NOTIZIE DALLA CINA

Qui di seguito segnalo alcune notizie che arrivano dal Celeste Imperialismo Cinese.  In primo luogo pare che lo stato di frustrazione ed esasperazione della classe operaia cinese, costretta a lavorare sotto le orwelliane condizioni restrittive imposte dal regime non sembra scemare. Nelle scorse settimane,  in risposta alla gente che protestava contro la mancanza di cibo e di libertà, droni “fonici” delle autorità metropolitane di Pechino e Shanghai hanno trasmesso l’inquietante quanto  risibile messaggio che segue: «Si prega di rispettare le restrizioni Covid. Controlla il desiderio di libertà della tua anima. Non aprire la finestra e non cantare». Pare che il “consiglio” non sia stato accolto di buon grado dai cittadini cinesi sigillati ormai da parecchie settimane tra le quattro mura domestiche. Interi condomini sono stati trasformati in vere e proprie strutture di internamento coatto, più simili a prigioni che ad abitazioni civili.

Alla Quanta Computer di Shanghai è successo qualcosa che certamente avrà molto inquietato il Partito Capitalista Cinese: «A centinaia la sera del 5 maggio erano corsi verso l’ingresso principale, avevano scavalcato i tornelli e riversato la loro rabbia contro gli operatori sanitari, esausti da un lockdown infinito che li teneva prigionieri dentro la fabbrica. Venti giorni dopo alla Quanta Computer di Shanghai, azienda taiwanese che produce componenti – che  tra gli altri – soprattutto per Apple, la rivolta degli operai non è ancora finita. “Siamo frustrati e stanchi di questi controlli. È inevitabile che succedano cose del genere, soprattutto quando non si sa quando tutto questo finirà”, dice a Bloomberg uno dei lavoratori. Molti di loro sono migranti interni con stipendi da fame, da quasi due mesi isolati lì dentro. Anche la settimana scorsa, secondo alcuni media locali, c’è stata un’altra protesta: gli operai hanno preso d’assalto i dormitori dove vivono i dirigenti, chiedendo chiarimenti su quanto sarebbero dovuti restare ancora lì dentro. La Quanta non è l’unica in città che ha deciso di tenere aperto in questo modo. Anche Tesla sta isolando migliaia di lavoratori in fabbriche dismesse e in un vecchio impianto militare. La scorsa settimana, le autorità di Shanghai hanno dichiarato che più di 800 società finanziarie potranno riprendere le operazioni, a patto che vengano utilizzati circuiti chiusi. Non è chiaro quanto siano diffuse le proteste nelle altre fabbriche, ma per alcuni analisti è improbabile che quello della Quanta sia un caso isolato. Proteste che sottolineano le sfide che deve affrontare la strategia zero-Covid del presidente Xi Jinping, che la Cina non ha intenzione di abbandonare. Il problema è che nella fabbrica il virus ci è entrato lo stesso. Scatenando, visti i dormitori affollati, un piccolo focolaio interno» (La Repubblica). I circuiti chiusi del lavoro sono l’ultima perla di civiltà che il Celeste Imperialismo regala al capitalismo mondiale.

Scrivevo giusto un mese fa: «Abbandonare improvvisamente la strategia Covid Zero significherebbe per il regime ammetterne il fallimento, dopo averlo presentato all’opinione pubblica interna e internazionale come la prova della superiorità del sistema cinese su quello occidentale. Tanto più che si avvicina il XX Congresso nazionale del PCC, che dovrebbe confermare Xi alla guida del Paese per il terzo mandato, quello che lo dovrebbe incoronare come secondo Padre della Patria – dopo Mao.  A quanto pare dentro il Partito Capitalista Cinese non tutte le fazioni guardano con simpatia a questa prospettiva; è soprattutto il gruppo di Shangai, vicino all’ex presidente Jiang Zemin, che guida la fronda anti-Xi. Anche dall’andamento del conflitto in Ucraina potrebbero arrivare cattive sorprese per il Caro Leader. Insomma, la ripresa in grande stile della pandemia potrebbe incrociare altri “cigni neri”».

