È SCOPPIATA UNA NUOVA GUERRA FREDDA?

Povero Vladimir!

Povero Vladimir!

Ieri Le figaro scriveva che la politica dei fatti compiuti inaugurata da Putin in Crimea ha messo in moto un ingranaggio che ci porterà in una nuova Guerra Fredda. Nel suo articolo pubblicato dal The New York Times e ripreso domenica scorsa da Repubblica, Thomas L. Friedman, forse il maggior teorico della globalizzazione capitalistica ai tempi della dorata era clintoniana, sostiene invece che la crisi ucraina non sta affatto precipitando il mondo in una nuova Guerra Fredda. «Io non penso che la Guerra Fredda sia tornata: la situazione geopolitica corrente è molto più complessa di allora. E non penso nemmeno che la cautela del presidente Obama sia del tutto fuori luogo». Tendo a concordare con questa tesi, sebbene sulla scorta di un ragionamento alquanto diverso da quello che regge la riflessione geopolitica di Friedman, a partire dalla stessa definizione di Guerra Fredda. Cosa fu la cosiddetta Guerra Fredda?

Vediamo come risponde il noto opinion leader di Minneapolis: «La Guerra Fredda fu un evento unico, in cui si fronteggiavano due ideologie globali, due superpotenze globali, e ognuna delle due aveva dietro armi nucleari che potevano colpire in tutto il mondo e un’ampia rete di alleati. Il mondo era diviso in una scacchiera rossa e nera e l’identità di chi governava le singole caselle poteva avere ripercussioni sulla sicurezza, il benessere e il potere di ognuno dei due schieramenti. Era anche un gioco a somma zero, in cui ogni guadagno per l’Unione Sovietica e i suoi alleati era una perdita per l’Occidente e la Nato, e viceversa». Come si vede, nel definire il concetto di Guerra Fredda Friedman mette avanti lo scontro ideologico fra due sistemi sociali alternativi, cosa che indusse Fukuyama, per la verità un po’ troppo in anticipo sui tempi, a dichiarare la fine della storia allorché uno dei due poli maggiori della contesa interimperialistica (quello cosiddetto Sovietico) crollò miseramente, e con una rapidità che allora sorprese solo chi ignorava la disastrata condizione dell’economia russa.

Ovviamente non nego l’importanza di quello scontro, ma nella misura in cui rifletto sui processi sociali mondiali da una prospettiva critico-radicale, e non da una prospettiva geopolitica, ciò che mi sta a cuore è fare luce sulla natura di quello scontro, ossia demistificarne il senso e la reale portata. Per riprendere la metafora dei colori proposta da Friedman, la scacchiera mondiale ai tempi della Guerra Fredda offriva allo sguardo di chi non si era lasciato intruppare in uno dei due fronti imperialistici un solo colore: quello nero, nero-imperialismo, per così dire. E non, si badi bene, un imperialismo con caratteristiche comuniste contrapposto a un imperialismo con caratteristiche democratiche, come lascia supporre lo stesso Friedman, ma due imperialismi basati sullo stesso fondamento sociale: quello capitalistico, sebbene esso si manifestasse in due diversi modelli (quello sovietico-statalista  e quello americano-liberale) che esprimevano il diverso retaggio storico delle due Super Potenze.

obama-putin-266123D’altra parte non si può chiedere la comprensione di queste “sottigliezze dottrinarie” a uno che nel 1999 scriveva la perla storico-sociologica che segue: «Rivoluzionari come Marx, Engels, Lenin e Mussolini si fecero avanti e dichiararono che era possibile eliminare le spinte destabilizzanti e brutali del libero mercato, costruendo un mondo emancipato dal capitalismo borghese senza regole […] Le alternative centraliste e non democratiche che offrivano – comunismo, socialismo, fascismo – contribuirono a bloccare il processo di globalizzazione dal 1917, quando cominciarono a essere applicate nel mondo reale, al 1989» (Le radici del Futuro, Mondadori, 2000). Ma come si fa a scrivere queste… insensatezze! Marx, Engels, Lenin e Mussolini gettati nello stesso sacco (cosa che all’anima del Duce forse non dispiace affatto), il comunismo concepito alla stregua di un capitalismo pianificato, centralizzato, non democratico, a conduzione statale.  Fino a che punto si può sfidare l’intelligenza delle persone? Vero è che anche molti “comunisti” hanno coltivato – e continuano a coltivare – lo stesso miserabile concetto di “comunismo”, e non a caso oggi il sovranismo statalista di “destra” è del tutto sovrapponibile a quello di “sinistra”, legittimando peraltro l’epiteto di fasciostalinismo.

