PIAZZA TIENANMEN E LA “MODERNIZZAZIONE” CAPITALISTICA IN CINA. IL RUOLO DEGLI STUDENTI E DEI LAVORATORI NELLA PRIMAVERA CINESE DEL 1989

Ho appena finito di leggere un interessante articolo sui fatti di Tienanmen del 1989 pubblicato in cinese dalla rivista Chuang, e che ho tradotto servendomi del traduttore di Google (mi scuso quindi con i lettori e con gli autori se la traduzione dovesse risultare in qualche punto “zoppicante” o inesatta). «Questo articolo è tratto dalla seconda parte della storia economica della Repubblica Popolare Cinese pubblicata nel secondo numero di Border (2019) della rivista Chuang con il titolo Red Dust-China’s Capitalist Transition. Questo capitolo è stato originariamente intitolato Piazza Tienanmen e la marcia nelle istituzioni. Pubblicheremo il testo completo della versione cinese di Hong Chen nelle prossime settimane».

L’articolo in questione è interessante non solo perché delinea lo scenario sociale che fa da sfondo ai tragici fatti di 32 anni fa, cercandone giustamente le cause nel processo di “modernizzazione” capitalistica che prese slancio alla fine degli anni Settanta/inizio Ottanta, ma soprattutto perché mette bene in evidenza il diverso ruolo che studenti e lavoratori giocarono nel movimento sociale della primavera 1989, la cui dialettica interna non sempre è stata posta sotto i riflettori dagli analisti della società cinese con la dovuta attenzione. Ne viene fuori un quadro assai interessante circa la dinamica sociale di quel composito movimento anche in relazione a quanto avveniva dentro il Partito-Regime, diviso – come sempre nei momenti cruciali della recente storia cinese  – nelle due classiche tendenze (o fazioni): quella “rossa” e quella “nera” – ovvero, rimontando nel tempo, quella “ortodossa” e quella “riformista”, la “filosovietica” e la “filooccidentale”, la “campagnola” e la “urbana”, la “statalista” e la “liberista”, l’“autarchica” e l’“aperturista”, e così via.   

La tesi di Chuang, che per molti aspetti condivido, è che mentre gli studenti che occuparono il cuore simbolico del regime (Piazza Tienanmen) erano interessati soprattutto a sostenere l’ala riformista interna al Partito-Stato, e rivendicavano per sé stessi, in quanto intellettuali  in fieri e futura classe dirigente del Paese, la funzione di guida nel processo riformista, i lavoratori si guardarono bene dal sostenere una delle due delle fazioni in lotta e avanzarono rivendicazioni aventi una precisa caratterizzazione sociale, in quanto volte a difendere le loro condizioni di vita e di lavoro sempre più stressati dal processo “riformista” orientato a un rapido smantellamento del vecchio assetto statalista dell’economia cinese.

Ecco, ciò che differenzia radicalmente la mia posizione da quella sostenuta da Chuang è la diversa, anzi opposto, caratterizzazione storico-sociale che diamo dell’epoca cosiddetta maoista, cosa che chiama in causa naturalmente la stessa natura della Rivoluzione cinese culminata nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare. Mentre Chuang si riferisce a quel periodo (1949-1976) nei termini di «epoca socialista», per chi scrive in nessun caso si può tirare in ballo il concetto (figuriamoci la prassi!) di socialismo, considerato che la “modernizzazione” della società cinese non superò mai – né avrebbe potuto farlo, visti i presupposti “oggettivi” e “soggettivi”: il cosiddetto Partito Comunista Cinese – i limiti tracciati dall’economia capitalistica. Di più: in alcuni momenti la “linea maoista” fu costretta a ripiegare in direzione di un’economia precapitalistica pur di innescare il circolo virtuoso dell’accumulazione capitalistica. Come dimostra l’esperienza del Grande Balzo in Avanti non sempre i risultati furono all’altezza delle aspettative, diciamo così. Ecco perché, ad esempio, quando nel testo che propongo ai lettori si parla di «industria socialista» io intendo industria statalista. Come scriveva Engels, «Né la trasformazione in società per azioni, né la trasformazione in proprietà dello Stato, toglie alle forze produttive la qualità di Capitale» (Anti-Dühring). Su questo aspetto del problema rimando al mio scritto Dialettica del dominio capitalistico.

Nel 1976 il commercio estero cinese rappresentava solo l’1% degli scambi mondiali con una popolazione che era invece di un quarto.

