LA CONSAPEVOLEZZA E IL CONSOLIDAMENTO DELLA POTENZA CAPITALISTICA CINESE

Ecco come Romano Prodi, studioso della società cinese e grande amico del Partito-Regime di Pechino, presentava ieri sulle pagine del Messaggero la prossima apertura del «19° Congresso del Partito Comunista Cinese. Un evento che deciderà in modo irrevocabile la futura politica di una Cina ormai diventata potenza globale nel campo politico, economico e militare»:

«La futura politica della Cina viene bene riassunta dalle due espressioni che più sono ripetute nelle informali discussioni precongressuali. Due espressioni che suonano come “consapevolezza e consolidamento” del ruolo della Cina nel mondo. Il paese che fino a pochi mesi fa veniva definito dai sui stessi governanti come un paese “in via di sviluppo” si prepara cioè ad un Congresso che vuole prendere apertamente atto di un grande obiettivo: giocare un ruolo di assoluta primazia nel futuro del pianeta. Prima di tutto con uno sforzo interno di trasformazione di un paese in cui ogni giorno nascono quindicimila nuove imprese, si abbandonano le produzioni a basso valore aggiunto, aumentano vertiginosamente le spese in ricerca e si sfida il primato mondiale in settori di vitale importanza nel futuro, come l’automobile elettrica e i supercomputer. Obiettivi che debbono accompagnarsi alla sostituzione di consumi agli investimenti, alla riforma del sistema bancario e alla riduzione delle inefficienze di molte imprese pubbliche. In politica estera saranno gli anni della concreta attuazione della via della Seta, che si traduce in un enorme impegno per l’espansione verso l’estero, attraverso una presenza pervasiva nell’Asia Centrale e una crescente influenza in Europa ed Africa. Un progetto di proiezione economica verso l’estero che non ha uguali. Il tutto accompagnato da un processo di modernizzazione e di rafforzamento degli apparati militari, anche se fino ad ora vi è una sola base militare all’estero (a Gibuti) di fronte alle alcune centinaia che gli Stati Uniti presidiano in tutto il mondo. Xi Jinping potrà aprire il Congresso con la consapevolezza che il progetto di spingere la Cina verso la primazia mondiale si fonda sulla condivisione di un nuovo sentimento di orgoglio nazionale».

Molti analisti di geopolitica segnalano con preoccupazione il crescente ruolo che Xi Jinping si sta ritagliando al centro del regime cinese, un ruolo paragonabile, mutatis mutandis, solo a quello avuto dal grande leader storico della Cina moderna Mao Tse-tung. Di certo c’è il fatto che la grande campagna moralizzatrice degli ultimi anni ha avuto un segno politico inequivocabile, tutto centrato sulla necessità di tagliare «alcuni nodi di potere che potevano condizionare la compattezza del comando della Cina. In conseguenza di queste decisioni politiche molti osservatori pensano che il prossimo congresso voterà in favore di un ulteriore accentramento del potere, con il passaggio da sette a cinque componenti del Comitato Centrale, che dovrebbe essere in ogni modo totalmente rinnovato. Rinnovato per fare che cosa?», si chiede Prodi. Questo in parte lo abbiamo già visto, lo vediamo oggi e lo vedremo soprattutto nel prossimo futuro.

Recensendo il libro di Simone Pieranni Cina globale (manifestolibri) Toni Negri parla della forte iniziativa imperialista cinese nei termini di un «discreto sogno imperiale». Verrebbe da dire: «discreto» solo fino a un certo punto, anche sul terreno squisitamente militare; e poi perché definire «imperiale» quel «sogno» e non invece, come pare più corretto a chi scrive, schiettamente imperialista? È sufficiente riflettere sull’espansione economico-finanziaria del capitalismo cinese, ad esempio in Africa, per capire che il concetto di imperialismo si applica a meraviglia alla Cina del XXI secolo. E senza che ciò significhi in alcun modo, come pensano i nostalgici del maoismo, una rottura radicale con l’esperienza rivoluzionaria nazionale-borghese (cosiddetta “socialista”) iniziata nel 1949. Esperienza che ha invece posto le premesse politiche e sociali dell’eccezionale decollo capitalistico della Cina moderna agli inizi degli anni Ottanta.

Alla Cina di Mao si può certamente attribuire, come fa Negri, il merito storico della «grande rinascita della nazione cinese: una rinascita costruita e gestita dal Pcc». Un merito che tuttavia non travalica di un solo millimetro i confini, appunto, della dimensione nazionale-borghese. A mio modestissimo avviso il Partito di Mao fu “comunista” solo di nome, esattamente come lo fu il partito “fratello” russo. Scriveva G. Carocci nell’Introduzione al libro di Maria Weber La Cina alla conquista del mondo (Newton, 2006): «Considerata in una prospettiva storica, la rivoluzione cinese, forse la più grande del ventesimo secolo, è stata paradossalmente il modo in cui si è affermato in Cina il capitalismo». A mio avviso non «paradossalmente», ma necessariamente, appunto perché quella rivoluzione non uscì mai dal quadro nazionale-borghese, sempre al netto della fraseologia pseudo marxista (condita in salsa cinese) usata dai suoi protagonisti, la quale certamente poteva impressionare gli intellettuali occidentali ormai stanchi della grigia propaganda filosovietica e alla ricerca di un nuovo mito “socialista”, magari più fresco ed esotico, ma che non poteva in alcun modo cambiare la natura del processo sociale avviato in Cina con la Rivoluzione del 1949. I fatti hanno la testa dura, come si diceva un tempo, e non si lasciano commuovere dalle liturgie ideologiche, siano esse di rito Russo (“ortodosso”), siano esse di rito Cinese.