Né, ritornando alla tesi iniziale, si può dire che la Guerra Fredda fu «un gioco a somma zero», e difatti lo stesso Friedman ammette che a quel gioco «abbiamo vinto noi», cioè gli Stati Uniti e il fronte capitalistico-democratico che a essi faceva riferimento.  Questo schieramento dà corpo alla categoria di quei Paesi che «puntano a costruire rispetto e influenza attraverso la prosperità della loro popolazione». Friedman, che riprende le tesi geopolitiche di Michael Mandelbaum, include in questa virtuosa categoria anche i Paesi del Mercosur in Sudamerica e dell’Asean in Asia. «Queste nazioni sono consapevoli che la tendenza più importante del mondo odierno non è quella che porta verso una nuova Guerra Fredda, ma quella che porta verso una fusione tra globalizzazione e rivoluzione informatica». Si contrappone a questa sorta di Asse della Prosperità, l’Asse della Potenza: «Paesi come la Russia, l’Iran e la Corea del Nord, guidati da leader che puntano innanzitutto a costruire autorità, rispetto e influenza attraverso uno Stato potente. E avendo i primi due il petrolio e il terzo armi atomiche da barattare con rifornimenti alimentari, i loro leader possono sfidare il sistema globale e sopravvivere, se non addirittura prosperare, giocando al vecchio e tradizionale gioco della politica della forza per controllare la loro regione».

È interessante notare come questa dualistica contrapposizione tra Prosperità e Potenza ricalchi lo schema proposto da Robert Kagan nel suo Paradiso e potere (Mondadori, 2003) a proposito del rapporto Europa-USA: «L’Europa sta voltando le spalle al potere […] Sta entrando in un paradiso poststorico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Gli Stati Uniti invece restano impigliati nella storia a esercitare il potere in un mondo anarchico, hobbesiano, nel quale la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dell’ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall’uso della forza». Colombe contro falchi, Kant versus Hobbes, Venere contro Marte. Naturalmente niente di tutto questo, a uno sguardo meno superficiale.

In realtà declinare la potenza e la forza di un Paese a partire dalla sua dimensione politico-militare è sbagliato, soprattutto nel contesto della società-mondo del XXI secolo, nell’epoca della sussunzione totalitaria di tutto e tutti al Moloch capitalistico. Il confronto tra grandi potenze mondiali è sempre un confronto tra sistemi capitalistici, e difatti gli Stati Uniti vinsero la Prima guerra mondiale, la Seconda e la Guerra Fredda semplicemente perché il Capitalismo americano mostrò di essere di gran lunga quello più forte rispetto ai suoi competitor, e  a tutti i livelli: da quello della produzione materiale a quello finanziario, da quello tecnologico a quello scientifico, da quello organizzativo a quello ideologico.  Di qui, lo sforzo americano teso a scongiurare la formazione di un potente polo capitalistico di dimensione continentale, a cominciare naturalmente dal Vecchio Continente (l’Europa a trazione tedesca, ieri come oggi), ma senza trascurare il “pericolo giallo”: ieri il Giappone, oggi la Cina. Come ho scritto altre volte, l’Unione Sovietica perse la Guerra Fredda innanzitutto su un terreno schiettamente capitalistico, e bastava mettere a confronto la struttura industriale americana con quella sovietica per capire che alla lunga il successo avrebbe certamente arriso agli americani: altro che gioco a somma zero!

