SUPERFETAZIONI DIETROLOGICHE E IDEOLOGICHE. CASO MORO E DINTORNI

«Il dramma, signori, è tutto qui» (L. Pirandello). E anche la farsa.

Superfetazioni dietrologiche
Un gruppo (nove persone, a quanto pare) di “militanti rivoluzionari” (notare le virgolette: ci tengo particolarmente!) armati di tutto punto una mattina del 16 marzo 1978 sequestra nella capitale italiana uno dei maggiori leader politici del Paese dopo averne annientata la scorta: rimangono sul terreno, per usare il freddo linguaggio poliziesco, cinque servitori dello Stato crivellati dal piombo “rivoluzionario”. Si tratta di un’azione fulminea (di un “blitz”, si dirà): si parla di non più di cinque minuti tutto compreso. Poi (il 9 maggio), dopo un sequestro durato cinquantacinque giorni, questo micidiale gruppo di fuoco (o la direzione politico-strategica che lo guida) decide di uccidere lo statista catturato lasciandone il cadavere dentro un’auto (una Renault 4 rossa) parcheggiata in un luogo altamente simbolico, per amplificare al massimo il messaggio politico dell’intera operazione.

Naturalmente sto parlando del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, allora Presidente della Democrazia Cristiana, “grande statista” («che Moro non è stato mai», secondo Leonardo Sciascia) e regista indiscusso del cosiddetto Compromesso Storico.

Ebbene, ai lettori sembra poi così assurda, così inverosimile la ricostruzione che ho provato a sintetizzare in poche battute? A me pare proprio di no. Ma in Italia la semplicità non paga, soprattutto di questi complottistici tempi, e anzi proprio nei casi politico-giudiziari più facili da comprendere l’opinione pubblica, o, meglio, chi la costruisce con metodi scientifici, deve vedervi per forza dell’altro: siamo alla ben nota sindrome dietrologica, o alla teoria del complotto, se vi pare. Chi c’era dietro le Brigate Rosse? Chi era il Grande Vecchio che nascostamente li manovrava? «Eccomi, sono io il Grande Vecchio!»: ma si trattava di Ugo Tognazzi! «Anche Vianello nella direzione strategica: cinquecento poliziotti gli danno la caccia» (Paese Sera). Con un tempismo davvero eccezionale il grande attore si prestò da par suo alla ridicolizzazione del montante complottismo intorno alle sempre più eclatanti imprese terroristiche delle BR. Quarant’anni dopo, gli eredi della DC e del PCI (guarda il caso!) intendono riaprire (per l’ennesima volta!) il Caso Moro (peraltro mai davvero chiuso), così da chiarire per sempre i supposti lati oscuri della vicenda e rispondere alla (sempre più stucchevole) domanda: chi c’era davvero dietro le Brigate Rosse?

Scriveva Massimo Bordin, esperto in casi giudiziari di grande rilevanza sociale e politica, sul Foglio del 25 marzo scorso: «L’ennesima commissione sul caso Moro ha trovato un estimatore: Giorgio Bongiovanni. Direttore della rivista Antimafia Duemila, tenuta in gran conto dai dottori Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, ma anche leader di una organizzazione religiosa. Sostiene di avere le stigmate, come padre Pio, e di ricevere messaggi della Madonna attraverso extraterrestri che atterrano in astronave per incontrarlo. Bongiovanni non ha dubbi: il delitto Moro sarebbe stato “ideato, studiato ed eseguito da una commistione internazionale tra Br, parti deviate dello Stato, servizi segreti, in testa Cia e Kgb, mafia siculo-americana, criminalità organizzata italiana e poteri occulti del Vaticano”. Questa però è solo la verità storica, sostiene lo stigmatizzato. Occorre che diventi verità processuale. Bongiovanni espone sulla rivista da lui fondata come arrivarci. Occorre aprire un nuovo processo per “Attentato a Corpo politico dello Stato”, lo stesso reato contestato nel processo “trattativa” e bisogna arrestare di nuovo tutti i brigatisti in semi-libertà o libertà provvisoria. Resteranno in galera fino a che non avranno confessato la “commistione internazionale”. Del resto che le elucubrazioni sulla “trattativa Stato-mafia” dovessero saldarsi con quelle sui “misteri del caso Moro” era ampiamente prevedibile. I marziani però nessuno li aveva considerati». Non è mai troppo tardi!

Anziché chiarirsi e sgonfiarsi, il Caso Moro ha nel tempo espanso in modo parossistico i suoi – supposti/presunti – lati oscuri, realizzando una superfetazione di tesi complottiste e dietrologiche che probabilmente non ha pari nella storia recente di questo Paese, che pure è il Paese dei misteri irrisolti. Dalle settimane e poi dalle ore che precedettero il sequestro, alle sue modalità “militari”; dal numero dei brigatisti che parteciparono al blitz, al numero e al contenuto delle mitiche borse prelevate dalla macchina dello statista democristiano; dalla gestione del sequestro durante il “Processo Popolare” (sic!), al luogo del covo-prigione; dalle lettere di Moro, alle trattative intavolate dalle BR con la famiglia del prigioniero politico con una parte del mondo politico istituzionale ed extraistituzionale; dalle indagini delle forze dell’ordine, al ruolo dei servizi segreti italiani e stranieri, e molto, molto altro ancora: non c’è stato un singolo aspetto, politico e logistico, del Caso Moro che non si sia prestato a dubbi, a illazioni, a dietrologie più o meno spassose.

Naturalmente, come accade praticamente con qualsiasi evento di una certa importanza politica, di una notevole risonanza mediatica e di un forte impatto emotivo, anche per il caso in questione rimangono da esplorare (soprattutto a beneficio degli amanti del genere) lati oscuri, zone d’ombra, contraddizioni, incongruenze, bizzarre fatalità (ad esempio, trovarsi nel momento sbagliato nel posto sbagliato), stranezze d’ogni genere (vedi la famosa “seduta spiritica” del 3 aprile ’78, protagonisti Romano Prodi e gli spettri di La Pira e Don Sturzo), conseguenze non intenzionali, ambiguità, reticenze e quant’altro. Capita poi di continuo che qualcuno muori al momento giusto dal punto di vista degli interessi di poche o di molte persone. Non sempre il maggiore beneficiario di un delitto coincide con chi l’ha progettato fin nei minimi dettagli e l’ha poi eseguito con più o meno «geometrica potenza». Ma si può accusare, ad esempio e senza temere di scivolare nel ridicolo, l’Amministrazione americana del tempo quantomeno di aver facilitato, chiudendo un occhio e forse due, il blitz brigatista in Via Fani, visto e considerato che la Casa Bianca non manifestava troppo entusiasmo, per dir così, per la politica interna (apertura al PCI di Berlinguer) ed estera (filo-arabismo) di Moro? Si può dire che gli americani (e gli israeliani!) sapessero delle intenzioni dei brigatisti ma che preferirono non interferire con il loro «progetto criminale» semplicemente perché Moro era diventato indigesto per Washington? Si può dirlo, ovviamente, ma come si può dire qualsiasi altra indimostrabile cosa.

A chi giovava, dunque, la morte di Moro? Scrive Vladimiro Satta, documentarista del Senato incaricato di seguire i lavori della commissione stragi dal 1989 e autore di un assai documentato libro sul Caso Moro (Odissea del caso Moro, Edup 2003): «Tengo a sottolineare altresì che l’uccisione di Moro non giovò ai suoi sequestratori ed assassini, i quali  erano partiti con l’ambizione di suscitare sommovimenti rivoluzionari a catena in tutto il Paese e, al contrario, si ritrovarono politicamente più isolati di prima. […] Da ultimo, osservo che al di là delle coordinate che ho tracciato, la domanda su chi abbia avuto conseguenze negative o invece guadagnato dalla morte di Moro può avere molteplici risposte, data la statura del personaggio, le quali non possono essere messe retroattivamente in relazione con la dinamica del sequestro e del delitto: ad esempio, il fatto che Moro fosse un autorevolissimo candidato alla successione di Giovanni Leone al Quirinale non deve indurci a sospettare di Sandro Pertini. Ci mancherebbe solo questa!» (1). E se dietro l’azione del 16 marzo 1978 ci fosse stato proprio il futuro Presidente Pertini? E se fosse stato proprio lui il Grande Vecchio di cui si favoleggiò allora? Quanto a vecchiaia, i conti tornerebbero! Naturalmente sto scherzando. D’altra parte nel Caso in questione si registrano tante e tali sciocchezze, che aggiungerne un’altra non è che possa disturbare più di tanto.

Seguire il filo logico del cui prodest? significa, nella fattispecie e sempre a mio modestissimo avviso, mettersi nelle condizioni di dare mille risposte, magari una diversa dall’altra, l’una che contraddice l’altra, mentre i fatti aspettano di venir considerati nella loro spietata concretezza sociale e politica.