Intanto continua l’espansione epidemica nella Corea del Nord: «Oggi l’agenzia di stampa nordcoreana KCNA ha affermato che nelle ultime 24 ore sono stati registrati oltre 115mila nuovi casi di febbre non identificata, che si crede possa essere connessa a Covid-19. Non ci sarebbero stati morti. Il paese è sotto massima emergenza e il leader Kim Jong Un ha ordinato un lockdown totale» (askanews). Diciamo pure che dal lockdown normale la Corea del Nord è passata al «lockdown totale»: come sempre e ovunque, al peggio non c’è mai fine.

Anche l’economia cinese non appare in ottima forma: «L’ennesimo indicatore cinese in calo rafforza i timori del Governo sulla disoccupazione galoppante nel Paese. Questa volta si tratta dei profitti industriali, negativi in aprile dell’8,5% su base annua, ripiombati allo stesso livello della prima ondata della pandemia, nel 2020. In Cina la disoccupazione in aprile ha toccato quasi il record storico, il tasso è al 6,1%. Se la situazione continuerà a peggiorare anche a maggio, nel breve periodo forse la caduta potrà essere riassorbita, ma i prossimi tre mesi saranno comunque cruciali per capire l’entità di un problema considerato ben più grave dell’inflazione, per le enormi conseguenze a livello sociale sulle famiglie e la trama delle piccole imprese. Dopo le vendite al dettaglio scese sotto dell’11,1%, ora calano drasticamente anche gli utili delle aziende bloccate dalle conseguenze dei focolai del Covid con gli operai costretti a vivere nelle fabbriche, gli approvvigionamenti col contagocce a causa dei troppi cheek up sugli autisti di camion e del fermo dei grandi porti. Aziende che licenziano il personale nel manifatturiero che con i suoi 300 milioni di addetti è ancora cruciale per la Cina, ma anche le realtà tecnologicamente più avanzate iniziano a impugnare l’ascia. Non solo. Calano anche i profitti delle aziende statali: nel periodo gennaio-aprile, il ministero delle Finanze ha dichiarato che sono scesi del 3,6%, pari a circa 190 miliardi in meno rispetto all’anno scorso. Martedì 31 maggio toccherà al Pmi Caixin, l’indicatore che rileva il sentiment dei responsabili degli acquisti, probabilmente sarà ancora sotto quota 50, la soglia che separa crescita da decrescita» (Il Sole 24 Ore).

Alla fine del mese scorso Xi Jinping aveva intrattenuto i vertici del PCC sulla necessità di «Regolare e guidare il sano sviluppo del capitale in Cina»: «Il 29 aprile l’Ufficio Politico del Comitato Centrale del PCC ha condotto il trentottesimo studio collettivo sulla regolamentazione e guida secondo la legge del sano sviluppo del capitale cinese. Xi Jinping, segretario generale del Comitato Centrale del PCC, ha presieduto l’incontro ed ha sottolineato che il capitale è un importante fattore di produzione nell’economia socialista di mercato [risata]. La regolamentazione e la guida dello sviluppo del capitale nelle condizioni dell’economia socialista di mercato [come sopra] non è solo una questione economica importante, ma anche una importante questione politica, pratica e teorica, legata all’adesione al sistema economico socialista [che lo dico a fare!], alla politica nazionale di riforma e apertura, allo sviluppo di alta qualità, alla prosperità comune, alla sicurezza nazionale ed alla stabilità sociale. Dobbiamo approfondire la nostra comprensione sui vari tipi di capitale e sui loro ruoli nella nuova era, regolare e guidare il sano sviluppo del capitale e valorizzare il suo ruolo attivo come importante fattore di produzione, ha affermato Xi Jinping» Quotidiano del Popolo Online.

L’unico «sano sviluppo del capitale», in Cina come nel resto del capitalistico mondo, è quello in grado di generare profitti, capacità che rende possibile la potenza sistemica (economica, tecnologica, scientifica, geopolitica, ideologica) di un Paese. Parlare di «economia socialista di mercato» è una contraddizione in termini, oltre che una colossale corbelleria, a cui può dare credito solo chi non ha capito che il mercato presuppone i rapporti sociali capitalistici, che sono rapporti di dominio e di sfruttamento. Inutile dire che queste elementari verità sono del tutto incomprensibili al pensiero (che parolona!) dei tifosi del «socialismo con caratteristiche cinesi». Vedremo nei prossimi giorni e mesi come il Caro Leader “declinerà” il concetto di «sano sviluppo del capitale in Cina nella nuova era».

