L’IMPERIALISMO ENERGETICO DELLA RUSSIA

mosca-interna-nuovaMa, tanto se si adotta un criterio materialista per valutare la Russia, quanto se la si giudica da un punto di vista idealista (ossia se si considera la sua potenza come un fatto palpabile oppure conformemente alla visione che se ne fa la cattiva coscienza dei popoli europei), il problema resta lo stesso: in quale modo questa potenza ha potuto raggiungere tali dimensioni, suscitando da un lato la appassionata denuncia, e dall’altro il furibondo diniego del pericolo che essa costituiva per il mondo intero con la sua aspirazione a ricreare le basi per una “monarchia universale”? (1).

Cresce d’intensità il confronto economico-politico tra L’Unione europea e la Russia a proposito del futuro assetto dell’area geopolitica un tempo dominata dall’Unione Sovietica.  Soprattutto i polacchi denunciano apertamente il tentativo «neo-imperialista» della Russia di ridurre a ragione, attraverso intimidazioni, ricatti e corruzioni, l’Ucraina, che sembrerebbe propensa a firmare l’accordo di associazione con l’Unione europea già al summit sul partenariato orientale che si terrà il prossimo novembre a Vilnius.

In effetti, Mosca sta facendo di tutto per convincere Kiev a entrare nell’unione doganale Euroasiatica, cui già partecipano Bielorussia e Kazakistan e che dovrebbe diventare operativa entro il 2015. Naturalmente il piatto forte che la Russia ha messo sul tavolo dei negoziati con l’Ucraina riguarda il prezzo del gas che la prima vende alla seconda: il Cremlino ha promesso di ribassarlo generosamente in caso di adesione all’Unione doganale dei “fratelli ucraini”. La cosa dovrebbe apparire a Kiev tanto più allettante (e minacciosa) se si considera l’opposto trattamento che Mosca sta riservando agli ex «Paesi dell’Est». La Lituania, ad esempio, «sostiene di essere costretta a pagare il gas [russo] a un prezzo superiore del 35 per cento rispetto a quello fissato per la Germania. L’Unione europea ha annunciato un’azione legale contro la compagnia energetica Gazprom, accusata di aver aumentato ingiustificatamente i prezzi del gas venduto ai paesi dell’Europa dell’est» (2).

Naturalmente le azioni dell’Imperialismo, qualunque esso sia, hanno sempre delle precise giustificazioni, e si dispiegano sulla base di un diritto che promana direttamente dagli interessi e dalla forza di questo stesso Imperialismo. Da questo preciso punto di vista, e nella fattispecie qui analizzata: la Potenza nazionale russa, possiamo affermare che la Gazprom si sta muovendo sullo scacchiere europeo in modo assai oculato, oltre che aggressivo.

L’Ucraina non ha ancora assunto una posizione definitiva sulla faccenda, e appare divisa al suo interno: «Ci sono i global player, c’è chi spera nel mercato europeo, chi invece punta al legame stretto con la Russia, a seconda del rispettivo interesse. Quel che è certo è che la crisi economico-finanziaria ha colpito un paese che oggi per sopravvivere dipende dagli aiuti esteri. Le casse dello Stato non godono infatti di buona salute. E mentre le trattative con il Fondo monetario internazionale sono bloccate, la liquidità arriva solo dalla Russia» (3).

Kiev vorrebbe dare un sì senza riserve all’accordo di libero scambio con l’Unione europea, ma al contempo essa non vuole compromettere i suoi già “delicati” rapporti con Mosca, alla quale ha offerto la propria adesione all’unione Euroasiatica in qualità di «membro osservatore». Il vicepremier russo Igor Shuvalov ha seccamente respinto al mittente la proposta di Kiev, perché secondo la Russia «la membership dell’Ucraina non può essere a metà, deve essere piena». Il virile Vladimir Putin non perde occasione per ricordare a Kiev tutte le spiacevoli conseguenze cui l’Ucraina andrebbe incontro qualora rifiutasse la partnership con il “Paese fratello”: «Parliamo chiaro oggi perché domani non vogliamo essere accusati di incoerenza o doppio gioco».  A Kiev è ancora fresco il ricordo del freddo inverno del 2006, quando Mosca interruppe improvvisamente la fornitura del suo gas in risposta alla cosiddetta «rivoluzione arancione» che ne contestava il nuovo prezzo quadruplicato. La brutalità esibita è uno dei tratti distintivi della diplomazia inaugurata da Putin nei confronti dell’«estero vicino», cui fa preciso riscontro un giro di vite repressivo sul terreno della politica interna.

