L’ALBUM DI FAMIGLIA DI MARCO MINNITI

«A sinistra devono ringraziare mia madre. Se no come Ministro dell’Interno gli toccava non un ex comunista ma un ex ufficiale dell’Aeronautica» (M. Minniti). Che culo!

Chi oggi parla con sempre maggiore insistenza della necessità e urgenza di un rapido superamento delle categorie di “sinistra” e di “destra”, ormai incapaci di intercettare i mutamenti sociali del XXI secolo, può farlo con piena legittimità politica e “dottrinaria” perché la sinistra a cui di solito si fa riferimento ha le sue radici piantate saldamente nella tradizione del PCI, un Partito stalinista (altro che comunista!) che per molti versi praticava una politica ancora più reazionaria di quella democristiana. La cosa apparve chiara anche ai ciechi durante i cosiddetti anni di piombo, quando il Partito di Enrico Berlinguer e Ugo Pecchioli gareggiò con il Movimento Sociale di Giorgio Almirante e con il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa nella competizione tesa a stabilire a chi spettasse il primato nella repressione dei movimenti di opposizione sociale. Com’è noto, il PCI vinse per molti anni di seguito il prestigioso Manganello d’Oro. Ecco perché giustamente il Ministro dell’Interno Marco Minniti può oggi rivendicare con orgoglio, dinanzi a chi lo accusa di essere uno sbirro e un fascista in ragione del suo piglio “decisionista”, la propria militanza nel «vecchio e glorioso» PCI: «Io mi sono formato in quella scuola, è chiaro questo fatto?». Chiarissimo!

A quanto pare la cosa appare chiara anche al “destro” Pietrangelo Buttafuoco: «L’uomo delle missioni sporche e delle sfide impossibili. Marco Minniti è un po’ comunista, un po’ sbirro. Un po’ il Mister Wolf di Pulp fiction, che risolve a modo suo le patate bollenti, un po’ un ministro napoleonico, un po’ Scipione l’Africano. Ce n’è abbastanza per conquistare anche Pietrangelo Buttafuoco, uomo che certo di sinistra non è, che sul Fatto quotidiano ne disegna un ritratto ironico e, in certi passaggi, ammirato. Il ministro degli Interni, duro e pragmatico, ha dovuto sbrigare in poco tempo la prova titanica dello sbarco dei migranti e lo ha fatto, sottolinea Buttafuoco, con lo stesso senso della “legge e dell’ordine” che muoveva Ugo Pecchioli, comunista di ferro responsabile della linea dura del Pci ai tempi del sequestro Moro. Un uomo, insomma, in grado di salvare il Paese» (Libero Quotidiano). Finalmente un uomo politico con la schiena dritta!

Massimo D’Alema, che nel suo Governo ebbe Minniti come sottosegretario e uomo di fiducia (o braccio destro, appunto!), schiuma di invidia: «Il Ministro Minniti in Libia ha fatto come Berlusconi con Gheddafi». Praticamente un complimento, visto cosa è successo dopo la “guerra umanitaria” a trazione franco-britannica del 2011. Naturalmente il cinico D’Alema sa benissimo che la politica estera “implementata” dal Governo Berlusconi nei confronti della Libia e del Medio Oriente non contraddisse in nulla la tradizionale politica estera italiana, peraltro servita in modo eccellente dallo stesso epigono di Togliatti, il quale nel 1999 «autorizzò l’uso dello spazio aereo italiano per la guerra della Nato contro la Serbia di Milosevic, scoppiata per la crisi in Kosovo. Anche i nostri aerei andarono a bombardare» (Il Giornale).

Scriveva il 13 febbraio di quest’anno Francesco Specchia su Libero Quotidiano: «Come tutti i veri comunisti, il ministro degli Interni Domenico Marco Minniti è un uomo di destra». Mi permetto una piccolissima correzione: come tutti i veri stalinisti italiani (o togliattiani che dir si voglia) Minniti «è un uomo di destra». D’altra parte, come cantava il grande Gaber, «Cos’è la destra, cos’è la sinistra?». Per me è sufficiente sapere che nel Secondo dopoguerra “destra” e “sinistra” hanno rappresentato due diversi modi di servire lo stesso dominio sociale – capitalistico. Le classiche due facce della stessa escrementizia (o capitalistica: il concetto non cambia!) medaglia. Per questo anche una parte della cosiddetta destra radicale e una parte della cosiddetta sinistra radicale esibiscono non pochi punti in comune tra loro: sovranismo, statalismo, antiliberismo, protezionismo, forte simpatia verso i regimi a partito unico, aperta ostilità nei confronti dei nuovi movimenti di “emancipazione sessuale” (*) e così via.

