PUNTI DI VISTA SUL 25 APRILE

Cito dal discorso tenuto ieri da Giorgio Napolitano:

«Dal diario di Benedetto Croce, alla data del 26 aprile 1945: “Grande sollievo per la rapida liberazione dell’alta Italia dai tedeschi senza le minacciate e temute distruzioni, e per opera dei patrioti e partigiani, che è gran beneficio, anche morale, per l’Italia”. Poche essenziali parole, con le quali il grande uomo di pensiero e di cultura liberale scolpì il valore della conclusione vittoriosa della Resistenza. Valore nazionale, per il “gran beneficio anche morale” assicurato all’Italia restituendole piena dignità di paese libero, liberatosi con le sue forze, di concerto con la determinante avanzata degli eserciti alleati ma senza restare inerte ad attenderne il trionfo. Chi può negare che l’apporto delle forze angloamericane fu decisivo per schiacciare la macchina militare tedesca, per scacciarne le truppe dal territorio italiano che occupavano e opprimevano? Certamente nessuno, ma è egualmente indubbio che il generoso contributo italiano, contro ogni comodo e calcolato attendismo, ci procurò un prezioso riconoscimento e rispetto … Ebbene, con la Resistenza, di fronte alla brutalità offensiva e feroce dell’occupazione nazista, rinacque proprio l’amore, il senso della patria, il più antico e genuino sentimento nazionale».

E ancora: «Le condizioni sono ormai mature per sbarazzare il campo dalle divisioni e incomprensioni a lungo protrattesi sulla scelta e sul valore della Resistenza, per ritrovarci in una comune consapevolezza storica della sua eredità più condivisa e duratura. Vedo in ciò una premessa importante di quel libero, lungimirante confronto e di quello sforzo di raccoglimento unitario, di cui ha bisogno oggi il paese, di cui ha bisogno oggi l’Italia» (Intervento del Presidente Napolitano al 65° anniversario della Liberazione, Milano, 24 aprile 2012. Dal Sito Web della Presidenza della Repubblica).

Probabilmente qui Napolitano fa riferimento anche ai cultori del mito della «Resistenza tradita», ossia a quegli intellettuali organici al «comunismo italiano» e a quei militanti del PCI che nel ’45 volevano «fare come in Russia»: Addavenì, Baffone! Insomma, dalla padella del fascismo nella brace dello stalinismo. Come nella Germania dell’Est, in Polonia, in Cecoslovacchia… Un bell’acquisto, non c’è che dire. Detto en passant, intere generazioni di “comunisti”, brigatisti compresi, hanno coltivato con uno zelo degno di miglior causa quel mito ultrareazionario. Ecco adesso cosa scrivevo giusto un anno fa:

Oggi è il 25 Aprile. «Bella scoperta!», direte a ragione. Ma non è sul calendario che voglio brevemente intrattenervi, quanto sul significato politico di questa data. Infatti, oggi lo Stato (nel significato più vasto del concetto, che ingloba i partiti, i sindacati, l’associazionismo riconosciuto e promosso dalle leggi, ecc.) ci prescrive la cosiddetta Festa della Liberazione. Ebbene, uno dei miei più “classici” cavalli di battaglia corre selvaggiamente – o, se volete, polemicamente – intorno al significato politico e sociale di questa Sacra data. Per farla breve, anche perché le incombenze festaiole reclamano i loro giusti diritti, la mia tesi è questa: la cosiddetta Resistenza è stata, per l’Italia, la prosecuzione della guerra Imperialista con altri mezzi e nelle mutate circostanze generate dalla caduta del regime fascista nel fatale luglio del ’43 (e dire che Mussolini aveva definito Grandi «un ottimo governante»!). Grazie alla Resistenza l’Italia poté giocare sulla scena internazionale la sua tradizionale partita tesa a lucrare il massimo possibile anche nelle peggiori circostanze. Maestria politica che postula improvvisi tradimenti (la ricerca del capro espiatorio è un classico nel repertorio politico italiano: l’amatissimo Duce appeso come un maiale scannato a Milano la dice lunga, a tal proposito), spregiudicati «giri di valzer» con questa o quella Potenza, e via di seguito. La Germania e il Giappone, che non seppero saltare immediatamente sul carro dei vincitori, pagarono un prezzo assai più alto, sotto ogni rispetto. Va perciò a onore della Resistenza la difesa degli interessi nazionali del Paese quando le Potenze vittoriose disegnarono i nuovi assetti geopolitici e geoeconomici mondiali. Naturalmente chi “vive” questi patriottici interessi come qualcosa di radicalmente ostile all’uomo (a prescindere dalle forme politico-istituzionali che essi assumono nella contingenza: totalitarie, democratiche, ecc.) non ha nulla da festeggiare, almeno sul piano della politica e delle idee.

 Da sempre, il punto di vista della Patria, della Nazione e del Paese è il punto di vista delle classi dominanti, in regime democratico-parlamentare come in quello dittatoriale-corporativo. Questo semplicemente perché la società vigente è dominata in modo totalitario dagli interessi che, immediatamente o mediatamente, fanno capo alle necessità dell’economia (capitalistica, è il caso di specificarlo?), e mai come oggi questo fatto era apparso così evidente e potente. Ecco perché quando Re Giorgio, rinvangando la storia patria, fa appello a «quello sforzo di raccoglimento unitario, di cui ha bisogno oggi il paese, di cui ha bisogno oggi l’Italia», non fa solo della sterile retorica. Il mito della Resistenza rimane, infatti, un forte collante ideologico che permette al Bel Paese di tenere le classi lavoratrici dentro il cerchio stregato del «bene comune», declinato in termini più o meno progressisti. Guai se quel collante perdesse di efficacia, soprattutto in tempi di crisi economico-sociale.

Oggi il fascistissimo Paolo Flores d’Arcais scrive sul Fascio Quotidiano che chi non è un antifascista e chi non giura fedeltà alla Costituzione nata dalla Resistenza «non è un autentico italiano, non è un patriota». Appunto! Ovvero: come volevasi dimostrare…

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