Informazioni su sebastianoisaia

Sebastiano Isaia (Catania, 1962) è uno studioso del pensiero critico economico e sociale. Devoto a Karl Marx e al materialismo dialettico, ritiene che il comunismo non sia mai stato realizzato in nessun luogo e in nessun tempo, dunque è acerrimo nemico di ogni marxismo (stalinismo, maoismo etc.). Influenzato da Adorno e Horkheimer, detesta Toni Negri e i teorici del “capitalismo cognitivo”. Non sa chi sia Naomi Klein ed è un polemista di vocazione. Un tempo è stato anche marinaio.

C’È DISAGIO E DISAGIO! Alcune riflessioni sulla Teoria della classe disagiata.

Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno,
ma solo per un paio di settimane, ogni nazione
creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa.
Karl Marx

Amico, non fare il sogno più lungo del tuo conto in banca!
Il Nostromo

Penso che le due citazioni in epigrafe colgano molto bene lo spirito del brillante saggio di Raffaele Alberto Ventura Teoria della classe disagiata (minimum fax, 2017), almeno per quello che ho potuto ascoltare dalla viva voce dell’autore (ero presente alla presentazione del libro fatta al Teatro Coppola di Catania), dalle pagine del libro che circolano sul Web e sulla scorta delle molte recensioni (alcune davvero interessanti, altre assai meno) che hanno avuto per oggetto questo saggio di successo. Ebbene sì, non ho ancora letto il libro. Devo d’altra parte confessare di averlo furtivamente compulsato stando comodamente seduto in una libreria Feltrinelli della mia città; essendo chi scrive un proletario economicamente assai disagiato, la confessione assume qui un significato a suo modo puntuale e critico: con 16 euro, il prezzo appunto dell’opera di cui si tratta, un proletario, ancorché “politicamente impegnato”, compra un paio di pantaloni in un negozio gestito dai cinesi, o fa una bella spesa in un Hard Discount. A certi livelli di disagio sociale il senso di colpa può manifestarsi con un volto molto prosaico, direi senz’altro meschino, e di certo non intendo odiarmi tutte le volte che il mio occhio si posa sul libro di Ventura ospitato in casa mia!

Questo, sia detto en passant, anche a proposito di priorità nei bisogni e nelle scelte e di come si vive il disagio nelle diverse classi sociali. D’altra parte, anche Ventura apre il suo libro parlando di sé, delle sue esperienze personali, per poi toccare temi molto più generali. Come diceva il filosofo, nella particolarità si cela la totalità: si tratta di afferrarla e raccontarla nel modo migliore. Un’impresa tutt’altro che facile. C’è riuscito il nostro autore? Per rispondere aspetto di leggere il libro con calma, con tanto di penna e di matita pronte all’uso, perché io in realtà non leggo, studio. Ecco perché alla Feltrinelli soffrivo nel non poter sottolineare e chiosare alcuni passi del testo particolarmente “sfiziosi”, ad esempio quando a pagina 192, mi pare, Ventura mostra, con garbo, i limiti di interpretazione di Carlo Formenti sulla reale (non ideologica) natura economica del consumo “intelligente” («Nell’attuale processo di riproduzione del capitale, il consumatore va considerato alla stregua di un fattore produttivo: non tanto perché “lavora senza saperlo” quando gioca su Internet – come hanno sostenuto Carlo Formenti e Wu Ming – quanto piuttosto perché il plusvalore si realizza soltanto quando la merce viene comprata e così compiuto il ciclo denaro-merce-denaro»), o quando cita Henrik Grossmann (se ricordo bene a pagina 222) sulla guerra imperialista come una delle «controtendenze modificanti» che frenano il crollo del Capitalismo attraverso la svalorizzazione e la distruzione di capitale (*), o alla fine del libro (mi pare a pagina 253), là dove si trova la seguente domanda: «Insomma, siamo vittime della crisi economica oppure colpevoli delle nostre ambizioni smisurate?». Una domanda che nella sua disarmante ingenuità forse getta un potente fascio di luce sulla “concezione del mondo” che, ipotizzo, informa il saggio in questione. In ogni caso, quella che state leggendo non è una recensione, ma una riflessione su ciò che ho letto e ascoltao.

Alcuni passi del libro di Ventura che sono riuscito a intercettare, per così dire, mi hanno riportato alla mente lo spassosissimo dialogo tra Michele e Cristina nel film di Nanni moretti Ecce Bombo:

Michele: Senti, che lavoro, me n’ero dimenticato, che lavoro fai?
Cristina: Be’, mi interesso di molte cose: cinema, teatro, fotografia, musica, leggo…
Michele: Concretamente?
Cristina: Non so cosa vuoi dire.
Michele: Come non sai, cioè, che lavoro fai?
Cristina: Nulla di preciso.
Michele: Be’, come campi?
Cristina: Mah, te l’ho detto: giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose.
Michele: E l’affitto?
Cristina: Vivo con mio fratello e non lo pago.
Michele: Be’, dico, i vestiti?
Cristina: Eh, un amico, per esempio, che va a Londra, gli dico di portarmi delle cose, degli abiti…
Michele: E questa sigaretta?
Cristina: Ho incontrato stamattina un amico e mi ha regalato questi due pacchetti».

Non c’è verso per il povero Michele di afferrare la vita concreta dell’amica; cerca l’arrosto della sua esistenza, e gli rimane tra le mani un inconsistente fumo di vita aleatoria che sembra poter esistere a dispetto di ogni più elementare regola sociale: lavorare per procurarsi i soldi che consentono l’esistenza in questa società che «si presenta come una immane raccolta di merci» (K. Marx). «La classe disagiata è avvezza a questo tipo di mistificazioni che dovrebbero servire a nascondere gli aspetti più prosaici dell’esistenza e mettere in scena una vita sognata. Le biografie degli scrittori in quarta di copertina ci parlano dei loro libri ma non di quello che fanno davvero otto ore al giorno per guadagnarsi da vivere, né delle eventuali eredità su cui si appoggiano. Per la classe disagiata vige la stessa regola che per gli aristocratici: di soldi non si parla. Ed è anzi proprio dalla capacità di non parlarne che si misura lo status» (Teoria della classe disagiata).

