IL CAPITALE ITALIANO GUARDA SEMPRE PIÙ A EST

fiat-serbiaCresce la presenza del capitale italiano nell’Europa centrale e balcanica, nonché nella Russia di Putin e nella Turchia di Erdogan. Per Gianfranco Bisagni, responsabile del Corporate e Investment banking di UniCredit nel centro-est Europa, «L’Est Europa oggi è una realtà importantissima per l’industria italiana e rappresenta non solo un mercato dove si può andare a produrre ma anche a vendere. Già adesso ci sono cinque volte il numero di aziende italiane nell’Europa dell’est che in Cina. Un Est vicino, che può essere ponte verso un oriente meno prossimo all’Italia. Tenendo conto che l’import dal centro est Europa è oggi due volte quello dalla Cina. E i volumi dell’export sono sette volte più grandi» (Il Sole 24 Ore, 14 gennaio 2014).

Durante il lungo periodo di crisi il capitale italiano orientato all’export e in parte basato all’estero ha dunque mantenuto le vecchie posizioni, e in qualche caso ha fatto dei passi in avanti rispetto al 2008, anche se le maggiori performance hanno avuto come protagoniste soprattutto le piccole e medie imprese, confermando i pregi e i difetti del modello capitalistico italiano. Qui di seguito presento una breve rassegna dedicata al tema posto all’attenzione, ripromettendomi di ritornarvi quanto prima, magari commentando dati più aggiornati.

«Non esiste una banca dati che sappia esprimere con esattezza, nelle sue reali dimensioni, la nostra presenza imprenditoriale in questa macroregione. Si sa solo che le aziende con fatturato superiore a 2,5 milioni di euro sono 6.000. Il numero, seppure parziale, è comunque immensamente rilevante. Queste imprese, tenendo ancora presente il metro del fatturato superiore a 2,5 milioni, rappresentano un quinto della presenza economica italiana nel mondo, danno lavoro a 354.643 persone e fatturano 87,613 miliardi di euro l’anno. Per capire la portata enorme di questi dati basterà dire che il fatturato registrato dalle aziende italiane presenti in Cina è la metà di quello realizzato da quelle radicate nella sola Polonia» (Rassegna Est, 1 gennaio 2014).

La tabella che segue, elaborata con dati Ice-Reprint, riassume il peso degli investimenti italiani in alcune aree dell’Europa centrale, baltica, sudorientale e post-sovietica. Purtroppo dati attendibili più recenti non sono ancora disponibili.

Numero imprese estere partecipate da capitale italiano
2005           2008       2011
Addetti
Romania 1. 317       1.804       1.992 94.678
Polonia    621           722        737 67. 665
Russia    320           427        486 38. 012
Ungheria    353           365        366 15.373
Rep. Ceca    296           358        357 18.451
Slovacchia    205           243        255 21.807
Croazia    194           237        246 12. 247
Turchia    156           209        229 27. 815
Slovenia    145           200        218   4.681
Serbia    129           193        214 16. 095
Albania    148           190        213   5.719
Bulgaria    169           185        189 10.979
Ucraina      97           124        136   9.089
Totale 4.150         5.257      5.638 342.601

«Queste imprese, grandi e piccole che siano, provengono soprattutto dalla province del Nordest e dal settore Adriatico. La loro presenza a Est è spalmata prevalentemente in quattro paesi: Romania, Polonia, Ungheria e Repubblica ceca. Sulla Romania va aperto un discorso a parte: è in assoluto il paese con più aziende italiane, a prescindere dagli aspetti dimensionali e dai fatturati. Siamo circa a quota 28mila, di cui 16mila attive. Messe insieme, queste aziende contribuiscono al 5% del Pil romeno».

La tabella che segue permette un utile confronto:

Numero imprese estere partecipate da capitale italiano
2005            2008              2011
Addetti
CEE 4. 335           5.483             5.874 354.643
Germania 1.792            2.018             2.099 100.933
Cina    856            1.065             1.103   84.960

La Polonia diventa sempre più importante nella strategia del capitale italiano, confermando una tendenza già apprezzabile alla fine degli anni Ottanta.

