BREXIT OR NOT BREXIT? MA È POI QUESTO IL PROBLEMA?

untitledFormulata la domanda negli enfatici termini politico-esistenziali proposti nelle ultime settimane dai politici, dagli intellettuali e dai media di tutto il pianeta, occorre chiarire adesso la natura del problema qui posto all’attenzione del lettore, ossia definire la prospettiva dalla quale chi scrive osserva quella che ha assunto gli aspetti di una vera e propria crisi sistemica nazionale (se ci confrontiamo con ciò che sta accadendo, e che potrebbe versificarsi nel medio periodo, in Gran Bretagna) e internazionale (se pensiamo all’Unione Europea e agli equilibri geopolitici mondiali). Vorrei insomma soffermarmi brevemente solo su un aspetto della delicata questione, che provo a sintetizzare nella domanda che segue: le classi dominate d’Europa hanno un seppur minimo interesse ad appoggiare (o quantomeno a “tifare” per) una delle due opzioni in campo? Rimanere nell’Unione Europea o lasciarla al suo destino: è, questo, un dilemma sistemico (economico, politico, geopolitico, ideologico) che tocca in qualche modo gli interessi immediati e la stessa prospettiva di emancipazione dei senza riserve del Vecchio Continente (e del mondo)? E se sì, in che senso? La mia risposta è che quel dilemma andrebbe sciolto non decidendosi per una delle due opzioni, ma rigettandole e combattendole entrambe in quanto ugualmente (malignamente) interne allo status quo sociale che tiene sequestrati gli individui dell’intero pianeta nella disumana dimensione del dominio sociale capitalistico. Qui, come per ogni questione decisiva, la “filosofia” del male minore fa acqua da tutte le parti, e le astuzie tattiche di certi “anticapitalisti” sono assimilabili alle furbate della più ottusa fra le mosche cocchiere. E come sempre, le classi dominanti dell’Occidente democratico sono generose nel lasciarci scegliere l’albero a cui impiccarci.

Intendo forse dire che per me sovranismo/nazionalismo ed europeismo/federalismo pari sono? Esatto! Non si tratta, beninteso, di esibire una spocchiosa, quanto ridicola, indifferenza nei confronti di una “scelta” politica (ripeto: tutta interna agli interessi di questa o quella fazione capitalistica nazionale/sovranazionale), ma di elaborare una ragionata ostilità nei confronti della politica praticata da tutti i partiti e da tutti i movimenti che difendono, non importa se “da destra” o “da sinistra” (vedi, a proposito della Brexit, il trio “internazionalista” Toni Negri, Yanis Varoufakis e Slavoj Žižek) i vigenti rapporti sociali di dominio e di sfruttamento.

Oggi gli strati sociali d’Europa più azzannati dalla crisi e dalla ristrutturazione capitalistica facilmente rimangono vittima delle sirene populiste di “destra” e di “sinistra”, a dimostrazione che senza una coscienza rivoluzionaria, o quantomeno antagonista, il proletariato non è che una mera espressione sociologica, un esercito (militare o elettorale) al servizio di interessi e obiettivi ultrareazionari. In tempi di crisi economico-sociale la politica del capro espiatorio (l’ebreo, il comunista, l’omosessuale, l’idraulico polacco, l’immigrato, il vampiro della finanza, il tecnocrate europeo, l’esponente dei “poteri forti” e della “casta”, ecc.) da sacrificare più o meno virtualmente sull’altare dei sacri interessi nazionali (cioè capitalistici) affonda come il coltello nel burro. Come scrisse una volta Karl Kraus, «Il nazionalismo è un fiotto di sangue in cui ogni altro pensiero annega». A proposito di nazionalismo mi piace citare spesso anche Schopenhauer: «Fra tutte le forme di superbia quella più a buon mercato è l’orgoglio nazionale. […] Ogni povero diavolo, che non ha niente di cui andare superbo, si afferra all’unico pretesto che gli è offerto: essere orgoglioso della nazione alla quale ha la ventura di appartenere. Ciò lo conforta; e in segno di gratitudine egli è pronto a difendere πύξ κάì λάξ [a pugni e calci, con le unghie e coi denti] tutti i suoi difetti e tutte le sue stoltezze». In tempi di delirio calcistico (vedi le tifoserie “radicalizzate” che si danno battaglia in Francia) l’aristocratica prosa schopenhaueriana mi appare più pregnante del solito.

Le classi dominanti sanno bene come solleticare il miserabile orgoglio nazionale dei «poveri diavoli», e lo fanno puntualmente tutte le volte che se ne presenti l’occasione per oliare il meccanismo del controllo sociale. «Sull’umore popolare grava, in realtà, una voglia anti-sistema che va molto oltre i temi-chiave del dibattito, siano essi le conseguenze sull’economia o le politiche sull’immigrazione. Sta emergendo una volontà di frattura che sfugge alla solidità dei numeri, alla linearità logica del contraddittorio, all’essenza stessa del voto. La voglia di un pronunciamento irrazionale per punire l’establishment, per colpire i banchieri, per frenare le dinamiche globali, cresce come mai prima d’ora non appena si esce dal mondo ovattato di Londra» (L. Maisano, Il Sole 24 Ore). Punire l’attuale classe dirigente per sostituirla con un’altra, magari più onesta («Onestà! Onestà!»: è, come disse una volta Benedetto Croce, «L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli»), più attenta agli interessi “degli ultimi” e più concentrata sugli interessi della Nazione – l’ideale che canta nell’anima di tutti gli individui incatenati ciecamente al carro del Moloch.