La piena integrazione della Cina nel mercato mondiale (*) non era un’opzione fra le altre, ma un’assoluta priorità imposta anche dalla necessità di salvaguardare l’integrità nazionale del Paese e la sua sovranità politica nei confronti delle grandi potenze imperialiste. Questo quadro oggettivo era ben chiaro a tutte le fazioni del Partito, mentre esse si dividevano sui tempi e i modi di questa integrazione. Una problematica che ovviamente investiva anche la “sovrastruttura” della società cinese, a cominciare dal ruolo che il Partito-Regime avrebbe dovuto avere nel processo di transizione dal vecchio al nuovo “modello” di sviluppo capitalistico. Alla fine questo perenne compromesso giunse a un punto di rottura perché la condizione di stallo del Paese imponeva una sola soluzione, cioè a dire un’immediata accelerazione del processo di “modernizzazione”. Non c’era altro modo, se non la brusca e perfino brutale accelerazione, per evitare lo schianto del metaforico aeroplano. Come sempre sono le classi subalterne a pagare il prezzo più salato delle ristrutturazioni capitalistiche, e di certo la Cina non poteva (e non può) costituire un’eccezione alla regola. Il processo di privatizzazione delle vecchie (e “decotte”, come si dice da noi) imprese statali ovviamente colpiva soprattutto i lavoratori, mentre almeno una parte degli studenti ne avrebbe potuto trarre dei vantaggi in un prossimo futuro, e questo spiega la dialettica interna al movimento sociale della primavera cinese dell’89 – posto che sia corretto parlare di un unico movimento, e non invece di due: quello studentesco e quello, più piccolo ma assai più interessante dal punto di vista dell’anticapitalismo, proletario.  

È da questa prospettiva che spiego il peggioramento nelle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori cinesi, peraltro già pessime nella cosiddetta «era socialista», alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, senza nulla concedere a un passatismo che non ha alcun fondamento, né sociale, né politico, né storico. Detto questo, confermo di seguire con grande interesse le analisi storiche, politiche e sociali del Collettivo Chuang.

Per quanto riguarda la natura storico-sociale della Rivoluzione cinese e la società che ne è seguita, rimando ai miei diversi scritti dedicati al grande Paese asiatico. Solo alcuni titoli: Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; Chuang e il “regime di sviluppo socialista”; Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese. Del collettivo Chuang ho pubblicato due scritti: Delivery Riders. Trapped in the System, dedicato ai lavoratori cinesi delle consegne, e Social Contagion, dedicato alla crisi sociale chiamata Pandemia. Ecco adesso, per chi intende approfondire la conoscenza della società cinese al di là delle rituali commemorazioni, l’articolo sulla primavera cinese dell’89 e sulla sua sanguinosa repressione.

天安门广场和进军建制

A metà degli anni ‘80, un piccolo ma crescente numero di abitanti delle città aveva rotto la ciotola di riso di ferro dell’unità. Senza posti di lavoro garantiti e quote alimentari nazionali, si sono lanciati nelle nuove opportunità create dall’espansione del mercato dei consumatori urbani. Lo Stato incoraggiava le piccole imprese a soddisfare la crescente domanda. Ad esempio, tutta Pechino era piena di negozi che vendono beni economici, solitamente prodotti dai dipartimenti delle imprese della metropoli e/o dai nuovi lavoratori migranti, come i lavoratori di Wenzhou che realizzavano cappotti di pelle alla moda in una piccola azienda familiare nel villaggio di Zhejiang a Pechino. Nel distretto di Haidian, dove si trova la Northwestern University, una lunga fila di contadini su carri trainati da asini era apparsa la mattina presto, portando le loro merci al mercato per venderle. I venditori ambulanti erano come carassi al di là del fiume, il che rendeva la vita notturna di Pechino estremamente vivace. Ogni famiglia ha iniziato a scavare buche nel muro tra il piccolo edificio e il vicolo per gestire privatamente un ristorante. I consumatori passavano attraverso i buchi dei muri ed entravano nei ristoranti, il cui cibo è molto vicino al gusto della città, in netto contrasto con il gusto semplice dei ristoranti statali mal serviti.

