SI È ESAURITA LA SPINTA PROPULSIVA DEL CAPITALISMO CINESE?

bolla-finanziaria-cinese-694328È ancora presto per dire se la calda estate finanziaria cinese annuncia l’esaurimento della spinta propulsiva del modello capitalistico cinese dopo la lunghissima cavalcata post-maoista, come sono propensi a ritenere diversi economisti che con quel modello “mercatista-statalista” non sono mai stati teneri. Né, d’altra parte, si può parlare di un semplice raffreddore riferendosi alla burrasca borsistica di luglio (che è costata quasi quattromila miliardi di dollari alla Borsa cinese), come hanno balbettato certi tifosi del Celeste Capitalismo, i quali dopo il primo tonfo a inizio luglio e relativo intervento governativo (si parla di due trilioni di dollari spesi nell’intervento) hanno per l’ennesima volta cantato le lodi del «socialismo con caratteristiche cinesi»: «Se mai ce ne fosse stato bisogno, la riprova che l’intervento dello Stato in economia non è assolutamente dannoso, quando è strutturale e strategico, è arrivata ancora una volta da Oriente, dalla Cina» (C. Puglisi, L’intellettuale dissidente); salvo poi subire il successivo tracollo di fine mese, che ha fatto scrivere a Giampaolo Visetti: «Non solo il mercato rivela di essere più forte dello Stato, ma conferma di essere se possibile anche più spietato» (La Repubblica).

Forse non si gonfia una balla speculativa troppo grande se si scrive che gli eventi economici cinesi di queste settimane per un verso attestano la piena maturità del Capitalismo/Imperialismo cinese (dalle malattie infantili a quelle dell’età adulta, dalla mancanza di capitali alla sovraccumulazione capitalistica, dall’autarchia più esasperata alla speculazione finanziaria), e per altro verso mostrano i limiti del modello cinese, soprattutto nella fondamentale sfera finanziaria, ancora troppo arretrata, soprattutto se confrontata con il rango geoeconomico conquistato dal Paese e con lo sviluppo di un caotico e poco “trasparente” circuito finanziario informale (shadow banking) che muove trilioni di dollari pronti a essere investiti nelle più spericolate e a volte perfino bizzarre imprese speculative.

Scrive Alberto Forchielli, Presidente di Osservatorio Asia: «Chi ha vissuto la Cina a lungo lo sa: in queste situazioni si accavallano milioni di voci; se ne sentono di tutti i colori. C’è chi dice che abbiano venduto i singoli che avevano già realizzato un 80% e volevano portare a casa i guadagni. C’è chi dice che è stato il governo che ha deciso di uscire e ha fatto uno sbaglio. Questa è la cosa che disturba di più tutti gli investitori istituzionali, a cominciare dal Fondo Monetario Internazionale, perché dietro questa partita c’è la pressione forte della Cina per fare sì che il Renminbi sia parte del paniere che determina il valore dei diritti speciali di prelievo del Fmi» (AgiChina). Come si vede la partita è molto complessa perché si gioca su più tavoli, cosa che rende ancora più alta la probabilità che qualche giocatore possa perdere il controllo della situazione fino al punto di sedersi al tavolo sbagliato.

