BORDIGA SECONDO CARLO FORMENTI

Incredibile a dirsi, oggi ho scoperto di avere qualcosa in comune con Carlo Formenti: una militanza, più o meno breve e remota (1962-63 per Formenti, 1980-1987 per chi scrive) «in una formazione bordighista» (chi scrive prima in Programma Comunista e poi in Combat) (1). E sembra che proprio questa sua remota («ero poco più che adolescente») esperienza bordighista sia stata una delle regioni che hanno suggerito al Nostro «l’idea di ragionare su questa ingombrante figura storica del marxismo italiano», cioè su Amadeo Bordiga, tanto più che si fa davvero fatica a parlare in modo serio della nascita del Partito Comunista d’Italia (Livorno, 1921) senza prendere in considerazione il ruolo che nella genesi di quel Partito ebbe il comunista di Ercolano (1889-1970). La sintetica biografia offerta da Formenti nell’articolo di cui ci occupiamo dimostra quanto ciò sia vero (2). 

Scrive Formenti: «Ho sempre pensato che la damnatio memoriae alla quale Bordiga è stato condannato dal Partito Comunista Italiano sia stata un grave sbaglio, da un lato perché i suoi errori teorici e politici non furono tali da giustificare questa rimozione totale, dall’altro perché proprio analizzando quegli errori – invece di rimuoverli –, assieme ad alcuni suoi illuminanti contributi sulle tendenze del capitalismo dopo la Seconda guerra mondiale, si sarebbe potuto arricchire il patrimonio teorico del marxismo contemporaneo». Alla luce delle posizioni (giuste o sbagliate che fossero) di Bordiga e della storia del PCI “bolscevizzato”, cioè trasformato in un partito borghese al servizio degli interessi russi e, successivamente (nel Secondo dopoguerra), degli interessi della classe dominante italiana (inserita nel sistema di influenze dell’imperialismo americano); alla luce di tutto questo «la damnatio memoriae alla quale Bordiga è stato condannato dal Partito Comunista Italiano» si spiega benissimo e non va affatto considerata alla stregua  di «un grave sbaglio», bensì come la logica conseguenza di ciò che continuò a essere Bordiga e ciò che diventò il “comunismo italiano” – ossia lo stalinismo con caratteristiche togliattiane. Non siamo, insomma, dinanzi a due forme diverse di “comunismo” che avrebbero potuto incontrarsi o semplicemente arricchirsi vicendevolmente: con il PCI stalinizzato ci troviamo infatti di fronte a una soggettività politica anticomunista, la quale del tutto coerentemente  individuò nella posizione bordighiana quanto di più distante ci fosse dal cosiddetto “comunismo italiano”. Com’è noto, dopo la caduta del fascismo e insieme alla Democrazia Cristiana il PCI fu il perno centrale del nuovo regime al servizio del capitalismo – «Cambiare tutto per non cambiare niente», avrebbe detto il noto scrittore siciliano. «Il patrimonio teorico del marxismo contemporaneo» di cui parla Formenti probabilmente avrebbe suscitato nel comunista campano un sentimento di feroce ostilità, magari veicolato anche da una delle sue famose battutacce dialettali. Addomesticare Bordiga non è impresa facile per nessuno, tanto meno per i sostenitori del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

Non intendo toccare tutti gli aspetti della ricostruzione biografica fatta Formenti, anche perché non voglio recitare la parte dell’avvocato difensore delle posizioni bordighiane malamente trattate dal primo; voglio spendere qualche parola solo su due questioni toccate nel suo articolo, e non per puro spirito polemico, ma per segnalare ai lettori temi molto importanti. La prima riguarda il tentativo, anche questo piuttosto maldestro, per non dire di peggio, dell’autore di utilizzare in qualche modo la posizione che Bordiga elaborò sulla natura sociale della Russia cosiddetta sovietica per portare acqua al fetido mulino del “socialismo con caratteristiche cinesi”.