Come sempre è la Germania che sta cercando di trovare il solito «punto di equilibrio» tra i diversi interessi espressi dagli attori in campo, mentre gli euroburocrati di Bruxelles sono concentrati sugli aspetti legali dei dossier aperti sul tavolo. Ad esempio, sulle dubbie qualità “democratiche” del regime ucraino (vedi il caso dell’ex premier Yulia Tymoshenko, oggi leader dell’opposizione, ancora in carcere per «abuso di potere») Berlino è disposta a chiudere un occhio, se Kiev continua a guardare con sempre maggiore interesse verso Ovest. D’altra parte, un’occidentalizzazione più marcata delle istituzioni politiche dell’Ucraina sancirebbe un più solido ancoraggio del Paese all’Unione europea a trazione germanica.

Significativo è anche l’ interesse, condiviso con la Polonia, dell’Ucraina nei confronti delle tecnologie che rendono possibile l’estrazione del petrolio dagli scisti bituminosi (shale oil). L’italiana ENI si è già resa disponibile nel caso in cui le autorità ucraine dovessero passare da un generico interesse alla concretizzazione di un serio piano energetico basato sulla nuova tecnologia estrattiva.

Sul terreno del fracking la Polonia sembra essere il Paese europeo meglio piazzato, insieme all’Inghilterra. Secondo stime attendibili, i giacimenti di shale gas della Polonia sono i più grandi d’Europa, ed è da almeno due anni che nel Paese è partita la corsa in grande stile al gas che ha come protagoniste diverse compagnie nazionali e internazionali. La Rzeczpospolita di Varsavia sostiene che «il pozzo di Lębork nel nord della Polonia produce ottomila metri cubi di gas di scisto al giorno da oltre un mese. La produzione è troppo piccola per essere definita commerciale, ma è il miglior risultato ottenuto in Europa con la tecnica del fracking fino a oggi. Secondo l’Istituto geologico polacco (Pig) le riserve di gas di scisto del paese ammonterebbero a 768 miliardi di metri cubi, tra le più ricche del continente. Rzeczpospolita afferma che “il gas di scisto ha un potenziale enorme che potrebbe cambiare l’assetto energetico della Polonia e la situazione geopolitica mondiale”» (4). Una notizia che certamente non mancherà di suscitare qualche apprensione a Mosca.

Com’è noto è negli Stati Uniti che la nuova tecnologia estrattiva di petrolio e gas sta avendo il maggiore, e in parte sorprendente, impatto economico, e le conseguenze nella dimensione geopolitica della contesa imperialistica non si sono fatte attendere, soprattutto per ciò che riguarda i rapporti di Potenza tra l’America del Nord, che ha conquistato una certa autonomia economica nei riguardi delle materie prime energetiche prodotte in Medio Oriente, e la Cina, che invece sempre più ne dipende. Ma su questo importante punto qui mi limito a questo solo accenno.