Scrive Eurostop: «A maggio di quest’anno Eurostop ha lanciato un appello contro la repressione e per la difesa delle libertà democratiche che ha raccolto decine di adesioni di giuristi, sindacalisti, accademici, attivisti sociali e politici. In questi mesi, i fatti si sono incaricati di confermare l’allarme contenuto in quell’appello e l’urgenza di sbarrare la strada a misure che stanno configurando nel nostro paese uno stato di polizia. È sempre più palese un modello politico autoritario di società in cui i diritti di proprietà e quelli di impresa prevalgono sui diritti costituzionali all’abitare, al lavoro, alla salute, alla dignità, colpendo preventivamente e repressivamente chi ritiene che l’ordine di tali priorità vada rovesciato. Vogliamo discutere il come mettere in campo un percorso inclusivo ed efficace a tale scopo. Scegliamo di farlo a Bologna il 23 settembre non solo perché a Bologna è stato reso pubblico l’appello di maggio, ma perché quaranta anni fa il “convegno contro la repressione” organizzato dal movimento del ’77 proprio a Bologna, fu anche allora anticipatore ed emblematico del modello sociale che si voleva imporre al nostro paese, scatenando la repressione contro il movimento come presupposto per l’azzeramento delle conquiste politiche e sociali del movimento operaio e democratico dal dopoguerra fino agli anni ’70». Registro le solite illusioni sulle «libertà democratiche» e sulla «Costituzione [borghese!] più bella del mondo»; detto questo, mi permetto di rilevare che qui non si fa alcun cenno al ruolo che il PCI di Berlinguer, Pecchioli e Zangheri, indimenticato sindaco “comunista” di Bologna, ebbe in quella repressione e, in generale, nel tentativo, riuscito, di preparare «il terreno alla vendetta di classe e alla piena restaurazione dell’ordine capitalistico nel paese». Certamente se ne parlerà il 23 settembre.

«La sinistra ha trovato il nuovo nemico: Marco Minniti. Troppo di destra sui migranti, troppo popolare nei sondaggi, troppo elogiato anche all’estero (il New York Times gli ha dedicato un lungo ritratto, “Italy’ s Lord of the Spies”), più temibile di Renzi ormai considerato in fase declinante» (Il Giornale). Ultimamente «la sinistra» consuma nemici e miti (vedi il Venezuela chávista) con una rapidità davvero sorprendente, e forse anche questo è un segno della grave crisi politico-ideologica che da anni la travaglia. «E un bel chi se ne frega non lo vogliamo aggiungere?». Chi ha parlato? Certo che oggi non si hanno più remore nemmeno nello sparare sulla Croce Rossa: che tempi!

«Minniti ha una storia da sbirro», ha scritto il “guru della sinistra umanitaria” Gino Strada; come abbiamo visto Minniti ha innanzitutto una storia da “comunista italiano”. E si vede.

