SIAMO UOMINI O “PROFILI”?

 Leggo da qualche parte: «”È inutile seguire i fatti, tutto si basa solo sulle emozioni. E noi le creiamo”. Il reportage di Channel 4 fatto con telecamere nascoste che riprendono conversazioni riservate dei dirigenti Cambridge Analytica svela la verità dietro le campagne elettorali seguite dalla società di comunicazione in Kenya e in America. […] Insomma, la macchina del fango funziona ovunque. Quel che diventa sempre più evidente è che le campagne elettorali si basano su fake news create perché le persone possano sentirsi dire quello che vogliono; la verità con le promesse elettorali non c’entra niente. È sempre stato così ma ora grazie all’Intelligenza Artificiale si può personalizzare la favola secondo i gusti di ognuno». Esatto! Ancora: «Profilare gli utenti di Facebook e entrare nei loro sentimenti con trucchi forse è disonesto ma non illecito. Lo fanno molte società e siamo noi a regalare a Facebook le nostre informazioni gratis e volontariamente». Chi non è d’accordo, scagli la prima pietra! Detto altrimenti, «la clamorosa inchiesta del New York Times e del Guardian» circa la “profilazione” degli utenti di Facebook non mi indigna neanche un po’ né, ancor meno, mi sorprende, ma piuttosto conferma l’dea che col tempo ho maturato circa i cosiddetti social, sulla loro natura sociale e sul loro funzionamento “algoritmico”. In generale, niente che non si sapesse già da molti anni e niente che cada al di là della guerra furibonda tra fazioni politiche, tra capitalisti e tra Stati. L’obiettivo? Il solito: il Potere in ogni sua “declinazione”.

Non ci voleva una mente particolarmente geniale, ma era sufficiente un minimo di coscienza critica, per capire già da tempo che tutti i discorsi apologetici intorno al carattere rivoluzionario e liberatorio del Web poggiavano sull’argilla ideologica, semplicemente perché non consideravano il processo sociale colto nella sua totalità che lo aveva reso possibile e che ne promuoveva incessantemente lo sviluppo. Gli stessi scienziati della comunicazione che fino a qualche lustro fa cantavano le magnifiche sorti e progressive della Big Net, oggi la demonizzano additandola all’opinione pubblica come la radice di quel Male che starebbe prosciugando la nostra residua umanità. Le letture ideologiche dei fenomeni sociali si prestano a simili capovolgimenti concettuali.

Come sempre il fumo generato dall’indignazione delle anime belle non permette alle persone di porsi le giuste domande, o quelle che a me sembrano tali; ne formulo alcune per cercare di circoscrivere il problema. Come mai abbiamo voluto fare della nostra vita quotidiana uno spettacolo che tutti possono guardare e commentare? Perché ci consegniamo con zelo ed entusiasmo al controllo meticoloso e sempre più invasivo del Leviatano e di chi commercia in “profili” (salvo poi recriminare sulla nostra “privacy” violata e diffonderci più o meno intelligentemente sui rischi che corre «l’integrità del processo democratico»)? Perché gli esperti del marketing politico e commerciale (peraltro una distinzione che ormai non ha alcun senso) ci trattano come dei bambini che compiono scelte sulla base di emozioni e non di riflessioni razionali? Cosa ci rende così intellettualmente stupidi (a cominciare da chi scrive e salvo chi legge, si capisce) per ciò che riguarda la comprensione degli aspetti fondamentali della società (che pure rendiamo possibile con il nostro lavoro, con le nostre tasse ecc.)? Perché la nostra intera esistenza è diventata un gigantesco mercato, talmente grande e affine alla nostra stessa e più intima natura, che quasi non riusciamo più a percepire nessuna distinzione sostanziale tra ciò che è vita e ciò che è, appunto, mercato? Perché questa vita interamente mercificata ci appare del tutto naturale e immodificabile, al punto da considerare bizzarro (per usare un eufemismo) chi invece non la pensa così? Cos’è, socialmente parlando, la cosiddetta Intelligenza Artificiale (che rischia di diventare l’ennesimo capro espiatorio a uso e consumo dei politici che ci vogliono come sempre ingannare e del nostro stesso bisogno di autoinganno: le vie della sopravvivenza sono infinite)?

