Informazioni su sebastianoisaia

Sebastiano Isaia (Catania, 1962) è uno studioso del pensiero critico economico e sociale. Devoto a Karl Marx e al materialismo dialettico, ritiene che il comunismo non sia mai stato realizzato in nessun luogo e in nessun tempo, dunque è acerrimo nemico di ogni marxismo (stalinismo, maoismo etc.). Influenzato da Adorno e Horkheimer, detesta Toni Negri e i teorici del “capitalismo cognitivo”. Non sa chi sia Naomi Klein ed è un polemista di vocazione. Un tempo è stato anche marinaio.

LA NAVE DEL PRESIDENTE XI JINPING

Lo sviluppo del mondo avviene sempre attraverso un moto contraddittorio (Xi Jinping).

Esattamente come nel 2017, al World Economic Forum di Davos del 2022 il Presidente cinese Xi Jinping ha recitato il ruolo del difensore più convinto e tenace della globalizzazione, della libera competizione capitalistica, e già solo questo fatto ci dice come sia ancora la Cina la potenza capitalistica che più delle altre ha tutto l’interesse alla strategia delle porte aperte, una strategia contraria alle politiche protezioniste promosse dai Paesi che soffrono la concorrenza del Made in China. «Xi Jinping ha sottolineato che la globalizzazione economica rappresenta la tendenza dei tempi. Quando il fiume scorre verso il mare si imbatterà sempre in correnti contrarie, tuttavia nessuna di queste potrà impedire al fiume di arrivare al mare. La sua forza lo aiuta a andare avanti e andando avanti diventa più forte. Nonostante le correnti avverse e i momenti difficili, la strada verso la globalizzazione economica non è mai cambiata e non cambierà. Inoltre, tutti i paesi del mondo dovrebbero aderire al vero multilateralismo, essere d’accordo nel demolire muri invece di costruirli, aprirsi e non isolarsi, integrarsi senza creare rotture e promuovere la creazione di un’economia mondiale aperta» (Quotidiano del Popolo Online).

Inutile dire che l’allusione al «vero multilateralismo» intende colpire gli Stati Uniti, additati da Pechino come la causa delle attuali tensioni geopolitiche, mentre l’esortazione a creare «un’economia mondiale aperta» è rivolta a quei Paesi, compresi quelli europei, che non vedono più nella Belt and Road un’opportunità ma una minaccia strategica: economica, tecnologica, scientifica, geopolitica.  

Il Carissimo Leader cinese individua nella Cina il pilastro fondamentale dell’ordine capitalistico mondiale: «Xi Jinping ha sottolineato che lo sviluppo pacifico e la cooperazione di tutte le parti sono la strada giusta per il mondo. Diversi paesi e civiltà dovrebbero svilupparsi insieme nel rispetto reciproco e nella cooperazione win-win, nella ricerca di terreno comune pur mantenendo le proprie differenze. Dobbiamo rispettare la tendenza generale della storia, sforzarci di rendere stabile l’ordine internazionale. Secondo quanto sottolineato da Xi Jinping, i fatti hanno dimostrato ancora una volta che nelle tempeste della crisi globale i paesi non possono prendere il mare in singole, piccole imbarcazioni ma attraversarlo all’interno di un’unica grande nave, condividendo lo stesso destino. Una nave piccola non potrà sopportare il vento e le onde, mentre una nave grande saprà resistere alla forza delle onde» (QPO). Ovviamente qui si tratta della Civiltà del Capitale, della nave capitalistica, del destino del dominio sociale capitalistico. Ovviamente l’anticapitalista lavora, come sa e come può, per l’affondamento della nave battente bandiera capitalistica.

Dice a Davos il “materialista storico” con caratteristiche cinesi: «La Storia ha dimostrato più volte che lo scontro non risolve problemi e porta a conseguenze catastrofiche»; durante le celebrazioni per il centenario del Partito Capitalista Cinese aveva invece affermato che «chiunque provasse a prevaricare e soggiogare la Cina si troverebbe in rotta di collisione con una grande muraglia d’acciaio forgiata da oltre 1,4 miliardi di cinesi». Quanta carne da macello pronta all’uso, Signor Xi!

 «Per fronteggiare le gravi sfide che l’umanità sta affrontando, sarà necessario superare coraggiosamente tutti gli ostacoli sulla strada, promuovere la ripresa dello sviluppo economico e sociale e lasciare che il sole della speranza illumini l’umanità». Io mi auguro invece che quanto prima il sole della rivoluzione sociale possa bruciare il dominio di classe vigente in ogni Paese del mondo. Beninteso, mi accontenterei anche di eventi assai meno impegnativi e molto più “realistici”; ad esempio, di un’ondata internazionale di lotte di classe, in grado di alzare un vento fortissimo e alte onde, in grado di scuotere la nave che tanto piace a Xi Jinping – e ai suoi compari internazionali.

Post Scriptum

«Il 18 gennaio è stato lanciato ufficialmente a Beijing un centro di ricerca sul pensiero economico di Xi Jinping. Il centro, approvato dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, è stato fondato sotto la supervisione della Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma. Mira a studiare, diffondere, implementare ed esporre il pensiero economico di Xi Jinping. Il pensiero di Xi Jinping sull’Economia Socialista con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era [come si fa a non ridere?!] è stato svelato alla Conferenza Centrale sul Lavoro Economico, tenutasi nel dicembre 2017. Si basa principalmente sulla nuova filosofia di sviluppo avanzata da Xi e presenta uno sviluppo innovativo, coordinato, verde, aperto e condiviso. Considerato [da chi?] “il più recente frutto” dell’economia politica socialista con caratteristiche cinesi, il pensiero riflette la crescente comprensione da parte della leadership delle leggi dello sviluppo economico e sociale e chiarisce i principi chiave da sostenere nella promozione dello sviluppo economico per una nuova era» (QPO). L’umorismo involontario del Partito-Regime non conosce alcun limite! In attesa di studiare «il pensiero economico di Xi Jinping», rinvio chi legge ai miei scritti dedicati all’«Economia Socialista con Caratteristiche Cinesi per una Nuova Era». Vediamo chi sa raccontare meglio le barzellette!

Sulla natura sociale della Cina e sulla storia della Cina moderna: Centenari che suonano menzogneri; Tutto sotto il cielo – del CapitalismoChuang e il “regime di sviluppo socialista”Sulla campagna cineseŽižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinesePiazza Tienanmen e la “modernizzazione” capitalistica in Cina. Il ruolo degli studenti e dei lavoratori nella primavera cinese del 1989Tienanmen! Pianeta Cina

SILVIO, ANCORA TU?

Tempi calamitosi richiedono governi seri.
Capisca chi ha a cuore le sorti dell’Italia.
(Franco Cordero, 2011).

Io per questo Paese farei ogni sacrificio,
ma non fino a quando rimane al potere
questa Casta di Merda! (Beppe Grillo, 2011).

Via la mano brutale, infame moralista!
Te stesso frusta, non quel puttaniere!
Tu bruci dalla voglia di far con la ragazza
ciò per cui punisci il vecchio porco.
(Karl Kraus).

Il post che ho pubblicato l’altro ieri ha come titolo La situazione sarà pure tragica, ma di certo non è seria. Commentando ciò che in questi giorni agita la sempre più escrementizia scena politica italiana potrei a maggior ragione riproporre quel titolo. Infatti, a 28 anni dalla “mitica” discesa in campo di Silvio Berlusconi nell’arena politica nazionale ci tocca subire la squallida quanto comica disputa tra berlusconiani e antiberlusconiani: Miserabilandia! Che dire ancora? Senza scendere nel merito della cosa (anche perché della cosa poco m’importa e sui quotidiani è già stato scritto tutto sul significato, “tattico” o “strategico”, dell’iniziativa del “centrodestra” e sulle contromosse del “centrosinistra”), qui mi limito a ripetere ciò che ho sempre pensato e affermato su Miserabilandia: più reazionario e politicamente miserabile del berlusconismo c’è solo l’antiberlusconismo, il quale crede di essergli superiore sotto tutti i punti di vista – compreso quello antropologico! Berlusconismo e antiberlusconismo: due facce della stessa escrementizia medaglia.

«Il berlusconismo è la più grande catastrofe culturale del nostro tempo. Forse anche peggio del fascismo, perché più subdolo e sotterraneo, perché seduttivo e apparentemente vincente» (Dacia Maraini). Rido! Come diceva Giorgio Gaber, «Non ho paura del Berlusconi che è fuori di me, ma del Berlusconi che è dentro di me». Qui per Berlusconi intendo una tendenza oggettiva che prescinde dalla figura del Cavaliere Nero – il quale, peraltro, appare tutt’altro che «imbalenghito» (Mattia Feltri). «Il berlusconismo ha introdotto la cultura di mercato, quella in cui tutto si compra e si vende, dai senatori alle minorenni». Rido! La «cultura di mercato» è stata introdotta dal Capitale ormai qualche secolo fa, non dal capitalista più odiato dai progressisti. Se non sbaglio, fu un certo Karl Marx a sostenere la tesi secondo cui la società borghese si regge sulla mercificazione di persone, di bisogni e di cose, sulla compravendita di capacità professionali di qualche tipo, sullo sfruttamento del cosiddetto “capitale umano”. Diamo insomma al Capitale quel che è del Capitale e a Berlusconi quel che è di Berlusconi! Nella società capitalista un capitalista si candida alla Presidenza dello Stato: che scandalo! Che bizzarria! Che insopportabile anomalia! «Ma ne va dell’onorabilità del Paese agli occhi della comunità internazionale! Berlusconi è semplicemente impresentabile e improponibile!» Quanto gliene possa importare all’anticapitalista dell’onorabilità del Paese è cosa che lascio all’immaginazione di chi legge queste antipatriottiche righe.

«Berlusconi al Quirinale? Una barzelletta!» (Massimo Cacciari). Ma signor filosofo, quanto meno il popolo dopo tanto patire potrà farsi una risata! Scherzo, scherzo. Tanto più che viviamo reclusi dentro una tragica barzelletta che ci ripropone, mutatis mutandis, le solite miserabili tifoserie politiche, decennio dopo decennio. Miserabilandia, appunto. E c’è poco da ridere! Volete una frusta onesta, eticamente ineccepibile e che tutto il mondo ci invidia? L’avrete!

Leggi:

MISERABILANDIA E IL FALLO DI BERLUSCONI; UMILIATI E OFFESI. I DOLORI DEL POPOLO ANTIBERLUSCONIANO; IL COLPO DI STATO SESSUALE È MEGLIO; IL BUCO DELLA SERRATURA. E QUELLO DI NOI TUTTI; L’ODIOSA VERITÀ DEL CAVALIERE NERO; BENVENUTI A MISERABILANDIA

LA CATTIVA EREDITÀ DELL’UNIONE SOVIETICA

Per Sergej Lebedev «L’Unione sovietica non è mai crollata davvero»:

[…] La politica nazionale del Partito comunista, lunga settant’anni, ha lasciato un’eredità esplosiva. Basta pensare alle deportazioni di interi popoli sotto la dittatura di Stalin (ceceni, ingusci, tartari di Crimea, carachi e molti altri) e al loro successivo ritorno in una patria distrutta, nelle case occupate e nei santuari devastati: questo generò un’esigenza di giustizia e autonomia che si sarebbe manifestata anni dopo, un salato conto da pagare per Mosca. Inoltre, quando le autorità sovietiche hanno agilmente ridisegnato i confini storici in funzione del momento, quando hanno creato, abolito, risubordinato entità quasi-politiche come le repubbliche autonome dell’Urss, di rango inferiore rispetto alle repubbliche dell’Unione, non hanno fatto altro che generare future dispute territoriali e speranze di autonomia.

Proprio per questo la storia post-sovietica è una storia di guerre, scontri etnici, conquiste territoriali, massacri di civili. La guerra civile in Georgia (1991-1993); la guerra civile in Tagikistan (1992-1993); le guerre in Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian (1992-1994, 2020), il conflitto osseto-inguscio nel 1992 e due guerre in Cecenia (1994-1996, 1999-2009) avvenute direttamente sul territorio della Federazione Russa; le guerre in Abkhazia (1992-1993) e Ossezia del Sud (1991-1992, 2008), e la guerra in Transnistria (1991-1992) sono avvenute con l’ingerenza della Russia; l’annessione armata della Crimea (2014) e l’aggressione russa nell’Ucraina orientale (del 2014 e ancora in corso) sono solo un elenco incompleto dei conflitti armati post-sovietici.

[…] Memorial disturba l’attuale regime autoritario russo non in quanto potenziale protagonista di cambiamenti politici, ma perché al governo russo oggi serve una visione completamente diversa del passato sovietico: una visione idealizzata, uno strumento di legittimazione del regime di Vladimir Putin.Non è esagerato dire che il passato nella Russia di oggi è una questione politica. L’eredità simbolica del passato viene strumentalizzata per consolidare la nazione, per creare non una maggioranza politica (non ci sono libere elezioni in Russia), ma una nazione ideologizzata, indottrinata e, in questo senso, apolitica.

Pertanto, torniamo alla frase principale dell’accordo di Belaveža [sottoscritto l’8 dicembre 1991 dalle Repubbliche Sovietiche di Russia, dall’Ucraina e dalla Bielorussia]: “L’Unione Sovietica come soggetto del diritto internazionale e della realtà geopolitica ha cessato di esistere”. Questa definizione ammette una terza realtà dell’Urss, non legale o geopolitica, ma simbolica, costituita da oggetti culturali ideologicamente sacralizzati. Una realtà non regolamentata.