Quando gli archivi della polizia segreta zarista furono resi pubblici dai bolscevichi dopo la Rivoluzione d’Ottobre, si apprese ciò che gli stessi rivoluzionari russi avevano sempre sospettato: dietro a non pochi attentati terroristici di matrice populista e anarchica c’era la “manina” degli agenti infiltrati nelle organizzazioni rivoluzionarie russe del tempo. Ma, a quanto mi risulta, a nessuno storico serio del mondo è mai venuto in mente di spiegare l’esistenza di quel terrorismo (si pensi alla Zemlja Volja e alla Narodnaja Volja) con il tentativo – molto spesso riuscito – della polizia zarista di infiltrarsi fra le sue fila e di manipolarlo in qualche modo per rendere più efficace l’azione repressiva dello Stato zarista.

Al netto di tutte le «zone d’ombra» che (eventualmente!) rimangono da illuminare, il Caso Moro è per l’essenziale, per ciò che lo definisce socialmente e politicamente, del tutto chiarito, e per la verità esso apparve chiaro fin da quel 16 marzo. Soprattutto al PCI occorre attribuire la volontà di scrivere su quell’evento in sé semplice da capire una “narrazione” (o storytelling, per essere più “trendy”) a sfondo dietrologico-complottista. E qui ritorniamo alla domanda iniziale: chi si nascondeva dietro le BR? E se dietro le BR ci fossero stati un indirizzo “teorico-politico” totalmente organico alla tradizione stalinista del PCI  (e non solo, come vedremo) e un contesto sociale che quasi tutti i gruppi della galassia “rivoluzionaria” consideravano, a torto (e uso un eufemismo), prossimo a precipitare il Paese in una vera e propria crisi rivoluzionaria? Mi rendo conto, la mia risposta non è di quelle che possano soddisfare ed eccitare il gusto dei morologi. Ma tant’è!

Nel ’78 avevo sedici anni e da un anno “militavo” nel Movimento Studentesco della mia città. Non facevo parte di nessun gruppo politico organizzato ma leggevo – e a scuola orgogliosamente esibivo – Lotta Continua, le cui posizioni sul sequestro Moro valsero a distruggere quel po’ di ingenua simpatia che fin lì avevo nutrito per le BR, i cui esponenti ai miei adolescenziali occhi apparivano in guisa di chi la rivoluzione la fa davvero, e non solo ne parla. Che si pretende da un ragazzino di 15, 16 anni?! Saranno sufficienti alcuni mesi, e soprattutto le buone letture (Marx, Lenin, Luxemburg, Trotsky, Lukács e altri autori pubblicati dalla Newton Compton nella “mitica” – e soprattutto economica – collana paberbacks marxisti), per capire che spesso l’esibizione di una «geometrica potenza» di stampo militare non è che l’espressione di un’abissale impotenza analitica e politica.

Ma di cosa si erano nutriti, politicamente parlando, gli uomini e le donne delle Brigate Rosse? «Eravamo soldati di una guerra che era solo nostra. L’ideologia ci ha resi ottusi»: così rispondeva l’ex brigatista Anna Laura Braghetti a una domanda di Sergio Zavoli sull’uccisione di Aldo Moro. Si tratta dunque di capire a quale «ideologia» l’ex militante delle BR faceva riferimento.

Superfetazioni ideologiche
A proposito dei «compagni che sbagliano» Rossana Rossanda parlò di «album di famiglia», tesi ribadita il 23 marzo 2003 su Liberazione: le BR «erano un pezzo della sinistra». Si trattava di quella «sinistra» che coltivava il mito ultrareazionario (2) della «Resistenza tradita» che ebbe in Pietro Secchia e nella parte più stalinista del PCI le sue fonti più autentiche e riconoscibili. Com’è noto, i “comunisti” che volevano fare della Resistenza una «rivoluzione socialista» («Bisogna fare come nella Russia del ’17! Viva Lenin! Viva Stalin!»: e ho detto tutto!) contestarono il togliattiano «partito nuovo» nato dalla cosiddetta svolta di Salerno (aprile ‘44), espressione della politica di collaborazione con le forze badogliane imposta da Stalin al gruppo dirigente del PCI in vista degli assetti interimperialistici postbellici disegnati dalle Potenze Alleate a Teheran (1943) e a Yalta (1945) – ovviamente dopo averli tracciati col sangue sui campi di battaglia di mezzo mondo. Com’è noto, si decise allora che l’Italia dovesse cadere, insieme alla Germania Occidentale e al Giappone, nella “sfera di influenza” degli Stati Uniti. Richiesto di dire la sua sul «nuovo terrorismo», nel 2012 Renato Curcio rispose che «La nostra storia fu tutta interna al clima degli anni Sessanta e alla storia partigiana». Come volevasi dimostrare.

Scriveva Leonardo Sciascia: «Ma prima di parlare dei documenti del contrappasso [le lettere del prigioniero Moro] bisogna dire del nemico, dei carcerieri. E principalmente riconoscere a questo nemico, a questi carcerieri, un’etica che appunto si potrebbe dire carceraria: maturata nella lettura – o nel sentito dire – di testi di Foucault o foucaultiani. Figli, nipoti o pronipoti del comunismo stalinista» (3). Tesi che mi sento di condividere, al netto di quell’accostamento, che realizza un vero e proprio ossimoro, di comunismo e stalinismo che a mio avviso non ha alcun fondamento, se non nella ciclopica menzogna del XX secolo che ha presentato lo stalinismo in guisa di comunismo “con caratteristiche russe”, oppure come una deformazione paranoide del comunismo, mentre il fenomeno sociale passato alla storia appunto come stalinismo non solo non ebbe mai nulla a che fare con il comunismo, né con quello “ideale” né con quello “reale”, ma ne rappresentò piuttosto la più brutale negazione. Su questo punto rimando a Lo scoglio e il mare e a Il Grande Azzardo.

Con le BR e con gran parte dell’estrema sinistra di quegli anni ci troviamo ben al di là del comunismo inteso marxianamente come «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» in vista della Comunità umana.

Il 14 aprile 1978 Lotta Continua pubblicò un articolo, firmato da Marco Boato, che allora generò un vasto dibattito nella “sinistra rivoluzionaria”; titolo: Né con le BR né con lo Stato. E poi? Ne cito alcuni passi: «È vero: la rivoluzione non si può processare. Ma il problema non è questo, se non per chi ha voglia di fantasticare. Si tratta di capire se il terrorismo “di sinistra”, oggi, e in particolare la teoria e la pratica delle BR hanno qualcosa a che fare con la rivoluzione Comunista. Secondo me, no: assolutamente niente». Nemmeno secondo me: «assolutamente niente». Mi scuso e riprendo la citazione: «Per usare una espressione tanto cara ai loro testi “ideologici”, si tratta di una teoria e di una pratica “controrivoluzionaria” (anche se questo termine non mi piace). Ma soltanto l’analfabetismo di ritorno di S. Corvisieri può richiamare l’estraneità alla “tradizione comunista”. Nella “tradizione comunista”, purtroppo, le BR rientrano bene nella teoria e nella pratica dello stalinismo, fin nelle sue più infami aberrazioni (o, meglio, logiche conseguenze)». Sebbene in altro modo, anche qui insiste la vulgata sopra considerata: lo stalinismo come una forma particolarmente cattiva e financo aberrante della «tradizione comunista». Qui intendo fare solo due appunti al ragionamento di Boato: se egli giustamente polemizza con la dirigenza del PCI rinfacciandole lo scabroso “album di famiglia” («le BR appartengono alla vostra tradizione stalinista!»), tuttavia tende a nascondere l’altro “album di famiglia” che esibisce il volto delle BR, ossia la matrice sessantottina del “terrorismo rosso”.

A ben vedere il velleitarismo pseudo rivoluzionario dei gruppi armati non si discostava molto, sul piano “dottrinario” e psicologico, da quello che indubbiamente caratterizzò gran parte dei soggetti politici che dal ’68 in poi decisero, per così dire, che la situazione della società italiana (e, più in generale, della società occidentale) fosse sul punto di realizzare una sorta di “dualismo di potere” che ammetteva due sole soluzioni: o la rivoluzione o la controrivoluzione. La rivista Rosso, non ricordo se nel ’77 o nel ’78, scrisse che se «il proletariato rivoluzionario» non avesse preso il potere nell’arco di qualche settimana o, al più tardi, di qualche mese, i compagni rivoluzionari sarebbero stati spazzati via dalla controrivoluzione. Quel clima di aut-aut, da ultimi giorni allora si avvertiva molto forte anche nel Movimento Studentesco. In realtà, la stessa esistenza del terrorismo si spiegava con la debolezza della classe operaia e del proletariato più in generale, ancora saldamente nelle mani delle organizzazioni (partiti, sindacati, associazionismo di vario genere) al servizio dello status quo sociale. Sostituirsi al proletariato, o “eccitarlo” attraverso azioni esemplari alla fine si è dimostrato tragicamente illusorio. Un conto era mimare l’assalto al cielo, la presa del Palazzo d’Inverno come facevamo noi studenti durante i cortei (con la manina alzata a mimare la P38!) e le manifestazioni di piazza; un conto affatto diverso era credere che fosse arrivata davvero l’ora di passare all’atto! Da un lato ragazzini che devono maturare e che si divertono provocando l’universo mondo (lo Stato, la famiglia, la patria, i benpensanti); dall’altro, adulti con la testa piena di vecchie idee sbagliate e che esibiscono un’infantile capacità di analisi. Dietro la «geometrica potenza» il nulla.  «Le brigate rosse sono nate in fabbrica dentro la crisi della vecchia società fordista» (4); forse sarebbe stato più corretto scrivere dentro una particolare, e a mio avviso per l’essenziale infondata, lettura di quella crisi. Ma il libro qui citato è più che altro interessato, meritoriamente e a quanto pare con grande efficacia, a smontare la montagna dietrologica che nel corso degli anni è andata formandosi, strato dopo strato, superfetazione dopo superfetazione, balla dopo balla, sul Caso Moro.