Scrive Formenti: «Pur condividendo la tesi di Trotsky sull’impossibilità di costruire il socialismo in un solo Paese, la sua lettura era più sofisticata. Bordiga accolse la svolta della NEP decisa da Lenin come un passo giusto, ma soprattutto inevitabile, come un cedimento alle leggi del mercato imposto dall’accerchiamento della Russia. Ciò detto, era convinto che questo compromesso avrebbe potuto reggere per non più di dieci – vent’anni, dopodiché, se non fossero sopravvenute rivoluzioni in altri Paesi industriali, la Russia sarebbe necessariamente evoluta verso il capitalismo. Questa sua convinzione era così incrollabile che, morto Lenin, osò attaccare la politica della “bolscevizzazione” dei partiti comunisti e a sostenere davanti a Stalin che l’Unione Sovietica – visto che dal suo destino dipendeva quello dell’intero movimento comunista mondiale – avrebbe dovuto seguire le direttive dell’Internazionale e non viceversa (ardire che gli costò la definitiva emarginazione e la successiva espulsione)». Verissimo: «bisogna capovolgere la piramide», disse Bordiga nel suo intervento alla VI sessione dell’Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista nel febbraio-marzo 1926 (3), riprendendo peraltro una riflessione già abbozzata un anno prima in un articolo il cui titolo lascia poco spazio all’immaginazione: Il pericolo opportunista e l’internazionale.

Ma riprendiamo la citazione interrotta: «Dopo la II Guerra mondiale, la sua posizione subì una ulteriore evoluzione, per cui finì per definire il regime sovietico non come una pura restaurazione del capitalismo, ancorché in forma di capitalismo di stato, bensì come una formazione sociale sui generis, generata da un processo rivoluzionario che aveva assunto forma socialista sul piano politico e capitalista sul piano economico». Dove Formenti abbia tratto il concetto di «formazione sociale sui generis» a proposito della posizione bordighiana sulla società “sovietica” mi appare un arcano difficilmente risolvibile; d’altra parte per Bordiga la fase politicamente socialista della Rivoluzione iniziata nel 1917 si esaurisce completamente con il trionfo della controrivoluzione stalinista, e quindi al più tardi alla fine degli anni Venti del secolo scorso. È vero che Bordiga andò affinando la sua analisi e il suo giudizio sulla Russia “sovietica” con il tempo, man mano che il processo sociale in quel Paese andava facendosi più chiaro; ma questa maturazione avvenne sempre all’interno di un quadro concettuale e politico ben definito, al centro del quale troviamo la definizione dello stalinismo come controrivoluzione antiproletaria. Per Bordiga ciò che passò alla storia con il nome di stalinismo non chiamava in causa la persona Stalin, ma un processo storico-sociale di natura interna e internazionale, la cui natura non travalicava di un solo millimetro la dimensione capitalistica. Tuttavia egli era interessato a cogliere la fenomenologia reale di quel processo, non accontentandosi di formule astratte (tipo capitalismo di Stato) (4) e volendo osservare la società russa post rivoluzionaria da una prospettiva mondiale, per cogliere ciò che la accomunava alle società capitalisticamente più mature e  ciò che invece la differenziava da queste. Ma sulla natura pienamente capitalistica della società russa Bordiga non ebbe mai alcun dubbio, tanto più «Dopo la II Guerra mondiale»: altro che «formazione sociale sui generis».

Formenti lascia intendere che il giudizio bordighiano sulla natura politicamente socialista persista anche «Dopo la II Guerra mondiale», il che è semplicemente falso, non più o meno opinabile. A cosa serve questo falso storico? Lo vedremo tra poco. Prima è forse di una qualche utilità riportare qualche passo bordighiano, tanto per capire di cosa parliamo.

Scriveva Bordiga nei primi anni Cinquanta: «Lo Stato che aveva acuto nascita come Stato del proletariato vincitore si involse in Stato capitalista e si costituì – sola via per arrivare alla produzione per grandi aziende – in datore di lavoro del proletariato industriale russo e in larga parte di quello agricolo; la sua politica da quel momento non ha la dinamica dei rapporti con la classe proletaria dei paesi capitalisti ma quella dei rapporti con gli Stati borghesi, siano essi di alleanza [ad esempio con la Germania nazista, oppure con l’America democratica], di guerra o di contrattazione. Nella situazione che si è così originariamente determinata sussiste in pieno la capitalistica economia di mercato e di azienda. […] Man mano che l’azienda e l’impresa borghese divengono, da personali, collettive e anonime, e infine “pubbliche”, la borghesia, che mai è stata una casta, ma è sorta difendendo il diritto della totale eguaglianza “virtuale”, diventa “una rete di sfere di interessi che si costituiscono nel raggio di ogni intrapresa”. […] Come in tutte le epoche, tale rete di interessi, e di persone che affiorano o meno, ha rapporti con la burocrazia di Stato, ma non è la burocrazia [tesi rivolta anche contro la “casta burocratica” di Trotsky]; ha rapporti coi “circoli di uomini politici”, ma non è la categoria politica» (5). In un altro scritto dello stesso periodo si legge: «Neanche la consegna allo Stato, quale è oggi in Russia, di tutte le aziende industriali, merita il nome di socialismo» (6).