L’Unione Sovietica è stata un’incredibile produttrice di simboli, probabilmente l’unico settore in cui è sempre riuscita a superare gli obiettivi di produzione. Monumenti, strutture architettoniche, canzoni, film, libri, cerimonie solenni: l’Unione Sovietica li ha prodotti in massa, creando un orizzonte culturale chiuso, composto di culti che si completavano a vicenda. Il culto della rivoluzione, il culto del socialismo, il culto della vittoria nella Seconda guerra mondiale: la religione sovietica era politeista, composta da molti altari e pantheon di eroi. Verso la fine degli anni Ottanta tutto questo complesso non venne più nutrito, andava scarnificandosi sempre più, fino a crollare,  morente.

Si può anche supporre che l’Urss sia caduta non semplicemente a causa dell’erosione politica. È crollata sotto il peso eccessivo di un carico simbolico che gravava sulla coscienza individuale e generale; l’esperienza viva dei simboli come risorsa psichica si era ormai esaurita e si era trasformata nel suo contrario, in cinismo: gli eroi dei testi un tempo considerati sacri diventavano protagonisti delle barzellette, l’ultima fede nel futuristico progetto socialista era morta nelle lunghe file fuori dai negozi, che negli anni Ottanta erano all’ordine del giorno in ogni città sovietica.

Adesso, trent’anni dopo, l’apparato simbolico sovietico sta vivendo una seconda nascita, postmoderna. Sugli scaffali dei negozi russi sono apparsi prodotti pseudosovietici a giudicare dalle confezioni: nostalgia della fantomatica qualità del cibo sovietico. Il culto della “grande guerra patriottica” è diventato la principale giustificazione della politica estera aggressiva e militarista attuale, una fonte di perversa morale pubblica che glorifica il diritto dei forti. Viene nuovamente creato il pantheon degli eroi sovietici, le cui gesta, avvenute nella realtà o inventate dagli agenti della propaganda, dovrebbero sacralizzare il passato, renderlo immutabile e indiscutibile. Allo stesso tempo, le discussioni storiche sul passato sono criminalizzate, alcuni argomenti, come la Seconda guerra mondiale, stanno gradualmente diventando tabù, dominio commemorativo dello stato. […]

La Russia di Putin ha un approccio completamente diverso con il tempo. La Russia di Putin è un progetto conservatore. Del futuro fondamentalmente non si parla con chiarezza, esso non è definito e non è desiderato. Il futuro è un insieme di cose che non dovrebbero venire; porta la corruzione, l’epidemia del liberalismo, il virus dei diritti umani. Il futuro manca totalmente di tratti positivi e non lo si vuole raggiungere, non si vuole vivere nel tempo. Al contrario, l’era sovietica acquisisce sempre di più le fattezze di un’età dell’oro, di un periodo di grandi vittorie, un periodo in cui l’Unione Sovietica, per così dire, aveva ottime carte da giocare negli equilibri geopolitici; e non è un caso che Vladimir Putin una volta abbia definito il crollo dell’Urss come “la più grande catastrofe geopolitica del Ventesimo secolo”.

In questa logica, qualsiasi repubblica dell’ex Urss che costruisce un discorso storico a parte, che parla di occupazione sovietica, di crimini, che ha condotto o conduce un processo di decomunistizzazione, come l’Ucraina, dove sono stati abbattuti migliaia di monumenti di Lenin, si ritrova inevitabilmente ad essere considerata nemica della Russia. Ma non si tratta di rispetto per Lenin in quanto tale, ai politici russi non importa niente di Lenin, il punto è un altro: l’aspirazione all’unità dello spazio simbolico, all’assenza di ogni critica storica che rischia di indebolire o minacciare l’impostazione del discorso storico sull’autoritarismo, che è diventato uno strumento politico interno ed esterno. Probabilmente, avremo a che fare ancora per decenni con la post-esistenza dell’Urss, con il lungo crollo dell’impero nelle nostre teste e non solo sulla mappa.

A proposito della società russa di oggi Sergej Lebedev parla di «persistente eredità della politica comunista del Ventesimo secolo»; in realtà, come provo ad argomentare nei miei scritti dedicati alla storia della Russia Sovietica (*), si tratta di un’eredità totalmente  interna alla dimensione capitalista/imperialista. Il «Partito comunista» di cui egli parla di “comunista” aveva solo il nome, esattamente come il sedicente Partito-Regime che governa oggi la Cina. Del resto il “comunismo” cinese nato dal bagno di sangue del 1927 ebbe come suo fondamentale punto di vista “teorico” lo stalinismo, la cui caratteristica più peculiare fu quella di appiccicare l’etichetta “socialista” a tutte le categorie economiche capitalistiche: capitale, lavoro salariato, denaro, mercato, ecc. «In questo viaggio lungo e tortuoso, il marxismo si è adattato al contesto cinese per soddisfare le esigenze del tempo attraverso gli sforzi del Partito. La teoria marxista non è un dogma, ma una guida all’azione; deve svilupparsi con l’evoluzione della pratica» (Xi Jinping). Frasi genuinamente staliniste.

La cattiva eredità dell’Unione Sovietica va individuata, dal mio punto di vista, soprattutto nel discredito in cui la sua esistenza ha seppellito parole come “socialismo” e “comunismo”, parole che un tempo evocavano presso le classi subalterne di tutto il mondo la speranza in un mondo senza sfruttati e senza sfruttatori, un mondo fatto di uomini e di donne felici di vivere in una Comunità governata dal principio della piena soddisfazione dei molteplici bisogni umani: «Ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni!» (K. Marx).

(*) Lo scoglio e il mareLenin e la profezia smenaviekhistaIl Grande AzzardoDialettica del dominio capitalistico

LA SITUAZIONE SARÀ PURE TRAGICA MA DI CERTO NON È SERIA

Essere come Socrate…

«Ho fatto il vaccino, sei costretto a farlo, alle leggi si obbedisce. I filosofi obbediscono alle leggi anche quando le ritengono totalmente folli. Socrate insegna». Così il filosofo di professione Massimo Cacciari. D’altra parte Cacciari non è mai stato un No Vax: «Chi ragiona non può essere un No Vax. Non sono contro il vaccino, sono contro l’obbligo», disse il Nostro qualche tempo fa. È quindi sciocco, per non dire altro, accusare di incoerenza il noto personaggio, e che a farlo siano tanto i No Vax quanto i Sì Vax (ossia gli opposti fanatismi ideologici intorno alla questione vaccinale)mi rafforzano nel giudizio che ho avuto modo di esprimere in questi mesi: trattasi di due facce della stessa disumana medaglia.

Per me non si tratta affatto di una questione di coerenza, tutt’altro. Io che filosofo non sono, di nessuna specie, ho fatto il vaccino per paura di beccarmi la malattia Covid-19, di infettare gli altri, a cominciare dai miei cari, e perché costretto dalle necessità che incombono soprattutto sui nullatenenti – ai quali purtroppo appartiene chi scrive queste righe. Sorvolo sugli insegnamenti, veri o presunti, di Socrate non per ignoranza della materia (studio filosofia da quando avevo quindi anni), ma per «democrazia cristiana», come avrebbe detto il grande Totò. Insomma, stendo un velo pietoso sulle “colte” argomentazioni fornite da Cacciari per giustificare una “scelta” che non contraddice affatto la critica più radicale dello stato di emergenza, dell’obbligo vaccinale e del Green Pass usato come strumento di controllo sociale, di divisione e di discriminazione. E quando scrivo «critica più radicale» non intendo certo riferirmi alla posizione assunta da Cacciari e da Agamben sulla politica sanitaria praticata dal governo negli ultimi due anni pandemici; chi si batte nel nome dello “Stato di diritto” (borghese) e della Costituzione (borghese) non solo non sfiora col pensiero la radice del problema, ma all’opposto contribuisce a occultarla, con quel che necessariamente ne segue sul terreno strettamente politico. Il problema, per come la vedo io, non è (non è mai stato) vaccinarsi o non vaccinarsi, ma cogliere la natura sociale della crisi capitalistica mondiale che chiamiamo Pandemia, e leggere alla luce della fondamentale (dirimente) acquisizione che ne segue la strategia governativa intesa a gestire i fenomeni e le contraddizioni sociali, di breve e di lungo periodo, generati da questa crisi sistemica. Come sempre, teoria e prassi sono intimamente e necessariamente collegate; sono l’una la forma trasformata dell’altra. Quando parlo di «prassi» intendo alludere alla politica che l’anticapitalista può realisticamente svolgere nelle pessime condizioni attuali, cosa che non induce all’ottimismo chi ha in odio questa società; ma quel poco che l’anticapitalista oggi può fare non contraddice affatto i presupposti analitici sopra evocati, beninteso se egli intende mantenersi sul terreno dell’anticapitalismo.

Ecco perché alla “follia” delle leggi l’anticapitalista oppone, tutte le volte che ne ha la possibilità, la lotta ideale e politica, non la “socratica” (meglio, cacciariana!) obbedienza. Ma stiamo appunto parlando dell’anticapitalista, non del filosofo di professione.

La predica dell’ex guru con caratteristiche orwelliane

«Essere soggetti a controlli del governo centrale, e ancor più a trattamenti sanitari obbligatori evoca immagini orwelliane che pesano molto psicologicamente». Così il comico di professione Beppe Grillo, il quale peraltro loda la strategia militarista cinese chiamata Covid zero: guerra senza quartiere all’infezione senza alcun riguardo per la vita delle persone, sacrificabili sul terreno degli “interessi generali” – cioè degli interessi del Capitale e del Partito-Stato. Com’è noto, l’ex guru dei pentastellati è un simpatizzante (tutt’altro che solitario!) del regime con caratteristiche orwelliane centrato sulla dittatura del Partito Capitalista Cinese. Tra l’altro il Blog di Grillo nel recente passato ha più volte “relativizzato”, quando non negato apertamente, la repressione degli uiguri attuata da Pechino nello Xinjiang; repressione attuata con mezzi tecnologici che ricordano molto da vicino il mondo orwelliano. Quando si dice da quale pulpito viene la predica…

Post Scriptum

L’atteggiamento ostile, denigratorio, e punitivo contro chi non vuole vaccinarsi ha avuto l’effetto di accrescere l’ostilità, comunque motivata, dei cosiddetti No Vax. Il No Vax costretto a vaccinarsi non solo non si convertirà al “pensiero scientifico”, ma vivrà la vaccinazione come una violenza portata direttamente sul suo corpo, e questo lo rafforzerà nella convinzione che anche la scienza collabora con “il Sistema”, con i “Poteri Forti”, con le forze del male unite in un complotto di dimensione planetaria. Con la forza non si convince nessuno, mentre si contribuisce ad accrescere il risentimento, la rabbia, il vittimismo, l’odio e il settarismo di chi vive come un’inaccettabile ingiustizia un ordine calato dall’alto – ancorché emesso per il suo bene… «Ciò che non mi uccide, mi rafforza»: è questo il sentimento di chi si sente in lotta contro qualcuno o qualcosa.

I sacerdoti del Sacro Vaccino hanno di fatto messo molti dei cosiddetti No Vax nelle condizioni di percepire la vaccinazione come un tradimento della causa, come una vergognosa sconfitta, come una resa incondizionata dinanzi al nemico, e quindi si comprende bene che è difficile chinare la testa dinanzi a chi, con la bava scientista e statalista alla bocca, non aspetta altro che di ridicolizzarti e crocifiggerti per il godimento del pubblico mediatico: «Ma guarda, aveva detto che non si sarebbe vaccinato mai. Bella coerenza! Ammetti almeno che hai avuto sempre torto marcio. Vogliamo l’autocritica!». D’altra parte la radicalizzazione del No Vax è molto funzionale, sia sul piano mediatico (la miserabile gazzarra No Vax versus Sì Vax si vende bene) che su quello politico (leggi costruzione del capro espiatorio). Le vittime di questa Pandemia pesano anche sulla coscienza (posto che ne abbiano una) di quei zelanti sacerdoti al servizio del dominio sociale capitalistico.

Si può obbedire alle leggi per costrizione, non per convinzione, e rinviare la resa dei conti a tempi migliori.


IL CAPITALISMO COSTRUISCE LA GUERRA NEL CUORE DELLA SUA “PACE”

Per la definizione di una “politica estera” anticapitalista

No! Vuie ve sbagliate…’A guerra nun è fernuta… E nun è fernuto niente! (E. De Filippo).

Il capitalismo costruisce oggi la guerra nel cuore della sua “pace”. Anche dove non è combattuta, la guerra vive già oggi nella logica dei sacrifici, nello stato di emergenza, nella irreggimentazione patriottica, nella repressione e militarizzazione sociale, nell’aumento della produzione di strumenti di morte nucleari e “convenzionali”. Per questo non ha alcun senso indovinare la data della prossima carneficina mondiale, né se essa avrà natura nucleare o convenzionale, né, tanto meno, se davvero il conflitto armato generalizzato avrà luogo, se esso sarà cioè possibile alla luce dell’attuale potenziale distruttivo degli armamenti di cui dispongono le maggiori potenze mondiali. La preparazione al conflitto armato si dà a tutti gli effetti come una guerra sociale capitalistica che le classi dominanti combattono contro il loro autentico nemico storico: il proletariato.

La realtà della contesa interimperialistica riduce a brandelli ogni pia illusione circa l’intangibilità dell’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni.