Scriveva Lenin nel 1906: «Il marxista si pone sul terreno della lotta di classe, non su quello della pace sociale. In certi periodi di acuta crisi economica e politica, la lotta di classe si sviluppa sino a trasformarsi in aperta guerra civile, cioè in lotta armata fra due parti del popolo. In questi periodi il marxista ha il dovere di porsi sul terreno della guerra civile. Ogni sua condanna morale è assolutamente inammissibile per il marxismo» (5). Ora, solo dei visionari (nell’accezione più negativa, più ideologica del termine) potevano vedere nell’Italia (e nella Germania: vedi Rote Armee Fraktion) degli anni Settanta un Paese attraversato da una «lotta di classe [che] si sviluppa sino a trasformarsi in aperta guerra civile, cioè in lotta armata», e giungere alla risibile – che per alcuni avrà conseguenze tragiche – conclusione che il leniniano «partito combattente» fosse all’ordine del giorno. Si può certo dissentire dalla concezione leniniana del partito rivoluzionario, e personalmente non ritengo ad esempio il Che fare? l’ultima parola in fatto di partito rivoluzionario, tutt’altro, e lo stesso Lenin d’altra parte invitò i suoi compagni a non pietrificarne le tesi, a non trasformarle in astratti principi dogmatici. Detto questo, penso che attribuire ai brigatisti una concezione leninista del soggetto rivoluzionario significa, per un verso far torto al rigore politico e analitico di Lenin: «Il marxismo esige categoricamente un esame storico del problema delle forme di lotta. Porre questo problema al di fuori della situazione storica concreta [vedi BR e non solo!] significa non capire l’abbiccì del materialismo dialettico» (6); e per altro verso significa concedere un immeritato credito alla fraseologia “marxista-leninista” usata dalle BR nei loro documenti. Non essendo un intellettuale, e in special modo un intellettuale “di sinistra”, difficilmente mi ubriaco al suono di certa fraseologia pseudo rivoluzionaria, né mi lascio facilmente sedurre dalle pose “rivoluzionarie”di chicchessia. Quantomeno ci tento, oppongo… resistenza!

Fine del lungo ciclo espansivo capitalistico postbellico, “autunni caldi” a ripetizione sul fronte operaio (si trattava, per i lavoratori italiani, di prendere una boccata d’ossigeno dopo anni di compressione salariale e di duro sfruttamento: è il boom economico, bellezza!), rivendicazionismo studentesco (si trattava, per studenti e insegnanti, di “democratizzare” e di svecchiare l’obsoleto sistema formativo italiano), guerra in Vietnam (una rivoluzione nazionale-borghese interpretata dall’estrema sinistra come rivoluzione socialista: un classico del terzomondismo di matrice stalinista e maoista), “Rivoluzione Culturale “ in Cina (una lotta di potere interna al regime cinese letta dall’estrema sinistra come il rilancio di una rivoluzione socialista che in Cina non c’era mai stata): questi e altri eventi vennero letti da chi polemizzava “da sinistra” con il PCI come segni inequivocabili di una situazione che si faceva sempre più “oggettivamente rivoluzionaria” su scala nazionale e mondiale. Tuttavia, il concetto di «revisionismo» applicato dall’estrema sinistra al PCI e all’Unione Sovietica mostrava come essa non riuscisse ancora a cogliere la reale natura di classe dell’uno e dell’altra, e ciò per un verso ne depotenziava e ne inficiava l’analisi economico-sociale, politica e geopolitica,  e per altro verso la metteva nella condizione di mantenere col padre un rapporto ambiguo, di odio-amore, freudianamente non risolto.

Ma ritorniamo all’articolo di Boato. Lo slogan «Né con lo Stato né con le Brigate Rosse», che un po’ ricorda il più famoso «Né aderire, né sabotare», esprimeva tutta l’inadeguatezza teorica e politica di Lotta Continua e di molta parte della sinistra extraparlamentare, i cui militanti non sapevano come uscire dalla morsa letale realizzata dalla «guerra privata» tra Stato e terroristi. Mettere sullo stesso piano la lotta politica contro il cane da guardia dei rapporti sociali capitalistici e la polemica politica contro gruppi non rivoluzionari (non comunisti, non marxisti) accusati di «fare il gioco del nemico» tradiva tutta l’impotenza politica e psicologica di quel mondo già largamente attraversato da una crisi di identità che porterà molti giovani militanti verso la disperazione politica ed esistenziale. Nel ’77, anno che vide il mio esordio nella “militanza politica”, già si parlava di «riflusso», e se ricordo bene l’anno successivo proprio Lotta Continua (7) pubblicò un’inchiesta molto seria sul fenomeno delle discoteche che furoreggiava in una larghissima fascia di proletariato giovanile. Ci si interrogava sui motivi del “riflusso”, su come reagire all’ondata di disimpegno politico ormai evidente e che non si poteva più nascondere ai nostri – ideologici – occhi; il giornale era pieno di lettere di compagni che lamentavano la fuga dei giovani nelle nuove tendenze modaiole che venivano dagli Stati Uniti e che apparivano così diverse da quelle sperimentate in Italia e in tutto l’Occidente a partire dal ’68. In effetti, molti giovani, o ex giovani, che in passato avevano partecipato ai movimenti politici e sociali di sinistra, alla fine degli anni Settanta se ne allontanarono abbastanza delusi, frustrati e schifati: alcuni andarono in India, a cercare “ispirazione”; altri si suicidarono dentro le organizzazioni terroristiche, molti preferirono farlo precipitando nell’infernale buco della droga.

La posizione di chi “da sinistra” accusava le BR di fare “oggettivamente” il gioco del nemico e finiva con il teorizzare il né-né, appare quanto mai ambigua; da sempre la “destra” del movimento operaio ha messo in guardia i lavoratori da “tentazioni estremistiche” che avrebbero offerto al nemico il pretesto per giri di vite repressive. Ma fino a che punto si può spingere l’iniziativa rivoluzionaria senza «offrire pretesti» al nemico? Nei primi anni Venti i socialisti accusarono i comunisti di offrire pretesti ai fascisti solo perché essi decisero di rispondere alla violenza borghese (“legale” e “illegale”, costituzionale e fascista) con la violenza proletaria. Ogni sciopero, osservava Marx, può in qualsiasi momento degenerare in un episodio di violenza se il padrone decide di usare il pugno di ferro per spezzare la combattività operaia, e in ciò egli è supportato dallo Stato, il quale detiene il monopolio dell’uso legittimo (secondo la Legge) della violenza. In ogni caso Marx non metteva mai l’enfasi sulla natura necessariamente (e dolorosamente) violenta della lotta di classe rivoluzionaria, la quale è da egli dedotta come un fatto generato dalla vita stessa del dominio sociale: da un lato i dominati devono rispondere a una violenza sistemica che subiscono quotidianamente, e dall’altro essi hanno il diritto storico di mettere fine a quel dominio, emancipando in questo modo l’intera umanità. La nonviolenza elevata a inderogabile principio politico ed etico, giustificato con la bizzarra tesi che ricorrere alla violenza significa porsi sullo stesso terreno delle classi dominanti, equivale a un’apologia dello status quo sociale e del monopolio della violenza esercitato dal Leviatano che quello status difende con tutti i mezzi necessari.