Sulla rivoluzione cinese e sul maoismo rinvio a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese; diversi post sulla Cina sono stati pubblicati in questo Blog e per trovarli basta compulsare il suo motore di ricerca. Riprendo il filo del discorso.

La stessa «via della seta» che Negri ha cura di ricordare («un percorso marittimo e terrestre, sul quale costruire infrastrutture che permettano un più stretto collegamento fra la Cina, l’Asia centrale e meridionale e l’Europa») parla il linguaggio del Capitalismo giunto nella sua piena maturità imperialistica, se mi è consentito scopiazzare Lenin. D’altra parte Negri è più affezionato al concetto di impero che a quello di imperialismo. Su questo aspetto rinvio al post Quel che resta di Negri.

«Essa [la Cina] è l’unico grande paese industriale che subisce la crisi [del 2008] in maniera secondaria: ciò le permette oggi di esprimere una politica globale, da “grande potenza”». Sono sicuro che se Negri ci avesse intrattenuto sul “sogno” di un altro «grande paese industriale», ad esempio sul “sogno”degli Stati Uniti o del Giappone, certamente egli avrebbe aggiunto alla locuzione appena riportata la seguente precisazione: capitalistico. Per me la Cina è appunto un grande Paese industriale capitalistico, e non potrebbe essere diversamente nell’epoca in cui il rapporto sociale capitalistico domina in tutto il pianeta e influenza, in modo più o meno diretto e visibile, ogni aspetto della nostra esistenza. Dimenticanza o ambiguità da parte dell’intellettuale padovano? Ma forse egli dà per scontata la natura pienamente capitalistica della Cina mentre io, fedele al mio deprecabile settarismo, mi sforzo di individuare magagne ideologiche che non ci sono. Forse!

Scrive David Harvey: «La mia opinione è che anche se ci furono aspetti negativi, ovviamente, della storia dell’Unione Sovietica, onestamente, da quando è caduto il muro di Berlino il mondo non è certo diventato un posto migliore, in nessun modo. È peggiorato significativamente, e il motivo per cui non è peggiorato cosi prima è perché esisteva la minaccia del comunismo. Quando è sparita la minaccia del comunismo, ha lasciato un vuoto in cui ora regna il capitale, senza l’opposizione di nessuna forza, che ha portato all’accumulazione velocissima di ricchezza totalmente sbilanciata da parte di un gruppo minuscole della popolazione. E per me, l’unico antidoto possibile è ancora la Cina, nel senso che la Cina non è un paese pienamente capitalista nel senso normale del termine, e non è ancora chiaro come la Cina agirà». Chissà se Negri è d’accordo con questa ultrareazionaria posizione, tipica degli orfani e dei nostalgici del mondo perduto della Guerra Fredda.

Scriveva Negri su un saggio-intervista del 2006 (Goodbye Mr. Socialism, Feltrinelli): «Al momento della morte di Mao e dell’avvio del processo alla Banda dei Quattro, dal 1976 in poi, fino al 1989, si aprì [in Cina ] un dibattito estremamente importante, su quale modernità abbracciare. Era acquisita l’unanimità rispetto alla critica verso la Rivoluzione culturale, però restava la domanda: “Un’altra modernità è possibile?” Nel 1989, il Partito comunista cinese ha deciso che un’altra modernità non fosse possibile, che la sola modernità possibile fosse quella capitalistica, perdendo secondo me in quel momento e con quella decisione politica il treno dell’informatica e del lavoro cognitivo. […] Tien-An-Men è  questo: lo scontro tra il Pcc, che aveva scelto la via americana capitalisticamente classica, contro gli studenti e soprattutto contro il proletariato di Pechino che sostenevano gli studenti». Personalmente non capisco, per un evidente difetto di dialettica storico-economica, se Negri concepisca l’opzione “informatico-cognitiva” come una modernizzazione in ogni caso interna al modo di produzione capitalistico, come io credo, oppure se tale scelta, se presa, avrebbe portato la società cinese in direzione di un oltrepassamento del Capitalismo. In ogni caso è evidente che l’intellettuale italiano avrebbe preferito di gran lunga l’opzione “informatico-cognitiva” su quella «capitalisticamente classica» di stampo americana, e ciò probabilmente si spiega con la sua teoria proletario-cognitivista.

In effetti, la repressione del giugno ’89 va vista a mio avviso alla luce delle forti tensioni sociali, nazionali, etniche e financo generazionali generate dalla violenta accelerazione del processo di sviluppo capitalistico verificatosi in Cina appunto nei primi anni Ottanta, quando l’ambizioso programma di modernizzazione economica annunciato nel 1978 da Deng Xiaoping iniziò a essere implementato con confuciano rigore e su vasta scala. Per parafrasare la celebre battuta del Grande Timoniere, l’accumulazione/modernizzazione capitalistica, sebbene con «caratteristiche cinesi», non è mai stata, da nessuna parte, un pranzo di gala. La rivendicazione di una maggiore «agibilità politica» (sindacati liberi, stampa libera, associazionismo studentesco non irreggimentato dentro le strutture del Partito-regime, ecc.) e le stesse illusioni democratiche dei manifestanti, fomentate allora dalla perestrojka gorbacioviana e dal «sogno americano», hanno senso solo se considerate alla luce del grande rivolgimento sociale prodotto dal definitivo “decollo” del capitalismo cinese come nuova fabbrica del mondo, un fatto che ha avuto un grande impatto sull’intera struttura capitalistica mondiale, come sanno bene anche i salariati occidentali, la cui svalorizzazione (relativa e, in molti casi, assoluta) e la cui accresciuta produttività si spiegano appunto anche alla luce dei successi del Capitalismo cinese. Ricordo che nell’89 molti “comunisti” occidentali liquidarono il Movimento studentesco cinese come «entità controrivoluzionaria» solo perché esso aveva osato portare in Piazza Tienanmen un facsimile della statua della Libertà: che orrore! Meglio l’austero faccione del dittatore “rosso”.

