LAVORO POVERO E MISERIA CRESCENTE

La miseria dell’operaio porta i colori della civiltà.
K. Marx

Osserviamo di passaggio che, quando si è capito questo
rapporto tra capitale e lavoro, tutti i tentativi di
mediazione appaiono in tutta la loro ridicolaggine.
K. Marx

Lungi dal rappresentare uno strumento di liberazione ed emancipazione sociale, il lavoro salariato, il lavoro come si configura necessariamente nella società capitalistica, il lavoro di cui parla l’Art. 1 della Costituzione Italiana, questo lavoro storicamente e socialmente peculiare è il più formidabile strumento di sfruttamento, di oppressione e di degrado sociale dei lavoratori. Il lavoro salariato non rende liberi i lavoratori, ma li rende al contrario schiavi delle condizioni sociali prodotte sempre di nuovo dal rapporto sociale capitalistico.

Questa maligna peculiarità del lavoro salariato prescinde dal suo aspetto quantitativo: “basso” o “alto” che sia, il salario attesta il carattere radicalmente ostile che il lavoro ha necessariamente nella società dominata dal Capitale. Il problema del lavoro salariato è immanente al suo stesso concetto, e non è possibile risolverlo senza estinguere il lavoro salariato stesso. Ovviamente estinguere il lavoro salariato non equivale affatto a eliminare il lavoro in generale, come prassi specificamente umana di realizzare i prodotti (materiali e immateriali) idonei a soddisfare i molteplici bisogni degli individui e della comunità colta nella sua totalità. Il sistema salariale configura il lavoro come esso si dà nelle vigenti condizioni storico-sociali, le quali oggi hanno una dimensione mondiale – e difatti anche il mercato del lavoro ha questa dimensione, con ciò che ne segue sul livello dei diversi salari nazionali.

Il lavoro salariato non conferisce dignità agli individui che sono costretti ad accettarlo per vivere: esso ci parla piuttosto della riduzione del lavoratore (e non semplicemente del lavoro) alla condizione di merce, perché il salario che egli riceve in cambio di una specifica prestazione lavorativa (valore d’uso) non è che la monetizzazione del suo valore di scambio, esattamente come accade per la realizzazione (attraverso la vendita) del prezzo di qualsiasi merce. Quanto costa la vita di un lavoratore? La somma dei beni e servizi idonei a riprodurlo (insieme alla sua famiglia) nella sua qualità di lavoratore. In realtà il lavoratore è una merce specialissima, perché a differenza delle altre merci dal suo consumo origina il plusvalore, fonte di ogni forma di profitto e di rendite. Consumando (ossia sfruttando) la merce-lavoratore, il capitale intasca il vitale plusvalore. Tutto questo discorso può suonare cinico, ma bisogna capire che il cinismo sta nella cosa stessa (nella forma salariata del lavoro), non nelle parole che cercano di restituirne la sostanza – andando oltre il velo delle mistificazioni giuridiche e ideologiche che cercano di coprirla (1). Il lavoro salariato impoverisce esistenzialmente chi è costretto a farne l’esperienza.

Il concetto di “lavoro povero”, ossia di un lavoro che costringe il lavoratore in una condizione sociale non dissimile da quella di chi non lavora affatto e rientra senz’altro nella non esaltante rubrica dei poveri statisticamente rilevati (2); questo concetto, dicevo, che qui non intendo approfondire nei suoi termini prettamente economico-sociali, a me pare quantomeno ambiguo, perché lascia immaginare come sua polarità logica un “lavoro ricco”, un lavoro gratificante sotto diversi aspetti per chi ha la “fortuna” di esercitarlo. Per farla breve, attraverso il concetto di “lavoro povero” si cela, nei fatti, la natura socialmente miserabile del lavoro salariato in quanto tale, come fondamento oggettivo della società dominata dal Capitale nelle sue diverse fenomenologie: merce, denaro, salario, mezzi di produzione, tecnica, scienza.

Per Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL (e aspirante leader supremo della “sinistra”), «Nel nostro Paese si può essere poveri anche lavorando, e ciò contrasta con la nostra Costituzione che fonda la Repubblica sul lavoro». Certo, sul lavoro salariato, il quale presuppone un modo di produzione di “beni e servizi” che genera continuamente precariato, disoccupazione e povertà. Lungi dal contraddire la lettera e lo “spirito” della Costituzione (borghese) del nostro Paese, il lavoro povero, il lavoro precario e il lavoro nero (tre diversi modi di chiamare lo stesso fenomeno) ne mettono invece in piena luce la natura di classe.

Molti lavoratori poveri, precari e “in nero” trovano un sostegno nel cosiddetto Reddito di cittadinanza, che molto spesso viene appunto a “integrare” i loro magrissimi salari (3). Altro che gente amante del divano! Del resto, il fatto che il famigerato Reddito in non pochi settori lavorativi si pone come valida alternativa al salario corrisposto ai lavoratori la dice lunga sulla miseria di quel salario. «E poi i borghesi vengono a dire: “Se la gente volesse lavorare”» (4). Ma, si sa, prendersela con i poveri è più facile che fare i conti con la povertà, o meglio ancora con la società che la rende possibile. Fanno poi ridere tutte quelle persone che si avvantaggiano dei “redditieri” vendendo loro “beni e servizi”, e che al contempo sbraitano contro il parassitismo sociale finanziato dallo Stato! Del Reddito di cittadinanza come “misura keynesiana” di sostegno al «consumo in grado di pagare» (il solo che sorride al Capitale) si è parlato fin da subito – quando si aprì il miserrimo dibattito su ciò che i percettori del reddito avrebbero potuto comprare: vietato spendere il sussidio in oggetti superflui e di “lusso”! Ma ritorniamo al concetto di lavoro salariato.

La lotta per ottenere salari più alti e migliori condizioni di lavoro e di esistenza non deve farci dimenticare che per i lavoratori il problema fondamentale consiste appunto nella forma capitalistica (salariale) che il lavoro assume, e che presuppone e pone sempre di nuovo la separazione del prodotto del lavoro da chi lo produce; la separazione delle condizioni oggettive del lavoro (mezzi di produzione, materie prime e così via) da chi quelle condizioni usa per generare un plus di valore al capitalista che lo adopera in cambio di un salario. La natura giuridica della proprietà capitalistica (statale, privata, “mista”, azionaria, cooperativista, ecc.) non muta di un solo atomo la questione qui trattata – lo stesso Marx considerava il capitalista privato un mero agente della produzione, la personificazione del capitale, il quale è in primo luogo e fondamentalmente un rapporto sociale, una potenza sociale anonima.

Dal punto di vista sociale, il lavoro salariato è sempre “povero”, ed è anzi sempre più povero, anche se la sua espressione monetaria (il suo prezzo) dovesse raggiungere un livello molto superiore al salario minimo stabilito per legge o per contratto, o al salario medio sociale. Com’è noto Marx parlava di «miseria crescente dei lavoratori», un concetto fondamentale travisato nel modo più triviale non solo dai suoi critici dichiarati ma anche da molti suoi pessimi epigoni, evidentemente molto indigenti quanto a intelligenza e a capacità dialettiche. Si è cercato di inchiodare il comunista di Treviri alla croce di una concezione pauperistica della società borghese che egli ha peraltro sempre combattuto con molta energia – e spesso con la sua pungente ironia (5). Moltissimi critici di Marx alla prova dei fatti si mostrano in un rapporto inversamente proporzionale al grado di conoscenza e di comprensione che essi hanno degli scritti marxiani: più criticano e pontificano, meno conoscono e comprendono.

Cosa intendeva dunque Marx per «miseria crescente»? Cerco di dare una risposta molto sintetica – e perciò stesso molto approssimativa; come sempre il mio consiglio è di rivolgersi alla fonte originale.

Mentre la produttività sociale del lavoro cresce senza sosta e a ritmi sempre più accelerati, grazie all’impiego sempre più diffuso, capillare e razionale della tecnoscienza nel processo produttivo, la parte del prodotto sociale che spetta ai lavoratori (attraverso la mediazione del denaro-salario) relativamente diminuisce progressivamente, si fa relativamente sempre più esigua, a prescindere dalla quantità assoluta del salario. In termini monetari il salario può benissimo salire, e questo in ogni caso dipende dalla composizione organica del capitale, dalla contingenza del ciclo economico e dalla forza che i lavoratori riescono a mettere in campo; cionondimeno, in termini relativi (cioè sociali) i lavoratori diventano sempre più poveri. Crescente produttività del lavoro e impoverimento relativo dei lavoratori rappresentano due diversi modi di considerare lo stesso fenomeno, due differenti modi di chiamare la stessa cosa.

Riflettendo sul lavoro povero, su come risolvere questa grave “piaga sociale”, il professore Pietro Ichino scrive: «La via maestra per valorizzare meglio il lavoro consiste nel favorirne l’aumento di produttività» (6). Qui Ichino usa il termine «valorizzare» nel senso esattamente opposto all’uso che Marx ne fa nell’ambito della sua teoria del valore. Per Ichino valorizzare il lavoro significa attribuirgli un valore maggiore in termini di conoscenze ed esperienze (elevare il “capitale umano”), così da poterlo vendere a un prezzo più elevato, mentre per Marx è il capitale che si autovalorizza, che accresce il proprio valore attraverso lo sfruttamento del lavoro (7). Valorizzare il capitale e sfruttare il lavoratore sono la stessa cosa. Tuttavia, Ichino incrocia un aspetto centrale del problema qui trattato.

Ecco come Marx esprimeva già nel 1847 il tragico paradosso che tormenta l’esistenza di chi per vivere è costretto a vendere sul mercato una capacità lavorativa di qualche genere: «Una delle condizioni principali per l’aumento del salario è l’incremento, un incremento il più possibile rapido, del capitale produttivo. Per l’operaio che vuole trovarsi in una situazione passabile, la condizione principale è quindi di deprimere sempre più la sua situazione di fronte alla classe borghese, di accrescere il più possibile la potenza del suo avversario, del capitale. Cioè egli può trovarsi in una situazione passabile alla sola condizione che produca e rafforzi la potenza a lui ostile, il suo antagonista» (8).

Il cosiddetto consumismo di massa paradossalmente (in realtà dialetticamente) esprime questa contraddizione sociale iscritta nel codice genetico del Capitale, il quale non può fare a meno di approfondire «l’abisso sociale che separa l’operaio dal capitalista», il quale quando le cose gli vanno bene riserva al primo briciole un po’ più grosse: «La situazione materiale dell’operaio è migliorata, ma a scapito della sua situazione sociale. L’abisso sociale che lo separa dal capitalista si è approfondito» (9).

Quando parliamo in termini giustamente critici di consumismo e di mercificazione, non dobbiamo dimenticare la natura di merce dello stesso lavoro («L’attività umana = merce», per dirla con Marx), e come questa natura mostruosa (disumana) del lavoro è necessariamente e inscindibilmente legata alla presente società. Solo a partire da questa consapevolezza può iniziare a mio avviso una riflessione etica sul lavoro che abbia un reale fondamento e una reale profondità concettuale, e non sia invece la solita ripetizione dei luoghi comuni sul lavoro che darebbe dignità agli individui e che li libererebbe dal bisogno: pure e semplici menzogne.

Se il processo allargato di produzione non riesce a soddisfare le condizioni di profittabilità dell’investimento, cosa che si registra attraverso la caduta del saggio di profitto, l’accumulazione del capitale entra in sofferenza e a farne le spese sono i lavoratori, costretti a lavorare in modo sempre più produttivo, o ad accettare salari più bassi per scongiurare di finire tra i senza lavoro. Già questa dinamica ci dice come “lavoro povero” e “lavoro ricco” non siano in realtà che le due facce della stessa pessima medaglia, e come essi si presuppongano vicendevolmente e passino dall’uno all’altro con estrema facilità. In Italia il passaggio dal “lavoro ricco” al “lavoro povero” è una tendenza attiva almeno da venti anni (10), e oggi essa conosce un approfondimento a causa dell’improvvisa fiammata inflazionista post pandemia.

Spesso il salario non diminuisce solo in termini relativi, ossia in rapporto alla produttività del lavoro, ma anche in termini assoluti, ossia in termini di potere d’acquisto. Passare dalla miseria relativa alla povertà assoluta è un evento tutt’altro che eccezionale nella vita dei lavoratori. Chi contrappone l’uno all’altro concetti come alto livello del salario, basso livello del salario, occupazione, disoccupazione, ricchezza, povertà, stabilità, precarietà, espansione economica, crisi economica e via di seguito; chi lavora con questi concetti per costruire coppie antinomiche mostra di non capire l’essenza della società capitalistica, in particolare le leggi che informano la produzione/distribuzione della ricchezza sociale come essa si dà appunto nella presente Società-Mondo. Per il capitalismo le sue «insanabili contraddizioni» non sono accidenti dovuti a alla cattiva volontà di qualcuno, alla brama di ricchezza dei pochi avidi, o alla inettitudine/corruzione dei “decisori politici”: esse sono piuttosto immanenti al concetto stesso di Capitale.

«Entro il sistema capitalistico tutti i metodi per incrementare la forza produttiva sociale del lavoro si attuano a spese dell’operaio individuo; tutti i mezzi per lo sviluppo della produzione si capovolgono in mezzi di dominio e di sfruttamento del produttore, mutilano l’operaio facendone un uomo parziale. […] Ne consegue quindi, che nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare. […] Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale» (11).Tutto ciò «significa forse che la classe operaia deve rinunciare alla sua resistenza contro gli attacchi del capitale e deve abbandonare i suoi sforzi per strappare dalle occasioni che le si presentano tutto ciò che può servire a migliorare la sua situazione? Se essa lo facesse, essa si ridurrebbe al livello di una massa amorfa di affamati e di disperarti, a cui non si potrebbe più dare nessun aiuto. […] Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande» (12). Ed è precisamente in vista di un «movimento più grande» (la rivoluzione sociale anticapitalista) che Marx invitava la classe operaia, per un verso a rigettare la reazionaria «legge bronzea dei salari» che suggerisce ai lavoratori l’inutilità delle lotte “economiche” per strappare ai padroni aumenti salariali, e per altro verso a «non dimenticare» che questa lotta «contro gli effetti, ma non contro le cause, può soltanto frenare il movimento discendente, ma non mutare la direzione, ; che essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia». Marx ed Engels rimproveravano alle Trade Unions proprio questo fondamentale limite, e cioè di organizzare esclusivamente «una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente», mentre si trattava «di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato» (13). Di qui, per Marx ed Engels, l’esigenza per il proletariato di costituirsi «in classe, e quindi in partito politico» (14).

È su questo peculiare terreno concettuale che a mio avviso occorre collocare ogni ragionamento intorno al cosiddetto “lavoro povero”, facile terreno di caccia per riformatori sociali e “populisti” d’ogni tendenza politica.

(1) Un solo esempio: «Il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere se stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo». (Papa Francesco, Fratelli tutti, 2020, p. 162). Sì, come popolo oppresso, disumanizzato e sfruttato! Quanto è meschino il “mondo migliore” che hanno in testa i riformatori sociali! Ciò che più mi irrita è che questi riformatori vengono definiti “visionari” dall’opinione pubblica pensante, la quale in tal modo esibisce tutta la sua miopia intellettuale.

(2) Studi recenti rilevano che il “lavoro povero”, che riguarda circa 4,5 milioni di lavoratori, ricade specialmente sulle fasce sociali più vulnerabili (donne, giovani, migranti) e su alcune aree del Paese (meridione o aree suburbane). Da molto tempo questo tipo di lavoro è diventato un fenomeno strutturale delle economie occidentali. «L’insorgere del fenomeno era già stato evidenziato negli Stati Uniti a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso ed è legato, in larga parte, al processo di de-regolazione dei mercati del lavoro e al moltiplicarsi delle formule flessibili di rapporto di impiego. In particolare, le riforme degli anni Novanta hanno creato un mercato del lavoro duale. […] Al contrario di quanto prospettato da certi contributi teorici che immaginano e/o descrivono una società dell’informazione, la terziarizzazione dell’economia e la diffusione di potenti innovazioni tecnologiche non eliminano profili tradizionali che svolgono compiti semplici e ripetitivi. In questo gruppo – costituto da operai non specializzati e proletario dei servizi – troviamo spesso coloro che compongono gli anelli “marginali” o “più deboli” delle catene del valore, o in altri termini dei network di grandi imprese e organizzazioni pubbliche. Molteplici indagini hanno dimostrato che in alcuni settori, e soprattutto in quello industriale, la qualità del lavoro si muove secondo un gradiente negativo, proporzionale al posto occupato nella catena di valore o network di imprese» (A. Di Bartolomeo, Chi sono i lavoratori poveri?, Journal of Applied Economics, Vol. XXX, No. 2, Dicembre, 2011, pp.14-49).

(3) Non ci voleva una laurea in economia e una specializzazione in “Politiche attive del lavoro” per capire la natura del cosiddetto Reddito di cittadinanza: trattasi di una misura tipicamente assistenziale/clientelare. Perfino chi scrive l’aveva capito, come attesta il titolo di un suo vecchio post scritto nel 2018, cioè prima che la misura venisse attuata: Sul reddito di sudditanza. Pare che i risultati elettorali riguardanti il partito di Giuseppe Conte abbiano confermato pienamente la tesi qui esposta: «I politici hanno fatto una grande scoperta: i poveri votano chi li aiuta» (Il Fatto quotidiano). Credo che anche i pentastellati, nonostante la loro sprovvedutezza politica, diciamo così, avessero ben chiara la natura tutt’altro che “lavorista” del RDC, e infatti hanno fatto di tutto per spacciarla all’opinione pubblica come una misura legata organicamente alle “Politiche attive del lavoro”. Su questo tema leggi anche Maledetti redditieri!

