LA FABBRICA DELLA PAURA

Che Salvini sia un eccellente “imprenditore della paura”, nessuno può negarlo. La Repubblica, Il Corriere della Sera e Il Foglio parlano del leader della Lega Sovranista come di una «vergogna dell’Italia»; non essendo io un patriota, ma un convinto disfattista degli italici interessi e dell’italico prestigio nazionale, non provo alcuna vergogna, né sorpresa, ma piuttosto un’irriducibile ripugnanza di classe nei confronti del demagogo di turno che avanza nei sondaggi elettorali. I quotidiani progressisti europei ne parlano invece come di una «vergogna europea»: non essendo io un europeista, nemmeno del genere di Negri, Žižek e Varoufakis, ma un internazionalista anticapitalista, quella vergogna non mi tocca neanche un poco. Piuttosto, nella mia qualità di proletario provo vergogna quando vedo i miei “colleghi” di classe accettare il terreno della lotta tra i miserabili, anziché quello della solidarietà di classe, della lotta di classe, della rivoluzione sociale. In realtà, più che vergogna provo sentimenti di rabbia, di impotenza e di frustrazione nel vedere l’attuale inesistenza del proletariato come «classe per sé, e non per il Capitale». Nei momenti di arretramento politico-sociale, Marx si aspettava dal proletariato, «classe storicamente rivoluzionaria», non inutili quanto odiose esaltazioni ideologiche, ma la più cruda e spietata delle autocritiche. Scriveva Max Horkheimer nel 1937: «L’intellettuale che con un atteggiamento di inutile venerazione si limita a proclamare la potenza creativa del proletariato, accontentandosi di adeguarglisi e di trasfigurarlo, trascura il fatto che ogni elusione dello sforzo teorico che gli risparmia un temporaneo contrasto a cui potrebbe portare il suo pensiero, rende queste masse più cieche e più deboli» (Teoria critica). Io non sono né un intellettuale né un populista, e quindi posso concedermi il lusso, diciamo così, dell’autocritica volta a comprendere le cause, vicine e lontane, della nostra attuale cattivissima situazione. Nostra come proletari, come nullatenenti, come dominati, come sfruttati.

Qualche giorno fa il leader che sussurra alla ruspa ha dichiarato: «La sinistra sostiene la globalizzazione, o glebalizzazione, come dice il filosofo Diego Fusaro; noi no. Per questo vogliamo arrestare il flusso dei migranti che piace ai filantropi alla Soros perché sradica la nostra identità nazionale e culturale e alle multinazionali che operano in Italia perché abbassa i salari dei lavoratori italiani. Prima i lavoratori italiani!». La patriota Meloni è ancora lì che applaude entusiasta l’ex camerata di coalizione: «Bravo, bene, bis!». Come sappiamo, negli Stati Uniti Trump fa, mutatis mutandis, lo stesso discorso “populista”: «Prima il lavoro americano».

Ora, è vero che la globalizzazione capitalistica del XXI secolo mette i lavoratori di tutto il mondo in reciproca, diretta e spietata concorrenza come non era mai accaduto dai tempi di Marx in poi, con il disastroso risultato sulle loro esistenze che stiamo osservando soprattutto in Occidente, il quale un tempo offriva ai lavoratori migliori condizioni di lavoro e di vita, soprattutto strappate con decenni di lotte operaie; ma la “ricetta” che offre l’anticapitalista non parla di chiusura nazionale, di identità nazionale e politica, di freno alla globalizzazione, di «prima gli italiani», di «aiutiamoli a casa loro»: «diamogli una canna da pesca a casa loro, non pesce fritto a casa nostra!». L’anticapitalista nemmeno si pone il problema circa la compatibilità economico-sociale di un’immigrazione “di massa”, se essa sia utile o dannosa per l’economia del Paese, la quale sta molto a cuore anche a non pochi personaggi che pure si dichiarano “anticapitalisti”, ma che in realtà sono solo degli statalisti più o meno riverniciati. Come ho già detto, quella “ricetta” parla invece di solidarietà di classe, di unione di classe, di lotta di classe, ecc. «Proletari di tutto il mondo, unitevi!», urlava il comunista di Treviri scomodato dall’insulso filosofo di regime, che tanto piace a Salvini, per pura spocchia intellettuale e per paraculismo politico-ideologico, un paraculismo che egli peraltro può usare solo nell’ambito dei nostalgici del “comunismo novecentesco” – cioè dello stalinismo nelle sue diverse declinazioni nazionali. L’intellettuale, soprattutto quello made in Italy, crede che basti citare qualche nome “sovversivo”, per accreditarsi come “rivoluzionario” presso la massa che a stento sa leggere e scrivere.