«Al nuovo secolo cinese corrisponde forse il declino americano?», si chiede Negri nell’Introduzione citata in apertura: «Si può davvero pensare che il predominio geopolitico americano abbia lasciato spazio alla nuova potenza cinese? La discussione è aperta. […] È quindi sul terreno egemonico, che l’alternativa cinese si propone. Essa evita di presentarsi in un confronto diretto con la potenza americana ma agisce piuttosto in maniera trasversale». Ciò che Negri chiama «terreno egemonico», probabilmente anche per richiamare concetti cari alla sinistra italiana di matrice gramsciana («la parola “egemonia” è un sigillo che permette agli ortodossi di riconoscersi tra loro», avrebbe forse detto Marx), per me non è che una competizione interimperialistica sistemica; trattasi di una vera e propria guerra generalizzata: economica (industriale, commerciale, finanziaria, monetaria), scientifica, tecnologica, politica, geopolitica (strumento militare incluso), ideologica, psicologica. Per quel che ho capito, Pieranni e Negri osservano l’«incrociarsi di ostilità nazionaliste e di pretese egemoniche» solo nel campo dei competitors (Stati Uniti, Russia, India), mentre la Cina cercherebbe di implementare un progetto di globalizzazione fortemente inclusiva e pacifica: quella cinese sarebbe una “benevola” egemonia osteggiata dalla politica protezionista e muscolare (sul piano militare) di Trump. Scrive Pieranni: «La globalizzazione cinese ed il suo concetto di global governance si basa dunque su alcuni assiomi: armonia dal punto di vista diplomatico, mercati liberi ed in grado di far girare agevolmente merci e investimenti, pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità». Che bella globalizzazione! Insomma, Pieranni e Negri si limitano a riportare senza alcun commento ciò che da decenni ripete la propaganda politico-ideologica del regime cinese: «Pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità». Perfino il terribile Trump sottoscriverebbe le celesti intenzioni del regime cinese!

Nel 2008 Zhao Tingyang ha esposto con estrema chiarezza la filosofia dell’imperialismo cinese del XXI secolo con­trapponendo al mondo hobbesiano degli occidentali, fondato sugli Stati nazionali, il mondo-centro confu­ciano, fondato sull’armonia. «Se una politica è positiva ed è accettata da tutti diventerà la politica del mondo intero. È il sistema che noi chiamiamo “tutto-sotto-il-cielo”. Questa idea della politica si affermò in Cina tremila anni fa. Essa rappresentava la concezione ci­nese della politica mondiale. Nel sistema “tutto-sotto-il-cielo”, quando una società è largamente accettata dall’umanità, assurge a paradigma internazionale. In questo senso, l’attuale mondo anarchico è non-mondo. In altre parole, oggi il mondo in senso politico non esiste, mentre esiste in senso geografico […] Lo spirito del sistema Zhou era quello di massimizzare la coope­razione e minimizzare i conflitti […] Col trascorrere del tempo, l’immagine della Cina che si è andata af­fermando nel mondo è quella dell’impero cinese. Ma si tratta di un grave travisamento del nostro pensiero. Come eredità della dinastia Zhou, il sistema “tutto-sotto-il-cielo” ha sempre rappresenta­to la concezione cinese del mondo. I filosofi cinesi di varie generazioni ne hanno offerto per migliaia di anni nuove inter­pretazioni. Quel sistema influisce ancora oggi nel modo in cui i cinesi interpretano la politica. Non è possibile comprendere la politica cinese se non si comprende prima il sistema “tut­to-sotto-il-cielo”. Ogni cosa dipende dalle altre. La coesistenza è necessaria all’esistenza. Questa è l’ontologia cinese. […] Laozi disse che se si vuole capire il mondo bisogna osservare le cose dal punto di vista del mondo intero» (Limes, 11/07/2008). Ora che l’economia capitalistica ha davvero fatto del nostro pianeta un solo mondo; ora che tutti gli individui vivo­no sotto un solo cielo, cioè sotto un solo rapporto sociale di dominio e di sfruttamento, la Cina può seriamente aspirare a porsi al centro del mondo, rendendo concreta l’”utopia” della dinastia Zhou.

Che poi Negri guardi con un occhio di riguardo, per così dire, al regime cinese si capisce anche dalla preoccupazione che segue: «Sono talvolta spaventato dall’intensità della lotta ideologica attorno alla ridefinizione della “nazione” cinese. È fuori dubbio, e Pieranni sarà d’accordo, che ogni definizione di populismo diventerà derisoria se dovessimo confrontarla alla nascita di un eventuale nazionalismo cinese, all’emergere, non più fantasmatico, di un “dragone rosso”. Malgrado tutto – ed è opportuno doverlo ammettere – il partito comunista cinese si rivela assai efficace nel controllare ogni pericolo su questo terreno». Da notare: «talvolta» (quale tatto! quale prudenza! quale cautela!) e «eventuale nazionalismo cinese». Eventuale! Ma per fortuna «il partito comunista cinese» si mostra ancora in grado di contenere la bestia nazionalista che si agita nel sottosuolo cinese. Qualcuno avverta l’intellettualone di Padova che ormai da decenni il “dragone rosso” è venuto fuori dalla dimensione “fantasmatica” per recitare un ruolo di grandissimo rilievo sulla scena interna e internazionale. Altro che eventuale: il nazionalismo cinese è una gigantesca realtà! Cosa attestata, tra l’altro, dalla questione Hong Kong e dalle tensioni politico-militari con il Giappone per ciò che riguarda il Mar Cinese Orientale e Meridionale.