(4) K. Marx, Salario, 1847, Opere, VI, p. 436, Editori Riuniti, 1973. «Rapporto inverso di profitto e salario. Antagonismo delle due classi la cui esistenza economica sono il profitto e il salario» (p. 434).

(5) «Nulla c’è di più falso dell’affermazione che la teoria marxiana del salario lo faccia scendere al minimo necessario di esistenza nel senso della dottrina classica della legge bronzea del salario e ammetta dunque un peggioramento della situazione della classe operaia, ed escluda invece un miglioramento delle condizioni di vita della stessa. È semplicemente inammissibile identificare il concetto marxiano di costi di riproduzione della forza lavoro con il minimo fisico di esistenza. L’alto tenore di vita dell’operaio inglese rappresenta soltanto i costi di riproduzione necessari per l’operaio inglese, così come il basso salario rappresenta quello dei coolies cinesi. […] La tendenza all’aumento del salario reale e la tendenza all’impoverimento, ben lontano dal contraddirsi, rispecchiano piuttosto due differenti livelli di accumulazione di capitale» H. Grossmann, Il crollo del capitalismo, 1929, pp. 547-551 Jaca Book, 1977).

(6) P. Ichino, Huffington Post, 17 giugno 2021.

(7) «Il processo di produzione, in quanto unità di processo lavorativo e di processo di creazione di valore, è processo di produzione di merci; in quanto unità di processo lavorativo e di processo di valorizzazione, è processo di produzione capitalistico, forma capitalistica della produzione delle merci» (K. Marx, Il Capitale, I, p. 231 Editori Riuniti, 1980).

(8) K. Marx, Salario, p. 446.

(9) K. Marx, Lavoro salariato e capitale, 1849, p. 68, Newton Editori, 1978.

(10) «Occorre rompere il circolo vizioso della povertà, proprio nel momento in cui si affaccia l’inquietante fenomeno del “lavoro povero”, cioè quelle forme di attività remunerate che non consentono a un individuo – soprattutto donne – di uscire dalla soglia di povertà» (S. Cofferati, La Repubblica, 8 novembre 2000).

(11) K. Marx, Il Capitale, I, p. 706, Editori Riuniti, 1980.

(12) K. Marx, Salario, prezzo e profitto, 1865, p.115-116, Newton Editori, 1976.

(13) Ibidem, p. 117.

(14) «Questa organizzazione dei proletari classe, e quindi in partito politico, viene ad ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno fra loro stessi. […] Di quando in quando gli operai vincono, ma solo in modo effimero. Il vero risultato delle lotte non è il successo immediato, ma la unione sempre più estesa degli operai» (K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito comunista,  1848, Opere, VI, pp. 494-495, Editori Riuniti, 1973).

DALLA FARSA ELETTORALE ALLA FARSA ANTIFASCISTA

Dopo l’ennesima farsa elettorale, ecco arrivare puntuale come i treni al tempo del Duce l’ennesima farsa antifascista. Allarmi son fascisti, sebbene del XXI secolo. Qualche sinistro azzarda a dire: «Forse non sono fascisti al cento per cento, forse sono solo postfascisti, o solo post-missini, ma l’emergenza democratica tuttavia rimane». È dal 1948 che il sinistrume variamente confezionato straparla di “emergenza democratica” quando c’è da randellare la concorrenza politica e controllare gli strati sociali insofferenti alla mitologia antifascista. Con la “destra” al governo del Paese i sinistrati (è proprio il caso di dirlo) potranno finalmente dare libero sfogo al loro entusiasmo antifascista attraverso manifestazioni oceaniche d’ogni tipo: sindacali, pacifiste, per i diritti, per i doveri, per l’onestà, per il vero patriottismo usurpato dai nazionalisti e quant’altro ancora. Che la Resilienza, pardon, la Resistenza abbia dunque inizio! Io ovviamente mi chiamo fuori.

Oggi Maurizio Landini ha bene espresso ciò che preoccupa una parte della classe dirigente di questo Paese: «C’è un altro dato che da queste elezioni emerge e cioè una situazione di astensione nel voto che indica una emergenza democratica. Quando il 37%, ovvero un italiano su tre, decide di non andare a votare perché non si sente rappresentato dalle proposte politiche in campo, credo che sia un segno particolarmente importante. Sono i più poveri che non vanno a votare, non i più ricchi, e questo mette a rischio la tenuta della democrazia. Difenderemo la Costituzione, come abbiamo fatto con Berlusconi e anche con Renzi. La carta costituzionale va dunque mantenuta, mentre è necessario al contrario intervenire sulla legge elettorale per recuperare la partecipazione». Uno spettro si aggira per l’Italia: l’astensionismo, scrivevo alla vigilia delle elezioni. L’astensionismo elettorale come sintomo di magagne sociali che la politica non riesce più a controllare né capire.

L’anticapitalista naturalmente lavora, all’opposto di Landini, proprio per scavare un abisso tra le istituzioni capitalistiche (democratiche o fasciste che siano) e la coscienza delle classi subalterne, per sostenere nella società la necessità della lotta di classe, unico strumento efficace per resistere all’oppressione capitalistica, in “pace” come in guerra. Lotta contro i sacrifici di guerra, per aumenti salariali generalizzati, per una migliore condizione di lavoro e di vita, e per molto altro ancora. Diserzione dall’amor patrio! La difesa della Costituzione e la riforma elettorale la lascio volentieri ai “progressisti”.  

Scrivevo qualche mese fa: «È nei periodi di acuta crisi sociale, quando il conflitto e l’antagonismo tra le classi diventa pericoloso per il mantenimento dell’ordine sociale vigente, che la democrazia capitalistica getta via la sua maschera “buonista” (la metaforica carota) e lascia esposta la sua autentica natura dittatoriale, la sua radicale sostanza sociale, il suo essere, appunto, manifestazione di un dominio di classe – dalla carota si passa allora al manganello. I sostenitori della democrazia capitalistica vedono in questa trasformazione/confessione un tradimento dello Stato di diritto da parte delle classi dirigenti, mentre gli anticapitalisti vi vedono piuttosto una schiacciante conferma delle loro tesi intorno alla natura dello Stato in quanto tale – ossia a prescindere dalle forme politico-istituzionali che esso può assumere nelle diverse contingenze storiche e sociali».

Questo vale anche come “risposta” a chi, come Aldo Cazzullo, autore dell’ennesimo libro su Mussolini (una merce che si vende sempre bene!), vede nel movimento fascista degli anni Venti del secolo scorso il becchino della «fragile democrazia liberale», mentre gli sfugge completamente la sua vera natura politico-sociale, la sua essenza classista, il suo essere stato in primo luogo il manganello che la classe dominante italiana usò allora contro il proletariato dopo averlo accuratamente tramortito a suon di elezioni e pratiche democratiche d’ogni genere. La democrazia liberale aprì le porte al fascismo perché esso spezzasse definitivamente le reni agli operai che volevano «fare come in Russia»: che mascalzoni! (*)

La verità è che l’antifascismo senza l’anticapitalismo porta acqua al mulino di questa o quella fazione della classe dominante e rafforza lo status quo sociale nel suo complesso. Detto questo, ormai per la milionesima volta, mi acconcio a subire l’ennesima stagione di “antifascismo militante”. Ci vuole davvero tanta resilienza!

(*) «Tra l’altro Adorno e Horkheimer già negli anni Trenta non mancarono di denunciare il lavoro preparatorio al trionfo del nazifascismo svolto dalla borghesia liberale: «Oggi combattere il fascismo richiamandosi al pensiero liberale significa appellarsi all’istanza attraverso cui il fascismo ha vinto» (M. Horkheimer, Gli ebrei e l’Europa, in Crisi della ragione e trasformazione dello Stato, p. 42, Savelli, 1978). Adorno sostiene giustamente che la stessa grande industria che foraggiò il nazismo soprattutto in chiave controrivoluzionaria subì il processo di autonomizzazione del movimento hitleriano, una dinamica che ricorda molto il caso italiano. L’autonomizzarsi del manganello anche dagli interessi economici dominanti non era stato previsto dai politici liberali che pensavano di potersi disfare facilmente della “triviale” e violenta azione politica fascista dopo averla usata contro i lavoratori. Mussolini e Hitler passarono invece all’incasso, favoriti da una devastante crisi economico-sociale. «In tutte queste faccende – osserva Adorno – bisogna prestare molta attenzione a non pensare in modo troppo schematico e a non operare in maniera molto avventata»: un consiglio valido anche oggi. «In Germania – conclude Adorno – si è arrivati al fascismo come ultima ratio, ossia nel momento in cui la crisi economica si era ingigantita e non lasciava nessun’altra possibilità per quell’industria della Ruhr che allora risultava già in bancarotta» (Aspetti del nuovo radicalismo di destra p. 19 Marsilio, 2020). Sappiamo bene come la corsa al riarmo in vista della guerra risollevò le sorti dell’industria pesante tedesca (e dell’occupazione) prostrata dalla crisi economica e costretta ad agire, di fatto, entro i ridotti limiti fissati soprattutto dalla Francia. Anche la Germania ebbe il suo “boom” economico che preparò il boom dei cannoni e delle bombe. «Sotto Hitler le cose ci andavano bene, a parte quella stupida guerra»…» (Oggi come allora. Adorno e il nuovo radicalismo di destra).

LA PERFETTA CONTINUITÀ DELLO STATO. OVVERO: LO STATO ETERNO

ELOGIO DELLA DISERZIONE

Scrive Marina Corradi sull’Avvenire di oggi: «Abbiamo ancora negli occhi le code dolenti dei profughi ucraini in marcia verso Occidente, in primavera. Eppure, ora è diverso. I giovani russi non fuggono da città sventrate, fuggono perché non vogliono andare al fronte: mentre il regime ormai li manda a cercare, casa per casa. E loro in questa guerra non credono, né nelle parole di Putin che li incita a partire. Per cosa? Per la gloria, per il potere della Russia? Non credono a nulla di tutto questo. Sanno di essere solo pedine da sacrificare in un cinico gioco. Ma in queste colonne di ragazzi russi che partono, a volte anche con i figli bambini, non c’è forse una traccia di tempi nuovi? Ancora nell’ultima guerra la parola “disertore” aveva un sapore ignobile. E in quella precedente i ragazzi che non volevano essere gettati in spaventose carneficine venivano fucilati sul campo. “Disertori”: e non se ne parlava più a casa, nelle famiglie. Disertore, era una indicibile parola. Del resto da sempre la cultura popolare era intrisa di questo senso dell’”onore”, del dovere andare a uccidere e a morire. “L’armata se ne va, e se non partissi anch’io sarebbe una viltà…”, era una canzone popolare del Risorgimento, che tuttavia i bambini degli anni 60 cantavano ancora nelle scuole italiane. […] Tanti loro coetanei ucraini hanno difeso disperatamente nell’unico modo che è stato loro dato, con le armi, le donne, le famiglie, le case da un invasore. Ma la guerra a cui sono chiamati i russi è diversa, è un’aggressione, e loro non ci stanno, non vogliono andare a uccidere e morire».

Come ho cercato di argomentare nel mio ultimo post, ucraini e russi combattono la stessa guerra; essi sono vittime dello stesso sistema sociale mondiale. La guerra in corso in Ucraina appare diversa, per gli ucraini e per i russi, solo se guardata dal punto di vista degli interessi nazionali e internazionali – geopolitici. Ecco perché l’invito alla diserzione vale, almeno per chi scrive, per i russi come per gli ucraini – e domani, eventualmente, anche per gli italiani. È dall’amor di patria che le classi subalterne d’ogni nazione devono disertare, per unirsi in una comunità di donne e uomini in lotta contro la Società-Mondo dominata dai rapporti sociali capitalistici, i quali rendono possibile l’oppressione e lo sfruttamento degli individui, la distruzione della natura, le carneficine belliche, le crisi economiche e pandemiche e ogni altra sciagura. Solo così la tragedia può annunciare davvero «il principio di una stagione diversa». Pensare e sperare in un mondo fraterno e pacificato sul fondamento di questa società mondiale è quantomeno illusorio, come attesta peraltro oltre ogni ragionevole dubbio la storia lontana e recente. Ma per avere contezza di questa evidenza storica e sociale bisogna armarsi di una coscienza davvero rivoluzionaria, in grado di emanciparsi dall’odiosa idea secondo la quale l’umanità non può liberarsi in alcun modo dalla disumana condizione classista. È dall’ideologia dominante, comunque essa si esprima, che dobbiamo innanzitutto disertare.

LA NATURA DELLA GUERRA IN CORSO IN UCRAINA

Jitet-KUSTANA-Indonesia-First-prize-22affondando-nelle-vittime22-729x1024Poiché sosteniamo la rivoluzione, la predichiamo
anche in guerra. Noi non possiamo né “promettere”
la guerra civile, né “decretarla”, ma è nostro dovere
condurre il lavoro – se necessario anche lungo – in
questa direzione (Lenin, 1914).

Se la natura imperialista della guerra di aggressione russa all’Ucraina appare di per sé evidente, salvo che per gli escrementizi personaggi che difendono le ragioni della Russia (alcuni dei quali negano addirittura a questo Paese lo status di nazione imperialista!), la stessa cosa appare più problematica per ciò che riguarda il Paese aggredito. Appare, appunto. Qui di seguito cercherò di sciogliere almeno i nodi più importanti che si aggrovigliano intorno alla questione posta a riflessione come contributo a una corretta definizione politica della guerra in corso.

La guerra di difesa nazionale che l’Ucraina combatte contro l’aggressione imperialista della Russia ha per l’anticapitalista un carattere essenzialmente e radicalmente ultrareazionario, in primo luogo perché essa è ostile agli interessi delle classi subalterne di quel Paese. Il disfattismo rivoluzionario, praticato dagli anticapitalisti nei modi che la situazione rende possibile, vale dunque tanto per ciò che riguarda la Russia quanto per ciò che concerne l’Ucraina – e domani anche e soprattutto per l’Italia: meglio mettere le mani avanti, non si sa mai come le cose potrebbero evolvere. Oggi assistiamo dunque a una guerra imperialistica da ambo le parti, con in mezzo i proletari di entrambi i Paesi – in effetti sono i proletari di tutti i Paesi coinvolti in qualche modo in questa guerra a pagare un prezzo salato, in termini di sacrifici economici, sull’altare dei “valori occidentali”. Cercherò di argomentare questa tesi mettendo insieme concetti già formulati nei miei precedenti post dedicati al tema. Mi scuso in anticipo per la ripetizione di qualche concetto.

Com’è noto, nello sforzo bellico l’Ucraina è sostenuta militarmente e finanziariamente in modo a dir poco decisivo dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, ciò che conferisce alla sua guerra di difesa nazionale una natura schiettamente imperialista: essa si dà come un episodio della lotta interimperialistica.

L’aggressione di una piccola nazione, anche in vista di una sua più o meno completa e definitiva annessione, da parte di una grande nazione non va considerata un fatto eccezionale, in quanto una simile evenienza rappresenta piuttosto un fenomeno del tutto conforme all’epoca imperialistica che il mondo conosce ormai da oltre un secolo.

L’orientamento dell’Ucraina verso l’Unione Europea e gli Stati Uniti, che si è andato accentuando man mano che in quel Paese si sono rafforzate le fazioni borghesi interessate a prendere le distanze dalla Russia, conferma oltre ogni ragionevole dubbio quanto sia illusoria e ingannevole l’idea dell’autodeterminazione delle nazioni e dei popoli nel XXI secolo, nell’epoca cioè del dominio totalitario e planetario dei rapporti sociali capitalistici, o, detto altrimenti, nell’epoca dell’Imperialismo Unitario. Il fatto che anche le classi subalterne ucraine hanno sostenuto quella tendenza (ma identico discorso si deve fare per la tendenza opposta, quella filorussa), non muta di un solo atomo la sostanza del problema, che implica la dinamica sociale colta nel suo complesso. Ma su questo punto ritornerò.

Lo status di “nazione cuscinetto” o di “nazione neutrale” di cui si parla nelle capitali delle grandi nazioni in riferimento al futuro assetto geopolitico dell’Ucraina rappresenta un’ulteriore conferma di quanto appena affermato, visto che la condizione geopolitica di quel Paese è strettamente legata ai rapporti di forza che verranno a stabilirsi tra le nazioni più forti del mondo – anche solo militarmente, come nel caso della Russia, gigante militare e nano economico.

D’altra parte, di quale grado di autonomia nazionale godono Paesi che come l’Italia, la Germania e il Giappone (ma anche, mutatis mutandis, come la Francia e la Gran Bretagna) si trovano nella sfera d’influenza statunitense in seguito alla sconfitta da essi subita nella Seconda guerra mondiale? Del grado di autonomia che questi Paesi hanno avuto la forza di acquisire nel tempo soprattutto attraverso la loro crescita economica – al punto che la Germania, gigante economico e nano politico, può a giusta ragione venir indicata come la vera vincitrice della Guerra Fredda. Pur inserita nel “campo americano”, l’Italia ha saputo ritagliarsi un ragguardevole spazio di influenza imperialista nella sua tradizionale area egemonica rappresentata dal Nord’Africa e dai Balcani. Si tratta in ogni caso di una sovranità nazionale che deve fare i conti con i rapporti di forza che vengono a determinarsi all’interno dell’Imperialismo Unitario, una realtà che fa impallidire la stessa nozione di autodeterminazione delle nazioni.

