OSTAGGI E VITTIME DEL SISTEMA MONDIALE DEL TERRORE. CIOÈ TUTTI NOI

Ieri Papa Francesco ha detto, a proposito della mattanza parigina del 13 novembre, che «non si può non condannare un tale atto intollerabile». Condivido. Ma mi permetto di aggiungere che, dal mio personalissimo punto di vista, non si può non condannare con altrettanta forza e identica convinzione l’imperialismo francese, assai attivo in Africa (chiedere, ad esempio, ai libici e agli abitanti del Mali) e in Medio oriente (vedi Siria), il quale ha esposto, e continua ad esporre, la popolazione francese e i turisti arrivati nella capitale francese da ogni parte del mondo alla – peraltro prevedibile e prevista – ritorsione del nemico.

«Utilizzare Dio», ha continuato il Papa, «per giustificare la strada dell’odio e della violenza è una bestemmia». A questa tesi di grande impatto mediatico rispondo citando un passo di un mio post scritto l’8 gennaio 2015, ai tempi del Siamo tutti Charlie Hebdo: «Inizio questa breve riflessione sulla carneficina andata in onda ieri da Parigi con una confessione che forse stupirà più di un lettore: pensando alla strage che si è consumata nella redazione parigina del giornale satirico Charlie Hebdo una sola parola non mi è venuta in mente: religione». Disagio sociale, frustrazione, esclusione, falsa libertà, reale oppressione sociale, disillusione, impotenza, miseria esistenziale, incoscienza, invidia sociale, disperazione, disoccupazione, assenza di prospettive, ricerca di un qualche senso da dare alla propria vita, cieca voglia di riscatto, desiderio di una forte identità in un mondo iper-fluido (Bauman docet): queste e altre parole mi vengono alla mente dinanzi agli eventi francesi di ieri e di oggi. È nel mare del disagio sociale e della più cupa disperazione che nuotano i pescecani dello Stato Islamico. Non è una «cattiva e perversa» interpretazione del Corano che arma la testa, il cuore e le mani dei giovani jihadisti, come pensano in molti, ma una cattiva e perversa condizione sociale. «La religione non spiega un bel niente», scrissi quasi un anno fa: confermo.

Migliaia di giovani disillusi dagli ideali di Progresso e di Civiltà che sono stati loro venduti a prezzi stracciati sotto diverse marche e sottomarche (in guisa democratico-occidentale o“socialista”, nazionalista o progressista, ecc.), hanno trovato nell’ideologia totalitaria e sanguinaria dello Stato Islamico* e nel genere di vita che esso esalta e propugna quello che evidentemente né i soggetti politico-istituzionali (Stato, partiti, sistema formativo-educativo-culturale, ecc.) né l’organizzazione sociale nel suo complesso sono stati  in grado di offrirgli.

Ed è il fallimento politico, culturale, sociale nell’accezione più ampia del concetto; è questo fallimento per così dire strategico, qui solo abbozzato, che brucia molto agli apologeti dello «stile di vita occidentale» e ai progressisti che hanno visto evaporare miseramente nell’ultimo ventennio ogni illusione di armonica integrazione sociale, razziale e culturale. Oggi tutti in Francia e in Inghilterra ammettono quel fallimento; solo la comunità turca che vive in Germania sembra ancora resistere ai richiami della sirena islamista.

Ieri un mio conoscente mi diceva: «Questi bastardi anziché prendersela con noi poveri cristi, perché non fanno saltare in aria governi e parlamenti? Hollande dovevano ammazzare, non tutta quella gente disarmata che non c’entrava niente con i suoi sporchi giochi in Siria e in Africa». Ho tentato di spiegargli che quei «bastardi» non vogliono mica fare la rivoluzione per conto dei «poveri cristi» (ci pensate: dalla guerra per procura alla rivoluzione per procura!), ma fanno la guerra per conto di interessi economici e geopolitici di cui essi non hanno la minima contezza (i «bastardi» credono di fare gli interessi di Allah codificati dal suo Profeta preferito, per conquistarsi il giusto ed eterno riposo in compagnia di tantissime e bellissime vergini); interessi che si scontrano con gli analoghi e concorrenti interessi basati a casa nostra. Insomma, siamo presi fra due fuochi.

