UNO SDOGANAMENTO COI FIOCCHI

Germania_Anno_ZeroLa guerra mondiale come potente fattore di sviluppo economico, come il solo rimedio in grado di salvare il Capitalismo dalla depressione cronica che lo attanaglia ormai da tempo: è una tesi che circola sempre più in libri e convegni economici e geopolitici di “alto livello”*. Facendo una sintesi delle varie posizioni che convergono su questa tesi politicamente assai scorretta (ma, com’è noto, la realtà se ne frega dell’insulso politically correct), Nicolò Cavalli ha scritto un articolo per Pagina 99 (28/6/2014) dal titolo che è, come si dice, tutto un programma: Ci vorrebbe una bella guerra per uscire dalla crisi economica. Che “sdoganamento”, signori!

E se pensiamo che in questi giorni i media del Vecchio Continente stanno celebrando a più non posso il centenario della Grande Guerra, capite bene che qui c’è materia prima non solo per la Scienza Sociale, ma anche per la Scienza Scaramantica. D’altra parte Tyler Cowen, sul New York Times del 13 giugno lo ha detto forte e chiaro: per spiegare la «costante lentezza della crescita economica nelle economie ad alto reddito» bisogna introdurre una nuova e spiacevole ipotesi: «la persistenza e l’aspettativa della pace». Chi può e chi ci crede, può darsi al gesto scaramantico che più gli aggrada, sapendo di avere, per quel poco che vale, la mia piena comprensione.

A proposito della necessità di una «bella guerra»! Scrivevo lo scorso 15 giugno: «Nell’intervista rilasciata a Le Nouvel Observateur questo inverno, Thomas Piketty, il celebratissimo autore de Il Capitale nel XXI secolo, ha sostenuto che “Nel XX secolo sono state le guerre a fare tabula rasa del passato e a dare temporaneamente l’illusione di una diminuzione strutturale delle disuguaglianze e un superamento del capitalismo”. Diciamo che le guerre mondiali hanno molto a che fare con il modo capitalistico di produrre e distribuire la ricchezza sociale. Soprattutto la Seconda carneficina mondiale, con la sua gigantesca opera di svalorizzazione e di distruzione del capitale in ogni sua fenomenologia (compresa quella “umana”, ovviamente), rese possibile il definitivo superamento della lunga e micidiale crisi economica iniziata formalmente nel ’29 e il più lungo e “tonificante” ciclo espansivo che la storia recente del capitalismo conosca. Una “bella” guerra mondiale sarebbe anche oggi un rimedio radicale, un vero e proprio toccasana, forse la sola “manovra economica” in grado di rilanciare in Occidente e in Giappone l’accumulazione in grande stile, e non c’è serio economista in giro per il capitalistico mondo che non lo faccia intuire con battute, metafore e paradossi**» (Rimettere al centro il lavoro?).

Non è bello, scrive imbarazzato Cavalli (il quale cita anche Thomas Piketty a conforto della tesi “bellicista”), pensare che la guerra moderna abbia sempre avuto un effetto benefico sull’economia (in termini di crescita, di trasformazioni sociali, di rivoluzioni tecnologiche, di occupazione, di redistribuzione del reddito e così via); eppure bisogna ammettere che le cose stanno proprio così. Basta por mente, continua Cavalli, alla Seconda guerra mondiale per capirlo: negli Stati Uniti, ad esempio, fu la guerra, e non il New Deal del Presidente Roosevelt, a rendere possibile il superamento della Grande depressione degli anni Trenta, attraverso la distruzione fisica di capitali stagnanti e a una dispiegata politica keynesiana, risoltasi perlopiù in una gigantesca corsa al riarmo che mobilitò tutte le forze (ancora) vive del Paese.

14UP-War-master675Possiamo fare di meglio senza precipitare il mondo nel baratro di una nuova guerra mondiale? «Certo, sarebbe bello rispondere di sì, ma il modo non l’abbiamo ancora trovato», risponde sconsolato il Nostro. O ci rassegniamo alla bassa crescita che caratterizza l’economia nei Paesi capitalisticamente “maturi”, oppure…***

* Il problema posto ultimamente da diversi scienziati sociali sembra essere questo: come ottenere gli effetti virtuosi di una guerra mondiale senza passare attraverso un conflitto mondiale armato. In effetti, molti economisti di fama mondiale si sono convinti che senza l’effetto tonificante di un grande shock sociale, paragonabile appunto a quello di una guerra mondiale, il Capitalismo non è in grado di superare quel destino di «secolare ristagno», per citare Alvin Hansen, di cui ha parlato Larry Summers, ex segretario al Tesero nel governo Clinton, in un convegno del Fondo Monetario Internazionale tenutosi nel novembre 2013.

«Negli anni Trenta del secolo scorso ci sono stati grandi progressi. Ma non sono bastati a porre termine alla Grande Depressione. C’è voluta la guerra» (Niall Ferguson, Il Grande Declino, Mondadori, 2013 p. 120). In un saggio del 1999, Paul Krugman sostenne la stessa tesi: «Negli Stati Uniti la Grande Depressione finì grazie a un ingente programma di lavori pubblici finanziati dal deficit, conosciuto sotto il nome di Seconda guerra mondiale» (Il ritorno dell’economia della depressione, Garzanti, 2001). Solo gli ingenui credono ancora nella leggenda metropolitana della Seconda carneficina mondiale come Guerra di Liberazione, secondo l’ideologia che allora i vincitori (USA-URSS) imposero ai vinti, Francia e Inghilterra comprese.

** «Come lo stesso Paul Krugman riconosce, fino a invocare “paradossalmente” l’invasione degli Alieni per spezzare la cortina di ferro dei rigoristi in materia di spesa pubblica (Cercasi alieni, disperatamente!), solo la corsa al riarmo e la guerra mondiale permisero agli Stati Uniti e agli altri paesi occidentali di uscire dalla Grande Depressione. Ecco perché quando ascolto chi propone una politica keynesiana “di ampio respiro” non posso fare a meno di mettermi il metaforico – per adesso! – elmetto sulla quasi pelata» (È ufficiale: il capitalismo nuoce gravemente alla salute).

*** Scriveva Paul Mattick nel novembre del 1934 (La crisi permanente): «All’interno della “strategia” del capitale giuoca un ruolo molto importante la svalutazione selvaggia del capitale. […] Ma mentre in tutte le crisi precedenti la rapida crescita del numero di bancarotte era connessa ad un superamento più celere della crisi, oggi non è più così, e questo sta a dimostrare che l’accumulazione ha raggiunto un livello tale che anche la svalutazione ha perduto la sua efficacia come strumento di superamento della crisi. […] Questo processo non potrà quindi che portare o ad una nuova crisi insolubile, irrazionale, o ad una nuova strage di portata mondiale».  Sappiamo com’è andata a finire. A un certo punto, la svalorizzazione “convenzionale” del capitale, tipica dei tempi di “pace”, non fu più in grado di rianimare la boccheggiante profittabilità dell’investimento produttivo (e dunque l’accumulazione), e lasciò il passo alla svalorizzazione eccezionale chiamata Guerra.

6 pensieri su “UNO SDOGANAMENTO COI FIOCCHI

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