Salvini è un ottimo imprenditore della paura, dicevo, ma personalmente trovo politicamente più interessante puntare i riflettori della critica sulla fabbrica della paura. Perché signori progressisti è abbastanza facile sparare contro l’ultimo demagogo che calca la scena, in attesa di lasciare il posto al prossimo, magari ancora più “populista” e fascista del precedente – chi si ricorda più del “fascista” Marco Minniti? Ebbene, signori “buonisti”, il problema è solo il cattivista del giorno che vende paura, rabbia e pregiudizi un tanto al chilo (sui neri, sui rom, sugli omosessuali, su ogni specie di “diversità” e di “devianza”), o anche, e direi soprattutto, la società che crea sempre di nuovo il mercato politico-elettorale della paura, della rabbia e dei pregiudizi? Di più: non è forse questa società che crea soprattutto nelle classi subalterne sentimenti di paura, di angoscia, di rabbia, di frustrazione, di invidia sociale e quant’altro? I fascisti (o come vogliamo diversamente chiamarli nel XXI secolo), i razzisti e i demagoghi prosperano su un terreno lungamente arato e fertilizzato dalla prassi sociale nel contesto di differenti regimi politico-istituzionali: dalla cosiddetta Prima Repubblica a quella attuale – Terza, Quarta, ho perso il conto!

«Sempre i demagoghi seminano su un terreno già arato, ed è per questo che non esistono metodi assolutamente sicuri per la seduzione di massa: il metodo varia con la disponibilità alla seduzione» (M. Horkheimer, T. W. Adorno). Il problema teorico più importante è quindi capire che cosa rende possibile «la disponibilità alla seduzione» che osserviamo nelle masse, sforzo che non solo non contraddice l’azione pratica contro le politiche e le ideologie del nuovo governo, ma piuttosto la rafforza e la mette nelle condizioni di indebolire il regime politico-istituzionale nel suo complesso. Che alla fase democratica (o come altrimenti vogliamo chiamarla) del regime possa seguire quella fascista (negli anni Settanta si parlò di «fascistizzazione della democrazia» e di «democrazia fascista»), è cosa che non mi sorprende affatto, tutt’altro. L’alternarsi della carota e del bastone come metodo di gestione delle contraddizioni sociali nelle diverse fasi del processo sociale capitalistico e nelle differenti configurazioni geopolitiche della contesa interimperialistica è qualcosa che non può certo spiazzare il pensiero critico-rivoluzionario.

Qualche mese fa il già citato filosofo del regime pentaleghista dichiarava: «Quando Salvini mi applaude mi chiedo cosa ho detto di sbagliato». Chi segue Fusaro per farsi due risate e prendere di mira non un personaggio di successo (beato lui!), ma una precisa posizione politica (ultrareazionaria, c’è bisogno di dirlo?), sa benissimo che Salvini non può che gongolare quando ascolta le invettive fusariane contro il «capitalismo finanziario». Come ho ricordato altre volte, già negli anni Novanta, prima che nascesse il Movimento Noglobal, Umberto Bossi inveiva contro la globalizzazione, soprattutto contro la «colonizzazione cinese» dei distretti industriali e commerciali del Nord’Est: «La Cina deve rimanere fuori dal WTO, perché pratica un micidiale dumping industriale e mercantile. Il nostro modello sociale non può competere con quello cinese. Tra qualche anno le nostre aziende saranno costrette a chiudere o a delocalizzare nei Paesi dell’Europa orientale». Oggi Salvini si scaglia contro le navi che portano in Italia non solo «carne umana» ma anche il riso prodotto in Asia: «Prima gli agricoltori italiani!». Mentre nell’area capitalisticamente più avanzata del Paese i consensi politico-elettorali della Lega si impennavano, perché il Senatur sapeva ben cavalcare le contraddizioni sociali nazionali (divario crescente Nord-Sud) e quelle che derivavano dalla competizione capitalistica mondiale, i sinistrorsi si limitavano a denunciare il razzismo (vu cumprà fora dai ball!) e l’antimeridionalismo dei leghisti: «i meridionali rubano, scroccano e puzzano! Che poi è quello che molti tedeschi pensano di tutti gli italiani. Le simpatie che i leghisti oggi suscitano anche nel Mezzogiorno possono stupire solo chi si arresta alla schiuma ideologica e fraseologica che sempre accompagna i processi sociali. Ma ritorniamo al filosofo più amato dal regime. Un caso tutt’altro che paradossale.