La stessa Russia deve fare i conti con il capitalismo molto più sviluppato della Cina, degli Stati Uniti e dell’Europa; il rischio di diventare un Paese vassallo al servizio delle super potenze economiche è tutt’altro che scongiurato ed è anzi sempre più incombente. La sua aggressione ai danni dell’Ucraina va anche letta alla luce di questa considerazione fondato sui fatti. Da tempo in Russia si parla della necessità di ristrutturare radicalmente il suo “modello economico”, ancora basato sull’esportazione delle materie prime, per svilupparne l’industria e i servizi del terziario avanzato, ma evidentemente questa rivoluzione capitalistica non è semplice né indolore – sotto ogni punto di vista.

Per l’Ucraina l’alternativa circa la sua collocazione geopolitica si pone dunque nei termini che seguono: o essa “sceglie” di collocarsi nella sfera d’influenza russa, come vuole costringerla a fare la Russia di Putin, oppure “sceglie” l’opzione opposta, quella occidentale che Mosca ha cercato di scongiurare in tutti i modi negli ultimi dieci anni. Gli anticapitalisti considerano estranea agli interessi delle classi subalterne ucraine questa alternativa del dominio, né essi concedono un solo atomo di credibilità all’opzione neutralista. Il fatto che oggi il proletariato ucraino sostenga gli interessi nazionali del loro Paese rappresenta per gli anticapitalisti un problema che essi devono affrontare sulla base del loro peculiare punto di vista, senza niente concedere al “populismo” e alla logica della maggioranza. Il compito degli anticapitalisti è proprio quello di capovolgere quel dato di fatto che si spiega benissimo alla luce di molte cause oggettive (la stessa collocazione del proletariato nel processo sociale capitalistico) e soggettive (l’assenza sulla scena sociale, ormai da molto tempo, di un punto di vista anticapitalista).

I comunisti dei tempi di Marx e di Lenin parlavano di guerra di liberazione nazionale come di fatti storicamente progressivi e rivoluzionari (in senso borghese) pensando all’India, alla Persia, alla Cina o alle nazionalità oppresse dalla Russia zarista. Com’è noto, Lenin sostenne il diritto dell’Ucraina a separarsi completamente (andando cioè oltre la mera autonomia linguistica e culturale) dalla Russia – compresa quella rivoluzionaria del 1917, suscitando le proteste di non pochi dirigenti bolscevichi che egli bollò subito, e giustamente, come «sciovinisti grandi-russi». Per quanto riguarda la Russia, la sola guerra patriottica combattuta da questo Paese è stata quella del 1812 contro Napoleone, raccontata splendidamente da Tolstoj in Guerra e Pace. Quella combattuta dall’Armata Rossa di Lenin e di Trotsky contro le guardie bianche (1918-1920) fu invece una guerra rivoluzionaria a direzione proletaria informata dai valori dell’internazionalismo e per questo non riducibile nel quadro della guerra rivoluzionaria patriottica – sebbene la massiccia presenza nell’esercito e nella società russa dei contadini, interessati soprattutto alla difesa delle campagne russe, finì per depotenziare il carattere proletario della controffensiva militare del potere sovietico che si arrestò nell’estate del 1920 alle porte di Varsavia (1). Per dirla con i bolscevichi, allora si trattò di difendere «la patria socialista» dalla controrivoluzione internazionale. Chiudo la brevissima parentesi storica.

L’Ucraina dei tempi di Putin e Zelensky non è certo l’Ucraina dei tempi di Nicola II, e allo stesso modo oggi non ci troviamo a che fare né con la Russia zarista (che peraltro doveva ancora “fare” la rivoluzione borghese) né con l’Imperialismo come si strutturava un secolo fa, quando immense aree del pianeta si trovavano aldiquà dello sviluppo capitalistico e rappresentavano una gigantesca riserva di caccia per le potenze colonialiste/imperialiste. Basta appunto pensare alla Cina, all’India, all’Africa. Rispetto a Marx e a Lenin oggi ci troviamo, capitalisticamente parlando, in un mondo completamente diverso quanto a potenza, estensione e disumanità del dominio sociale capitalistico.

Questo semplicemente per dire che la guerra nazionale che oggi combatte l’Ucraina contro la Russia non ha niente a che fare, sul piano storico-sociale, con la guerra di liberazione nazionale di cui parlarono un tempo (prima della tragedia stalinista) i comunisti, peraltro avendo sempre cura di precisare che essi subordinavano la stessa rivoluzione nazionale-borghese agli interessi del proletariato nazionale e internazionale – principio che difatti fu completamente ribaltato da Stalin, ad esempio nel corso della rivoluzione cinese degli anni Venti, non a caso culminata nella catastrofe proletaria del 1927.

In Ucraina come in Russia e come in tutti i Paesi coinvolti in qualche modo in questa guerra, la difesa della patria equivale alla difesa dei vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. La patria capitalistica non va difesa, ma combattuta con i mezzi più efficaci che la situazione rende possibile, in vista del suo superamento rivoluzionario. Perché dire “patria”, è bene ribadirlo sempre di nuovo, significa dire società capitalistica. Veniamo adesso al concetto di Imperialismo Unitario – che non vuol dire affatto unico, tutt’altro!

Il conflitto totale (economico, tecnologico, scientifico, ideologico, geopolitico) tra le grandi nazioni si dà all’interno di un sistema sociale che oggi ha le dimensioni del nostro pianeta. Esiste dunque un solo sistema sociale, una sola società, quella dominata dai rapporti sociali capitalistici. In questo peculiare senso l’imperialismo del XXI secolo ha un carattere unitario nei suoi presupposti sociali e nella sua dinamica: sfruttamento del lavoro umano, saccheggio delle risorse naturali, lotta tra le imprese, tra le nazioni e tra i sistemi di alleanze imperialistiche per la conquista dei mercati, il controllo delle materie prime e la spartizione del plusvalore sociale mondiale. Questo sistema sociale altamente complesso, contraddittorio, conflittuale e fortemente diseguale al suo interno, che ha nelle diverse nazioni del mondo i suoi nodi locali reciprocamente connessi da mille relazioni (il concetto di “sovranità nazionale” deve confrontarsi con questa realtà), si oppone unitariamente alle classi subalterne di tutto il mondo. Queste classi avrebbero quindi tutto l’interesse a formare un fronte altrettanto unitario contro il nemico comune, ma questo oggi purtroppo è lungi dal verificarsi; l’anticapitalista deve porre questo problema al centro della sua riflessione politica e teorica, senza nulla concedere al consolatorio – quanto impotente – “ottimismo della rivoluzione”: la realtà è pessima e bisogna comprenderne le ragioni vicine e lontane, contingenti e storiche.

L’imperialismo mondiale come fenomeno sociale di prima grandezza si dà dunque come lotta tra le diverse potenze imperialistiche; ciò che definisco Sistema Imperialistico Mondiale ha questo preciso significato, il quale esclude in radice una pacifica convivenza tra quelle potenze. Per questo ciò che definisco Imperialismo Unitario è l’esatto opposto del Superimperialismo a suo tempo concettualizzato da Kautsky – e smentito mille volte dai fatti.

Chi sostiene, per qualsiasi ragione, un imperialismo o un’alleanza di Paesi imperialisti in realtà sostiene il sistema imperialista nella sua compatta e disumana totalità; combattere solo un imperialismo o una coalizione di Paesi imperialisti significa necessariamente, e ovviamente, rafforzare la concorrenza a tutto svantaggio delle classi dominanti di tutti i Paesi. L’anticapitalista ha un solo nemico principale: l’imperialismo del proprio Paese.

Tutti i Paesi del mondo hanno in comune la dittatura sociale del Capitale, il dominio sempre più totalitario del rapporto sociale capitalistico di produzione della ricchezza sociale, la forma merce, la forma denaro, la forma salario, la divisione classista della società, lo Stato come strumento di oppressione degli individui e di difesa delle classi dominanti. Questo è un altro modo di concettualizzare ciò che chiamo imperialismo unitario o Società-Mondo.

Nel contesto storico e sociale qui sinteticamente delineato, la guerra nazionale, che in Europa ebbe un carattere storicamente progressivo ai tempi di Marx (con lo spartiacque epocale rappresentato dalla guerra franco-prussiana del 1870-71) (2), ha una natura profondamente e radicalmente reazionaria, perché rafforza il dominio di classe capitalistico. Già Lenin, più di un secolo fa, scrisse che parlare di parità fra le nazioni è una menzogna intesa soprattutto a ingannare il proletariato delle nazioni più deboli, che ovviamente aspirano a diventare più forti, magari a spese di altre nazioni, com’è inevitabile che accada sul fondamento della società capitalistica. Nazioni forti e nazioni deboli; nazioni dominanti e nazioni dominate; grandi, medie e piccole potenze: tutte le nazioni del mondo sono parti organiche di una sola gigantesca e disumana totalità, ed è con questa mostruosità storico-sociale che l’anticapitalista invita a confrontarsi le classi subalterne di tutto il pianeta, oggi irretite dall’ideologia dominante e avvelenate dal patriottismo.

Per l’anticapitalista il concetto (borghese) di nazione oggi conserva un residuale significato progressivo solo in aree del mondo estremamente limitate (vedi il caso palestinese), e sempre scontando la sua subordinazione agli interessi della lotta di classe del proletariato e all’unità di esso al di là delle divisioni nazionali, etniche, culturali e così via.

Per tutte queste ragioni la guerra di difesa nazionale combattuta dall’Ucraina contro la Russia si configura anch’essa come una guerra imperialista, come parte di una più vasta guerra imperialista combattuta con tutti i mezzi disponibili: bellici, economici, politici, ideologici. Sul piano dell’analisi politica è impossibile, e concettualmente sbagliato, separare la guerra nazionale ucraina dal contesto sociale generale che l’ha generata. Se si perde il punto di vista della totalità; se non si ha il quadro complessivo della situazione, considerato nel suo significato storico, sociale e politico, facilmente si accoglie il punto di vista delle classi dominanti, il quale purtroppo è oggi condiviso dalle larghe masse dei nullatenenti: di qui l’importanza del lavoro politico svolto dagli anticapitalisti in assoluta minoranza, controcorrente, contro tutto e contro tutti – oggi persino contro la gran parte della massa proletaria, completamente assoggettata all’ideologia dominante, avvelenata dallo spirito patriottico. 

Dare ragione al Paese aggredito significa semplicemente ragionare dal punto di vista degli interessi nazionali, della patria, della difesa del “sacro” suolo nazionale, cioè a dire dal punto di vista degli interessi della classe dominante, o di una parte di essa. L’anticapitalista deve sempre e comunque, soprattutto in tempi di guerra, l’idea che il proletariato non ha patria. Scriveva Lenin nel 1916: «L’operaio non ha patria significa che 1) la sua situazione economica (il salario) non è nazionale, ma internazionale; 2) il suo nemico di classe è internazionale; 3) le condizioni per la sua liberazione idem; 4) l’unità internazionale degli operai è più importante  di quella nazionale» (3).

Io non nego affatto il diritto delle nazioni a difendersi (e, com’è noto, spesso la miglior difesa è l’attacco, l’azione preventiva): io combatto questo diritto e gli contrappongo quello delle classi subalterne di non finire nel tritacarne bellico. Si tratta con tutta evidenza di due diversi e confliggenti “diritti” – di classe.

(1) Quando il II Congresso del Comintern finì il 7 agosto 1920, l’avanzata sovietica su Varsavia stava procedendo rapidamente quasi senza opposizione, e l’ottimismo e l’entusiasmo erano illimitati. […] Il 16 agosto era stata sferrata una potente controffensiva polacca. Dopo pochi giorni l’Armata Rossa si ritirava altrettanto rapidamente come aveva avanzato. […] Una volta che gli operai polacchi di Varsavia non si erano sollevati, o anzi si erano persino uniti all’esercito nazionale  per difendere la capitale, l’impresa era condannata. Non fu l’Armata Rossa, ma la rivoluzione mondiale, ad essere sconfitta dinanzi a Varsavia nell’agosto 1920. […[ L’esercito di contadini non se la sentiva di combattere per portare la rivoluzione proletaria in altri paesi» (E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, pp. 997-1000, Einaudi, 1964). Quell’estate di 102 anni fa l’onda di marea della rivoluzione russa e internazionale toccò il punto più alto, per poi rifluire violentemente come controrivoluzione stalinista e spazzare via quel che ancora rimaneva del potere dei Soviet. Rinvio ai miei scritti sul tema. Lo scoglio e il mare; Lenin e la profezia smenaviekhista; Il Grande Azzardo.

(2) «Il dominio di classe non è più capace di travestirsi con una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti» (K. Marx, La guerra civile in Francia, 1871, p. 141). Come scriverà Lenin soprattutto in polemica con la socialdemocrazia europea del 1914 prona alla parola d’ordine della difesa della patria, la Comune di Parigi segna per i marxisti una cesura storica fondamentale: dal 1871 non sono più possibili nei Paesi a capitalismo avanzato guerre nazionali progressive, ma solo conflitti armati reazionari che il proletariato internazionale deve condannare e cercare di trasformare in conflitto sociale rivoluzionario.

(3) Lenin, Lettera a Ines Armand del 20/11/1916, Opere, XXXV, p. 172, Editori Riuniti, 1955.

FUGA DALLA RUSSIA?

SAMARCANDA. CLIMA FREDDO PER PUTIN

IL PUNTO SULLA GUERRA IN UCRAINA – A UN PASSO DALLA RUSSIA

CONTRO LA LOGICA DEL SACRIFICIO E DELLA PAZIENZA

IL MONDO DI TUTTI

CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ

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LE SFIZIOSE PUTINATE DI ALESSANDRO ORSINI

 IL “REVISIONISMO STORICO” DI PUTIN   

PENSAVO FOSSE DOSTOEVSKIJ E INVECE ERA ORWELL!

IL PACIFISMO SECONDO SLAVOJ ŽIŽEK

La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino

CADE ANCORA UNA VOLTA IL VELO DEL REGIME SANGUINARIO

Secondo le ultime notizie sono almeno 50 i manifestanti uccisi nel corso delle manifestazioni dilagate in tutto l’Iran dopo il brutale e mortale pestaggio di Mahsa Amin, arrestata dall’infame polizia della morale (sic!) per aver indossato «in modo improprio» l’hijab. Si contano anche diversi bambini uccisi. Il governo di Teheran ha organizzato le solite contromanifestazioni “oceaniche” a favore dell’obbligo del velo islamico – un po’ come sta facendo il governo russo per sostenere la famigerata “mobilitazione parziale”. La parola d’ordine delle manifestazioni di regime è: «Sostenere la fine del velo è fare politica alla maniera degli americani». Se poi molti giovani iraniani simpatizzano segretamente per gli Stati Uniti, non è cosa che possa stupire l’osservatore occidentale.

L’ultimo massacro realizzato dal regime iraniano risale al 2019; allora fonti non ufficiali parlano di 450 morti, 4.000 feriti e 10.000 manifestanti arrestati e detenuti con pesantissime accuse, alcune delle quali prevedono la pena di morte per impiccagione. Negli ultimi cinque anni sono state uccise e ferite dal regime migliaia di persone, e altre migliaia sono state imprigionate e torturate.

«Gli agenti verificano anche che i vestiti siano sufficientemente larghi per nascondere le forme: molte donne iraniane hanno raccontato di essere state redarguite o fermate anche per l’uso di rossetto, stivali, jeans strappati o gonne non abbastanza lunghe» (Il Post). Attraverso un ottuso e criminale controllo del corpo delle donne e la negazione di ogni forma di “devianza” e “trasgressione”, il regime degli āyatollāh cerca di controllare l’intera società, cercando soprattutto il consenso degli uomini di tutte le classi sociali, irretiti in una gretta mentalità patriarcale spacciata all’interno e all’estero come un’originalità culturale, un segno distintivo nei confronti del corrotto e satanico Occidente. Per questo in Iran è così importante il movimento di protesta delle donne, il quale può accendere la miccia di una ribellione sociale più vasta che cova ormai da moltissimo tempo.  La rabbia sociale è alimentata da una crisi economica sempre più devastante che impoverisce larghissimi strati della popolazione e che certamente non si spiega solo – o principalmente – con le sanzioni statunitensi e occidentali, le quali in ogni caso incidono su un tessuto sociale già largamente lacerato e in larga misura compromesso.

Nel luglio del 2021 si sono verificati gravi scontri nelle aree rurali del Paese, con proteste che hanno visto come protagonisti i contadini alle prese con una serie di disastri climatici, e nei centri urbani del Sud del Paese. Secondo le ultime stime oltre il 55% della popolazione iraniana vive al di sotto della soglia di povertà, e di certo la liberalizzazione dei prezzi dei generi alimentari e l’eliminazione di molti sussidi, provvedimenti decisi dal regime nella scorsa primavera, di certo non contribuiscono a migliorare la condizione di vita di milioni di nullatenenti. Secondo il sociologo Mohammad Reza Mahboubfar «vi sono in Iran anche bambini di appena sei anni dediti al furto, per cercare di contribuire al sostentamento delle loro famiglie». Negli ultimi mesi anche gli operai di molte imprese (soprattutto nel fondamentale settore petrolifero) e gli insegnanti hanno fatto sentire la loro voce contro il carovita, e le minoranze etniche discriminate (come le etnie curde, baluch, bakhtiari, lors, arabe e turche) si sono associate a quelle proteste, a dimostrazione che quando si apre una crepa nel muro della repressione e del controllo sociale le diverse tensioni sociali si orientano velocemente verso quella crepa, allargandola pericolosamente.  