«Il libro di Pieranni ha il merito tutto teorico di identificare il nuovo terreno sul quale, oggi, la ricerca dell’ordine globale (e le alternative ad esso) non può non concentrarsi. L’ordine globale sta infatti costruendosi sull’orizzontale dei rapporti di forza piuttosto che sull’asse verticale del potere sovrano, ed è investito da flussi globali ed attraversa le frontiere, si propone di coordinare mobilità e molteplicità degli attori. Se lì si forma l’ordine mondiale, è lì dentro che dobbiamo analizzare i rapporti di sfruttamento ed organizzare la lotta di classe». In effetti «l’ordine globale» si è sempre costruito «sull’orizzontale dei rapporti di forza» economici, e alla fine la cosa diventa palese attraverso eventi (vedi il crollo dell’Unione Sovietica e l’ascesa di Paesi come la Germania e il Giappone) che lasciano sbigottiti solo chi osserva la contesa interimperialistica da una prospettiva politicista e ideologica. Presto o tardi il reale fondamento sociale dell’imperialismo viene a galla, ed è per questo che mi fa ridere quando qualcuno presenta l’imperialismo cinese dei nostri giorni nei termini di un «soft power» fondamentalmente pacifico.

In un articolo pubblicato il 14 luglio 2017 sul Manifesto Pieranni ha ricordato  Liu Xiaobo, il premio Nobel cinese per la pace del 2010 morto dopo anni di persecuzioni e di galera. «Liu Xiaobo è morto in un ospedale cinese, come successe a un unico altro Nobel, il giornalista tedesco von Ossietzky, morto nel 1938 in ospedale mentre era ancora sotto custodia dei nazisti». Lo ammetto: questo “oggettivo” accostamento tra nazionalsocialisti e socialnazionalisti mi garba molto. «In Charta 08 – prosegue Pieranni – oltre alla richiesta di democrazia, elezioni, divisioni dei poteri, rispetto per i diritti umani e federalismo repubblicano, si invitava anche a smantellare le aziende di stato, a privatizzarle. Analogamente veniva proposta la privatizzazione delle terre. E più di tutto si chiedeva una riscrittura completa della costituzione cinese. Per Pechino si trattò di un documento che aveva superato ogni limite del consentito, perché non solo criticava lo status quo, ma metteva anche in evidenza i passaggi politici possibili per mutare l’ordinamento politico cinese».

Ora mi chiedo: se domani, e sottolineo se, la società cinese venisse investita da una “Primavera” che avesse come sua piattaforma politico-economica la Charta liberale e liberista di Liu Xiaobo, come si comporterebbero, quali parti sosterrebbero Pieranni e Negri nel caso in cui il regime, che com’è noto ha al cuore «il partito comunista cinese», decidesse di reprimerla e annegarla nel sangue come accadde ventotto anni fa? È una pura curiosità, intendiamoci. Come mi comporterei io? Di certo non prenderei le parti del regime stalinista con caratteristiche cinesi; di certo non mi preoccuperei per l’integrità nazionale della Cina minacciata dal caos sociale, e di certo non tiferei per il Capitalismo di Stato con caratteristiche cinesi minacciato da un programma di liberalizzazioni economiche. Come dice Negri, anche in Cina si tratta di «organizzare la lotta di classe», senza alcun riguardo per le diverse fazioni (nazionali e internazionali) della classe dominante. Detto en passant, secondo dati ufficiali in Cina il settore privato genera il 60 % del Pil e occupa l’80 % della forza-lavoro. Grandi e numerose sacche di inefficienza e di corruzione si possono individuare soprattutto nel settore statale del Capitalismo cinese. Anche da questo punto di vista “tutto il mondo è Paese”.

E qui per oggi mi fermo, pronto a ritornare sulla questione dopo aver letto il fondamentale discorso del Premier cinese.

Annunci

ALCUNE RIFLESSIONI SULLA CATALOGNA

Ho scritto questo post ieri.

Madrid, ladrona, la Catalogna non perdona! Confesso che è il famoso slogan leghista che mi viene in mente leggendo le dichiarazioni rilasciate in questi giorni dai leader politici e dagli intellettuali catalani favorevoli all’indipendenza della Catalogna. Centralismo, oppressione fiscale, identità culturale, servilismo nei confronti di Bruxelles (e quindi della Germania): i temi trattati dagli indipendentisti catalani sono, mutatis mutandis, gli stessi che i leghisti masticano ormai da molti anni, se non decenni. Naturalmente dicendo questo non intendo affatto disconoscere o sottovalutare la peculiarità della questione catalana, la quale tuttavia non inficia, a me pare, l’essenza del ragionamento che intendo fare. Secondo Riccardo Pennisi (Limes) «L’anti-catalanismo del Partito popolare del premier Rajoy e la narrativa indipendentista sostenuta dalle fazioni attualmente al potere a Barcellona hanno creato una contrapposizione tra governo centrale e generalitat». Governo centrale o Generalitat; Madrid o Barcellona: per chi tifare? Ma siamo poi costretti a tifare?