Per capire fino a che punto Fusaro sia in sintonia con le ideologie più reazionarie prodotte da questa società escrementizia, è sufficiente leggere l’intervista apparsa su Le figaro domenica scorsa, il cui titolo è, come si dice, tutto un programma: «L’uomo che sussurra a Di Maio e Salvini». Niente di nuovo intendiamoci, ma vale la pena ogni tanto raccontare qualche barzelletta e ricordare con chi abbiamo a che fare. «Nel nostro tempo, quello del capitalismo finanziario, la vecchia dicotomia destra-sinistra è stata sostituita dalla nuova dicotomia alto-basso, padrone-schiavo (Hegel). Sopra, il padrone ha il suo posto, vuole un mercato più deregolamentato, più globalizzato, più liberalizzato. Sotto il servo “nazionalsocialista” (Gramsci) vuole meno commercio libero e più stato nazionale, meno globalizzazione e difesa dei salari, meno Unione Europea e più stabilità esistenziale e professionale. Il 4 marzo in Italia non c’è stata la vittoria della destra, né della sinistra: il basso vince, il servo. Ed è rappresentato dal M5S e dalla Lega, le parti che il padrone globale e i suoi intellettuali diffamano come “populisti, vale a dire i vicini del popolo e non l’aristocrazia finanziaria (Marx). Salvini e Di Maio stanno guardando alla Russia, e questa è una buona cosa. La Russia è ora l’unica resistenza contro l’imperialismo del dollaro, cioè contro l’americanizzazione del mondo, conosciuta anche come globalizzazione. La vecchia borghesia e la vecchia classe operaia, un tempo nemici, sono oggi oppressi e insicuri, e formano una nuova plebe povera e priva di diritti, in balia dei predatori finanziari e dell’usura bancaria. È il nuovo precariato. La classe dominante è questa volta l’aristocrazia finanziaria, una classe cosmopolita di banchieri e delocalizzatori, signori di grandi affari e del dumping. Marx lo dice molto bene nel terzo libro del Capitale: il capitalismo supera la sua fase borghese e accede a quella finanziaria, basata sulla rendita finanziaria e sui furti della burocrazia. Questo è il nostro destino». Nazionalismo, sovranismo, “nazionalsocialismo” (Gramsci o Hitler?), statalismo, collaborazionismo di classe, corporativismo, difesa dei «ceti produttivi» contro «gli speculatori della grande finanza»: l’armamentario ideologico caro a fascisti, nazisti e stalinisti c’è tutto. Certo, manca l’invettiva aperta contro gli ebrei, ossia contro gli speculatori finanziari e i cosmopoliti per eccellenza, ma i tempi cambiano: fasciostalinismo, certo, ma mutatis mutandis.

Ora, è da decenni che i leghisti predicano la collaborazione tra i «ceti produttivi», ieri vessati da «Roma ladrona», oggi saccheggiati e impoveriti dalla globalizzazione. Ma anche il PCI, ai suoi tempi, predicava l’alleanza tra i «ceti produttivi» contro la rendita finanziaria rappresentata politicamente dalla DC. E non pochi leader democristiani santificavano, esattamente come i “comunisti”, il duro ma sano lavoro (salariato, cioè sfruttato) contro lo sterco del Demonio: siamo in Italia, se Dio vuole… Una volta (Elogio della ghigliottina, 1922) Piero Gobetti parlò del Fascismo come «autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi»; ebbene Fusaro è, sotto questo aspetto, solo l’ultimo arrivato.

A proposito di autobiografia nazionale, scriveva Luca Ricolfi qualche anno fa: «La borghesia italiana non è mai stata liberale, né ha mai cercato sul serio di ridurre il ruolo della politica. Ha semmai sempre cercato di usare la politica, per ottenere favori, esenzioni, posizioni di rendita, informazioni riservate, commesse, sussidi. I ceti produttivi del Nord non sono nemmeno riusciti a strappare un federalismo degno di questo nome» (Intervista rilasciata a Linkiesta del 15 settembre 2011). Oggi sono soprattutto i pentastellati attivi sul fronte dell’assistenzialismo, cosa che dovrà fare i conti con le condizioni economiche del Paese e con gli interessi sociali difesi dai leghisti. Con l’ormai mitico reddito di cittadinanza le camaleontiche creature di Grillo & Casaleggio vorrebbero crearsi una solida e permanente area di consenso sociale, un po’ come face ai bei tempi la Democrazia Cristiana attraverso le mille forme di clientelismo rese possibili da una congiuntura economica favorevole, e, mutatis mutandis, come fa il regime venezuelano usando la rendita petrolifera. Solo che i pentastellati, sempre più impauriti dall’attivismo leghista che potrebbe cannibalizzarli nello spazio di poche elezioni, non possono contare né su una congiuntura economica favorevole, né su qualche forma di rendita. Certo, possono sempre far leva sul debito pubblico, ma la cosa non appare di facile approccio. «Per il 2018 i giochi sono fatti, da qui a fine anno ci muoveremo solo su interventi strutturali che non hanno costi. Il nostro vincolo sono i mercati», ha dichiarato il Ministro delle Finanze Tria. «Il nostro vincolo sono i mercati»: questa l’avevo già sentita…

«È la Germania che ci vuole affamare! Spezzeremo le reni a Berlino!». Il sovranista italico deve solo sperare che il prossimo Cancelliere tedesco non sia un sovranista: «Germany First!». «I sovranisti sono vittime di una contraddizione. Si dichiarano solidali l’un con l’altro: i sovranisti francesi con quelli americani, italiani, inglesi, eccetera. Si ascolti, ad esempio, cosa dice quel piazzista del sovranismo che è Steve Bannon (ex sodale di Donald Trump). In realtà, nel caso che molti di loro (ancor più di quelli già oggi al potere) si trovassero simultaneamente alla guida dei rispettivi Paesi, sarebbe la loro stessa ideologia a spingerli l’uno contro l’altro» (A. Panebianco, Il Corriere della Sera).