Ma sbaglia gravemente chi vede nel regime degli āyatollāh un anacronismo storico, qualcosa di storicamente superato: esso è piuttosto uno strumento al servizio del capitalismo nazionale e internazionale, il quale si serve dell’ideologia religiosa per garantirsi un consenso sociale all’interno di un Paese estremamente complesso, segnato da grandi e potenzialmente dirompenti contraddizioni sociali. Non va poi sottovalutato il ruolo di media potenza che l’Iran gioca nella sua area di competenza geopolitica. Scrivevo su un post del 2019: «Il regime khomeinista non può tollerare che la crisi sociale interna possa indebolire la proiezione esterna dell’imperialismo iraniano, attivissimo, com’è noto, in tutta l’area mediorientale, peraltro attraversata da acute tensioni sociali: vedi Iraq, Libano, ecc. Come sempre, politica interna e politica internazionale sono le due facce della stessa escrementizia medaglia – naturalmente questo è vero per tutti i Paesi del mondo.

Soprattutto le classi subalterne iraniane pagano i costi salatissimi delle sanzioni imposte al Paese dagli Stati Uniti, e quindi si può senz’altro dire che esse sono vittime della contesa imperialistica, oltre che del capitalismo iraniano con “caratteristiche khomeiniste”». L’altro ieri invece scrivevo: «Sono sicuro che molti amici italiani di Putin sentono puzza di “rivoluzione colorata” in Iran: che personaggi escrementizi!» Confermo!

IRAN. OGGI E IERI

FUGA DALLA RUSSIA?

Leggo da qualche parte: «Alla frontiera tra Russia e Finlandia 35 km di coda». Si tratta di giovani russi che cercano di sottrarsi alla chiamata alle armi dopo che il Cremlino ha dichiarato la «mobilitazione parziale» per la guerra in Ucraina per reagire al tracollo militare degli ultimi dieci giorni.  «La preoccupazione per la mobilitazione generale e la conseguente chiusura dei confini sono evidentemente un timore palpabile tra i russi ora che Putin ha fatto il primo passo. Secondo un sondaggio solo il 3% della popolazione si dice disposta a combattere per la Russia» (Quotidiano.net). In tutta la Russia, ma soprattutto a San Pietroburgo e a Mosca, si stanno organizzando manifestazioni contro la guerra. «Secondo il media russo Baza, i poliziotti della capitale, compresi il 1° e il 2° reggimento speciale, saranno radunati in allerta entro le ore 13 italiane. Tutti gli agenti devono avere elmetto, scudi e manganelli». Prevedere una violenta e massiccia ondata repressiva da parte del sanguinario regime putiniano è fin troppo facile. Chi scende in piazza contro la guerra rischia fino a 15 anni di carcere.

«La mobilitazione parziale e il sostegno ai referendum in terra ucraina tradiscono un azzardo e un’urgenza che derivano dalla crescente insoddisfazione verso l’operato del presidente russo. Sia sul fronte interno, sia su quello internazionale» (Limes). Segni di insofferenza nei confronti di Mosca in queste ore provengono soprattutto dalla Cina e dalla Turchia, Paesi che non intendono lasciarsi trascinare dentro un conflitto di più vaste proporzioni che necessariamente implicherebbe un più massiccio e diretto intervento da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.  Non c’è dubbio che alcune scelte di Putin, come quella di indire un “referendum” di annessione su un territorio che l’esercito russo controlla solo in parte, appaiono dettate dalla disperazione, o dall’illusione di poter bleffare per guadagnare tempo, anche per riorganizzare un esercito che ha palesato molti e gravissimi limiti (1).

La situazione è giunta al grado di criticità temuto e denunciato in questi giorni dagli anglo-americani, i quali hanno cercato di rendere meno travolgente la controffensiva di Kiev per consentire all’orso russo una più agevole e meno disonorevole ritirata militare e politica, aderendo al concetto più volte espresso dal Presidente Macron secondo il quale «La Russia va sì battuta ma non umiliata». In ogni caso solo una vittoria, magari solo di “misura”, può salvare il regime putiniano, e questo è l’unico fatto certo con il quale tutti i protagonisti di questa guerra imperialista, che minaccia di allargarsi e di incrudelirsi, devono fare i conti. «Per gli Usa, la minaccia nucleare di Putin, che ha detto di essere pronto a usare qualsiasi mezzo per difendere la Russia, è credibile e Washington la prende “sul serio” e, se Mosca dovesse passare ai fatti, “ci saranno conseguenze gravi”. Zelensky: “Putin vuol farci annegare nel sangue dei suoi soldati”» (Tgcom24). E del sangue dei soldati ucraini, ne vogliamo parlare?

Di certo con questa guerra, che si combatte anche sul terreno economico, fanno i conti tutti i giorni anche le classi subalterne del nostro Paese, costrette a stringere ancor di più la cinghia e a passare senza soluzione di continuità dalla crisi pandemica a quella bellica: che gran bella società! In compenso, tra qualche giorno i cittadini potranno scegliere «liberamente e democraticamente» da quale governo desiderano farsi amministrare – ossia controllare, opprimere, taglieggiare. È la democrazia capitalistica, bellezza! Personalmente mi asterrò dal partecipare alla farsa elettorale.

Secondo Aleida Guevara, figlia del mitico (non certo per chi scrive!) (2) Che, la Russia sarebbe stata costretta a intervenire in Ucraina per difendere i suoi confini; della serie il lupo stalinista perde il pelo ma non il vizio! Approfitto di questa occasione per esprime la mia solidarietà alle donne iraniane che in questi giorni stanno sfidando con grande coraggio l’ultrarepressivo e violento regime di Teheran. «Camminare e passeggiare senza velo»: che scandalosa provocazione di stampo occidentale! Sono sicuro che molti amici italiani di Putin sentono puzza di “rivoluzione colorata” in Iran: che personaggi escrementizi!

(1) «Cominciamo con qualche cifra. Sono ventun anni che Vladimir Putin profonde risorse ingentissime per ammodernare e potenziare le forze armate russe, che arrivato al potere aveva trovato in condizioni pietose. Restaurare la grande potenza che era stata l’Unione Sovietica è stato da subito la sua vera priorità. Dal 2000 a oggi, Mosca ha speso in armamenti la cifra mostruosa di 1,1 trilioni di dollari. In altri termini, in questo ventennio, la spesa militare russa è aumentata di oltre sette volte, passando dai 9,23 miliardi dollari del 2000 ai 65,9 del 2021. La Russia è passata così dal 21° al 5° posto assoluto nel mondo: più di Mosca spendono solo gli Stati Uniti, la Cina, l’India e il Regno Unito; ma in proporzione rispetto alle risorse nazionali, nessuno supera Putin: nel 2020 il 4,26% del prodotto interno lordo, a tutto detrimento delle necessità reali di un Paese in cui 16 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà, i salari medi sono nettamente inferiori perfino a quelli dei Paesi Ue più poveri come Bulgaria e Romania e la vita media anche per le carenze delle sottofinanziate sanità e istruzione pubblica è dieci anni più breve che da noi. […] La difesa negli ultimi 15 anni ha assorbito quote variabili tra il 12 e il 23%, che raggiungono un impressionante 34% se si includono i costi per le forze di sicurezza e di polizia. Nonostante vent’anni di spese colossali e dedizione maniacale da parte del Numero Uno, le forze armate russe non riescono da sei mesi a prevalere in Ucraina, dove avevano previsto di imporsi nel giro di pochi giorni. E questo non solo per una sottovalutazione di chi hanno aggredito (Zelensky non solo ha rifiutato la resa e la fuga, ma è stato in grado di ottenere armi e sostegno dall’Occidente e di mobilitare 700mila uomini), ma soprattutto per una sopravvalutazione della propria forza, intaccata tra l’altro da un’endemica corruzione che arriva fino ai più alti livelli militari. […] La campagna d’Ucraina sta evidenziando una serie di carenze impressionanti in settori fondamentali: di organizzazione e logistica in primo luogo, ma anche di quegli armamenti moderni che sulla carta avrebbero dovuto fare la differenza a favore della Russia. Questo non è un esercito professionale, commentano i più alti generali americani, e il celebre David Petraeus, che è stato capo della CIA e del Comando generale USA, si domanda come sia possibile che i vertici militari russi non abbiano capito nulla di ciò che li attendeva in Ucraina pur avendo trascorso mesi accampati ai suoi confini nell’inverno scorso in attesa di invadere. Sono bastati una dozzina di avanzatissimi sistemi d’artiglieria americani ad alta mobilità (gli ormai famosi Himars) a cambiare le sorti della guerra: gli ucraini distruggono con lanci di precisione ponti e decine di grandi depositi russi di carburante e munizioni, mettendo in crisi la logistica, i rifornimenti e la potenza di fuoco del nemico. Al fronte c’è scarsità di equipaggiamento tecnico avanzato, mancano droni al punto di doverli chiedere all’Iran, vengono abbattuti aerei ed elicotteri a centinaia, e sono andate perse 15 navi della decantata Flotta del Mar Nero, che in aprile si è vista affondare perfino l’ammiraglia Moskva costata un occhio della testa. Quanto ai carri armati, ne sono stati perduti già più di duemila, e l’enorme difficoltà nel rimpiazzarli costituisce un capitolo a sé: è vero che nei depositi militari sparsi per tutta la Russia ce ne sono a migliaia, ma sono spesso arrugginiti o usurati, ripararli è un’impresa a causa dell’impatto delle sanzioni, sicché si assiste alla messa in campo di una miscellanea di tank prodotti nei più vari periodi, inclusi pezzi da museo di epoca sovietica come i T-62» (Il Giornale).

(2) Al di là della sua fraseologia pseudo-rivoluzionaria che tanto ammaliò i “marxisti” europei della sua epoca (e purtroppo anche di quella successiva, fino ai nostri giorni), Ernesto “Che” Guevara a mio avviso va collocato interamente dentro l’esperienza ultrareazionaria del cosiddetto “socialismo reale”, ossia del reale capitalismo vigente in Unione Sovietica, in Cina e negli altri Paesi “socialisti”. Questo senza nulla togliere al suo ruolo nella rivoluzione nazionale-borghese cubana. La sua ideologia piccolo-borghese risalta soprattutto nella strategia guerrigliera che egli propose a tutti i Paesi dell’America Latina, anche a quelli forniti di un proletariato urbano e di un contadiname salariato interessati, almeno potenzialmente, a una lotta di classe autenticamente anticapitalista – la sola che si possa definire antimperialista in senso proletario, non nazionale-borghese. «Ecco la prima impressione del Che in visita in Urss: “Anche io, arrivando in Unione Sovietica, mi sono sorpreso perché una delle cose che si nota di più è l’enorme libertà che c’è (…) l’enorme libertà di pensiero, l’enorme libertà che ha ciascuno di svilupparsi secondo le proprie capacità ed il proprio temperamento.” (E. Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia, Einaudi 1969, pag. 946). Queste parole furono pronunciate nel 1961, cinque anni dopo la repressione della rivoluzione operaia ungherese da parte delle truppe di Mosca. E sulla strategia di sviluppo del socialismo, parlando ancora dell’Urss, si può notare quanta confusione era presente nelle idee del rivoluzionario argentino: “Mi ascolti bene, ogni rivoluzione, lo voglia o no, le piaccia o no, sconta una fase inevitabile di stalinismo, perché deve difendersi dall’accerchiamento capitalista.” (K. S. Karol, La guerriglia al potere, Mondadori 1970, pag.53). Lo stalinismo qui viene trattato come una malattia dell’infanzia. In realtà è stato un processo di controrivoluzione politica [e sociale, aggiungo io] portato avanti da una casta, la burocrazia di cui Stalin era appunto il rappresentante, che non si esaurì affatto con la morte di quest’ultimo. Comportò l’eliminazione fisica di tutta la vecchia guardia bolscevica, quella della rivoluzione d’Ottobre» (R. Sarti, Note sul pensiero del Che). A mio avviso lo stalinismo fu, nell’essenza, l’espressione di una controrivoluzione capitalistica che si spiega anche, se non soprattutto, alla luce del contesto internazionale dell’epoca; l’esistenza di una «casta burocratica» posta al servizio del capitalismo e dell’imperialismo con caratteristiche “sovietiche” si spiega alla luce di quella controrivoluzione antiproletaria, e non viceversa. Ma questo è un altro discorso. Su Cuba vedi: Riflessioni sulla rivoluzione cubana; Fidel Castro; Sul fallimento del “laboratorio politico-sociale” latinoamericano.

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La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER L’ITALIA: L’ASTENSIONISMO!

Dal Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio; da Berlusconi a Letta, dal primo all’ultimo dei politicanti, dal Manifesto alla Stampa, da Papa Francesco agli intellettuali più prestigiosi di questo Paese; per farla breve, dall’Italia “resiliente e democratica” si leva una sola parola d’ordine: Cittadini, andate a votare! Il pressante invito è rivolto soprattutto ai giovani, i quali «rappresentano il futuro del Paese». Oggi spetta al noto teorico della psicobanalisi Massimo Recalcati la palma d’oro della polemica nei confronti dell’odiato e temuto «partito dell’astensionismo». La riflessione “critica” di Recalcati si articola in più punti, che riprendo brevemente non per polemizzare con lui, ma per precisare la mia posizione sul tema – peraltro espressa in un post di qualche settimana fa.

«Noi viviamo in un tempo che si caratterizza per un discredito diffuso nei confronti della politica. Essa non è più, come pensava Aristotele, l’arte delle arti, quella che rende possibile la vita della polis, ma è divenuta l’ombra triste di se stessa» (La Repubblica).  Come se la politica fosse un concetto astratto e astorico, e non avesse invece precisi e radicati connotati di classe! Di quale politica si parla qui? Della politica radicata nei rapporti sociali capitalistici, ovviamente. Della politica come espressione dell’odierno dominio di classe, il quale peraltro ha oggi una dimensione mondiale: dalla Cina agli Stati Uniti, dalla Russia all’Italia ecc. tutti gli individui del mondo condividono la stessa società capitalistica – la quale è tutt’altro che omogenea quanto a grado di sviluppo. «La vita della polis» di cui parla il nostro intellettualone deva fare i conti con questa incontestabile realtà sociale che conosce la disumana divisione classista degli individui. Poi c’è la politica rivoluzionaria, la politica anticapitalista e antimperialista, la quale ormai da molto (troppo!) tempo non ha alcun seguito presso le classi subalterne – problema che rinvia direttamente alla catastrofe stalinista che spazzò via il movimento operaio internazionale che si richiamava a Marx ed Engels. Per Massimo Recalcati questo discorso non ha alcun senso, visto che per lui in Italia il “comunismo” era incarnato da Enrico Berlinguer – erede del togliattismo, ossia dello stalinismo con caratteristiche italiane.

A differenza dei difensori del vigente sistema sociale, l’anticapitalista non solo non guarda con dispiacere e timore alla secessione delle classi subalterne dalla politica capitalistica (o borghese, come si diceva un tempo), ma la guarda invece con simpatia, ne fa un motivo di impegno politico, ben sapendo peraltro che il generico astensionismo elettorale, comunque significativo sul piano sintomatologico, non si trasforma automaticamente in una presa di coscienza da parte di chi disprezza i partiti oggi presenti sulla scena politica e il teatrino parlamentare. Magari molti astensionisti sono in attesa dell’ennesimo demagogo e “populista” – si vede che quelli oggi in circolazione sul mercato non sono per loro appetibili, o non lo sono più.

«Se la politica è luogo di malaffare e di corruzione, se la sua distanza dal paese reale è divenuta farsesca e intollerabile, se i politici rappresentano una casta separata e ingiustamente privilegiata, lontanissima dai problemi che investono la vita reale, allora rifiutarsi al voto si configura come una reazione pulsionale che esprime un giudizio di rifiuto e di condanna senza appello nei confronti della politica». L’anticapitalista lavora appunto per trasformare questa «reazione pulsionale» in coscienza di classe, ossia nella consapevolezza del fatto che non si tratta di gettare via la vecchia classe dirigente e sostituirla con una nuova di zecca, possibilmente eticamente corretta e tutta dedita agli interessi del Paese. Condannare senza appello la politica che serve gli interessi del Paese, cioè della società capitalistica, e favorire lo sviluppo di una politica centrata sul radicale rifiuto di questa società e dello Stato che ne è il principale cane da guardia. Trasformare «l’antipolitica» in politica rivoluzionaria! Vasto e impegnativo programma, lo so, ma di questo si tratta: o questo o Massimo Recalcati!

«Per molti giovani l’iniziazione alla vita politica attraverso l’esperienza del primo voto è vissuta senza alcun desiderio. L’evaporazione della politica è un fenomeno che implica anche la perdita di ogni slancio ideale nei confronti della partecipazione alla vita collettiva. […] Non si tratta dunque di estendere il diritto di voto ai sedicenni, ma, casomai, di fare in modo che siano loro stessi a richiederlo con forza, di fare nascere nelle nuove generazioni il desiderio per la politica e per la partecipazione attiva alla vita del nostro paese». Il punto di vista di Recalcati è il «nostro paese», cioè questa società che crea sempre di nuovo sofferenze, contraddizioni, comportamenti irrazionali, disagi d’ogni genere, e dove l’auspicata «partecipazione alla vita collettiva» ha il significato di una collaborazione attiva e col sorriso sulle labbra alla difesa dello status quo sociale (sociale, non meramente politico-istituzionale), di un’integrazione più o meno armoniosa in questa società concepita come il migliore dei mondi possibili, o comunque il solo possibile per chi accetti il “sano e maturo” principio di realtà.  La disillusione nei confronti della democrazia capitalistica può essere un primo passo in avanti in direzione di una più consapevole visione della realtà. Può essere, e l’anticapitalista chiaramente lavora su questa eccezionale possibilità. Recalcati fa bene ad averne invece paura.