Nella mia ormai non brevissima vita mi è capitato di vivere diversi episodi di crisi internazionali rubricabili giornalisticamente come “venti di guerra”. Negli anni Ottanta del secolo scorso ho pure scritto qualcosa sulla «preparazione della Terza guerra imperialista mondiale»; erano gli anni dell’intervento militare italiano in Libano, dell’installazione dei missili americani (Comiso) e “sovietici”, delle “Guerre Stellari” e di altri eventi internazionali associabili in qualche modo alla contesa tra le due Super Potenze di allora. La guerra mondiale non è poi “scoppiata”, com’è noto, ma al Dio della Guerra e degli Eserciti non è certo mancata carne umana con cui nutrirsi né sangue umano con cui dissetarsi. Le vittime di guerre più o meno locali, molte delle quali combattute “per procura” (ossia per conto delle potenze mondiali), si contano a decine di milioni dalla fine dell’ultimo massacro mondiale, senza contare i “danni collaterali” di lungo periodo prodotti da quelle guerre che oltre a morti e feriti hanno innescato imponenti ondate migratorie che a loro volta non hanno fatto mancare il loro macabro contributo in termini di morti e di indicibile sofferenza. Tuttavia, i Paesi capitalisticamente più avanzati del mondo non si sono scannati direttamente tra loro in una guerra mondiale, e questo fatto cade nella definizione borghese di “pace”: gli anticapitalisti sanno bene che in regime capitalistico parlare di “pace” è sempre una odiosa menzogna anche quando tacciono le armi, perché il dominio di classe (e con esso la guerra di classe) continua. L’ideologia pacifista sorvola su questo fatto fondamentale che sta alla base dei conflitti armati; concepire la “pace” in una società classista è una pura assurdità che trova puntuale conferma in conflitti piccoli e grandi, sociali e militari. Detto in altri termini, nella vigente società mondiale viviamo in una condizione di guerra permanente, e il conflitto armato è una delle fenomenologie di quella condizione: lungi dal negare la pace capitalistica, la guerra ne conferma piuttosto l’intima e più vera natura.

Penso che la crisi sociale capitalistica ancora in corso che  chiamiamo Pandemia illustri molto bene il concetto qui sommariamente abbozzato.

In realtà le maggiori potenze mondiali si preparano sempre al conflitto armato, il quale è una possibilità che nessun Paese e nessun governo sono oggi in grado di escludere in linea di principio, nonostante la dotazione atomica dovrebbe agire come deterrente – «La guerra atomica non contempla vincitori ma solo vinti», dicono i politici. D’altra parte, lo strumento militare “convenzionale” è talmente distruttivo, ancorché “intelligente”, da garantire al metaforico Dio di cui sopra milioni di morti nell’arco di poco tempo: in ogni caso esso non rimarrebbe deluso, questo è sicuro come… la morte!

La galoppante sequenza di eventi mondiali degli ultimi anni e degli ultimi mesi (Taiwan, Bielorussia, Ucraina)ci dice che oggi stiamo assistendo all’ennesimo salto di qualità nello scontro interimperialistico, il quale si dà all’interno di uno scenario mondiale per molti aspetti assai diverso non solo da quello cristallizzatosi con la Seconda guerra mondiale (bipolarismo Stati Uniti-Unione Sovietica), ma anche da quello venuto fuori trent’anni fa dal crollo del polo “sovietico”. Non c’è dubbio che l’elemento di maggiore novità sia oggi rappresentato dall’ascesa della Cina al rango di Potenza imperialista globale in grado di minacciare assai da vicino il primato statunitense; l’altro indiscutibile elemento di novità è costituito dalla Russia di Putin, la cui aggressività (o “assertività”) non investe solo l’ex spazio “sovietico” (dall’Ucraina al Kazakhstan), ma ha modo di mostrarsi in tutta la sua creatività anche in Africa e in Medio Oriente (non raramente sotto mentite spoglie: vedi il famigerato gruppo paramilitare Wagner), a volere smentire la spocchiosa sentenza dell’ex Presidente americano Obama: «La Russia è una potenza regionale». Oggi la Russia si sente forte abbastanza da esigere dagli Stati Uniti una «nuova Yalta»; rimane da vedere fino a che punto questa ambizione sia fondata – la struttura capitalistica della Federazione Russa appare per molti versi molto simile a quella dell’Unione Sovietica. Il (relativo) declino della Potenza Americana e la difficile e contraddittoria formazione di un unitario polo imperialista europeo sono gli altri due fondamentali elementi che compongono il quadro della situazione mondiale.

È difficile negare che dall’Europa al Pacifico, passando per il continente africano e il solito Medio Oriente, spirino nuovamente forti “venti di guerra”. Guerra stricto sensu, la guerra combattuta con lo strumento militare, per intenderci; perché la guerra sistemica (economica, tecnologica, scientifica, politica, ideologica) non ha mai cessato un solo secondo di tormentare l’umanità e la natura. E come sempre, il conflitto militare è la continuazione della guerra sistemica (o competizione imperialistica) con altri mezzi – i quali sono prodotti, con l’ausilio della tecnoscienza più avanzata, durante il periodo di “pace” (1). In questo peculiare senso la “politica estera” praticata dagli anticapitalisti non si distingue in nulla dalla loro politica “interna” – sociale, politica, ideale.

Sul «carattere internazionale del dominio di classe» Karl Marx scrisse quanto segue: «Il dominio di classe non è capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti» (2). I passi del comunista di Treviri qui citati appaiono tanto più significati agli occhi degli anticapitalisti che hanno la sventura di vivere in questa epoca storica caratterizzata dal dominio totalitario e mondiale dei rapporti sociali capitalistici in quanto egli li scrisse nel lontanissimo1871, cioè in un epoca in cui il dominio di classe sopra di cui egli parlava non aveva ancora una dimensione sociale e geosociale nemmeno lontanamente paragonabile a quella che sperimentiamo nel XXI secolo. Paesi come l’Italia e la Germania, tanto per fare un esempio, erano di fresca formazione nazionale, mentre la Russia rimaneva ampiamente impantanata in rapporti sociali ostili all’accumulazione capitalistica e alla formazione della moderna “società civile”, anche se «perfino in Russia vulcaniche forze sociali minacciano di scuotere le basi stesse dell’autocrazia» (3).

La “politica estera” degli anticapitalisti ovunque operanti nel mondo può essere a mio avviso compendiata come segue (adopero il format sloganistico per costringermi alla sintesi): Contro la società capitalistica mondiale realizzare l’alleanza delle classi subalterne sfruttate e oppresse in ogni Paese del mondo. Solidarietà con le lotte dei lavoratori di tutto il mondo. Solidarietà con i migranti. Contro gli interessi degli Stati e delle nazioni, a cominciare dagli interessi del proprio Paese. Contro il punto di vista della nazione, della patria, anche in caso di “aggressione” da parte del “nemico”: il nemico del mio Paese non è il mio nemico. Contro l’Articolo 52 della Costituzione Italiana: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Contro «L’ordinamento delle Forze armate» (Art. 52) comunque “informate” (da uno “spirito” autoritario piuttosto che da uno “spirito” democratico). Contro tutte le alleanze imperialistiche, a cominciare da quelle che vedono la partecipazione del proprio Paese (nel caso che mi riguarda la Nato e le organizzazioni militari europee più o meno autonome dalla prima). Contro l’Imperialismo Unitario (4) costruire l’unità del proletariato mondiale. Contro il Sistema Mondiale del Terrore realizzare la fraterna solidarietà tra i nullatenenti di tutto il mondo. Contro l’Onu in quanto «covo di briganti» al servizio delle Potenze mondiali egemoni – Stati Uniti, Cina, Russia, Unione Europea. Trasformare la preparazione della guerra imperialista mondiale in preparazione della guerra di classe mondiale. Proletari di tutto il mondo, unitevi!

(1) «Il sistema borghese rivela lo stato e la posizione sua in questa singolare contraddizione, che, cioè, il pacifico mondo dell’industria è diventato un immane accampamento, entro il quale vegeta il militarismo. L’epoca dell’industria pacifica è diventata, per l’ironia delle cose, l’epoca del continuo ritrovamento di nuovi e più potenti mezzi di guerra e di distruzione» (A. Labriola, In memoria del Manifesto dei comunisti, 1895, p. 67, newton, 1978). Questo scriveva il comunista critico Antonio Labriola 127 anni fa: e ho detto tutto!

(2) K. Marx, La guerra civile in Francia, 1871, p. 141, Newton C., 1973.

(3) Secondo indirizzo del Consiglio generale sulla guerra franco-prussiana, 9 settembre 1870, Ibidem, p. 81; l’indirizzo fu scritto da Marx per conto dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, passata alla storia come I Internazionale. Costituita a Londra il 28 settembre 1864, la I Internazionale si sciolse di fatto con il congresso di Ginevra dell’8-13 settembre 1873. Contro «i campioni del patriottismo teutonico» Marx scrive: «Se la campagna attuale ha dimostrato qualche cosa, ha dimostrato la facilità con la quale la Francia può essere invasa dalla Germania. Ma, onestamente, non è un assurdo e un anacronismo completo far delle considerazioni militari il principio secondo il quale si devono stabilire i confini delle nazioni? […] Se i confini devono essere determinati da interessi militari, le pretese non avranno mai termine, perché ogni linea militare è necessariamente difettosa e può venir migliorata con l’annessione di un territorio più avanzato; e oltre a ciò non potrebbe mai essere stabilita in un modo giusto e definitivo, perché verrebbe sempre imposta dal vincitore al vinto, e quindi porterebbe sempre in sé il germe di nuove guerre. Tale è la lezione di tutta la storia per le nazioni come per gli individui» (pp. 78-79). Fin dove arrivano le invalicabili “linee rosse” tracciate oggi dalle Potenze mondiali? Marx considerava già un secolo e mezzo fa «un assurdo e un anacronismo» fondare la sicurezza tra le nazioni su «considerazioni militari», le quali peraltro rispondono a considerazioni d’ordine generale, a cominciare da quelle di natura squisitamente economica, come si vedrà chiaramente con l’ingresso del capitalismo nella sua fase imperialista negli anni Novanta del XIX secolo.

(4) Unitario ma non unico. Questo concetto cerca di esprimere una realtà (l’imperialismo mondiale del XXI secolo) altamente complessa, composita e conflittuale. Esso non ha dunque nulla a che vedere con il Super Imperialismo di kautskiana memoria, tutt’altro. Necessariamente conflittuale al suo interno, l’Imperialismo Unitario è radicato in un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che domina l’intero pianeta, e si rapporta con le classi subalterne come un solo Moloch sociale. Per approfondire la conoscenza del mio punto di vista “geopolitico” rinvio a tre scritti: Geopolitica del Dominio, Il mondo è rotondo, Sul concetto di imperialismo unitario. Il concetto di Sistema Mondiale del Terrore è stato invece da me “elaborato” anni fa con un preciso intento polemico nei confronti della cosiddetta guerra al terrorismo (per chi scrive terrorizzante e terroristica è la società mondiale presa nella sua disumana totalità): rimando al PDF intitolato La radicalizzazione del male. Ovvero: il Sistema Mondiale del Terrore.

KAZAKHSTAN. IL GIORNO DOPO

Cerchiamo di fare, assai sinteticamente, il punto della situazione dopo il “fraterno” intervento russo in Kazakhstan a sostegno del traballante regime messo sotto fortissima pressione da un’ondata di proteste a sfondo sia “economico” che “politico”. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, è bene ricordare che nel Paese centroasiatico è severamente vietato organizzare il dissenso politico, e che quindi necessariamente la “dialettica politica” deve svolgersi soprattutto all’interno dello stesso regime: di qui le “guerre di palazzo” che vi divampano a scadenza quasi regolare. Bisogna insomma dare per scontato che le fazioni interne al regime sfruttino il malessere sociale per darsi battaglia, e non certo per migliorare le condizioni di vita delle classi subalterne (1). Ma il malessere sociale esiste, non è, ovviamente (2), un’invenzione dell’Occidente, il quale peraltro si è ben guardato dal fare la voce grossa contro i massacratori dei manifestanti, limitandosi al solito ipocrita piagnisteo sui “diritti umani violati”. In ogni caso, e come ho scritto l’altro ieri, si tratta di cani imperialisti che abbaiano l’uno contro l’altro.

Il fatto che le fazioni capitalistiche usino il disagio sociale delle classi subalterne per farsi battaglia getta un fascio di luce sulla questione che più interessa gli anticapitalisti: come realizzare l’autonomia politica, ideale e psicologica di quelle classi. Si tratta di una questione di fondamentale (decisiva) importanza che ovviamente non riguarda solo la società kazaka. Ma non è questa la sede per approfondire il problema, anche se l’averlo semplicemente evocato è sufficiente, credo, a dare un preciso taglio a questo scritto.

Le ragioni che stanno dietro l’atteggiamento “accomodante” di Bruxelles e delle capitali europee sono di facile comprensione, e inducono a parlare senza peli diplomatici sulla lingua soprattutto coloro che vorrebbe la rapida formazione di un forte e unitario imperialismo europeo in grado di competere non solo con la Russia e la Cina, ma anche con gli Stati Uniti, sempre più concentrati nell’area del Pacifico e alle prese con una difficile situazione sociale e politica interna. La presenza sempre più forte e “globale” (economica, militare, politica, ideologica) di Paesi come la Cina, la Russia e la Turchia in Africa, in Medio Oriente e nei Balcani è fonte di una crescente preoccupazione da parte di Parigi, Berlino e Roma, sfidati anche in aree che fino a qualche anno fa consideravano parte del loro cortile di casa “allargato”.

«Petrolio, uranio e terre rare: è la mappa dei tesori strategici del Kazakhstan. Non può permettersi di avere nemici, il Kazakhstan. Dotato di immense e varie ricchezze minerali, è incastonato al centro dell’Asia, il più grande Paese al mondo senza accesso al mare. O meglio il suo mare, il Caspio, è chiuso: per esportare, il Kazakhstan deve contare sui vicini e sugli accordi di transito stretti con loro. Per questa ragione, il Paese che nel 1991 si dichiarò indipendente dall’Urss per ultimo ha cercato di mantenere buoni rapporti con tutti: Europa e Stati Uniti, che hanno investito molto nel Paese» (A. Scott, Il  Sole 24 Ore). È particolarmente significativa la presenza in Kazakhstan di multinazionali britanniche e tedesche. Sappiamo l’importanza delle cosiddette terre rare nella produzione delle merci “intelligenti”, preziose anche nella politica di controllo e repressione (qui la Cina si offre come modello agli Stati di tutto il mondo) e nell’industria spaziale e militare.

