È “UFFICIALE”: IL CAPITALISMO NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE

722px-Trionfo_della_morte,_già_a_palazzo_sclafani,_galleria_regionale_di_Palazzo_Abbatellis,_palermo_(1446)_,_affresco_staccatoDavid Stuckler è un economista specializzato in salute pubblica e insegna sociologia all’Università di Oxford. Sanjay Basu è professore di medicina ed epidemiologo all’Università di Stanford. I due hanno pubblicato L’economia che uccide (Rizzoli, 2013), una sorta di atto d’accusa delle politiche di austerità che imperversano nel Vecchio Continente.

Secondo Stuckler e Basu, l’economia può uccidere la gente quando la politica smette di comportarsi responsabilmente e lascia le redini del potere agli strati sociali che si arricchiscono sulle altrui disgrazie, che ingrassano a spese della salute della stragrande maggioranza della popolazione. Arricchirsi sulla pelle degli altri è qui più che una metafora: la crisi economica, sostengono Stuckler e Basu, rischia sempre di compromettere la salute fisica e psichica di molta gente se i governi non sono in grado di piegare l’economia agli interessi generali di un Paese. Gli «interessi generali di un Paese» ovviamente (?) sono gli interessi delle classi dominanti, ma non ditelo agli autori del libro in questione: potrebbero prendervi per dei paranoici vittime della crisi economica.

Secondo la rivista medica Lancet, che il 27 marzo 2013 ha pubblicato un numero speciale dedicato ai «costi umani» della crisi economica (Financial crisis, austerity, and health in Europe), un aumento dell’1 per cento della disoccupazione provoca una crescita di suicidi e omicidi apprezzabile statisticamente, mentre un balzo del 3 per cento si traduce in più morti per alcolismo. La capacità della scienza di tradurre in cifre ogni fenomeno sociale è davvero ammirevole, non trovate? Faccio dell’ironia antipositivista? Naturalmente. E cito questa vera e propria perla, per legittima difesa: «I rapporti tra gli interessi e gli animi, le vere relazioni tra gli individui, sono ancora da creare fra noi dalle fondamenta, e il suicidio è solo uno dei mille sintomi della generale lotta sociale permanente in atto, da cui tanti combattenti si ritirano perché stanchi di stare fra le vittime, o perché si ribellano all’idea di guadagnarsi un posto d’onore fra i carnefici» (K. Marx, Peuchet: del suicidio, 1846).

In Grecia, scrive Lancet, la diffusione dell’Hiv e persino la malaria risultano in crescita, mentre i suicidi sono aumentati del 40%; le malattie mentali risultano in crescita sia in Grecia che in Spagna; ma anche in Inghilterra, gli esperti hanno stimato in almeno mille le vittime della crisi dal 2008 al 2010, e da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Martin McKee della London School of Hygiene spiega: «Le misure di austerità non hanno risolto i problemi economici e hanno creato gravi problemi sanitari; le persone devono poter sperare che il loro governo li aiuterà nel momento del bisogno». Invece accade esattamente il contrario, e McKee si vede costretto a denunciare «un chiaro problema di negazione delle conseguenze sanitarie della crisi, nonostante siano molto evidenti. La Commissione europea ha l’obbligo statutario di occuparsi degli effetti sulla salute delle proprie politiche ma non ha prodotto alcun accertamento riguardo a ciò che hanno prodotto le misure di austerità imposte dalla troika». Unico dato positivo, nota Lancet, è il calo degli incidenti stradali, in conseguenza  di un maggior uso dei trasporti pubblici. Gli operai delle fabbriche automobilistiche devono dunque preoccuparsi per quest’ultima “evidenza scientifica” (meno automobili in circolazione, meno incidenti stradali)? Nel Capitalismo la metaforica coperta è sempre corta, non c’è dubbio.