«La Polonia è uno dei Paesi più interessanti dell’Est europeo: non soltanto è cresciuto e continua a crescere in maniera significativa, ma costituisce un mercato interno molto ampio in termini di produzione e di consumo. Varsavia è il decimo “cliente” del nostro Paese in termini di esportazioni: i beni maggiormente acquistati sono macchinari e componentistica, prodotti chimici, siderurgici e, ovviamente, automobili. A questo proposito, non si può non citare la Fiat come principale azienda italiana in termini di investimenti: lo stabilimento di Tychy è strategico per la casa automobilistica torinese, che dal 1993 al 2007 ha consolidato un capitale investito di 1,2 miliardi di euro. Marcegaglia, Indesit, Brembo, Agusta Westland e Gruppo Astaldi sono le altre grandi aziende italiane ad investire in Polonia, mentre per quanto riguarda il settore bancario UniCredit controlla dal 1999 Banca Pekao, il principale gruppo creditizio polacco con oltre cinque milioni di clienti e novemila filiali diffuse su tutto il territorio. Da sottolineare anche il potenziale energetico della Polonia, che possiede dei ricchi giacimenti di shale gas ancora inesplorati e che potrebbero aprire scenari inattesi nell’ottica di una maggiore autonomia energetica dal gas naturale in arrivo dalla Russia» (Davide Tentori, Il Caffè geopolitico, 7 maggio 2012).

Matteo Ferrazzi e Matteo Tacconi approfondiscono “la problematica”, e soprattutto cercano di spiegare «perché il raffronto con la Polonia ci vede perdenti»:

«La Polonia è sì sempre più un mercato di destinazione, ma evidentemente attira ancora parecchi investimenti produttivi, spesso destinati non tanto al mercato locale quanto all’export. L’Electrolux, azienda svedese, è alle prese con una imponente ristrutturazione delle attività in Italia. La vittima predestinata è lo stabilimento di Porcia, in provincia di Pordenone, che produce lavatrici. Il costo del lavoro dell’azienda in Italia (di circa  24 euro l’ora), non compete con gli stabilimenti in Polonia e Ungheria (circa 7 euro l’ora). La Indesit della famiglia Merloni è insediata da parecchio in Polonia ma sta ipotizzando di spostare ulteriori segmenti di produzione. Fabriano, un tempo company town dell’elettrodomestico, potrebbe pagarne le conseguenze. Mentre il proprietario della Firem, azienda del settore metalmeccanico con sede nel modenese, è balzato all’onore delle cronache lo scorso Ferragosto; e la Polonia era ancora una volta protagonista. Gli operai, al ritorno dalle ferie, si trovarono infatti con una brutta sorpresa. La fabbrica non c’era più ed i macchinari erano stati spostati proprio ad Olawa, non lontano da Wroclav. Infine, la Polonia è da parecchi anni il fiore all’occhiello della produzione Fiat, tanto che si è prodotto lì per lungo tempo uno dei simboli del Made in Italy, la nuova Fiat 500. La bergamasca Brembo è anch’essa insediata nel paese di Chopin. Perché le aziende puntano sulla Polonia? Intanto l’economia è solida: quella polacca è addirittura l’unica economia europea che ha evitato la recessione nel 2009. E anche ora le cose non vanno poi così male in termini di performance economica. E poi perché in tema di costo del lavoro vi è una forte differenza, questo è noto.  Il salario minimo polacco non supera i 400 euro al mese (ma i salari medi sono più elevati). L’energia per uso industriale costa dal 15 al 20% in meno rispetto all’Italia. La tassazione sulle imprese gode di aliquote di una dozzina di punti, se non di più, inferiore a quelle italiane. Tali divergenze sono raccolte anche in indici compositi quali quelli prodotti dalla Banca Mondiale (Ease of Doing Business, dove la Polonia è posizionata 20 posti prima  dell’Italia) e del World Economic Forum (6 posizioni meglio dell’Italia). La corruzione, secondo i sondaggi fatti da Transparency International, è notevolmente inferiore tra Stettino e Cracovia (la Polonia è avanti di ben 30 posizioni rispetto all’Italia). Solitamente i paesi a più basso costo del lavoro hanno un contesto operativo per le imprese meno favorevole. C’è una sorta di trade-off: o l’uno o l’altro. La Polonia invece ci batte su entrambe le dimensioni. E quindi non può sorprenderci che le imprese italiane guardino oltrefrontiera anche per produrre, finché le condizioni per fare impresa in Italia non miglioreranno» (Matteo Ferrazzi, Matteo Tacconi, Rassegna Est, 20 marzo 2014).

