INTRIGO UCRAINO

Polish and Ukrainian studentsDopo lo smacco di Vilnius sul partenariato orientale il Presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy ha dichiarato che «l’Ue continuerà a dire che l’influenza della Russia è in contrasto con il diritto internazionale». Gli ha fatto subito eco il Presidente della Commissione dell’Unione Josè Manuel Barroso: «Non accettiamo un veto di un altro Paese su un accordo bilaterale, è inaccettabile per il diritto internazionale». Naturalmente il diritto internazionale qui è chiamato in causa a sproposito, solo ai fini di una propaganda politica che non riesce a coprire i reali termini della questione posta dalla questione ucraina.  D’altra parte, è anche vero che il Diritto, anche quello internazionale, non è che una questione di rapporti di forza: «Gli economisti borghesi dimenticano soltanto che anche il diritto del più forte è un diritto, e che il diritto del più forte continua a vivere sotto altra forma nel loro “Stato di diritto”» (K. Marx, Lineamenti).

Sul Corriere della Sera del 28 novembre Il “realista” Sergio Romano, che ha preso le difese delle «ragioni della Russia», ha ricordato agli “idealisti” di Bruxelles i reali – e brutali – termini della questione: «Prima di lanciare accuse, sarebbe meglio tenere conto di almeno due fattori. Converrebbe ricordare, in primo luogo, che i rapporti fra l’Ucraina e la Russia sono molto diversi da quelli che legano Mosca ai piccoli Stati del Baltico e alle regioni del Caucaso, del Caspio, dell’Asia centrale. L’Ucraina è la patria culturale della Russia, il luogo in cui affondano le sue radici religiose. Per più di trecento anni ha fatto parte dello Stato russo. Le sue province orientali sono abitate da circa otto milioni di persone che parlano russo. E la Crimea, popolata pressoché interamente da russi e tatari, è ucraina soltanto perché fu donata a Kiev da Krusciov per celebrare il trecentesimo anniversario dell’unione russo-ucraina. Converrebbe poi ricordare che tutto si può rimproverare alla dirigenza russa fuorché i sentimenti con cui ha assistito all’ingresso delle tre repubbliche baltiche nella Nato e al tentativo di completare l’accerchiamento, qualche anno dopo, offrendo la stessa ospitalità all’Ucraina e alla Georgia. Putin non lo ha mai dimenticato e non lo dimenticherebbe, verosimilmente, chiunque prendesse il suo posto. Se l’Ue desidera fare dell’Ucraina un Paese associato, quindi, la soluzione del problema passa da un accordo a tre fra Bruxelles, Kiev e Mosca. Il presidente ucraino Janukovic lo desidera e Putin, a giudicare da alcune sue dichiarazioni, vuole soprattutto essere certo che l’accordo d’associazione non avrà per effetto, prima o poi, l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Non sarà facile, ma è sempre meglio che litigare con Mosca per una ragione sbagliata».

Per Romano la «ragione sbagliata» è insomma quella di ritenere l’abbandono, a breve o medio termine, da parte di Kiev dello spazio europeo storicamente dominato/egemonizzato dalla Russia una questione tutto sommato secondaria rispetto ai temi di immediata pregnanza economica (come se essi non avessero peraltro una necessaria “ricaduta” politica), un dossier di ordinaria e routinaria amministrazione, da affidare ai lunghi e noiosi negoziati diplomatici che tanto piacciano ai burocrati di Bruxelles. L’Ucraina segna la storica faglia di separazione-unione tra due spazi geopolitici e culturali un tempo irriducibilmente contrapposti, e non è che improvvisamente la globalizzazione capitalistica ha livellato tutte le antiche ragioni di antagonismo sistemico, per inaugurare la felice epoca della pace perpetua kantiana su tutto il Vecchio Continente, come ritennero gli europeisti spinelliani all’indomani della caduta del famigerato Muro. Diciamo piuttosto che mentre ne ha pensionate molte, di quelle vecchie ragioni, la cosiddetta globalizzazione ne ha aggiunte di nuove, profondamente radicate negli interessi capitalistici e imperialistici (qui una distinzione puramente formale) del XXI secolo.

putin-letta-grandeLa verità è che la rudezza e la spregiudicatezza di Putin, per un verso sfidano il modello politico-ideologico dell’Imperialismo europeo, che dal secondo dopoguerra in poi ha fatto del cosiddetto soft power il suo asse centrale: «La cultura strategica europea privilegia i negoziati, la diplomazia, i legami commerciali e il diritto internazionale rispetto alla forza, la persuasione rispetto alla coercizione, il multilateralismo rispetto all’unilateralismo […] Pochi però amano ricordare che il presupposto imprescindibile di quella cultura è stata la distruzione della Germania nazista. I più preferiscono credere che siano stati l’intelligenza e lo spirito del vecchio continente a creare le premesse del “nuovo ordine” kantiano». Così Robert Kagan in Paradiso e potere (2003).  Kagan omette di ricordare la coeva distruzione della Francia e dell’Inghilterra come potenze di rango mondiale, ed è, questa, la sola concessione all’«idealismo europeo» che il “realista” americano di provata coerenza dottrinaria si permette. Ma è un’omissione assai eloquente, perché tutti conoscono la storia europea, almeno quella degli ultimi due secoli.