(*) A proposito di “emancipazione sessuale”! Qualche giorno fa il noto programma radiofonico La zanzara ha voluto rubare a Diego Fusaro, il filosofo più mediaticamente reclamizzato del momento (e sempre più una caricatura di sé stesso), perle dialettico-materialistiche su un tema molto scottante ed eccitante: la masturbazione. Chiede il conduttore Giuseppe Cruciani: «Come si colloca la masturbazione nella vita di un filosofo dalle molte letture?». A domanda il filosofo «nemico del pensiero unico e dei poteri forti» (dice lui) risponde: «Io il godimento massimo lo traggo dalla lettura del Simposio di Platone oppure dalla lettura di Kant. [Probabilmente qui Freud avrebbe individuato un chiaro sintomo di sublimazione degli istinti]. Suddetta pratica [onanistica] finisce di fatto per aumentare l’atomizzazione degli individui. Essa è una forma di autarchia egoistica, una pratica tipica e coessenziale del neoliberismo imperante. Suddetta pratica ci parla del nuovo ordine sessuale neoliberista». Che ruolo può avere la famiglia nell’arrestare la deriva neoliberista anche in ambito sessuale? «La famiglia è l’ultimo baluardo di resistenza comunitaria al nesso sradicante del mercato che ci vuole tutti atomi consumistici in ambito economico e gaudenti in maniera autistica in ambito erotico, e che dissolve i legami sociali. Occorre ripartire dalla comunità. In ambito politico la comunità si declina come Stato etico e in ambito erotico si declina come famiglia, cioè come comunità immediatamente basata sul sentimento. Ho appena citato Hegel». Tutto si può dire del nostro filosofo reazionario, tranne che non abbia una citazione pronta all’occorrenza.

Preso da invidia compulsiva, mi permetto anch’io una citazione “colta”: «La famiglia si presenta alla coscienza ingenua come un’isola posta nel flusso della dinamica sociale, residuo dell’idealizzato stato di natura. in realtà, la famiglia non solo dipende dalla realtà sociale nelle sue successive concretizzazioni storiche, ma è mediata socialmente fin nella sua struttura più intima. […] La famiglia non è un’entità naturale ed eterna anteriore a ogni società organizzata. In una tal famiglia “naturale” va cercato probabilmente anche il modello della categoria di “comunità” che il Tönnies oppose alla “società”. [Molti “comunitaristi” odierni citano Marx ma pensano come Tönnies]. Come accade per tutte le forme di mediazione tra singolarità biologica e totalità sociale la famiglia, nel suo contenuto sostanziale, viene riassunta a proprio conto dalla società. La crisi della famiglia è d’origine sociale; e non è possibile negarla, o liquidarla come semplice sintomo di degenerazione e decadenza. […] Non vi sarà emancipazione della famiglia senza emancipazione della totalità sociale» (M. Horkheimer, T. W. Adorno, Famiglia, in Lezioni di sociologia, pp. 148-163, Einaudi, 2001). Voler fare della famiglia «l’ultimo baluardo di resistenza comunitaria» da contrapporre «al nesso sradicante del mercato» (si tratta del Capitalismo tout court o di una sua forma particolarmente “cattiva”?) non solo rivela una totale incomprensione circa la dialettica e la natura del processo sociale capitalistico, ma significa anche sostenere una posizione particolarmente reazionaria sul terreno della difesa del vigente dominio di classe, che qualcuno vorrebbe solo un po’ meno ostile ai vecchi e cari valori occidentali – e magari più aperto alle ragioni dello statalismo in campo economico.

«Avviatosi con “l’autoposizione” corrispondente alla fase tetico astratta e proseguito con l’antitesi della contraddizione della fase dialettica, il processo fenomenologico può così dirsi giunto alla sua ultima figura (non è infatti ipotizzabile alcuno stadio ulteriore di sviluppo), a quella fase sintetica che segna l’emersione di un capitalismo assoluto-totalitario o speculativo. Per poter essere corrispondente al proprio concetto (begriffsmassig), il capitalismo deve transitare per il negativo della fase dialettica, superarlo, e, in tal maniera, raggiungere – hegelianamente – una condizione ‘speculativa’, senza più opposizioni interne e contrasti di alcun tipo, saturando ogni poro del’”esistenza umana e paralizzando ogni istanza critica”» (D. Fusaro, Pensare altrimenti, Einaudi, 2017). È facile finire nella supercazzola quando non si sa padroneggiare la dialettica hegeliana! Ad ogni modo, sempre più spesso l’intellettualone pompato a dovere dai media sostiene di non avercela con il Capitalismo in quanto tale ma solo con il Finanzcapitalismo. E anche questo rappresenta un punto di convergenza tra ultrareazionari di “destra” e ultrareazionari di “sinistra”. Questo anche a proposito di «Cos’è la destra, cos’è la sinistra?», problema che trova in alcuni personaggi “emblematici” un’eccellente soluzione.

 

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