In colloquio con un intervistatore fin troppo “simpatetico” (al limite dell’imbarazzo!), nella presentazione catanese del suo libro Ventura ha cercato di rappresentare il disagio (come da titolo un po’ ruffiano) e la vera e propria frustrazione (non saprei definire altrimenti il sentimento di amara disillusione che traspare anche dal “linguaggio del corpo” messo in scena dal giovane intellettuale milanese) che ormai da anni vive il ceto medio in tutti i Paesi occidentali, ma soprattutto in Italia. Un ceto medio impoverito e stressato dalla lunga crisi economica partita dieci anni fa dagli Stati Uniti e completamente spiazzato dai continui rivolgimenti tecnologici che adesso minacciano da vicino anche quelle professioni intellettuali che un tempo si pensava fossero al riparo dalla competizione capitalistica globale. Come sappiamo, perfino la prostituzione “analogica” oggi rischia di venir messa fuori mercato dalla prostituzione digitale basata soprattutto sulla robotica giapponese. Sto forse cercando di evocare un qualche legame tra le professioni cognitive e l’antichissima professione? Solo chi è in mala fede può accedere a questa maligna interpretazione del mio pensiero. Nel discorso di Ventura interessante mi è parsa soprattutto la parte descrittiva della crisi che travaglia la “classa disagiata”, una crisi, mi è parso di capire, più esistenziale (identitaria) che meramente economica, la quale morde con denti affilati e spesso intinti nel veleno l’orgoglio dell’appartenenza sociale e le illusioni dei giovani di “buona famiglia”. Si tratta di quei mitici Millennials che oggi devono confrontarsi con la prospettiva di un declassamento di vasta portata che comprensibilmente essi vivono con un’angoscia che non raramente necessita di un supporto farmacologico, come denuncia lo stesso autore alludendo, fra l’altro, alle droghe sempre più diffuse in quel mondo. Per la prima volta dal Secondo dopoguerra, la generazione dei figli è destinata ad avere assai meno rispetto a quanto sono riusciti a mettere insieme, anche in termini pensionistici, la generazione dei padri, e questo peraltro è un fatto che riguarda anche la classe lavoratrice “tradizionale”. Per dirla con l’ultimo saggio di Antonio Polito (Riprendiamoci i nostri figli, Marsilio), «i padri rottamano i figli». E il processo sociale (la cattiva socializzazione di cui parlavano Adorno e Horkheimer anche per spiegare la crisi della famiglia borghese) rottama tutti: padri, madri, figli, nonni…

Già queste poche e confuse riflessioni sono sufficienti, a mio giudizio, a far comprendere quanto scivoloso e, alla fine, piuttosto inconcludente sia parlare in astratto di «classe disagiata» e di «generazione», contenitori concettuali che potrebbero riguardare individui appartenenti agli strati sociali più disparati, a cominciare da quelli economicamente più disagiati. Il disagio giovanile non si dà allo stesso modo nelle famiglie di diversa estrazione sociale. Il “disagio sociale” non è l’hegeliana notte in cui tutte le classi sociali sono uguali. D’altra parte è anche vero che lo spirito piccolo borghese è l’elemento ideologico che nella modernità affascia un po’ tutte le stratificazioni sociali, generando nelle classi subalterne l’ingannevole sensazione che in fondo siamo tutti attori dello stesso film. Non sembra esserci una grande differenza tra il padrone e il suo “collaboratore” salariato: vestono allo stesso modo, parlano allo stesso modo delle stesse cose, guardano gli stessi film, ascoltano la stessa musica, e via di seguito; magari uno indossa un abito firmato e l’altro una sua “cineseria” (probabilmente Made in Napoli); magari il primo porta al polso un orologio di marca e l’altro una sua imitazione più o meno riuscita, ma queste differenze scompaiono sotto i riflettori di una sempre più accecante superficialità. Al cinema o in teatro nessuno chiede agli attori se l’orologio che portano al polso è davvero placcato in oro come sembra agli spettatori. Sulla scena si recita una parte, ed è tutto. Ma spesso tra il reality e la realtà avviene una polarizzazione che dà luogo a un cortocircuito dagli esiti imprevedibili. Allora l’attore che recita la parte del povero vuole essere ricco, ma non nella finzione, ma nella realtà: «Perché tu devi portare l’orologio placcato in oro e io solo una sua miserabile imitazione? Perché tu guidi una Ferrari e io una modesta utilitaria?». Già, perché? Scriveva Wilhelm Reich: «Per la psicologia sociale la domanda si pone [in questi termini]: non si chiede perché l’affamato ruba o perché lo sfruttato sciopera, ma il motivo per cui la maggior parte degli affamati non ruba e perché la maggior parte degli sfruttati non sciopera» (Psicologia di massa del fascismo). Ma il mio è un modo di porre la questione che denuncia, per un verso la mia origine sociale e il mio attuale “status” sociale, come già detto, e per altro verso il punto di vista politico (radicalmente anticapitalista) da cui approccio le cose del mondo. Ma non divaghiamo!Tanto più che il giovane disagiato di cui parla Ventura aspira a «beni posizionali» che nulla a che fare hanno con la volgare mercanzia cui aspira un giovane proletario non del tutto in sintonia con la propria condizione sociale. Un buon titolo di studio, buoni libri, buoni film, buoni concerti, buona cucina, buoni viaggi, una buona religione (tipo Buddhismo): è questo genere di «funzioni d’uso» che ricerca il disagiato della classe media; altro che Rolex e macchine di lusso!

«”Scusi, quest’orologio potrebbe mica vendermelo un po’ più caro?”. Ecco una richiesta che ai negozianti non capita di sentire spesso. Eppure il mondo è pieno di persone ben contente di pagare per un certo prodotto un costo ben superiore al suo valore d’uso: gli economisti lo chiamano “effetto Veblen”». Inutile dire che l’effetto Veblen non si può usare per capire il disagio delle classi economicamente più disagiate, i cui figli imparano fin da subito a trattare con i negozianti per strappare il miglior prezzo possibile. Mia madre ancora oggi riesce a ottenere degli sconti anche su merci il cui prezzo è davvero risibile. Contrattare sul prezzo per molte “popolane” della vecchia generazione è quasi una “filosofia”, una cerimonia religiosa.

Detto questo, quello dell’uso più o meno fondato e “sociologicamente” puntuale del concetto di classe disagiata non mi sembra qui l’aspetto più rilevante da mettere in luce. Tanto più l’autore non assegna alla generazione dei disagiati una funzione storicamente rivoluzionaria, e anzi la considera una classe in via di esaurimento: «La classe disagiata è il residuo umano lasciato dalle crisi di sovrapproduzione nel momento in cui non è più possibile finanziare il consumo improduttivo». E qui arriviamo alla parte del libro che ha colpito il mio interesse.

Come dicevo, compulsando il Web sono riuscito a procurarmi alcune, e devo dire assai interessanti e piacevolmente sorprendenti, pagine del libro di Ventura che sicuramente hanno disturbato non poco molti cosiddetti marxisti, e certamente la totalità dei keynesiani e neo/post keynesiani del nostro Paese. Si tratta della parte del saggio che critica il Capitalismo di stampo keynesiano entrato in sofferenza alla fine degli anni Sessanta, quando il lungo ciclo espansivo postbellico incominciò a dare evidenti segni di “stanchezza”, e la vulgata costruita intorno alla “controrivoluzione neoliberista” dalla “sinistra radicale”. Già solo questo fatto pone, a mio avviso, il libro di Ventura assai al disopra del “monumentale” (e molto sopravvalutato) saggio di Thomas Piketty sul Capitalismo del XXI secolo, il quale affronta il tema della diseguaglianza sociale in chiave classicamente keynesiana: «La lezione complessiva della mia ricerca è che il processo dinamico di un’economia di mercato e di proprietà privata, se abbandonato a se stesso, alimenta potenti fattori di divergenza» (p. 919).  Non la dottrina di qualche economista eterodosso, ma la prassi capitalistica già da tempo, e comunque certamente alla fine del XIX secolo, non dava alcun peso al mito del laissez faire. Paradossalmente – ma a ben considerare meno di quanto non sembri a prima vista –, solo gli antiliberisti ideologici hanno continuato a dar credito alle teorie dogmaticamente liberiste, attribuendo alla loro maligna influenza sui governi le magagne che minano la cosiddetta convivenza civile fondata sul – mitico – Patto sociale. Forse Ventura potrebbe convenire con questa mia interpretazione dei fatti.