È a questo nodo che possiamo vedere chiaramente che la commercializzazione stava trasformando gli spazi fondamentali che costituivano le città nell’era socialista. I mercati sono turbolenti, i nuovi immigrati vengono a stabilirsi, le unità autosufficienti hanno davvero rotto il muro e si sono aperte, sembrano simboleggiare una nuova era di libera circolazione. In una certa misura, ciò ricorda alle persone il modello di sviluppo urbano tradizionale del continente asiatico orientale, come il passaggio dal sistema di mercato della dinastia Tang alle città aperte della dinastia Song. Queste città sono sempre state viste come una tensione tra chiuso e aperto. Allo stesso tempo, lo spazio urbano iniziò a riflettere il potere in ascesa e le nuove strutture ineguali. Le lente increspature che fuoriescono dal sistema unitario hanno creato una nuova classe di imprenditori urbani (lavoratori autonomi), le persone potevano vederli guidare per la città su motociclette e persino auto private. Gli agricoltori entravano più spesso nello spazio urbano; si trattava sia di venditori ambulanti autoprodotti su piccola scala che di lavoratori migranti. Questo rompe una delle divisioni spaziali fondamentali che sono sempre esistite nell’era socialista. Anche il sistema hukou (**) ha iniziato a cambiare. Era un metodo per separare città e villaggi. Ora è un metodo di classificazione per il nuovo proletariato a cui imporre la discipline del lavoro… Lo spazio che i contadini occupano in città mostra che non sono entrati in città in condizioni di parità, come dimostra la natura informale delle auto dei venditori ambulanti e le residenze fatiscenti dei lavoratori migranti. Gli abitanti delle città iniziano a temere la possibilità di una crescita degli slum urbani, che si riflette nei documenti ufficiali come il rischio dell’”America Latina”.

Per la stragrande maggioranza dei lavoratori urbani che fanno ancora affidamento sul sistema unitario, il tenore di vita è migliorato solo lentamente. Allo stesso tempo, i cambiamenti verificatisi sotto vari aspetti portarono a cambiamenti nella composizione di classe e nelle alleanze, scuotendo il panorama politico della città. Voci e lamentele sulla corruzione stavano emergendo ovunque. Le auto straniere apparivano per strada e passavano tra la gente di città che andava lentamente al lavoro in autobus o in bicicletta. Questo divenne oggetto di particolare insoddisfazione.

Le riforme dei prezzi e l’elevata inflazione (soprattutto per i generi alimentari) hanno iniziato a erodere il reddito della gente dalla metà degli anni ‘80, ed è così diventato sempre più difficile per lo Stato impedire che le critiche al partito si trasformassero in protesta pubblica. Quando l’inflazione iniziò a salire nel 1985 e nel 1986, gli studenti iniziarono una serie di proteste per chiedere riforme politiche e la lotta alla corruzione. All’inizio di dicembre 1986, le proteste iniziarono nella provincia di Anhui e poi si diffusero in 17 grandi città, inclusa Pechino. Il fatto è che la protesta non è riuscita a ottenere sostegno al di fuori dell’università (le più grandi proteste si sono verificate a Shanghai e Pechino, anche se ci furono solo circa 30.000 studenti a parteciparvi, e sono state rapidamente represse). Il segretario generale Hu Yaobang si dimise poche settimane dopo, a metà gennaio 1987, perché considerato da Deng Xiaoping e da altri leader del PCC troppo generoso con il movimento.

Tuttavia, sotto il regime delle riforme il vecchio sistema hukou continuava a generare tensioni sociali, e l’insoddisfazione urbana esplose finalmente nella primavera del 1989 come la più grande protesta nell’era riformista. Al culmine del movimento, a maggio, il numero di partecipanti al movimento di Pechino si avvicinò ai 2 milioni. Questa volta, i lavoratori della città si unirono al palco inizialmente allestito dai manifestanti studenteschi, ma l’alleanza fu nella migliore delle ipotesi temporanea. Sebbene vi siano molteplici opinioni comuni tra i due gruppi di studenti e lavoratori, i loro rispettivi interessi generalmente li spingono in due diverse direzioni. Mentre la situazione politica si evolveva rapidamente, gli individui erano coinvolti in un movimento che nessuno poteva davvero controllare. Gli studenti erano i rappresentanti della classe media emergente (imprenditori e manager) in un’economia di mercato in espansione; essi erano i più critici sul modo in cui venivano attuate le riforme. I lavoratori, invece, svolgevano una critica più diretta al contenuto sociale di quelle riforme. Dopo la soppressione del movimento del giugno 1989, gli studenti non si sarebbero mai più uniti ai lavoratori della vecchia industria socialista. La classe dei mediatori istruiti divenne la principale beneficiaria delle riforme, mentre i lavoratori persero tutto. Di tanto in tanto dovettero protestare da soli. Fino alla fine del secolo, i resti della classe operaia dell’era socialista furono finalmente estinti sotto l’onda della deindustrializzazione.