Come Veneto e Lombardia la Catalogna è una delle regini più ricche – forse la più ricca – e dinamiche della Spagna: «La catalogna ha un Pil superiore a 200 miliardi, poco più di un quinto dell’intera Spagna. Come Pil procapite equivale alla Norvegia ma senza il suo petrolio, con gli abitanti della Svizzera in un territorio come il Belgio. La contesa è sui 17 miliardi che il reddito catalano fa incassare a Madrid, che ha rafforzato in questi anni la dipendenza della Generalitat dai propri trasferimenti. La Catalogna ha esportato 65 miliardi all’estero nel 2016 tra beni e servizi, di cui oltre un terzo verso paesi Extra Ue, e il flusso verso la Spagna è stato di 48 miliardi. Nel post 2008, la crescita dell’export catalano è stata spettacolare, dal minimo di 41 miliari nel 2009 fino ad aumentare di oltre un terzo, con trimestri su trimestri in cui la sua crescita era il 5-7%. Da quattro trimestri il suo Pil congiunturale cresce più del 3,5%. La sua disoccupazione è inferiore di oltre un terzo alla media spagnola. Vanta rispetto alla Spagna il più alto numero di ERC le borse di ricerca avanzate europee nelle sue Università. Barcellona è la prima meta turistica spagnola: ogni anno assorbe oltre 30 milioni di visitatori. E alla Generalitat regionale Barcellona ha aggiunto un modello di città metropolitana con una pianificazione strategica decennale che mobilita tutte le categorie economiche e le forze culturali e civili della metropoli» (Oscar Giannino, Il Messaggero). Come si vede, l’aspetto strutturale del problema ha un peso decisivo nella questione catalana. L’ineguale sviluppo capitalistico genera contraddizioni e tensioni sociali a tutti i livelli: locali, nazionali e mondiali. Per Giannino la società catalana rappresenta un modello virtuoso e irriducibile che non può essere cancellato dalla repressione dello Stato centrale: «Più ancora che per i Paesi baschi, l’autonomismo catalano non è stato piegato nella storia né dai re di Aragona né da quelli di Castiglia, né dalle stragi e dalle fucilazioni di Franco. I nuovi arresti creano nuovi eroi di una lunghissima epica, alimentano nuovi radicalismi invece di evitarli attraverso una trattativa politica seria. Su una maggiore autonomia che i catalani, con il loro modello avanzato di governance e successo economico, hanno mostrato da decenni di meritare. Credere che esistano Costituzioni immodificabili è un errore catastrofico del formalismo costituzionalista». Quel «formalismo costituzionalista» che il Professor Gianfranco Miglio, il cosiddetto teorico della Lega, tanto odiava.

Su un post dedicato al referendum scozzese del 2014, ricordavo quanto ebbe a dire, agli inizi degli anni Novanta, proprio Miglio: «Lo Stato nazionale è arrivato ormai alla conclusione della sua parabola storica. Nella vecchia logica dello Stato moderno si cercava ciò che poteva unire le nazioni e si rifiutava ciò che le divideva. Oggi la gente rifiuta questa maniera di ragionare. L’hanno rifiutata in Cecoslovacchia, la stanno rifiutando in Belgio e in Canada, per non parlare dell’ex impero russo. A poco a poco questa linea verrà respinta dappertutto, perché prevarrà la forza dell’economia, del mercato mondiale» (Ex uno Plures, Limes 4/93). La forza dell’economia, argomentava Miglio, ridisegna la mappa geopolitica del Vecchio Continente, ma non ne fa scaturire nuovi assetti istituzionali, bensì «aree coerenti», ossia agglomerati economici e sociali che travalicano i vecchi confini nazionali e che mettono in crisi anche le vecchie istituzioni internazionali, entrambi disegnati su misura degli stati nazionali «ottocenteschi». «Ecco la radice del neofederalismo», concludeva Miglio: «È un’idea molto democratica, perché fondata sulla libera volontà di stare insieme. È un nuovo diritto pubblico, fondato sul contratto, sulla puntualità di tutti i rapporti, sulla eliminazione dell’eternità del patto: si sta insieme per trent’anni, cinquant’anni, poi si ridiscute tutto. Ma per quel periodo l’accordo va rispettato».

Forse molti catalani, anche di orientamento politico sinistrorso, sottoscriverebbero le parole del defunto Professor Miglio. Di certo le sottoscriverebbe il Ministro degli Esteri catalano Romeva: «Appena 25 anni fa non esistevano sette dei 28 Stati dell’Unione Europea. Fra dieci anni chissà? Con la Catalogna saranno otto. La Storia non si ferma. Vedrà, anche l’Europa ne trarrà vantaggio. Sarà un’unione migliore, non più fatta su misura degli Stati centralisti nati secoli fa» (Il Corriere della Sera). Vedremo. Intanto «L’Ue prende posizione nello scontro fra il governo spagnolo e le autorità di Barcellona sul referendum per l’indipendenza della Catalogna. La portavoce della Commissione europea ha ribadito che Bruxelles “rispetta l’ordine costituzionale della Spagna come con tutti gli stati membri ed è in seno a questo che tutte queste questioni dovranno o potranno essere affrontate”. Anche Parigi si schiera “per una Spagna forte e unita”» (ANSA). Non avevo dubbi a tal proposito.