«Il meccanismo descritto da Keynes suona ragionevole sulla carta, e ha funzionato magnificamente per decenni. Perché il sistema funzioni, lo Stato deve fare al capitalista quello che il capitalista fa al lavoratore. Da una parte preleva una quota del profitto privato, dall’altra la spende per assorbire il surplus prodotto dagli incrementi di produttività. Tutto perfetto, se non fosse che non c’è limite agli incrementi, quindi non c’è limite alla ricchezza che deve essere consumata per inseguirli, quindi non c’è limite alla quota che deve essere prelevata. In un contesto concorrenziale caratterizzato dalla corsa al ribasso dei prezzi – la famigerata competitività – questo inseguimento infinito non è possibile». Trovo particolarmente interessante la critica di Ventura del «paradigma keynesiano» perché essa si fonda sui concetti di lavoro produttivo e lavoro improduttivo, concetti di cui spesso mi sono avvalso anch’io per dar conto dell’ultima crisi economica internazionale (vedi Dacci oggi il nostro pane quotidiano**), della natura del cosiddetto Capitalismo cognitivo (vedi Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare), della cosiddetta controrivoluzione neoliberista e così via. Questo per far comprendere meglio la ragione del mio interesse.

Adesso mi pare di capire il retroterra politico-ideologico di non poche recensioni negative. Interessanti sono anche le citazioni di Paul Mattick, peraltro allievo di Grossmann, il quale criticò le politiche keynesiane dal punto di vista marxista quando ancora esse venivano considerate dai governi occidentali come l’ultima parola in fatto di economia politica, come la soluzione finalmente scoperta delle più gravi contraddizioni capitalistiche. Come ha detto il figlio di Mattick riflettendo sulla sfida lanciata dal padre al keynesismo, «Si è trattato semplicemente del tentativo di affermare che se Marx aveva ragione Keynes doveva essere in errore. Ed è successo che Marx aveva ragione e Keynes torto». Forse anche il nostro autore la pensa così.

Scrive Ventura: «Nel suo breve testo del 1971 Divisione del lavoro e coscienza di classe, il pensatore marxista Paul Mattick forniva una sintesi efficace del rapporto tra crisi del capitalismo, misure keynesiane e sviluppo del lavoro improduttivo: “L’espansione della produzione improduttiva indotta dallo Stato e da esso finanziata con il deficit del bilancio, cioè con massicce iniezioni di credito nell’economia ha mantenuto l’impiego a un livello che, lungi dal corrispondere al tasso di accumulazione indispensabile, è legato all’aumento costante del debito pubblico, della pressione fiscale e dell’inflazione. Allo stesso tempo, cresce regolarmente la parte del lavoro improduttivo nei confronti del lavoro sociale globale”. Mattick si riferisce all’attività di “insegnanti, medici, ricercatori scientifici, attori, artisti, ecc.”. A questi settori si possono aggiungere, senza troppe difficoltà, la funzione pubblica e la speculazione finanziaria».

Ancora il nostro: «La cosiddetta “rivoluzione neoliberista” degli anni 1970/1980, di fatto, non va considerata come una rottura ma come un’evoluzione del capitalismo monopolista di Stato di matrice keynesiana. Al fine di correggere le nuove contraddizioni che erano sorte in seno al sistema capitalista, gli avversari di Keynes spinsero per la liberalizzazione su due mercati: quello finanziario, così lubrificando la circolazione del capitale e il credito al consumo, e quello del lavoro, aumentando il tasso di sfruttamento (la quota dei salari sul plusvalore prodotto) per compensare la caduta del saggio di profitto». Adesso mi pare di capire il retroterra politico-ideologico di non poche recensioni negative del suo libro. Interessanti sono anche le citazioni di Paul Mattick, peraltro allievo di Grossmann, il quale criticò le politiche keynesiane dal punto di vista marxista quando ancora esse venivano considerate dai governi occidentali come l’ultima parola in fatto di economia politica, come la soluzione finalmente scoperta delle più gravi contraddizioni capitalistiche. Come ha detto il figlio di Mattick riflettendo sulla sfida lanciata dal padre al keynesismo, «si è trattato semplicemente del tentativo di affermare che se Marx aveva ragione Keynes doveva essere in errore. Ed è successo che Marx aveva ragione e Keynes torto». Forse anche il nostro autore la pensa così.  

Ora, mentre io, sulla scorta delle opere di Marx, di Grossmann e di Mattick e sul fondamento di un istintivo “odio di classe” nei confronti della vigente società disumana, traggo da tutto questo la conclusione che bisogna farla finita con il Capitalismo, con la maledizione del lavoro salariato, con la divisione sociale del lavoro, con ogni forma di dominio e di sfruttamento, cosa che postula necessariamente il superamento della divisione classista degli individui; ecco, mentre io avanzo al mondo (vedi quali smisurate ambizioni possono coltivare certi nullatenenti!) questa necessità, questa meravigliosa possibilità, Ventura mi sembra invece che si limiti a suggerire al “sistema” e ai suoi “colleghi di classe” che annaspano nel mare in tempesta della trasformazione sociale delle soluzioni (in primis, riscoprire l’importanza del lavoro produttivo, ossia della maledizione sociale di cui sopra) idonee a rendere economicamente sostenibile il Capitalismo, con un notevole beneficio anche sul terreno del Welfare (perché non esistono pasti gratuiti nel Capitalismo! ). Una leggerissima differenza fra le due posizioni mi sembra di scorgerla.

«Anche Carlo Formenti – scrive Ventura – mi attribuisce, sulla base dell’articolo di Valeria Finocchiaro, una tesi che nel libro non c’è, ovvero “l’ipotesi che l’inflazione di giovani laureati, a fronte di un mercato del lavoro che offre loro (se e quando li offre!) posti di lavoro sottopagati e mansioni al di sotto delle loro competenze, andrebbe affrontata praticando una sorta di “decrescita culturale” (riducendo cioè drasticamente il numero delle iscrizioni ai corsi universitari, in particolare a quelli di orientamento umanistico)”. […] Per risolvere questo problema non è necessario “ridurre drasticamente il numero d’iscrizioni ai corsi universitari”. Sebbene nel libro io eviti di formulare prescrizioni, resto convinto che non ci sarebbe bisogno di nessun numero chiuso in entrata se il sistema formativo fosse in grado di produrre dei ranking in uscita come avviene il qualsiasi altro paese OCSE. Questo motiverebbe un numero più alto di famiglie meno agiate a investire delle risorse nella formazione universitaria, che non sarebbe più percepita come l’inutile truffa che oggi evidentemente è». Il cuore della precisazione di Ventura credo stia nella frase: «non ci sarebbe bisogno di nessun numero chiuso in entrata se il sistema formativo fosse in grado di produrre dei ranking in uscita”», con cui Ventura fa quello che nega di aver fatto nel libro, e cioè prescrivere. Seguendo il suo ragionamento, se la sua prescrizione, ossia il suo programma politico, è trasferire la funzione di selezionare ed allocare le risorse umane dall’anarchia irrazionale (come a lui appare!) del mercato al dispositivo della formazione, occorre che quest’ultimo si doti di operatori all’altezza del compito, e cioè di specialisti prelevati dal segmento “alto” della classe media. E chi potrebbe farlo meglio dei giovani brillanti e intraprendenti che dimostrano di sapersi districare nella vexata quaestio, scrivendo ad esempio libri così lucidi e puntuali come Teoria della classe disagiata? La puzza di meritocrazia qui è forte. Ma mi posso anche sbagliare, si capisce.

