L’IMPERIALISMO ITALIANO NEL “PARADOSSO AFRICANO”

reChe la geopolitica sia al servizio dello status quo, declinato in termini squisitamente sociali (quindi qui non mi riferisco allo status quo di natura geopolitica), lo dimostra il fatto che essa si sforza non solo di comprendere, ma soprattutto di definire, o aiutare a definire gli interessi nazionali di un Paese, offrendo alla sua leadership politica materiale di vario genere (storico, economico, politico, culturale, scientifico, militare, ecc.) su cui riflettere per elaborare la migliore politica estera possibile per quel Paese.

È sufficiente leggere gli apologetici passi che seguono per capire a cosa intendo riferirmi: «Il giudizio complessivo sulla missione in Africa Orientale del viceministro italiano non può che essere quindi entusiastico, a condizione che non si traduca in una manifestazione di interesse isolata ed estemporanea del nostro paese verso la regione e, soprattutto, che si accompagni a un effettivo progetto politico, economico e culturale di consolidamento della dimensione multilaterale dei rapporti e dell’interesse nazionale italiano in loco. Questa progettualità è però ancora tutta sulla carta, vittima di un immobilismo che per decenni ha sistematicamente ignorato lo sviluppo delle relazioni con la regione, ma anche di un approccio culturale che ha trasformato la condanna al colonialismo nell’unico elemento di reale interesse per la gestione del rapporto con i paesi del Corno d’Africa. E che ha sempre considerato il perseguimento di un interesse nazionale nella regione come una sorta di revanscismo di stampo coloniale». Così Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, commentava su Limes (24 luglio) il viaggio in Corno d’Africa (Eritrea, Somalia, Etiopia Sudan) del Vice Ministro degli Esteri Lapo Pistelli. L’Italia torna nel Corno d’Africa: ed era ora!

Da parte sua Pistelli ha cercato di rinfocolare, al contempo, le aspettative dei propugnatori dell’italico posto al sole e quelle dei suoi interlocutori africani, sempre più tentati dai pingui capitali cinesi: «L’Italia è pronta a mostrare una disponibilità nuova, che saprà certamente attivare quella fiducia reciproca che è mancata tra di noi da tanti, troppi decenni ormai». Non c’è da dubitarne. «Il Vice Ministro ha anche sottolineato l’impegno delle ONG italiane che operano in Somalia nei settori del sostengo alimentare, della salute e dell’istruzione gestendo progetti finanziati da vari donatori per un totale di circa 42 milioni di euro impiegando quasi 2000 somali. In particolare Pistelli ha promesso l’impegno di Emergency per riportare a pieno regime l’Ospedale Giacomo De Martino a Mogadiscio, il nosocomio costruito dagli italiani negli anni Trenta accanto al Porto Vecchio, poi distrutto dalla Guerra Civile e riattivato ancora con la Cooperazione italiana a partire dal 2011 con l’impegno della D.sa Aisha Omar Ahmed, una ginecologa formatasi a Roma, figlia del Ministro delle finanze sotto Siad Barre» ( Shukri Said, Art. 21, 4 luglio 2014). Queste informazioni sono importanti almeno per due motivi: in primo luogo perché confermano la tesi secondo la quale le cosiddette ONG rappresentano la continuazione della prassi imperialistica, sono parte integrante del cosiddetto soft power (la stessa economia, che dà sostanza e dinamica al moderno Imperialismo, è definita dagli analisti soft power); e poi perché mettono in luce la continuità della politica estera italiana almeno nell’ultimo secolo.

renz3Anche Matteo Renzi a luglio è stato molto attivo nel Continente Nero, protagonista, insieme agli alti dirigenti dell’Eni e della Finmeccanica, di un rapido tour che l’ha portato in Mozambico, in Congo e in Angola, forse anche con la perfida intenzione di pestare i calli dei cugini francesi, alquanto sgarbati con gli interessi italiani ai tempi del blitz in Libia ai danni dell’amico Gheddafi. Il Premier italiano si è poi lamentato, in sede di bilancio, con i politici e i media nostrani, rei di non aver messo nella giusta luce uno sforzo che parla a favore della capacità del Paese di uscire dalle secche della crisi, di rimettersi in marcia e di stare al centro del mondo: siamo troppo provinciali, ci appassioniamo solo alla politichetta di cortile!