«Il Paese è leader nella produzione di uranio, il 40% a livello globale, la metà della quale è destinata al mercato più importante, quello cinese. Peraltro la capacità kazaka di affermarsi come leader mondiale nell’estrazione e fornitura di uranio dipende anche dalla sua particolare “fortuna” geologica: tutte le miniere infatti sono sfruttabili attraverso la lisciviazione (o recupero) in situ, una modalità d’estrazione che consente di abbattere di gran lunga i costi. Per questo Pechino guarda con attenzione ai disordini in Kazakistan. I siti di produzione non sono stati ovviamente interessati ma la principale via di esportazione passa attraverso la regione di Almaty, dove invece gli scontri ci sono stati eccome. E le apprensioni tra gli industriali della Repubblica popolare non riguardano solo l’uranio ma pure il gas naturale: tra gennaio e novembre 2021 le società cinesi in affari con il Paese dell’Asia centrale hanno importato dal Kazakhstan quattro milioni di tonnellate di gas attraverso l’oleodotto Cina-Asia centrale. […] La ricchezza mineraria kazaka contribuisce al 20% del suo prodotto interno lordo e al 19% del suo export. E non si riduce solo all’uranio che, per quanto strategico, ha un mercato di riferimento circoscritto. Il Kazakistan è il quarto produttore globale di rame. Ma la lista del tesoro minerario kazako è lunga: si stima che il sottosuolo “nasconda” il 30% delle riserve mondiali di cromo, indispensabile nelle leghe metalliche, una su tutte l’acciaio inossidabile. E poi il 25% di manganese, il 10% di minerale di ferro, il 13% di piombo e di zinco. Per non parlare dell’oro: le stime parlano della nona riserva accertata più grande al mondo. È poi un serbatoio di vanadio, bismuto, fluoro, bauxite, carbone, fosfato, titanio e tungsteno. Il Kazakistan perciò, per la sua ricchezza mineraria, può tranquillamente competere con Canada, Australia, Russia e altri Paesi nelle forniture di beni ormai divenuti il baricentro di tensioni geopolitiche dai risvolti difficilmente prevedibili, come l’Afghanistan insegna. Tuttavia, proprio come l’Afghanistan, paga una grave arretratezza infrastrutturale, vie di trasporto poco sviluppate, siti e miniere mal connesse, un ambiente normativo ancora poco favorevole alla attività produttive, conoscenze e competenze ancora non all’altezza del tesoro che custodisce» (Huffington Post). 

È ovvio che cotanto “tesoro naturale” debba ancor più rimarcare l’estrema povertà che caratterizza le condizioni di vita dei diseredati kazaki, i quali non partecipano affatto alla spartizione della ricchezza nazionale – salvo che per una politica di pidocchioso assistenzialismo inteso a procurare al regime un certo, ancorché precario (come abbiamo visto), sostegno popolare. Come insegna la storia lontana e recente, le magagne riconducibili alla legge dell’ineguale sviluppo capitalistico sono foriere di fenomeni sociali di vasta portata sia su scala interna come su quella internazionale.

Pechino sta sostenendo apertamente la linea dura del regime kazako, lodandone la fermezza e l’intransigenza nei confronti di “terroristi e banditi”. Il Partito Capitalista Cinese fa sapere che «chi istiga rivoluzioni deve essere fermato con tutti i mezzi necessari»: gli anticapitalisti di tutto il mondo sono avvisati! Gli italici sostenitori del Celeste Imperialismo e della Nuova Russia possono invece dormire tranquilli e sereni. «La Cina», ha dichiarato il Presidente Xi Jinping, «è disposta a offrire l’aiuto di cui il Kazakistan ha bisogno per superare le attuali difficoltà». Come sempre in questi casi si tratta di un aiuto “fraterno”, lo stesso che Pechino sta offrendo in questi giorni al regime militari del Myanmar, dove gli oppositori vengono arrestati, torturati, uccisi e infine bruciati per rendere più difficile il loro riconoscimento da parte delle famiglie. Diciamo che si tratta di un “aiuto fraterno” con caratteristiche cinesi nella Nuova Era – quella della Cina che aspira alla primazia capitalistica mondiale.

Scrive Anna Zafesova: «Si capisce perché Xi Jinping ha applaudito a quello che sembra sempre più un golpe di Tokayev, ritenuto molto filocinese rispetto a un Nazarbaev attento ad avere amici a Est come a Ovest. Una neutralità che una Cina sempre più assertiva non vuole più accettare, commenta Aleksandr Baunov di Carnegie Moscow. Trovandosi in singolare sintonia con Putin, che nel frattempo sta sfidando Washington per riavere le sue sfere d’influenza ex sovietiche»  (A., La Stampa). Qui la Zafesova lascia immaginare una “dialettica” geopolitica tra la Russia e la Cina tutt’altro che scontata e pacifica. Staremo a vedere.

Il Ministro degli Esteri turco non solo ha ribadito il pieno appoggio della Turchia alla repressione delle manifestazioni, ma ha anche offerto assistenza tecnica al ristabilimento e al mantenimento dell’ordine in Kazakhstan, la cui stabilità «è essenziale per tutta la regione, e in particolare per i suoi vicini».  Da parte sua, Il Presidente Recep Tayyip Erdogan, sempre più terrorizzato da un effetto di emulazione, ha ripetuto gli stessi concetti e ha rinnovato le minacce rivolte a un’opposizione politica sempre più in ascesa nei sondaggi, potendo anche contare sugli effetti sociali di una crisi economica (secondo gli economisti indipendenti turchi l’inflazione reale è già oltre l’86 per cento) che morde i salariati e impoverisce le classi medie.  

E l’Italia come si pone in tutto ciò? «Occhi puntati sulle rivolte in Kazakistan anche in Italia: quasi 6mila chilometri separano Roma da Nur-Sultan, ma il nostro Paese è il primo partner commerciale europeo del più grande fra gli Stati centro-asiatici nati dalle ceneri dell’Unione sovietica. Un rapporto privilegiato iniziato già trent’anni fa, all’indomani della dissoluzione dell’Urss, che si è cementato attorno alla radicata presenza dell’Eni, e che ha via via attratto in Kazakistan un crescente numero di aziende italiane accanto a quelle russe e cinesi. Fondamentale partner per le importazioni italiane di energia visto il ricchissimo sottosuolo di petrolio e gas (il Cane a sei zampe è presente nei mega-giacimenti di Karachaganak, nel nord-ovest, e di Kashagan, nel Mar Caspio), negli ultimi tempi il Kazakistan sta anche puntando a diversificare la propria economia. Dalla meccanica all’agroalimentare, dall’energia alla logistica, secondo i dati della nostra ambasciata a Nur-Sultan diffusi dal ministero degli Esteri attualmente sono circa 250 le aziende e le joint venture a capitale italiano che operano nel Paese dell’Asia Centrale (una quarantina delle quali con una sede stabile). Insomma, quello kazako adesso messo in crisi dalla protesta legata alla corsa dei prezzi del carburante che si è presto trasformata in contestazione politica è in realtà da anni un mercato piuttosto stabile e in piena espansione anche per gli investitori italiani, con esportazioni-record pari a 1,1 miliardi di euro all’anno nel 2018 e nel 2019. Interlocutore diplomatico di Roma e delle altre cancellerie Ue nelle ore dell’evacuazione dei profughi dall’Afghanistan, questa estate, il Kazakistan è stato anche il primo Stato della regione centro-asiatica a firmare un Accordo di partenariato e cooperazione rafforzata con l’Ue» (G. Rosana, Il Messaggero).

«Da Parigi, nel frattempo, l’oligarca in esilio, Mukhtar Abljazov, ha rivendicato la guida della protesta. L’ex banchiere e ministro ha invitato l’Occidente a schierarsi contro la Presidenza del suo Paese. Se ciò non avverrà “il Kazakistan si trasformerà in una Bielorussia e Putin imporrà metodicamente il suo programma, ossia la ricostruzione dell’Unione Sovietica» (G D’Amato, Il Messaggero). «Speriamo!» Ho dato voce ai nostalgici dei “bei tempi che furono”, i quali peraltro possono usare le parole dell’oligarca dissidente per portare acqua al mulino della teoria delle “rivoluzioni colorate”. In attesa (probabilmente vana, almeno nel breve e medio periodo: voglio essere ottimista!) che la rivoluzione sociale se li porti via insieme agli ultrareazionari regimi che sostengono. «Volesse Dio!» Ho dato voce alla speranza, la quale è, come si dice, l’ultima a morire. Speriamo!

L’Opinione Pubblica ci suggerisce di «non confondere la lotta di classe con le trame imperialiste»; infatti, «Quello in corso in Kazakistan è un attacco ibrido tramato dall’imperialismo e dalle sue forze alleate all’interno dell’ex repubblica sovietica». Detto che in fatto di «lotta di classe» sono molto esigente, come dimostrano i miei tanti post scritti all’epoca delle cosiddette “Primavere Arabe”; detto questo, in ogni caso non mi schiererei mai dalla parte degli Stati, non sosterrei mai il loro punto di vista, i loro interessi. Ad esempio, non condivido affatto il nazionalismo catalano che predica l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna (sono per l’unità del proletariato spagnolo e internazionale), ma di certo non appoggio la repressione del movimento catalano da parte del governo centrale di Madrid. Mi sa che più che di Opinione Pubblica qui dovremmo piuttosto parlare dell’opinione di Mosca e Pechino. Quando gli amici dell’imperialismo (ovunque basato) blaterano propagandisticamente di “lotta di classe”, o di “pace nel mondo”, di “diritti umani” e via discorrendo, occorre subito mettere mano alla pistola – se proprio non si ha l’accesso all’arma fine di stronzo, pardon, di mondo.

(1) «Non dobbiamo neanche idealizzare l’attuale movimento di protesta. Sì, è un movimento sociale di base, con un ruolo pionieristico dei lavoratori, sostenuto dai disoccupati e da altri gruppi sociali. Ma ci sono forze molto diverse al suo interno. I lavoratori non hanno il loro partito, i sindacati di classe, un programma chiaro che risponda pienamente ai loro interessi. I gruppi di sinistra esistenti in Kazakistan sono più simili a circoli e non possono influenzare seriamente il corso degli eventi. Forze oligarchiche interne ed esterne cercheranno di impadronirsi del movimento e di usarlo a loro vantaggio. Se vincerà, inizierà una redistribuzione della proprietà e un confronto aperto tra le varie fazioni della borghesia, una “guerra di tutti contro tutti”. Ma, in ogni caso, i lavoratori potranno conquistare alcune libertà e ottenere nuove opportunità, tra cui la creazione di propri partiti e sindacati indipendenti, che renderanno più facile la lotta per i loro diritti in futuro» (A. Kurmanov, co-presidente del Movimento Socialista del Kazakistan, Matrioska).

(2) «Expert, un autorevole settimanale moscovita non certo di sinistra, sostiene che le dimensioni della rivolta ad Alma Ata sono determinate dal fatto che “ci sono molti giovani sfaccendati e spesso disoccupati. Infatti secondo un censimento dell’autunno scorso il 53,69% della popolazione ha meno di 28 anni. Ed è proprio tra questi strati che la disoccupazione è particolarmente alta”. […] Del resto non sono solo la classe operaia e il sottoproletariato a essere stanchi di un potere che – forse unico insieme all’Azerbaigian – vanta una filiazione diretta dall’ex Urss, essendo stato Nazarbaev anche l’ultimo segretario del Pcus kazako fino proprio al 1991. In questi anni mentre la forbice delle ricchezze sociali si allargava a dismisura si è formato nelle grandi metropoli (Alma Ata e Astana – ora Nur-Sultan) un piccolo strato di classe media urbana che ha mostrato sempre più stanchezza per la corruzione, il nepotismo, l’autoritarismo e la scarsa mobilità sociale che affascia il paese. Questi strati sociali sono anche quelli più sensibili alle argomentazioni prettamente politiche come il fatto che non se ne poteva più di Nazarbaev, l’insoddisfazione per il governo di Tokayev, per un sistema di partiti rigido e antidemocratico, per l’esistenza di leader locali non eletti e così via. […] Del resto anche i media occidentali hanno evitato – almeno finora – di suonare la grancassa della propaganda antirussa e i motivi sono evidenti: ci sono grandi investimenti stranieri nel paese che ora rischiano di sfumare o di subire pesanti perdite a causa del clima interno del paese – tra cui quelli dei Paesi Bassi, che rimangono il più grande investitore del paese con 3,3 miliardi di dollari, seguiti da Stati Uniti (2,1 miliardi di dollari), Svizzera (1,3 miliardi di dollari), Russia (704. 9 milioni di dollari), Cina, con i suoi 508,7 milioni di dollari» (Y. Colombo).

KAZAKHSTAN. ANCHE IN ITALIA C’È CHI TIFA PER IL FRATERNO INTERVENTO DI MOSCA (E MAGARI DI PECHINO)?

Ultime notizie dal Kazakhstan: «Immagini su media e social locali mostrano negozi saccheggiati ed edifici amministrativi presi d’assalto e dati alle fiamme. La polizia fa sapere di aver sparato e ucciso decine di manifestanti in una “operazione antiterrorismo”. Secondo il ministero dell’ Interno kazako, almeno 8 membri delle forze dell’ordine sono stati uccisi negli scontri e altri 137 feriti. Numerosi i feriti negli scontri. Mosca manda una “forza di pace” di stabilizzazione» (Ansa). «Forza di pace di stabilizzazione»: come sempre la cinica neolingua del potere esprime bene il cinismo delle cose, l’oggettiva brutalità che caratterizza i nostri calamitosi tempi. E intendo riferirmi al Potere sociale che domina su tutto il pianeta (dalla Russia agli Stati Uniti, dalla Cina all’Europa, dall’Africa a…), e che ha nell’imperialismo la sua espressione più peculiare e compiuta. Dico questo a scanso di antipatici equivoci.  