Nella primavere dell’89 gli studenti hanno iniziato a esplorare la turbolenta storia politica della Cina, in particolare le cause profonde della Rivoluzione Culturale. Si sono rivolti ai concetti di esistenzialismo, liberalismo e neo-autoritarismo e hanno iniziato a propendere per l’idea che l’oppressione politica, il potere burocratico nella vita quotidiana, la corruzione e il settarismo all’interno del partito fossero tutti da attribuire alla stessa cultura cinese. Un nuovo Movimento Quattro Maggio (1) era dunque necessario, e doveva essere guidato dagli intellettuali. Ironia della sorte, il nuovo autoritarismo era l’ideologia più popolare tra gli studenti (2). L’idea di base di questa ideologia è che un unico leader duro all’interno del PCC deve controllare il partito per prevenire controversie settarie e l’inazione burocratica che ostacola il processo riformista. Questo leader dovrebbe accettare le opinioni degli intellettuali, perché gli intellettuali capiscono come riformare la società. Tra gli studenti c’erano anche critiche liberali all’autoritarismo e un numero minore di studenti criticava la direzione delle riforme perché danneggiava il tenore di vita dei cittadini comuni. Tuttavia, sebbene circolassero termini vaghi di “libertà” e “democrazia”, in questo periodo la maggior parte degli studenti sembrava essere intossicata dall’idea che solo loro capivano come risolvere i problemi della Cina.

Quando Hu Yaobang morì il 15 aprile 1989, gli studenti iniziarono immediatamente a scrivere poster a grandi caratteri e iniziarono discussioni nel campus. Hu Yaobang era particolarmente popolare tra studenti e gli intellettuali, perché all’inizio della riforma si era assunto il compito di riabilitare gli intellettuali e ricostruire il rapporto tra loro e il partito. Era visto come un “incorruttibile”, un simbolo di corretta leadership in un partito isolato da un burocrate intransigente che voleva proteggere i suoi privilegi. Alcuni gruppi tra gli studenti, specialmente quelli con buoni collegamenti con il partito, deposero una corona di fiori presso il Monumento agli Eroi del Popolo nel centro di Piazza Tienanmen per commemorare Hu Yaobang (i cittadini di Pechino hanno fatto lo stesso dopo la morte del Premier Zhou Enlai nel 1976). La prima protesta studentesca avvenne il 17 aprile; marciarono di notte dal campus universitario a Piazza Tienanmen circa 10.000 persone. I leader studenteschi lanciarono slogan che attribuivano agli studenti lo status di “anima della Cina”: questo atteggiamento elitario diventerà una caratteristica della loro politica nei due mesi successivi. Il monumento al centro della Piazza fu presto riempito di ghirlande di commemorazione per Hu Yaobang: nei primi giorni chiunque poteva saltare sui primi gradini del monumento e tenere un discorso davanti a centinaia di spettatori. La sera, i manifestanti di solito si radunano davanti al cancello di Zhongnanhai, dove vivono i massimi leader del Partito Comunista Cinese.

Tuttavia, giovani lavoratori e i cittadini disoccupati si unirono presto agli studenti e agli intellettuali; il loro passo più importante fu la formazione della Federazione autonoma dei lavoratori di Pechino (3). Sebbene questi due gruppi sociali abbiano partecipato insieme agli eventi, non hanno formato un movimento sociale unificato. Essi si sono riuniti temporaneamente perché entrambi i gruppi si opponevano alla corruzione all’interno del partito, che fu aggravata dalle riforme di mercato, ma avevano più differenze che unità. Per quanto riguarda le forme di protesta, gli studenti dichiararono che il movimento apparteneva solo a loro, perché erano preoccupati di non poter controllare altri gruppi, i quali avrebbero potuto usare la violenza, offrendo allo Stato una scusa per la repressione. Cercano quindi di escludere altre persone dalla protesta. Altri gruppi di persone potevano solo sostenere il movimento di protesta, ma non  parteciparvi pienamente. Poiché gli studenti e gli intellettuali credevano di essere gli unici che potevano “salvare il paese”, spesso incolpavano i “contadini” di aver fatto deviare il paese nell’era della rivoluzione e del socialismo. Per cercare di controllare il movimento, gli studenti fondarono nei primi giorni della protesta l’Associazione per l’autogoverno studentesco dell’Università di Pechino e ne elessero la leadership. Il 24 aprile, questa Associazione organizzò un boicottaggio su larga scala dei corsi universitari.

L’occupazione di Piazza Tiananmen era controllata dal Quartier Generale per la Difesa di Piazza Tiananmen, che era un’altra organizzazione studentesca indipendente. La direzione del quartier generale era eletta dagli studenti che occupavano la Piazza, e il principale potere di cui godeva era quello di controllare un sistema di altoparlanti installato nel cuore della Piazza. L’organizzazione gerarchica messa in piedi dagli studenti costrinsero l’organizzazione operaia ad allestire un proprio campo sul lato opposto della strada, fuori dalla Piazza.

