IL PUNTO SULLA “QUESTIONE UCRAINA”

Scontri a Kiev2014. Morire per l’Europa: è il sobrio, ma nient’affatto beneaugurante, titolo dell’articolo di Oxana Pachlovska pubblicato nell’interessante numero di Limes (20/2014) dedicato alla cosiddetta «Crisi Ucraina». Perché cosiddetta? Lo spiega la stessa Pachlovska: «Ciò che designiamo con l’espressione “crisi ucraina” non costituisce un conflitto locale, bensì uno scenario di proporzioni mondiali. Non si tratta di un conflitto tra Kiev e Sinferopoli, bensì uno scontro frontale e ormai senza infingimenti tra Russia ed Europa e tra Mosca e Washington, “nuova Cartagine” da distruggere nell’ottica euroasiatica. […] Nell’ottica russa un’Ucraina indipendente protesa verso l’Europa non può e non deve esistere». Quale sia l’interesse strategico della potenza russa è chiaro a tutti, anche se le potenze concorrenti sorvolano sul punto per evidenti ragioni di marketing geopolitico. Meno chiari e certamente più contraddittori appaiono invece gli interessi occidentali, per il semplice motivo che 1. non esiste una Europa in quanto organico e coerente spazio geopolitico, bensì una serie di Paesi europei i cui specifici interessi nazionali non sempre consentono una efficace “sintesi unitaria” , e 2. non sempre gli interessi delle due sponde dell’Occidente separate/unite dall’Atlantico collimano, e anzi dalla fine della cosiddetta Guerra Fredda le occasioni di una divaricazioni di interessi strategici tra almeno una parte dei Paesi europei (pensiamo a ciò che accadde durante l’invasione americana dell’Irak) e gli Stati Uniti si sono moltiplicate.

«La crisi ucraina e i conseguenti rapporti più o meno autenticamente burrascosi dell’Unione europea con la Russia stanno gettando le tracce di una nuova geopolitica del gas: per quanto sia difficile che realmente quanto sta accadendo nel paese di Kiev possa incrinare in modo duraturo i rapporti fra i due blocchi specialmente in tema di energia, certo è che la strategia delle minacce fa intravvedere nuovi e possibili scenari interessanti. E se c’è qualcuno che si preoccupa, qualcun altro si sfrega le mani» (Notizie Geopolitiche, 17 aprile 2014). Fra chi si «sfrega le mani» poteva mancare la Germania? Certo che no: «In soccorso di Kiev è arrivata la tedesca RWE: il colosso dell’energia elettrica con sede ad Essen, nella Renania Settentrionale (Vestfalia), ha infatti iniziato a vendere il proprio metano a Kiev, unica tra tutte le società europee a farlo dall’inizio delle ostilità con la Russia, tramite un gasdotto che attraversa la Polonia. Si tratta di un contratto firmato con l’ucraina Naftogaz per una fornitura annuale a pieno regime di 10mld di m3, al prezzo, com’è stato spiegato, “d’ingrosso europeo»”. Forse a qualche vecchio polacco l’attraversamento del gasdotto germanico lungo il suolo patrio fa balenare vecchi e brutti ricordi.

Scrive giustamente Lucio Caracciolo (in realtà è una sorta di intelligente mantra che egli ripete crisi geopolitica dopo crisi geopolitica): «Nelle crisi ci svegliamo per quel che siamo e non per quel che vorremmo essere. Vale anche per gli attori geopolitici» (Lo specchio ucraino, Limes 4/14). Il mio mantra dice: «È l’eccezione che svela la vera natura della regola *». L’eccezione è la crisi (economica, geopolitica, sociale, esistenziale); la regola è il Capitalismo/Imperialismo.

1397464947232_fotocolore_8_500Ma ritorniamo a Caracciolo: «Il test dell’Ucraina, al quale si sono sottoposti russi, americani ed europei, ha prodotto un esito negativo per Mosca, positivo per Washington, catastrofico per l’unione Europea. Bilancio molto provvisorio, da riverificare nel futuro prossimo. Eppure ineludibile, se vogliamo intendere il senso di una partita la cui prima posta è la ridefinizione della sempre mobile frontiera fra impero russo e spazio euroatlantico». Detto che all’anacronistico concetto di «impero russo» preferisco quello più storicamente adeguato (almeno dai tempi di Stalin in poi) di Imperialismo russo, almeno in parte condivido l’analisi di Caracciolo. In effetti, l’attivismo politico-militare di Mosca non riesce a nascondere un dato di fatto: l’Ucraina colta nella sua precedente configurazione nazionale ha opposto una inaspettata resistenza a una sua organica integrazione nello spazio egemonico russo. La Russia ha investito tantissimo, in termini economici (alcune stime parlano di 200 miliardi di euro spesi negli ultimi venti anni) e politici, su Kiev per scongiurare l’esito a cui stiamo assistendo, e certamente farà di tutto per non trovarsi la NATO alle sue frontiere. Sulla debolezza strutturale dell’Imperialismo energetico russo rimando qui.

