LA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO. E QUINDI SUL PROFITTO

Presi nell’ingranaggio.

Ieri parlavo dei «cattivi maestri» (Asor Rosa, Luciano Gallino, Jeremy Rifkin), e oggi vi trattengo brevemente sugli scolari, qui rappresentati da Alessandra Algostino. Di che si lamenta la Progressista di Sbilanciamoci? È presto detto: della «destrutturazione dei rapporti di lavoro», ossia della sempre più spinta e incalzante precarizzazione del lavoro, non solo sotto l’aspetto delle retribuzioni (salari reali al minimo almeno da dieci anni a questa parte), ma anche sotto quello dei diritti sindacali, della qualità del lavoro e via di seguito. Come non convenire. Ma subito arriva la magagna ideologica. Ed è davvero brutta. Facciamoci coraggio e andiamo a guardarla in faccia.

«Il lavoro, che la Costituzione disegna come strumento di dignità della persona e mezzo di emancipazione sociale, come fondamento della “Repubblica democratica” e trait d’union fra democrazia politica e democrazia economica, è sempre più solo merce» (La Repubblica fondata sul profitto, Sbilanciamoci, 26 gennaio 2012). «Ma come – mi dico – solo qualche ora fa ho scritto che nel Capitalismo il lavoro (salariato) si dà necessariamente come merce, e ora mi tocca leggere questa asinata!» Poi ho realizzato che il «Popolo di Sinistra» non mi ha fra i suoi maestri, e mi sono acquietato. Le cose stanno così: non solo in Italia, come dappertutto nel vasto mondo, il lavoro ha sempre avuto la natura di merce, in quanto capacità lavorativa sussunta sotto il Capitale, pubblico o privato, ma questo disumano fatto trova una plastica sanzione proprio nella Costituzione Italiana, all’articolo 1. Infatti, tutti i regimi politico-istituzionali del pianeta (repubbliche, monarchie, democrazie, totalitarismi, ecc.) si fondano sul lavoro (salariato).

«L’Italia è diventata una Repubblica fondata sul profitto … Si rovescia la Repubblica fondata sul lavoro (art. 1 Cost.) nella Repubblica fondata sul profitto». Nient’affatto! L’Italia continua a essere una Repubblica fondata sul lavoro, dal cui sfruttamento origina quel profitto che fa andare avanti il mondo dominato dal Capitale. Solo se teniamo fermo questo fondamentale, quanto elementare, punto possiamo legittimamente scrivere che l’Italia è sempre stata una Repubblica fondata sul profitto. Nessun rovesciamento, insomma, quanto piuttosto un’assoluta continuità, la quale deve necessariamente implicare un sempre più accentuato sfruttamento del «capitale umano», una sua svalorizzazione, tanto più in tempi di crisi economica e di competizione sistemica con Paesi (Cina, solo per fare un nome esotico, o Polonia, per rimanere nel Vecchio Contenente) che vantano un bassissimo costo dei «fattori produttivi».

Il lavoro salariato non ha mai reso libero nessuno.

Ecco perché la «Costituzione fondata sul lavoro» non va «recuperata», ma «destrutturata» attraverso la chimica critica e ricondotta ai suoi termini reali, squarciandone la mistificazione ideologica che ancora tanto successo ha presso la gente. Naturalmente anche la Algostino si porta dietro il vecchio mito progressista della «Costituzione mai applicata», leggenda metropolitana che ha permesso soprattutto ai partiti di «sinistra» di vivere di rendita e di turlupinare il proprio elettorato: «vedrete come cambieranno le cose quando avremo attuato la Costituzione!» Steso discorso vale ovviamente per l’articolo 41 della Costituzione, il quale appare «svuotato di significato» solo a chi si è fatto delle illusioni sulla natura sociale della «Repubblica nata dalla Resistenza». Ma signori, vi può essere «sicurezza», «libertà» e «dignità umana» nella società disumana basata sulla messa a valore di tutto e di tutti? Ma siamo seri!

«Non si tratta della nostalgia per un tempo che fu», scrive la Nostra Progressista; peccato che le cose che pensa e che scrive dicano il contrario. Infatti, nell’articolo in questione si stigmatizza «un’epoca in cui evapora la distinzione pubblico-privato (a vantaggio del secondo, ça va sans dire»)». Insomma, viene a galla il solito decrepito statalismo, il quale negli anni preferiti dalla Algostino (gli anni Settanta) aveva nei cattostalinisti la sua espressione più compiuta – e deleteria, anche dal punto di vista del Sistema-Paese: vedi arretratezze strutturali di vario tipo, debito pubblico, clientelismo, corruzione e tutte le magagne connesse al «Carrozzone Pubblico».

La nostra amica si scandalizza, pardon: si indigna, perché vede un «diritto prostrato agli interessi privati di una (sempre più) ristretta oligarchia economica», e perché «l’economia domina la politica». Ancora una volta ci si fa delle illusioni intorno al mondo, e poi quando i fatti si prendono la brutta abitudine di gridarci in faccia come stanno le cose, ce la prendiamo con i fatti: «le cose però dovrebbero andare in un altro modo!» Ma in quale film? Non certo nel film intitolato Capitalismo Mondiale. Nel Capitalismo il Diritto e la Politica devono necessariamente assecondare i processi sociali che disegnano sempre di nuovo il territorio della «società civile», ossia il luogo hobbesiano degli interessi materiali. In ultima analisi, e con tutte le mediazioni che danno concretezza al concetto di Dominio sociale capitalistico, il Diritto e la Politica hanno sempre avuto una funzione ancillare rispetto all’Economico. Nessuna «medievalizzazione e privatizzazione del diritto e della politica», quindi, ma continue e necessarie accelerazioni nella prassi capitalistica, niente che possa sconvolgere o indignare un pensiero radicato sulla terra, e non sospeso nel cielo dell’ideologia progressista.

Poi si cade, ci si fa male, e si inveisce contro «gli uomini della Goldman Sachs e affini», i quali «sono al vertice di governi e istituzioni definite tecniche e neutrali», o con «i vari Marchionne», che «spadroneggiano nelle loro terre». Via dunque i vampiri della speculazione finanziaria e i padroni brutti, sporchi e cattivi! E se le cose non fossero così semplici? E Se il cuore del problema stesse nei rapporti sociali peculiari della vigente Società-Mondo, e non nei capri espiatori di turno? D’altra parte, caduto Berlusconi, il Male Assoluto del Progressista senza se e senza ma, non mi sembra che l’Umanità abbia fatto un considerevole salto di qualità…

«Per fortuna la storia non è finita, è in continuo movimento: schiavi e dannati della terra si sono sempre ribellati». L’ottimismo almeno non le fa difetto. È appunto per favorire questa prospettiva, peraltro tutt’altro che scontata, che bisogna sconfiggere le illusioni e le ideologie appena criticate.

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2 thoughts on “LA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO. E QUINDI SUL PROFITTO

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