La verità è che oggi Friedman esprime quella tendenza isolazionista che ogni tanto, soprattutto in tempi di crisi economica (o dopo dolorose esperienze: vedi Vietnam, Afghanistan, Iraq), fa capolino negli Stati Uniti, e che si scontra con la tendenza “internazionalista” o interventista.  Dalla fine del XIX secolo l’elaborazione della politica estera americana deve fare soprattutto i conti con le due direttrici oceaniche: guardare verso l’Atlantico e verso il Pacifico, al contempo. L’alternanza di politiche “isolazioniste” e politiche “internazionaliste” ha molto a che fare con questa tensione geopolitica, ossia col prevalere, mai però in termini assoluti, degli interessi atlantici (relazione America-Europa) piuttosto che di quelli legati alle relazioni economiche con l’area del Pacifico.

Obama3333-960x640Scrive Friedman nella sua qualità di avvocato difensore del Presedente Obama, accusato «ingiustamente» dai “falchi” a stelle e strisce di essere fin troppo timido «nel difendere i nostri interessi o i nostri amici»: «C’era [ai tempi della Guerra Fredda] la politica del “contenimento”, che ci diceva cosa dovevamo fare e che dovevamo farlo quasi a qualsiasi prezzo. Oggi chi contesta Obama dice che dovrebbe fare “qualcosa” sulla Siria. Lo capisco. Il caos che regna laggiù potrebbe finire per far sentire i suoi effetti nefasti anche da noi. Se esiste una politica in grado di risolvere la situazione siriana, o anche semplicemente di fermare le uccisioni in modo stabile e duraturo, a un costo sopportabile e che non vada a discapito di tutte le cose che dobbiamo fare qui in patria per garantire il nostro futuro, contate pure sul mio sostegno». Gli interessi degli Stati Uniti innanzitutto. Come sempre, del resto, ma nel modo adeguato al sempre più veloce, «liquido» e competitivo mondo post Guerra Fredda: «La guerra fredda ruotava intorno all’equazione massa-energia di Einstein: e = mc². La globalizzazione, invece, tende a gravitare intorno alla legge di Moore, la quale stabilisce che la capacità di elaborazione di un microchip raddoppia in un periodo compreso fra i diciotto e i ventiquattro mesi, mentre il costo si dimezza» (T. L. Friedman, Le radici del futuro). Personalmente tendo a dar credito alla legge di Marx, la quale spiega i processi sociali fondamentali che rigano il tutt’altro che liscio mondo di oggi a partire dalla ricerca del massimo profitto: nella sfera economica come in quella geopolitica. Anche la sfera delle cosiddette relazioni umane non mi sembra poi così estranea da questa maligna ricerca.

Michael Cohen della Century Foundation esprime bene l’attuale orientamento strategico degli Stati Uniti: «Quel che c’è di sbagliato [nelle analisi dei falchi antiobamiani] è il focus delle critiche. Il cuore del problema non è tanto come Obama deve rispondere ai russi ma perché […] La vera domanda è cosa sono disposti a fare gli altri. Non solo in Ucraina, ma anche in Siria, Medio Oriente e Iran. John F. Kennedy diceva: non domandatevi quello che l’America può fare per voi, piuttosto chiedetevi quello che voi potete fare per l’America. Adesso è il momento di chiarire cosa l’Europa è in grado di fare per se stessa. Troppe nazioni sono state al riparo dell’ombrello di sicurezza statunitense, in Europa e non solo» (Limes, 12 marzo 2014). È facile affettare pose da colomba kantiana al riparo del costoso apparato di sicurezza americano! Troppo comodo indossare i panni di Venere quando si può contare sui missili atomici intercontinentali dell’antipatico dio della guerra!

merkel-deutschlandtag-jungen-unionDa Le figaro a Libération, dal Times al Financial Times è tutto un grido di dolore: l’atto di forza putiniano fa strame del diritto internazionale! Come ho critto altrove, chi contrappone la forza al diritto mostra di possedere o una grande ignoranza dei fatti storici e del mondo in cui abbiamo la ventura di vivere, oppure una notevole dose di cinica ipocrisia. Nella politica in generale e nella politica estera in particolare il Diritto equivale a Forza, di più: il Diritto è Forza (materiale, politica, culturale, ideologica, psicologica, in una sola parola: sistemica)*. «Gli economisti borghesi vedono soltanto che con la polizia moderna si può produrre meglio che, ad es., con il diritto del più forte. Essi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro “Stato di diritto”» (K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, I, La Nuova Italia, 1978).