«Un quinto livello riguarda la rimozione della nostra storia. La conquista del diritto di voto è stata nel nostro paese una conquista bagnata di sangue. Questo si dovrebbe insegnare nelle nostre scuole. Un debito simbolico ci lega profondamente alle generazioni che lo hanno conquistato». Fascismo e democrazia capitalistica sono due diverse espressioni di uno stesso dominio di classe, di una stessa dittatura sociale: quella capitalistica. Il mito resistenzialista, nutrito soprattutto dalla sinistra (cioè dagli stalinisti del PCI), mistifica la natura imperialistica della Seconda carneficina mondiale e la radicale continuità sociale (ma per molti aspetti anche politico-istituzionale) tra il regime fascista e quello postfascista – la cui nascita si deve soprattutto all’imperialismo angloamericano. Altro che «debito simbolico!»

Concludo citando un saggio di psicobanalisi, sempre a cura del nostro intellettuale: «Tocchiamo qui un ultimo livello del problema dell’astensionismo, quello più psicologico. Astenersi è quasi sempre una reazione di tipo infantile ad una situazione di frustrazione vissuta come insopportabile. Anziché provare a cambiare una condizione di difficoltà si preferisce uscire dal gioco. Senza ovviamente registrare che questa autoesclusione non solo non può interrompere il gioco che proseguirà anche senza di noi, ma rischia di avvantaggiare i nostri avversari. Anche in questo caso lo sguardo dell’astensionista resta sempre narcisisticamente rivolto al proprio ombelico». Non riuscendo nemmeno a immaginare la possibilità di «uscire dal gioco» (quello realizzato dal dominio sociale capitalistico, dalle relazioni e dalle pratiche informate da quel dominio di classe), Recalcati non può non vedere nell’astensionismo che una forma infantile e impotente di reazione nei confronti del mondo degli adulti, che va magari contestato, ma non certo abbandonato cedendo a immature “tentazioni narcisistiche”. La tesi psicopolitica di Recalcati si può riassumere come segue: chi partecipa attivamente alla vita del “sistema”, o del Paese (leggi capitalismo), magari per contestarlo e cambiarlo, è un cittadino maturo e aperto alla collettività; chi non lo fa è un individuo che esibisce una «estrema e regressiva» tendenza antipolitica e che ama guardare solo il proprio ombelico. Com’è facile buttarla sempre in psicobanalisi! È la logica della delega che ci rende socialmente infantili e politicamente impotenti.

La verità è che l’astensionismo e, più in generale, la passività politica delle masse inquietano la classe dirigente perché teme di perdere il controllo su di esse, di non riuscire più a capire cosa bolle nella pentola sociale. «L’astensionismo ha diversi significati ma tutti portano a un discredito della vita pubblica»: di qui il mio “astensionismo strategico”!

SAMARCANDA. CLIMA FREDDO PER PUTIN

Samarcanda (Uzbekistan). Vladimir Putin a Xi Jinping: «Caro compagno, caro amico! La Russia apprezza l’equilibrio della Cina sull’Ucraina e comprende le sue domande e preoccupazioni sulla questione, sono qui per spiegare la nostra posizione». Da questa gustosa dichiarazione si evince la crescente insofferenza cinese per un conflitto che il Presidente russo aveva promesso, alla vigilia dell’aggressione all’Ucraina (colloquio con il “caro amico e compagno” Xi alle Olimpiadi invernali di Pechini), che sarebbe durato non più di qualche settimana.  La Cina è ben contenta di comprare dalla Russia gas e petrolio a prezzi scontati, e di umiliare le ambizioni imperialistiche di Mosca, ma sa bene che ancora più importante per il Celeste Imperialismo è il suo rapporto commerciale con i Paesi europei e con gli Stati Uniti (1). Anche perché l’economia cinese non gira più a pieno regime come un tempo, anche a causa della strategia Zero-Covid che crea al Paese non pochi problemi economici e sociali; una depressione economica mondiale di certo metterebbe in crisi la “pace sociale” che ha garantito al regime decenni di stabilità. Se l’economia cinese non crea ogni anno circa 10 milioni di nuovi posti di lavoro, espone il Paese al rischio di una dilagante disoccupazione, con ciò che ne segue in termini di “armonia sociale”. La Cina non può mollare la Russia, anche alla luce della sempre più scottante crisi taiwanese e del prossimo Congresso Nazionale del Partito Capitalista Cinese, ma non può certo seguirla a cuor leggero su una strada che non si sa dove potrebbe condurla. Per Paolo Brera il resoconto finale di Pechino sul vertice tra Putin e Xi Jinping è «il più freddo di sempre» (La Repubblica).

«Nel pomeriggio del 15 settembre il presidente cinese, Xi Jinping, ha avuto un incontro con il presidente russo, Vladimir Putin a Samarcanda, Uzbekistan. Xi Jinping ha affermato che quest’anno la Cina e la Russia hanno mantenuto una proficua comunicazione strategica. La Cina è pronta a collaborare con la Russia per rispecchiare il ruolo di grande potenza, svolgere un ruolo di guida e dare stabilità a un mondo turbolento» (Quotidiano del Popolo Online). Un mondo turbolento oggi non rientra negli interessi strategici della Cina. Domani si vedrà. Tra l’altro Pechino teme che tra le ex repubbliche sovietiche centro-asiatiche, così importanti nell’ambito delle Nuove vie della seta, possa scatenarsi un conflitto in grado di rallentare i progetti espansionistici del Celeste Imperialismo. In questo contesto la guerra infinita tra Armenia e Azerbaigian (2), che in questi giorni sta conoscendo l’ennesima fiammata (con un ruolo sempre più “assertivo” della Turchia, che sostiene gli interessi dell’ Azerbaigian), agli occhi della Cina assume un aspetto particolarmente significativo.

Le stesse preoccupazioni ha manifestato a Putin il Primo Ministro indiano Narendra Modi, il quale non ha usato giri di parole per esternarle: «Eccellenza, io so che oggi non è il tempo di fare la guerra». Il virile Vladimir ha risposto che la «Russia fa di tutto per garantire che tutto questo si fermi il prima possibile», ma che «è Kiev che si rifiuta di negoziare»: «La parte opposta, la leadership ucraina, ha rinunciato l’abbandono del processo negoziale, preferendo in questo modo il raggiungimento dei suoi obiettivi».

Intanto Putin fa sapere che la cosiddetta Operazione Militare Speciale in Ucraina «non subirà correzioni. La Russia non ha fretta di raggiungere i suoi obiettivi, che rimangono inalterati. Mosca ha dato fin qui una risposta contenuta ai tentativi dell’Ucraina di danneggiare le infrastrutture russe, ma da ora in avanti la risposta sarà più seria se gli attacchi continueranno» (Agenzia Tass). Inutile dire che si tratta in primo luogo di un messaggio indirizzato al sempre più agitato e frustrato fronte interno russo.

Digressione “francescana” sulla guerra

«Santità, secondo lei in questo momento bisogna dare le armi all’Ucraina? “Questa è una decisione politica, che può essere moralmente accettata, se si fa secondo le condizioni di moralità, che sono tante. La motivazione è quella che in gran parte qualifica la moralità di questo atto. Difendersi è non solo lecito, ma anche una espressione di amore alla patria. Chi non si difende, chi non difende qualcosa, non la ama, invece chi difende, ama. Si dovrebbe riflettere di più sul concetto di guerra giusta» (Il Corriere della Sera). Nel mio piccolo ho sempre riflettuto su quel concetto, e il risultato di questa riflessione si evince chiaramente dai miei post dedicati al conflitto in corso: per le classi subalterne la guerra imperialista non è mai giusta, né lo è la difesa della patria – ossia della società capitalistica. Per i lavoratori e i proletari in generale giusta, politicamente ed eticamente parlando, è la lotta di classe, giusta è l’autodifesa (anche armata) dagli assalti dei nemici di classe (non importa la loro nazionalità) e, dulcis in fundo, giusta è la guerra di classe rivoluzionaria.

Il Santissimo Papa ha inoltre detto: «Dopo le due tragiche guerre mondiali sembrava che il mondo avesse imparato a incamminarsi progressivamente verso il rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale, di varie forme di cooperazione. Ma purtroppo la storia mostra segni di regressione. Non solo s`intensificano conflitti anacronistici ma riemergono nazionalismi chiusi, esasperati, aggressivi e nuove guerre di dominio che colpiscono civili, anziani, bambini e malati e provocano distruzione ovunque. I numerosi conflitti armati preoccupano seriamente. Ho detto che era una terza guerra mondiale “a pezzi”, oggi possiamo dire “totale”». Totale e, mi permetto di aggiungere, imperialista. In ogni caso non si tratta né di regressione né di anacronismi: si tratta piuttosto della Maligna continuità storica della società capitalistica. Dopo «le due tragiche guerre mondiali» il mondo non ha cessato di conoscere guerre, violenze, devastazioni e sopraffazioni d’ogni genere. Diritti umani, diritto internazionale, cooperazione fra le nazioni e i popoli: tutta fuffa ideologica intesa a ingannare soprattutto le classi subalterne, che sono poi le prime vittime dell’Imperialismo Unitario.

(1)

L’integrazione del capitalismo cinese nell’economia capitalistica mondiale si può evincere da quanto segue: «Un recente rapporto ha mostrato che il contributo medio della Cina alla crescita economica globale ha superato il 30% nel periodo 2013-2021, classificandosi al primo posto nel mondo. Solo nel 2021, l’aggregato economico cinese rappresentava il 18,5% del totale mondiale dopo la conversione valutaria in base ai tassi di cambio medi annuali, il secondo più grande al mondo e in aumento di 7,2 punti percentuali rispetto al 2012, secondo il rapporto pubblicato dall’Ufficio Nazionale di Statistica. Il rapporto ha anche mostrato che il valore totale del commercio di beni e servizi della Cina ha raggiunto i 6,9 trilioni di dollari nel 2021, continuando a essere al primo posto a livello globale» (Quotidiano del Popolo Online, settembre 2022).

(2) Sta dunque andando per così dire in onda l’ennesima puntata della guerra infinita tra Armenia e Azerbaigian per il controllo dell’ex regione autonoma del Nagorno Karabakh e dei territori adiacenti abitati quasi esclusivamente da azeri fino alla guerra di inizio anni Novanta, ma da allora sotto il controllo di forze armene. Negli ultimi due anni si segnala una più attiva politica di ingerenza nella crisi caucasica da parte della Turchia, che sostiene con sempre maggiore impegno l’Azerbaigian, mentre la Russia, tradizionalmente  più vicina all’Armenia, cerca di non inimicarsi del tutto Baku, anche in considerazione del rafforzamento economico e militare fatto registrare negli ultimi anni dall’Azerbaigian. «L’esplicito sostegno all’intervento militare della Turchia a favore dell’Azerbaijan ha sparigliato le carte, mostrando che la Russia non è l’unico attore regionale di peso nel Caucaso del sud (Osservatorio Balcani e Caucaso, 6/10/2020).

«Rispetto al passato il ruolo della Russia in Armenia può essere diverso? Secondo il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, il presidente Putin ha fatto appello alla calma in Nagorno-Karabakh. Secondo Jonathan Katz, un membro anziano della Fondazione Marshall le ultime violenze in Nagorno-Karabakh seguono una serie di riacutizzazioni negli ultimi mesi: “Dato che la Russia è stata coinvolta più profondamente nel conflitto in Ucraina, comprese le perdite subite nelle ultime due settimane, stai vedendo l’Azerbaigian mettere alla prova ciò che può fare. Vedo davvero un indebolimento dell’influenza della Russia nel Caucaso meridionale a causa dell’impatto non solo delle perdite militari, ma anche delle perdite economiche a causa delle sanzioni e di altre misure che rendono la Russia un paese molto più debole oggi e meno in grado di proiettare potere di era pre-febbraio 24”.[…]. Pochi giorni fa in occasione del suo intervento al Forum Ambrosetti, il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev, si era detto disponibile a raddoppiare l’export di gas, annunciando anche la possibilità di un accordo di pace con l’Armenia da siglare entro alcuni mesi. Per cui la possibile normalizzazione dei rapporti tra due ex repubbliche sovietiche che di fatto sono in guerra da due decenni se da un lato è una notizia che va nella direzione della cosiddetta pax energetica e geopolitica, dall’altro non fa certo piacere a chi sta provando in tutti i modi a sabotare la diversificazione energetica del vecchio continente» (Formiche. net).

E l’Unione Europea? «Siglato un memorandum d’intesa dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente azero, Ilham Aliyev, che prevede il raddoppio della fornitura del gas entro il 2027 attraverso la Tap, Trans-Adriatic Pipeline, che approderà in Puglia. “Sono felice di contare sull’Azerbaigian, nostro partner energetico cruciale”, ha commentato von der Leyen dopo la firma del memorandum d’intesa» (Agi, 18/7/2022). Ah, ecco!

IL PUNTO SULLA GUERRA IN UCRAINA – A UN PASSO DALLA RUSSIA

CONTRO LA LOGICA DEL SACRIFICIO E DELLA PAZIENZA

IL MONDO DI TUTTI

CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ

MORDONO O NON MORDONO? IL PUNTO SULLE SANZIONI

LE SFIZIOSE PUTINATE DI ALESSANDRO ORSINI

 IL “REVISIONISMO STORICO” DI PUTIN   

PENSAVO FOSSE DOSTOEVSKIJ E INVECE ERA ORWELL!

IL PACIFISMO SECONDO SLAVOJ ŽIŽEK

La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino

IL PUNTO SULLA GUERRA IN UCRAINA – A UN PASSO DALLA RUSSIA

«La Russia sta affrontando un’aggressione finanziaria e tecnologica attraverso le sanzioni occidentali, ma il blitzkrieg economico contro di essa non ha avuto successo. Il comportamento dei Paesi occidentali nei confronti della Russia è stato imprevedibile, impulsivo e non professionale. Per questo noi dobbiamo lavorare in base alla nostra logica e mantenere l’iniziativa» (Interfax). È Ciò che ha detto oggi il Presidente Vladimir Putin nel corso di una riunione del governo dedicata alla situazione economica del Paese. Il riferimento al «blitzkrieg economico» fallito non può non farci pensare al fallito blitzkrieg militare della Russia, la quale pensava di prendere Kiev nel giro di qualche giorno, al più di qualche settimana, magari con l’aiuto di un golpe militare guidato dai generali ucraini che si sono formati a Mosca. L’Occidente, sostiene oggi Putin ribaltando lo schema militare e sforzandosi di essere convincente, soprattutto con i suoi interlocutori interni sempre più insoddisfatti dell’andamento della guerra in Ucraina, credeva di poterci spezzare la schiena attraverso le sanzioni in poco tempo, mentre la nostra economia continua a reggere bene secondo tutti i più importanti indicatori. «Non siamo isolati, e facciamo affari con mezzo mondo». Ma la sempre più critica situazione dell’economia russa è una verità ben presente soprattutto alla leadership moscovita, che infatti ne parla segretamente – si fa per dire! – ormai da parecchie settimane.    

«Mentre le armi sparano in Ucraina, il mondo occidentale ha steso un cordone economico-finanziario attorno alla Federazione Russa, separandola dai mercati finanziari mondiali e paralizzando quasi tutto il suo sistema economico. Non si è mai assistito nel secolo scorso e in quello attuale alla riduzione di un paese grande come la Russia allo stato di paria economico. La dirigenza russa aveva molto probabilmente immaginato che l’invasione dell’Ucraina avrebbe comportato sanzioni da parte dell’Occidente, ma non aveva previsto che quasi tutto il mondo vi avrebbe aderito, sperando soprattutto in una divisione fra i paesi europei e gli Stati Uniti. La fortezza russa, costruita con politiche economiche poco espansive, non è riuscita a resistere nemmeno un giorno alla forza delle sanzioni economiche» (Limes).

Diciamo, forse più correttamente, che le sanzioni economiche occidentali hanno impattato su un’economia già strutturalmente debole e arretrata, mostrando fin da subito la loro efficacia come strumento adeguato al conflitto bellico in corso. Il sostegno finanziario e militare statunitense all’Ucraina sta naturalmente facendo la differenza, anche se proprio da Washington giungono consigli alla cautela, anche perché gli americani temono che il regime putiniano possa reagire alla forte controffensiva ucraina giocando il tutto per tutto. «Per favore, non vendete la pelle dell’orso prima di averlo ucciso». Scrive Orietta Moscatelli su Limes: «La débâcle dell’esercito russo sul fronte nordorientale dell’Ucraina ha scatenato a Mosca l’ira del cosiddetto “partito della vera guerra”, ultranazionalisti e falchi di vario genere che chiedono a Vladimir Putin di “cominciare a fare sul serio”. Non che prima fossero tranquilli, ora però vedono la possibilità di raggiungere l’obiettivo: mobilitazione generale, promozione dell’Operazione militare speciale a guerra patriottica e dell’arma nucleare tattica da strumento di propaganda a voce nell’arsenale a disposizione». Come potrebbe reagire il fronte interno alla chiamata “patriottica” del regime (anche alla luce dell’enorme numero di soldati russi morti nell’opera di “denazificazione” dell’Ucraina: si parla di circa sessantamila morti)?

Pare che Mosca confidi soprattutto nel mitico Generale Inverno per raffreddare i bollori bellici degli ucraini. Intanto «gli ucraini avanzano fino al confine russo» (La Repubblica).

Mentre in queste ore i fasciostalinisti italiani che sostengono le ragioni dell’imperialismo russo stanno vivendo momenti di “viva preoccupazione” per gli esisti della “campagna di denazificazione” e di “de-occidentalizzazione” avviata dal Cremlino, ricordo, sempre per quel che vale, la mia posizione sulla carneficina in corso in Ucraina e sul conflitto più generale che oppone la Federazione Russa (sostenuta in qualche modo dalla Cina) agli Stati Uniti e all’Unione Europea: trattasi di un confronto imperialista ostile agli interessi delle classi subalterne di tutti i Paesi a diverso titolo coinvolti nella guerra – condotta sul terreno militare come su quello economico.