Chi invece esalta l’uso della violenza nella lotta politica a prescindere da un’attenta analisi della situazione e dall’individuazione degli obiettivi politici da conseguire contingentemente e strategicamente (mezzi adeguati ai fini), e ne fa invece una sorta di cartina al tornasole per verificare il “tasso di rivoluzione” che scorre nelle vene di un soggetto politico, a mio avviso non ha nulla a che fare con una posizione autenticamente rivoluzionaria. L’esaltazione della violenza è tipica di quei ceti sociali per cui vale il noto motto: «Armiamoci e partite!». «Noi ci mettiamo l’esaltazione della violenza rivoluzionaria che brucia e purifica; voi ci mettete la vita!». Da sempre i dominati hanno dovuto versare il loro sangue per cause altrui, ed è per questo che bisogna usare il massimo della cura nel maneggiare la cosa. Personalmente concepisco l’uso della violenza da parte delle classi subalterne in lotta come un male necessario (un male tuttavia) (8), che trova la sua legittimazione storica in primo luogo nella violenza sistemica determinata dai vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Proprio perché mi sforzo di avere nei confronti della violenza politica rivoluzionaria un approccio critico e non ideologico; proprio perché non sono per principio contrario alla violenza usata dai dominati per difendersi o per attaccare cerco di trattare la questione con estrema cura e serietà, senza nulla concedere a quelle aberrazioni narcisistiche che, ad esempio, si trovano nei libretti “sovversivi” di Toni Negri scritti negli anni Settanta (9). In ogni caso, è la nostra testa di proletari e di militanti anticapitalisti che dobbiamo armare, perché nessuna pistola, nessuna arma potrà mai surrogare quella coscienza di classe senza la quale ogni discorso intorno alla “rivoluzione” è mera ideologia, un’ideologia che non di rado spalanca le porte dell’inferno a chi la pratica con una coerenza degna di miglior causa.

Il feticismo democratico di non poca parte della sinistra extraparlamentare appare evidente nelle parole di Boato: «Per i teorici e i militanti dell’”Autonomia” il problema della democrazia non esiste, anzi è un falso problema. Per noi invece, credo, è un problema decisivo. Questo Stato è di classe, borghese (chi lo nega, “da sinistra”, è perché semplicemente ne adotta ormai lo stesso punto di vista, non solo in termini ideologici, ma anche materiali): ma c’è per noi un abisso tra regime totalitario-fascista e regime democratico-rappresentativo». Prima si dice che «Questo Stato è di classe», ma quando poi si passa dalla premessa fondamentale astrattamente enunciata alle logiche – nonché dialettiche – conseguenze analitiche e politiche, ecco che  la si contraddice in pieno con la solita scusa della difesa dell’«agibilità politica», un feticcio che viene sempre rinfacciato a chi cerca di demistificare il contenuto di classe del regime democratico-rappresentativo. La famosa «agibilità politica» che il regime democratico-rappresentativo garantirebbe ha forse favorito, anche solo di uno zero virgola, lo sviluppo della lotta di classe? Lo so, la domanda suona un tantino retorica. Senza contare che quando si è trattato di mettere da parte la carota democratica per passare al bastone della repressione il regime democratico-rappresentativo lo ha fatto senza chiedere il permesso al Boato di turno, e con la legittimità politica e storica che gli deriva dalla sua funzione sociale (10). Contrapporre in linea di principio la corata (ad esempio sottoforma di scheda elettorale) al bastone (o manganello che dir si voglia) è puerile sotto ogni punto di vista, e soprattutto invita le classi subalterne a coltivare sciocche quanto pericolose illusioni intorno alla democrazia capitalistica.

Sto forse sostenendo che, allora, è “oggettivamente” da preferirsi lo Stato autoritario, che quantomeno mostra ai subalterni la vera faccia del Leviatano? Questo può sospettarlo solo un cretino. Io sostengo semplicemente che regime democratico-rappresentativo e regime autoritario (fascista, stalinista o di qualche altro tipo) sono due “sovrastrutture” politico-istituzionali dello stesso dominio sociale (capitalistico) e che in linea di principio, e come dimostra la prassi storica, nessuno dei due diversi – ma complementari e sinergici – regimi offre allo sviluppo della lotta e della coscienza di classe un terreno più fertile. Questo lo avevano capito benissimo i comunisti occidentali che nei primi anni Venti entrarono in polemica con Lenin sulla tattica da applicare nei Paesi capitalisticamente avanzati: mentre il retaggio zarista della Russia induceva il secondo a sopravvalutare il problema dell’«agibilità politica», i secondi dovevano confrontarsi con una classe operaia già largamente sedotta e ipnotizzata dall’ideologia (e dalla prassi) democratica, trattamento politico e psicologico che favorì non poco l’ascesa dei regimi autoritari.

Il sequestro Moro rese evidente, tra l’altro, il madornale errore commesso dalle BR (e non solo da loro!) nell’identificare senz’altro lo Stato capitalistico con la Democrazia Cristiana (e, in generale, con il governo pro tempore), e comunque di concepire quel partito come l’architrave di un regime politico crollato il quale sarebbe venuto giù, “inevitabilmente” e quasi automaticamente, l’intera impalcatura statuale. DC = Stato Imperialista delle Multinazionali = Imperialismo: e il gioco di prestigio è servito! Individuare nel Presidente della DC il «cuore dello Stato»: che puerile idiozia! (11) Dopo l’esperienza brigatista altri “rivoluzionari” teorizzeranno la necessità di costruire un largo fronte antidemocristiano (una sorta di riedizione della Resistenza antifascista) «perché abbattere il partito-regime significa abbattere lo Stato borghese». La miserabile fine della cosiddetta Prima Repubblica agli inizi degli anni Novanta ha dimostrato quanto errato e sciocco fosse quel cliché, che peraltro è stato ripreso pari pari da molti ultrasinistri e applicato con il consueto zelo al «regime berlusconiano» (ultimamente si è anche sproloquiato di «regime renziano»), a dimostrazione di quanto radicata sia la mitologia resistenzialista nella “sinistra rivoluzionaria” di questo Paese. E anche qui, in fondo e mutatis mutandis, ci muoviamo nella logica dell’”album di famiglia”.