So benissimo che la mia confusa e rapsodica riflessione suona come un «inammissibile giustificazionismo» all’orecchio di qualcuno; per me si tratta invece di capire (almeno di provarci!) la realtà osservandola da una prospettiva che non ha, e che non vuole avere, nulla a che fare con gli enormi interessi (economici, geopolitici, militari) che armano gli eserciti regolari e gli eserciti irregolari, i soldati che sparano missili intelligenti e quelli che usano il proprio corpo come bomba. Se siamo coinvolti in una «Terza guerra mondiale combattuta a pezzi», come dice il Papa, allora dobbiamo capire il senso di questa guerra.

Gli eserciti delle grandi nazioni fanno la guerra in giro per il mondo per assecondare, difendere ed estendere la potenza sistemica di quelle nazioni; per conseguire gli stessi obiettivi i governi di quelle nazioni, tutte le volte che possono, finanziano la cosiddetta guerra per procura e noi, agnelli impotenti che osiamo concederci il “lusso” di qualche distrazione al bistrò o in qualche altro luogo “ricreativo”, subiamo le conseguenze di quella politica di potenza quando il fronte bellico si sposta improvvisamente dalle nostre parti. In men che non si dica, possiamo diventare concime gettato sul terreno per fertilizzare gli interessi economici e geopolitici di Potenze grandi, medie e piccole. La verità è che se noi non ci occupiamo dell’imperialismo, l’imperialismo si occupa di noi. Siamo tutti ostaggi e vittime del sistema mondiale del terrore.

Dall’Ucraina all’Afganistan, dall’Iraq alla Nigeria, passando ovviamente per il solito Libano e per il solito Israele (mi scuso se ho dimenticato qualche altra “zona calda” del pianeta, capita quando l’elenco è lungo): mezzo mondo è in stato permanente di guerra e noi europei speriamo sempre di vedere le sventure lontane, le altrui disgrazie attraverso l’asettica mediazione di un qualche schermo: che si tratti di televisione, di computer o di un altro strumento tecnologico. Però ogni tanto la disgrazia degli altri ci afferra e ci ricorda che siamo tutti: cristiani e musulmani, occidentali e orientali, bianchi e neri, ricchi e poveri sulla stessa disumana barca. Tutti siamo esposti al pericolo. Ogni orrore non solo è possibile ma è anche altamente probabile. Come disse una volta Max Horkheimer, «Sotto il dominio totalitario del male gli uomini possono mantenere solo per caso non solo la loro vita, ma anche il loro io». Si tratta allora di dare un nome a questo male, di evocarlo, non per esorcizzarlo ma per colpirlo al cuore, una volta per tutte, affinché cessi per sempre ogni forma di sfruttamento, di oppressione  e di violenza. Impossibile? Credo ancora nelle favole? Può darsi. Diamoci allora realisticamente appuntamento al prossimo “effetto collaterale”.

Scrive Maurizio Molinari: «L’attacco dei terroristi a Parigi testimonia che l’Europa è un fronte della guerra che si combatte in Siria ed Iraq contro i gruppi jihadisti» (La Stampa). Questo l’avevo capito anch’io! Lo scialbo e impopolare Hollande, oggi ringalluzzito da una bella trasfusione di sciovinismo francese (Le jour de gloire est arrivé!), ha subito parlato di un atto di guerra, sebbene compiuto con deplorevoli mezzi terroristici: stiamo forse consigliando allo Stato Islamico di ucciderci nelle nostre case o al cinema, allo stadio piuttosto che al bar, mentre facciamo la spesa o viaggiamo, con qualche bel missile convenzionale, ancorché intelligente, come quelli che sparano i “nostri” aerei (o i droni) super-tecnologici? Ogni nemico dell’umanità fa la guerra (soprattutto se “asimmetrica”) con i mezzi di cui dispone e almeno dalla guerra di Spagna in poi il fronte principale da martellare con ogni arma a disposizione è quello costituito dalla popolazione civile, per indurre il nemico alla resa, possibilmente incondizionata.