Rispetto ai lavoratori, il rapporto tra studenti e riforma era molto diverso. La maggior parte degli studenti sperava che la riforma accelerasse e che la sua organizzazione fosse migliore e più efficiente. Temevano che la corruzione indebolisse le riforme. Invece i lavoratori verso la metà degli anni ’80 avevano iniziato a vedere i propri interessi danneggiati. A quel tempo si formò una nuova disoccupazione (le imprese statali che si autofinanziavano ora avevano il diritto di licenziare i lavoratori), i salari stagnavano e, cosa più importante, l’inflazione era alta. Alla fine del 1988, l’inflazione raggiunse un livello estremamente elevato. Per i lavoratori le riforme dovevano rallentare e il paese fare una seria riflessione sul loro impatto sociale. La stabilità dei prezzi era un punto particolarmente critico, perché i lavoratori stavano perdendo la garanzia del cibo a basso costo sovvenzionato dallo Stato. Gli studenti erano invece principalmente preoccupati a piangere per Hu Yaobang. I lavoratori credevano che la corruzione fosse un problema non perché indebolisse le riforme, ma perché mostrava come fossero emerse nuove forme di disuguaglianza di classe. Gli operai chiesero in un volantino quanto avesse perso il figlio di Deng Xiaoping nella corsa di cavalli a Hong Kong, e a Zhao Ziyang quanto pagasse per il golf, e quante case avesse il capo. Hanno anche continuato a chiedere a quanto ammontasse il debito sottoscritto dalla Cina con le istituzioni internazionali per finanziare il processo riformista.

Studenti e lavoratori avevano concezioni molto diverse anche a proposito della democrazia. L’argomento democratico degli studenti era molto vago, ma di solito faceva appello agli intellettuali per stabilire un rapporto speciale con il partito. Molti studenti erano più interessati a fare di Zhao Ziyang un leader illuminato più potente, in modo che gli intellettuali potessero agire come consulenti per mostrare al partito come funzionava l’economia di mercato. Se parlavi con i lavoratori, scoprivi che i loro ideali democratici erano più specifici. Questa idea è apparsa in modo molto chiaro già da tempo nella lotta dei lavoratori cinesi. Ad esempio, negli scioperi del 1956-1957, nella Rivoluzione culturale e negli anni ‘70 (4). Per molti lavoratori, la democrazia garantiva i loro diritti all’interno dell’impresa in cui lavoravano. Ciò di cui si lamentavano i lavoratori era la politica del “dominio individuale” sul posto di lavoro, cioè il direttore della fabbrica che diventava in realtà un “dittatore” (5).  Gli studenti erano diversi dai lavoratori perché erano strettamente coinvolti nelle lotte settarie all’interno del PCC.

La maggior parte degli studenti era dalla parte di Zhao Ziyang, l’allora Segretario Generale, il quale voleva accelerare le riforme, renderle più incisive in senso pro-mercato. D’altra parte, la maggior parte degli studenti insultarono arbitrariamente il Premier del Consiglio di Stato Li Peng, che a quel tempo era ben lungi dall’essere un sostenitore della legge marziale militare. Li Peng era un riformatore moderato, considerato dalla gente come un burocrate vecchio stile, che ostacolava il percorso di transizione rapido ed efficiente verso un’economia di mercato razionale. I lavoratori in realtà non hanno partecipato a questa lotta settaria. Quando hanno partecipato a lotte settarie, essi hanno avuto scarsi benefici, specialmente durante la Rivoluzione Culturale e il movimento del Muro della Democrazia alla fine degli anni ‘70 e all’inizio degli anni ‘80. […] La Federazione dei sindacati cinesi ha sostenuto apertamente gli studenti, ma ha ignorato i lavoratori e le loro organizzazioni nascenti coinvolte nella protesta.

Tuttavia a maggio, con l’evolversi della situazione, i veterani del partito gradualmente tolsero il loro sostegno alla pazienza mostrata dal segretario generale Zhao Ziyang nei confronti degli studenti. Il 17 maggio, presso la residenza di Deng Xiaoping, si tenne una feroce riunione del Comitato permanente, in cui Deng Xiaoping e Li Peng criticarono le azioni di Zhao Ziyang; essi accusarono  il Segretario generale di dividere il partito. Deng Xiaoping facilitò la dichiarazione della legge marziale, che fu poi ufficialmente attuata il 20 maggio. All’alba del 19 maggio, Zhao Ziyang si recò in Piazza per dire agli studenti di andarsene; disse loro che non potevano sacrificarsi per un movimento che era ormai finito. Dopo di che egli, avendo perso la sua posizione nel partito, fu posto agli arresti domiciliari a vita appena ebbe lasciato la Piazza.