Sul capitalismo di Stato Bordiga non fa che ripetere i concetti elaborati da Marx e da Engels contro gli statalisti del loro tempo. Sul capitalista collettivo, inteso in primo luogo come rete di interessi, rinvio chi legge all’importante testo che Liliana Grilli ha dedicato a Bordiga (Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo, La Pietra, 1982) e all’assai più modesto testo di chi scrive: Dialettica del dominio capitalistico (2020).

Formenti riconosce non poco valore teorico e una significativa attualità politica alla posizione bordighiana qui sommariamente richiamata, ma per giungere a una conclusione che, a dir poco, non sta in piedi. Leggiamo: «Inoltre [Bordiga] attribuì lo status di nuova classe dominante, non tanto alla burocrazia dello stato/partito, quanto agli strati tecnico manageriali e alle loro reti sociali (per lui il carattere capitalista non si annidava nelle pieghe dello stato bensì nelle imprese, laddove vigevano concorrenza e legge del valore, e quindi sfruttamento). Questa visione, al contrario delle rozze analisi liquidatorie del “socialismo reale” partorite dalle sinistre radicali nate dopo gli anni Sessanta, offre spunti di discussione di grande interesse ed attualità, che chiamano in causa il dibattito sulla natura della società cinese che appassiona i teorici marxisti dei giorni nostri. È chiaro che Bordiga avrebbe negato a priori la possibilità di definire socialista una società come quella cinese, nella quale permangono mercato, moneta e legge del valore. Ed è altrettanto chiaro che avrebbe reiterato la dogmatica convinzione sulla impossibilità di costruire il socialismo in un solo Paese [confesso che anch’io coltivo da sempre questa “dogmatica convinzione”]. Al tempo stesso il suo discorso sul dualismo fra potere politico, che nel caso della Cina appare saldamente in mano allo Stato-partito (che inoltre controlla i settori strategici di industria, commercio e finanza) e potere economico (con la presenza di grandi imprese private nazionali ed estere), ma soprattutto il suo discorso sull’apparire di forme inedite della lotta di classe in questo contesto ibrido, può essere rovesciato fino ad assumere una prospettiva del tutto diversa. Ciò è possibile: 1) perché la tenuta temporale e lo straordinario successo dell’esperimento cinese smentiscono la diagnosi che Bordiga formulò ai tempi della NEP: dalla convivenza di socialismo e mercato non deriva necessariamente la vittoria di quest’ultimo in tempi relativamente brevi; 2) decisivo appare, inoltre, il fatto che il Partito Comunista Cinese riconosca esplicitamente (al contrario di quanto avvenne in Unione Sovietica) l’esistenza della lotta di classe e subordini agli esiti di quest’ultima la possibilità o meno di progredire verso forme più avanzate di socialismo». 

«Smentiscono la diagnosi che Bordiga formulò ai tempi della NEP» solo se si assume il punto di vista di chi, come Formenti, riconosce alla Rivoluzione cinese una natura socialista, una prospettiva che il comunista italiano (e chi scrive appresso a lui) considerava completamente infondata, ritenendo che quella rivoluzione avesse piuttosto una natura nazionale-borghese (7), e quindi da salutare come un fatto positivo sul piano del processo storico-sociale, ma che non avesse assolutamente niente a che fare con l’esperienza sovietica che costringerà il Partito Bolscevico a varare nel 1921 la Nuova Politica Economica come estremo – e, come sappiamo, infruttuoso – tentativo di mettere il potere sovietico al riparo dalla catastrofe imminente annunciata dalla rivolta di Kronstadt. Bordiga interpretò la NEP come il tentativo (fallito) di accelerare il passaggio in Russia dal capitalismo concorrenziale a quello monopolistico: transizione dunque non verso il socialismo, ma verso il capitalismo di stato.