Per il noto filosofo che sussurra al regime «La Russia è ora l’unica resistenza contro l’imperialismo del dollaro, cioè contro l’americanizzazione del mondo, conosciuta anche come globalizzazione». Evidentemente al Nostro nazionalsocialista (Gramsci) piace l’imperialismo del rublo – e forse anche la cinesizzazione del mondo, «conosciuta anche come globalizzazione». D’altra parte ai “nazionalsocialisti” (Gramsci o Hitler?) è sempre piaciuta la figura del leader virile, forte, carismatico, con la schiena dritta, devoto ai sacri interessi del Popolo, della Nazione Proletaria; un leader schietto e contrario alle ipocrisie del politicamente corretto tipico del personale politico liberale e progressista. Insomma, un leader tipo Salvini.

«Alexandr Dugin è in Italia. Il filosofo russo, le cui idee sono considerate ispiratrici delle politiche di Vladimir Putin, sta girando da nord a sud tutto lo stivale per realizzare una serie d incontri: due pubblici e molti in forma privata. Quelli pubblici sono stati ampiamente pubblicizzati: il primo a Milano in occasione di una conferenza che lo hanno visto affiancato da altri relatori quali il filosofo Diego Fusaro e il responsabile culturale di Casapound Adriano Scianca; il secondo a Roma presso la sede di Casapound dove parlerà insieme ai vertici del movimento fascista, all’editore di destra Maurizio Murelli e a Giulietto Chiesa» (Huffington Post). Ecco, ora la barzelletta è completa! Ma c’è – solo – da ridere?

 

QUANDO IL CAPITALISMO SUPERA LA FANTASIA

Il Capitale recupera a suo vantaggio quello che la politica butta in mare sempre a vantaggio del Capitale. Una grande lezione, se solo fossimo in grado di comprenderla.

Datemi un’anima nera, nera come la vostra, perché vorrei essere bravo come voi a sfruttare anche la sofferenza.
Datemi un’anima nera, nera come la vostra, perché anch’io voglio galleggiare sul mare di cinismo che mi affoga.
Datemi un’anima nera, nera come la vostra, e prendetevi pure la mia pelle, e fatene ciò che volete.

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PER IL CAPITALE LA PACCHIA NON FINISCE MAI

Colpa e punizione

«È difficile scrivere di Soumayla Sacko. Martire perché nero, ucciso da un bianco. Martire perché sindacalista, difensore dei miserabili di San Ferdinando, dalle parti di Rosarno e Gioia Tauro. Martire speciale perché abbattuto come un cinghiale a San Calogero, e San Calogero in Agrigento è raffigurato nero, il santo eremita nero. Martire perché ladro di ferraglia punito con la morte. Martire perché non era un ladro e perché la ferraglia era una rimanenza di una cava di ladri che aveva inquinato la terra. Martire, tragicamente simbolico, perché ucciso mentre un ragazzotto lombardo che fa il super poliziotto predicava con brutalità ideologica che con lui al comando la pacchia è finita. Martire perché come il capo Lega di una volta Soumayla lottava contro la mafia, i padroni e i loro sostenitori. Martire perché raccoglieva nel caldo e per 3 euro all’ora pomodori che nessun italiano, padrone a casa sua, raccoglierebbe mai. Prendila dove ti pare, questa storia sa di martirio. È la testimonianza di tempi spietati, in Africa, nel Mezzogiorno d’Italia, in Europa Occidentale e nel mondo. Ci sono luoghi in cui la modernità e il capitalismo come rapporto sociale di produzione regolato dall’interesse organizzato dai padroni dei mezzi di produzione e dai lavoratori, e poi da idee e da leggi regolative per il benessere minimo per tutti, dai contratti, diritti, riposo, sono una chimera, una pacchia che non c’è. La maggioranza di noi, ciascuno nel suo tinello e nel suo salotto, in condizioni di conforto materiale diverso e conformazione di idee diverse, prende per sé la colpa e lascia la punizione a Soumayla. È un fatto religioso. Nietzsche che parlava male di Cristo diceva appunto che Cristo si era preso la punizione e ci ha lasciato la colpa mentre avrebbe dovuto fare l’inverso, se davvero voleva redimerci. È difficile parlare di una vittima assoluta e del male assoluto senza compiacimento, senza sottomettersi alla catena simbolica del bene facile, a buon prezzo: un’ora di pentimento e contrizione a tre euro. […] Soumayla Sacko è stato punito e noi siamo inevitabilmente i colpevoli, anche quando la colpa la attribuiamo, da posizioni populiste di destra o di sinistra, all’establishment e al sistema» (G. Ferrara, Il Foglio).