renzuliniDi qui, la necessità di realizzare in Italia condizioni sociali maggiormente competitive, se non rispetto alla Cina, il cui costo del lavoro è ancora inarrivabile, o della Bulgaria (costo del lavoro pari a 330 euro), almeno nei confronti della Polonia, il cui orgware (ossia le condizioni sistemiche che rendono appetibile l’investimento capitalistico) appare sempre più assimilabile a quello tedesco. La Relazione introduttiva alla celebrazione della nascita di Guido Carli letta ieri da Ignazio Visco alla LUISS di Roma è, sotto questo aspetto, assai significativa: «Coerente con questo fine è anche il ragionamento, divenuto famoso, sui “lacci e lacciuoli”. Se ne parlò ampiamente durante la sua presidenza di Confindustria, ma è interessante notare – a dimostrazione della continuità e sistematicità del suo pensiero – che egli lo utilizzò per la prima volta da Governatore, nelle Considerazioni finali del maggio 1973. […] Un ragionamento la cui pregnanza non è svanita col passare del tempo. […] Se vogliamo cogliere la reale portata del pensiero di Carli, dobbiamo concludere che i “lacci e lacciuoli” non erano solo quelli imposti dallo Stato all’impresa, ma anche quelli imposti all’impresa da schemi di pensiero obsoleti degli imprenditori, e quelli, sociali e sistemici, che impedivano ai giovani più capaci di conquistare il posto che avrebbero meritato» (I. Visco, Guido Carli e la modernizzazione dell’economia, PDF).

Nel 1973 avevo undici anni, e sto invecchiando ascoltando sempre di nuovo quel mantra: bisogna tagliare lacci e lacciuoli! Scherzi a parte, quando Renzi (e prima di lui Letta, Monti e Berlusconi) dice che «dobbiamo cambiare verso non perché ce lo chiede l’Europa, ma perché ce lo chiede l’Italia», egli ha perfettamente ragione, perché interamente italiche, nonché annose in un modo che tende al parossismo, sono le magagne strutturali (economiche, politiche, istituzionali, culturali, ecc.) del capitalismo italiano. Alla lunga (diciamo pure alla lunghissima), le vecchie strategie di politica economica volte a generare l’espansione, o quantomeno la sopravvivenza, del Made in Italy (si pensi alle svalutazioni competitive, oggi non più possibili, o al «moltiplicatore» keynesiano basato sulla spesa pubblica) bypassando la necessità delle radicali, e socialmente costose, ristrutturazioni tecnologiche e organizzative delle aziende hanno mostrato la corda. La signora Camusso e i suoi colleghi sindacalisti sono furiosi nei confronti delle dichiarazioni di Visco non perché hanno a cuore gli interessi dei lavoratori, ma perché temono di perdere il loro potere politico di collaborazione/interdizione. Sulle italiche magagne (basti pensare al divario Nord-Sud e al “sistema di potere” meridionale che su esso ha lucrato) si sono radicate forti rendite di posizione. Chiudo la parentesi.

A proposito della Cina, c’è da dire che «La presenza di una componente più elevata rispetto alla Germania di prodotti di bassa qualità nell’export [italiano] aumenta l’esposizione dell’Italia nei confronti della competizione cinese. L’Italia si è concentrata sull’esportazione di beni di “media qualità”. L’export italiano è cresciuto soprattutto grazie alle macchine utensili e ai componenti legati all’industria meccanica. Il Paese è forte nel tessile e nel food & beverage, mentre i tedeschi hanno puntato sull’alta qualità, soprattutto automotive e prodotti legati all’elettronica» (Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2013).