Dopo l’ultimo crack borsistico, ha scritto Visetti, «La commissione di Stato che sorveglia i mercati azionari ha annunciato l’apertura di un’inchiesta contro nove società quotate, contro decine di agenzie d’intermediazione finanziaria e di aziende che gestiscono il trading online»; seguiranno processi e fucilazioni ai danni dei soliti nemici del popolo che ancora si annidano in quello che Federico Rampini chiama, con involontaria ironia, «il capital-comunismo cinese del terzo millennio»? Personalmente non me ne stupirei, tutt’altro. Cosa che d’altra parte getterebbe a sua volta luce anche sulle magagne squisitamente politiche (ma intimamente connesse allo sviluppo economico cinese) che non smettono di agitare il Partito-Regime, il quale, detto per inciso, negli anni scorsi aveva incoraggiato la diversificazione nell’investimento speculativo da parte della classe media cinese dopo la creazione di una gigantesca bolla immobiliare. (Com’è noto il settore industriale delle costruzioni, che ha potuto contare su un’enorme riserva di manodopera a bassissimo costo drenata dalla campagna, ha recitato un grande ruolo nel “miracolo” cinese). Tantissime «bestie dalle corna corte» (per usare la definizione che Thomas L. Friedman diede della «mandria elettronica» nel 1999, in piena bella époque globalista), prima sollecitate dal governo a nutrirsi dei più diversi prodotti finanziari non legati al sistema immobiliare (fin troppo obeso e vicino all’esplosione), sono state poi accusate dallo stesso governo di tradimento della Patria quando hanno pensato bene di disfarsi di azioni scottanti e ormai prossimi a finire nella spazzatura: «Non potete vendere!». Punto.

foxconn-rallies-26Tutti gli analisti economici che da decenni seguono l’exploit cinese hanno impiagato pochissimo tempo per capire come il terremoto borsistico cinese non è che un epifenomeno che invita piuttosto a guardare cosa sta avvenendo nella struttura del Capitalismo cinese, il cui modello di sviluppo che per tre decenni ha reso possibile il “miracolo” che conosciamo è nel frattempo diventato vecchio, persino ansimante, anche se – l’apparentemente – lusinghiero 7 per cento di crescita che l’economia del gigante asiatico fa ancora registrare sembrerebbe mostrare il contrario, o quantomeno consiglierebbe giudizi meno allarmati e allarmistici – si sa quanto sensibile sia la mandria elettronica planetaria che gioca in borsa! D’altra parte, lo stesso Ministro delle Finanze cinese Lou Jiwei, intervenendo a Washington a margine della Conferenza sul dialogo strategico Cina-Stati Uniti, ha dichiarato che le percentuali di crescita reali tendono a discostarsi dagli obiettivi fissati dal governo (si tratta dei mitici «Piani quinquennali per l’economia»), e che per la prima volta dopo 17 mesi le esportazioni della Cina hanno registrato un segno meno: -3,1 per cento a giugno. Naturalmente il ministro cinese ha parlato di un rallentamento che in nessun caso può venir equivocato con una crisi.

Anche Oscar Giannino milita nel “partito del rallentamento”: «È chiaro che non si può continuare a credere nella sostenibilità di tassi di crescita che per 15 anni sono stati nell’ordine di grandezza delle due cifre, ma che sono stati ottenuti in buona sostanza mediante il ricorso a un credito ipergonfiato e una componente elevatissima di investimenti sia pubblici sia privati (intorno al 50 per cento sul pil) che hanno, però, generato debito pubblico nascosto a livello locale nonché cattiva qualità del ritorno sugli investimenti. Ed è normale che a un certo punto arrivi un rallentamento». Ma è lo stesso Giannino a sollecitare l’opinione pubblica “informata” a non creare un abisso tra rallentamento e crisi economica: «In realtà sarebbe più corretto parlare di correzione di una crescita impetuosa, frutto della presa di consapevolezza da parte delle autorità cinesi. Il problema adesso, però, è quello di evitare che questo rallentamento possa sfociare in una crisi che sfugga di controllo. Cosa di cui il mondo in questo momento non ha assolutamente bisogno». Com’è noto, anche Wall Street, Obama e Angela Merkel fanno il tifo per Xi Jinping. Per non parlare dei Paesi emergenti (asiatici, africani e latinoamericani) il cui sviluppo economico è oggi appeso al «sogno cinese» del Celeste Presidente. Tutti i soggetti interessati alla crescita economica temono che la Fabbrica del mondo possa improvvisamente diventare la malata del pianeta, dopo che per oltre tre decenni essa ne ha profondamente trasformato la struttura sistemica, a cominciare dal mercato del lavoro internazionale: vedi alle voci riduzione dei salari, aumento di produttività, precarizzazione del lavoro.