(1) Vuoto a perdere.
(2) Come ho scritto altre volte, la Resistenza rappresentò a tutti gli effetti per l’Italia la continuazione della guerra imperialista con altri mezzi nel mutato scenario interno (crollo “ufficiale” del regime fascista il 25 luglio 1943) e internazionale – con il tradizionale “salto della quaglia” nelle alleanze politico-militari del Paese. Gli episodi di lotta di classe (scioperi operai nei centri industriali del Nord, lotte contadine in Sicilia e in Puglia) e di autodifesa armata di soldati italiani sbandati (dall’8 settembre 1943 in poi) staccati dal movimento “ufficiale” resistenziale guidato dai partiti borghesi antifascisti riuniti nel CLN, episodi che naturalmente sono ben lungi dal negare o, credo, dal sottovalutare, non furono tuttavia tali da poter mutare nemmeno in minima parte la sostanza storico-sociale di quel fenomeno. Non nego, e anzi so bene, che allora, nel fuoco degli avvenimenti bellici, più di un comunista antistalinista (detto per inciso, è il solo modo di essere comunista che riesco a concepire) pensò che vi fosse quantomeno la possibilità di trasformare la Resistenza imperialista in una Resistenza di classe, per mutuare la celebre parola d’ordine leniniana del 1914, e si mosse in quel senso, scontando naturalmente i limiti imposti dalla situazione. Nulla da dire, se non per esternare dell’ammirazione nei confronti di compagni rivoluzionari disposti a sacrificare la loro vita nella lotta di emancipazione. Bisogna d’altra parte aggiungere, per completezza “storiografica”, che tutte le volte che qualcuno cercò allora di praticare l’internazionalismo proletario, si trovò a fare i conti con gli sgherri di Togliatti e di Stalin, non raramente lasciandoci la pelle. Lungi quindi dal negare contraddizioni, speranze più o meno fondate e quant’altro, cerco piuttosto di restituire appunto l’essenza di un fatto storico, di coglierne il senso generale. E il senso generale della Resistenza, in Italia e altrove, fu quello, ripeto, che le impresse la guerra imperialista, definita dai vincitori Guerra di liberazione – è difficile trovare nella storia un vincitore che non si sia presentato al mondo in guisa di “liberatore”.
(3) L. Sciascia, L’affaire Moro, pp. 16-17, Sellerio, 1978.
(4) M. Clementi, E. Santalena, P. Persichetti, Brigate rosse – Dalle fabbriche alla campagna di primavera, p. 4, DeriveApprodi, 2017.
(5) Lenin, La guerra partigiana, Opere, XI, p. 200, Editori Riuniti, 1962.
(6) Ibidem, p. 195.
(7) Lotta Continua si era sciolta come organizzazione politica alla fine del 1976. «Coloro che hanno salutato come una liberazione la fine della forma partito hanno cercato di rivendicarla all’impeto delle nuove idee sprigionate dal femminismo e dalla cultura del personale. Altri, per ragioni opposte, hanno puntato il dito sull’irresponsabilità del gruppo dirigente che ha preferito tirarsi indietro di fronte alle contraddizioni. In realtà la dissoluzione ha radici molto più lontane; rappresenta cioè l’esito di un’ambiguità che ha accompagnato tutta la vita dell’organizzazione» (L. Bobbio, Storia di Lotta Continua, pp. 177-178, Feltrinelli, 1988).
(8) «Scriveva Lukács nel 1919: “Esistono delle situazioni – tragiche situazioni – nelle quali è impossibile agire senza attirare su di sé una colpa” (G. Lukács, Tattica e etica). Questo è, a mio giudizio, il modo politicamente serio di affrontare il problema della violenza rivoluzionaria, il quale si fa carico di assumere su di sé tutta la portata politica ed etica che quel problema necessariamente racchiude. La violenza, qualunque natura essa venga ad assumere in una data situazione storica, ruota sempre e ossessivamente nell’orbita del male. In altre parole, per il punto di vista critico-radicale il problema della violenza non costituisce una questione di principio ma di consapevolezza storica, coscienza cioè che la prassi rivoluzionaria deve necessariamente immergersi nella colpa della violenza. Il Soggetto di quella prassi non solo non oblitera il carattere colpevole – nel ristretto senso qui delineato – della violenza cui esso stesso è costretto a ricorrere, ma ne fa consapevoli tutti i protagonisti dello scontro sociale, affinché ogni atto sia commisurato alla posta in gioco. Come lo psicanalista cerca di desublimare gli istinti repressi e deformati che si agitano nel subconscio e nella stessa prassi del paziente, analogamente il Soggetto rivoluzionario – qualunque significato si voglia attribuire a questo concetto – deve aiutare i protagonisti del processo storico a chiamare con i loro autentici nomi i sentimenti che li spingono a battersi (odio, invidia, rabbia, paura, speranza, desiderio, amore, ecc.), in modo che la responsabilità storica e sociale delle loro azioni possa venire alla luce, giorno dopo giorno, errore dopo errore, eccesso dopo eccesso. Questa è la sola etica della responsabilità che riesco a concepire» (S. Isaia, L’Angelo Nero sfida il Dominio, p. 135).
(9) «Nulla rivela a tal punto l’enorme storica positività dell’autovalorizzazione operaia, nulla più del sabotaggio. Nulla più di quest’attività di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi trovo a vivere. Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna [il passamontagna come simboliche mutande?]. Questa mia solitudine è creativa, questa mia separatezza è l’unica collettività reale che conosco. Né l’eventuale rischio mi offende: anzi mi riempie di emozione febbrile, come attendo l’amata. Né il dolore dell’avversario mi colpisce: la giustizia proletaria ha la stessa forza produttiva dell’autovalorizzazione e la stessa facoltà di convinzione logica» (A. Negri, Il dominio e il sabotaggio, 1977, p. 43, Feltrinelli, 1979). Quando si dice «erotizzazione dello scontro!». Analoghe farneticazioni piccolo borghesi (si diceva un tempo) si trovano nel volantino di rivendicazione dell’attentato a Roberto Adinolfi (maggio 2012) firmato Fai: «Con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore. Impugnare una pistola, scegliere e seguire l’obiettivo, coordinare mente e mano sono stati un passaggio obbligato, la logica conseguenza di un’idea di giustizia. Le idee nascono dai fatti, le parole accompagnate dall’azione portano il marchio della vita».
(10) «La repressione occulta, subdola e disgregante, condotta dai servizi segreti, si accompagnava all’introduzione di nuove e più severe leggi di polizia, volte principalmente a colpire le manifestazioni di piazza e le proteste. L’approvazione della famosa “legge Reale”, sull’ordine pubblico, ne era un chiaro esempio. Essa assegnava alla polizia un potere di intervento e di repressione verso i movimenti, le manifestazioni di piazza e i compagni, che non aveva precedenti nella breve storia dell’Italia repubblicana. La stessa Corte Costituzionale nella sentenza n. 16 del 1978 aveva ravvisato in quella legge: “un particolare complesso di misure legislative eccezionali, se non provvisorie, per fronteggiare la presente situazione di crisi dell’ordine pubblico con particolare riguardo alla criminalità politica e parapolitica”» (D. Giachetti).
(11) Ecco come Sciascia, commentando un comunicato firmato BR rilasciato durante il “Processo del Popolo”, coglie le illusioni frustrate dei brigatisti: «”Non ci sono segreti che riguardano la DC, il suo ruolo di cane da guardia della borghesia, il suo compito di pilastro dello Stato Imperialista delle Multinazionali, che siano sconosciuti al proletariato. […] Non ci sono quindi clamorose rivelazioni da fare”. Niente segreti, niente misteri, nessuna clamorosa rivelazione: tanto valeva – poiché lo si sapeva prima, poiché non è una risultanza del processo – lasciare Moro in Via Fani, affratellato nella morte a cinque servitori del SIM. Di essere caduti in contraddizione si accorgeranno anche loro. E subito dopo, nello stesso comunicato, aggiustano: “L’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili”. […] Caso estremo, e di estrema comicità: un sintomo rivelatore di uno stato d’animo abbastanza diffuso» (L’affaire Moro, pp. 78-81).

LE RAGIONI DELLA COREA DEL NORD…

Raggio di sole che ci guida!

Pensavo che a difendere il carcere a cielo aperto chiamato Corea del Nord fossero rimaste in Italia due sole persone: lo stalinista incallito Marco Rizzo e il comico-statista Antonio Razzi. Rizzo & Razzi. Mi sbagliavo! Eccone le prove: «Dal canto suo, la Corea del Nord ha sempre ribadito che per garantire la propria sicurezza occorre destinare almeno il 30% del Pil alla spesa militare, sviluppare un forte programma di investimenti nei settori della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico, integrare programmi nucleari civili e militari, non consentire a chicchessia di mettere in discussione l’integrità territoriale e la stabilità politica degli Stati emergenti sullo scenario internazionale, pretendere una relativa reciprocità nel quadro dei rapporti bilaterali in base ai principi della non-ingerenza e della coesistenza pacifica». Ma certo, difendiamo con tutti i mezzi necessari la sovranità del carcere-caserma, anche a costo di comprimere al lumicino le condizioni di vita e di lavoro delle “larghe masse”: per la sopravvivenza del “Socialismo con caratteristiche nord-coreane” e, in generale, per la difesa della sovranità nazionale di qualsiasi Paese questo e pure altro! L’antimperialismo (sic!) non è mica un pranzo di gala!

Ecco adesso un po’ di bieca propaganda al servizio dell’Imperialismo Amerikano: «Il regime di Pyongyang ha mandato più di cinquantamila persone a lavorare all’estero in condizioni simili al lavoro forzato, secondo i criteri delle Nazioni Unite. È quanto denunciato da Marzuki Darusman, relatore speciale dell’Onu per i diritti umani in Corea del Nord, durante una conferenza stampa. Il governo nordcoreano ricava ingenti somme di valute straniere fornendo migliaia di operai ad aziende all’estero: da 1,3 a 2 miliardi di euro ogni anno, secondo stime del 2012 di North Korea Strategy Center, un’organizzazione di Seoul che lavora con i nordcoreani fuggiti dal regime. Il sistema di esportazione della manodopera permette a Pyongyang di aggirare le sanzioni imposte al paese dalle Nazioni Unite e finanziare così le forze militari e il programma nucleare nord coreano. […] L’ultimo rapporto di Darusman presentato all’assemblea generale spiega che i lavoratori nordcoreani, impiegati soprattutto in Cina e in Russia, devono affrontare turni lunghi fino a venti ore, con solo uno o due giorni di riposo al mese, e che non ricevono cibo a sufficienza. Inoltre sono tenuti sotto la costante sorveglianza di guardie nordcoreane. Alcuni vengono pagati (non più di circa 130 euro al mese in media), ma in generale è il regime di Kim Jong-un a guadagnarci: le aziende che assumono gli operai nordcoreani – soprattutto imprese di costruzioni, del legname, tessili o minerarie in più di quaranta paesi – prendono accordi direttamente con Pyongyang» (Internazionale). Soprattutto la Russia (si parla di 30.000 lavoratori), la Cina (alcune decine di migliaia), la Mongolia e il Qatar (circa 3.000 lavoratori impiegati nell’edilizia) sfruttano nel modo più intensivo la forza-lavoro esportata dal regime Nordcoreano. Anche il dinamico e aggressivo capitalismo sudcoreano sfrutta a dovere i lavoratori che hanno la fortuna (trattasi di macabra ironia!) di esser nati nell’ultimo Paradiso Terrestre con caratteristiche Nordcoreane: «A Kaesong c’è un parco industriale gestito congiuntamente dal Nord e dal Sud. Le 124 aziende e la tecnologia sono di Seul, la mano d’opera è fornita da Pyongyang. Le paghe basse invitano gli imprenditori sudcoreani a investire; il governo nordista incassa buona parte degli utili prodotti da circa 53 mila operai. Ora a Pyongyang hanno deciso un aumento del salario minimo: da 70 dollari e 35 centesimi al mese a 74. Ma quei 3,65 dollari in più non sono piaciuti agli industriali del Sud: contestano la decisione unilaterale» (G. Santevevecchi, Corriere della Sera).

Detto en passant, oggi la società Sudcoreana è attraversata da una crisi sistemica (economica, politica, istituzionale, morale) che ha trovato nell’elezione di Moon Jae-in una sua prima espressione “sovrastrutturale” significativa: «Il nuovo presidente della Corea del Sud è stato eletto per il suo programma di riforme interne, ma dovrà dare la priorità alle sfide regionali: provare a dialogare con Kim Jong-un, riavvicinarsi a Pechino, capire cosa vuole Trump» (M. Milani, Limes). Vedremo come se la caverà.