Come ho detto prima, solo quando il fronte bellico si sposta dalle nostre parti intuiamo che nel mondo qualcosa non va come noi, “uomini di pace”, aperti alla cultura e alla religione degli altri, vorremmo che andasse nell’illusione che questo basti a esorcizzare contraddizioni sociali e interessi di varia natura così potenti, da mettere in moto la micidiale macchina della guerra, quella che fa vittime in Siria, in Iraq, nel Mali, in Nigeria in Ucraina, a Parigi e altrove. Potenzialmente il fronte bellico ha le dimensioni del pianeta. L’eccezione che interrompe violentemente la routine ci permetterebbe, superato lo shock iniziale, di scoprire la radice del terrore, se solo trovassimo il coraggio, la volontà, la coscienza. Invece, finito il periodo del lutto, dell’indignazione e della solidarietà (Siamo tutti americani! Siamo tutti francesi! Io sono questo, Io sono quell’altro!), girare la testa sempre e puntualmente dall’altra parte ci è più congeniale, “effetto collaterale” dopo “effetto collaterale”, e dopo tutto bisogna pur andare avanti! Chi scrive sconta la stessa maledetta “psicologia di massa”, beninteso.

I governi ci trattano come bambini, e noi il più delle volte ci lasciamo trattare come tali, ad esempio bevendo la colossale menzogna dello scontro di Civiltà, dell’Occidente chiamato a distruggere «Un certo tipo di fascismo medievale e moderno», per dirla con John Kerry, il Segretario di Stato della prima potenza imperialista del pianeta, la stessa che per sconfiggere l’imperialismo avversario di un tempo (la deceduta Unione Sovietica) in Afganistan foraggiò in tutti i modi possibili l’organizzazione guerrigliera (allora Washington la definiva così) di Osama Bin Laden, salvo poi trovarsela come nemica e rubricarla come organizzazione terroristica  quando l’ex alleato devoto ad Allah pretese di rendersi autonomo dal suo ex compagno di strada. La chiamano guerra per procura, la quale non di rado genera inattesi e rognosi “effetti collaterali”. Ogni allusione alla carneficina dell’11 Settembre 2001 è assolutamente voluto.

Il virile Vladimir Putin si è detto ovviamente d’accordo con l’antifascista John Kerry, e la stessa cosa ha fatto il macellaio di Damasco Bashar al-Assad, il quale ha invece accusato «le politiche occidentali ritenute sbagliate nei confronti della Siria, “soprattutto da parte della Francia, che ha ignorato che alcuni dei suoi alleati sostengono il terrorismo e che hanno contribuito alla situazione attuale”. In una nota diffusa dalla presidenza siriana si precisa che Assad ha ribadito l’importanza di “adottare nuove politiche e attuare misure efficaci per fermare il sostegno ai terroristi, sia a livello logistico che politico”. Il leader siriano accusa da anni l’Arabia Saudita e il Qatar di sostenere il “terrorismo” e considera “terroristi” tutti i combattenti dell’opposizione armata» (Rai News). Qui è appena il caso di ricordare che la mattanza siriana (centinaia di migliaia di morti e feriti, milioni di profughi) ha avuto inizio nel marzo del 2011, quando migliaia di persone scesero in piazza ad Aleppo e Damasco, le due città più grandi della Siria, per protestare contro il regime. Fu una delle prime manifestazioni di dissenso di massa della storia recente del Paese. Nei giorni successivi, Damasco reagì con arresti, uccisioni, sparizioni e torture, ma senza riuscire a fermare la protesta di massa, la quale in poche settimane si estese in tutta la Siria. A maggio Assad fu costretto a schierare l’esercito nelle strade per conservarsi al potere, e siccome anche questo non bastò alla bisogna, egli chiese alla Russia, suo alleato storico, di sostenerlo attivamente nell’opera di “pacificazione” del Paese. Ancora ieri gli alleati della coalizione anti-Isis  hanno chiesto a Putin di smetterla di bombardare le milizie dell’opposizione siriana (ossia di lasciare al suo triste destino Assad), e di focalizzarsi piuttosto sullo Stato Islamico, come fanno ad esempio i francesi e gli americani. L’aviazione francese ha intensificato gli attacchi a Raqqa, la capitale dello Stato Islamico; «Questa è una guerra che intendiamo vincere», ha dichiarato il Primo Ministro Manuel Valls. Aspettiamoci dunque altri “effetti collaterali”. Matteo Renzi, che teme gli appetiti dei cugini francesi, continua a cantare la stessa canzone: «Non dobbiamo ripetere gli errori fatti in Libia, affidiamoci in primo luogo alla diplomazia». Il “pacifismo” del governo italiano quasi mi commuove. Ho detto “quasi”!