Anche per Stuckler e Basu «i costi umani dell’austerità» sono facilmente constatabili in Grecia: tra gennaio e maggio 2011 i nuovi casi di infezione da Hiv sono aumentati di oltre il 50 per cento, mentre dal 2010 al 2012 il numero di chi ha contratto il virus dell’aids è cresciuto di 20 volte. «Il governo greco ha fatto tagli radicali al budget sanitario e i programmi di prevenzione dell’aids sono stati tra i primi a essere ridotti». Disoccupati e precari stanno affollando gli ambulatori e le mense per i migranti e i rifugiati. Qualcosa di simile sta peraltro accadendo anche nel Bel Paese: la Caritas ne sa qualcosa. Stranieri in patria? Nella società dominata dalle imperiose esigenze economiche, l’uomo è sempre uno straniero, in tempi di crisi economica come in quelli di boom.

Ma questa è naturalmente una mia riflessione, il cui presupposto concettuale è completamente estraneo al pensiero progressista di Stuckler e Basu, i quali infatti oppongono alla politica dell’austerità non la lotta di classe rivoluzionaria in vista della Comunità Umana, la sola “patria” in grado di far respirare per la prima volta nella storia l’uomo in quanto uomo, per dirla con i filosofi “umanisti”, ma più pragmatici e realistici progetti, tutti riconducibili alla solita minestra keynesiana.

il%20trionfo%20della%20pestePer i progressisti «l’economia che uccide» è quella dominata dall’ideologia «neoliberista» e dal mantra dell’austerity; per chi scrive è il Capitalismo tout court, senza alcun’altra inutile – e il più delle volte volutamente ambigua – specificazione terminologica (Capitalismo liberista, ovvero protezionista, privato, pubblico, nazionale, internazionale, ecc.), che nuoce gravemente alla salute degli individui. Terapia consigliata? Più coscienza, più «solidarietà di classe» (anche fra salariati di diverso coloro), più lotte e, quando possibile, meno rimedi farmacologici.

Il New Deal rooseveltiano è insomma la via maestra che gli autori dell’Economia che uccide indicano all’Europa per uscire dalla crisi economica in salute, sotto tutti i punti di vista. Perseverare nell’insana politica dell’austerità, basata sul mantra della virtuosa gestione del debito pubblico, oppure cambiare completamente musica riattualizzando l’intervento pubblico che permise agli Stati Uniti di uscire in salute dalla Grande Depressione: per Stuckler e Basu si tratta di una questione di mera scelta politica. La posta in palio è nientemeno che il corpo dei cittadini, il loro benessere fisico e psichico.

Come lo stesso Paul Krugman riconosce, fino a invocare “paradossalmente” l’invasione degli Alieni per spezzare la cortina di ferro dei rigoristi in materia di spesa pubblica, solo la corsa al riarmo e la guerra mondiale permisero agli Stati Uniti e agli altri paesi occidentali di uscire dalla Grande Depressione. Ecco perché quando ascolto chi propone una politica keynesiana «di ampio respiro» non posso fare a meno di mettermi il metaforico – per adesso! – elmetto sulla quasi pelata.

È anche opportuno ricordare come Keynes non pose mai la spesa pubblica nei termini dell’ammortizzatore sociale, bensì in quelli genuinamente capitalistici incentrati sull’attivazione, «artificialmente indotta» da una «domanda supplementare» (resa possibile appunto dallo Stato), di un capitale che il mercato non riusciva a mettere in moto “spontaneamente”. Più che della disoccupazione dei lavoratori, egli giustamente – sempre dal punto di vista della salute dell’accumulazione – si preoccupò della disoccupazione del capitale, per superare la quale bisognava lasciarsi alle spalle vecchie remore di stampo democratico-liberale. «Ciò che il seguente libro intende illustrare, si adatta più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario, piuttosto che a condizioni di libera concorrenza e di ampie misure di laissez-faire» (J. M. Keynes, Prefazione all’edizione tedesca del 1936 della General Theory). Non a caso, come ricorda la storica dell’economia Amity Shlaes ne L’uomo dimenticato. Una nuova storia della Grande Depressione (Feltrinelli, 2011), i politici e gli intellettuali del New Deal guardavano con estremo interesse chi alla Russia di Stalin, chi alla Germania di Hitler. Molti guardavano con simpatia a entrambi i regimi, non disdegnando nemmeno di studiare il promettente «caso italiano».  Più che la speculazione finanziaria, i cui “demeriti” peraltro l’autrice non disconosce, «dal 1929 al 1940, da Hoover a Roosevelt, [fu] l’intervento pubblico [che]contribuì a far diventare Grande la Depressione». Un giudizio che in parte mi sento di condividere.