Sia come sia, per il già citato Eros Barone «la Repubblica Popolare Democratica di Corea rappresenta un esempio di lotta antimperialista», come sostenne peraltro Ernesto Che Guevara il 6 gennaio 1961 in un discorso alla televisione cubana che il Nostro ha cura di ricordare nel suo articolo – forse per punzecchiare qualche compagno guevarista che pensa che il regime di Pyongyang sia indifendibile: «Sembra quasi di trovarsi tra le pagine del romanzo distopico per eccellenza “1984” di George Orwell», scrive su Notizie Geopolitiche Manuel Giannantonio disegnando il profilo «dell’ultima grande dittatura comunista». Non essendo stato mai un simpatizzante del mitico Che, la punzecchiatura di Barone su di me non ha effetto alcuno.

Un’altra perla baronale: «I comunisti, gli autentici pacifisti e i sinceri democratici di tutto il mondo, nel riconoscere la funzione giusta e progressiva assolta dalla Corea socialista sia nella politica interna sia nella politica estera, hanno il dovere di schierarsi al suo fianco nella lotta contro l’imperialismo». Cancellate «Corea» e scrivete «Russia» (o «Cina»): avrete il classico documento “antimperialista” e “sinceramente pacifista” che i “comunisti” italiani amavano scrivere negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta…

Ora, dire tutto questo significa forse portare acqua, anche solo “oggettivamente”, al gigantesco mulino della prima potenza imperialistica del mondo? A mio avviso solo un imbecille potrebbe pensarlo. La denuncia dell’attivismo imperialistico degli Stati Uniti (ma anche di quello della Cina, del Giappone e della Russia) nel Mar del Giappone e in tutta l’area del Pacifico Orientale non mi impedisce di solidarizzare con i miei “colleghi di classe” nordcoreani che vivono in una condizione di miseria estrema tanto nei – pochissimi – centri urbani quanto nelle zone rurali. Ovviamente colà è illegale anche solo fotografare la miseria di persone povere o dei senzatetto per non infangare l’immagine della Corea del Nord. Dire questo significa squalificare il regime “Juche” (*) agli occhi dell’opinione pubblica mondiale? Benissimo! Tanto più per chi, come me, si è sempre battuto contro ogni forma di falso «socialismo reale», formula che un tempo si applicava ai regimi politici basati economicamente su un Capitalismo di Stato più o meno in regola con i canoni dell’ortodossia economica. Il «socialismo reale» come la più grande impostura ideologica del XX secolo. Com’è noto, i nipotini di Stalin e di Mao hanno voluto rifarsi il trucco con l’ennesima balla ideologica (in procinto di scoppiare): il chávismo come «Socialismo del XXI secolo». Sostenere questo significa forse tifare “oggettivamente” (è lì che il diavolo imperialista mette la coda!) per la “destra neoliberista” che contende il potere all’attuale caudillo di Caracas? Che qualcuno lo pensi non mi fa, come si dice dalle mie parti, né caldo né freddo: sono del tutto indifferente alle critiche che ricevo da certi “antimperialisti”, che critico solo per cercare di accreditare presso le persone politicamente e umanamente sensibili l’idea che il cosiddetto «comunismo novecentesco» (insomma, lo stalinismo variamente declinato in Russia, in Cina, in Italia: vedi PCI, e altrove nel mondo) non aveva nulla a che fare con un autentico punto di vista critico-rivoluzionario, ma che esso era invece parte integrante dell’ideologia dominante radicata nei rapporti sociali capitalistici. L’impresa appare impossibile, ma ci provo lo stesso!

Ai sovranisti d’ogni colore (vedi Le Pen e Mélenchon!) e agli “antimperialisti” che sono totalmente immersi nella logica della competizione geopolitica fra Potenze e Alleanze imperialistiche ricordo un vecchio slogan del “Movimento”: Il proletariato non ha nazione! Internazionalismo, Rivoluzione! Certi “comunisti” e “antimperialisti” lavorano H24 per dare al proletariato di qualche Paese uno straccio di Nazione: che capolavoro di “dialettica rivoluzionaria”! La classe dominante ovviamente ringrazia.

L’esperienza cambogiana dei sui Khmer Rossi e, mutatis mutandis, quella albanese di Enver Hoxha dimostrano fino a che punto le preoccupazioni sovraniste generate da una disgraziata collazione geopolitica possano creare le più odiose condizioni sociali per la popolazione. Dal mio punto di vista quelle preoccupazioni non valgono una sola, singola vita umana.

Anche Massimo Fini scende in campo, “da destra”, a difesa di quel che rimane del famigerato «Asse del Male»: «Secondo Furio Colombo, in un articolo pubblicato dal Fatto l’8 maggio e intitolato “La follia come politica del mondo”, i leader dei Paesi che non rientrano nel circolo buono delle Democrazie occidentali propriamente dette, sono dei pazzi o quantomeno dei pericolosi psicolabili. Al primo posto sta, di diritto, il dittatore della Corea del Nord Kim Jong-un. Al secondo Nicolás Maduro, il presidente del Venezuela, al terzo e al quarto, leggermente distaccati, Putin ed Erdogan. Sarò più pazzo di lui ma Kim Jong-un a me non sembra affatto pazzo» (Il Fatto quotidiano). La freccia critica di Fini non può certo centrare un nemico “senza se e senza ma” del «circolo buono delle Democrazie occidentali propriamente dette» quale io sono. Ma, invertendo Marx, si può benissimo essere nemici del regime totalitario senza essere per questo amici del regime democratico: ciò che informa la mia analisi politica (e geopolitica!) è in primo luogo la natura di classe di un regime sociale, non la sua contingente “sovrastruttura” politico-istituzionale. Di certo non posso condividere quanto Fini dice a proposito della natura sociale della Corea del Nord: «è l’ultimo Paese comunista rimasto al mondo. È criminale oltre che folle essere comunisti? Per decenni, almeno fino al collasso dell’Urss, pregiati e stimati leader politici occidentali, italiani, francesi, tedeschi, appartenenti all’area della sinistra europea sono stati comunisti – alcuni ancora lo sono – senza che li si considerasse né criminali né folli». Una “oggettiva” ironia, quella di Fini, che coglie in pieno i «pregiati e stimati leader politici occidentali appartenenti all’area della sinistra europea» che un tempo furono “comunisti” (ma «alcuni ancora lo sono»), ossia variamente stalinisti.

«La Corea del Nord», scrive il Nostro, «è circondata da Paesi ostili, alcuni nucleari e anche quelli che nucleari non sono, come la Corea del Sud, è come se lo fossero perché sono di fatto un protettorato della più grande Potenza atomica del mondo. È così strano, così criminale, così folle che la Corea del Nord voglia farsi un armamento nucleare?». Come si vede, anche il pensiero finiano si muove interamente dentro la già ricordata logica della competizione geopolitica fra Potenze e Alleanze imperialistiche; una logica disumana che si nutre della vita delle persone, in tempo di “pace” come in tempo di guerra. Le ragioni delle Potenze, grandi e piccole, e della Nazioni, grandi e piccole, non vanno negate moralisticamente e idealisticamente: esse vanno piuttosto riconosciute e combattute per quel che sono: le ragioni di un mondo (capitalistico) sempre più ostile alle ragioni dell’«uomo in quanto uomo».

Come ho scritto altre volte, È qui che insiste la differenza fondamentale tra il punto di vista geopolitico di considerare la competizione interimperialistica, il quale non solo non mette in questione l’ordine sociale mondiale, ma si sforza di sostenerlo dando scientifici consigli alle classi dominanti dei diversi Paesi, e il punto di vista critico-radicale che all’opposto intende attaccare analiticamente e politicamente quell’ordine.

«Tra la devastazione di un Paese martoriato oggi la villa di Kim Jong-un si erge può bella e maestosa che mai, simbolo di un regime malato che vive nel lusso alle spalle di un popolo ridotto sempre più allo stremo. Facile parlare di comunismo quando la vita di un normale cittadino non vale neanche un millesimo di quella del suo leader ma, in fondo, sono solo storie di vita quotidiana di un lontano regime comunista!» (L. Muzzi, Il giornale). Per i “destri” è un piacere impagabile poter fare del “populismo” contro un regime “comunista”: potrebbero almeno ringraziare i “comunisti” ancora rimasti in servizio!