La sto facendo lunga ed è tempo di mettere un punto conclusivo. Chiudo facendo correre un mio “cavallo di battaglia” (o chiodo fisso che dir si voglia): il «socialismo reale» come la più gigantesca balla speculativa del XX secolo. Scrive Ventura: «Non è solo nella contabilità che la teoria smithiana-marxista del lavoro improduttivo si è incarnata ai tempi dell’Unione Sovietica: esisteva addirittura una legge “contro il parassitismo sociale”, che puniva chi rimaneva senza lavoro per oltre tre mesi. Gli intellettuali potevano operare solo se iscritti all’Unione degli scrittori, che rilasciava la qualifica ufficiale di letterato e li retribuiva. In caso contrario, soprattutto se invisi al partito, gli scrittori rischiavano di essere condannati ai lavori forzati, come avvenne a Mandelstam e Brodskij. Sicuramente il dispositivo servì a controllare la produzione culturale. Ma più profondamente si trattava di sanzionare il lavoro improduttivo perché questo non era una risorsa per il sistema socialista bensì una minaccia. Nell’economia pianificata non c’è nessun plusvalore da realizzare, nessuna sovrapproduzione da tamponare: ci sono soltanto delle risorse (limitate) da spartire. Gli atti del processo a Brodskij del 1964 sono un documento eccezionale perché mostrano una concezione del lavoro culturale radicalmente diversa dalla nostra: anzi per noi spaventosa, assurda, ingiustificabile. Sicuramente la burocrazia sovietica non ha prodotto strumenti efficaci per regolare il rapporto tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, eppure se proviamo ad astrarci un attimo dalla nostra ideologia, molte delle osservazioni mosse contro il poeta in quell’aula non sono così assurde».

Come si vede, anche il giovane intellettuale qui preso di mira assume il punto di vista della vulgata intorno alla natura “socialista” del regime stalinista, menzogna che ha grandemente favorito quella chiusura dinanzi alla possibilità di una Comunità semplicemente umana: «Se questo è il Socialismo, meglio tenerci il Capitalismo!». Non c’è dubbio, se non fosse che per la quisquilia che segue: l’economia sovietica non fu affatto un’economia socialista, né “reale” né “irreale”, ma un’economia che potremmo definire con molte cautele “dottrinarie” capitalistica di Stato; un Capitalismo di Stato largamente assistito dalla cosiddetta “economia informale” (privata e perlopiù illegale). Per questo sorrido quando leggo che «Nell’economia pianificata [dell’Unione Sovietica] non c’è nessun plusvalore da realizzare». Sulla natura storico-sociale dello stalinismo rimando ai miei diversi scritti sul tema scaricabili dal Blog.

Penso che l’impasse per così dire programmatica (il problematico che fare?) che ho colto nella presentazione catanese del libro di Ventura abbia in qualche modo a che fare con la chiusura dinanzi a un futuro di reale emancipazione umana realizzata in molta parte dalla menzogna epocale di cui parlavo. Solo lo strapotere sociale che non ci lascia vivere umanamente ci impedisce oggi di cogliere col pensiero le eccezionali possibilità di emancipazione che l’attualità del Dominio, al contempo, ci nega e ci offre. Come scrisse una volta qualcuno, oggi è più facile immaginare la fine del mondo che quella del Capitalismo. È ciò che chiamo tragedia dei nostri tempi, alla cui scrittura hanno concorso appunto i “comunisti” un tempo devoti a Stalin, a Mao e a qualche altro leader “comunista” impegnato a costruire da qualche parte il “paradiso terrestre”. Hanno costruito l’inferno e lo hanno chiamato paradiso! Non c’è, dunque, di che stupirsi nel costatare il disorientamento e l’impotenza politico-sociale che segnano la condizione dei dominati e di quanti avvertono il disagio di vivere in una società ostile all’umano. Per questo l’impasse programmatica di Ventura né mi stupisce né mi infastidisce, e anzi la preferisco di gran lunga a molte certezze “socialiste” esibite da personaggi che straparlano di “socialismo” e di “comunismo” mentre hanno in testa un regime sociale autenticamente capitalistico.

Il punto che però volevo evidenziare è questo: sotto sotto, il nostro ex disagiato sembra in qualche modo simpatizzare con l’approccio sovietico al tema e, soprattutto, alla prassi del lavoro improduttivo. E qui il pensiero di Ventura incrocia quello di Carlo Formenti, il quale scrive: «Ciò significa che dobbiamo arrenderci al realismo, smetterla di ragionare sull’ampliamento dei benefici sociali associato ai livelli di istruzione? Assolutamente no, però dobbiamo essere consapevoli che le uniche società che assumono tale ampliamento come obiettivo strategico, a prescindere dalle esigenze contingenti del ciclo capitalistico, sono le società socialiste. Altrimenti vale il principio di sostenibilità di cui parla Ventura». Ora, è appena il caso di ricordare la forte simpatia che Formenti nutriva per gli “esperimenti sociali” in atto in America Latina, soprattutto nel Venezuela chávista, per capire che quando egli parla di “socialismo” è il caso di impugnare la metaforica pistola.

La riflessione di Ventura conferma una delle pochissime certezze che mi trascino (non stancamente, per fortuna!) ormai da molti decenni: se non c’è rivoluzione, c’è solo conservazione. Ma anche: senza coscienza rivoluzionaria il pensiero che soffre ma non comprende rischia di precipitare nella disperazione o nel cinismo. Non esiste alcuna “terza via”, alcuna fase intermedia, alcun accomodamento possibile con il mondo disumano in vista di “tempi migliori”. Ed è per questo che spesso la mera descrizione di una realtà oggettivamente cattiva, finisce per far diventare cattivo (in tutte le accezioni possibili) anche il pensiero di colui che la descrive e che magari soffre, senza tuttavia comprendere la radicalità del male che denuncia. A volte rischiamo di avvitarci e di crogiolarci nel nostro stesso malessere, per addomesticarlo e placarlo in qualche modo, se non troviamo la via di fuga da esso. Del resto Ventura è uno che alla fine ha avuto il meritato (e non uso a caso questa parola) successo, o che “rischia” seriamente di averlo, e questo lo rende “oggettivamente” esposto alle critiche del collega di classe che annaspa nel retrobottega sociale e si sente dire da uno che (beato lui!) ce l’ha fatta che forse la soluzione consiste nel deflazionare le sue aspettative di vita, le sue infondate e velleitarie pretese, così inclini a trasformarsi in altrettante frustranti delusioni. Volere troppo è sommamente deleterio, se poi non hai la possibilità materiale di realizzare i tuoi sogni: non vivere al di sopra delle tue capacità e possibilità. Ecco, la società del – falso – benessere ha venduto a piene mani e a basso costo (vedi anche i voti politici di sessantottina memoria) irrealizzabili sogni di promozione sociale a tutti.

