AUSCHWITZ E DINTORNI. Più che di «memoria» c’è bisogno di coscienza.

Immagine12Pubblico alcune pagine di un mio scritto del 2008 (Due popoli, due disgrazie) dedicato a palestinesi ed ebrei. Bisogna leggere queste modeste righe possibilmente avendo fisso il pensiero alle condizioni bestiali in cui versano le carceri in Italia. Così si capisce quanto alta sia la nostra soglia di sopportazione, e quanto ancora più alta potrebbe essere in tempi eccezionali. D’altra parte occorre sempre ricordare che «Il regno della libertà non giunge rendendo gradualmente più confortevoli i letti delle prigioni» (Ernst Bloch). Mi scuso in anticipo per la frammentarietà dello scritto.

Il fatto che il pregiudizio antisemita continui ad attraversare come un fiume carsico la società Occidentale, sessantott’anni dopo lo sterminio industriale degli ebrei nei lager nazisti (e quello capitalisticamente meno avanzato, ma non per questo meno efficace, nei «campi di lavoro» sovietici: il lavoro, dopo tutto, rende sempre liberi…), dimostra nel modo più evidente come quel pregiudizio sia stato e continui a essere un epifenomeno nell’ambito di una società che produce sempre di nuovo la disumanizzazione degli individui e delle loro relazioni sociali.

Nel 1944, quando l’esistenza dei campi di sterminio era ormai di pubblico dominio (i leader delle potenze Alleate in realtà ne erano stati sempre informati), Adorno scrisse che «Karl Kraus fece bene a intitolare il suo dramma Gli ultimi giorni dell’umanità. Ciò che accade oggi dovrebbe intitolarsi “Dopo la fine del mondo”» (Minima moralia). Purtroppo, «dopo la fine del mondo» persiste il vecchio mondo che ha reso possibile il cosiddetto «Olocausto» (un sacrificio al Dio tirannico e sterminatore degli Ebrei?), e che rende ancora possibile ogni forma di carneficina su scala industriale e planetaria. Il fatto che ogni fottutissimo anno milioni di esseri umani muoiano di fame, di stenti, di malattie e di guerre nell’indifferenza più completa della cosiddetta «opinione pubblica» occidentale (salvo le solite «campagne di solidarietà» per mettersi in pari con la coscienza: costa veramente così poco questo lifting dell’anima!) la dice lunga sulla possibilità di nuovi e forse ancora più allucinanti «Olocausti». Il terreno dell’orrore è sempre ben arato. «Quello che i sadici annunciavano alle loro vittime nel campo di concentramento: domani ti snoderai nel cielo come fumo da quel cammino, lo dice l’indifferenza della vita di ogni singolo, verso il quale si sta muovendo la storia: già nella sua libertà formale egli è così fungibile e sostituibile come poi lo sarà sotto i calci dei liquidatori» (T. W. Adorno, Dialettica negativa). A chi sostiene che una nuova Auschwitz non è più possibile, proprio in virtù del bene di esperienza che sarebbe venuto dal «Male Assoluto» – il pensiero borghese, si sa, non può fare a meno di ragionare in termini economici, utilitaristici, di avere sempre in mente, come un chiodo fisso, la «partita doppia» della vita –, è sufficiente ricordare, fra l’altro, come in ogni parte del pianeta sussistono migliaia di potenziali Auschwitz sotto forma di «armi di distruzione di massa»; il fatto stesso che i cosiddetti uomini di oggi abbiano trovato il modo di convivere con questo orrore la dice lunga su come si siano irrobustite e approfondite le radici sociali che allora resero possibile la liquidazione industriale di milioni di esseri umani. È nelle cosiddette eccezioni che si rivela la vera natura del vigente sistema di dominio. Il male, più che «banale», è innanzitutto radicale.