Io spero che quanto prima le classi subalterne nordcoreane possano trovare la forza di lottare contro le loro terribili condizioni di vita e di lavoro, che esse possano formare sindacati indipendenti e ogni altro tipo di associazione rivendicativa a carattere sia “economico” che politico, e ciò senza nulla concedere alla preoccupazione sovranista-nazionalista sintetizzabile nella domanda che segue: «Ma lo sviluppo della lotta di classe in Corea del Nord non favorirebbe oggettivamente l’Imperialismo degli Stati Uniti e gli interessi geopolitici dei suoi alleati asiatici?» Ovunque nel mondo l’orgoglio nazionalista è veleno iniettato dai dominanti nelle vene dei dominati. Naturalmente la speranza che ho espresso per i subalterni nordcoreani va estesa tale e quale ai lavoratori e ai proletari di tutto il mondo, senza alcun riguardo per gli interessi nazionali di questo o quel Paese. Lotta di classe in Corea del Nord, in Corea del Sud, in Giappone, in Cina, negli Stati Uniti, ovunque! A cominciare dall’Italia, of course. Lo so, si tratta di una speranza che oggi non ha molte possibilità (notare l’eufemismo) di venir soddisfatta, ma quantomeno essa contribuisce a orientare il pensiero che vuole essere radicalmente critico verso piste politicamente feconde, ossia ostili all’ideologia oggi dominante sul pianeta – incluso certo cosiddetto “antimperialismo”.

(*) La Corea del Nord non si considera più “comunista”, ma “Juche”, un termine coniato dal Caro Leader Kim Il-sung per definire la “filosofia politica” del suo regime.

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LA FRANCIA DI MACRON. Un primo tentativo di approccio non ideologico al “fenomeno-Macron”

Non mi convince affatto la chiave di lettura che ci presenta il nuovo Presidente francese nei panni dell’ennesima creatura tecnocratica creata a tavolino dai soliti “poteri forti mondialisti” generati dal Finanzcapitalismo. Burattino e burattinai, insomma. Per Massimo Franco «Macron è il prodotto di un esperimento tecnocratico della banca d’affari Rotshild, [è] figlio dell’élite tecnocratica [che] incarna una strategia europeista e centrista che ha fatto tabula rasa sia del gollismo, sia della sinistra» (Il Corriere della Sera): troppo semplice per i miei gusti. Questo senza nulla togliere alla forte connotazione tecnocratica e “finanzcapitalistica” del nuovo inquilino dell’Eliseo, matrice che sono ben lungi dal negare. Anche l’interpretazione di Macron (cioè delle politiche “neoliberiste” che egli incarnerebbe alla perfezione) come la vera causa del successo che comunque il Front National ottiene nell’elettorato di estrazione operaia e proletaria (per cui chi ha votato per il candidato della «cupola finanziaria mondialista» di fatto avrebbe portato acqua al mulino della “destra populista”) mi appare troppo riduttiva e semplicistica, e in ogni caso essa non coglie tutta la complessità della crisi sistemica che ormai da anni travaglia in profondità la società francese. Né, ancor meno, mi convincono gli entusiasmi “europeisti” di chi in Italia (vedi Romano Prodi) pensa che in Macron la Cancelliera di Ferro basata a Berlino abbia finalmente trovato un argine, un freno, o quantomeno del pane meno morbido che in passato da masticare, e che questo non possa non favorire il nostro Paese, alla perenne ricerca di sponde che ne possano sostenere gli interessi nei numerosi tavoli negoziali aperti nell’Unione Europea. Come dimostra la vicenda del 1996 che ebbe proprio in Prodi e nell’allora Presidente del Consiglio spagnolo José Maria Aznar i suoi protagonisti (il primo cercò, invano, di convincere il secondo a fare fronte comune per ammorbidire i parametri di Maastricht sulle condizioni imposte dai trattati per l’ammissione al club dell’euro), le astuzie tattiche della classe politica italiana lasciano un po’ a desiderare, diciamo.

Condivido invece la tesi di chi vede nell’esibito europeismo di Emmanuel Macron una copertura politico-ideologica che cela il tentativo, almeno di una parte della classe dominante francese, di impostare in termini completamente nuovi, cioè a partire da rapporti di forza più favorevoli per la Francia, quell’asse Franco-Tedesco che anche in passato parlava assai più la lingua tedesca che quella francese, a dimostrazione che alla fine, e “materialisticamente”, è la potenza economica (tedesca) che detta le proprie regole alla potenza politico-militare (francese).

Scriveva l’altro ieri Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: «La Germania è troppo forte, lo squilibrio di potenza fra Germania e Francia è troppo accentuato, perché i vecchi tempi possano ritornare. Resta il fatto che ci proverà». Diciamo pure che i «vecchi tempi» appartengono più alla leggenda che alla realtà, visto che l’asse (o motore) franco-tedesco è stato più un’invenzione propagandistica franco-tedesca, una  cortina fumogena politico-ideologica intesa a celare i reali e mai sopiti antagonismi sistemici fra i due Paesi, che qualcosa di tangibile sul piano politico e geopolitico. Per opposti interessi, tanto Berlino (e prim’ancora Bonn) quanto Parigi avevano  e hanno l’interesse ad accreditare l’esistenza di questo fantomatico asse (o “motore”), che in concreto si è risolto, come anticipato sopra, nel costante e mai riuscito tentativo francese di contenere e frenare la potenza espansiva del capitalismo tedesco, con ciò che ne segue necessariamente sul piano politico – e geopolitico. Scrivevo su un post del maggio 2013 (Francia e Germania ai ferri corti): «La Francia ha perso il confronto sistemico con la Germania che va avanti, sotto la miseranda copertura del “progetto europeista”, dalla fine della Seconda guerra mondiale, e la sua perdita di peso sul mercato mondiale, la sua crisi economico-sociale che rischia di farla scivolare verso Sud, verso la periferia dell’Euro, sono fatti che non possono più essere nascosti dietro il sempre più fantomatico asse franco-tedesco. Alla fine la potenza capitalistica tedesca ha avuto la meglio su tutte le illusioni europeiste e su tutti i calcoli politici fatti a tavolino a Parigi, a Berlino e a Bruxelles. Per dirla con il filosofo, la volontà di potenza del Capitale (non importa in quale guisa nazionale) trova sempre il modo di affermarsi».

Macron sembra aver preso sul serio la profonda crisi sistemica che da anni infierisce sulla Francia, e ha capito che per evitare al suo Paese una deriva “meridionalista” che lo trascinerebbe verso il poco ambito Club Med (a tener compagnia ai famigerati Pigs: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) egli deve avvinghiarsi con decisione alla Merkel, e che per farlo senza sminuire il ruolo – residuale – della Francia in Europa e nel mondo deve in parte “germanizzarne” l’organizzazione economico-sociale. Da qui non si scappa! Hic Rhodus, hic salta! Non c’è possibilità alcuna, per qualsiasi statista francese, di sottrarsi a questo circolo, che oggi per l’Esagono è fortemente vizioso. Per esorcizzare l’eterno mito/spauracchio francese della sottomissione alla Germania, i francesi devono emulare quanto di buono sono riusciti a fare i tedeschi. Invece di fingere di essere grande, magari esibendo di tanto in tanto qualche muscolo militarista, come è accaduto anche durante la Presidenza dello scialbo Hollande (1), la Francia deve diventare grande, e per farlo deve affrontare e risolvere le sue non poche magagne sistemiche. Forse è questa visione “strategica”, che ho cercato di sintetizzare alla meglio, che orienta la politica macroniana.

L’agenda delle “riforme strutturali” è comunque fissata da tempo; essa prevede che si metta mano quanto prima al mercato del lavoro, all’organizzazione del lavoro, alla struttura economica del Paese (che continua a “vantare” un cospicuo settore pubblico), al welfare, al sistema pensionistico, e così via. Tre perle macroniane illustrano bene la situazione che si va delineando per i lavoratori francesi: «La disoccupazione di massa in Francia è dovuta al fatto che i lavoratori sono troppo protetti»; «gli operai che pretendono il posto sicuro nel mondo globalizzato di oggi sono già morti»; «i britannici hanno la fortuna di aver avuto Margaret Thatcher». C’è del lavoro sporco da fare al servizio del Capitale, e il giovane Presidente francese è pronto alla bisogna, in modo che in futuro qualche sfigato leader europeo potrà dire con invidia che «i francesi hanno la fortuna di aver avuto un Emmanuel Macron». Dagli anni Ottanta la Lady di Ferro è il punto di riferimento di ogni leader europeo che voglia “modernizzare” il proprio Sistema-Paese. Sapranno reagire i lavoratori, i disoccupati, i precarizzati, i marginali d’ogni tipo al progetto “riformista” che Macron, buon ultimo, cercherà di implementare in Francia senza nulla concedere alle sirene “populiste”, sovraniste e protezioniste di “destra” e di “sinistra”? C’è da sperarlo, è ovvio dalle mie parti, ma i dubbi che ciò possa davvero accadere sono molto forti. Molto.

Macron sostiene il progetto “europeista” centrato sulla necessità, per i Paesi del Vecchio Continente, di costruire un polo imperialista europeo in grado di reggere il confronto con gli altri poli (statunitense, cinese e russo), ma teme che la perdurante debolezza francese, per un verso indebolisca quel progetto, intaccando di fatto anche gli interessi del suo Paese, e per altro verso spinga i tedeschi a considerare definitivamente i “cugini” d’oltre Reno incapaci di affiancarli degnamente nella sua realizzazione. La dialettica politico-sociale tra la Francia e la Germania qui appena abbozzata è tutt’altro che nuova: essa caratterizza i rapporti franco-tedeschi dell’ultimo secolo, quantomeno. Per capirlo basta rileggere il dibattito che negli anni Trenta vide in Francia misurarsi i filo-tedeschi e gli anti-tedeschi (2).