CONTRO LA LOGICA DEL SACRIFICIO E DELLA PAZIENZA

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La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino

IL DELITTO DELLA PENA. UNA RIFLESSIONE SUL CARCERE

Attraverso un corridoio lungo e fetido, seminato qua e là di mucchi d’immondizie, Nekliudoff e l’inglese entrarono nel primo camerone, quello dei condannati ai lavori forzati. […] – E allora come, secondo voi, si dovrebbero trattare chi trasgredisce la legge? – chiese l’inglese con un sorriso. – Già! La legge! – gridò il vecchio con un tono di scherno. – La legge! Sei proprio tu, quello che può venirmi a parlare di legge! Hanno cominciato ad impossessarsi della terra, hanno spogliato tutti gli uomini d’ogni ricchezza, hanno tolto di mezzo chiunque gli opponesse resistenza; poi hanno fatto una legge, la quale dichiara che non si deve né uccidere né rubare! Ma sta’ pur sicuro che prima, non l’avrebbero scritta la loro legge! (L. N. Tolstoj, Resurrezione).

Sono 54.000 i detenuti ammassati nelle carceri italiane (contro una capienza di 46.000), e 59 quelli che si sono suicidati dall’inizio dell’anno – circa 20 decessi non hanno ancora una causa accertata, 1078 i suicidi tentati e sventati. Senza contare «una carcerazione preventiva lunghissima, che lascia segni indelebili su un 29% di soggetti che alla fine il sistema giudiziario riconoscerà innocenti» (Ristretti Orizzonti). Finire, da “colpevoli” o da “innocenti”, negli ingranaggi del sistema giudiziario in generale, e in quello italiano in particolare significa uscirne in ogni caso devastati economicamente, socialmente e psicologicamente.

La realtà del carcere come discarica sociale è un fatto che non scandalizza né indigna nessuno, salvo una ristrettissima minoranza di persone sensibili alle condizioni di vita degli «ultimi fra gli ultimi». Gli attivisti che si battono per migliori condizioni di vita dei reclusi credono che se l’opinione pubblica fosse messa nelle condizioni di conoscere la disumana condizione carceraria di migliaia di esseri umani, assisteremmo a una loro mobilitazione, a una loro “rivolta morale”. Purtroppo le cose non stanno affatto così, e giustamente si dice che  il carcere non porta voti, anzi li fa perdere. Non a caso l’ex magistrato Carlo Nordio, che nel corso della campagna elettorale si è permesso di esternare considerazioni contrarie al giustizialismo imperante a “destra” come a “sinistra”, è stato prontamente silenziato dal partito di Giorgia Meloni che pure lo ha candidato e proposto come possibile futuro Ministro della Giustizia.  

La macelleria messicana in alcune carceri italiane del marzo 2020 lasciò del tutto indifferente la cosiddetta opinione pubblica, tutta concentrata sulla “guerra pandemica”. Dopo la diffusione delle notizie sull’«orribile mattanza» al carcere Santa Maria Capua Vetere durata dal 6 al 9 aprile 2020, il politicume versò qualche escrementizia quanto ipocrita lacrima sulle solite «poche mele marce», ma la gente allora non si dimostrò particolarmente esigente quanto a conoscenza dei fatti e accertamento delle responsabilità: «Si sa, il carcere è pieno di brutti ceffi che non è possibile controllare e contenere usando i guanti di velluto». In questo difficile ambiente può capitare che anche chi fa il bravo si becchi per sbaglio una bella razione di calci e di pugni: bisogna essere realisti! Spesso la gente esibisce un realismo che fa impallidire la stessa pessima realtà.

La verità è che gente “onesta” si occupa del problema carcerario solo quando è toccata in qualche modo in prima persona, solo quando ne fa la traumatizzante esperienza. Fino a quel momento, l’onesto cittadino pensa che quel problema riguardi solo chi “ha sbagliato”: «Ognuno raccoglie ciò che semina!» I politici manettari e i mass media che sguazzano nel pantano delle paure, delle angosce, delle frustrazioni, della rabbia e dell’invidia sociale trovano nell’opinione pubblica un terreno assai fertile, un terreno concimato, arato e irrigato giorno dopo giorno dalle relazioni e dalle pratiche sociali che realizzano la cosiddetta società civile – bellum omnium contra omnes. Il fatto che la cosiddetta “insicurezza percepita” sul piano criminale (furti, rapine, omicidi) non abbia alcun fondamento nella realtà (1) è il sintomo di un’insicurezza sociale ed esistenziale ben più profonda, generalizzata e strutturata. L’offerta di più carcere e controllo sociale da parte dello Stato e delle sue appendici partitiche cerca di rispondere in qualche modo a quel senso di insicurezza e di inquietudine. Punire alcuni per tranquillizzare molti.

«Il sistema penitenziario non appartiene alla categoria della giustizia ma a quella della vendetta. Per questo motivo va superato» (Altreconomia). Va superato in che senso, in quale direzione? Per dare un significato socialmente e politicamente pregnante all’affermazione appena riportata, occorre in primo luogo chiarire a quale giustizia si fa riferimento, non essendo mai esistita una giustizia priva di precisi connotati e presupposti storici e sociali. Non c’è niente di più caratterizzato sul piano storico e sociale del concetto di giustizia. Per farla breve, stiamo parlando della giustizia capitalistica – o borghese che dir si voglia. Ecco allora che la relazione tra giustizia e vendetta assume una dimensione più concreta, concettualmente più pregnante, tale cioè da dissolvere l’apparente “aporia” che sembra sussistere tra quei due concetti. Tra la giustizia di classe e la vendetta pubblica non si apre alcun abisso concettuale e reale, e anzi si può cogliere una radice comune, una radicale continuità. In epoca borghese la vendetta è, come la violenza, un monopolio di Stato, il quale si incarica di praticarla sul reo per conto terzi, sollevando così dall’incombenza la “società civile” e il singolo cittadino, che può appunto vendicarsi per un torto subito solo attraverso lo Stato.

Tra punizione (fare/somministrare giustizia) e vendetta esiste dunque una sostanziale continuità e omogeneità di concetti e di pratiche che le distinzioni di tipo giuridico ed etico, così utili a mistificare la realtà, non possono cancellare. Esattamente come accadeva al tempo in cui il potere sovrano esibiva sulla pubblica piazza il tormento che somministrava al reo, lo Stato moderno continua a scrivere la sua legge sui corpi dei condannati, in primo luogo facendo della loro testa un carcere. 

La «rieducazione del condannato» è ciò che sta scritto sulla Carta (Art. 27) mentre ciò che si dà nella realtà è l’educazione permanente del popolo degli onesti cittadini, i quali devono conoscere il pessimo destino che li attende una volta che essi “scelgono” di deviare dalla retta via, di dichiarare guerra alla “sana e civile convivenza”. Si punisce il reo non per rieducarlo in vista di un suo “operoso ravvedimento” e quindi inserimento nella società, ma soprattutto per educare chi vive fuori dal carcere: punirne uno per educarne cento! Chi sbaglia paga! Non si tratta di una scelta, ma di una pratica che si afferma nella realtà, alle spalle di qualsivoglia buona o cattiva volontà.

Il carcere deve dunque in primo luogo incutere paura negli onesti, i quali per qualsiasi circostanza potrebbero saltare il fosso della legalità e ritrovarsi sul terreno della criminalità, e più il carcere si presenta ai loro occhi un luogo di afflizione e disperazione, e più fortemente e profondamente la paura di incorrere nei rigori della Legge penetra nella loro coscienza. Il carcere non solo ti toglie la libertà, ma ti pone soprattutto in una condizione di degrado fisico, psicologico e morale permanente e crescente; se non ti adegui alle regole del carcere (fissate anche dai criminali più violenti), sei perduto: questo messaggio deve arrivare forte e chiaro agli onesti cittadini, soprattutto nei momenti di più acuta crisi sociale, quando l’illegalismo diffuso potrebbe incrociare pratiche eversive sul piano politico.

Il carcere funziona male? Bene! In questo peculiare senso il cosiddetto fallimento del carcere, di cui si parla praticamente da quando è stato aperto il primo carcere moderno (fine XVIII secolo inizio XIX) e che da sempre legittima le proposte per la sua “riforma” (2); questo fallimento, non voluto ma realizzato con encomiabile zelo e precisione dal sistema carcerario, rappresenta il successo funzionale del carcere, la sua ragion d’essere concreta (efficiente), nella misura in cui i «trattamenti contrari al senso di umanità» e la mancata “risocializzazione” del reo rappresentano di fatto una minaccia agitata sopra la testa di tutti gli individui. Ecco a che cosa serve soprattutto il carcere. Punire ed educare. Punire e intimidire.

È “fallendo” che il carcere adempie il suo compito. Non si tratta, ripeto, di un’astuzia del potere, di un obiettivo voluto e perseguito con spregevole tenacia da una maligna Soggettività, ma di una contraddizione reale che si manifesta in un particolare contesto: quello del controllo sociale e della repressione dei comportamenti considerati illegali dall’ordine costituito. Se di astuzia si può parlare, si tratta di un’astuzia che si dà oggettivamente, attraverso il normale dispiegarsi del processo sociale, con il quale devono misurarsi il diritto e i “sacri princîpi” stabiliti dalla Civiltà.

Il problema della colpa, della pena e della responsabilità individuale va collocato nella peculiare dimensione storico-sociale qui rapidamente abbozzata: chi crea il reo e il reato? Se, ad esempio, abolissimo magicamente il potere del denaro e della ricchezza capitalistica in tutte le sue molteplici manifestazioni, cosa ne sarebbe dei reati connessi a un tale potere? Che ne sarebbe dei furti, delle rapine, delle truffe, degli omicidi legati a queste pratiche illegali? Sarebbero concepibili tali reati in una simile società? «Per la psicologia sociale la domanda si pone in questi termini: non si chiede perché l’affamato ruba o perché lo sfruttato sciopera, ma il motivo per cui la maggior parte degli affamati non ruba e perché la maggior parte degli sfruttati non sciopera» (3).

Oggi le carceri sono piene di piccoli spacciatori di “sostanze droganti”, la maggior parte dei quali vende la “droga” per poterla a sua volta comprare e consumare. Si tratta di persone che andrebbero aiutate, non certo criminalizzate e caricate di ulteriori problemi economici, psicologici, sanitari, esistenziali. Cosa ne sarebbe dei reati connessi al proibizionismo sulle cosiddette droghe se il vigente regime antiproibizionista venisse abolito? La risposta è tutt’altro che difficile: il superamento di quel regime farebbe crollare immediatamente il prezzo delle “droghe”, con grandissimo disappunto da parte delle organizzazioni criminali, che infatti sono le prime a difendere lo status quo proibizionista che trasforma in oro tutto quello che tocca. Per comprendere il giro d’affari che ruota solo intorno alla cannabis venduta illegalmente è sufficiente sapere che quel mercato in Italia può oggi contare su sei milioni di consumatori. Non dimentichiamo che la mafia americana fece il suo salto di qualità criminale negli anni Venti del secolo scorso grazie al proibizionismo sull’alcol, che ne centuplicò i profitti mentre riempiva le carceri e i sanatori di miserabili alcolizzati. I ricchi bevevano dell’ottimo whisky nelle loro ville o nei loro esclusivi club, mentre il proletariato doveva accontentarsi di robaccia magari fatta in casa con improponibili intrugli in grado di provocare gravi intossicazioni.

Si sa benissimo che l’alcol e le sigarette creano una grave forma di dipendenza in chi ne fa uso e causano gravi malattie che ogni anni mietono migliaia di vittime: si tratta di cifre che fanno impallidire i numeri dei morti legati all’uso delle “droghe”. Eppure l’alcol e il tabacco sono sostanze il cui consumo è permesso e non crea alcuno stigma sociale, tutt’altro! Vero è che negli ultimi tempi la moda salutista sta cercando di imporre ai consumatori un “nuovo stile di vita” e un “consumo più responsabile” di tutte le sostanze che ingeriamo: dalla pasta alla cioccolata! E mentre cerchiamo di consumare il cibo in modo “responsabile”, sempre più spesso ci ingozziamo di intrugli chimici comprati in farmacia per placare l’ansia, l’angoscia, la depressione. In ogni caso, ci troviamo nella dimensione della legalità: ci è concesso di bere alcol, di fumare sigarette, di ingolfarci con pasta e cioccolata e di consumare pillole e sciroppi che promettono serenità e sonni tranquilli. Ma per carità: niente spinelli, niente eroina, niente “sostanze droganti”!

E quanta parte ha questa società nei reati connessi alla violenza fisica sulle persone (a cominciare da quella sulle donne)? Non bisogna essere degli psicanalisti particolarmente intelligenti ed esperti per individuare in quei comportamenti profonde influenze di tipo sociale – a partire dall’ambiente familiare dei “rei”. La tesi che afferma la naturale tendenza al male degli uomini non regge nemmeno un secondo dinanzi alle ricerche antropologiche e storiche circa il comportamento degli individui nei diversi contesti sociali, e non a caso il carcere moderno è una creatura borghese.

Anziché concentrare la nostra attenzione sul “mostro” di turno, dovremmo piuttosto chiederci fino a che punto le condizioni sociali siano responsabili delle sue azioni, fino a che punto il “mostro” sia stato generato a immagine e somiglianza della presente società. Qui non si tratta di giustificare né il reo né il reato, ma di capire il significato sociale dell’uno e dell’altro, comprenderne la genesi da una prospettiva che non concede alcuna legittimità alle esigenze di difesa dell’ordine sociale costituito, che si contrappone radicalmente all’ideologia (ma anche alla psicologia, all’etica, alla morale) dominate, che come diceva Marx è l’ideologia delle classi dominanti. Accettare il terreno della responsabilità personale significa arrendersi al Dominio sociale, oltre che esibire un’assoluta incomprensione circa la natura e il funzionamento della nostra società.

Questo solo per dire che la radice del male non va ricercata negli individui che commettono reati ma nella società che crea sempre di nuovo le stesse premesse di quei reati. Capovolgere la relazione causa-effetto significa precludere al pensiero di accedere a una riflessione critica che sappia cogliere la realtà del problema celata dall’ideologia dominante. Giustamente si dice che il carcere è il luogo in cui l’uomo può solo peggiorare; il carcere è certamente un luogo altamente criminogeno, in grado di trasformare in pessimi soggetti  le persona più buone e “oneste” di questo mondo; ma non bisogna dimenticare che l’esistenza del carcere ha appunto come suo presupposto questa società, la quale peraltro stilla violenza sistemica (economica, politica, psicologica) da ogni suo poro. Chi si batte per migliori condizioni di vita dei detenuti e contro il carcere in quanto tale, in quanto istituzione totale necessariamente disumana, farebbe bene ad abbandonare certe illusioni “costituzionaliste”, le quali indeboliscono la sua battaglia sul piano dell’efficacia e della critica politica.

La concezione pattizia del potere sovrano, che è una concezione ideologica tipicamente borghese, presenta il reo come un individuo che infrangendo la legge entra in collisione non solo con lo Stato, ma con l’intero corpo sociale, il quale avrebbe delegato al primo la funzione di difendere la comunità dagli attacchi del nemico interno ed esterno. Questa concezione annulla, ovviamente sul mero terreno ideologico, la divisione classista degli individui, nega la realtà di una società fondata sullo sfruttamento degli uomini e della natura, e pone in primo piano e in piena luce la responsabilità dei singoli individui, ai quali la società riconosce, bontà sua, la facoltà di scegliere tra ciò che è “bene” e ciò che è “male”. Ma cosa rimane del “libero arbitrio” in una società che nega in radice ogni autentica libertà a individui sottoposti a un processo sociale che essi per l’essenziale non controllano affatto nei suoi presupposti e nei suoi esiti? Sto forse alludendo, marxianamente parlando, al Capitale come potenza sociale anonima che noi non controlliamo e dal quale siamo invece controllati e in larghissima parte determinati – molto più di quanto ci piace pensare o sperare? Certamente! Nella vigente società il “libero arbitrio” è una menzogna, un concetto che serve a legittimare lo status quo sociale e a conservare la “pace sociale”. Si colpevolizza il singolo “reo” per salvare la cattiva totalità sociale. Nella società classista, che presuppone e pone sempre di nuovo rapporti di dominio e di sfruttamento, il “libero arbitrio” è negato in radice, è una sciocca favoletta che le classi dominanti cercano in tutti i modi di raccontare e far digerire ai dominati per conquistarne i cuori e le menti. Il senso di colpa deve penetrare a fondo nella coscienza e nella psiche dei subalterni.

In una società fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo in base a quale ragionamento (politico, filosofico, etico) un individuo dovrebbe ad esempio rinunciare per principio all’idea di arricchirsi rapidamente e senza troppo faticare, anche se questo dovesse significare il ricorso a una pratica illegale? Sfruttare un uomo è forse eticamente meno riprovevole che rubare, truffare, trafficare illegalmente e via di seguito? Speculare sul prezzo del gas e del grano sapendo benissimo gli effetti nefasti che quell’attività perfettamente legale (certo, «entro i giusti limiti»: sic!) produce sulla povera gente è socialmente meno spregevole e meno dannosa di chi pratica un furto? Voglio forse gli speculatori in carcere? No! Non voglio la società capitalistica che crea sempre di nuovo contraddizioni e sofferenze d’ogni tipo, tutto qui. Io non auguro il carcere a nessuno!