Da sempre il capro espiatorio ha svolto una funzione sociale di prima grandezza, e, sotto questo aspetto, gli ebrei hanno davvero dato tanto alla società mondiale: se non ci fossero stati, l’Occidente avrebbe dovuto inventarli, per usare un noto stilema retorico. Infatti, neanche i negri e le altre «razze inferiori» avrebbero potuto adempiere quella funzione nel modo eccellente in cui l’hanno fatto gli ebrei, e per così lungo tempo, perché all’inferiorità razziale occorre sempre associare qualcosa di ancor più riprovevole, qualcosa che fa del diverso una odiosa e ignobile creatura. Il malsano deve prima finire nel forno crematorio dell’immaginario collettivo, deve arrostire in “teoria”, in effigie, e dopo questo trattamento spirituale la cosa ripugnante è pronta per il boia. «L’ebreo sembra un uomo come noi, ma non lo è affatto!»: questa astuta azione mimetica gli viene addebitata come un’aggravante che testimonia a favore delle ragioni del boia.

Il Nemico non va solo ritenuto «antropologicamente» alieno e inferiore, ma va senz’altro odiato per le sue – immaginarie – qualità morali e per il suo retaggio culturale, e va soprattutto “vissuto” come una costante minaccia esistenziale. Per i tedeschi, ad esempio, gli slavi erano certamente una razza inferiore, ma erano anche considerati buone bestie da soma, e come tali meritavano di vivere al servizio del Reich tedesco. Uno schiavo o un cavallo non valgono certo un uomo, ma valgono sempre pur qualcosa, e bisogna quindi nutrirli e ripararli dalle intemperie, in modo da poterli sfruttare al meglio per il maggior tempo possibile. Il minimo vitale possibile, ma pur sempre vitale. Quando i nazisti vararono il piano di eugenetica che prevedeva «il miglioramento della razza ariana» mediante l’eliminazione di malati di mente e di handicappati gravi, la cosiddetta opinione pubblica tedesca mostrò di non gradire troppo questo zelo razziale. Ma gli ebrei erano un’altra cosa! Verso di loro quasi spontaneamente si facevano strada sentimenti di odio che culminavano nel fanatismo assetato di sangue. L’atteggiamento dei tedeschi antisemiti ricorda la reazione dei militanti del «partito esterno» (i “militanti di base”) protagonisti di 1984 di Orwell, quando, nei Due Minuti d’Odio giornalieri a loro concessi, spuntava sui teleschermi diffusi in ogni dove (proprio come oggi!) la faccia del Grande Nemico (Goldstein, «una faccia magra da ebreo»…), colui che aveva tradito «la causa»: paura e disgusto, un odio «che faceva drizzare i capelli in testa», un irrefrenabile desiderio di colpire e annientare il Grande Nemico e tutti coloro che complottavano insieme a lui «contro l’umanità»: «Una fastidiosa estasi mista di paura e di istinti vendicativi, un folle desiderio d’uccidere, di torturare, di rompere facce a colpi di martello percorreva l’intero gruppo degli astanti come una sorte di corrente elettrica, tramutando ognuno, anche contro la sua stessa volontà, in un paranoico urlante e sghignazzante».

L’uso decisamente antieconomico che i tedeschi fecero della «forza lavora» giudaica durante la seconda guerra mondiale la dice lunga sul rapporto bestie da soma-ebrei, un rapporto largamente favorevole alle prime: non sempre, infatti, camminare su due gambe, saper leggere e scrivere, amare la musica e la filosofia, e persino saper lavorare a un tornio è conveniente… Siamo davvero sicuri che, come racconta Omero, i compagni d’avventura di Odisseo trasformati in porci dalla maga Circe implorarono l’amico di farli ritornare nella vecchia condizione «umana»? Qualcuno avanza delle riserve filosofiche a tal proposito: al viaggio pericoloso e faticoso che li avrebbe riportati a casa, prospettato da «quello  che è superiore agli altri uomini per ingegno e intelligenza», forse le vittime dell’incantesimo preferivano crogiolarsi beatamente nel rassicurante porcile, tra «i cibi consueti dei porci che si sdraiano a terra». D’altra parte c’è da dire, a discolpa del grande poeta greco, che egli non poteva conoscere la moderna tragedia sociale, quella che ha precipitato gli uomini in un abisso di bestialità che appare tanto più irrazionale, quanto più le sue vittime – l’intera “umanità” – fanno ricorso a discorsi razionali, «scientifici», e dicono di agire «per il bene dell’umanità».

