ASPETTANDO IL GIORNO DEL GIUDIZIO

124794La vita futura mi è inaccessibile, e la passata intollerabile: non le appartengo più, né quanto a pensieri né a sentimenti. Il risultato è chiaro (Aleksandr Bogdanov, La stella rossa, 1906).

Apprendo con una certa inquietudine che il celebre scienziato Stephen Hawking e altri suoi colleghi di grosso calibro basati in Inghilterra stanno scrivendo una serissima doomsday list, una lista del giorno del giudizio. In questa lista del malaugurio dovrebbero finire una serie di eventi catastrofici, i soliti: surriscaldamento del pianeta, sovrappopolazione, scarsità di risorse e via elencando ripetendo il mantra malthusiano così caro a Serge Latouche . Quanto tempo ci rimane da vivere, se il mondo non accetta di mettere giudizio? Un secolo scarso. Già tiro, egoisticamente, un bel sospiro di sollievo: nei tempi lunghi la catastrofe non mi tange neanche un po’!

Ma anche chi ha una sensibilità ecologica e umana più spiccata della mia non deve lasciarsi prendere dallo sconforto: una via di fuga dal giorno del giudizio esiste; è certamente un po’ difficile perfino da concepire, e tuttavia esiste, ed è quasi a portata di mano. Quasi. Di che si tratta?  «La razza umana non deve mettere tutte le sue uova in un unico paniere né su un solo pianeta». Avete capito bene: il più grande cosmologo oggi attivo sulla Terra «propone al mondo intero di unirsi in un progetto, che oggi può sembrare fantascientifico, ma che tra qualche anno potrebbe non esserlo più, e cioè pensare alla colonizzazione di altri pianeti, iniziando da Marte» (Accademia Kronos, 9 dicembre 2013).

«La fantascienza ha suggerito l’idea della propulsione a distorsione spazio-temporale, che può trasportarci in tempi ragionevoli in luoghi del cosmo lontani anche anni luce. Sfortunatamente, questo violerebbe la legge della fisica in base alla quale nulla può viaggiare più veloce della luce». Maledetto Einstein! Ma rimandiamo il suicidio, la tecnoscienza è dalla nostra parte: «Attraverso l’annichilimento materia/antimateria, sarebbe possibile toccare velocità poco inferiori a quella della luce e raggiungere la stella più vicina a noi in circa sei anni». Non vi sentite anche voi più rincuorati?

FINAL_CRISIS_wallpaper_by_SAIDESTROYERD’altra parte Hawking, nel suo infinito ottimismo, ci lascia tre sole opzioni tra cui scegliere:

1. Bloccare le nascite per un decennio, cercando di riportare l’umanità ad un numero sostenibile per le risorse del pianeta;

2. colonizzare altri pianeti;

3. scatenare una guerra globale per le ultime risorse del pianeta capace di eliminare tre quarti degli uomini, per poi ricominciare.

A quanto pare, una bella Rivoluzione Sociale anticapitalistica non è neanche ipotizzata. Che delusione! Chi segue questo modesto blog sa che per chi scrive il solo pianeta che occorre conquistare per abbandonare la calamitosa dimensione esistenziale che tutti ci sequestra, si chiama Umanità. Non so voi, ma io la vedo brutta. E non solo per l’amato Pianeta. La cosa è oltremodo grave.

A proposito di gravità! Ecco cosa scriveva Hawking nel breve saggio Buchi neri quantistici (BUR, 1996):  «La gravità introduce in fisica un nuovo livello di imprevedibilità, al di là dell’indeterminazione abitualmente associata alla teoria quantistica. Ciò comporta la fine della speranza del determinismo scientifico che si possa prevedere il futuro con certezza. Pare che Dio abbia ancora qualche asso nella manica». E forse non solo il Padre Eterno…

estinzioneEnnesimo rapporto catastrofista su questo nostro sventurato pianeta, questa volta firmato nientemeno che dalla NASA. Questo rapporto «stabilisce che nel giro di pochi decenni la civiltà moderna andrà verso il collasso a causa dell’instabilità economica e lo sfruttamento delle risorse del pianeta. Utilizzando dei modelli teorici per prevedere cosa succederà al mondo industrializzato nel prossimo secolo, i matematici hanno stabilito che le cose cominceranno ad andare male e molto in fretta» (Giornalettismo, 18 marzo 2014). Si sa, dei matematici ci si può fidare, e quindi il lettore che non aderisce, esattamente come chi scrive, al determinismo scientifico può iniziare la prassi dello scongiuro.

«Nel rapporto, il matematico Safa Motesharri ha scritto che “L’ascesa e il declino di una civiltà fanno parte di un processo ciclico ricorrente che può essere riscontrato nella storia dell’umanità”. Per Mothesharri la civiltà è un percorso che può essere intrapreso per molto a lungo, ma quando le elite cominciano a consumare troppe risorse, affamano le masse e vi è un conseguente crollo della civiltà». Evidentemente al nostro matematico sfugge la peculiarità del Capitalismo, che fa di questo modo storico di creare e distribuire la ricchezza sociale un caso a parte rispetto ai modi che lo hanno preceduto. In che senso? Nel senso che le sfide e le contraddizioni che sempre di nuovo “interpellano” il Dominio capitalistico finiscono per mutarsi in altrettante occasioni di sviluppo. Come scrisse il Moro di Treviri, la stessa crisi economica è parte del processo di sviluppo del Capitalismo, nonostante ne metta in luce le intime magagne strutturali, il limite storico, il quale va individuato nella bronzea legge del profitto. E checché ne dica il grande matematico Mothesharri («la catastrofe può essere evitata solo se il pianeta viene sfruttato ad un livello sostenibile e se le risorse vengono ridistribuite in maniera equa»), la chiave del problema non sta nelle mani di élites culturalmente illuminate e politicamente responsabili in grado di «ristabilire l’equilibrio economico», come se si trattasse di aprire la valvola di sicurezza in una caldaia surriscaldata e vicina alla pressione critica.

Nel Capitalismo la catastrofe è permanente, e si chiama appunto Capitalismo, la cui fine non può essere vaticinata sulla scorta di leggi deterministiche di qualsiasi genere. Forse il «livello di imprevedibilità», per mutuare Hawking, che sembra in qualche modo concorrere a condizionare la nostra esistenza ci offre ancora qualche chance.

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