In Siria e in Iraq si combatte per la pace? Siamo seri! Si combatte e si muore per il diritto internazionale (che poi è sempre il diritto del più forte)? Fate un po’ voi! Io non ci credo. Per la Civiltà, allora? Quale, quella nata dalla Grande Rivoluzione Francese del XVIII secolo («égalité, fraternité, liberté: sosterremo sempre questi valori», ha detto venerdì scorso Obama agli amici francesi)? Come diceva quello, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa – a uso  e consumo dell’Imperialismo unitario (non unico), mi permetto di aggiungere.

«La democrazia sa essere dura e spietata con chi la vuole riportare indietro di secoli», ha detto Daniele Manca in un video postato sul web del Corriere della Sera. Sulla durezza/spietatezza della democrazia borghese nell’epoca del dominio totalitario del Capitale non ho mai avuto dubbi, anche perché la repressione degli anni Settanta la ricordo ancora benissimo, e non è un caso se il Premier Renzi e il Presidente Mattarella in questi luttuosi giorni hanno più volte evocato i cosiddetti anni di piombo: «Allora un’Italia che seppe unirsi sotto le insegne dell’interesse nazionale riuscì a sconfiggere il terrorismo». Si prepara anche dalle nostre parti uno Stato d’Emergenza, magari preventivo?

Sabato un musicista suonava al pianoforte Image di John Lennon davanti al martirizzato Bataclan; a un certo punto si è fermato e ha dichiarato ai giornalisti presenti: «Viviamo nello stesso mondo e non riusciamo ancora a vivere in pace. Tutto ciò è ridicolo!». Non c’è dubbio. Ma tutto ciò che ci capita è soprattutto tragico, tanto più se pensiamo che i mezzi della tecnica e della scienza già oggi sarebbero in grado di farci vivere fuori da ogni preoccupazione di carattere materiale. C’è però un piccolo problema, che ci riporta al centro dell’inferno: questo mondo è dominato da rapporti sociali sempre più disumani.

Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too.
Imagine all the people
Living life in peace.
Imagine no possessions
I wonder if you can
No need for greed or hunger
A brotherhood of man.
Imagine all the people
Sharing all the world.
You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will live as one.

