui i colori per adesso sembrano quelli giusti» (Il Foglio).  Mélenchon? Andiamo bene! No, certamente la signora Lina Perrone, «una casalinga attiva nella Rete di Solidarietà Popolare che è stata candidata a Napoli», non è la cuoca di Lenin: forse è nella cucina di qualche “comunista” italiano o francese che la signora con il grembiule presta il suo prezioso servizio civile.

A proposito di Mélenchon! Al processo di formazione di un polo imperialista europeo unitario, oggi trainato dall’asse Berlino-Parigi; alla globalizzazione capitalistica e al “liberismo selvaggio” si risponde con l’internazionalismo e la lotta di classe dispiegata “a 360 gradi”, non certo con il sovranismo, il patriottismo “di sinistra”, lo statalismo e l’appoggio – o quantomeno la simpatia – al polo imperialista concorrente.

Scrive Viola Carofalo, portavoce nazionale di Potere al popolo: «Potere al popolo! nasce con l’idea di far sentire la voce degli esclusi, per rappresentare i non-rappresentati, che in questo paese sono maggioranza, per riattivare la partecipazione dal basso». Ma «la partecipazione» a cosa esattamente? Alla lotta di classe, per perseguire obiettivi immediati (lotta per il salario, per il lavoro, per la casa, ecc.) e “strategici” (favorire in tutti i modi la nascita dell’autonomia di classe in vista della rivoluzione sociale: nientedimeno!), oppure al processo democratico di questo Paese? La «democrazia dal basso» per un anticapitalista ha un significato autenticamente rivoluzionario solo se si sviluppa in diretto e dichiarato antagonismo con la democrazia capitalistica, processo elettorale compreso. Ancora nel XXI secolo, nell’epoca del dominio totale (che riguarda il mondo, il corpo, l’anima, la psiche: tutto) e sempre più totalitario (chi non ha denaro muore, semplicemente) del Capitale c’è ancora gente che nutre delle illusioni sulla «partecipazione dal basso»! Coazione a ripetere, appunto.

È sufficiente leggere la risposta che la portavoce Carofalo ha dato alle critiche avanzate da Luciana Castellina al progetto politico-elettorale di Potere a popolo per capire l’humus politico-ideologico, per così dire, di quel progetto: «Cara Luciana, tu non mi conoscerai, ma io sono cresciuta con i tuoi testi e ti confesso di essere rimasta delusa dal tuo breve scritto su di noi, per come liquida un’esperienza larga e finalmente entusiasmante come “Potere al popolo!”». Crescere leggendo i testi della sedicente comunista Castellina di sicuro non ha favorito la crescita di un pensiero autenticamente critico-radicale nella testa della Carofalo, come peraltro dimostra ampiamente la sua simpatia per regimi che personalmente considero ultrareazionari, a cominciare dal solito Venezuela chávista.

Infatti, quando la portavoce poterpopolarista parla di «partecipazione dal basso» e di «democrazia assoluta» pensa alle «esperienze di questi ultimi vent’anni in America Latina, in Venezuela in primis». Alla faccia della «partecipazione dal basso» e della «democrazia assoluta»! Non c’è niente da fare, come ho scritto su un post dedicato alla crisi venezuelana (che peraltro si approfondisce sempre di più) il lupo stalinista perde il pelo ma non il vizio. D’altra parte da decenni l’orizzonte politico-ideologico della cosiddetta estrema sinistra non va oltre il “comunismo” cinese e il “socialismo” in salsa cubana. Senza tralasciare la fondamentale esperienza zapatista, così cara al compagno Fausto Bertinotti.