Anche il “liberista-selvaggio” Giannini confida nella saggezza del governo cinese, per la gioia degli statalisti nostrani: «La Cina – e questo è positivo – sta provando a far capire che nessuno potrà più contare sui soldi di Stato a qualsivoglia tasso di interesse e, al tempo stesso, sta provando a disciplinare l’accesso al credito secondo standard più trasparenti, meno lontani da quelli occidentali. Ciò è importante perché se la crisi del credito cinese dovesse sfuggire di mano, l’impatto sul mondo sarebbe tale da far sembrare Lehman Brothers un piccolo temporale». D’altra parte, da che Capitalismo è Capitalismo l’illusione di poter imbrigliare con la forza del Leviatano la vitale brama di profitti, possibilmente altissimi e rapidissimi, è una chimera dura a morire, ubriacatura speculativa dopo ubriacatura speculativa, crisi economica dopo crisi economica, nel succedersi delle “severe” inchieste governative tese a far luce sulle “vere” cause della crisi – questo, inutile dirlo, a frittata fatta, cotta e digerita. Il mercato finanziario cinese, dice Forchielli, «è come un casinò, fatto da migliaia di operatori spesso molto piccoli, dove la gente si rincorre in base a voci altrettanto frenetiche. Vive su un’onda speculativa, ma i titoli non rispettano alcun fondamentale»: ma non è esattamente quello che si è sempre detto e scritto sul mercato finanziario occidentale?

Forchielli non è d’accordo con gli allarmisti circa il rallentamento dell’economia cinese, e anzi vi vede per Paesi come l’Italia un’opportunità: «In realtà, peggio va la Cina, quasi meglio andiamo noi, perché non solo abbiamo un saldo negativo, ma anche perché la Cina e l’Asia, quando vanno bene, portano il prezzo delle materie prime alle stelle, un prezzo che poi dobbiamo pagare anche noi. Se noi beneficiamo del prezzo del petrolio a cinquanta dollari è perché la Cina ha rallentato [vallo a dire a Putin e a Maduro!]. Adesso anche il carbone non costa niente e la Cina ha smesso di importare il carbone australiano. L’economia è rallentata perché la Cina ha bisogno di meno energia. Nella misura in cui l’Asia rallenta, non essendo l’economia europea – tranne la Germania – fortemente inserita in Asia, questo non rappresenta per noi un grande problema, anzi, le merci ci costano meno». E difatti le maggiori preoccupazioni sulle vicende economiche cinesi si registrano in Germania, molto esposta in termini di investimenti industriali in Cina. Questo ci dice, tra le altre cose, quanto sia importante mantenere un approccio critico quando ci troviamo a indagare la complessa dialettica del processo sociale capitalistico, la cui lettura non si offre sempre, anzi quasi mai, a univoche interpretazioni, almeno nei tempi brevi.

«L’attuale modello di crescita cinese è insostenibile», aveva dichiarato tre anni fa a Pechino il Presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick durante la presentazione del dossier China 2030: Building a Modern, Harmonious and Creative High-Income Society (febbraio 2012) realizzato dalla Banca Mondiale e da un importante think tank cinese: «La necessità di riforme è incalzante e la Cina si trova davvero a un punto di svolta. Non è più tempo di esitazioni, adesso bisogna anticipare gli eventi e adottare cambiamenti drastici all’economia mondiale e alle economie nazionali». Più facile a dirsi che a farsi, anche perché le auspicare «riforme» intaccano enormi interessi costituiti e gigantesche rendite di posizione, e rischiano di mettere in moto dinamiche sociali che la politica potrebbe non riuscire a gestire con i tradizionali metodi. Pare che l’analisi esposta nel dossier appena citato e le «riforme strutturali» caldamente consigliate alla Cina dalla Banca Mondiale abbiano immediatamente suscitato un duro scontro nel seno del Partito-Regime tra “conservatori” e “riformisti”: come da copione, da Mao in poi.