«Siamo sulle tracce degli appartenenti ai gruppi terroristici responsabili degli attacchi, non ci fermeremo, non dimenticheremo, e faremo tutto il necessario per porre fine alle loro azioni. La violenza non ci indebolirà, ma ci darà la forza per unirci e combattere insieme la tirannia e l’oscurantismo» (Anonymous). E il dominio tirannico e oscurantista del Capitale dove lo mettiamo? E l’imperialismo francese** (ma anche italiano, americano, russo, cinese…)? Evidentemente quelli di Anonymous sono troppo tecnologicamente avanzati e “al di sopra delle parti” per immischiarsi in certe battaglie di retroguardia. E il Dominyous sentitamente ringrazia!

anonimus* Un “mostro” sfuggito al controllo di chi lo ha creato e foraggiato.«Di che tipo sono i finanziamenti esterni all’IS? Da diverso tempo alcuni benefattori e cittadini comuni dei paesi arabi sunniti del Golfo Persico – tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait – finanziano i gruppi che combattono contro il regime sciita di Bashar al Assad, alcuni dei quali estremisti e considerati “terroristi” dai paesi occidentali. I finanziamenti all’IS non provengono comunque dai governi del Golfo, ma da privati che spesso usano legislazioni piuttosto morbide per far arrivare il denaro in Siria. In generale, non stupisce più di tanto che questi paesi mantengano una certa flessibilità riguardo il finanziamento di gruppi esterni, anche se terroristi: nelle logiche della politica mediorientale degli ultimi trent’anni, i primi nemici dei paesi sunniti sono stati Iran e Siria, paesi governati da sciiti. Insomma: dove serve colpire il potere sciita – come nel caso del regime di Bashar al Assad – gli aiuti in passato sono stati concessi senza troppe prudenze, anche se non a qualsiasi costo. E l’IS in questo senso è un’eccezione, visto che tutti i paesi arabi sunniti si oppongono al progetto di creazione di un Califfato Islamico» (Il Post).«Se nel 2001 e 2003 gli Stati Uniti e la Nato intervennero militarmente in Afghanistan ed Iraq nell’ambito della guerra totale al terrorismo islamico decisa dopo gli attentati alle due Torri Gemelle, oggi non dovrebbero aver alcun dubbio nell’attaccare la Turchia che sostiene in modo inconfutabile i terroristi dell’Isis (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante), considerando che rappresenta una minaccia ben più seria di quella di Al Qaeda» (Il Giornale).

** «L’esercito francese, il primo per spese militari in Europa, è uno dei più presenti all’estero, soprattutto nei Paesi africani francofoni, in cui dispiega circa 10.000unità, e su cui la Francia esercita un’influenza molto forte. D’altra parte, l’Africa è particolarmente rilevante perché vicina all’Europa, e le sue vicende si ripercuotono sul Vecchio Continente in termini di immigrazione, commercio e sicurezza» (Europae).

«Dietro ogni intervento militare occidentale in un paese in guerra, si nasconde generalmente la volontà di renderlo più sicuro, specialmente per quanto riguarda le risorse strategiche, come il petrolio in Libia. Anche se il sottosuolo del Mali è ancora parzialmente inesplorato, i geologi sanno che contiene dell’uranio. La compagnia mineraria canadese Rockgate ha depositato un permesso di esplorazione per un giacimento d’uranio. Il gigante francese Areva ha effettuato delle campagne di esplorazione nella regione di Saraya. Nel recente passato, Rockgate ha anche affidato uno studio di fattibilità ad una società sudafricana, DRA Group, per il suo progetto di Falséa, che racchiude oltre all’uranio, anche l’argento e il rame. Tuttavia restano delle speranze e in realtà il suolo del Mali possiede poche rare risorse. Non è tanto il Mali in sé che potrebbe risultare interessante, quanto il fatto che si trovi al confine con altri paesi importanti, in particolare la Nigeria, in cui Areva sfrutta l’uranio. Una possibile estensione del conflitto nel nord della Nigeria avrebbe un impatto grave sulla sicurezza dell’approvvigionamento energetico in Francia. La Nigeria è in effetti un paese chiaramente importante per il numero uno mondiale del nucleare Areva. L’azienda francese trae da questo paese più di un terzo della sua produzione mondiale di uranio, che gli consente di alimentare più di un terzo delle centrali nucleari di EDF»  (Lettera43).

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