Nel 1932 Carl Schmitt, teorico della dialettica amico-nemico (Legalità e legittimità), scrisse che la contesa politica nella moderna società della tecnica si svolgeva ormai quasi completamente attorno alla figura del nemico di turno descritto ossessivamente come brutto e cattivo, come una «entità esistenziale» irriducibilmente «altra»: è questa caricatura «umana» che infatti si dà in pasto al popolo assetato di «senso» («che senso ha tutto ciò?, di chi è la colpa?») per riceverne l’appoggio e la legittimazione politica, ed esso mostra di gradire una tale «semplificazione». Chi non ha «denti critici», preferisce ingoiare le pappe «predigerite» – più spesso già defecate.. – amorevolmente cucinate dagli altri. Naturalmente gli ebrei, insieme «nemici interni» e «nemici esterni» della patria, nonché inassimilabili e perciò destinati «oggettivamente» all’annientamento, o quantomeno all’espulsione, si prestavano a meraviglia a rispondere a quello stilema generale: infatti, l’ebreo è brutto, cattivo e «altro» (alieno) da sempre, quasi «per definizione», com’è attestato dalla letteratura e dall’iconografia da oltre un millennio a questa parte. Nella moderna società altamente tecnologica e retta su criteri razionalistici e scientifici, «il popolo» è quindi trattato dalle classi dominanti alla stregua di un eterno bambino, ed esso si comporta proprio come tale, esattamente secondo le loro aspettative, e questo perché si trova completamente espropriato del potere materiale e spirituale sulla propria esistenza.

Immagine5Scrivevano Horkheimer e Adorno in piena seconda guerra mondiale: «Gli ebrei sono oggi il gruppo che attira su di sé – teoricamente e praticamente – la volontà di distruzione che il falso ordine sociale genera spontaneamente. Essi vengono bollati dal male assoluto come il male assoluto. Così sono, di fatto, il popolo eletto. Mentre – dal punto di vista economico – non ci sarebbe più bisogno del dominio, gli ebrei vengono designati a oggetto assoluto di esso, di cui si può disporre semplicemente. Agli operai, a cui pure si mira in ultima istanza, nessuno lo dice apertamente, e per ovvie ragioni; i negri vanno tenuti al loro posto; ma degli ebrei bisogna ripulire la terra, e l’invito a distruggerli come mosche trova eco nel cuore dei fascisti potenziali di tutti i paesi» (M. Horkheimer, T. Adorno, Dialettica dell’illuminismo).

Una volta Primo Levi raccontò che nei lager nazisti il suicidio, al contrario di quanto si sarebbe indotti a pensare, era un avvenimento abbastanza eccezionale: gli internati avevano altro a cui pensare che perdersi in astratti pensieri “esistenziali”. Dinanzi all’idea fissa della sopravvivenza quotidiana, persino il pensiero del suicidio appariva loro come un impossibile lusso. Solo dopo la guerra quel pensiero iniziò a insinuarsi nella riflessione di non pochi sopravvissuti, soprattutto fra quelli più sensibili e colti. Come mai? Il fatto è (e questo lo sostengo io, non Primo Levi, anche se penso che egli lo avesse intuito perfettamente) che a questi «salvati» risultava sempre meno accettabile l’idea che dopo l’orrore assoluto dello sterminio e della guerra il mondo ritornasse ai vecchi affari, alla normale routine fatta di traffici, di lavoro, di balli, e così via, quasi come se nulla fosse accaduto. Non riuscivano a capacitarsi della straordinaria rapidità con la quale l’immane ferita che si era aperta sul corpo dell’umanità mondiale si stesse rimarginando. La gente non voleva più pensare agli infelici anni della guerra; sentiva anzi il bisogno di venir distratta da quei dolorosi pensieri. Lo spettacolo (leggi: il Capitalismo) doveva pur continuare, nonostante tutto! Se durante lo sterminio nazista e bellico in generale era stato Dio (soprattutto il Dio degli ebrei!) a dar prova di non esistere, adesso era «l’uomo in quanto uomo» a provare la sua assenza dal pianeta. Non pochi ebrei, dinanzi all’assoluto nichilismo sociale, preferirono chiudere definitivamente gli occhi sull’orrore. Come disse il Maggiore tedesco Schill, l’eroe della fallita insurrezione antinapoleonica del 1809, «Meglio una fine nell’orrore, che un orrore senza fine». «Questo mondo è il peggiore di tutti i mondi possibili; basterebbe che fosse solo un po’ peggiore, e non potrebbe più esistere»: questo scrisse Thomas Mann nel 1939, commentando il pensiero filosofico di Schopenhauer. Poi venne la guerra e gli stermini di massa, “convenzionali” e non, e, di peggio in peggio, il mondo è ancora qui…

