SULLA PAROLA D’ORDINE “DIFENDERE LA PACE”

Il proletariato deve iniziarsi ai misteri della politica internazionale (K. Marx).

Qui di seguito cercherò di sintetizzare alcuni concetti che ho cercato di esprimere nei post precedenti dedicati al pacifismo e alla lotta contro la guerra. Si tratta di capire cosa si difende in realtà preservando la “pace” capitalistica: di qui il breve contributo che segue.

Se non si commette il madornale – quanto significativo – errore di considerare “pace” la mera assenza del conflitto armato più o meno generalizzato, facilmente si comprende che nel capitalismo non esiste pace e non può esistere. Esiste piuttosto la guerra di tutti contro tutti: conflitti di classe, conflitti interni alle singole classi, conflitti tra le nazioni, conflitti tra i diversi poli imperialistici, conflitti tra gli individui, ecc. La guerra sistemica (economica, tecnologica, scientifica, ideologica, geopolitica) è un dato strutturale della società capitalistica che a determinate condizioni determina anche conflitti armati più o meno intensi, “convenzionali” ed estesi. Non bisogna insomma confondere la “pace” capitalistica con l’autentica pace, impossibile poste le vigenti condizioni sociali.

Lottare per mantenere la pace capitalistica significa in realtà preservare le condizioni di esistenza del regime sociale che tutti i giorni fa la guerra alle classi subalterne, all’umanità in generale e alla natura, e che prepara il terreno sul quale fioriscono i conflitti armati più o meno estesi. Per questo la lotta contro la preparazione della guerra per gli anticapitalisti non ha un significato pacifista ma squisitamente rivoluzionario. Tra il capitalismo e la tendenza alla guerra vi è un rapporto di necessità che può essere spezzato solo dalla lotta di classe portata fino alle estreme conseguenze. Questa società, i cui confini sono quelli del mondo, prepara sempre di nuovo le condizioni di un conflitto armato generalizzato, la cui effettiva deflagrazione dipende da molti fattori di diversa natura. Preservare la “pace” significa dunque preservare la possibilità sempre incombente della guerra imperialistica mondiale, con ciò che ne segue in termini di spesa militare, di angoscia di massa, di nazionalismo, di sacrifici per le classi subalterne e quant’altro. La militarizzazione del pianeta (terra, acqua, cielo, spazio) non è il frutto della cattiva volontà di politici asserviti alle multinazionali che fabbricano armi (senza che questo suoni come giustificazione o sottovalutazione della lobby delle armi!), ma il prodotto più genuino della Società-Mondo dominata dai rapporti sociali capitalistici.

Solo in momenti particolarmente critici nelle relazioni internazionali tra le Potenze mondiali assumiamo la consapevolezza di vivere in un mondo sempre sul punto di poter precipitare nell’abisso, salvo poi dimenticarcene a crisi superata, anche perché non riusciamo nemmeno a immaginare la possibilità di vivere in un mondo davvero pacificato: l’idea del male minore è ormai diventata la nostra seconda pelle. Chiamiamo insomma “pace” lo scampato pericolo – mentre l’abisso è sempre lì che ci attende, sempre più terribile grazie alla sua alleanza con la tecnoscienza. La strada della catastrofe è lastricata di “male minore”.

Per tutte queste ragioni le illusioni pacifiste della gente non vanno coltivate e cavalcate, ma criticate e confutate attraverso degli esempi concreti tratti dalla realtà come essa appare dopo un suo radicale trattamento demistificatorio. Il “senso comune” pacifista delle persone non va certo sottovalutato né, men che meno, disprezzato dagli anticapitalisti, tutt’altro; esso va piuttosto orientato nella direzione della consapevolezza critica circa la natura necessariamente distruttiva e mortifera della società fondata sullo sfruttamento del lavoro umano e della natura.

Solo degli idioti o dei calunniatori al servizio della classe dominante possono sostenere senza provare vergogna che gli anticapitalisti sono contro la (cosiddetta) pace perché credono che solo dalla guerra possa nascere la rivoluzione sociale anticapitalista. In primo luogo al tanto peggio ci pensa il processo sociale capitalistico, che se ne frega bellamente di ciò che sperano e vogliono gli anticapitalisti, che subiscono come tutti gli altri gli effetti di quel processo disumano; in secondo luogo i suddetti anticapitalisti non sono così politicamente sciocchi e teoricamente sprovveduti da porre in un rapporto di causa/effetto la guerra imperialista e la guerra rivoluzionaria anticapitalista. Purtroppo la storia dimostra ampiamente come l’emancipazione dell’umanità non passi deterministicamente attraverso le pene dell’inferno capitalistico. La quantità della sofferenza non si trasforma automaticamente nella qualità di ciò che un tempo si chiamava coscienza di classe. La trasformazione della guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria ha come suo fattore fondamentale la presenza sulla scena sociale di una soggettività politica in grado di affermare la possibilità di una via di uscita dalla società che sfrutta, opprime, mercifica e uccide. La natura e la genesi di questa soggettività sono problemi di grande portata teorica e politica che qui ovviamente non è il caso di affrontare – anche a ragione dei limiti politici e “dottrinari” di chi scrive, si capisce.

La realtà dell’imperialismo unitario del XXI secolo rende ridicola, oltre che sommamente reazionaria, la dottrina del nemico principale: contro le classi subalterne di tutto il mondo, contro l’umanità in generale e contro la natura si erge un’unica e compatta massa ultrareazionaria fatta di potenze grandi, medie e piccole, tutte interessate a spartirsi il bottino, spesso “pacificamente” altre volte a mano armata. La mosca cocchiera che si illude di poter sfruttare a proprio vantaggio le contraddizioni e i conflitti che dilaniano il campo imperialista (dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Italia alla Russia, ecc.) merita la brutta fine che è destinata a fare. Tutte le potenze imperialiste collaborano con zelo e senza sosta per sfruttare e opprimere gli esseri umani e la natura; tutte sono egualmente responsabili della guerra sistemica interimperialista: in questo senso qui si parla di imperialismo unitario, cioè dell’imperialismo come sistema mondiale.

Da quanto detto se ne ricava che la parola d’ordine «Difendiamo la pace» è menzognera e ha un solo significato: mistificare la realtà di una società che, come si diceva sopra, produce la guerra di tutti contro tutti. Dalla prospettiva anticapitalista lottare per la pace ha un reale significato solo in chiave rivoluzionaria, perché non può esserci autentica pace nella società divisa in classi sociali. Non c’è insomma una pace da preservare “a ogni costo” ma una pacifica (umana) società da realizzare per il bene dell’umanità e della natura. Tutto il resto è ideologia dominante.

Non si tratta dunque, all’avviso di chi scrive, di lottare “per la pace” (che non esiste), ma di lottare contro la preparazione della guerra, contro la guerra dispiegata e soprattutto contro la società che la rende possibile e non raramente necessaria e perfino inevitabile. È da questa prospettiva che occorre approcciare il problema di come lottare, “qui e subito”, contro gli effetti (economici, politici, psicologici) della permanente preparazione della guerra mondiale (che include anche la sua continua dilazione) sulle condizioni di esistenza delle classi subalterne e, più in generale, dell’umanità.

IL TOPO È GIÀ NELL’ANGOLO?

L’ESITO CHE CI INTERESSA

LA GUERRA SISTEMICA MONDIALE TRA “RITORNO DEGLI IMPERI” E LA CONTINUITÀ DELL’IMPERIALISMO UNITARIO

LA NATURA DELLA GUERRA IN CORSO IN UCRAINA

La dimensione mondiale del conflitto Russo-Ucraino

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...