Per dirla sempre con Kagan, se non vuole acconciarsi a un ruolo di irrilevanza geopolitica, l’Europa deve riscoprire quel «mondo hobbesiano» che essa regalò agli Stati Uniti dopo la Seconda carneficina mondiale per ragioni di necessità e di convenienza. Il Vecchio Continente deve “sporcarsi le mani” facendo i conti con il mondo concreto dell’antagonismo tra le Potenze, deve appunto ritornare nell’hobbesiana dimensione della storia dopo le fumisterie ideologiche “kantiane” degli scorsi decenni. Temi cari, peraltro, ai mentecatti del Sovranismo politico-economico d’ogni tendenza politica.

Per altro verso, l’attivismo geopolitico del “nuovo Zar”, icona dei machisti e degli antiamericani europei (assai numerosi a “destra” come a “sinistra”), mette a nudo in modo davvero imbarazzante quelle divisioni interne che non consentono all’Unione europea di mettere a punto un’adeguata strategia geopolitica e sistemica nei confronti degli Stati Uniti, della Cina e, dulcis in fundo, della Russia. «In realtà», scriveva Caroline de Gruyter sull’ Handelsblad di Amsterdam del 27 novembre, «il problema è politico, ma nessuno ne parla con Putin. Perché dato che non esiste un consenso fra gli europei, che cosa possiamo dirgli? E chi glielo dovrebbe dire?». La Germania, ovviamente: «Aver reclutato la Germania per una posizione di principio sul partenariato orientale ha trasformato l’iniziativa da minuscolo progetto di stati membri orientali e settentrionali dell’Ue in un’impresa paneuropea. Alla fine il sostegno tedesco non è bastato a dar vita al risultato desiderato. Ma ancora una volta, l’Ue ha avuto qualcosa di ancora più importante da guadagnare: la Germania ha assunto la guida della politica estera per ciò che concerne una questione molto spinosa e difficile, che significa anche tener testa alla Russia» (Jan Techau, L’Ue può ancora vincere, Kazanevski, 28 novembre 2013).

Va da sé che questo ritrovato ruolo internazionale della Germania è un fatto tutt’altro che dato per pacificamente scontato non solo all’interno dell’Unione europea, divisa tra Stati del Nord che ruotano intorno a Berlino e Stati del sud che stanno cercando di rappattumarsi lungo l’asse Parigi-Roma; l’attivismo “oggettivo” della Germania sullo scacchiere europeo desta inquietudini anche, se non soprattutto, a Londra e a Washington. Il già citato Kagan ricordava, a proposito delle «ambizioni egemoniche» della Germania, che «Averla integrata e ammansita è stata la grande conquista dell’Europa»; ora questa «grande conquista» è messa in crisi dal processo sociale mondiale.

Supporters of EU integration hold a rally in the Maidan Nezalezhnosti or Independence Square in central Kiev«Dal carcere di Kharkiv dove è rinchiusa, Yulia Tymoshenko ha invitato gli ucraini a sollevarsi contro Yanukovich: “Milioni di ucraini devono alzarsi, non lasciare le piazze finché le autorità non saranno state rovesciate con metodi pacifici”, scrive la leader dell’opposizione in una lettera letta ai giornalisti dalla figlia Evghenija. La sua liberazione era una delle condizioni centrali avanzate dalla Ue per la firma dell’Accordo di associazione» (Il Sole 24 Ore, 30 novembre 2013). Ovviamente chi aderisce a un punto di vista minimamente critico-radicale non può che denunciare la tragica circostanza che vede i dominati ucraini affrontare la polizia per sostenere (magari ammaliati dalle sempre più false speranze di benessere e di libertà made in Occidente, ma forse anche memori della miseria e dell’oppressione made in Russia) il “partito occidentale”, oppure (magari nostalgici della grandeur della Russia Sovietica: «Si stava meglio quando si stava peggio!», ma forse anche atterriti dalla prospettiva di una guerra europea sul suolo ucraino) il “partito orientale”.

«Oggi una guerra fra le grandi nazioni d’Europa è quasi impensabile» (Kagan, Paradiso e potere). Appunto: quasi. D’altra parte, la guerra sistemica «fra le grandi nazioni» del mondo è in corso. Ovunque. Come dimostra appunto l’attuale intrigo ucraino, il cui esito è tutt’altro che scontato.

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L’imperialismo energetico della Russia.
Quando una statua di Lenin (o di Marx) cade.

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