«Il plumbeo quadriennio 2008-2012 ha soltanto rafforzato la spinta a Est delle nostre aziende, tra recessione, crisi economica, spread in ascesa costante e instabilità di governo. Con buona pace dei recenti dibattiti sulla deglobalizzazione. Su questo fronte un dato di partenza è inequivocabile. Il capitalismo export-led delle piccole e medie imprese è antropologicamente cambiato, dopo essere stato la base dell’apertura dei mercati globali dagli anni Settanta, garantendo al tempo stesso la sopravvivenza del mercato interno. Le imprese internazionalizzate hanno stravolto la geografia economica italiana ed est-europea. L’italiana Brugherio (sede storica della Candy del gruppo Fumagalli), la polacca Lodz (eletta a quartier generale dall’Indesit della famiglia Merloni) e la bulgara Sliven (che ospita il gruppo tessile piemontese Miroglio) sono alcuni nodi di una nuova rete trans-territoriale. Un capitalismo trasformato che per resistere è obbligato a puntare sui flussi internazionali della competenza, dell’innovazione e della conoscenza. I fattori che rendono appetibile e sicuro il trasferimento delle produzioni in Europa orientale sono la diffusione di percorsi formativi specialistici, l’aumento del numero di lavoratori in formazione continua, i mercati interni in crescita e il rafforzamento delle istituzioni. L’Est europeo del 2012 decreta la morte di un mito: quello della specializzazione polarizzata tra produzione ad alta competenza controllata dai paesi avanzati e produzione di bassa qualità destinata ai paesi di delocalizzazione. L’Europa orientale offre scenari ben diversi dalla deregulation, dall’instabilità istituzionale e dalla scarsità di manodopera specializzata. In un mercato globale sempre più minato dalla crisi economica, l’80% delle imprese italiane che hanno intrapreso la via della delocalizzazione ha scelto paesi come Bulgaria, Polonia, Romania e Ungheria […] A vent’anni dall’apertura dei mercati dell’Est Europa, la geografia dei flussi produttivi e distributivi italiani va drasticamente cambiando. Le imprese nostrane radicate tra Balcani e spazio post-sovietico confermano che sta emergendo un capitalismo caratterizzato da nuove relazioni con i territori locali. Il punto critico è proprio questo. Qual è la proiezione strategica delle élites imprenditoriali che scelgono di delocalizzare? La questione dell’attitudine al rientro delle élites di impresa internazionalizzate resta innegabilmente aperta. I dati parlano chiaro: quasi nessuno fa ritorno. La stragrande maggioranza delle aziende italiane che scelgono di spostare a est i propri impianti produttivi porta via anche il capitale materiale e immateriale di competenze che hanno fatto grande il made in Italy. Cosa è accaduto? In un primo tempo la politica economica dei paesi ex sovietici ha cercato di attirare investimenti utilizzando dumping fiscale, tassi di cambio vantaggiosi, scarsi oneri sociali e deroghe nell’applicazione delle normative ecologiche. Negli anni più recenti invece ad attrarre i capitali italiani è stata anche l’emersione di un bacino di lavoratori sempre più professionalizzato e a basso costo. La crescita esponenziale delle competenze ad alta specializzazione ha trasformato l’Europa orientale da piattaforma di riesportazione in luogo di produzione e di consumo interno» (Enza Roberta Petrillo, Limes, 3 luglio 2012).

Naturalmente non bisogna sottovalutare il riscontro geopolitico e strategico del quadro economico qui abbozzato. Sotto questo aspetto appare significativo, almeno a parere di chi scrive, quanto scrisse Galli Della Loggia nel 1993, dopo gli sconvolgimenti geopolitici iniziati nel famigerato (beninteso non per chi scrive, ma per gli stalinisti d’ogni sorta e per chi sperava di lucrare forever sulle antiche rendite di posizione garantite dalla Guerra Fredda: DC e PCI in primis) e nel pieno della sanguinosa guerra balcanica. «In prospettiva, è possibile che fra Stati Uniti e Germania insorga qualche forma di antagonismo. In tal caso, da che parte staremo? Il secondo nodo strategico: quali Balcani vogliamo? […] vogliamo operare nei Balcani in funzione di larvato contenimento della preponderanza economico-commerciale tedesca? Oppure vogliamo assumere un ruolo di accompagnamento, in netto subordine, della Germania? E quali sono le aree “elettive” in cui pensiamo di far sentire la nostra voce? Slovenia, Ungheria, Croazia, Albania – secondo il vecchio disegno di Ciano, ma non solo? […] La triangolazione fondamentale è tra Comunità europea, America e Germania. Dobbiamo definire la nostra collocazione geopolitica all’interno del campo di forze segnato da questi tre pilastri. E ritrovare così un nostro centro, per evitare di essere sballottati da una riva all’altra di un mare agitato» (da Limes, 1-2 1993). Della Loggia concludeva il suo ragionamento lamentando, a mio avviso non del tutto a ragione (ma, si capisce, su questo come su ogni altro terreno della prassi sociale capitalistica si può sempre fare di più, per definizione), «la mancanza di una cultura degli interessi nazionali». Nell’epoca d’oro del craxismo ci pensò l’allora Ministro degli Esteri Gianni De Michelis, grande sostenitore della direttrice danubiano-balcanica nella penetrazione economica e politica dell’Italia, a risollevare le sorti della «cultura degli interessi nazionali».