«Le esperienze di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna hanno generato molte disillusioni. Ma nulla vieta che l’ostinazione di ricominciare da capo possa produrre entusiasmo e creatività proprio in Italia, paese così intriso di storia proletaria e comunista» (Intervista di G. Colotti a V. Carofalo e G. Granato). Ma non si tratta di essere ostinati: si tratta piuttosto di capire la natura politico-sociale di quelle esperienze, la loro piena organicità al sistema di potere capitalistico, e questo proprio per non alimentare in se stessi e negli altri false illusioni. L’ostinazione priva di comprensione è una mera coazione a ripetere. Appunto! La verità è che i leader di Potere al Popolo condividono l’impianto politico-ideologico di Syriza e di Podemos. Per quanto ne so, non pochi militanti della neo lista hanno pure simpatizzato con la “Rivoluzione Arancione” del sindaco di Napoli Luigi De Magistris: come diceva il compagno Totò, ho detto tutto! «Ci segnalano questo: De Magistris ieri chiude un comizio urlando “potere al popolo” con il pugno chiuso» (8 maggio 2016, profilo Facebook di Ex OPG Occupato Je so’ pazzo). Ora capisco! Personalmente un bel pugno chiuso saprei dove assestarlo, politicamente parlando, beninteso.

Sempre più la democrazia capitalistica mostra a chi possiede occhi per vedere il suo vero volto, il volto del regime sociale capitalistico di cui essa è espressione, esattamente come lo è la forma politico-istituzionale basata sul partito unico. Certamente: democrazia e fascismo (per rimanere all’esperienza italiana) come le due facce di una stessa escrementizia medaglia, due diverse modalità di servire lo status quo sociale nelle differenti condizioni storiche. Modalità che spesso danno luogo a una perfetta sinergia, al di là delle apparenze e dei formalismi istituzionali che eccitano solo i politologi: il manganello e la carota agiscono meglio quando vengono somministrati insieme. In nessun caso il mio antifascismo avrà il significato di un’adesione, anche solo “tattica”, al fronte democratico del regime – che declino sempre in termini squisitamente sociali e non politologici.

Ecco perché non scriverei mai la robaccia che segue: «Il gruppetto di skinhead veneti in trasferta a Como solo per intimidire un’associazione (cattolica, peraltro) impegnata nell’accoglienza ai migranti meritava risposte all’altezza. Sia di massa che istituzionali» (Contropiano). Mi tengo la “massa” (anche se il termine e, soprattutto, il concetto di “massa” non mi piace affatto) e lascio ad altri le istituzioni, democratiche, populiste o fasciste che siano. «Se un ministro – o il segretario del partito principale del governo – vuol far vedere di essere davvero preoccupato per il pericolo rappresentato dai fascisti ha tutti i poteri per agire e risolvere il problema. Ci sono infatti numerose leggi che vietano la ricostituzione del partito fascista, che definiscono reato l’apologia di fascismo, che permettono insomma di confinare le nostalgie mussoliniane alle cantine maleodoranti da cui certi esseri provano a venir fuori. I ministri agiscono contro i pericoli, non manifestano per dire che ci sono». Ecco, è proprio contro questo tipo di antifascismo ideologico, ancorché “militante”, che per combattere i suoi nemici invoca l’intervento repressivo dello Stato democratico che da sempre combatto. Ma non si tratta, da parte di quei “compagni”, di un semplice sbaglio, bensì di un atteggiamento politico coerente per chi pratica l’antifascismo di stampo resistenzialista e costituzionalista: «le scarse milizie fasciste attive in questo paese vanno represse come Costituzione e leggi prescrivono». Complimenti! Se è per questo, la Costituzione e le leggi prescrivono anche la repressione delle scarse, ancorché ipotetiche, “milizie comuniste”: come la mettiamo, “compagni”?

Insomma, per me si tratta di esprimere anche sul terreno dell’antifascismo una posizione che considero non più di un minimo sindacale per un punto di vista che si professa autenticamente “di classe”, ossia orientato nel senso di un rafforzamento dell’autonomia politica e psicologica delle classi subalterne.