Forse sbaglio, ma la riflessione di Ventura mi sembra che spesso si muova dentro quel circolo vizioso disegnato negli ultimi anni dagli intellettuali “progressisti” (quelli “reazionari” alla Giuliano Ferrara ci sono arrivati molto prima!) che denunciano il buonismo e il permissivismo (nei costumi sessuali, nell’educazione dei figli, nell’approccio con i problemi della vita, in campo politico, in campo etico, ecc.) dilaganti nella nostra società. Questi intellettuali, alla Diego Fusaro e alla Massimo Recalcati, per intenderci, rispondono alla crisi esistenziale degli individui proponendo soluzioni in grado di portarli, non oltre il Capitalismo (ci mancherebbe), ma piuttosto dentro un assetto della società (capitalistica) meno problematico, meno frantumato, meno contraddittorio, più austero, più serio, più semplice da capire e da gestire. Una società nel cui seno il bianco è bianco, e il nero è nero; dove l’uomo è uomo, e la donna è donna (e possibilmente concepisce i figli alla vecchia e piacevole maniera, senza ricorrere a pratiche “eticamente discutibili” come l’utero in affitto); dove il padrone è il padrone e il lavoratore, soprattutto quello intellettuale, è lavoratore. Insomma, facciamocene una ragione del Karma sociale che abbiamo ricevuto in sorte.

(*) In alcuni passaggi “economici” del saggio c’è forse traccia della polemica che Grossmann sviluppò contro i teorici (Rosa Luxemburg compresa) delle «terze persone» di malthusiana memoria interessate unicamente alla realizzazione del plusvalore, ossia al consumo improduttivo delle merci senza il quale il Capitalismo sarebbe crollato miseramente per eccesso di merci invendute. L’autore de Il crollo del capitalismo (1928, Jaca Book, 1971) giustamente puntò i riflettori sul processo di valorizzazione, al tempo stesso processo tecnico di lavoro e processo di creazione del valore (valore e plusvalore), per spiegare i fenomeni essenziali che rigano l’economia capitalistica (crisi, speculazione, disoccupazione, esportazione di capitale, finanziarizzazione dell’economia, e così via).
(**) «Ci sono stati in passato Paesi che hanno vissuto, in toto o in gran parte, d’intermediazione finanziaria o mercantile. Essi però hanno potuto farlo solo nella misura in cui in altre parti del pianeta il Capitale ha pompato tutti i santi giorni plusvalore dal lavoro vivo sfruttato in grandi, medie e piccole aziende industriali (agricoltura compresa, naturalmente), e l’ha immesso nelle enormi arterie della circolazione capitalistica internazionale. Sbaglia di grosso chi crede che all’inizio del XXI secolo le cose stiano in modo diverso. Se, per assurdo, tutti i paesi del mondo dovessero decidere di vivere esclusivamente d’intermediazione, per risparmiare ai loro capitali il faticoso e rischioso passaggio dal processo produttivo di merci, non solo il sistema capitalistico mondiale collasserebbe in breve tempo (il tempo dell’esaurimento delle scorte), ma vedremmo morire di fame, di freddo e di stenti gli esseri umani, i quali, come già sappiamo, in questa epoca storica vivono di merci» (Dacci oggi…, Nostromo, 2012, p. 8).

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CATALOGNA. SUL PONTE SVENTOLA LA BANDIERA BIANCA! E NON SI CANTA L’INTERNAZIONALE…

L’ex Presidente della Catalogna Carles Puigdemont per molti è un eroe della ribellione indipendentista e della libertà. In questi ultimi tempi mi è capitato spesso di citare Franco Battiato, e oggi lo faccio ancor più volentieri anche come augurio di una sua pronta guarigione dopo l’ultima dolorosa caduta: «Abbocchi sempre all’amo. Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso». Quando ci vuole, ci vuole!

Come ho scritto l’altro ieri, per me si tratta di battersi tanto contro l’unionismo spagnolo e l’attuale repressione giudiziaria e poliziesca scatenata da Madrid, quanto contro il secessionismo catalano, un progetto capitalistico al 100 per 100. Non si tratta di una posizione indifferentista, come sostengono coloro che sono abituati a pensare solo in termini di posizionamento (schieramento) interborghese (o stai con questa cosca capitalistica, supposta come il male minore, oppure con quella concorrente, supposta come “la peggiore”), ma di una posizione che cerca di costruire l’autonomia di classe a partire dalla disperata situazione in cui si trovano le classi subalterne di tutto il pianeta.

Ieri a Barcellona si gridava contro Madrid: «Questa non è giustizia, è dittatura! Questa non è democrazia, è fascismo!». Non sono d’accordo: questa è la giustizia borghese, questa è la democrazia borghese. Qualcuno ieri mi ha obiettato che nei miei post sulla crisi catalana non prendo in considerazione il carattere franchista (o fascista) del regime spagnolo; rispondo con una citazione: «Quando si usano le parole a casaccio finisce che si hanno idee a casaccio e si fanno proposte a casaccio. Il Governo PP-PSOE non è fascista: è un normale governo “democratico” come “democratico” è il governo di Trump, di Angela Merkel o di Paolo Gentiloni; solo gli incrollabili amici della democrazia borghese chiamano “fascisti” i governi quando manganellano i manifestanti, mettono le bombe sui treni, limitano il diritto di sciopero, partecipano ad aggressioni militari, ecc…; non hanno ancora capito che la democrazia borghese può essere violenta tanto quanto certi regimi fascisti» (Antiper). È sufficiente ricordare la repressione degli anni Settanta del secolo scorso in Italia e in Germania per capire con quanta maestria la democrazia capitalistica sappia dosare l’uso della carota e del manganello, della scheda elettorale e del carcere. Sulle superstizioni democratiche coltivate da molti sinistrorsi cosiddetti radicali, rinvio a miei diversi scritti (*).

In un precedente post avevo messo in luce il carattere leghista (soprattutto del leghismo delle origini, quello caldeggiato da Gianfranco Miglio, per intenderci) del movimento indipendentista catalano, e la sua connessione con la globalizzazione capitalistica, la quale tende a ridisegnare gli assetti politico-istituzionali dei Paesi e dei continenti seguendo le linee di forza generate dal processo capitalistico di produzione/distribuzione della ricchezza sociale. «Nella vecchia logica dello Stato moderno», scriveva Miglio, «si cercava ciò che poteva unire le nazioni e si rifiutava ciò che le divideva. Oggi la gente rifiuta questa maniera di ragionare. L’hanno rifiutata in Cecoslovacchia, la stanno rifiutando in Belgio e in Canada, per non parlare dell’ex impero russo. A poco a poco questa linea verrà respinta dappertutto, perché prevarrà la forza dell’economia, del mercato mondiale». Mi è ritornata in mente questa intelligente riflessione ieri sera, dopo aver letto l’ultima dichiarazione di Puigdemont dall’esilio (?) belga: «Il leader del Pdecat, Puigdemont, si considera in esilio anche se oggi ha detto che questo non gli impedirà di fare campagna, “visto che viviamo in una società globalizzata”» (ANSA). Ricordate il concetto di GloCal che impazzò durante l’epoca d’oro dell’ideologia globalista? Pensare globale e agire locale, si diceva. Ecco, l’ex Presidente della Generalitat, che si è detto pronto a consegnarsi «alla vera giustizia, quella belga» (prendo nota, non si sa mai…), sembra incarnare al meglio lo spirito GloCal.