Il denaro è denaro, il profitto è profitto, e poco conta, nella sostanza storico-sociale della questione, la fonte della ricchezza. Portare a case il pane col biblico sudore sulla fronte è una massima scritta dai padroni sulla pelle degli sfruttati, i quali sono educati fin dalla nascita a concepire l’esistenza dei “ricchi” e dei “poveri”, dei padroni e dei lavoratori, di chi comanda e di chi ubbidisce come la realtà più naturale del mondo: «Solo un pazzo o un disadattato non capisce che le cose sono andate sempre così e che così andranno sempre!» La società esalta i pochissimi nullatenenti che “ce la fanno”, che diventano ricchi dopo decenni di duro lavoro, per poter dire ai tantissimi che non ce la faranno mai che con l’impegno e l’onestà c’è una possibilità per tutti: l’importante è crederci e provarci. Perché stupirsi se ci sono nullatenenti che intendono essere fra i pochissimi che ce la fanno, anziché fra i moltissimi che non ce la faranno mai? «Uno su mille ce la fa? Io voglio essere quell’uno!» Accomodati, a tuo rischio e pericolo! La potenza sociale del denaro, espressione più alta e veritiera dei rapporti sociali capitalistici, legittima e spiega qualsiasi delitto commesso per averlo. «La verità è che in questa società borghese ogni lavoratore, purché sia un tizio intelligente ed astuto, e dotato di istinti borghesi, e favorito da una fortuna eccezionale, ha la possibilità di trasformarsi in sfruttatore del lavoro altrui. Ma se non ci fosse lavoro da sfruttare, non ci sarebbero capitalisti né produzione capitalistica» (4).

Il pesce puzza dalla testa, ossia dai rapporti sociali di dominio e di sfruttamento. Al Tribunale che sanziona l’errore del reo, bisogna obiettare che sbagliata (disumana, violenta, irrazionale, illiberale) è in primo luogo questa società. Io assolvo Caino e condanno la società che lo ha messo nelle condizioni di fare del male al suo prossimo.

Questa “disorganica” riflessone vuole soprattutto problematizzare il concetto di etica, allo scopo di conferirgli un preciso contenuto politico, calandolo nella dimensione dell’antagonismo di classe, così da sottrarlo dall’astratta riflessione filosofico-morale e costringerlo a misurarsi con la realtà della società classista.  

Fin dall’inizio (intorno alla fine del XVIII secolo) l’istituzione carceraria come la conosciamo oggi è uno strumento al servizio della classe dominante, ed essa non può certo perdere la sua natura classista con lo sviluppo, l’espansione e il potenziamento dei rapporti sociali capitalistici. L’abolizione (5) del carcere come luogo di punizione, di correzione e di intimidazione degli individui presuppone, a mio avviso, le seguenti alternative: o gli esseri umano escono fuori una volta per sempre dalla dimensione classista della società, presupposto delle magagne che giustificano l’esistenza di quello che Foucault chiamava «il carcerario», oppure il dominio di classe diventa così forte e radicato nella coscienza, nella psiche e nei corpi degli individui da non aver più bisogno di ricorrere a metodi coercitivi per tenere a bada il gregge, per amministrare la massa degli individui socialmente lobotomizzati. Ovviamente io scelgo l’alternativa “utopistica” – che peraltro appare più realistica, oltre che più “simpatica”, di quella “distopica”. In ogni caso, posta la società vigente l’abolizione del carcere attraverso il ricorso generalizzato alle misure penali alternative (rese possibili anche dall’uso securitario delle “tecnologie intelligenti”: vedi braccialetto elettronico) non attesterebbe un più sviluppato senso di umanità del potere sociale ma piuttosto un suo rafforzamento. Dominare i sudditi con il loro consenso, senza ricorrere a misure coercitive: è da sempre il sogno del potere sovrano.

Il diritto è ciò che le classi dominanti mettono in opera, attraverso lo Stato in tutte le sue articolazioni, per difendere, rafforzare ed espandere il loro potere sociale. Il diritto di punire è fondato dunque sul dominio di classe, e chi parla del carcere come di «un male necessario» deve chiedersi quali condizioni sociali realizzano quel male, che rimane tale anche se necessario – ossia funzionale a difendere le condizioni sociali che creano il male in ogni sua espressione. La sola “riforma carceraria” che riesco a considerare con favore coincide con lo smantellamento del sistema di classe capitalistico in vista della costruzione di una comunità autenticamente umana.   È da questo peculiare punto di vista che approccio “il carcerario” e le lotte di quanti cercano di rendere meno penosa possibile la vita dei detenuti.

(1) «L’opinione pubblica è convinta che in Italia si punisca poco e che in carcere non ci finisca nessuno. In realtà siamo uno dei paesi dove si punisce maggiormente e dove si registra una elevata permanenza dei detenuti in carcere, in misura decisamente superiore ad altri paesi europei. C’è una narrazione costante in questo senso che ha scopi di natura propagandistica. Perciò, è necessario ripartire dai dati oggettivi. Per fare un esempio, in Italia le condanne sono più lunghe che in molti paesi europei (anche Francia e Germania) e, oltre alle condanne, anche l’effettiva permanenza in carcere è più lunga da noi che altrove. Ecco, i dati vincono, sono numeri che non possono essere contestati. Detto questo, non si può negare che i giornali e l’informazione in rete molto spesso danno spazio a casi eclatanti. Casi che pure esistono, e di cui dunque non si può negare o nascondere l’esistenza, ma che non sono la maggior parte. Sono i grandi numeri a fotografare la realtà complessiva, non pochi casi clamorosi. E i grandi numeri ci dicono, per esempio, che i detenuti che usufruiscono di benefici e che commettono reati durante il permesso o mentre si trovano fuori per alcune misure alternative sono in realtà un numero ridottissimo. Questo dato è incontestabile, si possono fare tante chiacchiere ma non si può che partire dalle statistiche».

(2) «Bisogna anche ricordare che il movimento per riformare le prigioni, per controllarne il funzionamento, non è un fenomeno tardivo e neppure sembra esser nato dalla constatazione di uno scacco, stabilito chiaramente. La “riforma” della prigione è quasi contemporanea alla prigione stessa. Ne è come il programma. […] La prigione ha sempre fatto parte di un campo attivo, dove abbondavano i progetti, le ristrutturazioni, le esperienze, i discorsi teorici, le testimonianze, le inchieste. Attorno all’istituzione carceraria, tutta una prolissità, tutto uno zelo. La prigione, territorio oscuro e abbandonato? Il solo fatto che non si sia cessato di dirlo da quasi due secoli prova che non lo era? Divenuta punizione legale, essa ha affardellato il vecchio problema del diritto di punire, di tutti i problemi, di tutte le agitazioni che hanno ruotato intorno alle tecnologie correttive dell’individuo» (M. Foucault, Sorvegliare e punire, 1975, pp. 255-256, Einaudi, 1982).

(3) W. Reich, Psicologia di massa del fascismo,p. 51, Sugarco, 1982.

(4) K. Marx, Il Capitale, libro primo, capitolo sesto inedito, pp. 136-137, Newton Compton, 1976.

(5) «Questa utopia comincia a essere presa sul serio da alcuni criminologi. Per esempio, Louk Hulsman, professore di diritto penale all’università di Rotterdam, difende la teoria dell’abolizione del sistema penale. Il ragionamento su cui si basa questa teoria si ricollega ad alcune delle sue analisi: il sistema penale crea il delinquente, si rivela fondamentalmente incapace di realizzare le finalità sociali che è supposta perseguire, qualsiasi riforma è illusoria. L’unica soluzione coerente è la sua abolizione. Hulsman osserva che la maggior parte dei reati sfugge al sistema penale senza mettere in pericolo la società. Propone allora di decriminalizzare sistematicamente la maggior parte degli atti e dei comportamenti che la legge considera crimini o reati, e di sostituire al concetto di crimine quello di “situazione-problema”.  La nozione di “situazione-problema” non conduce a una psicologizzazione sia dell’atto che della reazione? Una pratica come questa non rischia, anche se non è ciò che spera Hulsman, di condurre ad una specie di dissociazione tra le reazioni sociali, collettive, istituzionali del crimine da una parte che verrà considerato un incidente e dovrà essere regolato alla stessa stregua, e dall’altra, per quanto riguarda il delinquente, a una iper-psicologizzazione che lo rende oggetto di interventi psichiatrici o medici, con dei fini terapeutici?» (Che cosa vuol dire punire? Intervista a Michel Foucault,Rivista Volontà, Aprile 1990).

PROFITTARE, CONTROLLARE, EDUCARE. L’INDUSTRIA DELLE FICTION TELEVISIVE IN CINA

Esattamente come accade in Occidente, anche in Cina l’opera di indottrinamento politico-ideologico (e della “conquista dei cuori e delle menti”) della cosiddetta opinione pubblica avviene anche attraverso le fiction televisive. Ma molto più che da noi, in quel Paese anche le fiction televisive sono assoggettate a una stringente azione di controllo e censura da parte dello Stato, e ciò non stupisce affatto alla luce della natura totalitaria del regime cinese, al cui centro insiste il Partito-Stato, il quale si sforza in tutti i modi (soprattutto servendosi della tecnologia più avanzata) di penetrare in ogni orifizio, anche il più piccolo, del corpo sociale – impartendo con ciò stesso preziosissimi insegnamenti agli altri regimi del pianeta, a cominciare da quelli cosiddetti democratici. Nello scritto che riporto il blog cantonese Chuang fa la storia del rapporto tra l’industria culturale cinese centrata appunto sulla produzione delle fiction televisive e lo Stato; questa storia copre circa trent’anni, ed è caratterizzata da alcuni estratti di documenti che riportano «licenze di fiction televisive e regolamenti sui contenuti della Repubblica popolare cinese, promulgati tra il 1986 e il 2015». Attraverso questi documenti è possibile osservare l’evoluzione del rapporto sopra accennato, evoluzione connessa con i mutamenti sociali e politici che hanno interessato la Cina negli ultimi tre tumultuosi (capitalisticamente parlando) decenni. Come vedremo, il Partito-Stato cerca con sempre maggiore forza di promuovere attraverso le fiction televisive stili di vita, sentimenti, comportamenti sociali e ideologie intesi a rafforzare il regime e il dominio capitalistico colto nella sua totalità sociale. Qui non ho riportato i documenti normativi citati nel testo, che sono comunque accessibili nel blog Chuang.

Ultimi post ripresi da Chuang

AI TEMPI DI MAO LA CINA ERA UN PAESE COMUNISTA?

LA CINA È UN PAESE SOCIALISTA? 中国是社会主义国家吗?

Verso uno sviluppo glorioso: i regolamenti televisivi cinesi e la transizione capitalista, 1986-2015 (*).

Traduzione e Introduzione di Liju.

Durante questo periodo di circa trent’anni, la Cina ha subito cambiamenti drammatici sia nella sfera economica che in quella culturale corrispondenti alla transizione della nazione al capitalismo (1). La “censura cinese” ha giocato una posizione di rilievo nella copertura mediatica all’estero di questi cambiamenti. Piuttosto che ridurre la regolamentazione delle fiction televisive a un semplice atto di soppressione da parte dello stato, comprendiamo questi documenti politici nel contesto di un panorama mediatico di commercializzazione che, nel corso di questi decenni, è diventato sempre più finanziato dal capitale privato. Al fine di mantenere il controllo sugli interessi dei singoli capitali coinvolti, lo Stato, nella sua qualità di arbitro collettivo della classe capitalista, ha implementato un sistema in evoluzione di licenze e regolamenti sui contenuti che legittimano il Partito Comunista Cinese, il governo cinese e, più in generale, la società capitalista.

Il primo documento normativo selezionato di seguito, è del 1986: Disposizioni temporanee riguardanti l’implementazione del Ministero della radio, del cinema e della televisione (MRFT) di un sistema di licenze per la produzione di drammi televisivi. Esso mirava a garantire che solo le unità di produzione affiliate allo Stato ricevessero finanziamenti da fonti private, e affermava che «la produzione privata di drammi televisivi è vietata», costringendo così le società di produzione interamente private a lavorare al di fuori della legge. Il documento tendeva anche a inquadrare la produzione di fiction televisive come un’impresa capitalista attraverso la sua esplicita menzione di zijin 资金, letteralmente “finanziamento” ma qui serviva come eufemismo per “capitale” (资). Uno dei principali fattori utilizzati per determinare se un’unità di produzione di proprietà statale meritasse una licenza era la quantità di capitale che l’unità aveva a sua disposizione, indicando che la redditività della produzione come impresa commerciale era di fondamentale importanza per le unità che rilasciavano licenze.

Il secondo documento normativo qui tradotto, Regulations for the Management of Television Drama Production Licenses (1995), rivela che il capitale che le società di produzione e i conglomerati commerciali sviluppati dagli inserzionisti hanno portato all’industria delle fiction televisive avrebbe presto portato l’MRFT a rivedere le leggi sulle licenze. In questo documento, redatto quando la commercializzazione si era diffusa e la transizione al capitalismo era quasi completata, i requisiti di licenza non menzionano alcuna differenza tra unità di produzione private e statali. Ciò è probabilmente dovuto alla riconosciuta redditività delle produzioni di unità private sul mercato delle fiction televisive. Il processo richiesto per ricevere queste licenze divenne un esame, il cui obiettivo finale era determinare se un’unità di produzione fosse degna di entrare nel mercato. Il lato materiale di questa misura del valore risiedeva nella gestione del capitale. I regolamenti richiedevano la verifica del «capitale dall’esterno dell’unità richiedente» sotto forma di una «lettera di interesse per la sponsorizzazione o l’investimento e un rapporto sull’utilizzo del fondo». Piuttosto che tentare di limitare il flusso di capitale privato nelle mani delle unità di produzione statali, lo Stato ora permetteva alle unità private di utilizzare fonti di capitale interamente private. Questo segna la piena commercializzazione dell’industria della produzione di drammi televisivi, alla quale ha fatto seguito la piena commercializzazione in un certo numero di industrie di beni di consumo, e ha preceduto la completa commercializzazione delle industrie pesanti alla fine degli anni ‘90.

La misura del valore di mercato segna anche l’intersezione tra il mercato e la mutevole ideologia dello Stato, particolarmente marcata dopo la fine del millennio. Mentre i meccanismi di controllo dello Stato sull’industria delle fiction televisive si stavano attrezzando per gestire il flusso di capitali privati, i sistemi di esame dell’industria alla fine abbandonarono il sistema di licenze. Invece, le unità di produzione erano ora tenute a presentare per l’esame i singoli drammi. Solo i drammi che avessero superato gli esami dei contenuti avrebbero ricevuto il permesso di andare in onda. Questi esami dei contenuti hanno utilizzato una serie di divieti di contenuto delineati negli ultimi due documenti normativi estratti qui, rilasciati nel 2006 e nel 2016. Entrambi questi documenti sono stati promulgati dopo il completamento della transizione capitalista della Cina, ma segnano due diverse fasi degli sforzi dello Stato per comporsi [strutturarsi] in accordo con il nuovo contesto sociale. Delineano il tipo di messaggio ideologico necessario affinché un dramma possa entrare nel mercato. Come per i precedenti meccanismi di controllo dei media, entrambi mirano a rafforzare la legittimità del Partito e dello Stato, anche se ora questo obiettivo è intrecciato con un’ideologia che sostiene la nuova classe di capitalisti che era stata appena reclutata in quelle istituzioni politiche. L’applicazione dei divieti circa il contenuto delle fiction crea drammi che normalizzano, convalidano e commercializzano il modo di produzione capitalista. Ciò comporta la riproduzione di un’ideologia che propaga alcune norme sociali per istituzioni non statali come il matrimonio e la famiglia, e per il nazionalismo.

Il documento del 2006 (Disposizioni temporanee per la regolamentazione dei contenuti televisivi), collega i contenuti proibiti a questa ideologia emergente. Le differenze tra questo documento e quello del 2015 (Regole generali per la produzione di contenuti televisivi), mostrano l’evoluzione dell’ideologia per soddisfare le mutevoli esigenze dello Stato mentre cercava di ristrutturarsi in un modo «adeguato al compito» – la riproduzione sociale a lungo termine. In generale, ci sono due categorie di divieti: quelli intesi a legittimare l’autorità dello Stato e quelli volti a promuovere uno stile di vita benefico per la riproduzione della società capitalista.

I divieti che rientrano nella prima categoria possono essere ulteriormente suddivisi in quelli che normalizzano l’esistenza dello Stato e quelli volti a oscurare gli effetti dello sfruttamento capitalista. Un esempio letterale del primo è il divieto di danneggiare «l’immagine dell’esercito popolare, della polizia armata (武警), della pubblica sicurezza e del personale giudiziario e di altre carriere designate nelle Disposizioni temporanee del 2006». Ciò impedisce alle unità di produzione di criticare i metodi dello Stato di esercitare il potere sui suoi cittadini. Un esempio meno esplicito potrebbero essere i divieti di contenuti che divergono da una data narrazione storica. Ciò include il divieto di elementi che ritraggono «la storia, in particolare la storia rivoluzionaria, in modo eccessivamente divertente e simile a un gioco» (Regole generali per la produzione di contenuti televisivi, 2015). Sottolineare l’importanza degli eventi del XX secolo che hanno portato il Partito al potere ha l’obiettivo di normalizzare il potere del Partito ai giorni nostri, indipendentemente dalle differenze tra il Partito nella prima metà del XX secolo e la sua attuale incarnazione. In tal modo, le relazioni sociali capitalistiche, sostenute dal Partito e dallo Stato, sono naturalizzate come il migliore e unico status quo possibile.