______~1Per la Russia naturalmente è importante avere dalla sua parte l’Ucraina, non solo per riportarla dentro il suo spazio egemonico, se non di vero e proprio dominio, ma anche per gestire meglio, attraverso appunto la mediazione di quel Paese, i suoi rapporti politici e commerciali con l’Europa occidentale. D’altra parte occorre ricordare che insieme a Russia e Bielorussia l’ucraina diede vita l’8 dicembre 1991 alla Comunità degli Stati Indipendenti sulle ceneri della dissolta Unione Sovietica, e ciò spiega il risentimento di Mosca nei confronti di Kiev, accusata senza troppe cautele diplomatiche dai “fratelli” russi di voler tradire una causa comune, un’impresa geopolitica e geoeconomica iniziata di comune accordo. Comune accordo fino a un certo punto, beninteso. Per molti aspetti Kiev subì il nuovo soggetto di diritto internazionale (la CSI), facendo buon viso a cattivo gioco. In effetti, fin da subito l’Ucraino manifestò la preoccupazione di finire tra le grinfie dell’orso russo, e proprio quando l’ottenuta indipendenza ne aveva stuzzicato l’appetito nazionalistico e l’aspirazione a un ruolo di potenza regionale, anche sulla scorta del cospicuo arsenale ereditato dall’Unione Sovietica e degli aiuti economici che gli Stati Uniti e la Germania si premurarono di farle avere. Già alla fine del 1992 l’Ucraina uscì dall’area del rublo e implementò misure di controllo sui flussi commerciali con la Russia e la Bielorussia, rendendo di fatto inefficace lo «spazio economico unico» post-sovietico caldeggiato da Mosca. Come scriveva Jean Daniel nel ’94, segnalando la ripresa dell’Imperialismo russo dopo lo shock post-sovietico, «L’Ucraina è una grande nazione con 52 milioni di abitanti, che si estende dalla Russia caucasica alla Polonia, all’Ungheria e alla Romania. Come aveva fatto notare Zbignev Brzezinski, ex consigliere strategico di Jimmy Carter, un’Ucraina indipendente è una regione privilegiata per contenere l’espansionismo russo» (5).

«L’Ucraina e la Polonia», continuava Daniel, «vogliono far parte della Nato in quanto temono la Russia, sia pure liberata dal comunismo. Dal loro punto di vista, i russi non sono affatto cambiati in quanto a mire imperialiste». La citazione mi serve solo per ribadire che lungi dall’essere un regime comunista, né ideale (sic!) né reale (strasic!), quello stalinista fu un regime sociale capitalistico a forte vocazione imperialista, sulla scia della tradizionale politica di Potenza Grande-Russa denunciata da Lenin fino agli ultimi giorni della sua vita. Se le mummie potessero parlare! (6).

imagesDopo la disgregazione dell’Unione Sovietica nel dicembre del 1991, e il conseguente ripiegamento strategico globale della Potenza russa che portò i suoi attuali confini ad essere «molto più vicini a quelli che lo Stato aveva alla fine del XVII secolo sotto lo zar Aleksej Michajlovic, che non a quelli dell’URSS o della Russia imperiale dell’inizio del nostro secolo» (7), Mosca sembrava aver perso qualsiasi capacità di iniziativa sul terreno della contesa interimperialistica. Fatta salva qualche velleitaria e nostalgica “sparata” propagandistica che non riusciva neanche un poco a nascondere la drammaticità della situazione: «L’indipendenza della Bielorussia e dell’Ucraina è avvertita come una lacerazione contro natura. Mille anni di storia non possono essere cancellati» (8).

D’altra parte la crisi economico-sociale del Paese, covata lungo decenni di bassa produttività sistemica e di scarso dinamismo capitalistico, e le sue convulsioni politico-istituzionali culminate nel fallito (o pseudo?) golpe dell’agosto 1991, lasciavano allo Stato russo ben pochi margini di manovra su quel terreno; una ritirata geopolitica quanto più ordinata possibile, in attesa di tempi migliori, sembrò allora essere la sola iniziativa realisticamente praticabile. Tanto più che in ballo c’era la tenuta stessa della Federazione Russa – basti pensare alla guerra in Cecenia.

Ma già nel ’94 furono visibili i primi indiscutibili segnali di una forte reazione della Russia alla propria crisi interna e internazionale, e l’iniziativa sul terreno geopolitico, soprattutto in direzione del cosiddetto «estero vicino», ossia delle ex repubbliche sovietiche resesi indipendenti da Mosca, ebbe fin dall’inizio le materie prime energetiche come il suo asse centrale di riferimento. «Petrolio e gas sono prodotti prevalentemente nella Federazione russa (80-85 per cento circa) e alimentano l’industria dell’estero vicino, cioè delle altre repubbliche ex sovietiche […] La rete energetica diventa strumento di pressione politica, se non oggetto di rovinosi (per l’Armenia) sabotaggi (in Georgia)» (9). È stato però Putin a conferire una certa coerenza politico-ideologica alla controffensiva energetica: «È il coronamento della strategia di Putin, da lui fissata nel 1994 nella sua tesi per il dottorato di ricerca, sull’uso delle risorse naturali come strumento di potenza» (10).