Sul muro di cinta del cimitero di Saarbrücker una scritta, nel maggio 1933, proclamava: «La morte degli ebrei spazzerà via la miseria dal Saarland». No, non si trattava di mera propaganda nazista: troppo facile crederlo, anzi: troppo comodo. Piuttosto l’antisemitismo militante si sposava con i più genuini sentimenti patriottici tedeschi, cresciuti nell’humus di un antisemitismo più o meno latente ma sempre presente e incombente, pronto a balzare sulla preda al primo segnale di guerra. La “pazzia” di pochi – ma poi sempre più numerosi – esaltati esprimeva adeguatamente una condizione sociale e nazionale diventata “folle”, contraddittoria fino al parossismo, ingestibile con i metodi della vecchia politica, resi obsoleti non da nuove ideologie illiberali e antidemocratiche, ma dal processo storico. A tempi eccezionali la Germania rispose con una prassi eccezionale, come d’altra parte fecero altri grandi paesi, come la Francia, la Russia e gli Stati Uniti, sebbene attraverso una diversa fenomenologia del dominio. Il nazismo si offrì come via d’uscita credibile, e se funzionò come tale fino all’azzardo del 22 giugno 1941 (invasione dell’ex alleato sovietico), ebbene questo significa che il nazismo era perfettamente adeguato ai tempi. Come la guerra non è che la politica condotta con altri mezzi, «la continuazione della politica estera in una forma più estesa» (Paul Kennedy), allo stesso modo il nazismo fu la politica condotta con mezzi speciali per far fronte a una situazione speciale.

D’altra parte, occorre ricordare che il moderno antisemitismo si sviluppò in Germania come «fenomeno di massa» proprio in seguito alla crisi economica del 1873, una crisi particolarmente grave sul versante finanziario, e quindi causa di rovina per molti appartenenti alla classe media. Anche allora lo stereotipo dell’ebreo speculatore calzava a pennello per una società bisognosa di capri espiatori. Si può anzi dire che fu allora che il vecchio antigiudaismo di matrice cristiana, incrociandosi con lo scientismo evoluzionista del tempo, si trasforma in antisemitismo, ossia in un’avversione basata anche su presupposti razziali (proprio i biologi tedeschi “scoprirono” la «razza semita»). In quest’opera di trasformazione “scientifica” del vetusto antigiudaismo si distinse Karl Eugen Dühring, insegnante di economia e di filosofia all’università di Berlino, detestato da Nietzsche per il suo antisemitismo e da Marx ed Engels per il suo reazionario «socialismo» scientista che molti proseliti faceva anche tra i militanti della socialdemocrazia tedesca. Nel suo «capolavoro» razzista del 1881 (La questione giudaica, come razza, costumi e problemi culturali), il professore di Berlino, che dipingeva se stesso alla stregua di un grande benefattore dell’umanità, descrisse gli ebrei come una razza il cui stesso sangue era maledetto. Per Dühring il comunismo di Marx non era che «un’aberrazione razziale ebraica»: tutto torna, come due più due fa quattro – ma non necessariamente, come dimostra il Big Brother di 1984.