«Un Paese ambizioso costruisce strategie di medio periodo», ha detto Renzi rivolgendosi come al solito ai «gufi di professione»: «l’export italiano oggi cresce al 4,9%, più della Germania, e un programma ad hoc, gestito dal viceministro Carlo Calenda, anche lui in missione in Africa, rilancerà l’Italia, che può farcela solo se è forte anche all’estero». Anche di questo chi scrive non nutre dubbi di sorta.

In effetti, bisogna sbrigarsi per non essere tagliati fuori dagli imperialismi concorrenti dagli enormi affari che lo sviluppo capitalistico africano promette e in parte già garantisce. La Banca mondiale stima per l’Africa una crescita del 4% per quest’anno, e persino per i Paesi del Continente più devastati da carestie, miseria e violenze d’ogni tipo (vedi Rwanda, Kenya, Burkina Faso, Senegal e Repubblica del Congo) è prevista una crescita del 2,9%. La Banca africana per lo sviluppo e il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite stimano per i prossimi anni indici di crescita decisamente più alti, di “stampo cinese”: oltre il 7%.

«A Maputo Renzi si è impegnato a rilanciare il ruolo dell’Italia nel continente subsahariano. Con un investimento da 50 miliardi di dollari in sei anni l’Eni scommette di diventare leader nell’area. “Un’operazione straordinaria che ci darà gas sufficiente per 30 anni”, ha detto il premier. In Mozambico è stata scoperta una riserva di gas di 2400 miliardi di metri cubi. Renzi punta ad uno scambio commerciale di 400 milioni di euro. “L’Africa è il luogo per far ripartire la politica estera intesa come rapporti politici ed economici. La scoperta di gas di Eni fa capire come si può diversificare la politica energetica: invece di litigare solo su Southstream scegliamo l’Africa e gettiamo le condizioni per l’energia dei nostri figli”» (Formiche.it, 21 luglio 2014). Non so che effetto faccia ai lettori, ma personalmente mi commuovo sempre dinanzi alla generosità e alla lungimiranza dell’imperialismo tricolore. È più forte di me!

Corno_dAfrica«In Africa è tutto da costruire: infrastrutture, servizi, telecomunicazioni, industrie. I Paesi africani spendono 35 miliardi di dollari per importare cibo, nonostante contino su incalcolabili terre coltivabili e risorse naturali. Secondo un rapporto dell’Unicef, un milione di bambini l’anno muore di fame e il 30% è africano». Secondo Formiche.it tutto ciò configura «il paradosso africano». A mio avviso al cospetto di tali contraddizioni sarebbe invece più corretto scomodare concetti un po’ più impegnativi, quali Imperialismo, divisione internazionale del lavoro, sviluppo ineguale, sfruttamento capitalistico degli individui e della natura, dominio totale e mondiale dei rapporti sociali capitalistici, e via di seguito. Ma si tratta di un modesto parare personale, si capisce.

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4 thoughts on “L’IMPERIALISMO ITALIANO NEL “PARADOSSO AFRICANO”

  1. Così D. A-H. T. ha commentato su Facebook:

    «Fa piacere sentir parlare d’imperialismo italiano, di questi tempi in cui i deliri sovranitari sembrano aver infestato gran parte dei cosiddetti compagni che credono alla stupidaggine, per loro, evidentemente rassicurante, di un’Italia completamente asservita agli interessi dell’unico imperialismo che riconoscono: quello USA».

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