Anche le notizie che arrivano dal fronte uiguro ci parlano di un regime assai irritato dalla diffusione di nuove rivelazioni sui cosiddetti “campi di lavoro” e sulle carceri dello Xinjiang. «Migliaia di fotografie e documenti prelevati dai server delle autorità cinesi dimostrano come i musulmani uiguri detenuti nei cosiddetti “centri di rieducazione” sono obbligati a vivere rinchiusi, costretti a litigare o prendere abitudini che cancellano la loro identità culturale. I testi descrivono in dettaglio cecchini e nidi di mitragliatrici collocati nei campi, con l’ordine di sparare contro chi tenta la fuga. “È la verità che Pechino cerca di nascondere”, si legge sul Daily Mail: “Il tesoro di dati mostra come più di 20.000 uiguri di una sola contea – Shufu – siano stati imprigionati o sepolti nei campi tra il 2017 e il 2018 con accuse spurie come farsi crescere la barba o non ricaricare il telefono con il credito, sotto lo sguardo vigile di guardie a cui è stato ordinato di sparare a vista sui fuggitivi”. Nelle fotografie si vedono agenti con manganelli, presunte sessioni di indottrinamento nei campi e polizia armata di fucili, scudi antisommossa e mazze» (Formiche.net). Probabilmente si tratta dell’integrazione etnico-culturale «con caratteristiche cinesi nella nuova era».

Ovviamente il Partito-Stato cinese nega tutto con sdegno, e rinvia al mittente «le calunniose accuse» degli Stati Uniti e dei loro servi sciocchi attivi nelle ONG dedicate ai cosiddetti diritti umani, ed esalta piuttosto la modernizzazione capitalistica che nello Xinjiang starebbe facendo notevoli progressi. «Il dipartimento del commercio regionale ha affermato che la regione autonoma uigura dello Xinjiang, nella Cina nord-occidentale, ha attratto 115,9 miliardi di yuan (circa 17,2 miliardi di dollari) di investimenti dall’esterno della regione nei primi quattro mesi di quest’anno, con un aumento del 27,29% su base annua. I fondi nello Xinjiang meridionale sono aumentati del 28,03% su base annua, superando il tasso di crescita del 26,73% nello Xinjiang settentrionale nel periodo. Secondo il dipartimento, la regione ha firmato 2.367 progetti di investimento nei primi quattro mesi di quest’anno. Molte località nello Xinjiang hanno svolto attività come la promozione degli investimenti online e hanno inviato team in tutto il Paese per attrarre investimenti. La regione ha compiuto continui sforzi per ottimizzare il proprio ambiente imprenditoriale e migliorare la qualità dei progetti di investimento. Quest’anno la zona di sviluppo economico e tecnologico di Korla ha finora attratto circa 3.600 aziende a stabilirsi nella zona attraverso attività di promozione degli investimenti» (Quotidiano del Popolo Online). Anche gli investitori occidentali, affamati di facili e grassi profitti, guardano con interesse allo Xinjiang.

Scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera: «Domenica su Handelsblatt è apparsa un’intervista all’amministratore delegato di Volkswagen, Herbert Diess, che pone più domande di quanto non dia risposte. Il punto di partenza sono gli oltre dieci gigabyte di documenti del governo cinese appena ottenuti dall’antropologo (tedesco) Adrian Zenz: rivelano un vasto sistema di detenzione, lavori forzati e tortura ai danni degli uiguri inXinjiang. Quei documenti sono ormai celebri come gli “Xinjiang Police Files”. Ma lo Xinjiang è anche la sede di un impianto di Volkswagen, in alleanza con la cinese Saic. E data l’estensione dei lavori forzati nella regione è possibile — se non probabile — che fornitori diretti o aziende nel sistema attorno a quella fabbrica siano interessati dal fenomeno. Ma Diess non sembra preoccupato. “Credo che la presenza di Saic-Volkswagen migliorerà la situazione” dice per giustificare il fatto che non chiuderà in Xinjiang, sottolineando che il sito in questione è “economicamente piuttosto insignificante”. Poi Diess afferma: “Dobbiamo fare compromessi morali [sic!]. È giusto difendere i nostri valori [di scambio!] ma certo è più facile farlo da una posizione economica di forza”, dunque senza rinunce per ragioni di principio. E ancora: “Non possiamo limitarci a lavorare solo con le democrazie”». Ovvero: è il capitalismo bellezza!