Immagine1Prima di chiudere gli occhi e la bocca sui terribili fatti dell’epoca, Karl Kraus scrisse una frase che suscitò molte polemiche negli ambienti progressisti austriaci e tedeschi: «Su Hitler non mi viene in mente niente» – salvo poi dedicare al führer tedesco un’opera di trecento pagine. Certo, in quella frase si legge tutto lo stupore, l’inadeguatezza, persino l’impotenza politica e intellettuale di un uomo divenuto quasi “antropologicamente” estraneo alla nuova Europa dei totalitarismi. Ma vi si può cogliere, almeno sul piano simbolico, anche l’intuizione del fatto che Hitler non veniva a sovvertire i tempi, ma semmai a confermarli. Sotto questa luce va anche considerata la sua critica della socialdemocrazia austriaca del tempo (1932), accusata di essere diventata una «impresa concessa dallo Stato per l’impiego di energie rivoluzionarie», e di volere, alla stregua dei reazionari austriaci e tedeschi, l’unificazione in una sola grande patria i popoli germanici.

Nella Germania del tempo la “gente normale” credeva in perfetta buona fede che gli ebrei fossero una buona parte del problema che l’affliggeva, se non addirittura il problema, nonostante che gli juden costituissero meno dell’uno per cento dell’intera popolazione: il censimento del 1933 attesta in Germania la presenza di quasi mezzo milione di ebrei, sessantacinquemila in meno rispetto al precedente censimento nazionale del 1925. I burocrati nazisti ne rimasero assai delusi. «Una quantità di disoccupati e di piccoli borghesi su tutta la terra ama Hitler per l’antisemitismo», scriveva Horkheimer nel 1942. Quando si ha fame e si è disperati, e, soprattutto, quando si è indigenti di coscienza di classe, facilmente ci si apre alla propaganda di chi ci offre la casa, il lavoro e la bottega che prima appartenevano a «quella mala genia di strozzini».

Ne La montagna incantata Thomas Mann evoca in modo efficacissimo la crisi esistenziale dell’uomo europeo del tempo, corroso da un male oscuro fin nelle midolla. In una pagina del bellissimo libro si legge: «L’uomo non vive soltanto la sua vita personale come individuo, ma – cosciente o incosciente – anche quella della sua epoca e dei suoi contemporanei … Se l’epoca stessa, nonostante l’operosità interiore, è in fondo priva di speranze e prospettive, se furtivamente gli si rivela disperata, vana, disorientata e al quesito formulato, coscientemente o no, ma pur sempre formulato, di un ultimo significato, ultrapersonale, assoluto, di ogni fatica e attività, oppone un vacuo silenzio, ecco che proprio nel caso di uomini dabbene sarà quasi inevitabile un’azione paralizzante di questo stato di cose, la quale, passando attraverso il senso morale psichico, finisce con l’estendersi addirittura alla parte fisica e organica dell’individuo. Per aver voglia di svolgere un’attività notevole …, senza che l’epoca sappia dare una risposta sufficiente alla domanda “a qual fine?”, occorre o una solitudine e intimità morale che si trova di rado ed è di natura eroica o una ben robusta vitalità» (La montagna incantata). Che il nazismo, in quanto «robusta vitalità», sia stato anche una eccellente terapia di gruppo per individui bisognosi di «senso esistenziale», è fuor di dubbio.

La dialettica dello sviluppo storico ha finora premiato il dominio sociale capitalistico, lo stesso che ha reso possibile l’inveramento della diabolica “utopia” nazista (un mondo senza ebrei!), mentre ciò che resta di umano nel non-ancora-uomo di oggi è sempre più qualcosa di residuale, un infimo spazio esistenziale compresso fino all’annichilimento. Milioni di ebrei sono usciti dai lager attraverso i camini. Tutti i giorni continua ad andare in fumo l’umanità, proprio quando la buona utopia ci sorride a un millimetro dal naso. Se l’uomo non esiste, tutto il peggio è possibile.

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