«Né la minaccia di una reazione “dura”, né le promesse di ribassare i prezzi dei beni di prima necessità hanno convinto i dimostranti scesi in piazza da giorni in Kazakhstan a mettere fine alle loro proteste senza precedenti. Il bastone e la carota esibiti dal presidente Kassym-Jomart Tokayev non hanno impedito che le manifestazioni si estendessero anzi a diverse città e che migliaia di persone prendessero d’assalto il municipio e la residenza presidenziale ad Almaty, cuore economico del Paese, e arrivassero in serata ad attaccare l’aeroporto della città. Di fronte al precipitare della crisi Tokayev ha chiesto alla Russia e agli altri Paesi membri di un’alleanza militare guidata da Mosca di intervenire per stroncare le proteste» (Ansa). «Non ammetteremo interferenze», fa sapere il Cremlino; interferenze da parte della concorrenza, beninteso.

Leggo su Facebook: «Mentre l’esercito russo invade il Kazakistan per sedare nel sangue la rivolta, Contropiano spiana la strada alla repressione imperialista con un articolo che non cita neanche una volta lo sciopero generale, i sindacati, gli operai del settore petrolchimico, ma riprende le parole del regime definendo gli insorti “banditi” e “terroristi addestrati all’estero”. Praticamente siamo di nuovo alla situazione degli operai del porto del Pireo. C’era chi diceva che lo sciopero fosse un complotto anti-cinese guidato dalla NATO per impedire alle portacontainer cinesi di scaricare». Per pura formalità (conosco i polli ultrareazionari di Contropiano) sono andato a verificare l’informazione, che si è dimostrata essere sostanzialmente veritiera.

I Contropianisti fanno infatti capire che fin quando la gente ha manifestato pacificamente la propria rabbia nei confronti del rincaro dei prezzi del gas e del petrolio liquefatto scattato all’inizio del nuovo anno le forze dell’ordine hanno ricevuto dal regime l’ordine di non intervenire, e che solo nel momento in cui i “terroristi” hanno fatto la loro comparsa sulle strade di Zhanaozen e Aktau le autorità kazakhe sono state costrette a reprimere violentemente le manifestazioni sobillate dai “terroristi”. A questo punto, «Il presidente kazako ha chiesto aiuto all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (dell’organismo, oltre al Kazakhstan, fanno parte l’Armenia, la Bielorussia, il Kirghizistan, la Russia e il Tagikistan), sostenendo che “i terroristi” hanno invaso strutture strategiche in tutto il paese» (Contropiano). Ovviamente si tratta di un “aiuto fraterno”, come a bei tempi (per l’immondizia stalinista, s’intende) dell’Unione Sovietica. Che botta di canagliesca nostalgia per gli stalinisti rimasti sul mercato delle ideologie ultrareazionarie! E purtroppo non sono pochi, anche perché essi oggi possono contare sul successo dello stalinismo con caratteristiche cinesi nella Nuova Era. Insomma, l’escrementizio format delle “rivoluzioni colorate” foraggiate dall’imperialismo (cioè dagli Stati Uniti e dall’Europa) è sempre pronto all’uso. In attesa di autentiche rivoluzioni sociali…

Come hanno reagito agli eventi kazaki la Cina e la Turchia? Secondo uno schema ormai “classico”, Pechino ha fatto sapere di auspicare una «rapida stabilizzazione della situazione», e di lavora in questo senso affinché «l’ordine sociale» venga al più presto ripristinato in Kazakhstan, le cui riserve di petrolio e di gas (per non parlare di altre materie prime) fanno di quel Paese la prima economia dell’Asia Centrale. L’importanza della contiguità energetica del Kazakhstan al Sinkiang cinese è nota a tutti gli analisti geopolitici, per tacere degli altri “fattori” che rendono quel Paese molto interessante agli occhi di Pechino (1). Erdogan ha invece dichiarato che in Turchia ci sarebbero gravissime conseguenze se qualcuno decidesse di scendere in piazza come in Kazakhstan: «Spazzeremo via i terroristi chiamando la nostra gente a difendere la sovranità del Paese». Com’è noto, per i regimi di tutto il mondo chi lotta contro le conseguenze della crisi economia (2) e contro l’oppressione politica è rubricabile automaticamente come un terrorista (o un “bandito”, come ha fatto il Presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev) al servizio di qualche Potenza straniera, e comunque di interessi ostili alla sacra sovranità nazionale. L’isterica reazione di Erdogan naturalmente si spiega con la gravissima crisi economica che sta attraversando la Turchia, e che ha nelle continue svalutazioni della lira turca la sua più eclatante manifestazione. I salari perdono sempre più terreno anche nei confronti dei continui aumenti dei prezzi dei generi di prima necessità. Il Presidente turco cerca di recuperare terreno, in vista delle prossime scadenze elettorali e presidenziali, attraverso politiche di netto stampo clientelare che di certo non migliorano il devastato quadro economico nazionale.

Per il Presidente kazako, sempre più in bilico e abbandonato al suo destino da una parte dei suoi solidali, «Questa situazione è tutta colpa dipotenze straniere che sobillano!» Inutile dire che le parole più dure contro i “terroristi”, i “banditi” e i “sobillatori” attivi in Kazakhstan sono state pronunciate dal dittatore della Bielorussia Alexander Lukashenko, il quale ha invocato, anzi implorato il “fraterno aiuto” dell’esercito russo. Come scrivevo su un post di qualche settima fa, «l’indipendenza (la tanto reclamizzata “sovranità nazionale”) delle piccole nazioni dalle grandi potenze si dimostra essere, come e più di prima, una ciclopica quanto ridicola menzogna».

(1) «Per la vastità e la centralità geografica del proprio territorio, incardinato fra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, il Kazakistan rappresenta un’articolazione fondamentale nella definizione del rapporto fra Mosca e Pechino. Per entrambe il paese gioca un ruolo geopolitico di primo piano. Per la Russia il territorio kazako costituisce la via d’accesso all’Asia centrale. In seguito al lancio della Belt and Road Initiative (o nuova via della seta), anche la Cina attribuisce al Kazakistan un’importanza altrettanto determinante. Non è un caso che l’immenso progetto sia stato presentato al mondo da Xi Jinping nel 2013 proprio nella capitale kazaka, l’allora Astana» (Limes). «Le ex repubbliche sovietiche centro-asiatiche sono parte della catena del valore russa, ma sono anche oggetto degli interessamenti di Cina (per la Belt and Road), Turchia (che vuole costruire nell’Asia Centrale un blocco strategico unico) e Iran (che nell’area cerca influenza come sfogo per le limitazioni in Medio Oriente)» (Formiche.net).

(2) «La crisi 2014 del petrolio e il calo del 90% delle esportazioni verso la Cina, causa Covid, per la prima volta in vent’anni hanno portato il Paese in recessione. Quella kazaka, osservano fonti diplomatiche, è anche la prima crisi provocata dai bitcoin: solo nel 2021, quasi 90 mila società di criptovalutesi sono spostate qui dalla Cina, allettate dal basso costo dell’energia.  Ma così facendo, spiegano, s’è spinto alle stelle il costo della mostruosa quantità d’elettricità necessaria agli algoritmiper “proteggere” i bitcoin. Troppi interessi giostrano intorno a questo gigante centrasiatico. Che è il nono Paese più grande del mondo, siede su enormi giacimenti d’uranio, ha coltivazioni più estese della Russia e dell’Ucraina, flirta sia con Putin che con Erdogan» (Il Corriere della Sera).

Traduzione di Yurii Colombo, Matrioska.

Aggiunta del 7 gennaio 2022

Breve rassegna stampa. In attesa di ulteriori sviluppi

Il presidente del Kazakhstan ha dichiarato che «Le forze dell’ordine stanno lavorando duramente»: su questo punto non è consentito avere dubbi, tanto più dopo il “fraterno” intervento della Russia.

«I primi paracadutisti russi sono già arrivati in Kazakistan. A darne notizia è il ministero della Difesa di Mosca. La forza di pace, viene specificato, è inquadrata nelle truppe del Patto di sicurezza collettiva (Odkv), una specie di Patto di Varsavia a livello ex sovietico. La scelta di agire d’urgenza è stata resa nota dalla Presidenza di turno dell’organizzazione militare, dal premier armeno Nikol Pashinjan, che ha aggiunto: l’azione “avrà un tempo limitato”» (G. D’Amato, Il Messaggero).  Giusto il tempo di reprimere nel sangue la rivolta, ripristinale l’ordine sociale e stabilire un regime politico consono agli interessi della Grande Russia. La “forza di pace” si spiega ovviamente alla luce della Neolingua magistralmente descritta da George Orwell: La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza» (1984).

«”Un gruppo di studenti, incitati da elementi nazionalisti, è sceso nelle vie di Almaty manifestando la loro disapprovazione. Vandali, parassiti e altre persone antisociali hanno approfittato della situazione per azioni illegali contro i rappresentanti della legge e dell’ordine. Hanno dato fuoco a un negozio di alimentari e ad automobili private, e insultato i cittadini”. Questo dispaccio della agenzia ufficiale Tass non è stato scritto ieri, è stato battuto il 17 dicembre 1986, quando sulla piazza centrale di Almaty – oggi intitolata alla Repubblica, allora portava il nome di Leonid Brezhnev – scoppiò la prima protesta di piazza della Perestroika. […] La manifestazione venne repressa con la forza: un numero tuttora sconosciuto di morti, centinaia di feriti, migliaia di arrestati. Fu il primo di una serie di errori di Mikhail Gorbaciov nel sottovalutare il desiderio di autonomia delle province, e nel sopravvalutare la tenuta del melting pot sovietico, che portò al collasso dell’Urss cinque anni dopo. […] Ora a Mosca si esulta per l’invio di soldati russi a domare la rivolta, e la responsabile del canale RT Margarita Simonyan, twitta entusiasta le condizioni del ritorno del Kazakhstan all’ovile: ritorno all’alfabeto cirillico e alla russificazione totale, riconoscimento della Crimea annessa dall’Ucraina e politica estera “fraterna”. È l’esultanza di chi non ha imparato nulla, e se Vladimir Putin considera la fine dell’Urss una “catastrofe geopolitica”, per una sua ipotetica rifondazione i propagandisti moscoviti propongono un colonialismo suprematista russo nemmeno più abbellito dall’internazionalismo proletario dei comunisti» (A. Zafesova, La Stampa).

Ovviamente per «comunisti» Anna Zafesova intende gli stalinisti, i quali non solo con il comunismo non avevano (e non hanno: vedi i nipoti di baffone e di Mao ancora in circolazione) nulla a che fare, ma ne erano (e ne sono) piuttosto la più totale e radicale negazione. Ho sempre parlato del cosiddetto “socialismo reale sovietico” (un reale capitalismo/imperialismo) come della più grande menzogna del XX secolo. Scrivevo qualche mese fa: «Putin ha definito la dissoluzione dell’Unione Sovietica “la catastrofe geopolitica più grande del XX secolo”, e come abbiamo visto si è impegnato a fondo nel recuperare il terreno perduto dalla Madre Russia. Forse è anche per questo che a molti neo/vetero stalinisti italiani il virile Vladimir sta molto simpatico. Nostalgia canaglia!». Vedi anche il post Gulag e accumulazione capitalistica.

Per Adriano Sofri quello che sta accadendo nel Kazakhstan «doveva succedere, e sta succedendo. Ci sono tutti gli ingredienti per cambiare la storia di un paese incentrato da anni sul culto di Nursultan Nazarbayev»: voglia coraggiosa di libertà personale, soprattutto espressa dalle donne, rivolta sociale di lavoratori più volte esplosa e schiacciata, disegni islamisti, congiure di palazzo, ambizioni russe, paure dei regimi autoritari come quello bielorusso, e altro ancora. Ma ciò che più ha colpito Sofri, lasciandolo «senza fiato», è stata la notizia che la crisi economica del gigante petrolifero centro-asiatico, grande dieci volte l’Italia e con una popolazione di soli venti milioni di cittadini; che la crisi che ha scatenato le manifestazioni in tutto il Kazakhstan ha avuto come sua importante componente il consumo di elettricità da parte di decine di migliaia di compagnie internazionali di criptovalute. «È il nuovo mondo. Esprimete un desiderio» (Il Foglio). Il mio desiderio cerco di “socializzarlo” nei modesti post che scrivo contro il “vecchio” e contro il “nuovo” mondo.

«”Sparate a vista e senza preavviso”, è l’ordine dato in tv dal presidente Kassym-Jomart Tokayev: “Ci sono 20mila delinquenti che hanno attaccato i palazzi pubblici di Almaty. Non negoziamo con questa gente, è assurdo che dall’estero ce lo chiedano. Verrà creata una squadra speciale per dare la caccia a questi terroristi. Chi non s’arrende, sarà eliminato. Ringrazio il Presidente Vladimir Putin”. A fatica, i kazaki riescono a far uscire informazioni e immagini su quel che sta realmente accadendo. E in questi brevi video, arrivati al Corriere della Sera, qualcosa si vede e si capisce. I corpi speciali, sostenuti dalle truppe inviate da Mosca, che sparano ad altezza d’uomo. Un giovane a terra, sull’asfalto, colpito e in fin di vita. Distese di cadaveri, coperti da lenzuoli bianchi. Gli Stati Uniti hanno avvertito Mosca: “Vigileremo sul rispetto dei diritti umani”» (Il Corriere della Sera). Della serie: un cane imperialista abbaia contro un altro cane imperialista. Il problema, per l’anticapitalista, è la mancata “vigilanza” da parte delle classi subalterne di tutto il mondo.