Per gli analisti specializzati in “affari cinesi”, il fatto che si registrino in Cina fughe così massicce di informazioni riservate e segretissime si spiega con una crescente insofferenza da parte della fazione interna al PCC ostile da sempre all’attuale Caro Leader, pericolosamente esposto anche sul fronte russo-ucraino.

Per finire non possiamo non ricordare l’attivismo della superpotenza americana nell’area dell’Indo-Pacifico – definizione geopolitica che fa molto arrabbiare Pechino. Nonostante il conflitto in Europa, Washington non smette di indicare nella Cina il nemico strategico numero uno degli Stati Uniti, cosa che innervosisce il Celeste Imperialismo e che lo costringe a prendere in considerazione l’opzione militare come strategia più realistica per annettere Taiwan al continente cinese, con quel che ne segue su diversi aspetti della politica interna e internazionale del Paese. «Il 26 maggio, un portavoce della difesa cinese ha affermato che gli intrighi degli Stati Uniti sulla questione di Taiwan sono noti a tutti e ha affermato che il tentativo degli Stati Uniti di contenere la Cina usando Taiwan è solo un’illusione» (Quotidiano del Popolo Online).

In ogni caso la reazione di Pechino è stata immediata e ad ampio spettro: «Botta e risposta nell’Indo-Pacifico. A un giorno dalla fine del viaggio di Biden nella regione, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi inizia oggi un tour di dieci giorni in otto nazioni del Pacifico. Kiribati e Isole Salomone alcune tra le sue mete: arcipelaghi famosi per le loro acque cristalline, ma soprattutto con una posizione strategica che fa gola a Pechino. Solo un mese fa, proprio con le Isole Salomone la Cina ha siglato un accordo che le consente di inviare polizia e incrociatori per proteggere la sua presenza economica nell’arcipelago. Il timore di Washington e alleati è che tale accordo non resti un caso isolato. E sia il primo passo per assicurarsi una base militare nella regione (la seconda fuori dalla Cina contro le 800 americane).Fino a tre anni fa, la maggior parte degli Stati insulari del Pacifico manteneva rapporti diplomatici con Taiwan invece che con Pechino. E si affidava alle garanzie di sicurezza fornite dall’Australia. Ma a suon di investimenti in infrastrutture fisiche e digitali la Cina è riuscita a ribaltare la situazione. Ecco perché nella riunione del 24 maggio i paesi del QUAD (USA, India, Australia e Giappone) hanno concordato di investire 50 miliardi di dollari in cinque anni in infrastrutture nell’Indo Pacifico. Investimenti cui si aggiunge la firma del Memorandum di cooperazione sulla diversificazione dei fornitori di 5G. Obiettivo: erodere il ruolo della Cina nell’edificazione della rete 5G globale. Oltre al summit QUAD in Giappone, Biden ha accolto i paesi ASEAN a Washington, si è recato in Corea del Sud e ha avuto un bilaterale con il presidente indiano Modi» (ISPI).

Taiwan potrebbe rivelarsi un boccone troppo grande e perfino avvelenato per Pechino, ma la stessa considerazione è valida anche per Washington. Il problema, per l’anticapitalista, è che a pagare il salatissimo prezzo, in termini di vite umane e di sacrifici, delle contese interimperialistiche sono sempre e soprattutto le classi subalterne.

3 pensieri su “NOTIZIE DALLA CINA

  1. LE NOZZE COI FIJI SECCHI…

    Gabriele Carrer per Formiche.net:

    «Non sembra essere partita come Pechino sperava l’offensiva diplomatica nel Pacifico guida da Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, per raccogliere consenso e sostegno all’iniziativa di sicurezza con cui il presidente Xi Jinping è deciso a costruire un ordine globale alternativo a quello guidato dagli Stati Uniti. La riunione ministeriale nella capitale figiana Suva con Wang e i suoi omologhi di dieci Paesi insulari nel Pacifico non si è conclusa con la firma di un nuovo accordo di vasta portata che avrebbe dovuto coprire moltissimi settori, dalla sicurezza alla pesca. La Cina cercava un accordo che riguardasse anche il libero scambio e la cooperazione tra forze di polizia. Ma Qian Bo, ambasciatore cinese alle Fiji, è stato costretto ad ammettere che alcune nazioni hanno espresso preoccupazioni su elementi specifici della proposta. “Non imponiamo mai nulla agli altri Paesi, tanto meno ai nostri amici in via di sviluppo e ai piccoli Paesi insulari”, ha aggiunto il diplomatico respingendo le preoccupazioni di alcuni Stati».