L’interessante analisi di Oriol Nel·lo Colom (Limes) sembra avvalorare quanto appena detto: «Il processo d’integrazione europea – uno dei frutti più lampanti della dimensione politica della globalizzazione – è percepito come una cornice che, invece di frenare l’anelito indipendentista, ne assicura la viabilità, offrendo una struttura di protezione e di inquadramento per l’eventuale nuovo Stato. Da qui l’apparente contraddizione di un movimento sovranista che, a differenza di quelli nazionalisti xenofobi, si definisce europeista, benché il processo d’integrazione comunitaria comporti necessariamente una riduzione della sovranità degli Stati. Il movimento indipendentista catalano si inscrive dunque nella tendenza verso il rescaling della politica europea, che ha trovato terreno fertile in Scozia, nelle Fiandre e nel Paese Basco. Il fatto che, nonostante l’apparente immutabilità delle frontiere europee, sia emersa nell’ultimo quarto di secolo una nutrita schiera di nuovi Stati nel continente, molti dei quali hanno aderito all’Ue, ha anche contribuito a evidenziare l’esistenza di una finestra di opportunità per il movimento indipendentista. Da qui i continui richiami all’intermediazione europea da parte del suo corpo dirigente. Di contro, l’Unione Europea si è mostrata refrattaria a farsi coinvolgere, quantomeno pubblicamente, mentre la causa indipendentista non ha trovato sponde in alcun governo d’Europa, né in alcuna delle principali organizzazioni internazionali». La costruzione di un polo imperialista europeo in grado di competere con Stati Uniti e Cina non è esattamente un pranzo di gala e trova lungo il suo percorso ostacoli vecchi e nuovi.

«Migliaia di catalani si sono concentrati in tutto il paese davanti ai luoghi di lavoro a mezzogiorno per un minuto di silenzio all’appello delle organizzazioni della società civile indipendentista per protestare contro il “processo politico” avviato contro il Govern. Centinaia di persone si sono riunite davanti al Palazzo della Generalità a Barcellona gridando “Puigdemont è il nostro Presidente”, “Llibertat!” e cantando l’inno di Els Segadors» (La Stampa). Els Segadors, dunque!

Bon cop de falç!
Bon cop de falç, defensors de la terra!
Bon cop de falç!

Ara és hora, segadors!
Ara és hora d’estar alerta!
Per quan vingui un altre juny
esmolem ben bé les eines!

Que tremoli l’enemic
en veient la nostra ensenya:
com fem caure espigues d’or,
quan convé seguem cadenes!

Buon colpo di falce!
Buon colpo di falce, difensori della terra!
Buon colpo di falce!

È giunta l’ora mietitori!
È giunta l’ora di stare all’erta!
Per quando verrà un altro giugno
teniamo affilati gli arnesi!

Che tremi il nemico
vedendo la nostra insegna:
come facciamo cadere le spighe dorate,
quando è opportuno seghiamo le catene!

Ecco! Le catene bisogna segarle, non renderle più forti marciando a fianco del nemico di classe! E ovviamente questo vale per le classi subalterne non solo di Barcellona e di Madrid, ma di tutto il mondo. Come sottrarci alle lotte di potere intercapitalistiche (su scala locale, nazionale e internazionale)? Come costruire l’autonomia di classe e demistificare l’ideologia dominante (che trova alimento anche nell’eterno e falso dualismo tra democrazia e fascismo)? Come estirpare la pianta velenosa del nazionalismo delle piccole e delle grandi patrie? Questo è il tema che personalmente mi interroga in quanto proletario anticapitalista.

Compagni catalani e spagnoli, «teniamo affilati gli arnesi» contro il capitale, non contro una capitale (Barcellona o Madrid che sia)! Caspita, per un attimo ho creduto di essere Vladimiro… Sarà per via del noto centenario.

(*) solo alcuni titoli:

STATO DI DIRITTO E DEMOCRAZIA TRA MITO E REALTÁ

SULLA CRISI DELLA DEMOCRAZIA

LA “BELLA POLITICA”, DA PERICLE A PIPERNO

IL PUNTO SULLA CRISI CATALANA

Scriveva Niccolò Locatelli su Limes all’indomani del referendum indipendentista catalano del 1º ottobre 2017: «La catastrofica e autolesionistica figura politica di David Cameron meriterebbe di essere rivalutata, se messa a confronto con il dilettantismo mostrato questa settimana dagli indipendentisti catalani. I quali stanno avendo molte difficoltà ad uscire dall’angolo nel quale loro stessi si sono rinchiusi». L’altro ieri Michele Boldrin su Linkiesta parlava dell’indipendenza catalana nei termini di «una pagliacciata, come previsto».  Per Michele Boldrin «La storia è un misto di tragedie e di farse. E per fortuna l’indipendenza catalana del 2017, al contrario di quella del 1934, appartiene a pieno alle seconde». Un’ultima citazione sul tema: «La vicenda dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, scappato in Belgio a elemosinare un asilo politico quasi impossibile dopo aver chiesto ai suoi di fare “resistenza democratica”, può essere letta come la parabola dell’avventurista. I quotidiani spagnoli, ma anche quelli catalani, ne danno un giudizio inesorabile» (Giulia Belardelli).

Certamente le ultime mosse dei “rivoluzionari” catalani non sono tali da poter confutare, o quantomeno mitigare, questi severi giudizi, tutt’altro. La figura politica e umana dell’ex Presidente della Generalitat appare, almeno ai miei occhi, senz’altro ridicola, più che drammatica. Ovviamente non sono fra quelli che lo vorrebbero vedere penzolare dall’albero dei “traditori” della patria catalana («la bandiera della rivoluzione catalana è stata gettata nel fango dall’avventurismo e dalla vigliaccheria di Puigdemont e soci»), né da quello dei “traditori” della patria spagnola. I miei nemici di classe non li consegnerei mai nelle mani del Leviatano capitalistico.

Sulle azioni dei leader indipendentisti, i quali sembrano essere andati allo scontro con Madrid confidando solo sulla buona sorte e sulla loro – presunta – superiore intelligenza politica, aleggia dunque lo spettro della farsa più scombinata e ridicola, che tuttavia potrebbe trasformarsi in un’autentica e sanguinosa tragedia per molti catalani che sono stati conquistati dall’ultrareazionario “sogno” secessionista. Ultrareazionario, beninteso, al pari del “sogno” unionista – ed europeista.

Volando a Bruxelles, forse Puigdemont credeva forse di portare nel cuore stesso dell’Unione Europea quel “dualismo di potere” che non è riuscito a radicare a Barcellona. La già citata Belardelli su questo punto ha le idee chiare: il leader indipendentista catalano ha portato nella capitale belga «tutta la goffaggine e l’inadeguatezza di un leader politico che ha cavalcato una causa populista senza prima assicurarsi di aver allacciato la sella. Ma il paradosso è anche per il debole governo belga, la cui fragilità ha permesso alla “farsa” catalana di finire proprio nel centro di un’Europa a sua volta sempre più fragile». Non c’è dubbio che la crisi catalana ha messo in luce, oltre che le magagne sistemiche della Spagna (in perfetta analogia con le magagne italiane: vedi la rinata Questione settentrionale), tutta la debolezza del progetto europeista, il quale deve ancora fare i conti con la dimensione nazionale degli attori chiamati a implementarlo. Più che per solidarietà europeista, i leader europei hanno sostenuto le ragioni di Madrid contro le ragioni di Barcellona per paura di un effetto domino transnazionale. Persino la Cancelliera di Ferro volgendo lo sguardo verso la Penisola Iberica ha visto controluce una possibile crisi bavarese.

