UN TUNNEL LUNGO DA DUBLINO A VIENTIANE

A fine ottobre gli analisti economici di Crédit Suisse hanno rivelato la buona novella ai Paesi europei più colpiti dalla crisi economica: «La periferia dell’eurozona fa grandi progressi in materia di competitività». Forse sono notizie di questo genere che suggeriscono a Monti le sarcastiche battute sulla «luce in fondo al tunnel». Un tunnel che la Cancelliera di ferro vede lungo almeno altri cinque anni.

Pare che l’Irlanda spicchi in termini di competitività, fino a porsi come modello da seguire per la Spagna e l’Italia – la Grecia, i cui porti stanno cadendo uno dopo l’altro nelle mani del capitale cinese, per adesso è data per persa sul terreno della competitività. Secondo la Comunità Europea «la produttività media del lavoro nel settore manifatturiero va da quasi il 125% del valore aggiunto lordo per persona occupata in Irlanda a meno del 20% in Bulgaria» (europa.eu).

«Sono mesi che Dublino incassa elogi da ogni parte, nonostante le dimensioni del suo deficit e del suo debito, il suo tasso di disoccupazione e i suoi salari in ribasso. L’Irlanda ha un punto di forza: le sue eccellenti esportazioni. Dublino commercia i suoi prodotti in tutto il mondo, e sistema i suoi conti grazie agli attivi con l’estero. Poco a poco gli altri paesi dell’eurozona hanno cominciato a seguire il passo, mettendo a disagio America e Asia» (Stephan Kaufmann, Esportazioni, una medicina pericolosa, Frankfurter Rundschau, 30 ottobre 2012). I risultati parlano chiaro, come si dice in questi casi: deficit «in caduta libera» e Pil in sorprendente ripresa. Sorprendente, beninteso, non in assoluto ma rispetto a come si erano messe le cose in Irlanda solo qualche anno fa, quando il governo fu costretto a nazionalizzare le banche prossime al default e a chiedere all’UE e agli Istituti finanziari internazionali un mega prestito. Insomma, gli irlandesi hanno incominciato a parlare in tedesco, dopo anni di “cicaleggio” in stile mediterraneo, e nel 2011 hanno trascinato il loro Paese al terzo posto, dopo Germania e Olanda, nella classifica del surplus commerciale (3,2 miliardi di euro), trainato appunto dalle esportazioni.

La ricetta irlandese è un classico dell’economia capitalistica: riduzione dei salari in termini assoluti, aumento della produttività e della flessibilità del lavoro (parole diverse che si riferiscono allo stesso concetto), ristrutturazione delle imprese, abbassamento della pressione fiscale e politica fiscale particolarmente friendly con le imprese estere che decidono di investire in Irlanda, privatizzazioni, «riforma» del mercato del lavoro, ristrutturazione della pubblica amministrazione e del Welfare per ridurre le sacche di parassitismo sociale che frenano l’accumulazione capitalistica. «Le riforme del mercato del lavoro, la soppressione dei giorni festivi e la diminuzione del salario minimo contribuiscono a fare pressione sugli stipendi» (Frankfurter Rundschau).

Una bella boccata d’ossigeno per il saggio del profitto, non c’è che dire. L’accumulazione come via maestra per superare la crisi: Hic Rhodus, hic salta! Inutile dire che i sindacati irlandesi si sono comportati «responsabilmente», come il momento critico imponeva. Altrettanto inutile è, forse, ricordare al lettore di questo post che chi scrive è irresponsabile all’ennesima potenza.

Naturalmente è ancora presto per apprezzare in tutta la sua dimensione la ristrutturazione del Capitalismo irlandese, inteso come Sistema-Paese, e per stilare un certificato di sana e robusta costituzione per quel Paese. La crisi economica che da anni imperversa in Occidente è ancora troppo forte per non avere delle forti ripercussioni anche sui Paesi capitalisticamente più virtuosi, e troppo forte è la capacità di risposta dei colossi sistemici tipo Cina, Usa e Giappone. Prendo in considerazione il caso irlandese solo perché esso appare per molti aspetti “paradigmatico” e istruttivo, tanto per il Capitale italiano quanto per il Lavoro del Bel Paese.

Il ritrovato dinamismo dell’economia europea, quando ci sarà, non potrà che inasprire la competizione capitalistica mondiale, e già oggi la Crédit Suisse parla di «shock negativo per l’economia mondiale» con riferimento all’aumento delle eccedenze correnti nell’eurozona generato soprattutto a spese della Cina, degli Stati Uniti e del Giappone. Di qui, il rischio di guerre commerciali tra i poli capitalistici più grandi del pianeta. Sempre la Frankfurter Rundschau di Francoforte, ad esempio, paventa «il più grande conflitto commerciale della storia» a proposito del sempre più importante settore fotovoltaico. L’energia solare sarà pure “pulita”, ma è certamente assai profittevole. Insomma, la via che mena all’uscita dal tunnel non sarà un pranzo di gala, questo è sicuro.

Ma la competizione è forte anche all’interno della stessa eurozona, tant’è vero che Germania e Olanda, i campioni delle esportazioni in Europa, hanno reagito alla timida ripresa della produzione orientata all’esportazione di Paesi come Irlanda e Italia ribassando i prezzi dei loro prodotti, costringendo così le aziende concorrenti a cercar fortuna fuori dal Vecchio Continente, cosa che postula un trattamento ancora più severo della loro forza-lavoro.

Secondo Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea e responsabile per l’industria e l’imprenditoria, «L’industria europea è un’industria sana ed è pronta ad affrontare le sfide della concorrenza. Il rallentamento della ripresa dovrebbe però indurci ad attribuire alla competitività e alla crescita una priorità ancora maggiore sull’agenda politica. Abbiamo bisogno di riforme strutturali in grado di sprigionare le potenzialità dei nostri imprenditori, che sono gli attori principali per la ripresa» (europa.eu). Anche i lavoratori italiani sono avvisati.

Secondo il quotidiani economico Les Echos del 5 novembre, al nono vertice Asia-Europa (Asem) di Vientiane (Laos) un’Europa martoriata dalla crisi e attratta dalla “liquidità” cinese ha lanciato «un’offensiva di fascino» a un’Asia che rivendica il suo ruolo di motore della crescita mondiale. Per convincere gli asiatici a investire nel Vecchio Continente i leader europei hanno portato lo scalpo dei “loro” lavoratori. Basterà?

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