PELLICANOUn Tizio che stima essere quella «cultura» sempre intollerabilmente sviluppata (parlo di me), scriveva quel che segue nel remoto ’92 (a proposito dell’Operazione Pellicano: circa 800 militari italiani spediti a Durazzo e Valona per impedire che la popolazione albanese, ridotta in una intollerabile condizione di miseria dall’ex regime stalinista, invadesse le italiche e opulente sponde): «La penetrazione di un imperialismo in una determinata area geopolitica ha bisogno in primo luogo di una forza economica alle sue spalle che gli dia forza e slancio, e di una volontà politica che dia razionalità e coerenza a questo slancio. […] L’italianizzazione dell’Albania è un processo che si è rimesso in moto dopo la lunga pausa seguita alla Seconda guerra mondiale, la quale segnò una drammatica battuta d’arresto nel progetto espansionistico italiano in quello che è a tutti gli effetti il cortile di casa “allargato” del Bel Paese lungo le due direttrici geopoliticamente sensibili Est (Balcani, Danubio) e Sud (Nord’Africa). […] L’imperialismo italiano mostra di essere diventato, almeno nelle aree di sua competenza strategica geopolitica e geoeconomica, un moderno ed efficace meccanismo egemonico, e questo costringerà lo Stato ad accelerare i processi di ridefinizione politico-istituzionali già in corso, con ciò che ne segue sul terreno della politica interna in termini di sacrifici per le classi subalterne, e di richiesta di più ordine e disciplina» (Filo Rosso, marzo 1992). Eravamo alla vigilia della indecorosa fine della cosiddetta Prima Repubblica. Ma ritorniamo ai nostri giorni!

«Se il Mediterraneo rappresenta una regione naturale per la proiezione geopolitica dell’Italia, a causa della sua posizione centrale all’interno del bacino che congiunge Europa e Africa settentrionale, anche l‘Europa dell’Est non è da meno. La parte orientale del Vecchio Continente, che dal confine di Trieste si estende fino al limite con la Russia, costituisce un’area molto vasta e di sicuro interesse strategico per il nostro Paese, non soltanto meramente geopolitico (soprattutto per quanto riguarda i Balcani) ma anche economico (in particolare per quanto riguarda i Paesi recentemente entrati nell’Unione Europea e che hanno attirato ingenti investimenti esteri). Dalla cooperazione politica a quella economica, dunque, passando per le questioni geostrategiche e militari, l’Europa dell’Est si caratterizza per essere un asse prioritario della dimensione internazionale italiana. Del resto, la posizione di Roma è sempre stata, almeno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con un occhio rivoltoad Est. […] Per ragioni eminentemente geografiche, i Balcani sono la regione nella quale la presenza italiana è più attiva a livello istituzionale, con iniziative di cooperazione politica e strategico-militare. Innanzitutto, il nostro Paese ha giocato un ruolo molto importante nel promuovere l’adesione all’Unione Europea di Stati come la Slovenia, la Bulgaria e la Romania, ed in questo ultimo periodo di ulteriori candidati come Croazia, Montenegro e Serbia. Lo status ufficiale di candidato alla membership è stato concesso a Belgrado proprio nello scorso febbraio e il Presidente del Consiglio Mario Monti ha dedicato una delle sue visite ufficiali all’estero proprio alla Serbia. […] Per quanto riguarda le iniziative strategico-militari, anche in questo caso l’intervento attivo dell’Italia si è rivelato importante per pervenire all’allargamento dei confini della NATO con Albania e Croazia nel 2009 (che da Alleanza Atlantica ha spostato il proprio baricentro verso il Mediterraneo, grazie a questi nuovi inserimenti). Inoltre, a livello bilaterale e non multilaterale, l’Italia ha espresso il suo impegno in prima linea istituendo partenariati strategici con Serbia e Albania e dei Comitati di Coordinamento che si riuniscono periodicamente con Croazia e Slovenia. […] Con i Paesi dell’area sono presenti anche diverse iniziative nel quadro della cooperazione allo sviluppo, attraverso le quali l’Italia eroga finanziamenti volti al sostegno di settori specifici delle economie balcaniche, come agricoltura e piccole e medie imprese manifatturiere. L’Italia ha anche contribuito ad istituire nel 2000 con i Paesi dell’area balcanica l’Iniziativa Adriatico-Ionica, all’interno della quale vengono effettuati periodici incontri interministeriali (round tables) nei settori dello sviluppo delle PMI, del turismo, cultura e cooperazione interuniversitaria, ambiente e protezione dagli incendi» (Davide Tentori, Il Caffè Geopolitico, 7 maggio 2012).

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