    Evidentemente questa volta la Cina non è stata convincente. Riproverà un’altra volta, su questo non c’è da dubitare.

  2. A SHANGHAI 22 MILIONI DI PERSONE TORNANO ALLA “LIBERTÀ ”

    Gianluca Modolo per Repubblica:

    In città si tirano giù le recinzioni e le gabbie da case e negozi. A mezzanotte ora locale, dopo più di due mesi di lockdown Shanghai torna “libera”. Circa 22 milioni e mezzo di persone nelle aree a basso rischio (il 96% della popolazione) saranno autorizzate a entrare e uscire dai loro complessi residenziali “senza alcuna restrizione”. Si torna per le strade a ripopolare la città, si torna, dopo 62 giorni, ad una quasi normalità. “Finalmente libertà!”, ci racconta Tianwei, chiusa in casa con il suo fidanzato dal 28 marzo. “Quasi non ci credevo più”. … Il “successo” contro il virus come lo stanno presentando i media statali e i funzionari ha avuto, però dei costi, altissimi. Il rallentamento dell’economia, in questa che è la metropoli finanziaria del Paese e sede del porto più importante. Proteste, risse, mancanza di cibo, difficoltà di accedere agli ospedali, strutture per le quarantene – specialmente nelle prime settimane – strapiene.

  3. Cigni neri su Piazza Tienanmen

    Il trentatreesimo anniversario del massacro di Piazza Tienanmen è caduto quest’anno in un momento particolare, e non solo per la Cina, travagliata da una crisi sociale che da queste parti non si vedeva da molti anni.

    Scrive Maria Novella Rossi:

    «Tian Anmen è la piazza dove nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, scesero i carri armati su ordine di Deng Xiaoping per mettere fine con la forza alla rivolta di studenti che chiedevano democrazia, cui si erano aggiunti operai e contadini. Quel malcontento che ora potrebbe riaffacciarsi e sfuggire al controllo del governo man mano che le contraddizioni sociali si acuiscono e che comincia a serpeggiare nella popolazione dopo quarant’anni di cosiddetta “armonia”, raggiunta all’insegna di un benessere crescente e di una consolidata efficienza sociale. “Totalitario, ipertecnologico, che sopprime qualsiasi domanda di libertà”: così Wu er Kaixi, uno dei leader della rivolta di piazza Tian Anmen repressa nel sangue 33 anni fa, definisce il governo cinese attuale nell’intervista rilasciata a Repubblica. Noi potremmo aggiungere “distopico” un termine usato spesso da molti commentatori per definire l’atmosfera che avvolge la vita quotidiana dei cittadini cinesi oggi, specialmente nelle grandi metropoli. […] Ma se da una parte l’insoddisfazione si insinua alla vigilia del congresso del prossimo autunno del PCC che dovrebbe riconfermare il presidente cinese Xi Jinping, dall’altra sembra che ancora una volta, nonostante tutto, l’ex celeste impero sia in grado di continuare la sua corsa, recuperando velocemente terreno laddove lo perde: un’altra probabile vittoria sul covid, anche a costo di metodi coercitivi e impopolari, o l’aver negato l’aiuto alla Russia con conseguente grande recupero di immagine, come ha sottolineato il Washington Post: in crisi per lo stallo imprevisto in Ucraina, i russi avrebbero chiesto disperatamente aiuto alla Cina, secondo fonti bene informate, sostegno che la Cina ha elegantemente declinato. Non sarà così facile che il “vento dell’est prevalga sul vento dell’ovest” come aveva detto Mao nel 1957, ma le risorse politiche e strategiche di chi governa a Pechino restano comunque imprevedibili» (Rai News).

    PIAZZA TIENANMEN E LA “MODERNIZZAZIONE” CAPITALISTICA IN CINA. IL RUOLO DEGLI STUDENTI E DEI LAVORATORI NELLA PRIMAVERA CINESE DEL 1989

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