Un articolo davvero interessante, non c’è dubbio, almeno per chi scrive. Tuttavia, prendila come ti pare, caro Ferrara, ma a me questa storia sa di ordinaria brutalità capitalistica: gli “eccessi”, ovunque si manifestino, illuminano a giorno la reale natura di questa società-mondo, una tesi che un sostenitore del Capitalismo “politicamente corretto” non può certo condividere. Chi muore tutti i giorni nel deserto africano e nel Mediterraneo nel tentativo di conquistare quantomeno la possibilità di una vita meno miserabile, esattamente come accadeva in Europa qualche secolo fa e come continua ad accadere, mutatis mutandis, nelle regioni meridionali di questo Paese, è vittima di una guerra sociale che in forme diverse riguarda tutti, e in tutto il pianeta, il quale è dominato da un solo rapporto sociale, quello capitalistico. Già il solo vivere sotto questo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento rappresenta per i proletari di tutto il mondo una punizione sociale, un vero e proprio martirio. Quando finirà la pacchia capitalistica?

E a proposito di colpa e di punizione, devo dire che ai miei occhi le classi subalterne di tutto il mondo oggi hanno la “colpa” di non provare, almeno provare, a porsi come un gigantesco soggetto rivoluzionario, cosa che le espone inevitabilmente a ogni sorta di punizione, compreso il sovranismo e il razzismo. Per mutuare un vecchio slogan, potremmo essere tutto e invece continuiamo a essere niente, e da buoni servi impotenti e incoscienti ci accontentiamo di “scegliere” ogni tot anni i politici che devono amministrarci: che bella “libertà”! E non verrà nessuno a liberarci da colpe e da punizioni, questo è sicuro, è forse la sola certezza che non teme smentita. «L’emancipazione del proletariato deve essere opera dello stesso proletariato», diceva l’uomo con la barba. Il fatto che io comprenda benissimo le cause vicine e remote di questa tragica condizione sociale, di questa “colpa storica” che grida vendetta, ebbene ciò può solo in parte mitigare, ma non eliminare, il senso di frustrazione che personalmente avverto come proletario e anticapitalista.

La via italiana alla competizione capitalistica

Secondo gli ultimi rilevamenti statistici ufficiali, sono 100 mila le persone in «condizione di schiavitù e para schiavitù» in agricoltura. L’80% sono stranieri, il restante 20% italiani. «Ma attenzione», sostiene il sociologo, il problema non sono i migranti, ma un sistema di accoglienza e un mercato del lavoro che sulle sponde settentrionali e orientali del Mediterraneo manifestano grossi limiti. I flussi migratori li mettono solo in evidenza. Il problema è strutturale, non a caso il fenomeno del caporalato non lo troviamo, come si pensa, solo nelle grandi piantagioni del sud, ma anche nelle aziende vinicole d’eccellenza del ricco Piemonte. In un sistema dove domanda e offerta sono così grandi si inseriscono le mafie. Lo fanno in due modi. In alcuni casi reclutano persone direttamente nel Paese di origine e organizzano il trasferimento, in maniera legale o illegale. Altre volte riescono a entrare nei Centri di Accoglienza Straordinaria meno controllati che, così, diventano luoghi di reclutamento. Le mafie non producono il sistema, dovuto a pecche dell’accoglienza e del mercato del lavoro, ma vi si inseriscono, lo sfruttano. Gli ultimi censimenti parlano di 27 mafie coinvolte in questo business». Omizzolo poi ribadisce un concetto che ci fa capire meglio quel è la via italiana alla competizione capitalistica mondiale nel settore agroindustriale (e non solo):  «È sbagliato pensare che questi lavoratori sfruttati finiscano solo a raccogliere pomodori in Puglia e in Sicilia [per 3/5 euro all’ora] o nei campi e nei mercati generali dell’Agro Pontino. Di uomini e donne ridotti in schiavitù se ne trovano anche nelle aziende dell’eccellenza vinicola del ricco Piemonte. Questo dimostra che il fenomeno ha natura sistemica». Infatti, si tratta del sistema capitalistico di produzione, fondato, come tutti sanno benissimo, sullo sfruttamento di uomini e sul saccheggio delle risorse naturali in vista del vitale (per questa escrementizia società, beninteso) profitto. Ancora Omizzolo: «E poi c’è lo sfruttamento della prostituzione, dove a dominare il mercato sono le mafie dell’est e quelle nigeriane. Un mercato, stima l’Istat, che vale 90 milioni di euro al mese, 1,1 miliardi all’anno, alimentato da circa 9 milioni di clienti che hanno a disposizione tra le 75 mila e le 120 mila ragazze sparse per il Paese. Il 55% di queste giovani, in buona parte minorenni, sono straniere, soprattutto nigeriane, che rappresentano il 36% delle non italiane, e romene, 22%. A queste vanno aggiunte le donne sfruttate in più settori.  In alcune aree del Paese, diverse forme di schiavitù si saldano. Prendiamo l’esempio delle romene: spesso lavorano nei campi ma sono costrette anche a mettersi a disposizione del proprio padrone come oggetto sessuale». Di questo ho parlato qualche settimana fa su Facebook (*).