All’inizio della protesta, gli studenti dissero agli operai di non scioperare, in modo che il baricentro del movimento potesse essere mantenuto su di loro. Dopo che, il 20 maggio, fu dichiarata la legge marziale, gli studenti scoprirono finalmente l’importanza della partecipazione dei lavoratori nella lotta (sebbene in un ruolo di supporto) e chiesero loro di scioperare. Ma a quel punto, la partecipazione alle proteste era diminuita drasticamente ed era troppo tardi perché i lavoratori mobilitassero completamente le loro squadre. Tuttavia, i lavoratori furono in grado di attirare un gran numero di persone nella resistenza alla legge marziale. Infatti, quando il numero degli studenti si ridusse, il numero dei lavoratori che scendevano in piazza continuò invece ad aumentare. Ma in quel momento, il partito aveva già schierato 250.000 soldati fuori Pechino. Dalla sera del 2 al 3 giugno, i lavoratori e gli altri residenti urbani riuscirono a bloccare le strade veicoli e a circondare le truppe, per impedire loro di entrare in città. Questo innescò solo un piccolo numero di conflitti violenti. Ma dalla sera del 3 al 4 giugno, l’esercito marciò verso la piazza con più decisione per farla finita con le proteste. Quella notte furono soprattutto gli operai e i giovani disoccupati a cercare di ritardare l’avanzata dell’esercito sulla strada che porta alla Piazza, e molti di loro pagarono con la vita. Morirono centinaia di civili (pochissimi erano studenti).  Su entrambi i lati di Chang’an Avenue, il principale viale est-ovest di Piazza Tiananmen, i lavoratori e altri residenti di Pechino usarono gli autobus per costruire posti di blocco e di solito gli davano fuoco. Lanciarono bottiglie molotov e pietre quando l’esercito si avvicinò. L’incrocio tra Muxidi e Chang’an Avenue a ovest della piazza fu colpito in modo particolarmente duro: scoppiarono aspri combattimenti tra operai e soldati e un gran numero di persone è stato ucciso qui. Quando il primo gruppo di mezzi blindati è arri arrivò in Piazza, alcuni studenti e residenti continuarono a resistere, e un mezzo blindato prese fuoco. Diversi civili furono uccisi intorno alla Piazza.

Le proteste nella capitale finirono, ma la repressione continuò nei giorni e nelle settimane seguenti; i lavoratori hanno sofferto di più in termini di reclusione ed esecuzioni, mentre le condanne per gli studenti partecipanti sono state molto più clementi. La severa repressione dei lavoratori che partecipano al movimento diventò una condizione per l’accelerazione delle riforme di mercato negli anni ‘90, in particolare la liberalizzazione del mercato alimentare. Poiché l’economia cinese è diventata sempre più integrata nel capitalismo globale dopo il 1989, gli interessi economici tra studenti e lavoratori si sono ulteriormente divaricati. Gli studenti degli anni ‘80 sono diventati la classe media e imprenditoriale degli anni ‘90 e hanno beneficiato delle riforme del mercato che sono continuate dopo che la protesta è stata soppressa (6). Alla fine degli anni ‘90, molti lavoratori delle vecchie imprese statali furono licenziati, gli immigrati che entrarono nelle città rapidamente aumentarono e si formò una “nuova classe operaia”. All’interno del sistema manifatturiero globale, i loro salari erano bassi e le loro condizioni di vita erano precari. Quando le proteste di operai e contadini aumentarono di nuovo a metà degli anni ‘90, studenti e intellettuali non si unirono a loro. Anche se facevano un po’ di politica, si rivolgevano per lo più a destra, sostenendo la protezione dei diritti di proprietà e la libertà di parola, o adottando gradualmente posizioni nazionaliste.

(*) La Cina comunque intratteneva rapporti commerciali con un gran numero di Paesi già alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso. Basti pensare che a Canton per la fiera campionaria del 1971 erano presenti più di 10 mila industriali ed operatori economici, e la rivista Pekin Information scriveva sulla copertina: «Gli uomini d’affari del mondo intero saranno i benvenuti a visitare la fiera e discutere per le importazioni e le esportazioni».