Quanto poi alla politica che avrebbe riacquistato la perduta sovranità sulla sfera economica, ebbene si tratta di una mitologia coltivata da chi non riesce a vedere ciò che si celò allora – e si cela oggi – dietro l’apparenza, ossia il pieno asservimento della politica agli interessi strategici del «mercato», cioè dei peculiari rapporti sociali capitalistici. Per questo Adorno poté scrivere nel 1944 i significativi passi che seguono: «La nemesi immanente di Hitler è questa: che egli, il boia della società liberale, era troppo “liberale” per capire come altrove, sotto il velo del liberismo, si costruisse l’irresistibile supremazia del potenziale industriale. Hitler, che scrutò come nessun altro borghese quel che c’è di falso nel liberalismo, non comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro, cioè la tendenza sociale di cui egli stesso non era che il tamburino […] La stoltezza di Hitler è stata un’astuzia della ragione» (Minima Moralia, Einaudi, 1994). Della ragione dominante, mi permetto di aggiungere, ossia del Dominio sociale nell’epoca dello sfruttamento scientifico di uomini e cose. Il massimo della razionalità posta al servizio di Potenze sociali irrazionali, cioè a dire ostili all’uomo, che pure le produce sempre di nuovo, giorno dopo giorno. È la tragedia dei nostri tempi. In tempi di crisi economica come in quelli di boom economico.

Per Stuckler e Basu «La vera fonte della ricchezza di una nazione è la sua popolazione, quindi investire nella salute è una scelta saggia nei periodi migliori, e una necessità irrinunciabile nei periodi peggiori». Come i due ultimi secoli di prassi sociale mostrano con solare – abbagliante? – evidenza a chi ha i metaforici “occhi per vedere”, «la vera fonte della ricchezza» delle nazioni capitalistiche è lo sfruttamento della capacità lavorativa dei salariati, è il cosiddetto e stramaledetto «capitale umano». In regime capitalistico (vedi l’intero pianeta) la salute degli individui è strettamente correlata alla salute del processo allargato che produce e distribuisce la ricchezza nella sua attuale configurazione storica e sociale. È proprio nei momenti di crisi che appare evidente come il cosiddetto Welfare debba fare i conti con quel processo, il quale prima o poi costringe la politica a prendere atto della realtà, magari avviando una severa spending review volta a restringere al minimo ciò che per le esigenze dell’accumulazione capitalistica rappresentano delle spese improduttive. Ecco perché è proprio nel momento del bisogno che l’”amico” Stato sociale si tira indietro, non potendo più gravare su una fiscalità generale messa alle corde dalla crisi.

Qui è l’oggettivo cinismo dei rapporti sociali che occorre chiamare in causa, non la “cattiva volontà” dei politici, la cui autonomia e indipendenza dalla sfera economica sono il più delle volte una pura apparenza, non più che una merce ideologica sempre meno credibile.

Scrivono i nostri due scienziati: «All’inizio degli anni Novanta, scomparvero dieci milioni di uomini russi». Come spiegare questa incredibile “catastrofe umanitaria”? «Per rispondere alla domanda bisogna indagare la storia della tribolante transizione della Russia da Repubblica socialista sovietica a libero mercato di stampo occidentale. La moria di uomini era il sintomo di un più vasto collasso determinato dal passaggio traumatico a un’economia capitalistica». Non concordo. La transizione dell’economia russa fu allora (e il processo non è ancora terminato) certamente tribolante e traumatica, ma non segnò il passaggio dal Socialismo, sebbene «reale» e imperfetto come tutte le cose umane, al Capitalismo «di stampo occidentale», ma piuttosto da un Capitalismo fortemente orientato dalle esigenze imperialistiche della Russia (vedi i «monogorod», gli insediamenti mono-industriali fondati dai sovietici a sostegno dei settori militari») che venne fuori dal periodo di accumulazione forzata e accelerata del capitale,  a un Capitalismo più adeguato alla Società-Mondo di fine XX secolo.