Va anche ricordato che il “primo” Bossi, “il Senatur” che solitario dagli scranni del Senato gridava «Roma Ladrona», insisteva molto sulla sostanziale continuità tra il regime fascista e la Repubblica antifascista, la quale difatti negava la piena libertà ai «popoli del Nord», mentre attraverso la leva fiscale ne rubava la ricchezza generata dal duro lavoro. Sebbene da una prospettiva completamente diversa (radicalmente opposta), anche chi scrive spesso sottolinea questa continuità sistemica (soprattutto di natura sociale) tra Fascismo e Repubblica. Ho ricordato il “giovane” Bossi perché oggi gli indipendentisti catalani sottolineano la continuità tra il regime franchista e quello post franchista venuto alla luce nel ’78, e l’intervento repressivo del Premier Mariano Rajoy ai loro occhi rappresenta una schiacciante conferma di questa tesi. «Trecento professori universitari – riflettendo l’orientamento di una parte certo non secondaria dell’opinione pubblica – esortano il governo a “usare la forza legittima dello stato” contro il separatismo catalano» (La Repubblica). Questo pronunciamiento è davvero degno del franchismo, non c’è che dire.

Ovviamente il leader del Partido Popular rigira la frittata indipendentista e sostiene che in base alla vigente Costituzione spagnola il referendum sull’indipendenza della Catalogna si configura non come un’espressione di democrazia e di libertà, come sostengono i leader secessionisti, ma come un vero e proprio golpe, oltre che come un attentato alla sacra unità del Paese. Prima di spedire la Guardia Civil a Barcellona il Premier spagnolo ha avuto cura di ricordare a tutti i cittadini che l’articolo 155 della Costituzione autorizza il governo, se una comunità autonoma non rispetta le regole, ad «adottare le misure necessarie» per obbligare la regione ribelle a compiere i propri doveri e «proteggere l’interesse generale». Anche lo scrittore peruviano Vargas Llosa, che conosce molto bene Barcellona, sostiene la tesi del referendum come colpo di Stato: «Allora, negli anni Settanta, il nazionalismo era qualcosa di antiquato e anacronistico, da non prendere sul serio. Oggi invece è una malattia che sfortunatamente si è aggravata. La mia speranza è che il Governo abbia la forza necessaria per frenare questo colpo di Stato» (Linkiesta). Io nutro altre speranze, le quali purtroppo tendono di solito a rimanere deluse. Piuttosto è da chiedersi come mai in pochi anni l’indipendentismo catalano ha conquistato tanto terreno. C’è però da dire, “per completezza d’informazione”, che non sono pochi gli analisti politici spagnoli, non necessariamente “servi di Madrid”, che sondaggi alla mano sostengono che la maggioranza dei catalani non vuole l’indipendenza ma un’autonomia regionale “più spinta”, soprattutto sul versante del prelievo fiscale. E pare che Madrid su questo terreno qualcosa potrebbe concedere, purché si abbandoni per sempre «la chimera referendaria». Bastone e carota, come sempre.

Molti analisti spagnoli ed europei pensano che alla fine un compromesso tra Madrid e Barcellona verrà raggiunto proprio mettendo mano alla Costituzione spagnola così da rendere possibile un «referendum legale» riconosciuto da tutte le parti. In Europa soprattutto la Cancelliera di ferro teme intempestive e troppo avventate iniziative repressive da parte di Rajoy, che potrebbero azzerare in un attimo quella che secondo Berlino rappresenta una storia di successo, ossia l’uscita dalla crisi economica della spagna dopo anni di dolorosa cura “austerica”. Chissà, forse Angelona spera nella superiore saggezza del Monarca: Felipe se ci sei batti un colpo – non un golpe!

Che lo Stato spagnolo nella sua attuale configurazione vada in frantumi non mi provoca nessuna preoccupazione, tutt’altro! Che la crisi spagnola possa provocare un effetto domino in grado di mettere in crisi l’Unione Europea è cosa che non mi toglie né il sonno, né la fame, anzi! Se e quando “il popolo” del Veneto e della Lombardia vorrà dire addio all’Italia com’è venuta fuori dal Risorgimento e da due guerre mondiali, state pur certi che non mi vedrete scrivere articoli antisecessionisti, indipendentemente dal colore politico del partito che si mettesse alla testa del processo secessionista. Dal mio punto di vista si tratta semmai di vedere se e come le classi subalterne potranno avvantaggiarsi dell’eventuale crisi del Sistema-Paese e del conseguente caos politico-istituzionale, non dico per “fare la rivoluzione” (siamo realisti!), ma quantomeno per crescere in potenza politica (in autonomia di classe) così da migliorare a loro vantaggio i rapporti di forza sociali, oggi favorevoli alle classi dominanti in modo oltremodo imbarazzante – almeno per chi tifa contro il Capitale, e non solo contro la Capitale…

Sempre per come la vedo io il sovranismo/nazionalismo catalano non appare meno antiproletario e reazionario di quello spagnolo, neanche un po’. Anzi, la piccola patria catalana (o veneta, o lombarda, o siciliana) fa rinverdire nel cuore delle classi subalterne che hanno avuto la ventura di nascere in una certa regione della Spagna (e del pianeta) sentimenti ultrareazionari che hanno modo di ritrovare una certa vitalità solo quando gioca la squadra del cuore: il grande Barcellona di Messi e compagni, ad esempio. In un post apparso ieri su HuffPost Spain, Montserrat Dominnguez ricordava le parole di Manuel Chaves Nogales, un giornalista spagnolo molto attivo negli anni Venti e Trenta del secolo scorso: «Il separatismo è una sostanza rara che si usa nei laboratori politici di Madrid come reagente per il patriottismo, e in quelli della Catalogna come addensante per le classi conservatrici». Anche questo vorrà pur dire qualcosa. Il proletariato spagnolo e catalano è oggi chiamato a schierarsi su due fronti (unionismo versus indipendentismo) ugualmente reazionari: è da questa partita che occorre piuttosto dichiarare l’indipendenza, ma di classe! Lo so, non accadrà. Per dirla con il noto cantautore siciliano, noi proletari abbocchiamo sempre all’amo, e facciamo le barricate per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso.  Eppure avremmo un mondo (altro che piccola patria!) da conquistare. Tuttavia, questo non rende meno fondato il mio auspicio anticapitalista.