George Friedman conferma questa lettura: «Putin capì che per ragioni sia interne che estere avrebbe dovuto portare un minimo di ordine nell’economia. La Russia aveva riserve energetiche enormi, ma era incapace di competere sui mercati mondiali nell’industria e nei servizi. Così Putin si concentrò sull’unico vantaggio che la Russia aveva: l’energia e altri beni primari. Per fare questo dovette assicurarsi un certo grado di controllo sull’economia — non così tanto da riportare la Russia verso un modello sovietico, ma abbastanza da lasciarsi indietro il modello liberale che la Russia credeva di avere. O, messa diversamente, abbastanza da lasciarsi il caos alle spalle. Il suo strumento fu Gazprom, una compagnia a maggioranza statale la cui missione era di sfruttare l’energia russa per stabilizzare il paese e creare una base per lo sviluppo. Contemporaneamente, mentre disfaceva il liberismo economico, Putin impose controlli sul liberalismo politico, limitando i diritti politici» (11).

Secondo Leonardo Tirabassi Il neo imperialismo russo porta il nome di Alexander Dugin, ideologo, «nazional-bolscevico, ammiratore di Evola e Guenon, nonché fondatore del movimento Eurasia, docente di geopolitica all’Accademia militare russa e consigliere di Putin».

«Il punto d’avvio è una visione della politica di potenza, realista, dove la geopolitica, nuova visione del mondo post moderna, al posto dei vecchi “ismi”, occupa il ruolo centrale di tutta la costruzione neotradizionalista per concludersi in un antiamericanismo forsennato. Se gli Stati Uniti sono la nazione con un “destino manifesto”, la Russia non è da meno: ad essa spetta il ruolo di guida dell’alleanza eurasiatica contro lo strapotere atlantico. Ancora una volta terra contro mare, Sparta contro Atene. Nel mondo esistono più poli di potere, ogni popolo ha il suo destino e compito di Mosca è di difendere la propria tradizione ortodossa e slava. Ecco allora la traduzione strategica: alleanza tra i paesi dell’ex Unione Sovietica, riproposizione della logica delle sfere di influenza, asse con la rivoluzione nazionalpopolare dell’ariano Iran, sguardo benevolo verso la Cina. Sembra di riascoltare un disco già sentito: la “grande proletaria”, l’impero romano, l’arci italiano, l’anticapitalismo romantico contro le potenze anglosassoni. Ma non si sorrida sdegnati delle approssimazioni teoriche o dall’antisemitismo o dalla rozzezza politica: l’uso del petrolio e del gas come armi stanno davanti a noi a rendere credibile qualsiasi sogno o sragionamento» (12). C’è da dire che non pochi socialnazionalisti italiani in guisa “antimperialista” sostengono, in chiave antiamericana, la visione strategica di Alexander Dugin, dimostrando che il Muro di Berlino è caduto invano sulle loro grette teste di stalinisti duri e puri.

C’è un aspetto molto importante del rapporto Russia-Ucraina che occorre prendere in considerazione, perché illumina i limiti della «strategia energetica» di Mosca, radicati nella perdurante arretratezza sistemica del Capitalismo russo. Questa condizione è naturalmente un altro cattivo lascito dell’Unione Sovietica – il cui «socialismo reale» altro non fu in realtà che un Capitalismo di Stato con le carte non propriamente in regola, considerato il tutt’altro che disprezzabile peso che la cosiddetta «economia informale» (privata) ebbe sempre nell’economia sovietica. Scrive Laurynas Kasčiūnas su Veidas di Vilnius: «Gli uomini d’affari kazaki e bielorussi ne parlano sempre più apertamente. In seno all’Unione doganale euroasiatica le imprese russe, non potendo concorrere con le moderne società europee o americane sul mercato mondiale, cominciano a praticare un protezionismo interno e ad allontanare dal mercato di un determinato settore le imprese degli altri paesi membri dell’Unione doganale. Questo punto è molto importante per l’Ucraina, perché le sue imprese sono i concorrenti diretti della Russia, in particolare nel settore agroalimentare, chimico, automobilistico e metallurgico» (13). L’Ucraina corre insomma il rischio di venir risucchiata nell’arretratezza capitalistica della Russia, la cui struttura economica poggia ancora – e per certi aspetti oggi più che in passato – sull’esportazione delle materie prime e su un’industria pesante (siderurgica e chimica) molto obsoleta, mentre lo sviluppo di un dinamico e tecnologicamente avanzato settore industriale appare per l’essenziale ancora di là da venire.