(**) «La parola cinese usata per indicare i lavoratori migranti è 农民工 nóngmíngōng, dove nóngmín significa contadino, e gōng lavoratore. Il termine si riferisce appunto a coloro nati nelle zone rurali del paese, ma emigrati verso le aree industriali in cerca di occupazione. L’etimologia della parola riflette accuratamente il ruolo ambivalente del lavoratore migrante, in equilibrio tra la città di destinazione e la terra di origine a cui è legato. L’origine di questa contraddizione giace nell’esistenza del sistema di registrazione familiare cinese, comunemente noto come 户口 hùkǒu. Secondo questo peculiare meccanismo, l’accesso ai diritti civili e legali di ogni cittadino è vincolato al luogo di nascita di quest’ultimo. Nato nei primi anni ’50 su emulazione della Propiska sovietica, lo hukou è un documento fondamentale nella vita di ogni abitante cinese; ancora oggi, resta indispensabile per ottenere l’accesso a istruzione, cure sanitarie, pensione e assicurazione. Tutti questi servizi vengono garantiti esclusivamente nel proprio paese natale, da cui lo hukou viene rilasciato. Il mancato possesso dello hukou locale costituisce quindi un ostacolo alla libera circolazione della popolazione. Ma non solo. Il sistema cinese ha portato alla creazione di una società diseguale, che nega il diritto all’istruzione e cure mediche a milioni di cittadini. Basti pensare che, nonostante sulla carta l’istruzione sia un diritto garantito, molte scuole pubbliche chiedono ai genitori migranti il pagamento di tasse aggiuntive salatissime. Queste richieste proibitive costringono molti bambini migranti a fare ritorno al proprio villaggio o ad iscriversi in scuole private non riconosciute dal sistema scolastico statale. Davanti a queste premesse, è evidente come l’emarginazione istituzionale e sociale generata dal sistema dello hukou abbia influenzato le vite dei migranti cinesi; a causa della loro identità rurale, essi sono percepiti dai loro concittadini come individui senza cultura ed una minaccia alla stabilità collettiva. Esclusione sociale e mancanza di opportunità hanno condannato i migranti alla segregazione di mercato e all’immobilità di classe, in virtù di uno Stato padre di due cittadinanze distinte: urbana e rurale. […] L’ultima riforma dello hukou prometteva la cittadinanza urbana a 100 milioni di residenti rurali. Tuttavia, sembrerebbe che il piano tenda a favorire ancora una volta l’entrata di capitali, rimanendo in silenzio di fronte alle richieste della popolazione fluttuante» (Bridging China ). Da La pessima condizione sociale dei migranti cinesi.

(1) Il Movimento del 4 maggio si è verificato nel 1919, guidato da intellettuali, e ha comportato una critica culturale della politica cinese. Il PCC si è distinto in questo movimento.

(2) Per la storia dello sviluppo del nuovo autoritarismo cinese, vedere Joseph Fewsmith, China Since Tiananmen: The Politics of Transition, Cambridge University Press, 2001, pp. 86-93.

(3) La maggior parte delle informazioni in questa sezione sulla partecipazione dei lavoratori al movimento provengono da Andrew G. Walder e Gong Xiaoxia, Workers in the Tiananmen Protests: The Politics of the Beijing Workers’ Autonomous Federation, The Australian Journal of Chinese Affairs, 29, 1 gennaio 1993. Il resto delle informazioni proviene da registrazioni di conversazioni con i partecipanti.

(4) Jackie Sheehan, Chinese Workers: A New History, Routledge, 1998.

(5) Walder e Gong, pagina 18.

(6) Una prova è il film molto ricercato Chinese Partner, che è una drammatica espressione di come è stata fondata la New Oriental Education Company. All’inizio del film, il fondatore era uno studente universitario ribelle alla fine degli anni ‘80. Promuoveva l’antiautoritarismo delle Guardie Rosse e interrogava i suoi insegnanti sui pregiudizi malvagi della società americana (“Cosa ne sai? Sei mai stato negli Stati Uniti!”). Questo atteggiamento filo-occidentale si è sviluppato paradossalmente con l’orientamento nazionalista negli anni 90. In questo momento, il protagonista spera che altri giovani motivati ​​abbiano competenze linguistiche e fiducia in se stessi e si rimodellino realizzando ricchezza e potere nel mercato globale.