Mi fanno ridere quelli che in Italia cianciano di «diritto all’autodeterminazione del popolo catalano» e poi negano al «popolo lombardo-veneto» il diritto a una più spinta autonomia politica e fiscale delle loro regioni! Come se le due vicende (ma è anche il caso della Scozia) non avessero, mutatis mutandis, una comune radice sociale individuabile nella natura altamente contraddittoria e conflittuale del processo sociale capitalistico, alla scala individuale (vedi alla voce alienazione: spesso vorremmo separarci da noi stessi!), locale, regionale, nazionale e mondiale. Più la globalizzazione capitalistica ci centrifuga come alimenti gettati dentro a un frullatore (altro che “omologazione”! altro che “pensiero unico”!), e più cerchiamo disperatamente – e pateticamente – di aggrapparci a qualche misero brandello di “identità”: nazionale, culturale, sportiva, etnica, sessuale, religiosa ecc.

Ai miei colleghi di classe dico che alla globalizzazione capitalistica non si risponde con successo alzando muri (economici, nazionalistici, identitari, eccetera), ma piuttosto abbattendo la madre di tutti i muri reali e virtuali: il Capitalismo. «E in attesa di eventi migliori, non facciamo niente?». È, questa, la solita puerile obiezione che lo pseudo rivoluzionario rivolge a chi intende praticare la “via maestra” della lotta di classe non con spirito “purista”, ma con la coerenza di un’autentica radicalità. Gli «eventi migliori» non cadono dal cielo nel mitico giorno x della rivoluzione sociale “dura e pura”, ma bisogna prepararli nei periodi di magra rivoluzionaria. Sto parlando dell’oggi. Non si tratta di opporre, banalmente e infantilmente, la lotta per gli obiettivi massimi a quella per gli obiettivi minimi: si tratta piuttosto di fare degli obiettivi cosiddetti minimi (come la rivendicazione di un salario migliore e di migliori condizioni di lavoro e di vita) altrettanti momenti utili a costruire rapporti di forza favorevoli alla realizzazione degli obiettivi cosiddetti massimi. L’autonomia di classe dei lavoratori e dei proletari è un obiettivo che va perseguito qui e ora, a partire da qualsiasi occasione di lotta e di conflitto sociale; esso non va rimandato a “tempi migliori”, i quali ovviamente non arriveranno mai se non ne vengono realizzati i presupposti. Come sapevano i rivoluzionari di una volta, è una fesseria voler scavare un fosso tra prassi e teoria, tattica e strategia.  Scriveva nel 1919 il giovane György Lukács: «Il criterio di un giusto agire in senso socialista, di una giusta tattica può essere esclusivamente lo stabilire se il modo dell’agire in un caso determinato serva a realizzare l’obiettivo finale»; per il rivoluzionario ungherese sono da considerare «cattivi tutti i mezzi che ottenebrano la coscienza di classe». Per Lukács anche gli «interessi materiali temporanei del proletariato» sono deleteri se contribuiscono a «ottenebrare» la sua coscienza di classe, a indebolirne l’autonomia di classe: il riformismo borghese, supportato fortemente dal collaborazionismo sindacale, non ha avuto altro significato. Ma rituffiamoci nell’attualità politica!

Qualche giorno fa Giorgio Cremaschi invitava «le compagne e i compagni» che non hanno condiviso il suo «omaggio al popolo della Catalogna, giudicando la sua lotta sbagliata, ambigua, borghese, egoista, nazionalista, eccetera», ad andare a scuola da Lenin: «Mi permetto di citare ciò che Lenin disse dell’emiro dell’Afghanistan, un reazionario che nel 1920 si batteva contro gli inglesi… Lenin disse che aveva fatto più danni all’imperialismo quell’emiro che tutta la socialdemocrazia e la sinistra europea. Per favore, a cento anni dalla Rivoluzione contro Il Capitale, come la definì Gramsci [e anche il mitico Antonio è sistemato!], non usate Marx e Lenin in senso scolastico e soprattutto da menscevichi. […] Lenin scriveva che per la rivoluzione vale il motto di Napoleone: si comincia lo scontro e poi si vede… Per favore compagni non date i voti a chi ci prova nella condizione reale in cui sta, soprattutto da un paese, il nostro, che dopo essere stato per decenni all’avanguardia dei conflitti in Europa oggi è alla più triste retroguardia. Cari compagni [e compagne no?] non fate i pedanti, ma siate generosi…».

Vorrei spendere solo due parole su quanto appena riportato, per ribadire la mia posizione sulla sempre più “bizzarra” e aggrovigliata crisi spagnola, e non certo per polemizzare con Cremaschi, dal quale peraltro mi separa un abisso concettuale e politico, visto che la “sinistra radicale” di cui egli fa parte è la diretta discendente di quel “comunismo” con caratteristiche italiane che ho sempre combattuto ritenendolo uno dei pilastri dello status quo sociale (ripeto: sociale, non meramente politico-istituzionale) del nostro Paese, insieme alla Democrazia cristiana e agli altri partiti della cosiddetta Prima Repubblica.

Secondo il leninista Cremaschi non corre dunque alcuna differenza, o una differenza politicamente trascurabile, tra i tempi storici e la specifica situazione sociale e geopolitica nella quale agiva Lenin, e i nostri tempi, la concreta realtà sociale e geopolitica nel cui seno si dipana anche la crisi catalana, che poi è la crisi del regime spagnolo com’è venuto fuori dopo la morte di Franco. Secondo lui le guerre nazionali dei Paesi sottoposti al colonialismo e all’imperialismo ancora ai tempi di Lenin, avevano, sempre cambiando quel che c’è da cambiare, lo stesso significato storico e lo stesso impatto sugli equilibri interimperialistici che potrebbe avere l’indipendentismo catalano. Un minimo sindacale di analisi materialistica della società spagnola, Catalogna incluso, e dello scenario mondiale di riferimento consente di confutare nel modo più assoluto ogni accostamento storico tra i fatti richiamati polemicamente da Cremaschi e le vicende di cui ci occupiamo oggi. Sulla natura fondamentalmente “leghista” della questione catalana rimando ai miei due precedenti post (*). Tra l’altro, l’emiro reazionario afghano probabilmente organizzava attentati contro l’imperialismo inglese, mente l’ex Presidente reazionario della Generalitat è scappato via per chiedere sostegno all’imperialismo europeo: c’è una leggerissima differenza tra le due cose, mi pare. Ma sicuramente si tratta di una raffinatissima strategia politica che un’indigente di dialettica e un dottrinario come chi scrive non è in grado di apprezzare nella sua autentica sostanza.

«Lenin scriveva che per la rivoluzione vale il motto di Napoleone: si comincia lo scontro e poi si vede»: verissimo! Ai menscevichi (quelli veri!) che, testi marxiani alla mano, giudicavano immatura la rivoluzione proletaria nella Russia capitalisticamente arretrata, Lenin, che inquadrava il Grande Azzardo dell’Ottobre ’17 nel quadro della rivoluzione sociale internazionale (una “sottigliezza” politico-concettuale che quasi tutti i cultori della materia tendono a trascurare, e che nemmeno il Gramsci pizzicato da Cremaschi comprese), rispondeva appunto che i bilanci non si tirano prima della battaglia, ma dopo. Ora, di che guerra, di che rivoluzione stiamo discutendo nel caso della Catalogna? La risposta mi appare di una semplicità a dir poco imbarazzante: di una guerra di potere tutta interna agli interessi delle classi dominanti, catalane e spagnole. Parlare di «guerra nazionale» e di «rivoluzione» nel caso di specie, e negli altri casi simili, è semplicemente ridicolo, e io tratto l’argomento solo per contribuire a dissipare qualche dubbio in chi frequenta la cosiddetta sinistra radicale.
Leggendo alcuni articoli sinistrorsi (pubblicati ad esempio dal Blog Contropiano) sulla crisi catalana mi è sembrato di leggere la cronaca della Rivoluzione Russa! Mancavano all’appello solo i Soviet e la madre di tutte le rivendicazioni: Pace, pane e terra! Forse la suggestione del Centenario ha causato in alcuni qualche scompiglio intellettuale. È un’ipotesi, beninteso.

