IDEOLOGIA LINGUISTICA

Quando il liberale-liberista-libertario-libertino diventa autarchico

Sabato scorso attendevo alle mie faccende igieniche ascoltando una spassosa conversazione radiofonica intorno alla scottante «questione linguistica», ossia sulla supremazia mondiale della lingua che fu di Shakespeare. Confesso che non ho mai ascoltato così tanti luoghi comuni messi tutti insieme, l’uno dopo l’altro, fino a realizzare una chilometrica striscia luogocomunista. Gli accoliti radiofonici parlavano di «imperialismo linguistico», di «colonialismo linguistico», e invocavano l’avvento della «democrazia linguistica», necessaria fase di transizione verso una lingua internazionale (l’esperanto? o la lingua matematizzata di Giuseppe Peano?); una lingua non più imposta dalla forza dell’economia e della politica, ma scelta democraticamente da tutti i popoli, grandi e piccoli, finalmente e ottimamente indirizzati sulla strada della kantiana pace universale.

Contro «l’omologazione linguistica e culturale» occorre difendere la «diversità linguistica», difenderla alla stregua della biodiversità messa alle strette dalle biotecnologie. «La lingua italiana è deturpata da un’inarrestabile proliferazione di termini e gerghi inglesi. Il problema non è solo linguistico, perché è tutto il nostro sistema di pensiero che rischia di venire influenzato dall’uso della lingua inglese». Insomma, l’inglese come la lingua della sterlina e del dollaro, come la voce del padrone mondiale, il mostro che vampirizza le culture nazionali. L’autarchia linguistica non era apertamente evocata, anche perché oggi una cosa del genere non suonerebbe «politicamente corretta», ma certamente teorizzata e auspicata.

La sorpresa è stata grande quando ho realizzato che quelle parole non venivano proferite dai soliti incalliti antiamericani «noglabal», più o meno di «destra» o di «sinistra», ma dai più entusiasti sostenitori del sistema anglosassone, dai teorici del capitalismo liberale-liberista-libertario, insomma: dai radicali credenti in Marco Pannella.

Infatti, ero sintonizzato sulle laicissime frequenze di Radio Radicale, l’emittente «amerikana» per eccellenza. Possibile? Possibile! In breve, mentre tutti i santi giorni esaltano il modello sociale anglosassone, lodandone ogni sorta di virtù e additandolo alla classe dirigente «italiota» come l’archetipo da seguire per fare dell’Italia un paese finalmente moderno, il sabato i radicali si prendono la libertà del luogocomunismo anglofobo più viscerale. È come se la Vergine Santa avesse ottenuto la divina dispensa dalla castità ogni sabato che Dio, pardon: che Pannella manda in Terra.

Mentre con lo shampoo frizionavo la testa – indigente di capelli e di scienza –, una domanda (retorica) vi si è subdolamente insinuata: possibile che cotanti scienziati della lingua non conoscono il nesso, necessario e profondo, che lega la diffusione su scala planetaria di una lingua nazionale alla supremazia economico-sociale acquisita dal paese cui quella lingua fa capo? Se, poniamo, nella seconda guerra mondiale avesse trionfato il III Reich «Millenario», magari in alleanza strategica con la Russia di Stalin (in coerenza con il noto patto di non aggressione nazionalstalinista del ‘39), forse oggi in Europa non staremmo parlando la lingua di Goethe? Ma vinsero gli angloamericani, vinse il sistema capitalistico che ancora oggi appare il più forte, e difatti tendiamo tutti a parlare la lingua della sterlina e del dollaro, e non quella del marco.

(Al netto del fatto che tutti i leader del Vecchio Continente oggi paventano la «germanizzazione dei Paesi europei» (Munchausen, Financial Time, 7 febbraio 2011), a dimostrazione che Hitler non farneticava per nulla quando affermava che «la fusione dell’Europa non si è resa possibile attraverso lo sforzo comune di un gruppo di statisti, ma si può realizzare soltanto con la forza delle armi». Se si ammette, come si dovrebbe, che «la forza delle armi» ha come suo necessario presupposto la forza economico-sociale di un dato sistema-Paese, le parole del sosia di Chaplin acquistano tutta la loro imperialistica pregnanza. Se un giorno il mondo parlerà, Dio non voglia, cinese, o indiano, so già in anticipo di che si tratta).

Quale accecante ideologia può consentire il bizzarro fenomeno per cui, nel mentre si «tifa» per un determinato modello di imperialismo, poi, alla stregua di un francese qualunque, ci si strappa i capelli a causa del suo necessario dominio linguistico e culturale? (Qui uso il termine ideologia nel significato ristretto di sistema di idee che esprime un rapporto illusorio, rovesciato, dell’uomo rispetto al mondo che egli stesso realizza sempre di nuovo). Tutte le ricerche storiche e archeologiche non hanno forse attestato inconfutabilmente la radice economico-sociale della lingua, la quale si sviluppa originariamente come il più potente strumento umano di controllo e di dominio sulle ostili forze della natura? Nominare le cose significa già addomesticarle. E’ il linguaggio, diceva Grozio, che ci separa dal regno animale. Lavoro e linguaggio sono due modi diversi di chiamare la stessa cosa, perché si presuppongono vicendevolmente.

Intendiamoci: sono sicuro che i sostenitori della «democrazia linguistica» sanno meglio di me tutte queste cose, e non per niente normalmente essi parlano ex cathedra; solo che non ne colgono il necessario rapporto con la realtà odierna, con quell’«imperialismo linguistico» dell’inglese che lamentano. Agli occhi di questi teologi del capitalismo dal volto «amerikano» (nonché zelanti fedeli dello Scientismo più tetragono) il mondo si dovrebbe capovolgere, solo per dare soddisfazione alle loro bizzarre e reazionarie chimere. Esportare la democrazia va bene; esportare merci, tecnologie e capitali va benissimo; ma esportare la lingua… La botte piena e la moglie ubriaca. Solo simili personaggi possono battersi per il disarmo linguistico unilaterale da parte degli inglesi e degli americani, credendo in ottima fede di agire in modo realistico.

Ma allora, il sottoscritto difende lo status quo linguistico? Non sia mai detto! Anche perché con l’inglese pasticcio ancora in modo indecoroso. Anch’io, nel mio infinitamente piccolo, sostengo il progetto della lingua universale: la lingua umana, la lingua «dell’uomo in quanto uomo», la quale oggi, in tempi assai ostili a tutto ciò che odora di umano, non può essere parlata in nessun luogo e da nessun individuo. Prevengo la solita obiezione e domando: è meglio cogliere e coltivare una possibilità che sorride all’uomo, o una brutta chimera nata nel segno dell’apologia della società disumana – magari «laicamente corretta» e «antiproibizionista»?

Poi, fortunatamente, è arrivato il momento di uscire dal bagno, spegnere la radio e pompare dalle casse i vecchi Eagles. E mi sono sentito subito più cool – si può dire, o Dante Alighieri si offende?

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