Lo Stato-partito di cui Formenti fa l’apologia è da sempre (dal 1949) uno Stato-partito al servizio del Capitalismo (ormai giunto anche in Cina nella sua fase pienamente imperialista), e quindi dalla mia prospettiva la posizione formentiniana non è semplicemente “sbagliata”: essa va piuttosto considerata come ultrareazionaria esattamente come lo è ogni altra posizione che sostenga qualsiasi Capitalismo/Imperialismo oggi esistente in questo capitalistico mondo: italiano, europeo, statunitense, russo… Quanto all’«apparire di forme inedite della lotta di classe in questo contesto ibrido», è meglio lasciar perdere – e farsi quattro risate se si conoscono i testi bordighiani.

 Veniamo, per concludere rapidamente, al secondo punto critico. Scrive il Nostro: «da ingegnere qual era, quando uscirono le prime edizioni dei Grundrisse, [Bordiga] si entusiasmò per lo scenario dipinto da Marx, laddove lo sviluppo del sistema automatico delle macchine veniva descritto come un annuncio dell’imminente trionfo del general intellect sulla legge del valore. Un entusiasmo che ha contagiato anche Antonio Negri, alimentandone i deliri post operaistici sul “comunismo del capitale”, con la differenza che Negri non è mai più uscito dal delirio, mentre Bordiga, se avesse potuto assistere all’uso capitalistico delle tecnologie digitali, avrebbe a mio avviso saputo rettificare il tiro». Conoscendo gli scritti che Bordiga dedicò ai Grundrisse, mi domando perché mai il «rimosso» di cui si parla avrebbe dovuto «rettificare il tiro» circa il sistema automatico delle macchine e il general intellect. Anche qui, cito qualche passo bordighiano di fine anni cinquanta: «Riflettano quanti si prostrano oggi alla adorazione della Scienza in generale [vedi quanto accade nell’attuale crisi pandemica!], e vi invitano i lavoratori, e ne istillano in essi il reverenziale timore, dimenticando che essa è anzitutto scienza e superiorità tecnologica monopolio di una minoranza sfruttatrice; e di più che fino a quando i rapporti di produzione restano mercantili monetari e salariali tutto il Sistema della automatica macchineria forma un mostro che schiaccia sotto il peso della sua oppressione una umanità schiava ed infelice, e questo è il Mostro che domina tutto il quadro tracciato da Marx della società presente, il Capitale stesso, spersonalizzato […] “L’accumulazione della Scienza, dell’abilità, e dell’insieme delle Forze Produttive del Cervello sociale è così assorbita nel Capitale a detrimento del Lavoro”. Qui Marx ribatte che il Capitale fisso appare come la più adeguata forma del Capitale in generale. […] Socialmente, politicamente, storicamente, come Potenza dominante, il Capitale ha la forma del Macchinario, del Capitale fisso» (8).

Quando Bordiga scrive, a proposito del sapere (knowledge) sociale generale e del general intellect, che «Marx descrive la Società futura» (9), egli intende dire, come si evince facilmente dalla lettura del testo qui citato, che il comunista di Treviri mostra una tendenza storica verso la completa emancipazione umana oggettivamente fondata; Old Nick non prospetta cioè un futuro di emancipazione basandosi su astratte congetture, come avevano fatto gli utopisti passati che amavano darsi convegno nelle «taverne del futuro», ma sulla scorta dello stesso sviluppo delle forze produttive sociali capitalistiche. Bordiga si entusiasma pensando alla futura Comunità Umana, non certo riflettendo sul tristissimo presente capitalistico, che vede il Capitale servirsi della tecnoscienza per dominare e sfruttare sempre più ferocemente uomini e natura. Accostare, come fa Formenti, la riflessione bordighiana ai «deliri» di Negri non ha alcun senso. Su quei «deliri» rinvio a due miei scritti: Capitalismo cognitivo e postcapitalismo. Qualunque cosa ciò possa significare; Le superstizioni comunarde di Toni Negri (10).

