SALAMA KILA SULL’INFERNO SIRIANO

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«La sinistra ha in effetti continuato a interpretare le vicende siriane come un complotto dell’imperialismo americano contro le politiche di “resistenza” antistatunitense. A cosa è dovuto questo errore teorico? Perché di una teoria si tratta, per quanto possa aver condotto a una presa di posizione decisamente immorale» (S. Kila)

Voglio essere sincero fino alla brutalità e al settarismo più spinto (anche per giungere rapidamente al punto di caduta di questo breve post): l’”internazionalismo” di cui parlano molti “anticapitalisti militanti” si risolve in un antiamericanismo vecchio stile e in un antieuropeismo che strizza l’occhio a una prospettiva sovranista giocata in chiave antiglobal. Pura politica (e geopolitica) borghese, insomma. Borghese, ci tengo a precisarlo, nell’accezione ultrareazionaria che questo termine-concetto non può non avere nel XXI secolo, nell’epoca della Società-Mondo dominata dal Capitale. Insomma, non siamo più ai tempi del noto Manifesto di Marx ed Engels, quando nel cuore stesso dell’Europa la borghesia era “chiamata” dalla storia a recitare un ruolo rivoluzionario di eccezionale importanza, né ai tempi di Lenin, quando la politica comunista dell’autodeterminazione dei popoli ben si sposava con l’internazionalismo proletario (cosa che peraltro non impediva ai comunisti di allora di irridere ogni illusione circa l’autonomia reale delle piccole patrie nei confronti delle grandi potenze mondiali), e non siamo nemmeno negli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo, allorché la lotta di liberazione nazionale dei Paesi assoggettati al vecchio e al nuovo colonialismo ebbe anch’essa una connotazione storicamente progressiva, anche se la loro coloritura ideologica pseudo socialista (vedi la Cina maoista e molti altri Paesi asiatici e africani) andava ad alimentare l’acqua avvelenata del cosiddetto «socialismo reale» di marca stalinista. Oggi tutto il pianeta giace sotto il plumbeo cielo del rapporto sociale capitalistico, e la famosa (per alcuni famigerata) «Questione Nazionale» si dà, almeno nei suoi termini marxiani e leniniani, in forma del tutto marginale, residuale (il “classico” esempio è naturalmente quello palestinese), e certamente essa non riguarda la dialettica interna allo scontro interimperialistico fra Paesi di diversa potenza sistemica: l’ineguale sviluppo sistemico (economico, tecnologico, scientifico, militare), declinato sempre in termini dinamici e relativi, è infatti un dato ineliminabile della nostra realtà storico-sociale. Lo so, è facile passare dall’illusione delle piccole patrie all’illusione dei piccoli – ma quanto aggressivi, all’interno e all’esterno – imperialismi. Ma tant’è!

Per molti sinistri radicali, e così veniamo al punto, l’eroe del momento è il Putin che sostiene “sfacciatamente” il regime sanguinario di Bashar al-Assad in feroce lotta con gli altrettanto sanguinari soggetti nazionali e internazionali che gli contendono il potere sulla pelle di una popolazione sempre più stremata e ridotta a brandelli. Certi portatori d’acqua al mulino dell’imperialismo “più debole” (la Russia? la Cina? l’Iran?) si nascondono ancora dietro la teoria maoista del «Nemico principale», la quale (soprattutto nella sua traduzione occidentale) trasudava da tutti i pori conservazione sociale e violenza imperialista già al momento della sua elaborazione. Figuriamoci oggi, nell’epoca del dominio totale (o totalitario) del Capitale! Per questi personaggi l’autonomia di classe non è qualcosa che bisogna costruire qui e subito, nella dimensione nazionale come in quella internazionale (una distinzione, questa, sempre più “problematica”); non è la sola strada in grado di togliere le classi dominate dell’intero pianeta dalla condizione di subalternità nella quale si trovano, ma una locuzione che rimanda necessariamente a concezioni «dottrinarie e settarie» del conflitto sociale nonché a pratiche «minoritarie» incapaci di reale incisività. Naturalmente il problema, per un autentico anticapitalista, non è quello di essere incisivi “a prescindere” (magari sostenendo un imperialismo contro un altro imperialismo, una fazione borghese nazionale contro un’altra fazione, un «Piano B» tipo Varoufakis* contro un «Piano X» imposto da Tizio), ma di esserlo sul terreno della lotta di classe – che non pochi “comunisti” confondono con la lotta fra imperialismi di grande, media e piccola dimensione. Anche qui si può toccare con mano il maligno retaggio dello stalinismo (di qua il «Campo socialista», di là il «Campo capitalista»). Ma sulla sindrome della mosca cocchiera ho già scritto abbastanza nel recente passato.