Di Marco Omizzolo vedi: La rivolta dei braccianti sikh, i nuovi schiavi dell’Agro Pontino

Leggi anche: Rosarno e dintorni e Uomini, caporali e cappelli.

 

(*) Pomodoro rosso sangue!

Dal Blog di Iulia Badea Guéritée:
«La fortuna dei coltivatori siciliani riposa in parte sul lavoro forzato di centinaia di donne emigrate dalla Romania e ridotte in schiavitù. La schiavitù esiste ancora. Ed è tanto più terribile in quanto, molto spesso, è accettata». Certo, si è liberi di morire di fame, di prostituirsi, di accettare condizioni di lavoro disumane: viva la libertà di scelta! «“Tutto comincia in Romania”, racconta Dumitrache, presidente dell’Associazione delle donne romene in Italia” (Adri), “a Botosani, in una delle zone più arretrate del paese, da dove le donne hanno cominciato a emigrare nel 2007. L’esodo non si è mai interrotto. Vanno a raccogliere i pomodori in Italia, a Ragusa. E spesso partono senza sapere a cosa vanno incontro. Quello che è più triste è che anche quando qualcuna di loro riesce a scappare da quell’inferno, finisce sempre per tornarci, obbligata in qualche modo dalla spirale dei debiti, dai vicini a cui ha chiesto un prestito, e che la spingono a partire di nuovo per riavere i loro soldi”. Il filo del racconto si dipana, sempre più terrificante, come se fosse tratto dai vecchi romanzi che parlano di schiavi. Lo scandalo non è nuovo, riemerge periodicamente e si gonfia come una bolla di sapone. Ci sono le retate della polizia, le visite delle autorità, e a volte si intravede qualche barlume di speranza.
Gli ingredienti di questa brutta storia proprio davanti alla nostra porta? In Sicilia? Il banale affare della produzione dei pomodori a Ragusa, che con il tempo è diventata la più grande esportatrice di pomodori italiani in Europa, è anche una delle più sordide vicende del nostro continente. All’inizio c’è stata l’adesione della Romania all’Unione europea, nel 2007. E un’ondata massiccia di forza lavoro è arrivata sui mercati d’Italia, Spagna, Francia e Gran Bretagna. Donne partite per lavorare, ma che una volta arrivate a Ragusa vengono obbligate a prestare servizi sessuali ai padroni per poter conservare il proprio posto di lavoro. “La forza lavoro che arrivava dalla Romania era più la accomodante, la più disposta ad accettare compromessi”, spiega Silvia Dumitrache. “Le donne romene sono già tenute in una sorta di stato di schiavitù dai loro uomini, vengono picchiate… Molte di loro se ne vanno dalla Romania proprio per sfuggire a queste violenze. Raccontano che, anche se sono sfruttate, almeno in Italia guadagnano qualche soldo. Poi c’è un altro aspetto: in questo tipo di lavoro, se accettano le richieste di favori sessuali da parte dei padroni, possono tenersi vicini i figli, mentre se dovessero fare le badanti non sarebbe possibile”. Ma il lavoro nei campi, sotto la soffocante sorveglianza dei padroni? E gli anni in cui solo un osservatore attento avrebbe potuto farsi delle domande sul numero abnorme di aborti compiuti all’ospedale di Vittoria?». E la sempre più disumana natura del Capitalismo a ogni latitudine del pianeta?