A mio avviso, le risposte a queste domande hanno a che fare, in modo più o meno diretto, con la natura dei rapporti sociali che oggi dominano su scala mondiale. Vendere (qualsiasi cosa!) e controllare la testa e il cuore degli individui/utenti: il Moloch capitalistico si serve dell’Intelligenza Artificiale per forzare sempre di nuovo gli ostacoli che in qualche modo impediscono, o quantomeno frenano, la piena realizzazione di quei due vitali obiettivi, che erano tali già ai tempi di Marx, figuriamoci oggi, ai tempi di Zuckerberg. Il Mostro sa bene (vedi la sterminata letteratura filosofica, sociologica e psicologica dedicata al tema) come funziona l’animo umano all’interno della società disumana; esso sa benissimo come far vibrare le corde dei desideri e delle emozioni, e s’inventa di tutto, letteralmente, per mettere a profitto – è proprio il caso di dirlo! – quella conoscenza.

In realtà non esiste alcun Mostro che ci impone dall’esterno la sua malvagia volontà: è la nostra stessa esistenza che sotto determinate condizioni sociali genera sempre di nuovo il mondo che sperimentiamo. Ecco perché è vano aspettare l’eroe di turno che ci salva dal Mostro uccidendolo: troppo facile, troppo comodo! Soprattutto troppo falso, proprio perché l’idea del Mostro è tutto sommato rassicurante. Come ho scritto nell’ultimo post, «Sta all’uomo, a cominciare da chi non si sente in armonia con i tempi, decidere come risolvere il problema che ruota intorno alla dialettica di realtà (Dominio) e possibilità (Liberazione). L’attuale tragedia può anche avere un esito liberatorio. Ma, appunto, può, è data solo la possibilità».

È vero, come singoli “utenti” non controlliamo il Web, ma ne siamo piuttosto controllati dalla testa ai piedi; ma questo ci accade in generale, ossia se prendiamo in considerazione la società nel suo complesso. Sotto questo aspetto, gli “eccessi” della Rete confermano l’essenza della nostra condizione sociale, una condizione che attesta appunto la nostra radicale impotenza sociale. Scriveva Max Horkheimer nei remotissimi anni Quaranta del secolo scorso: «Ai nostri giorni il frenetico desiderio degli uomini di adattarsi a qualcosa che ha la forza di essere, ha condotto a una situazione di razionalità irrazionale. […] Il processo di adattamento oggi è diventato intenzionale e quindi totale» (Eclisse della ragione). La servitù volontaria degli uomini è una vecchia e inquietante “problematica” che non smette di essere puntuale. Nel frattempo, il processo sociale denunciato dall’intellettuale tedesco ha fatto enormi e decisivi passi avanti in direzione del dominio totalitario degli individui, a prescindere dal tipo di sistema politico-istituzionale vigente nei diversi Paesi del mondo. Già, un solo mondo, un solo dominio. Ma non ditelo ai sovranisti: potrebbero accusarvi di essere al servizio del «cosmopolitismo finanzcapitalistico» – che poi è quello che regge le sorti del Web.

Scrive Corrado Augias su Repubblica: «Dove ci porteranno le grandi tecnologie elettroniche avanzate? Prova a rispondere Massimo Gaggi nel suo “Homo premium” (Laterza), che parte da un ragionamento economico ma arriva alle conseguenze politiche. L’autore osserva che mentre scrive Facebook vale in borsa 520 miliardi di dollari, quanto i giganti dell’energia messi insieme. Mr Zuckerberg però ha 21mila dipendenti, gli altri più di un milione. Per certo i robot oltre ai lavori manuali incominciano a sostituire avvocati, medici, giudici e giornalisti. Ma quanto l’uso spregiudicato dei social – il caso di Cambridge Analytica insegna – può incidere sull’opinione pubblica e sul voto?». A mio avviso, se non comprendiamo che «le grandi tecnologie elettroniche avanzate» si spiegano solo a partire dai vigenti – e planetari – rapporti sociali capitalistici, ossia dal legittimo bisogno di fare profitti da parte dei detentori di capitali, e che non si dà alcuna autentica alternativa posti questi rapporti, continueremo a brancolare nel buio dell’impotenza sociale versando calde lacrime sull’«uso spregiudicato» di questa o quell’altra tecnologia. Lo ripeto: il vero (radicale) problema non è capire «quanto l’uso spregiudicato dei social può incidere sull’opinione pubblica e sul voto», ma comprendere fino a che punto le odierne condizioni sociali ci hanno reso socialmente impotenti, schiavi incapaci di ribellione.