L’ORFANITÀ DI FRANCESCO

Il Papa più amato dai progressisti è tornato su una questione a lui (ma anche ai cari leader di Cina* e Giappone) assai cara: l’«inverno demografico».  «Tante coppie non hanno figli perché non vogliono, o uno e non di più, ma hanno cani e gatti che occupano il posto dei figli. Questo negare la maternità e la paternità vi diminuisce, ci toglie umanità, la civiltà diviene più vecchia e senza umanità perché si perde la ricchezza della paternità e della maternità. E soffre la patria che non ha figli. Viviamo in un’epoca di orfanità, la nostra civiltà è un po’ orfana, si sente questa orfanità. Invoco l’aiuto di San Giuseppe per risolvere il senso di orfanità che oggi ci fa tanto male».

Detto che l’infausta situazione che ci tocca vivere (e subire) non invoglia certo ad avere figli, e sorvolando su altri aspetti del discorso francescano che meritano più una sonora pernacchia che una seria critica, se di «orfanità» vogliamo proprio parlare con serietà concettuale e profondità di spirito è l’assenza dell’uomo in quanto uomo che dovremmo mettere al centro della nostra riflessione.  Questa civiltà (capitalistica) è senza umanità non per mancanza di paternità e di maternità, surrogate dall’”insano” amore per gli animali, bensì per mancanza di condizioni che promuovono un’autentica umanità, impossibile in una società divisa in classi sociali. Quanto alla patria che soffre per scarsezza di sudditi da offrire al mercato del lavoro e, all’occorrenza, alla difesa del Sacro suolo nazionale («La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», Art. 52 della Costituzione), dalle mie parti è inutile aspettarsi anche una sola lacrimuccia, un pur lievissimo dispiacere. Niente!  

«L’imperativo categorico [è quindi] rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole, rapporti che non si possono meglio raffigurare che con l’esclamazione di un francese di fronte ad una progettata tassa sui cani: poveri cani! Vi si vuole trattare come uomini!» (**).  

(*) «L’Annuario statistico cinese mostra come il governo e il partito stiano proponendo un’agenda che, tra le altre cose, richiede alle donne solo un ruolo di mogli e madri, in un tempo in cui le priorità sono profondamente cambiate. […] La linea di frattura tra leadership e società si esprime bene nella dinamica negativa della questione demografica. Questo spiega la posizione sicuramente non originale, ma sintomatica, espressa da un internauta cinese attraverso Weibo, il Twitter cinese, dove questi temi sono dibattuti con termini non immediatamente censurabili: “Penso che avere un gatto sia difficile. Figuriamoci sposarmi e avere figli!”» (Avvenire). Ma il gatto, secondo tradizione, deve acchiappare i topi, non tenere compagnia ai sudditi!

(**) K. Marx, Nota sulla concezione hegeliana dello Stato, 1843, in Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, p. 168, Editori Riuniti, 1983.

SCEGLI IL NEMICO CHE PIÙ TI AGGRADA

Sull’Avvenire di ieri Marina Corradi ci parla con comprensibile sbigottimento di «questa letale ansia di guerra» che sembra essersi impadronita di non poche persone, quelle che abbiamo imparato a classificare come No-Vax – senza peraltro fare lo sforzo di distinguerli da chi, pur vaccinandosi, si oppone all’obbligo vaccinale e all’uso del Green Pass come strumento di controllo sociale, di divisione degli individui e di discriminazione. «Spesso le persone esitano davanti a una terapia dura, ma poi la voglia di vivere prevale, istintiva, atavica. Questa volta, no». La Corradi prova a spiegare questo assurdo e innaturale comportamento che sconvolge ogni aspettativa basata sulla nostra esperienza quotidiana (per parafrasare Schopenhauer, la vita vuole vivere): «Che succede dunque, cosa può muovere questi orgogliosi suicidi no-vax? Come accade che persone finora come le altre, lavoratori, padri, scendano in questa china di ostilità assoluta a ogni cura? Sembra quasi che, dopo 77 anni di pace, in qualcuno vivesse come il bisogno, l’attesa di una guerra. L’urgenza di schierarsi, di scegliere da che parte stare, di combattere. La guerra, purtroppo, è arrivata davvero. Ma, chi è il nemico? Il virus di cui dicono i media, davvero? O non siamo, invece, dentro a un immenso complotto in cui tutti, tutti, governanti, giornalisti, medici, sono coinvolti e corrotti? I no-vax percorrono il deep web alla ricerca di crepe nella menzogna globale, e trovano profeti che li confortano nella verità di cui già sono certi: il vaccino non salva, anzi ci cambia il Dna, opera in noi una metamorfosi. È una visione in fondo paranoide del mondo: tutti mentono, tutti sono nemici. E si nega persino l’evidenza: grazie ai vaccini si muore assai di meno, no-vax ovviamente a parte. C’è chi ha organizzato gazzarre squadriste (e ora non può più farlo). E chi si organizza in blog, chat riservate, ritrovi segreti. Come fossero tornati i Carbonari delle guerre di indipendenza, o ci si dovesse organizzare in bande contro il nemico invasore. Un silenzioso desiderio di guerra, di nuovo: da eroi, da patrioti, da clandestini. Un’adesione tanto profonda che non si può abbandonare, nemmeno in ospedale, quando il fiato manca. La guerra è arrivata: solo che questi soldati non hanno riconosciuto il nemico vero. E così c’è chi muore davanti a medici allibiti ed esterrefatti, mentre i figli, che finalmente hanno capito, supplicano di arrendersi. Poveri infelici guerrieri due volte sbagliati, caduti veri di una guerra immaginaria. La guerra c’è, ma altrove: nelle corsie degli ospedali».

I passi qui citati mi offrono l’occasione di riprendere alcuni concetti che ho cercato di affermare negli ultimi due anni segnati dall’evento pandemico e che si trovano nel PDF intitolato Il virus e la nudità del Dominio. La pandemia come crisi sociale capitalistica.

A mio modo di vedere, la «visione in fondo paranoide (e complottista) del mondo» dei No Vax ha precisi presupposti sociali che presso la maggioranza delle persone si manifestano sul piano “sovrastrutturale” in modi diversi e spesso opposti rispetto al “delirio paranoide” messo in scena dai nemici ideologici della campagna vaccinale: ad esempio con una visione “razionale” e “responsabile” del mondo. Infatti, di che mondo stiamo parlando? Del mondo dominato dai rapporti sociali capitalistici. Ebbene, questo mondo è assoggettato a processi sociali che in larghissima misura sfuggono al nostro controllo, come da ultimo ha dimostrato l’insorgere della crisi sociale capitalistica che chiamiamo Pandemia e dimostra la sua gestione politica tutt’altro che esente da contraddizioni e da comportamenti irrazionali – che i “comitati tecno-scientifici” non sono stati in grado di nascondere completamente sotto il tappeto della “competenza scientifica” e della “neutralità politica”.

Per l’essenziale, per le pratiche che decidono della nostra vita, della nostra salute (non solo fisica) e della nostra morte, gli uomini e le donne di questa epoca storico-sociale non solo non riescono (non possono!) a orientare razionalmente, eticamente, umanamente la prassi sociale colta nella sua complessa e intricatissima totalità, ma ne sono all’opposto orientati, controllati, subordinati, spesso brutalizzati. E questo nonostante la società sia assistita da un apparato tecnico-scientifico di incredibile potenza, tale da spedire macchine e individui nello spazio profondo, di osservare eventi intergalattici vecchi di miliardi di anni e di penetrare nell’infinitamente piccolo, ossia nella dimensione quantistica di ciò che chiamiamo materia. Abbiamo compreso abbastanza bene le “leggi” che governano la natura in ogni suo aspetto, e quindi abbiamo imparato a dominarla e a sfruttarla, ma ancora oggi ci sfugge l’intelligenza delle “leggi” che informano il processo sociale di cui pure siamo (o, meglio, dovremmo essere) i protagonisti né  riusciamo a padroneggiarlo con la testa. Non capiamo né controlliamo ciò che noi stessi creiamo giorno dopo giorno: che gigantesca “bizzarria”! A stento riusciamo a mettere qualche pezza sulle magagne che quel processo sociale ci “regala”.

Molti pensano che si tratti solo della nostra cattiva volontà, o della cattiva volontà dei “potenti”, mentre in realtà il problema è molto più profondo e più serio: si tratta infatti del processo sociale oggettivo informato, come già detto, dai rapporti sociali capitalistici.  A ben vedere, tutte le “magagne” fondamentali del nostro tempo (sfruttamento, povertà, oppressione politica, precarietà esistenziale, inquinamento, disagio sociale, violenza sistemica, guerre, invidia sociale: l’elenco sarebbe lunghissimo!) si spiegano, direttamente o indirettamente, con il dominio degli interessi economici su ogni altro interesse, a cominciare ovviamente dagli interessi che in qualche modo, anche solo “oggettivamente”, confliggono con il buon andamento dell’economia. Ad esempio, quando il finanziamento della sanità pubblica è entrato in conflitto con una più (capitalisticamente) produttiva allocazione delle risorse statali, quel finanziamento è stato drasticamente ridotto, e quando le multinazionali occidentali dei dispositivi sanitari hanno ritenuto più profittevole spostare la produzione di quei dispositivi in Paesi più allettanti dal punto di vista capitalistico (fattori produttivi meno costosi e più abbondanti, mercati giganteschi) lo hanno fatto senza pensare minimamente alle conseguenze che ne sarebbero derivate in caso di evento pandemico – evenienza di cui peraltro si parlava in tutto il mondo ormai da vent’anni. È la bronzea legge del profitto, bellezza! Senza parlare delle cause genetiche della crisi pandemica ancora in corso, tutte riconducibili a quelle disumane (e quindi mostruose) leggi; della genesi capitalistica della pandemia ho parlato in diversi post raccolti nel PDF citato sopra.   

Sono insomma questi maledetti interessi economici che realizzano un vero e proprio complotto ai danni della nostra felicità, della nostra libertà, della nostra intelligenza, della nostra salute (non solo fisica), della nostra umanità. Ma si tratta, appunto, di un complotto sociale che si dà oggettivamente, sulla base dei “normali” rapporti sociali oggi vigenti su scala mondiale (dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Europa all’Africa, ecc.); un complotto che prescinde da qualsivoglia cattiva volontà. È questa natura oggettiva, sociale, capitalistica del “complotto” che sfugge ai complottisti, vittime di una potenza sociale di cui non riescono a immaginare nemmeno l’esistenza, anche perché il pensiero comune è abituato a fissarsi sull’apparenza delle cose, ad attribuire responsabilità di qualche tipo a Caio piuttosto che a Tizio, ignaro del fatto che vittime e carnefici seguono un copione scritto da altro, non da altri. Il concetto del Capitale come potenza sociale impersonale com’è noto è di Marx, il quale parlava dei capitalisti come dei meri funzionari del Capitale, soggetti a loro volta a «leggi di sviluppo» che essi stessi non comprendevano nell’essenza e che prescindevano completamente dalla loro cosiddetta libera volontà.

Ma il pensiero comune (superficiale, ideologico, adialettico, impotente) domina la coscienza di tutti, non solo quella dei complottisti, e solo conquistando una prospettiva radicalmente anticapitalista si può osservare l’insieme delle fenomenologie con cui si dà il pensiero dominante, e si può ad esempio scoprire come i No Vax e Sì Vax siano in effetti due facce della stessa disumana medaglia, due diversi modi di esprimere la pessima realtà.  Studiando il comportamento tanto dei primi quanto dei secondi certi fenomeni sociali apparsi nel secolo scorso (fascismo, stalinismo e nazismo) appaiono molto più comprensibili. Più che di morire, dobbiamo piuttosto temere di essere già morti come individui capaci di comprensione e di critica della realtà.

La guerra non è arrivata, come sostiene Marina Corradi: la guerra c’è sempre stata. Si tratta, anche qui, della guerra che il Capitale, inteso nell’accezione non puramente economica qui prospetta, ci muove tutti i giorni, sempre di nuovo, e che puntualmente fa dei salti di qualità (si tratta alludo alle crisi sociali) che ne mostrano più chiaramente la natura ostile all’umanità e alla natura. Ma affinché le crisi sociali diventino un’eccezionale occasione per una nostra crescita politica e umana occorre resistere alla pressione politica, ideologica, psicologica e materiale funzionale al mantenimento dello status quo sociale. Dobbiamo insomma arrivare criticamente vivi all’appuntamento con l’inevitabile crisi. Questa crisi ha offerto il raccapricciante spettacolo di personaggi che sono morti a loro insaputa, di morti che credono di essere ancora vivi. Ogni riferimento a molti “anticapitalisti” più scientisti degli scienziati e più realisti del re è puramente voluta.  Messi a confronto con questi cadaverici personaggi, i quali in questa devastante crisi sociale hanno scelto i No Vax (e i terrapiattisti!) come loro nemico principale (della serie Sparare sulla Croce Rossa!), anche i complottisti più ottusi e farseschi sono apparsi ai miei occhi come dei giganti del pensiero critico. Come diceva qualcuno, tutto è relativo!