ORGE SOVRANISTE E COSTITUZIONALISTE SULLA NOSTRA PELLE

La medaglia d’oro della banalità politicamente corretta oggi va senz’altro concessa a Concita De Gregorio, la quale scrive su Repubblica la perla progressista-francescana (nel senso di Papa Francesco) che segue: «Ridateci una politica dove più dello spread contano le persone. Il dibattito della gente è sulla vita reale più che sui vincoli economici». Come se la «vita reale della gente» non fosse tutti i giorni incalzata e sferzata dalla potenza disumana del Moloch chiamato denaro! Certi personaggi hanno una concezione ben strana circa la «vita reale della gente».
Oggi insomma veniamo a sapere ufficialmente che nella società capitalistica la sovranità politica non appartiene al cosiddetto Popolo, «che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» (borghese), ma ai mercati, ai poteri forti, ai loschi gnomi della finanza (magari amici di Soros, e ho detto tutto!): come si fa a non indignarsi. È vero, il mitico/famigerato “Piano B” dell’ormai celebre Paolo Savona, l’eroe del giorno per ogni sovranista che si rispetti, prevede sacrifici inenarrabili per il Popolo, lacrime e sangue che il Popolo italiano non ha ancora conosciuto negli ultimi 73 anni, ma meglio affrontare mille sacrifici (compreso il taglio dei salari reali per conquistare competitività in regime di forte svalutazione della nuova lira) che patire gli umilianti diktat di Berlino, di Parigi e di Bruxelles.

A proposito: è stato il Professorone Savona a copiare il “Piano B” del “marxista irregolare” Varoufakis, peraltro anch’egli amante come il primo della “teoria dei giochi”, o viceversa? Pura curiosità intellettuale.

«Mi sono accorto che l’Italia è un Paese a sovranità limitata. Mai servi, mai schiavi! Mai chinerò la testa dinanzi a chi non fa gli interessi degli italiani. Mai, mai, mai! Libertà o morte!»: e bravo Matteo Salvini! Che schiena dritta! Come si permettono i tedeschi a trattarci esattamente come i leghisti fino a qualche mese fa trattavano i meridionali italiani (soprattutto i napoletani: «scrocconi che non dicono neanche grazie»)? È stata una vera sofferenza, poi, vedere la Mummia Sicula mettere in sella Carlo Cottarelli, notoriamente al servizio del Fondo Monetario Internazionale, dei mercati, dei poteri forti e degli oligarchi di Bruxelles: il Presidente della Repubblica ha tradito la Sacra Carta, gli interessi nazionali e la democrazia! Certo, suo malgrado Mattarella ha fatto schizzare in alto le quotazioni elettorali della Lega, anche a scapito dei camaleontici grillini, ma queste son quisquilie che non riguardano i sinceri sovranisti, i quali si muovono per amor di Patria, e non per convenienze elettoralistiche.«Siamo pronti a rivedere la nostra posizione, se abbiamo sbagliato qualcosa lo diciamo, ma ora si rispetti la volontà del popolo perché noi l’Italia la vogliamo salvare. Una maggioranza c’è in parlamento, fatelo partire quel governo, basta mezzucci perché di governi tecnici e istituzionali non ne vogliamo. Per quanto riguarda l’impeachment non è più sul tavolo perché Salvini non lo vuole fare e ci vuole la maggioranza». Che Statista, questo Luigi Di Maio! Altro che le indegne caricature di Maurizio Crozza, servo dei poteri forti! E soprattutto, che barzelletta questa “crisi di regime”. Una barzelletta che però, anziché far ridere, può far piangere molti.

Mi si consenta una breve riflessione d’ordine generale. Quel che il sovranista, comunque politicamente “declinato”, è assolutamente incapace di comprendere è che nel mondo governato dagli interessi economici ciò che decide intorno al grado di autonomia di un Paese sono i rapporti di forza sistemici tra le diverse società nazionali. Soprattutto oggi questi rapporti di forza si strutturano appunto intorno alla potenza economica (e quindi tecno-scientifica e, almeno potenzialmente, militare) dei Paesi che si contendono mercati (anche di forza-lavoro), risorse energetiche e influenze geopolitiche. Non si tratta, da parte del sovranista, di un difetto di intelligenza, ma semplicemente di un accecamento ideologico e di un disagio/risentimento di qualche tipo che gli impediscono di prendere atto di ciò che l’intera storia del mondo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio.

Ad esempio, per un Paese come l’Italia l’alternativa non sarebbe, ovviamente, quella tra sudditanza e indipendenza, ma sul tipo di sudditanza che meglio verrebbe incontro agli interessi generali delle classi dominanti nazionali, o di quelle fazioni di esse contingentemente vincenti. Oggi conviene stare con la Germania o con la Russia, con gli Stati Uniti o con la Cina? Scriveva il filosofo “marxista” Alain Badiou nel 2015, ai tempi della Grexit: «Sullo sfondo, si agitano timori geopolitici. E se la Grecia si rivolgesse verso qualcun altro di diverso dai padri e dalle madri fustigatori dell’Europa? Allora, io direi: ogni governo europeo ha una politica estera indipendente. Contro le pressioni alle quali è sottomessa, la Grecia può e deve avere una politica altrettanto libera. Siccome i reazionari europei vogliono punire il popolo greco, quest’ultimo ha il diritto di cercare degli appoggi esteriori, per diminuire o impedire gli effetti di questa punizione. La Grecia può e deve rivolgersi alla Russia, ai paesi dei Balcani, alla Cina, al Brasile, e anche al suo vecchio nemico storico, la Turchia». Cito questa posizione perché essa esprime bene l’esatto opposto di quanto sostengo io: la necessità dell’autonomia di classe, sul terreno nazionale come su quello internazionale. Molti “marxisti” credono di poter fare la storia della lotta di classe nello stesso momento in cui partecipano alla storia della lotta interborghese e interimperialistica, ossia alla lotta che il Dominio fa all’umanità in generale e alle classi subalterne in particolare. Non si insisterà mai abbastanza sulla sindrome della mosca cocchiera in guisa “marxista”.