Lo so bene che questo discorso non ha alcun valore per chi coltiva il mito della società capitalistica (meglio se amministrata democraticamente) come migliore dei mondi possibili, e magari pensabili; per non parlare del populista che non può certo condividere la mia pessima opinione sul “Popolo”. Ma il mio discorso si rivolge appunto a chi non sa che farsene di quel mito né delle blandizie dei populisti, e si interroga piuttosto sulle cause della disumanità che dilaga ovunque e su come venirne a capo; ovviamente non per offrirgli delle risposte, ma per cercarle insieme.

Aggiunta del 23 marzo 2018

Per Steven Spielberg la «realtà virtuale può coesistere con il mondo reale»: «Io guardo le notizie online ma non rinuncio a cominciare la giornata leggendo i giornali. Adoro tenere la carta in mano» (Il Messaggero). Ma ha un seppur minimo senso stabilire una distinzione “ontologica” tra cosiddetta «realtà virtuale» e cosiddetto «mondo reale»? A mio  avviso non ne ha alcuno: esiste un solo mondo, e purtroppo oggi (diciamo ormai da qualche secolo) esso è assoggettato ai rapporti sociali di dominio e di sfruttamento sintetizzabili nel concetto di Capitalismo. «Realtà virtuale» e «mondo reale» sono fatti insomma della stessa sostanza sociale.

Il famoso regista di successo ha girato un nuovo film, molto in sintonia con i pessimi tempi che viviamo: Ready Player One. «Si tratta di una favola ambientata in un futuro distopico quando un eccentrico idealista (interpretato da Mark Rylance), una specie di Steve Jobs dei videogame, crea un universo digitale chiamato Oasis dove l’umanità, assediata nel mondo reale da povertà, disoccupazione e sovraffollamento, può vivere in pace e sicurezza sotto forma di avatar. Ma questa isola felice viene presto assediata…» (Gloria Satta, Il Messaggero). I cattivoni come sempre e ovunque (nella «realtà virtuale» come nel «mondo reale») sono in agguato, pronti a rompere le uova che gelosamente custodiamo nel paniere della nostra felicità, più o meno “virtuale” o “reale” che sia.

«Sono convinto», dice Spielberg, «che la privacy sia l’ultimo bastione sacro della libertà. E il mio film, pur essendo un prodotto di evasione, contiene un ammonimento su quello che potrebbe accadere. Il cattivo deciso a rubare i dati degli utenti di Oasis per contaminare quell’universo puro con la pubblicità e le offerte commerciali deve farci riflettere su un mondo dominato dalle corporation malvagie che cercano di controllare la gente a fini commerciali. E sul fatto che stiamo perdendo di vista la realtà e il contatto personale. Ho visto crescere i miei ragazzi con lo smartphone in mano, intenti a scambiarsi messaggi sui social anziché guardarsi negli occhi, gli emoticon al posto delle emozioni. Dobbiamo tornare ad affrontare la vita nella dimensione reale». Quasi mi commuovo dinanzi a una siffatta esibizione di saggezza! Ho detto quasi.

Ma siamo proprio sicuri che «la vita nella dimensione reale» sia da preferirsi a quella, peraltro già abbastanza escrementizia, prospettata e praticata nella dimensione “virtuale”? Non è forse «la vita nella dimensione reale» a creare i presupposti economici, tecnologici, scientifici, psicologici ecc. che rendono possibile la cosiddetta «realtà virtuale»? Nell’epoca del dominio totale (e totalitario) dei rapporti sociali capitalistici parlare della privacy come «ultimo bastione sacro della libertà» e indignarsi dinanzi a un «mondo dominato dalle corporation malvagie» è cosa che, credo, dà purtroppo un senso alla mia antipatica domanda: cosa ci rende politicamente così stupidi (sempre al netto di chi legge!) dinanzi alle questioni decisive della nostra esistenza?

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