Com’è noto, L’Unione Sovietica fu sconfitta dagli Stati Uniti nella cosiddetta Guerra Fredda, e bastava recarsi nell’ex «Patria del Socialismo» già alla fine degli anni Settanta del secolo scorso per rendersi conto di quanto quella guerra fosse gravosa per il proletariato russo e, alla fine, per la stessa economia (capitalistica!) russa, ancora oggi alle prese con un “modello di sviluppo” più simile a quello tipico dei Paesi esportatori di materie prime, che a quello dei Paesi capitalisticamente avanzati: vedi Stati Uniti, Germania, Giappone, Cina. Tra la Russia capitalistico-imperialista di ieri (stalinista) e quella di oggi c’è assoluta continuità storico-sociale, mutatis mutandis, come sempre.

Picture0251Per motivi di lavoro, nel fatidico 11settembre 2001 ebbi modo di visitare Murmansk, monogorod basato sull’estrazione del carbone nonché importante base navale russa (Golfo di Kola). Ebbene, l’dea, fortissima, che mi assalì fu quella di trovarmi in una città disastrata da una guerra: miseria generalizzata, negozi vuoti (soprattutto di merci), edifici fatiscenti, strade deserte e molte volte prive di asfalto a causa di una cronica mancanza di manutenzione. Inutile dire che vi prosperava la “borsa nera” e ogni sorta di attività cosiddetta illecita. Nelle discoteche incontrai i “nuovi ricchi” e le moltissime prostitute provenienti da tutta la Russia; lungo le strade vidi i giovani storditi dall’odekolon di cui parlano Stuckler e Basu nel loro libro: una micidiale miscela di alcol, sciroppo, colluttorio, profumi e altri intrugli a base di alcol. Alcol, suicidi, omicidi, lesioni gravi, infarto (incidenti stradali pari a zero, per mancanza di automobili…): ecco come si spiega la «moria di uomini» secondo gli autori dell’Economia che uccide, i quali avrebbero preferito «la via gradualista al capitalismo», gradualismo che consigliano ai leader europei alle prese con la crisi economica: non guardate alla Russia dei primi anni Novanta, sconvolta da una traumatica e insana «transizione», ma alla Cina di fine anni Ottanta, il cui «Socialismo» si è adattato lentamente ma efficacemente all’«economia di mercato». È il loro scientifico monito. Sic!

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5 thoughts on “È “UFFICIALE”: IL CAPITALISMO NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE

  1. ottimo articolo ed analisi come sempre! Penso ci sia un refuso, te lo segnalo: nel paragrafo sul welfare, si legge “spese produttive” al posto di “improduttive” come di quelle che per il capitale si tratta di tagliare. Saluti

  2. Sempre interessante il tuo articolo…tornata da poco da un paese dell’ Africa sub-sahariana, la Tanzania, dove la povertà spaventosa è il reale business dei paesi definiti ricchi e da dove mancavo da anni ho trovato un peggioramento generale delle condizioni della povertà con spaventoso incremento del consumo di alcol e droghe. Il capitalismo avanza anche dove non è esistita alcuna rivoluzione industriale e distrugge gli uomini, il suo potenziale distruttivo è immenso, è come trovarsi in un costante stato di guerra…eppure negli animi dei poveri + poveri di coloro con cui mi sono trovata a parlare c’è la speranza del cambiamento ma non attraverso il processo rivoluzionario di liberazione ma nel tornare schiavi di un tempo…è terribile!

    • Ti ringrazio. Non so perché – ma forse lo so fin troppo bene! -, ma leggendo la tua riflessione mi è venuta la pelle d’oca. E mi sono tornate alla mente queste crude parole: «Non avevo previsto, per mancanza di coraggio intellettuale, che il mondo divenisse sempre più feroce» (William Butler Yeats). Ti auguro un’eccellente domenica. Ciao!

  3. Pingback: UNO SDOGANAMENTO COI FIOCCHI | Sebastiano Isaia

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