Sostiene Icar Iranzo, indipendentista anticapitalista (dice lui): «Per noi l’obiettivo è recuperare sovranità popolare su tutto, rimettere la vita al centro, quindi eliminare il dominio del capitale e la logica di produzione, sviluppare eguaglianza tra tutti e tutte e decidere liberamente chi amare in casa o nella strada, permettere a chiunque di sviluppare la propria identità sessuale, quindi una liberazione completa. La logica del recupero della sovranità su tutti i livelli della vita stiamo cercando di svilupparla nel livello municipale attraverso campagne per la sovranità alimentare o per il recupero dell’acqua, perché noi pensiamo che debba essere la cittadinanza a decidere che la vita debba entrare all’interno delle istituzioni, che non devono essere spazi escludenti, chiusi, perché la politica – secondo noi – deve essere al servizio della vita e del benessere delle persone, quindi un po’ la logica del buen vivir che anima alcune delle esperienze progressiste in America Latina. Quindi ci piacerebbe essere gli zapatisti del Mediterraneo». È dai tempi poco memorabili di Fausto Bertinotti che non leggevo tanti luoghi comuni zapatisti messi insieme. Comunque, per chi ama «la logica del buen vivir che anima alcune delle esperienze progressiste in America Latina» (Venezuela escluso?) c’è trippa ideologica da ingollare. Auguri! Quanto agli «zapatisti del Mediterraneo», beh, è meglio lasciar perdere.

Ripeto: per quel che vale il mio sostegno lo Stato unitario (spagnolo, italiano, russo, cinese, americano…) non lo avrà mai, in qualsiasi occasione, soprattutto quando un fenomeno esterno o interno ne indebolisse l’autorità politica e morale. Sono sempre stato contro ogni patria: grande, piccola e pure piccolissima. La Comunità Umana che non conosce classi, nazioni, Stati e ogni genere di oppressione: ecco la Patria che mi piace e che personalmente non vedrò mai: nel mio piccolo anch’io sono un utopista realista! Se i lavoratori accettano di farsi sfruttare e opprimere politicamente da Tizio piuttosto che da Caio (da Barcellona piuttosto che da Madrid, da Venezia, da Milano o da Palermo piuttosto che da Roma o da Bruxelles) io non posso farci niente: contenti loro!

MAL’ARIA

In ricordo di Rhoda e degli altri sommersi

 

Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla
innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si
trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine
muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella
memoria di nessuno (P. Levi, Se questo è un uomo).

Il reportage sui lager libici pubblicato domenica scorsa da Avvenire conferma quello che in Italia e nella civilissima Europa sanno tutti: i migranti che non stanno arrivando nel nostro Paese, in Spagna e in Grecia sono precipitati nel «buco nero delle prigioni clandestine libiche», infernale abisso che «ha numeri da Terzo Reich: circa 400mila i profughi “contabilizzati” dalle autorità di Tripoli, ma quelli rimasti imprigionati sono molti di più: secondo stime ufficiose confermate anche da fonti di intelligence italiane, sarebbero tra gli 800mila e il milione». Nei lager che anche il nostro Paese rende possibile, sono soprattutto le donne a pagare il prezzo più salato alla ricerca di una vita migliore: «Il blasfemo jihad degli stupratori libici si compie ogni sera, dopo che le autobotti [carichi di nafta] dei contrabbandieri tornano indietro. “Allah Akbar”, urlano mentre torturano gli uomini e assaltano le donne. Accanto alla vittima mettono un telefono mentre picchiano più duro, così che i malcapitati implorino pietà e altri soldi dai parenti rimasti nei villaggi». Giovani donne finite nelle mani degli aguzzini, ex scafisti riconvertitisi in guardie stipendiate a quanto pare anche con denaro proveniente dal governo italiano, preferiscono darsi la morte, pur di farla finita con stupri e umiliazioni d’ogni genere.

«Da qualche settimana, dicono i trafficanti di gasolio, c’è solo gente che entra e nessuno che va via coi gommoni. Una situazione esplosiva che fa essere gli scafisti ancora più cattivi, forse per il timore di non poter fronteggiare da soli una rivolta di centinaia di persone. Le finestre degli stanzoni dei migranti sono coperte da drappi che impediscono di vedere bene all’interno. Poi per un istante, lo straccio che fa da tenda viene scostato. Osserviamo un ammasso indistinto di esseri umani accucciati per terra. Uomini donne e bambini addossati a gruppi di trenta o quaranta per stanza. Ogni vano non supera i cinquanta metri quadri. Di colpo gli sguardi di mille occhi si alzano verso la finestra. E ci guardano. Qualsiasi gesto, un saluto, un sorriso, una smorfia di rabbia o di compassione, suonerebbe come beffardo o una nuova umiliazione». Sì, dinanzi all’orrore è meglio tacere, o distogliere lo sguardo, e pensare che dopo tutto paghiamo i politici perché siano loro a prendersi cura del mondo. Molti pensano, e non pochi anche dicono (viva la sincerità!), che l’obiettivo è stato comunque raggiunto: frenare in qualche modo l’«invasione» del sacro suolo nazionale da parte di gente che ci porta solo problemi: «Aiutiamoli a casa loro!». Occhio che non vede, cuore che non duole, coscienza che non pesa. E poi questi africani, con rispetto parlando, «dopo la miseria ci portano le malattie» (Libero Quotidiano). «Non abbiamo amici in quelle zone», sostiene il cattivo (e perciò credibile) Edward Luttwak: «stare fuori è l’unica soluzione. Altrimenti occorre ripristinare Stati di stampo coloniale». È ciò che d’altra parte si stanno impegnando a fare alcuni Paesi europei, Italia inclusa. «Nostre fonti, ma ora anche alcuni media libici tra al-Wasat e Erem, hanno riferito dell’incontro in Libia questa sera del ministro dell’Interno italiano, Marco Minniti, con il generale di Tobruk, Khalifa Haftar. Infatti dopo essere stato ad Algeri, Minniti si sarebbe recato a Bengasi, dove avrebbe incontrato il generale “di Tobruk” presso il suo ufficio situato nella base di al-Rajmeh, a sud della città della Cirenaica. […] Il meeting, avvenuto nel silenzio dei media italiani, avrebbe avuto ancora una volta al centro il tema dell’immigrazione, cosa probabile visto il ruolo del ministro dell’Interno» (Notizie Geopolitiche). Finalmente un Ministro dell’Interno come si deve! Anche la pelata ministeriale s’intona bene, a me pare, con la virile quanto vitale (per l’ordine sociale e la sicurezza nazionale) funzione.