A differenza di Bordiga, che coltivava una fiducia incrollabile circa l’inevitabile avvento della futura Comunità Umana (ossia umanizzata, senza classi, senza Stati, senza Nazioni e, ovviamente, senza Capitale in ogni sua fenomenologia), beninteso come esito della rivoluzione sociale anticapitalista vittoriosa su scala mondiale, chi scrive non condivide la stessa certezza, tutt’altro. Concepisco i miei modesti scritti come variazioni, più o meno riuscite e “originali”, su uno stesso tema: la vigenza del Dominio (sempre più forte e totalitario) e la possibilità della Liberazione – sempre più oggettivamente fondata, necessaria e negata. Concettualizzo questa tensione “dialettica” tra attualità e possibilità (tra presente e futuro) come tragedia dei nostri tempi: vaghiamo come dei ciechi nella dimensione del Dominio di classe a un passo dalla Liberazione.

(1) «Nel ’78 avevo sedici anni e da un anno “militavo” nel Movimento Studentesco della mia città. Non facevo parte di nessun gruppo politico organizzato ma leggevo – e a scuola orgogliosamente esibivo – Lotta Continua, le cui posizioni sul sequestro Moro valsero a distruggere quel po’ di ingenua simpatia che fin lì avevo nutrito per le BR, i cui esponenti ai miei adolescenziali occhi apparivano in guisa di chi la rivoluzione la vuol fare davvero, e non solo ne parla. Che si pretende da un ragazzino di 15, 16 anni?! Saranno sufficienti alcuni mesi, e soprattutto le buone letture (Marx, Lenin, Luxemburg, Trotsky, Lukács e altri autori pubblicati dalla Newton Compton nella “mitica” – e soprattutto economica – collana paberbacks marxisti), per capire che spesso l’esibizione di una «geometrica potenza» di stampo militare non è che l’espressione di un’abissale impotenza analitica e politica. Ma il “salto di qualità” l’ho compiuto quando (1980) gli epigoni di Amadeo Bordiga mi misero a parte di una formidabile notizia storica: lo stalinismo non rappresentò la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, come aveva falsamente tramandato il Partito “Comunista” Italiano da Togliatti in poi, ma il compimento di una controrivoluzione portata avanti con inaudita ferocia da un Partito (quello Bolscevico) che formalmente era lo stesso che nel fatidico (e per me allora anche mitico) ’17 aveva osato gridare in faccia all’intero mondo capitalistico: «Tutto il potere ai Soviet!». All’improvviso la mente mi si è spalancata è ho capito perché in Unione Sovietica e nei “Paesi dell’Est” le classi subalterne vivevano in una condizione di miseria materiale ed “esistenziale” che per certi aspetti era ancora più dura di quella toccata in sorte alle classi subalterne dell’Occidente capitalistico. Dico questo non per compiacimento autobiografico, ma per osservare che tutto questo odierno straparlare di «terrorismo e comunismo» non tocca neanche di striscio il progetto di emancipazione umana chiamato Comunismo, e questo va comunicato soprattutto ai più giovani, che per banali ragioni anagrafiche non hanno vissuto nemmeno l’esperienza dei cosiddetti anni di piombo» (Dagli anni di piombo agli anni di m…, fate un po’ voi).