Per come la vedo io, e il lettore che ha la gentilezza/pazienza di seguirmi sa già il punto di caduta della mia modesta e breve riflessione, la trappola da cui bisogna uscire non si chiama né Unione Europea né Stato nazionale: essa ha il nome di Capitalismo mondiale, con annesse “sovrastrutture” politiche nazionali e sovranazionali*. Nessuna delle due opzioni oggi in campo (sovranismo/nazionalismo versus europeismo/federalismo) può favorire in qualche modo lo sviluppo della lotta di classe (a cominciare dai bisogni più vitali ed elementari dei salariati, dei disoccupati, dei pensionati, ecc.), la sola che a mio avviso può dare respiro  e speranza ai dannati della Terra. Tutto il resto è politica borghese – nelle forme che essa assume nell’epoca della sussunzione totale (globale) e totalitaria degli individui al Capitale.

 * Leggi:

NAZIONE E STATO NAZIONALE NELL’EPOCA DELLA SUSSUNZIONE TOTALITARIA DEL MONDO AL CAPITALE

IL MONDO È ROTONDO

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7 thoughts on “BREXIT OR NOT BREXIT? MA È POI QUESTO IL PROBLEMA?

  1. Caro Sebastiano,
    The frenzy to see Britannia rule again scored off.
    Di sicuro per le classi dominate questa smania sarà un rinnovato “Being ruled again and again!”
    Ma la coazione a ripetere sembra qualcosa di sconosciuto, o un concetto più complesso delle dinamiche dei quanti.
    La smania di cambiare capo esercita un certo fascino dopotutto, “Meet the new boss, same as the old boss.” Magari non proprio lo stesso, perché il vecchio era di inclinazione Europeista mentre il nuovo è rassicurantemente nazionalista. Oh, big deal!
    L’aspetto triste della faccenda è che tutti si chiedono cosa accadrà? Il Regno Unito sarà ancora unito o Scozia e Irlanda del Nord che hanno votato per rimanere chiederanno la loro indipendenza? E come reagiranno i Londinesi e quelli delle aree più ricche che hanno votato per rimanere? Nessuno però, se non pochissimi, voci che non hanno voce, avanza ipotesi di uscita dal dominio totale e schiacciante di Sua Maestà, e non alludo alla nostra amata Betty.
    E ora, avanti con le bocche di fuoco della reazione sovranista, “Usciamo dalla schiavitù dell’Europa e della moneta unica, riappropriamoci della nostra indipendenza. Viva il primato della politica sull’economia!”
    Ha, ha, ha… Ho imparato a ridere per difendere la mia integrità fisica e mentale, perché questa miseria piccolo-borghese puzza veramente tanto da mandarti in corto circuito.
    Facciamoci un altro giro di Rock’n’Roll, forse ci aiuterà a diventare “piacevolmente insensibili”, anche perché, che ci piaccia o no, dobbiamo fare profitto e mandare avanti la nostra disumana esistenza.
    Magari sono ripetitivo però lasciamelo dire ancora, “What a wonderful world!!”
    Buon fine settimana.
    So long!

    • Non c’è dubbio: trattasi di un mondo davvero meraviglioso, diciamo. E soprattutto non ci si annoia mai: dopo il Regno – ancora – Unito a chi toccherà? Quasi tutti i Paesi della – cosiddetta – Unione Europea adesso rivendicano il metodo democratico per decidere se lasciare o rimanere. Altra corda, altri alberi, altri subalterni da impiccare, pardon: da consultare. E tu cianci di «uscita dal dominio totale e schiacciante di Sua maestà»: be serious! Ti meriti proprio un altro giro di Rock’n’Roll. Io naturalmente ti faccio compagnia! Ciao!!

  2. Buongiorno Sebastiano, mi trovo d’accordo sul “…cambiando gli addendi il risultato non cambia” . Penso che l’inasprimento della schiavitù che attanaglia il mondo è più evidente…Mi dispiace molto per tutte le menti che rimangono passive nei loro pensieri riguardo a tale condizione…sicuramente meglio ridere o attivare i propri strumenti per difendersi e per cercare di nutrirsi di quel bello che il Mondo ci offre…A volte penso che la paura percepita da molte persone non è altro che la paura di sentirsi totalmente schiavi schiavizzati disumanizzati e che se la coscienza non permette canalizzazioni della rabbia tutto ciò può diventare realmente dannoso e distruttivo verso se stessi o i prossimi vicini…non certo verso la causa del disastro.
    Buona giornata…Ciao

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