Cara Corradi, se mi posso permettere, la guerra è tutt’altro che immaginaria, e non sono solo i «soldati» No Vax  che   «non hanno riconosciuto il nemico vero». «Nelle corsie degli ospedali» continua una guerra sistemica (sociale, esistenziale) che non risparmia nessun aspetto fondamentale della nostra esistenza, e non è certo un caso se oggi gli analisti geopolitici parlano di geopandemia, a dimostrazione di quanto siano interconnesse tutte le pratiche sociali: da quelle che riguardano la nostra salute a quelle afferenti gli assetti interimperialistici.  Tutti i bei discorsi sul libero arbitrio, sulla razionalità scientifica e sull’etica della responsabilità individuale e collettiva devono fare i conti con la realtà del processo sociale capitalistico, alla luce del quale quei discorsi appaiono viziati da un’impostazione ideologica che li rende oltremodo inconsistenti – quando non semplicemente ridicoli.

XINJIANG. LA COLONIA PENALE HIGH-TECH CINESE

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Ovunque si vada nello Xinjiang si trovano “dea del canto” e “re della danza”: come si fa a non provare un senso di profondo affetto per questa terra? (Quotidiano del Popolo Online).

In the Camps: China’s High-Tech Penal Colony (Nei campi: la colonia penale high-tech della Cina) è il libro che Darren Byler ha dedicato al cosiddetto «capitalismo del terrore» impiantato nello Xinjiang. In che modo questo capitalismo con caratteristiche cinesi fondato sull’oppressione e sullo sfruttamento degli uiguri si collega all’economia globale? Mentre il contributo centrale del libro è basato sulle interviste con gli uiguri colpiti dallo stato di emergenza instaurato nello Xinjiang, per il resto l’autore indaga attentamente il ruolo fondamentale che le aziende della Silicon Valley, in particolare Microsoft, hanno svolto nella costruzione del «capitalismo del terrore». darrenbyler-1536x845«Come la Cina ha costruito una rete di sorveglianza per detenere oltre un milione di persone e produrre un sistema di controllo precedentemente sconosciuto nella storia umana. Una forma crudele e high-tech di colonizzazione si è sviluppata negli ultimi dieci anni nella vasta regione nord-occidentale cinese dello Xinjiang, dove ben un milione e mezzo di uiguri, kazaki e hui sono scomparsi nei campi di alta sicurezza e nelle fabbriche associate. È il più grande internamento di una minoranza religiosa dalla seconda guerra mondiale. Darren Byler, uno dei maggiori esperti mondiali di società uigura e sorveglianza cinese, attinge a un decennio di ricerche sulla regione, esaminando migliaia di documenti governativi e conducendo molte ore di interviste sia con i detenuti che con i lavoratori del campo. Byler racconta le storie di persone che mostrano come una sofisticata rete di sorveglianza facciale, riconoscimento vocale e tecnologia di tracciamento degli smartphone, costruita da società private, abbia permesso alle autorità di inserire i musulmani nella lista nera per “pre-crimini” che a volte consistono solo nell’aver installato app di social media. Le loro storie narrano un processo di sorveglianza che travolge la vita e spingono Byler a esaminare come gli strumenti tecnologici che vengono costruiti in luoghi da Seattle a Pechino vengono adattati per creare forme di non libertà per le persone vulnerabili in tutto il mondo» (Columbia Global Reports). xin1«Nello Xinjiang, tutte le minoranze musulmane sono state colpite dalla campagna di internamento di massa. Mentre gli uiguri sono stati l’obiettivo principale, nelle località del nord dello Xinjiang, dove ci sono meno uiguri e un numero maggiore di kazaki e hui, un numero significativo di questi due gruppi è stato detenuto. Ciò ha a che fare con le pressioni esercitate sulle autorità locali in queste località per trovare “terroristi ed estremisti” da detenere, e con l’applicazione estremamente ampia delle leggi antiterrorismo che considerano la frequente frequentazione delle moschee e l’installazione di WhatsApp un crimine terroristico o di estremismo. La mia sensazione è che gran parte del cambiamento che abbiamo visto nello Xinjiang dal 2020 sia stato in risposta alla pressione internazionale e alle sanzioni economiche. Mentre questa pressione non ha portato al rilascio dei detenuti e a una drastica inversione delle politiche statali, la mia sensazione è che abbia portato lo Stato ad abbandonare in gran parte il sistema dei campi di internamento e le nuove detenzioni si sono in gran parte fermate. Invece, c’è stato uno spostamento verso l’incarcerazione di massa più formale e il lavoro coercitivo. Forse questo è ciò che le autorità statali hanno pianificato da sempre, ma la mia sensazione è che abbiano agito in modo più rapido e reattivo di quanto avrebbero potuto inizialmente prevedere. Sembra che gran parte dell’attenzione della politica statale nella regione sia ora abbastanza fissata sul controllo della narrativa sull’internamento di massa e sui processi extralegali. Il modo in cui i marchi globali hanno trasferito le loro catene di approvvigionamento al fine di evitare la manodopera assegnata coercitivamente nello Xinjiang, ha prodotto il più grande costo economico finora. I costi reputazionali del sistema di internamento di massa si faranno probabilmente sentire per molti anni a venire» (D. Byler, SupChina). xin2Scrivevo qualche tempo fa: «Nel frattempo, ci sono sempre più testimonianze, fonti e documenti interni trapelati sui campi uiguri nello Xinjiang, dove si stima siano detenute un milione di persone. La repressione va dalla sostituzione della lingua uigura con il cinese mandarino, alla prevenzione delle visite alle moschee e alla sorveglianza pervasiva, alla reclusione, ai lavori forzati, alla riduzione delle nascite uiguri e alla tortura. Nella propaganda di stato, i campi di lavoro sono descritti come programmi di addestramento, rieducazione, lotta al terrorismo o, nello stile del colonialismo, come l’illuminazione di popoli incivili. La Cina è il più grande produttore mondiale di pomodori; provengono principalmente dallo Xinjiang, spesso sotto forma di concentrato di pomodoro. Allo stesso modo, l’80 per cento del cotone cinese viene coltivato lì. Dovremmo criticare l’accusa propagandistica di “genocidio”; secondo le prove, ciò che sta accadendo è oppressione, non sterminio, e anche i cinesi han sono tra le vittime. Ma rivelare le politiche occidentali come propaganda non dovrebbe significare negare l’esistenza dei campi! Le misure draconiane a Hong Kong e soprattutto nello Xinjiang bloccano il PCC in una strada a senso unico in cui il Paese può solo muoversi verso l’autoritarismo. Il dispotismo dei campi di lavoro, la povertà, i bassi salari e la crisi demografica sono correlati e reciprocamente dipendenti» (Pianeta Cina). Ovviamente il regime, centrato sul Partito Capitalista Cinese, smentisce “con sdegno e fermezza” le accuse che arrivano dall’Occidente, in primo luogo dagli Stati Uniti, i quali secondo Pechino userebbero i cosiddetti diritti umani come uno strumento di lotta geopolitica ed economica per affermare la loro sempre più traballante supremazia imperialistica. L’accusa di Pechino centra in pieno il bersaglio, ma è di quelle rubricabili come Da quale pulpito viene la predica! Detto altrimenti, il bue dà del cornuto all’asino – ognuno può scegliere l’animale che gli sta più simpatico, oppure può cucinarli criticamente nella stessa pentola: è quello che da sempre fa chi scrive. D’altra parte in Italia il Partito Cinese è tutt’altro che insignificante, e può contare su autorevoli, diciamo così, personaggi appartenenti al mondo della politica, dell’economia e della cultura. Ne ho parlato qualche anno fa su un post dedicato ai 5 Stelle: La Cina Di Maio… FOREIGN202110131630000206283910239 A proposito di pentastellati! Scriveva qualche giorno fa Beppe Grillo, in vena di “populismo generazionale” sul suo “mitico” Blog: «Certamente i giovani sono pronti a qualcosa di nuovo. Mentre fino agli anni ottanta si pensava al socialismo come un modello alternativo, oggi non sembrano esserci alternative soddisfacenti. L’unico modello alternativo è quello cinese ispirato al Beijing Consensus, che propone un capitalismo privato e un capitalismo di stato sotto il ferreo controllo di un regime autocratico: certamente un modello difficilmente adottabile nei nostri sistemi occidentali, ma che al tempo stesso pare l’unico possibile». Inutile dire che il noto comico associa, sulla scia dello stalinismo internazionale (incluso quello con caratteristiche cinesi), il “socialismo” al Capitalismo di Stato che del primo è la negazione. A quanto pare ultimamente Beppe Mao è parecchio intrigato dal “populismo generazionale” inteso a mettere i giovani contro gli anziani: «I giovani di oggi sono sempre più scontenti del modo in cui gli anziani gestiscono il mondo». Per chi scrive, commentare simili perle concettuali è oltremodo difficile. xiiMa ritorniamo a faccende più serie, ossia al «capitalismo del terrore» e alla risposta del regime cinese alla provocatoria quanto strumentale propaganda occidentale. Solo alcuni esempi tratti dal Quotidiano del Popolo Online: «Nel corso della conferenza stampa ordinaria del 2 dicembre al ministero degli Esteri cinese il portavoce Wang Wenbin ha detto queste parole: “I cittadini cinesi che abitano nello Xinjiang lavorano e conducono una vita felice in una regione dove i gruppi etnici coesistono in armonia. Dire che nello Xinjiang esistono i ‘lavori forzati’ non è altro che la bugia del secolo”. Wang Wenbin ha anche sottolineato che alcuni politici occidentali, in particolare alcuni degli Stati Uniti, sostengono a gran voce che in questa regione della Cina esiste il fenomeno dei lavori forzati; tuttavia queste loro parole, pronunciate con il pretesto della difesa dei diritti umani, nascondono in realtà un tentativo di manipolazione politica che interferisce negli affari interni della Cina, frenando e ostacolando il suo sviluppo, in particolare quello dello Xinjiang. Secondo il portavoce questo modo di fare è immorale e spregevole». xiiii«Il 19 dicembre 2021, i rappresentanti della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang hanno smentito le bugie del “lavoro forzato”, inventate dalle forze anti-cinesi degli Stati Uniti e dell’Occidente. Amatjan Abduhalik, professore associato presso l’Università di Finanza e Ecomonia dello Xinjiang, ha affermato in una conferenza stampa che le politiche e le pratiche della Regione per il lavoro e l’occupazione sono conformi alle leggi cinesi e agli standard internazionali sul lavoro e sui diritti umani. Amatjan Abduhalik ha aggiunto che il cosiddetto “lavoro forzato” nello Xinjiang è la bugia del secolo. Abdusalam Hoji, che lavora in un’azienda di silicio nella Regione, ha affermato che nell’azienda non esiste il lavoro forzato. Nel settembre 2020 Hoji è entrato nell’azienda, la quale dispone di una mensa halal per gruppi di minoranza etniche e offre alloggio gratuito agli impiegati. Amar Jelil, coltivatore di cotone nella città di Korla, ha affermato che durante la stagione del raccolto, assumeva dipendenti temporanei e li pagava in base agli accordi. “Ora si usa la raccoglitrice di cotone e non c’è bisogno dei lavoratori manuali”, ha aggiunto». intel headquarters in mission college blvd of santa clara «Il produttore di chip statunitense Intel si è scusato sul suo account ufficiale WeChat con i clienti, i partner e il pubblico cinesi per aver detto ai suoi fornitori di non acquistare prodotti o manodopera dalla regione autonoma cinese uigura dello Xinjiang il 23 dicembre. In quanto società multinazionale esposta a un complesso ambiente globale, Intel dovrebbe rispondere e affrontare i problemi con cautela, ha detto la società. Intel ha affermato che la sua menzione di evitare le catene di approvvigionamento dallo Xinjiang era solo per esprimere conformità e legalità piuttosto che una dichiarazione della sua posizione sulla questione. L’azienda ha recentemente pubblicato una lettera annuale ai fornitori in diverse lingue datata dicembre. “Intel è tenuta a garantire che la nostra catena di approvvigionamento non utilizzi manodopera o beni o servizi di provenienza dalla regione dello Xinjiang”, si legge nella parte della lettera che “proibisce il lavoro involontario”. “Speriamo che l’impresa coinvolta possa rispettare i fatti e distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato”, ha detto il 23 dicembre Zhao Lijian, portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese, rispondendo a una domanda sulla dichiarazione di Intel. La Cina ha ribadito che l’accusa di lavoro forzato nello Xinjiang è una bugia fabbricata dalle forze anti-cinesi negli Stati Uniti per offuscare la reputazione della Cina, destabilizzare lo Xinjiang e opprimere lo sviluppo della Cina, ha affermato Zhao. Se alcune imprese scelgono di non utilizzare prodotti realizzati nello Xinjiang, è una loro perdita, ha detto. Dal 2015, la Cina continentale e Hong Kong sono stati il più grande mercato di Intel in termini di entrate. L’anno scorso, secondo i suoi archivi, oltre il 26% delle entrate dell’azienda proveniva dalla Cina continentale e da Hong Kong». vvv A occhio, non mi sembrano argomenti che possano convincere chi nutre qualche scetticismo, diciamo così, sulla bontà del capitalismo con caratteristiche cinesi nella nuova era. Chiudo con una gran bella notizia (soprattutto per i “marxisti”): «È stato recentemente pubblicato dalla People’s Publishing House il libro di aneddoti del PCC raccontati da Xi Jinping. Questo contiene una selezione di più di 80 aneddoti sulla storia del Partito raccontati dal segretario generale cinese e interpretati con grande profondità. Le storie nel libro sono toccanti, ricche di pensieri e facili da capire, e aiutano il lettore a comprendere profondamente i punti di forza del marxismo e il motivo del successo del PCC e del socialismo con caratteristiche cinesi». Corro subito a comprarlo – con la speranza di capire finalmente qualcosa di questo maledetto “marxismo”! chiiinSulla natura sociale della Cina e sulla storia della Cina moderna: Centenari che suonano menzogneri; Tutto sotto il cielo – del CapitalismoChuang e il “regime di sviluppo socialista”Sulla campagna cineseŽižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinesePiazza Tienanmen e la “modernizzazione” capitalistica in Cina. Il ruolo degli studenti e dei lavoratori nella primavera cinese del 1989Tienanmen! Pianeta Cina

SULLA CHIUSURA DI MEMORIAL INTERNATIONAL

Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato (G. Orwell, 1984).