Sempre più, dicevo, lo specchietto per le allodole chiamato democrazia parlamentare fa cilecca presso una fascia via via crescente di proletari schifati dai discorsi dei “politicanti”. «Quando il popolo si allontana dalle istituzioni, un Paese democratico incomincia a indebolirsi, come un corpo che ha un sistema immunitario in sofferenza»: un qualsiasi scienziato della politica sottoscriverebbe quanto ho appena scritto. D’altra parte è almeno da un decennio che in Occidente si parla di «crisi della democrazia». È del 2010 il libro di Richard A. Posner, allora giudice alla Corte d’Appello del Seventh Circuit e professore alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Chicago, che portava appunto come titolo La crisi della democrazia capitalistica (Università Bocconi Editore) e che metteva al centro della riflessione il rapporto tra crisi economica e crisi politica nei Paesi dell’Occidente, sfidati dal cartello dei regimi autoritari guidati dalla Cina.

In altri termini, sempre più si diffonde nel potenziale elettorato la giusta convinzione che un partito vale l’altro, che scegliere l’albero a cui impiccarsi non vale la fatica di muoversi da casa per recarsi al seggio elettorale. «Operai e precari orfani della sinistra, indecisi tra l’astensione e il voto alle destre. Ai cancelli di Mirafiori rabbia per la crisi e la legge Fornero. La maggioranza della Torino operaia non sta bene e promette di non andare a votare, “tanto non serve”, oppure di votare i 5 Stelle o la Lega per mandare a casa quelli che ci sono adesso. “Troppe promesse vane, forse con i 5 Stelle cambierà qualcosa”». (P. Griseri, La Repubblica, 15 gennaio 2018). Cambierà qualcosa in meglio o in peggio? Ma questo per molti lavoratori precarizzati e per molti disoccupati è un dettaglio: l’importante per loro è mettere alla porta il vecchio personale politico, senza peraltro aspettarsi molto da quello nuovo pronto a sostituirlo. Ai tempi della prima “discesa in campo” di Silvio Berlusconi molti proletari schifati dalla “partitocrazia” furono mossi dalla medesima impellente urgenza “antipolitica”, e in gran parte il loro voto «populista e qualunquista» (Umberto Eco) rese possibile il successo del Cavaliere di Arcore e del Senatur Bossi, evento apocalittico che gettò nella disperazione più completa il cosiddetto popolo della sinistra, cha da allora non si è più ripreso.

Insomma, solo uno sciocco può trarre dallo schifo “di massa” nei confronti della politica e dalla crescente disaffezione per il rito elettorale la conclusione che “le masse” si stanno spostando sul terreno dell’autonomia di classe, cosa che purtroppo oggi è assai lungi dall’essere vero e dal potersi realizzare; ma d’altra parte un autentico rivoluzionario non può certo versare lacrime osservando la “crisi della democrazia”. Personalmente lavoro (millanto credito, lo riconosco!) per approfondire e riempire di contenuti rivoluzionari quella crisi. Si tratta dell’ABC del comunismo rivoluzionario – cosa che non riguarda minimamente il cosiddetto “comunismo storico italiano”.

Comunque sia, niente paura, signore e signori: c’è sempre un soggetto politico che irrompe sulla scena del disastro per salvare ciò che merita di precipitare nella considerazione degli sfruttati e degli oppressi. La nave democratica ha falle da tutte le parti e rischia di inabissarsi? Ecco che corrono in soccorso i nuovi teorici della «democrazia assoluta». Niente di nuovo sotto il capitalistico cielo, intendiamoci. Negli anni Settanta in difesa della democrazia scesero in campo i “partitini” della cosiddetta estrema sinistra (cioè i gruppi e i “gruppetti” che si collocavano a “sinistra” del PCI); mutatis mutandis (se Dio vuole, il PCI è morto e sepolto!), oggi accade la stessa cosa, e ciò vale soprattutto per i rimasugli della diaspora “comunista” tipo Rifondazione Statalista, pardon “Comunista” o il rinato PCI di Mauro Alboresi. A volte ritornano! Prendendo sul serio gli attivisti di Potere al popolo che hanno una lunga militanza nel sociale, ci si stupisce della loro alleanza con quel pessimo mondo. Dal mio punto di vista quel genere di “comunismo” è parte del problema che riguarda chi si batte per l’autonomia di classe; un problema che infatti viene da lontano, direi da lontanissimo.