Macron sembra ora dire ai suoi compatrioti: «Abbandoniamo la nostra malcelata invidia verso la Germania, la cui potenza è tutta opera del duro lavoro dei tedeschi, della loro disciplina, della loro coesione sociale, e facciamo in modo che anche noi possiamo affrontare con successo e ottimismo le sfide del nostro tempo. Non si tratta di diventare anche noi tedeschi, ma di diventare anche noi forti e seri come lo sono indubbiamente loro».

Inno alla gioia!

Il sovranista (o lepenista) di “sinistra” Jean-Luc Mélenchon si batte per una «Francia non sottomessa»: esattamente come Macron. Si tratta di vedere, alla luce non delle sparate ideologiche vetero o post staliniste ma del reale processo sociale che oggi ha una dimensione mondiale, quale sia la strada più realistica, più praticabile e più fruttuosa per conseguire quell’obiettivo che scalda i cuori di ogni buon patriota francese. Come sanno i miei lettori, quando si parla di Patria (fosse anche quella europea, con tanto di Inno alla gioia!) e di interessi nazionali la mia mano corre subito alla pistola, in mancanza di meglio. La mia “Patria” non è di questo – capitalistico – mondo. Ma questo non è il luogo giusto per parlare delle mie utopie.

Ciò che intendo dire è che anche Macron, e non solo gli opposti “populismi” di “destra” e di “sinistra”, è una verace espressione della crisi generale (economica, politica, identitaria, sociale nel senso più vasto del concetto) che da anni azzoppa la Francia. Egli ritiene, non a torto, che la chiusura sovranista e protezionista proposta da Marine Le Pen e da Mélenchon (3) rappresenti la passiva accettazione da parte di tanti francesi di un declassamento del Paese nel rating delle grandi nazioni: una Francia grande sola a chiacchiere, insomma, ma di fatto piccolissima e inconsistente sullo scenario europeo e mondiale. Probabilmente il nuovo Presidente considera se stesso come la sola, e forse anche ultima, possibilità che rimane al Paese di recuperare il tanto terreno perduto soprattutto nei confronti della Germania, nazione che da sempre rappresenta il modello di riferimento della parte capitalisticamente più dinamica della società francese. Che poi egli ci riesca, questo è tutta un’altra storia. Ad esempio, il citato Panebianco è piuttosto pessimista su questo punto: «Comunque vadano le elezioni tedesche del prossimo settembre, la speranza francese è destinata a essere frustrata. Macron non riuscirà a ricostituire il “governo” franco-tedesco dell’Europa, come non ci sono riusciti alcuni presidenti (come Sarkozy) che lo hanno preceduto». L’atro ieri sul Financial Times Gideon Rachman avanzava molti dubbi circa la fattibilità del progetto “riformista” di Macron, il quale ben presto si troverà a dover fare i conti con la reazione di quella consistente parte della società francese che si sente minacciata da quel progetto e che si illude che un ripiegamento sovranista e protezionista della Francia costituisca il male minore per i cosiddetti perdenti della globalizzazione. L’alternativa “populista”, osserva Rachman, ha perso una battaglia, certo importante, ma non la guerra, ed è pronta a prendersi la rivincita al più tardi fra quattro anni.   Alla vigilia del ballottaggio lo scrittore e filosofo francese Didier Eribon aveva dichiarato: «Una votazione per Macron oggi è un voto per Marine Le Pen tra quattro anni». Che paura!

Le Legislative di giugno chiariranno meglio la reale portata politica del fenomeno-Macron, che fin qui ha potuto contare sulla tradizionale Union Sacrée antilepenista. C’è anche da chiedersi fino a quando possa durare questa Union Sacrée “Repubblicana”. Una domanda che peraltro non mi inquieta neanche un po’

Magari!

(1) «Per Toni Negri le elezioni francesi sono molto importanti anche in chiave europea, perché insiste all’ordine del giorno la necessità di “un rinnovamento democratico dell’Unione”, e, sotto questo aspetto, il Front National di Marine Le Pen “costruisce un ostacolo serio” all’implementazione di “programmi di rifondazione dell’Europa”. Negri apprezza il convergere dell’estrema sinistra francese “verso Hollande”, che dopo un momento di pericolosa oscillazione ha lasciato alla sola destra gollista e nazionalista la demagogia antieuropea; e poi si chiede, con il consueto gesuitismo: “Ma ciò è sufficiente a garantirci un rinnovamento del processo dell’unità europea?” Dall’”Europa dei banchieri” all’Europa del Comune? Gran bella speranza, niente da dire. Dimenticavo: sono ironico, per usare un eufemismo» (Francia. Per chi vota Toni Negri?, 28/04/2012).
(2) Come ha dimostrato Robert Paxton nel suo studio sul regime di Vichy, l’impresa tedesca degli anni Quaranta «ebbe l’appoggio delle masse e la partecipazione delle élite francesi», perché esse videro nella Germania dell’epoca, «per quanto fosse malvagio il suo spirito», una via d’uscita da quella «Francia chiacchierona» che nascondeva la sua profonda crisi di sistema dietro una grandeur che ormai mostrava tutta la sua inconsistenza strutturale. Ai sogni di gloria, molti francesi preferirono il semplice ma concreto programma di Pétain: «Travail, Famille, Patrie». «Attribuire la disfatta, e poi il regime di Vichy, al tradimento o al complotto non porta a nulla. […] Il nuovo regime non fu il risultato di un intrigo. Cercherò di dimostrare che ebbe l’appoggio delle masse e la partecipazione delle èlite. I suoi programmi s’ispiravano non tanto al modello tedesco o a quello italiano [questo è da escludersi in linea di principio!], quanto alla soluzione di conflitti interni di lunga data. […] Tutte le iniziative prese a Vichy furono in certo senso una reazione alle paure suscitate dalla sua decadenza. Più in particolare, la sconfitta fornì la motivazione e l’opportunità di misure più radicali volte a rovesciare quel lungo declino» (R. Paxton, Vichy, 1940-1944. Il regime del disonore, pp. 32-143, Il Saggiatore, 1999). Alla fine degli anni Ottanta Willy Brandt ricordava (soprattutto per giustificare la tiepida «epurazione antinazista» del dopoguerra messa in opera dal suo Paese), come al suo ritorno in patria il generale De Gaulle si stupisse della gran massa di antinazisti che vi incontrò: «Se avesse contato i francesi che erano stati contro Pétain, sarebbero stati più di quanti cittadini avesse il paese» (W. Brandt, Non siamo nati eroi, Editori Riuniti). Evidentemente al generale i conti non tornavano. (3) Su un post di qualche mese fa scrivevo: «Il politologo francese Dominique Moïsi ha dichiarato al Corriere della Sera del 6 febbraio quanto segue: “Bisogna capire che sui temi della globalizzazione il Front National oggi è un po’ l’equivalente di quel che un tempo era il partito comunista. Ha un’ideologia anti-capitalista [sic!] molto vicina all’estrema sinistra. I discorsi di Jean-Luc Mélenchon e di Marine Le Pen, sul piano dell’economia e dell’avversione nei confronti del mondo globalizzato, sono abbastanza vicini”. Non c’è dubbio. Come ho scritto altre volte, gli estremi si toccano quando condividono lo stesso terreno di classe, per usare un vecchio ma non logoro gergo “critico-radicale”. Ad esempio, rispetto ai “comunisti” di cui parla lo scienziato della politica appena citato chi scrive non è né “più a sinistra” né “più a destra”: è piuttosto altrove, si muove appunto su un diverso e anzi opposto terreno di classe, non importa con quale capacità (davvero minima!) in fatto di dottrina politica e con quale successo (lasciamo perdere…). Ai tempi di Marx e di Lenin i termini “destra” e “sinistra” identificavano la differenza abissale che corre tra reazionari e rivoluzionari, tra oppressori e oppressi, tra sfruttatori e sfruttati; ormai da tempo la politologia e il personale politico che ci amministra li applicano invece ai diversi partiti e movimenti che a diverso titolo e con diverse funzioni sono al servizio dello status quo sociale. Perché, com’è noto, questo regime sociale si può sostenerlo da “destra”, dal “centro” e da “sinistra”: è una gara a chi lo sostiene con maggiore efficacia! Frattanto, con le parole di Moïsi ci troviamo per l’ennesima volta dinanzi alla castroneria più insulsa, ridicola e menzognera che sia mai uscita dal cervello umano negli ultimi millenni: il “comunismo” concepito alla stregua di un capitalismo nazionalista, protezionista, statalista. Se qualcuno può scrivere senza temere di cadere nel ridicolo che Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen esprimono, sebbene da posizioni politiche diverse, “un’ideologia anti-capitalista”, allora è proprio vero che viviamo nell’epoca della post-verità».