Per chi ragiona ponendosi dal punto di vista degli interessi nazionali (cioè delle classi dominanti), la migliore “scelta di campo”, sempre compatibile con i rapporti di forza interimperialistici, può certamente avere un senso, mentre non ne ha alcuno, se non quello critico qui esposto, per chi pensa e agisce dal punto di vista anticapitalistico. Purtroppo per le classi dominate non si danno “Piani B”…

Quando ad esempio gli Stati Uniti arretrano sullo scacchiere internazionale, non è che in esso si instauri una condizione di autonomia nazionale e di pacifica armonia fra i popoli: semplicemente accade che all’egemonia imperialistica statunitense si sostituisce quella cinese (basata soprattutto sull’economia), o quella russa – basata soprattutto sulla violenza politico-militare. Ovviamente oggi la Cina, la potenza che aspira al primato mondiale nella contesa imperialistica, ha tutto l’interesse a propagandare idee di “armonia”, di “apertura” (pro-global) e di “pacifica convivenza” fra le diverse nazioni, le diverse culture e   i differenti regimi politici, mentre gli Stati Uniti, che si sentono sotto pressione, inclinano verso il protezionismo e l’isolazionismo, che comunque sono interpretati da Washington in modalità assai dinamica, pragmatica, mai rigidamente ideologica.

Come dicevano i marxisti internazionalisti ormai quasi un secolo fa, posta la società capitalistica nella sua fase imperialista ogni discorso introno alla libertà nazionale dei popoli non è solo una pia illusione di stampo borghese-illuminista, ma è soprattutto una menzogna che incatena i proletari al carro del nazionalismo, la più velenosa e sanguinosa delle suggestioni.

Viola Carofalo, portavoce nazionale di Potere al Popolo, contende alla De Gregorio il primato della banalità sinistrorsa: «Le persone vengono prima dei profitti!». Questa aurea regola dovrebbe valere nella società-mondo basata sull’ossessiva ricerca dei profitti: il tutto mi sembra di una logica assai stringente, diciamo.

Anziché provare a dire alle «persone» che il Capitale, anche quello con caratteristiche stataliste che tanto piace a molti sovranisti di “estrema sinistra” e di “estrema destra”, è incompatibile con un’esistenza autenticamente umana delle «persone», della «gente», del «popolo», taluni sedicenti “rivoluzionari” continuano a fomentare fra le classi subalterne ogni sorta di illusione democraticista, costituzionalista, statalista, progressista, benecomunista. Mi stupisco? Assolutamente no: certi polli politico-ideologici ormai li conosco da molto, troppo tempo, e se ogni tanto essi cambiano piumaggio, giusto per adeguarsi alle contingenze e reagire alle sconfitte, non sfuggono certo all’occhio allenato.

Lottare contro le diseguaglianze sociali avendo come proprio faro la Costituzione (capitalistica) di questo Paese e i “veri” interessi nazional-popolari, significa nei fatti voler confermare e rafforzare l’attuale condizione di impotenza politico-sociale delle classi subalterne, le quali sono chiamate da tutte le fazioni in lotta a “scegliere” di che morte intendono morire, a quale albero (sovranista, europeista, liberista, statalista) intendono essere impiccate.

«Le affermazioni  disinvolte del commissario europeo Oettinger sono un gravissimo attacco alla tenuta democratica del paese. Veramente immaginiamo che qualcuno in nome dei mercati possa indirizzare il voto degli Italiani? Cosa rimane dei diritti democratici in questo paese? Caro Oettinger, gli italiani – non quelli amici tuoi, ma i lavoratori, i giovani, gli sfruttati, i precari, quelli che vorrebbero andare in pensione e non possono – insegneranno ai mercati a stare al loro posto. Prima le persone, poi l’economia» (V. Carofalo). E sì, anch’io sono un tantino in apprensione per la «tenuta democratica del paese». Ma giusto un poco, sia chiaro. In ogni caso, caro Oettinger, spezzeremo le reni a Berlino, a Parigi, a Bruxelles e, dulcis in fundo, «ai mercati»! O quantomeno tenteremo, proveremo con tutte le forze a inchiodare il nemico sul bagnasciuga della nostra Sovranità e della nostra Democrazia. Sovranità o morte! Amici compatrioti, però mi raccomando: non esageriamo…