La Corte Suprema di Mosca ha emesso la sentenza che dispone la chiusura dell’organizzazione Memorial International. Quanto a Repressione & Controllo sociale la Russia di Vladimir Putin cerca di non sfigurare agli occhi della Cina del “caro amico” Xi Jinping (*).

«L’Ong Memorial è stata fondata nel 1989 da un gruppo di dissidenti, fra cui il premio Nobel per la Pace, Andrej Sakharov. È l’unica organizzazione a possedere un archivio che documenta i crimini commessi durante il periodo sovietico, raccolti grazie a un capillare lavoro portato avanti su tutto il territorio dell’ex Urss da decine di volontari che appoggiano l’associazione. Grazie a Memorial è stato possibile fare luce sulle persecuzioni contro milioni di persone e l’ubicazione di alcune fosse comuni nelle quali sono stati fatti scomparire i “nemici del popolo”. Memorial International è la più importante organizzazione di denuncia dei crimini del comunismo (sic!). In particolare, Memorial è stata accusata di aver “denigrato la memoria dell’Unione Sovietica” e delle sue vittorie, e di aver riabilitato i “criminali nazisti”. Durante l’udienza di ieri un pubblico ministero ha affermato che Memorial “crea una falsa immagine dell’Urss come stato terrorista e denigra la memoria della Seconda guerra mondiale”. Quella di Mosca come potenza vincitrice sul nazismo e liberatrice di Berlino è un’immagine alla quale decine di milioni di russi sono molto affezionati e sulla quale si basa buona parte della retorica nazionalista» (Avvenire).

Se non puoi dare pane e felicità, dona almeno l’orgoglio nazionale! «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale. […] Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere a pugni e calci, con le unghie e coi denti tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze» (A. Schopenhauer). Naturalmente questa riflessione va estesa ai “poveri diavoli” che hanno la ventura di appartenere a questo capitalistico mondo.

Da quando l’Unione Sovietica ha chiuso i battenti, in Russia si scontrano due diverse “scuole di pensiero” su dove collocare l’esperienza stalinista nella storia della Russia moderna: l’una che esclude l’ex Unione Sovietica dall’autentica tradizione patriottica russa, e l’altra che invece la include a pieno titolo come parte importante, e per molti aspetti decisiva, di quella tradizione. Com’è noto, il Presidente Vladimir Putin è un acceso sostenitore della scuola che sostiene l’assoluta continuità storica tra la Russia “sovietica” e la Federazione Russa che ne ha ereditate le spoglie imperiali. Non solo, ma Putin non fa mistero di voler restaurare quella grandezza imperiale (vedi l’annessione della Crimea) e geopolitica (cioè imperialista), nonché quel prestigio politico-ideologico che ebbero nella Russia di Stalin e dei suoi successori (fino al “disgraziato” Gorbaciov) un’indubbia incarnazione. Non c’è dubbio che la chiusura di Memorial risponda a questo ambizioso progetto che ovviamente non si spiega solo con la “virile” figura dell’attuale Presidente della Federazione Russa, il quale peraltro avverte la necessità di rafforzarsi sul piano politico e ideologico anche per rispondere con efficacia alle sfide che la società russa, attraversata da una crisi economica di lungo periodo, lancia al regime.  

A prescindere da come finirà la contesa tra le due scuole patriottiche, due facce della stessa capitalistica medaglia, personalmente ritengo che la ragione storica stia tutta dalla parte della scuola “continuista”: rinvio a tal proposito al post che proprio su questo tema ho scritto qualche giorno fa. Come mi è capitato di scrivere altre volte, la storia del cosiddetto “socialismo reale” (ossia del capitalismo “con caratteristiche russe”) non è che un capitolo particolarmente oscuro del Libro nero del Capitalismo:è da questa peculiare prospettiva politica e concettuale, che so essere estremamente minoritaria sul piano sia politico che storiografico, che invito chi legge a guardare il filo nero che legga strettamente insieme la Russia zarista, quella cosiddetta sovietica e quella attuale che aspira a rimettere insieme i cocci “del bel tempo che fu”. Solo il brevissimo periodo rivoluzionario, l’unico che merita la qualifica di Sovietico (Potere dei Soviet), si colloca a mio avviso fuori e contro quella linea di continuità storica organica al processo sociale capitalistico, e non a caso il Potere Sovietico fu considerato soprattutto da Lenin e da Trotsky come l’avanguardia della rivoluzione proletaria mondiale, ossia in termini radicalmente antipatriottici. Com’è noto, quella salvifica rivoluzione non arrivò (i bolscevichi commisero molti e gravi errori nell’illusione di poterla fomentare con qualche espediente “tattico”), con ciò che necessariamente ne seguì sul piano politico e sociale – e non solo in Russia: vedi la stalinizzazione del “comunismo” internazionale. Ma questa è tutta un’altra storia – forse.

(*) Sotto questo punto di vista, il regime cinese produce esempi da emulare a ritmi industriali: «Dopo aver preso di mira attivisti, esponenti dell’opposizione e gruppi sociali, il governo di Hong Kong ha individuato un altro ramo del dissenso da colpire: le università. Gli atenei dell’ex colonia britannica sono sempre stati i luoghi in cui si coltivava il pensiero critico, offrendo a studenti e docenti lo spazio per deliberare apertamente su questioni politiche e morali, anche controverse, e per esaminare iniziative e leggi approvate dal governo locale. Ma ciò è stato possibile fino all’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale. La norma ha infatti comportato una stretta negli atenei dell’ex colonia britannica anche sui programmi di studio e sulle attività, al fine di sradicare le voci dell’opposizione. L’ultima dimostrazione di forza è arrivata nella notte tra il 22 e il 23 dicembre nel campus dell’Università di Hong Kong, uno dei teatri delle proteste del 2019, con la rimozione del Pilastro della Vergogna, l’opera dell’artista danese Jens Galschiøt che commemora le vittime del massacro di piazza Tiananmen del 1989. Nel buio della notte, la statua alta 8 metri e pesante due tonnellate che raffigura 50 volti angosciati e corpi torturati accatastati l’uno sull’altro, è stata smantellata dopo 24 anni di permanenza» (Il Manifesto).

«La retata è cominciata alle sei del mattino. Più di 200 agenti della nuova “Sezione sicurezza nazionale” di Hong Kong sono entrati nella sede di Stand News , un sito di informazione che con i suoi 60 redattori e commentatori ancora osava criticare il governo del territorio e quello centrale di Pechino. […] Una alla volta, le voci del dissenso a Hong Kong si spengono, perché secondo la legge della Cina criticare l’azione del Partito-Stato e del governo è “sedizione”. E con l’opposizione ridotta al silenzio, la parola passa ai tribunali: martedì Jimmy Lai, l’ex editore di Apple Daily in prigione per aver partecipato alle proteste del 2019 e alla veglia in memoria di Tienanmen nel 2020, già condannato a 20 mesi, ha ricevuto in carcere un’altra incriminazione, sempre per sedizione» (Il Corriere della Sera). Come anticapitalista non posso che augurarmi che quanto prima il proletariato cinese dia una forte dimostrazione di sedizione – magari organizzandosi in associazioni rivendicative indipendenti dal Partito-Stato. Analogo auspicio estendo al proletariato di tutto il mondo – a cominciare da quello italiano.

LO STATO DI ECCEZIONE SECONDO AGAMBEN – E SECONDO ME

Scrive Giorgio Agamben a proposito della «trasformazione surrettizia, ma non per questo meno radicale, che sta avvenendo sotto i nostri occhi»:

«La prima conseguenza è il venir meno di quel principio fondamentale che è la certezza del diritto. Se lo Stato, invece di dare disciplina normativa ad un fenomeno, interviene grazie all’emergenza, sul quel fenomeno ogni 15 giorni o ogni mese, quel fenomeno non risponde più ad un principio di legalità, poiché il principio di legalità consiste nel fatto che lo Stato dà la legge e i cittadini confidano su quella legge e sulla sua stabilità. Questa cancellazione della certezza del diritto è il primo fatto che vorrei sottoporre alla vostra attenzione, perché esso implica una mutazione radicale non solo del nostro rapporto con l’ordine giuridico, ma nel nostro stesso modo di vivere, perché si tratta di vivere in uno stato di illegalità normalizzata. Al paradigma della legge si sostituisce quello di clausole e formule vaghe, come “stato di necessità”, “sicurezza”, “ordine pubblico”, che essendo in sé indeterminate hanno bisogno che qualcuno intervenga a determinarle. Noi non abbiamo più a che fare con una legge o con una costituzione, ma con una forza-di-legge fluttuante che può essere assunta, come vediamo oggi, da commissioni e individui, medici o esperti del tutto estranei all’ordinamento».

Il problema, per l’anticapitalista, sta proprio «nel fatto che lo Stato dà la legge e i cittadini confidano su quella legge e sulla sua stabilità». Infatti, non stiamo parlando di uno Stato astrattamente considerato, cosa che dal mio punto di vista non ha alcun senso, ma di uno Stato con precise connotazioni storiche e sociali. Insomma, e per farla breve, stiamo parlando dello Stato capitalistico, ossia del cane da guardia dei rapporti sociali di dominio e di sfruttamento (due concetti intimamente e necessariamente correlati tra loro) peculiari della nostra epoca storica e vigenti su scala planetaria: dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Europa all’Africa: tutto sotto il plumbeo cielo del Capitale. Stiamo insomma parlando della Legge del Capitale – qui intesa in un’accezione non meramente economicista ma radicalmente sociale.

Il problema, sempre per l’anticapitalista e non certo per il filosofo di professione, per il giurista e per il politologo, sta a monte, come si dice, dello «stato di eccezione», ossia nella normalità dell’ordine giuridico, nella stabilità della legge garantita dallo Stato borghese (per usare termini ormai desueti), nel «principio di legalità» che secondo Agamben sostanzia lo Stato di diritto. Parafrasando Marx osservo che i filosofi di professione «dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro Stato di diritto» (Grundrisse). Posto lo Stato di diritto, ossia lo Stato borghese (tanto per rimanere nella “vetusta” fraseologia marxiana), ciò che chiamiamo stato di eccezione è una delle forme che il diritto del più forte (cioè delle classi dominanti) assume per far fronte a determinate contraddizioni sociali non gestibili altrimenti. Il fascismo e il nazismo, per fare due esempi storici, non hanno affatto spezzato la legalità capitalistica (o borghese), ma l’hanno piuttosto incarnata e resa operativa in situazioni storiche particolari. Sempre che si abbia della legalità una concezione profondamente critica, fondata su un’analisi del processo storico-sociale ostile allo status quo, e non un’idea superficiale, formalistica, apologetica.

Stesso discorso vale per la Costituzione, la quale dichiara apertamente la sua natura classista già nel suo Articolo di apertura: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro» (salariato, cioè sfruttato, mercificato, presupposto e fondamento di peculiari rapporti sociali). Ricordato che la democrazia ha sempre (storicamente) avuto una natura classista, mi limito a osservare che la democrazia occidentale di questa epoca storica ha dimostrato di saper ben usare, all’occorrenza, tanto la carota quanto il bastone, e di certo Cossiga non sbagliò nel sostenere che la Costituzione era “elastica” abbastanza da garantire l’ordine sociale in ogni circostanza. L’ex “picconatore” aveva alle spalle l’esperienza delle leggi speciali varate nei cosiddetti “anni di piombo”.

Nel concetto di società classista è immanente quello del Diritto come oppressione sociale, come violenza di classe, come forza “sistemica” esercitata dai dominanti sui subalterni. Altro che “dittatura sanitaria”! La concezione formalistica (borghese) del Diritto appare ai miei occhi squisitamente ideologica (nell’accezione marxiana del concetto: pensare e rappresentare il mondo “a testa in giù”) e apologetica nei confronti del cattivo (disumano) presente. Insomma, il problema per chi scrive, è in primo luogo il «paradigma della legge» che Agamben vuole difendere, e quindi le «clausole e formule vaghe, come “stato di necessità”, “sicurezza”, “ordine pubblico”» con cui tale paradigma si dà nelle concrete situazioni create dal processo sociale. 

Ecco perché centrare l’opposizione all’attuale situazione sociale e politica del Paese sulla difesa dello «Stato di diritto» e della Costituzione, non solo rivela il carattere ultrareazionario dell’ideologia che sostiene una simile posizione, ma si mostra perdente anche sul terreno dell’iniziativa politica. Usare tatticamente (strumentalmente) anche la legalità borghese per mettere in luce le contraddizioni del nemico o comunque per indebolirlo politicamente, può avere un senso per l’anticapitalista solo a patto che si colga il senso politico di questa operazione, che se ne abbiano ben chiari i limiti e anche i pericoli. Per l’anticapitalista è la lotta di classe che deve conquistare il centro della scena. Inutile dire che oggi le cose stanno in tutt’altro modo. E mentre la lotta di classe («Ma è roba d’altri tempi!») continua a latitare, il centro della scena è occupato dalla miserabile lotta di tutti contro tutti: ancorché “interessanti” i tempi sono oltremodo calamitosi. Proprio in questo istante qualcuno alla televisione raglia quanto segue: «Chi non si vaccina commette un peccato contro la comunità»; della serie: Come Volevasi Dimostrare!

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COME STABILIZZARE LO STATO DI EMERGENZA FACENDO DI ESSO LA “NUOVA NORMALITÀ”