(2) «Nato a Ercolano nel 1889, Bordiga ha compiuto il suo apprendistato politico nella federazione giovanile del Partito Socialista, a partire dal 1910. In quegli anni i socialisti erano in grande crescita: nelle varie leghe erano inquadrati più di un milione e mezzo di lavoratori, e il partito controllava la CGIL, nata nel 1906. La sua linea politica era ispirata a una visione gradualista, secondo cui era possibile avanzare verso il socialismo pacificamente e democraticamente, attraverso una infinita espansione della democrazia accompagnata da una lunga marcia nelle istituzioni. Le cooperative e le altre associazioni mutualiste, le case del popolo, ecc. erano concepite come altrettante “isole rosse” che anticipavano i rapporti sociali e umani della futura società socialista (come si vede, i movimenti sociali post rivoluzionari dell’ultimo mezzo secolo non hanno inventato nulla).  Bordiga fu da subito ferocemente contrario a questa linea. In particolare, si oppose all’elettoralismo (posizione che si fece ancora più radicale dopo la rivoluzione del 1917) e agli sbandamenti nazional sciovinisti del Partito Socialista in occasione della guerra coloniale in Libia (1911) e della partecipazione italiana alla Grande Guerra 1915-18. Fu, assieme ad altri compagni della sinistra socialista e al gruppo torinese dell’Ordine Nuovo guidato da Gramsci, promotore della costruzione della frazione comunista e della scissione di Livorno nel 1921 che portò alla nascita del Partito Comunista d’Italia, del quale fu alla guida fino al 1924. La crisi del Partito, legata alla repressione fascista (e al deterioramento della situazione internazionale, con la sconfitta dei processi rivoluzionari in Germania e Ungheria), i contrasti con la direzione della Terza Internazionale (sui quali tornerò più avanti) e con l’ala del partito guidata da Gramsci, portarono alla sua progressiva emarginazione (benché il suo rapporto con Gramsci, che gli successe alla guida del partito, restasse – come nota il curatore dell’antologia Pietro Basso –   improntato alla stima reciproca, anche dopo la rottura maturata al Congresso di Lione del 1926)» (Bordiga. Il ritorno del rimosso). Formenti si riferisce all’«antologia di testi del primo leader del Partito Comunista d’Italia, tradotti in inglese e pubblicati da un editore di Boston a cura di Pietro Basso: The Science and Passion of Communism. Selected Writings of Amedeo Bordiga (1912-1965).

(3) «Bordiga scese in campo aperto e lanciò l’unica seria opposizione che si udì durante la sessione». (E. H. Carr, Il socialismo in un solo paese. La politica estera. 1924-1926, p. 476, Einaudi, 1969).

(4) Scriveva Bordiga ad Onorato Damen nel luglio del 1951: «Veniamo alla Russia. La formula di fase monopolistica e capitalismo di Stato ti pare completa? È estremamente indeterminata. La si applica tanto al regime di Mussolini che a quello britannico odierno che a quello russo. […] Non è esatto che in una fase del capitalismo sia stata  protagonista la borghesia classe e che nella attuale sia protagonista lo Stato. Classe e Stato sono cose e nozioni diverse e non possono passarsi la stecca. Anche prima vi era lo Stato e anche dopo vi è la classe. Lo Stato non è il protagonista dei fatti economici ma un derivato di essi. […] Il capitalismo di Stato significa non un assoggettamento del capitale allo Stato, ma un ulteriore assoggettamento dello Stato al capitale. […] Che cosa precisamente è la classe? Un insieme di persone? Detto male. È invece una “rete di interessi”. Non ti è piaciuta la mia formula intreccio, incontro di interessi? Io vi vedo un saggio passo avanti, mentre vedo poco nel gioco disordinato delle parole: capitale, Stato, burocrazia» (la lettera si trova in O. Damen, Bordiga fuori dal mito, pp.  38-39, Prometeo, 2010).

(5) A. Bordiga, Trasformazione economica in Russia post 1917, in Proprietà e capitale, p. 145, Iskra, 1980.

(6) A. Bordiga, Il programma rivoluzionario della società comunista, in Proprietà e capitale, p. 181.

(7) Sulla natura capitalistica della Cina, tanto per quanto riguarda la sua “struttura” economica quanto per ciò che concerne la sua “sovrastruttura” politico-istituzionale, rimando ai miei diversi scritti dedicati al grande Paese asiatico. Solo alcuni titoli: Tutto sotto il cielo – del Capitalismo; La Cina è capitalista? Solo un pochino; Chuang e il “regime di sviluppo socialista”; Sulla campagna cinese; Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.

(8) A. Bordiga, Traiettoria e catastrofe della forma capitalistica…, 1957, in Economia marxista ed economia controrivoluzionaria, pp. 193-202, Iskra, 1976.

(9) Ivi, p. 208.

(10) Altri miei scritti su Negri: La valorizzazione capitalistica ai tempi di Toni Negri; La coscienza di classe nella rete; Cripto-moneta del Comune e “acciarpature monetarie”; Miseria del Comune; Quel che resta di Toni Negri.

Un pensiero su “BORDIGA SECONDO CARLO FORMENTI

  1. Pingback: DAL CONO D’OMBRA A OMBRE GOFFE | Sebastiano Isaia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...