Per Geminello Alvi, scrittore ed economista, «Quello cinese non è un semplice capitalismo di stato come ce ne sono altri, si guardi ad esempio ai paesi del Brics, ma si distingue per aver mantenuto i caratteri fondamentali di un sistema comunista. La crescita in Cina si deve proprio ai conglomerati statali, alle banche statizzate, a una distribuzione del denaro secondo criteri marxisti di capitale e del tutto indifferente ai dati di mercato e alla discriminazione dei tassi di interesse» (AgiChina24). I «caratteri fondamentali di un sistema comunista» sarebbero, secondo Alvi (ma anche secondo i tifosi sinistrorsi di Pechino), il Capitalismo di Stato ancora mantenuto in una forma dominante. Quanto alla «distribuzione del denaro secondo criteri marxisti di capitale» trattengo la facile risata e confesso che dopo decenni di faticose letture delle opere marxiane non ho ancora capito di che si tratta. Avesse detto secondo criteri proudhoniani di capitale, la cosa mi sarebbe apparsa almeno intellegibile. Personalmente trovo difficile non sghignazzare quando leggo perle come quelle che seguono: «[Auspico] il ritorno a modi di vita diversi da quelli del paradossale consumismo comunista, il ritorno a modi di vita coerenti al Dao o a Buddha». Il «consumismo comunista» è davvero un concetto spassosissimo. Vado subito a compulsare il Buddha di Treviri!

TUTTO SOTTO IL CIELO. DEL CAPITALISMO!

TUTTO SOTTO IL CIELO. DEL CAPITALISMO!

Scrivono Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto nella Prefazione all’edizione italiana di Nella fabbrica globale (Ombre Corte, 2015), l’interessante libro dedicato alla Foxconn, la più grande multinazionale di assemblaggio di componenti elettronici, una gigantesca fabbrica che per molti aspetti può essere considerata il modello dello sfruttamento capitalistico Made in China (e non solo): «La violenza insita in tale sistema di lavoro è sostenuta direttamente dallo stato come necessità per il suo sviluppo verso il socialismo con caratteristiche cinesi. Sarebbe comodo leggere tale modello come esclusivamente cinese, quasi esso fosse peculiare solo all’interno dei confini nazionali, avulso dallo sviluppo del capitalismo globale. In realtà, si tratta di tendenze allo sfruttamento che non si sono mai placate a livello internazionale» (p. 10). Di mio aggiungo solo che in Cina di socialismo, anche solo con «caratteristiche cinesi», non ve n’è mai stata alcuna traccia, già ai tempi di Mao, protagonista indiscusso di una rivoluzione che non superò mai i limiti di un movimento sociale (storicamente progressivo) nazionale-borghese. Sulla mia lettura della Cina maoista vedi qui.

«Se nei prossimi decenni la Cina diventasse la prima potenza a livello mondiale, la notizia del primato indurrebbe forse qualche attardato ammiratore a brindare. In realtà, dietro alla gigantesca trasformazione della Cina sono opportunamente occultate o quantomeno rimosse, dai più, le condizioni di lavoro di milioni di operai migranti che sostengono l’impetuoso sviluppo. Le pagine che seguono vogliono essere un contributo per svelare i costi insostenibili e insopportabili di quella che è diventata la dominante vulgata della via cinese al socialismo» (p. 14). Il mio piccolo (ciascuno secondo le sue capacità!) contributo in quel senso l’ho sempre dato, anche quando in Italia il Grande Timoniere godeva ancora di un notevole seguito presso diversi gruppi dell’estrema sinistra che in quella vulgata avevano investito molto. Stranamente (?) non sono pochi gli attardati ammiratori del Celeste Capitalismo, alcuni dei quali giudicano la mia posizione “anticinese” (in realtà semplicemente anticapitalista) “oggettivamente” fiancheggiatrice del «Nemico Principale», cioè degli Stati Uniti. È da quel dì che certe critiche mi procurano solo delle crasse risate. Quindi sono le ben venute!

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3 thoughts on “SI È ESAURITA LA SPINTA PROPULSIVA DEL CAPITALISMO CINESE?

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