Già che ci sono formulo la solita retorica e provocatoria (ma solo alle orecchie delle tante mosche cocchiere del Bel Paese che svolazzano allegramente sulla cacca della competizione interimperialistica) domanda: possono gli antimperialisti occidentali che lottano contro la NATO allearsi “tatticamente” con l’Imperialismo russo? La risposta mi sembra già contenuta nella suggestiva domanda. A ogni buon conto, rimando il lettore ai miei precedenti post “geopolitici”.

Anche Caracciolo mostra di prendere sul serio l’unione Europea, sebbene per mostrarne le magagne: le divisioni, le contraddizioni, gli “egoismi nazionali”. I maggiori analisti geopolitici del pianeta sanno bene che solo la Germania potrebbe conferire peso sistemico e direzione strategica a un’Unione Europea di nuovo conio (un Quarto Reich?), ma naturalmente cosa ciò significhi in termini di competizione tra le Potenze è a loro altrettanto evidente.

«La Germania», lamenta Ian Bremmer, «ha una visione economica e non geopolitica» (La Stampa, 15 aprile 2014). Diciamo piuttosto che la Germania “ha fatto” geopolitica attraverso l’economia, come ben dimostra la Riunificazione del Paese e la creazione di un’area del Marco che coincide con l’area capitalisticamente più forte e dinamica del Vecchio Continente. D’altra parte, Berlino sa bene che Parigi, Londra, Mosca, Washington ecc. amano così tanto la Germania, che ne vorrebbero almeno tre (visto che due non sono bastate…). Da questo punto di vista è vero che la potenza sistemica del capitalismo tedesco è fonte di inquietudine per la stessa classe dirigente tedesca, la quale ha paura di assecondare anche geopoliticamente la natura capacità espansiva del Made in Germany. Gestire una macchina potente non sempre è facile.

Secondo Gregor Gysi, capogruppo parlamentare della Linke, «Molti russi si sentono umiliati dal crollo dell’impero sovietico. Quello che Putin ha fatto in Georgia, in Siria e ora in Ucraina dà ai russi la sensazione di essere ancora importanti». Non c’è dubbio, e chi lotta contro l’Imperialismo mondiale (russo, americano, europeo, cinese, italiano, ecc.) deve mostrare alle classi dominate il contenuto ultrareazionario del sentimento patriottico alimentato sempre di nuovo dalla propaganda nazionalista. La tesi marxiana secondo la quale l’ideologia dominante è quella delle classi dominanti, ossia quella che sorge spontaneamente sulla base dei vigenti rapporti sociali, nell’epoca della sussunzione totalitaria del mondo al capitale è più vera che mai. Non solo non bisogna “cavalcare”, alimentare e carezzare i “sentimenti popolari”, come fanno coloro che lavorano per la difesa dello status quo sociale (e magari “tirare su” tanti bei voti), ma bisogna piuttosto bastonarli con la più intransigente e puntuale delle critiche *.

«Dall’altra parte», continua Gysi, «Putin è prigioniero di un vecchio modo di pensare. Cerca – come gli Stati Uniti, del resto – di mantenere e consolidare la sua sfera d’influenza. Questo bisogna saperlo se si vuole convincere il governo di Mosca a non procedere verso l’escalation» (Intervista del Tagesspiegel, 8 aprile 2008). Peccato che quel «vecchio modo di pensare» sia radicato profondamente e necessariamente nella vigente dimensione del Dominio. Sono piuttosto le categorie di “vecchio” e di “nuovo”, declinate in modo ideologico, ossia tale da non consentire di afferrare la reale dinamica dei processi sociali, che bisogna dismettere una volta per sempre. Questo bisogna saperlo se non vogliamo farci arruolare anche solo “spiritualmente” in uno dei campi imperialistici in reciproca competizione.

images* «La trincea non è il non-luogo nel quale è sospesa la Legge della Civiltà, come suggerisce anche De Roberto, ma piuttosto l’eccezione che illumina a giorno la normalità (la Regola) di una dimensione esistenziale dominata da rapporti sociali che negano con tetragona necessità ogni autentica umanità» (1914-2014. La grande paura).

** «Per la popolarità Marx nutriva un sovrano disprezzo. […] La  folla era per lui il gregge senza idee, che riceveva pensieri e sentimenti dalla classe dominante. Finchè il socialismo non si è fatto spiritualmente strada tra le masse, per Marx il plauso della folla non può che andare a gente che si oppone al socialismo» (W. Liebknecht, Colloqui con Marx, p. 177, Einaudi, 1977).

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