È dunque sulla Siria che intendo richiamare l’attenzione del lettore, rinviandolo a un interessante articolo (La sinistra e la rivoluzione siriana) di Salama Kila, «uno scrittore e intellettuale palestinese. Per le sue posizioni contro il regime di Damasco è stato più volte arrestato, torturato ed infine espulso dalla Siria. Questo articolo è originariamente apparso sulla rivista Critica Marxista (n. 2-3/2015, Giugno 2015), che ringraziamo per la cortese concessione» (da Osservatorio Iraq). Già nel 2012 ho avuto l’occasione di richiamare l’attenzione sull’inferno siriano riportando un’analisi del conflitto sociale in Siria apparsa sulla stessa rivista.

Credo che la cosa possa essere di una qualche utilità, soprattutto nel momento in cui la guerra in Siria pare essere entrata in una nuova, più calda e “problematica” fase, sempre più connotata in senso schiettamente imperialista. Spero di ritornare quanto prima in modo più puntuale sulla guerra siriana, anche per mettere in luce l’interessante dialettica tra la “diplomazia armata” della Francia e la “diplomazia disarmata” dell’Italia, Paese che non vuole cedere ad altri la sua tradizionale zona di influenza in Medio Oriente e in Nord Africa: l’operazione-Gheddafi insegna!

Non condivido tutti i passaggi dell’articolo di Kila, ad esempio per ciò che riguarda la supposta natura «rivoluzionaria» delle cosiddette Primavere Arabe (d’altra parte, Marx definiva «rivoluzionario» il processo sociale capitalistico in quanto tale per la sua tendenza a rimodellare sempre di nuovo la “struttura” e la “sovrastruttura” della società: tutt’altro che raramente anche i movimenti sociali più “arrabbiati” rientrano in questo schema); ciò tuttavia non mi impedisce di cogliere e mettere in luce il maggior merito dell’articolo: mettere in luce «la “posizione immorale”, giacché arriva quasi a giustificare i crimini contro l’umanità commessi dal regime», di certa estrema sinistra “anticapitalista” e “internazionalista”. Buona lettura!

g5__700* Qualche giorno fa un mio amico mi metteva a parte della seguente riflessione: «Ma come fanno certi militanti dell’anticapitalismo radicale a nutrire illusioni perfino su personaggi ultrareazionari del calibro di un Lafontaine, di un Varoufakis, di un Fassina [e qui bisogna trattenersi dal ridere!], di un Melenchon, di un Corbyn?». Tsipras era incluso nell’elenco “anticapitalista” fino a qualche mese fa, prima del noto “tradimento” referendario; a me pare che il Compagno Papa possa prenderne degnamente il posto. Riprendo la lamentela dell’amico: «Come possono costoro credere che un simile personale politico al servizio, sebbene “da sinistra”, dello status quo sociale possa dare un qualche, anche minimo, contributo allo sviluppo della lotta anticapitalista? Davvero non riesco a capirlo. Solo un esorcista o un Freud potrebbe illuminarmi». A me, invece, basta e avanza il solito mangia crauti di Treviri. (Secondo la mia personalissima interpretazione, si capisce. Ma chi non interpreta, scagli la prima critica!).

In effetti è il mio amico a palesare, almeno ai miei settari occhi, un grave difetto concettuale: egli guarda infatti la faccenda da una prospettiva sbagliata, ossia puramente ideologica (se non addirittura semplicemente fraseologica: tipico dell’intellettuale in generale, e dell’intellettuale made in Italy in particolare); in altri termini l’amico prende sul serio lo sbandierato anticapitalismo degli “anticapitalisti militanti”, i quali più che farsi delle illusioni sui personaggi summenzionati ne condividono, nella sostanza, la concezione “dottrinaria”, la prospettiva politica, e magari anche i riferimenti alla storia passata e recente del “movimento operaio”: «Da Marx a Chávez». I «militanti dell’anticapitalismo radicale» di cui parla il mio amico concepiscono come “anticapitalismo” la lotta senza se e senza ma non al Capitalismo tout court ma piuttosto alla sua versione cosiddetta neoliberista (vedi i concetti di turbo-capitalismo, Capitalismo selvaggio, Finanzcapitalismo e via di seguito sfornati negli ultimi venti anni), e il “socialismo” che hanno in testa non supera di un millimetro la dimensione del Capitalismo di Stato. «Nazionalizzare le ferrovie, riaprire le miniere, imbrigliare banche, finanza e mercati, cantare Bandiera rossa, fare una dieta vegetariana, portare calze medio-basse con i bermuda, andare in bicicletta, tifare contro la Nato e per i palestinesi e finanche per Hamas» (Il Foglio, 15 settembre 2015). Questo programmino old style basta ad esempio a Giuliano Ferrara, e a gran parte dell’intellighentia occidentale di “destra” e di “sinistra”, per fare di Jeremy Corbyn l’ennesimo nipotino di successo di Marx. Ma forse è l’invidia che mi fa parlare! E poi chi scrive non è un «socialista e marxista senza complessi» come l’asciutto Corbyn – almeno secondo l’autorevole definizione del già citato Elefantino.