Un esempio di divieti volti a oscurare i risultati sociali dello sfruttamento capitalista sono i divieti esposti nelle Disposizioni temporanee del 2006, relativi ai contenuti che non «distinguono chiaramente tra reale e falso, buono e cattivo, bello e brutto, confondendo la demarcazione tra giusto e sbagliato». Questo divieto copre le rappresentazioni del crimine, le «attività malsane» e l’«arretratezza sociale», che sono tutte incluse nelle sottosezioni del documento. Questi divieti vorrebbero drammi che ritraggono la società cinese come libera da queste malattie. Questo nasconde sia il dissenso che le conseguenze dello sfruttamento capitalista, dell’espropriazione e dell’esclusione dei lavoratori e delle minoranze etniche. Le Regole generali del 2015 tentano di giustificare questi divieti sostenendo che si tratta di «cattive pratiche sociali che influenzano negativamente i minori», e hanno l’obiettivo di rappresentare un’utopica Repubblica Popolare e di nascondere gli impatti negativi del capitalismo, così da legittimare il regime per le generazioni future.

La seconda categoria di divieti promuove modi di vita che avvantaggiano il modo di produzione capitalista. Molti dei divieti che rientrano in questa categoria (vedi i Divieti temporanei del 2006) sostengono la vita coniugale eterosessuale e monogama e vietano i ritratti di «punti di vista e situazioni riguardanti l’amore e il matrimonio che non sono in accordo con una sana etica e una sana morale», tra cui l’apertura sessuale e la convivenza prematrimoniale. Lo Stato si basa sulla monogamia eterosessuale per alleviare le ansie sul calo del tasso di natalità della nazione e per rafforzare le norme di genere e familiari in un’era di crescente anomia sociale. Una ragione per l’ansia causata dal calo del tasso di natalità è che un minor numero di nascite porterà a una forza lavoro più piccola nei prossimi decenni, aumentando i costi sociali della cura degli anziani, mettendo a dura prova lo Stato e minando proprio il fattore che in precedenza aveva assicurato la competitività cinese sul mercato globale. L’intensificazione di tale ansia è evidente nel divieto del 2015 sull’omosessualità come forma di «relazione sessuale innaturale». Questo stigmatizza la comunità queer mentre enfatizza la monogamia eterosessuale come standard sociale. Oltre a promuovere alcuni modelli familiari, le Regole generali del 2015 hanno anche aggiunto un divieto di contenuti ritenuti colpevoli di «propagare uno stile di vita stravagante». Questo è un modo per mitigare l’alienazione proletaria, oscurando parzialmente la disuguaglianza sociale e suggerendo ai lavoratori a rimanere soddisfatti del proprio stile di vita, intrinsecamente limitato dal salario.

Il sistema di regolamentazione e di esame che governa l’industria delle fiction televisive è stato così perfezionato nel corso della transizione capitalista cinese e dei successivi sforzi di costruzione dello Stato. Oggi, quando le unità di produzione creano drammi all’interno dei parametri dell’ideologia dominante, influenzano il loro pubblico a conformarsi a quei parametri nelle loro vite e creazioni. La transizione da un sistema di licenze al sistema di esame dei singoli contenuti teatrali è indicativa della transizione da un sistema esplicito a un meccanismo di controllo più sottile ma più efficace. La differenza tra i documenti del 2006 e del 2015 riflette appunto un tipo più ampio di raffinamento all’interno dei meccanismi statali, segnando il passaggio da forme di intervento più pesanti a metodi più sottili di arte di governo volti a incanalare gli interessi privati nel quadro normativo dello Stato. Molti di questi sforzi sono stati dedicati a distogliere l’attenzione dei proletari dalle proprie condizioni di vita, siano esse definite dallo sfruttamento sul posto di lavoro o dall’esclusione da esso. Ciò avviene a livello esplicito, come il nuovo divieto di «propagare uno stile di vita stravagante» menzionato nel paragrafo precedente. Si verifica anche a un livello più sottile, sotto forma di promozione del nazionalismo. La promozione del nazionalismo non solo legittima il Partito e lo Stato, ma reindirizza anche l’antagonismo proletario lontano dai capitalisti interni e verso aspiranti nemici stranieri. L’articolo 3 del documento del 2015 sostiene che l’industria dovrebbe «portare avanti vigorosamente l’eccellente cultura tradizionale cinese» e «contribuire alla realizzazione del sogno cinese del grande ringiovanimento della nazione cinese». Queste righe esprimono il nazionalismo degli anni 2010 attraverso l’uso della frase “Sogno cinese”, così come l’attenzione per la cultura cinese “tradizionale”. Dal 2012 Xi Jinping ha regolarmente utilizzato entrambi questi temi per delineare gli obiettivi materiali e di modernizzazione della sua amministrazione. La promozione di questo tipo di nazionalismo facilita l’affinamento degli sforzi per mantenere il sistema di controllo capitalista attraverso la deviazione dell’antagonismo proletario, incoraggiando i cittadini cinesi a sostenere questo affinamento senza fare affidamento su leggi o regolamenti.

In questo senso, la regolamentazione dei drammi televisivi cinesi negli anni Dieci fa parte della tendenza al perfezionamento in una direzione specifica. I documenti del 1986 e del 1995 provengono dal periodo iniziale e finale della transizione capitalista, quando nuove imprese e capitali inondarono l’industria delle fiction televisive ancora in erba. Rappresentano quindi i tentativi iniziali (1986) e più avanzati (1995) di codificare l’intervento statale nella sfera ideologica sotto la rubrica in continua evoluzione di «riforma e apertura», che era il termine ufficiale usato per rappresentare la sottostante transizione al capitalismo. Una volta completata questa transizione, gli interventi ideologici hanno avuto luogo in un nuovo contesto. I metodi esplorativi del documento del 2006 rappresentano un passo provvisorio, con il sostegno ai nuovi ruoli dello Stato intesi a rafforzare la produzione ideologica privata e allo stesso tempo a garantire la riproduzione delle relazioni capitalistiche in generale. Il documento del 2015 rappresenta una solidificazione e riaffermazione nella direzione sia della regolamentazione delle fiction televisive che del sostegno al sistema capitalista. Insieme, questi quattro documenti mostrano come la regolamentazione delle fiction televisive rifletta la transizione capitalista della Cina e il definitivo radicamento del sistema capitalista. Avendo accesso alla traduzione di queste informazioni, spero che i lettori possano acquisire una comprensione più profonda della “censura cinese”. Nel contesto della transizione capitalista e della commercializzazione dell’industria televisiva, queste informazioni rivelano che lo Stato non è una forza esterna che interviene all’interno del settore dei media privati, ma è invece il mezzo con cui la società capitalista si riproduce, in questo caso attraverso la formazione dell’ideologia popolare. Questo fatto è al centro della censura in Cina.

(*) A  differenza dell’autore e del collettivo Chuang, io penso che la Rivoluzione Cinese culminata nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare non avesse affatto un carattere socialista, trattandosi piuttosto di una rivoluzione nazionale (antimperialista) borghese, e questo giudizio va esteso a tutte le rivoluzioni che nel Secondo dopoguerra punteggiarono il processo di decolonizzazione. Per questo non ho alcuna recriminazione da rivolgere al – cosiddetto – Partito Comunista Cinese, il quale, adattando il metodo stalinista alle condizioni della Cina, svolse ai tempi di Mao un’eccezionale funzione al servizio della nazione cinese e del capitalismo – cinese e mondiale. Per me in Cina non c’è stata alcuna «precedente era socialista», alcuna «restaurazione capitalistica», ma un’edificazione del capitalismo attraverso un processo sociale estremamente complesso, contraddittorio, violento e, sembra quasi inutile dirlo, pieno di sofferenze per le classi subalterne cinesi. La costruzione del capitalismo non è un pranzo di gala! In questo senso a mio avviso esiste una sostanziale (e “dialettica”) continuità storico-sociale tra il “Partito di Mao” e il “Partito di Xi”. In ogni caso si tratta di partiti che nulla hanno a che fare con il comunismo e il socialismo. Se di «transizione della Cina al capitalismo» si può parlare, ha senso farlo con riferimento a quella ampia parte di economia precapitalistica che caratterizzava soprattutto la campagna cinese, e che il “Partito di Mao” cercò in tutti i modi, e con esiti non sempre positivi (anzi, spesso catastrofici: vedi il cosiddetto Grande balzo in avanti), di mettere al servizio dell’«accumulazione capitalistica originaria». Ciò che Chuang definisce come «completamento della transizione capitalista della Cina», che se ho ben compreso il collettivo cantonese colloca nella seconda metà degli anni Novanta, io lo interpreto invece come processo di sviluppo capitalistico, come processo di “modernizzazione” capitalistica – ovviamente con “caratteristiche cinesi”. Rinvio ai miei scritti dedicati alla Cina: Chuang e il “regime di sviluppo socialista”Sulla campagna cinese; Centenari che suonano menzogneri; Tutto sotto il cielo – del CapitalismoŽižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.

(1) «La transizione capitalista della Cina dal 1970 ai primi anni 2000 è esplorata nell’articolo “Polvere rossa” (Chuang 2, 2019). Chuang caratterizza il periodo successivo (dopo il completamento della transizione) come segnato dalla trasformazione delle vestigia dello stato socialista improvvisato in uno “adeguato al compito” della riproduzione a lungo termine delle relazioni capitaliste. Questa analisi è introdotta in “Uno stato adeguato al compito” (Chuang 2) e “La peste illumina la grande unità di tutti sotto il cielo” (Social Contagion, 2021), e sarà arricchita nella parte 3 della loro storia economica (in arrivo in Chuang 3). Il primo documento politico (1986) qui tradotto corrisponde alla fase iniziale provvisoria della transizione, la seconda (1995) alla fase finale più brusca. Il terzo (2006) è apparso dopo il completamento della transizione mentre lo stato stava ancora esplorando modi per adattarsi, e il documento finale (2015) segna l’alba del periodo attuale, poiché la direzione della ristrutturazione dello stato stava diventando più saldamente stabilita».

CONTRO LA LOGICA DEL SACRIFICIO E DELLA PAZIENZA

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Perché ricordo quei lontani giorni? Perché molti
aspetti oggi ricordano quei tempi passati. Non
voglio dire che siamo di nuovo sulla strada per
la guerra mondiale. Tuttavia provo una profonda
ansietà per le conseguenze sociali e politiche
mondiali se noi scivoliamo ancora una volta
nel protezionismo e in una rottura dell’economia
mondiale in blocchi commerciali.
(Takeo Fukuda, 1977).

Ricordo a me stesso che è in corso in Europa una guerra imperialista che si combatte su tutti i fronti: da quello militare a quello economico, da quello politico a quello ideologico, da quello tecnologico a quello dell’Intelligence. E come sempre accade nelle guerre, sono in primo luogo le classi subalterne a farne le spese, come carne da cannone (per adesso solo in Russia e in Ucraina), come sfruttati e come “consumatori”.

Ieri il Presidente Macron ha dichiarato che il governo francese punta sulla «sobrietà volontaria» dei cittadini francesi per affrontare la “crisi energetica” che ci aspetta nel prossimo inverno; ma ha aggiunto che se la «sobrietà volontaria» non dovesse bastare, Parigi è pronta a varare misure coercitive all’altezza della situazione. Persuasione e minaccia, carota e bastone, come sempre.

Sul Fatto Quotidiano dell’altro ieri Donatella di Cesare prendeva di mira «l’ideologia del sacrificio» e la «necropolitica, cioè una politica che richiede la morte dei propri cittadini»: come non essere d’accordo.  Personalmente ho lottato contro la logica dei sacrifici fin dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, quando a propagandarla erano anche (se non soprattutto) il PCI di Berlinguer e la CGIL di Lama. Anche allora si parlava di «inflazione importata» (dovuta alla “perfida avidità” dei Paesi produttori di petrolio) e di «politica dei sacrifici» (la famigerata Austerity).

Sono sempre stato contro quella logica per principio, né ci si potrebbe aspettare altro da una persona che, come chi scrive, si dichiara radicalmente anticapitalista. Stesso discorso deve farsi ovviamene per la «necropolitica», senza mancare di aggiungere che è la stessa natura di questa società a essere mortifera. «Una potente esplosione è stata sentita dopo le 12 nella città di Energodar, nella regione di Zaporizhzhia, dove si trova la centrale nucleare più grande d’Europa. Al momento la città è senza elettricità» (Ansa, 6/9/2022). Della serie: come volevasi dimostrare. E cosa fa la popolazione europea? Attende notizie dal fronte “col fiato sospeso”!

Prendo invece le distanze, per così dire, là dove l’intellettuale complessista se la prende con «Una politica incapace di svolgere il proprio ruolo, di mediare per risolvere il conflitto», e che «lascia il posto alle armi, abdica alla violenza, chiede il sacrificio di vittime, sia militari che civili». Qui naturalmente si misura l’abissale distanza che passa tra una concezione borghese del mondo, anche quando veste i panni della critica del “mainstream” e del “sistema”, e una posizione, appunto, anticapitalista. Il concetto di conflitto – anche militare – come continuazione della politica con altri mezzi deve risultare incomprensibile a chi non è in grado di cogliere la natura necessariamente violenta e disumana della società capitalistica considerata nella sua doppia – ma sempre “dialetticamente” unitaria – dimensione: nazionale e sovranazionale.

A suo tempo Marx scoprì che la violenza risiede in primo luogo nei rapporti economici, i quali in epoca capitalistica hanno necessariamente una natura imperialista – cioè espansiva, aggressiva, depredatoria, conflittuale. Solo l’azione su larga scala del proletariato può quantomeno attenuare la violenza economica del capitalismo. Oggi quest’ azione dovrebbe avere “naturalmente” una dimensione internazionale. Dovrebbe, appunto.

Soprattutto dagli anni Settanta del secolo scorso lo scontro per l’energia rappresenta un nodo fondamentale nei rapporti interimperialistici, attorno al quale si aggrovigliano in modo inestricabile rapporti economici (monetari, finanziari, commerciali) e relazioni geopolitiche. In un’intervista al Time dell’11 giugno 1979, l’allora Cancelliere tedesco Helmut Schmidt dichiarò che «La scarsità di petrolio e i prezzi crescenti del greggio che sono una minaccia per le nostre economie, possono portare a delle guerre». Il nodo energetico rappresentò un momento centrale nella ristrutturazione del capitalismo mondiale allora in corso, dal quale uscirono vincenti soprattutto la Germania e il Giappone – con relativo indebolimento del bipolarismo Russo-Americano uscito fuori dal Secondo macello mondiale. Mutatis mutandis, assistiamo ad un analogo processo sociale di dimensione planetaria e “multifattoriale”.

Ma riprendiamo la riflessione della Nostra intellettuale: «In questa campagna elettorale il tema, a parte rare eccezioni, viene passato sotto silenzio non solo per l’imbarazzo degli schieramenti, dettato da ragioni opportunistiche diverse, ma soprattutto perché si vuole far passare per ovvio e scontato l’evento bellico. Il che, peraltro, è avvenuto sin dall’inizio. L’attenzione è tutta concentrata sul modo in cui pagare, o meglio, far pagare i costi della guerra. Non si parla invece del modo in cui fermare la guerra. Si dirige lo sguardo sugli effetti, quasi che fossero appunto ineluttabili, e lo si distoglie dalla causa. Il silenzio dei partiti, dunque, non è innocente».

Ma il ruolo della politica (di “destra” come di “sinistra”) è quello di servire al meglio gli interessi del Paese (cioè delle classi dominanti e del loro Stato), e questo in stretta connessione con la collocazione geopolitica di esso: se non si ha ben chiara questa elementare realtà, ogni discorso pacifista e “complessista” appare ingenuo e impotente.

«Sarebbe da sonnambuli non vedere il peggio che viene»: si tratta però in primo luogo di capire la natura del peggio che ci aspetta, perché solo conoscendo la causa del Male se ne possono estirpare le radici.

Scriveva ieri Le Monde: «Nel torpore estivo, una piccola musica si è insidiata nel dibattito pubblico. Le sanzioni occidentali contro la Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina sono state considerate un fallimento. L’embargo non solo non funzionerebbe, ma si ritorcerebbe contro gli interessi dei suoi promotori. Peggio ancora, l’economia russa mostrerebbe una capacità di recupero insospettata. Per un certo periodo questo discorso è stato confinato all’estrema destra e alle frange di un populismo miope, ma sta guadagnando influenza in un momento in cui i danni causati dall’inflazione e dalla crisi energetica cominciano a farsi sentire nell’Unione Europea (UE). Affermare che le sanzioni sono inefficaci non è soltanto falso. Significa soprattutto dare credito alla narrazione distillata dalla propaganda russa, che ha un solo obiettivo: rompere l’unità dell’Occidente nel tentativo di allentare la morsa che minaccia di asfissiare la sua economia. […] “Gli effetti delle sanzioni sono graduali e cumulativi”, afferma Agathe Demarais, direttore delle previsioni globali dell’Economist Intelligence Unit. È una maratona che richiede pazienza. La pazienza degli europei è messa a dura prova dal razionamento dell’energia e dalla recessione. Devono convincersi che il tempo è dalla loro parte per le democrazie. Rinunciare al nostro [sic!] comfort energetico e al nostro potere d’acquisto ha un costo, ma difendere i nostri valori e la nostra sovranità non ha prezzo». Dopo i sacrifici che ci sono stati imposti per vincere la “guerra pandemica”, ecco che il Leviatano ci chiede altri sacrifici per vincere la “guerra del gas”. Di guerra in guerra, di sacrifici in sacrifici, stato di emergenza dopo stato di emergenza: che tempi calamitosi!

Inutile qui ribadire il disprezzo di chi scrive per i valori della democrazia capitalistica e per la sovranità del Capitalismo/Imperialismo qualunque sia la sua configurazione politico-istituzionale. Il tempo in assenza di lotta non è mai stato dalla parte delle classi subalterne: basta essere pazienti!

In sintesi: Contro la guerra imperialista e per la guerra di classe! Contro l’Imperialismo Unitario! Contro la logica dei sacrifici e della pazienza! Per i proletari non c’è onore nei sacrifici.

 

IL MONDO DI TUTTI

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