Il diritto della Russia di annettere la Crimea con tutti i mezzi necessari è inscritto non solo nel retaggio storico dell’impero russo, dagli zar “neri” a quelli “rossi” e infine tricolori, ma in primo luogo nei suoi interessi nazionali. Il diritto di europei e americani di contrastare questa annessione è radicata sulla stessa base, risponde cioè alla stessa logica, la logica di Potenza. Ed è precisamente questa logica che bisogna demistificare, per far emergere la natura capitalistica della competizione interimperialistica nascosta dietro le solite menzogne ideologiche intorno al «diritto di autodeterminazione dei popoli», alla «libertà dei popoli», alla «pace», alla «democrazia», allo «Stato di diritto» e via discorrendo.

Tutti gli osservatori di politica internazionale oggi denunciano l’impotenza dell’Europa dinanzi alle velleità egemoniche della Russia: «L’Europa ha abdicato alla sua funzione di potenza benevola, e così ha tradito le generose aspettative degli ucraini. A Piazza Maidan si è versato sangue inutilmente». Insomma, si fa finta di non sapere che non esiste alcuna Europa, se non come mera espressione geografica, almeno dal punto di vista geopolitico. Esistono invece gli interessi della Germania, della Francia, dell’Inghilterra, della Polonia, dell’Italia e così via; interessi nazionali che non sempre entrano in reciproca sintonia sulle questioni di fondamentale importanza riguardanti l’assetto geopolitico e geoeconomico del Vecchio Continente e del pianeta.

Sul Financial Times Peter Spiegel invita i leader europei a superare la sindrome che ha condotto il Giappone all’attuale impasse sistemico: agire e considerarsi come un gigante economico e un nano politico. L’Europa deve ritornare a «pensare in modo strategico», e come sempre la chiave del problema si chiama Germania. Non c’è dubbio. La maledetta Questione Tedesca è più viva che mai.

* Da Il mondo è rotondo:

Come il grande Capitale domina e il più delle volte sfrutta, soprattutto attraverso strumenti tecnologici, quello medio e piccolo, analogamente le grandi potenze esercitano di fatto, e spesse volte anche di diritto (soprattutto alla fine di una guerra), il loro dominio sulle potenze medie e piccole come su ogni altra configurazione politico-istituzionale nazionale e transnazionale. È il diritto del più forte, certamente; quello che ha segnato la storia del Dominio sociale negli ultimi tremila anni. Come sanno bene i teorici del realismo geopolitico è la forza organizzata delle nazioni, che ha nello Stato la sua più puntuta espressione, che gioca un ruolo fondamentale nei rapporti tra gli Stati, che sono appunto rapporti di forza, di potenza, mentre la fumisteria della propaganda ideologica vi svolge una funzione assai modesta, esercitata soprattutto ai danni delle cosiddette opinioni pubbliche internazionali.

D’altra parte, il dominio delle grandi potenze ha sempre avuto un carattere relativo e tendenzialmente transitorio. Per un verso le nazioni assoggettate alla Potenza dominante, o soltanto egemone, fanno di tutto per tutelare nei limiti del possibile i loro peculiari interessi, e per ricavare dal particolare sistema di alleanze nel quale sono inserite il maggiore vantaggio possibile, il che spesse volte costringe la nazione collocata al centro di quel sistema a pagare un prezzo molto salato sull’altare della propria leadership. La storia dell’Alleanza imperialistica dominata dagli Stati Uniti è molto istruttiva a tal proposito. Questo per un verso. Per altro verso, l’ascesa e il declino, assoluto o solo relativo, delle grandi Potenze testimoniano del carattere dinamico dei rapporti di forza che vengono a stabilirsi tra le nazioni.

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