Chi ha voluto e chi ha cominciato lo scontro in Catalogna? Si risponde: «il popolo catalano». Già, certo, il “popolo”! Il “popolo” ha sempre ragione! Chi siamo noi per dare voti e lezioni al popolo «che ci prova»? Ma «ci prova» a fare che cosa esattamente, compagno leninista: a fare la rivoluzione? a costruire “una nuova e socialmente più avanzata” sovranità nazionale? a conquistare una maggiore libertà e migliori condizioni di vita? a mettere in crisi l’odierno assetto interimperialistico? a ricostruire un fronte di classe? Ovviamente nulla di tutto questo, e come sempre al netto delle illusioni e dei veri e propri autoinganni coltivati dai singoli e dalle masse. Il cosiddetto “popolo”, in Catalogna, in Spagna e ovunque in Europa e nel mondo (vedi anche le cosiddette “Primavere arabe”), oggi è solo una bestia da soma che tira il pesante carro del Dominio. Lo so che dire questo non è né “popolare” né “populista”, ma io non mi devo presentare alle prossime elezioni, ed essendo un modestissimo scolaro di Marx so che le classi subalterne, alle quali purtroppo appartengo per “anagrafe sociologica”,  non vanno mai adulate e accarezzate per carpirne la simpatia, ma criticate puntualmente per sollecitarne la crescita politica in vista dell’agognata autonomia di classe. Quantomeno uno ci tenta, e che diamine!

L’idea, poi, che si possa “cavalcare da sinistra” un movimento politico-sociale interamente subordinato agli interessi capitalistici, è qualcosa che rasenta l’idiozia. In realtà questa idea rivela la natura borghese della “sinistra radicale” di cui parlano molti sedicenti anticapitalisti.

E poi, in che senso è legittimo, sul piano dell’analisi sociale e dell’iniziativa politica, parlare di “popolo”? Come aveva già capito Marx, ragionare in termini di popolo significa inchinarsi agli interessi della classe che nell’ambito del popolo ha più potere sociale: la borghesia. E difatti il più delle volte il comunista di Treviri parlava di «popolo dei lavoratori», un popolo di salariati contrapposto a quel concetto borghese di popolo che sta al centro dell’ideologia pattizia elaborata dalla borghesia nella sua fase rivoluzionaria: vedi, fra l’altro, Rousseau. Non si tratta, come si vede bene, di pedanti sofismi dottrinari, di sottigliezze teoriche prive di contenuto politico e di attualità, ma di precise demarcazioni concettuali che hanno un gigantesco significato politico che l’anticapitalista (Cremaschi si senta dunque esonerato dalla difficilissima incombenza) deve sforzarsi di far valere nella situazione presente, una contingenza caratterizzata dalla confusione politica e ideale più totale.

Come mi capita spesso di dire, nel XXI secolo e soprattutto nei Paesi capitalisticamente avanzati (vedi Spagna) quando si parla di “popolo” bisogna mettere subito le mani alla pistola: sicuramente si tratta di una truffa, di una menzogna, di un miserabile tentativo di trascinare le classi subalterne in una guerra che non è la loro (la nostra, la mia) guerra. Nell’epoca del dominio totalitario del Capitale su tutto il pianeta parole come “popolo”, “nazione”, “sovranità nazionale”, “patria” eccetera suonano odiosamente false: esse non sono che fumo ideologico dietro il quale si nascondono enormi interessi economici, politici e geopolitici. Il nazionalismo delle grandi e delle piccole patrie appare sempre più per quel che è, e cioè una disgustosa menzogna ideologica che serve alle classi dominanti di tutte le nazioni per tenerci ben stretti al carro dello status quo sociale e portarci quando serve sul campo di battaglia, reale e virtuale, così che possiamo scannarci, l’un l’altro armati di fucili o di schede elettorali, per affermare la volontà dei nostri padroni. Spagnoli o catalani, italiani o lombardo-veneti, britannici o scozzesi, americani o californiani: sempre di padroni si tratta!All’invocazione del “popolo” fatta dai capitalisti e dai loro funzionari politici e ideologici, occorre rispondere con la lotta di classe, la sola via di fuga dall’impotenza che oggi vede il popolo dei nullatenenti disarmati di fronte agli opposti interessi che lo tengono in una morsa che si strige sempre più.

«E poi con chi stareste voi, con un popolo che si ribella, ripeto con ambiguità e contraddizioni, e che in questa ribellione matura, o con il Re e i postfranchisti che lo reprimono? Siete sicuri di potervi chiamare fuori da tutto questo?». Bel modo di ragionare, quello del leninista Cremaschi! Un modo di ragionare, sia detto en passant, perfettamente organico alla “sinistra radicale” di cui egli è uno dei leader più apprezzati e autorevoli. O stai dalla parte del «popolo che si ribella» (e che, come si è detto prima, ha sempre ragione, per definizione populista, anche quando sbaglia, esattamente come il cliente che non bisogna mai lasciarsi scappare dalle grinfie a beneficio della concorrenza), oppure stai dalla parte della monarchia e dei postfranchisti: il bolscevico Cremaschi non vede alternative possibili a questo drammatico (o comico?) aut-aut. Per me invece l’alternava si dà, eccome! Questa alternativa si chiama indipendenza di classe e disfattismo di classe. Si può benissimo essere contro il progetto indipendentista del «popolo catalano» (leggi: della classe dominante catalana) senza per questo appoggiare, neanche “oggettivamente”, la causa unionista, monarchica e postfranchista di Madrid. «Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell’assolutismo» disse una volta l’uomo con la barba; Marx portava forse acqua al mulino dell’assolutismo? «Sì, oggettivamente». Non l’avevo capito!

Essere disfattisti non significa affatto essere indifferenti, starsene con le mani in mano a guardare gli altri che si danno battaglia, nelle piazze o nelle urne, per conto dei loro padroni, come sostengono le novelle mosche cocchiere della “rivoluzione” che si credono più furbe del cavallo che ha la gentilezza di portarle a spasso per il capitalistico mondo; essere disfattisti significa invece lottare contro tutte le fazioni padronali, contro tutti i partiti al servizio della Nazione e dello Stato. Essere disfattisti in Spagna e in Catalogna oggi significa rigettare gli interessi capitalistici che fanno capo a Madrid e a Barcellona e battersi perché non un solo individuo muoia per sostenere quegli interessi. Unionismo? Secessionismo? Europeismo? Non in nostro nome!

(*) ALCUNE RIFLESSIONI SULLA CATALOGNA; CATALOGNA E NON SOLO. PER UNA “SECESSIONE DI CLASSE” CONTRO GLI OPPOSTI NAZIONALISMI.