«Zuara. È qui che Rhoda è morta dopo le prime notti in balia dei capricci degli scafisti. Era un anno fa. Dicono si sia ammazzata mentre tutti dormivano. Prima, cercava qualcosa con cui sfigurarsi. Acido, candeggina, oppure del fuoco. Fino a quando – racconta l’amica – trovò la lama di un rasoio usato dai migranti maschi». «Dicono si sia ammazzata mentre tutti dormivano»: anche qui da noi tutti dormono, o fanno finta di dormire, per poter dire (soprattutto a se stessi): «Ma io non sapevo, io dormivo, io non c’entro». Come no! «Considerate se questa è una donna. Senza capelli e senza nome. Senza più forza di ricordare. Vuoti gli occhi e freddo il grembo. Come una rana d’inverno» (P. Levi, Se questo è un uomo). «Ma io non sapevo, io dormivo, io non c’entro». Come no!

«In Germania non si può paragonare la crisi dei migranti all’Olocausto degli ebrei, nemmeno se a farlo è un artista. Ha ricevuto critiche durissime la performance dal titolo Auschwitz on the Beach scritta dal filosofo e attivista bolognese Franco “Bifo” Berardi» (Il Fatto), il quale denuncia «la bigotteria di gente che ha ripetuto molte volte “mai più Auschwitz” e tuttavia non tollera che qualcuno gli faccia presente che in realtà Auschwitz sta accadendo di nuovo sotto i nostri occhi e con la nostra complicità». Bravo Bifo! La radice sociale che ha reso possibile lo sterminio pianificato di uomini, donne, vecchi e bambini (anche di quelli “attenzionati” dalle democratiche Fortezze Volanti) nella Seconda guerra imperialista è tutt’altro che morta, e il “realismo” che dimostriamo nei confronti delle “sciagure lontane” lo testimonia nel modo più evidente.

«Noi occidentali», osserva ancora Bifo, «dobbiamo far fronte alle conseguenze di secoli di colonialismo e di quindici anni di guerra ininterrotta, di cui siamo totalmente responsabili. Ora, l’enorme debito che abbiamo accumulato, non vogliamo pagarlo. Ci rifiutiamo di investire le enormi somme di denaro necessarie per l’accoglienza dei migranti e preferiamo darle a Banca Etruria, al Monte dei Paschi e al sistema finanziario europeo. Bene, questo atteggiamento provoca la guerra. Una guerra che è già cominciata e che non vinceremo, perché abbiamo a che fare con un immenso esercito di disperati. Perderemo tutto. Perderemo la vita di molta gente, perderemo la democrazia e il senso dell’umanità». Questa lamentela da occidentale critico invece non mi piace neanche un poco, anche perché sembra inclinare verso il solito piagnisteo “populista”, antifinanziario e antiliberista («quell’espressione ha provocato la bigotteria del ceto neoliberale tedesco.). Nella mia qualità di “proletario critico” mi auguro piuttosto una saldatura tra la classe subalterna d’Europa e «l’immenso esercito di disperati» alla ricerca di una vita migliore, e certamente non mi spaventa neanche un poco la prospettiva di perdere la «democrazia [ossia l’attuale forma politico-istituzionale che assume il dominio di classe] e il senso dell’umanità [degli “occidentali”?]»: come diceva quello, i proletari non hanno niente da perdere e un mondo da conquistare.

«Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice» (P. Levi, Se questo…). Qui si parla di tutti noi, beninteso. Almeno io la vedo così. Più volte nei miei modesti post ho scritto che fino a quando non apparirà sulla scena «un’umanità socialmente sviluppata» (Marx), «un’umanità al suo livello più alto» (Schopenhauer), tutto il male astrattamente concepibile è pure molto probabile, anche ai danni di chi al momento pensa di esserne al riparo semplicemente perché crede di essere nato nella parte fortunata del mondo. Salvo ritrovarsi in casa la guerra sotto forma di attentati terroristici. Intanto, mentre rimandiamo sine die la creazione dell’uomo, ossia la realizzazione delle condizioni sociali che rendano possibile l’esistenza dell’uomo in quanto uomo su questo piccolo pianeta, la ruota della fortuna continua a girare, sempre più rapidamente, sempre più minacciosa. Non c’è dubbio, tira una pessima aria: mal’aria, appunto, e tutti – salvo chi legge, si capisce – ne siamo contagiati. «Ai vaccini, presto!» Auguri!