Limes, 1/10/2015

Limes, 1/10/2015

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6 thoughts on “SALAMA KILA SULL’INFERNO SIRIANO

  1. “L’autonomia di classe” è una bella frase, ma al momento non vedo alcun terreno sul quale si possa costruire tale autonomia. Da un lato i tagliagole dell’ISIS, dall’altro le camere di tortura e le barrel bombs del regime. Non vedo nessuna forza che possa promuovere l’autonomia di classe lì. In Siria non vedo neanche uno spazio che permetta alla gente di respirare, di creare una coscienza di classe. La domanda che si pone è se in Siria è più progressivo l’intervento della Nato, che prima o poi vorebbe creare un regime filo-occidentale, neoliberista, o l’intervento dell’asse Russo-Iraniana, che vorebbe ripristinare lo status quo ante con Assad in potere.
    E poi ci sono ancora i curdi. Li riguardo di essere la forza più progressista nel intero conflitto. Malgrado l’eredità stalinista del PKK hanno dato un rifugio alle minoranze, curde e non, perseguite dai tagliagole e in generale il PYD i sembra di essere più “liberale” del PKK. Nella regione curda mi sembrano ci siano più prospettive di sviluppare una coscienza di classe. Il problema è che i curdi sono limitati ad alcune regioni del nord della Siria e non potranno mai cambiare la situazione in tutto il paese.

    Se guardi l’Iraq del nord mi sembra che anche lì ci siano più liberta politiche. Almeno sono secolarizzati e non ti devi battere con dei settarismi religiosi. La secolarizzazione mi sembra di essere necessaria per poter davvero condurre la lotta di classe.

    • Risposta rapida, almeno per adesso. Condivido il tuo pessimismo circa l’autonomia di classe, e giudico ideologico l’atteggiamento di chi ostenta “ottimismo rivoluzionario” da tutte le parti. La verità è rivoluzionaria, come diceva Quello, nel senso che se non si fanno i conti, fino in fondo, con la verità del processo sociale si fa appunto dell’ideologia, non della prassi (con annessa teoria) rivoluzionaria. Ecco, prendere atto della situazione è già una non disprezzabile prassi, visto come siamo messi male. Bisogna fare solo questo? Certo che no! Cosa? Anche io attendo consigli e indicazioni, e intanto offro il mio più che modesto contributo alla “causa”. Alla tua domanda (o Alternativa del Dominio) credo di aver risposto nel post e in tutto ciò che scrivo. Per quanto riguarda la questione curda ti rinvio a questo post: https://sebastianoisaia.wordpress.com/2014/10/20/rojava-mia-bella/
      Ti ringrazio e ti saluto. Ciao!

  2. Il nodo da sciogliere è proprio il riaffermare l’autonomia di classe come punto di vista e punto di partenza di ogni analisi dalla quale deve conseguire una prassi coerente. Sono in molti ad aver perduto la rotta e che dimenticano di partire proprio da questo punto di vista. Ora, se è vero che in Siria come in Donbass o in Yemen è difficile parlare di classe come soggetto attivo quantomeno dobbiamo essere capaci di comprendere come e quali potrebbero essere gli interessi di classe nello sviluppo delle contraddizioni e del conflitto interimperialista, almeno a “casa nostra”. Niente di più poerile può esistere che assumere la posizione del “tifoso” in stile “trotzkista becero” o “stalinista revisionista”. Importante deve essere in questa fase, per dipanare le nebbie, essere capaci di avere un approccio teorico corretto con l’esistente e il suo divenire. Dobbiamo cominciare a capire i problemi alla radice per avere una chiave di lettura efficace, dobbiamo partire dalla crisi sistemica della sovrapproduzione capitalistica per decodificare prima e poi porsi il problema di come acuire la contraddizione, volgendola a nostro vantaggio, spazzando via una volta per tutte le culture della compatibilità in tutte le sue versioni, da quelle legalitarie ed istituzionali a quelle economiciste o diritto-umaniste, nella prospettiva della costruzione di una possibilità rivoluzionaria. Autonomia di classe non significa solo differenza di interessi ma inconciliabilità e antagonismo assoluto di questi con le leggi del capitale, da qui la lotta di classe come lotta per il potere riparte per reinterpretare il tutto a 360°. Se non ci svincoliamo da queste ambiguità, mai riusciremo ad interpretare ne la Siria ne tantomeno ciò che accade due centimetri più in là del nostro naso.

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