2 pensieri su “PIAZZA TIENANMEN E LA “MODERNIZZAZIONE” CAPITALISTICA IN CINA. IL RUOLO DEGLI STUDENTI E DEI LAVORATORI NELLA PRIMAVERA CINESE DEL 1989

  1. RIPOSARSI È GIUSTO! CENTO DIVANI FIORIRANNO!
    Tendenza Tangping. 唐平!

    Leggo sul Corriere della Sera:
    «Si chiama “tangping”: è il nuovo manifesto nel quale si riconosce quella parte della gioventù cinese che si sente schiacciata da una società sempre più competitiva, dove contano solo la carriera e il potere d’ acquisto. «Tangping» significa “stare sdraiati” ed è diventato sinonimo di rifiuto della rincorsa del successo, del denaro, del consumismo. Una forma di resistenza passiva al materialismo sfrenato. L’ espressione ha preso piede da aprile, quando un millennial anonimo ha descritto su un forum online il suo stile di vita degli ultimi due anni. “Ho rinunciato ad avere un impiego fisso, lavoro solo pochi mesi, quello che basta per avere lo stretto necessario. Poi sto saggiamente disteso, faccio buone letture, non voglio comprare niente che non sia indispensabile. In Cina non abbiamo mai avuto una corrente ideologica che esalti la soggettività dell’ essere umano, così ho deciso di fare ‘tangping’».

    «Il giovane deve aver studiato, perché ha citato nel suo ragionamento il filosofo greco Diogene, famoso per aver scelto di vivere in una botte e descritto così da Plutarco nelle Vite parallele: “Il re in persona (Alessandro Magno) andò a cercarlo e lo trovò disteso al sole… gli chiese se avesse bisogno di qualcosa e Diogene rispose: ‘Sì, spostati che mi togli il sole’’’. L’hashtag #Tangping ha cominciato a correre sul web mandarino. Si è creato un forum di discussione sul tema con commenti di questo tenore: “chi ha detto che ogni bravo cinese deve impegnarsi per accrescere la produttività, avere successo, acquistare un’ auto, fare un mutuo per la casa, sposarsi e avere dei figli?”».
    Causa crisi demografica, il regime ne vuole almeno due per coppia, ma non più di tre. Insomma, quanto occorre a un “armonioso” sfruttamento capitalistico delle risorse umane. L’attuale crisi demografica cinese rischia infatti di creare problemi seri alla produzione, al consumo e alla sostenibilità del welfare che inizia a strutturarsi anche in Cina. Il Tangping è un lusso che il Capitale (cinese, giapponese, americano, italiano, tedesco…) non può permettersi.

    Leggo dal Post:
    «Lo Stato non ha particolari politiche di sostegno delle coppie con figli, e spesso l’assenza di aiuti si trasforma in discriminazione per le coppie non sposate o per le madri single. La discriminazione contro le donne è un altro serio problema: in Cina gran parte delle responsabilità legate alla crescita di un figlio cade in maniera sproporzionata sulle donne, ed è dato per scontato che una donna debba scegliere tra essere madre e avere una carriera lavorativa soddisfacente. La maggior parte dei datori di lavoro continua a discriminare pesantemente le donne che hanno figli, o che esprimono il desiderio di averne. […] Il governo cinese ha promesso che inaugurerà campagne di propaganda per educare i giovani chiamate “a proposito del matrimonio e dell’amore”. Queste campagne nel passato hanno spesso vittimizzato le donne: la propaganda di Stato, per esempio, fino a poco tempo fa definiva le donne che dopo i 30 anni non si erano ancora sposate con il termine dispregiativo sheng nu, che significa “donne rimaste avanzate”». O avanzo di donne.

    Divano magari sì, ma per procreare bravi patrioti al servizio del Celeste Imperialismo. «Risposta via web di un ribelle del “tangping”: ‘Noi tutti pensiamo a sdraiarci e loro vorrebbero spingerci a riprodurci, non capiscono proprio’» (CdS). Santa ingenuità!

    «La diffusione del tormentone “tangping” è stata notata dalle autorità, che si sono preoccupate. Anzitutto perché ogni aggregazione intorno a un pensiero non ispirato dal Partito è vista con sospetto a Pechino. E poi, i pianificatori dell’economia statale temono che i tangpingisti diano il cattivo esempio alle masse giovanili, togliendo slancio patriottico al “Sogno cinese” di Xi Jinping, che non si stanca di ordinare ai cinesi di moltiplicare gli sforzi per produrre di più e consumare di più “per costruire una società prospera”» (Il Corriere della Sera).

    Probabilmente per qualche giovane cinese il “Sogno cinese” che ha in testa il Caro Leader ha la sostanza dell’incubo.

    «Dopo questo pronunciamento ufficiale si è mossa la censura, che ha oscurato l’hashtag #Tangping e bloccato i forum che ne discutevano»: di questo non avevo dubbi.

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