Leggo da qualche parte: «L’identità di Sinistra, e anche una certa memoria della Sinistra nelle classi popolari, non è una cosa da “buttare a mare”». Dal mio punto di vista chi intende costruire in Italia un autentico soggetto anticapitalista deve invece in primo luogo buttare a mare proprio «l’identità di Sinistra», deve soprattutto rottamare, per usare il deprecabile gergo dei “politicanti”, «una certa memoria della Sinistra nelle classi popolari», e questo semplicemente perché la «Sinistra» di cui si parla è nata sotto l’egemonia dello stalinismo, a eccezione del PSI – che peraltro già nei primi anni Venti del secolo scorso aveva rotto definitivamente i ponti con il marxismo rivoluzionario, anticipando di qualche anno il PCI di Togliatti, com’è noto il Migliore degli stalinisti, e non solo di quelli battenti bandiera italiana. La sinistra politica (PCI, PSI) e sindacale (CGIL) di questo Paese è stata il cane da guardia più feroce posto a difesa dello status quo sociale durante la “Prima Repubblica”, come dimostra ampiamente l’opera repressiva svolta dal Partito di Enrico Berlinguer e dal sindacato di Luciano Lama durante la crisi economico-sociale degli anni Settanta. L’attuale Ministro degli interni, Marco Minniti, è il degno epigono di quella scuola.

Solo chi non ha ancora compreso la natura ultrareazionaria (o semplicemente borghese, nell’accezione marxiana del termine) del PCI, dagli anni Trenta in poi (per essere di manica larga), può guardare con ammirazione alla simpatia di cui quel partito godeva in vasti strati popolari.  Proprio quella simpatia, anzi, testimoniava nel modo più evidente (almeno agli occhi di chi non fosse ipnotizzato dal pensiero unico “di sinistra”) la debolezza politico-sociale del proletariato italiano, il quale era completamente assoggettato al potere politico e ideologico che in Italia trovò nella mitologia resistenzialista il suo più potente cemento politico-ideologico.

«In generale l’ideologia intesa come cornice di teorie e concetti che ti permette di afferrare la realtà può avere un suo valore, basta che non diventi mascheramento della realtà stessa» (idem). Ecco, fermarsi al nome della cosa (Partito Comunista, ad esempio, o Sinistra, o Popolo), prescindendo dalla natura (borghese, nella fattispecie) della cosa stessa significa fare appunto dell’ideologia, nell’accezione dispregiativa che ne diedero Marx ed Engels.

Recensendo il libro di Gianni Cuperlo Sinistra, e dopo? (Donzelli)  su Radio Radicale, Matteo Marchesini si è prodotto nella riflessione che segue: «È un libro interessante, ma sarebbe interessante chiedere a Cuperlo se il Partito Comunista Italiano, e non solo nella versione oggi per certi versi impopolare di Berlinguer, che ha scisso quello che era diventato una sorta di moralismo dalle proposte concrete della teoria della prassi; l’autore deve riflettere sul fatto che questa scissione viene da lontano, e viene come sappiamo dalla famosa doppiezza togliattiana, che poteva anche essere obbligata ma che ha prodotto un enorme livello di ideologia, cioè di falsa coscienza, nella mentalità della sinistra italiana. Ci si diceva e ci si comportava da comunisti e da rivoluzionari quando si era nei fatti dei socialdemocratici, dei socialdemocratici d’ordine, goffi, senza possibilità di un reale riformismo, di una reale spinta riformatrice. C’è da chiedersi quanto questa doppiezza, questo alto livello di ideologia abbia condizionato anche la nuova sinistra nata contro la sinistra tradizionale e quanto ciò ha continuato a condizionare quella oscillazione un po’ schizofrenica tra velleitarismo estremista e invece un richiamo eccessivamente d’ordine». Non bisogna avere necessariamente un passato bordighista alle spalle per sfornare intelligenti riflessioni sul PCI e sulla variopinta galassia che in qualche modo ancora vi si richiama.