Scrive Gian Paolo Caselli: «È l’eterno problema della modernizacja russa, indispensabile per sottrarre il paese alla dipendenza per il suo sviluppo dal gas e dal petrolio; attualmente il settore energetico nel suo complesso produce infatti il 20 per cento del reddito nazionale e il 50 per cento del bilancio statale. Dati i bassi investimenti nel settore manifatturiero, visto l’attuale andamento della produzione industriale, la sperata diversificazione non sta per niente avvenendo. È pur vero che l’integrazione fra le economie russa, bielorussa e kazaka in un mercato comune è ormai funzionante, ma essa sembra avere obiettivi più politici che di efficienza economica. In molti documenti governativi come Strategia 2000, in dichiarazioni di alti esponenti dell’amministrazione, viene sempre posto come obiettivo quello di trasformare l’economia russa in una economia basata sulla conoscenza e sulla ricerca scientifica […] Sarebbe necessario aumentare in modo significativo l’attività di investimento reale, ma il capitalismo russo non sembra in grado di operare questa trasformazione, preferendo esportare capitali all’estero, 76 miliardi di dollari nel 2011, 46 miliardi nel 2012 (14).

Parlare di «riforme strutturali» idonee a “modernizzare” il sistema capitalistico è, in Russia come ovunque nel mondo (vedi il Bel Paese), più facile a dirsi che a farsi, perché esse impattano su interessi economici e su equilibri di potere che ovviamente gli strati sociali interessati al mantenimento dello status quo difendono con tutti i mezzi necessari. Fino a quando l’economia basata sulle materie prime “tira”, avvantaggiandosi di prezzi ascendenti o comunque sufficientemente alti, l’attuale leadership moscovita non ha alcun interesse a modificare una strategia economico-politica che sta conseguendo indubbi successi sul piano interno e – soprattutto – internazionale. Questo naturalmente non significa che nei piani alti del Cremlino non si producano sempre di nuovo tensioni politico-ideologiche intorno alla strada da seguire per assecondare nel modo migliore gli interessi strategici del Paese, tenendo presente che in ultima analisi è la Potenza economica (e quindi tecno-scientifica) che sorregge le ambizioni di Potenza tout court di una grande nazione.

Russian_Empire_(orthographic_projection)_svgIntanto Putin guarda sempre più a Est, ai mercati del Pacifico, a cominciare da quello cinese, passando dall’immenso Eldorado chiamato Siberia: «Il terzo mandato da presidente di Vladimir Vladimirovic Putin sarà segnato da quello che lui stesso ha definito come “la priorità geopolitica più importante per la Russia”: lo sviluppo della Siberia orientale e dell’Estremo oriente russi […] La Siberia orientale e l’Estremo oriente da soli occupano circa i due terzi dell’intero territorio russo e conservano nel loro sottosuolo, insieme alla parte occidentale della Siberia, circa il 70% delle risorse minerarie del paese: l’85% di riserve di gas, il 60% di petrolio, il 75% di carbone, il 70% di alluminio eccetera» (15). Mosca sta investendo molte risorse finanziarie in questo progetto che proietta la Potenza russa nell’area più dinamica – e potenzialmente più bellicosa – del capitalismo mondiale. Si tratta di vedere se la struttura capitalistica del Paese sarà all’altezza delle ambizioni strategiche dell’Imperialismo russo.

Pare che i separatisti siberiani, che rappresentano una notevole parte della popolazione (26 milioni di anime, in rapida decrescita) che abita l’immensa e fredda regione, non sono particolarmente entusiasti della «priorità geopolitica» putiniana. Ma c’è da scommettere che il virile Vladimir Vladimirovic non si lascerà “commuovere” tanto facilmente dalle proteste dei sibiryak.

Naturalmente lo scrigno siberiano fa gola a tutti: «Data l’instabilità politica della regione mediorientale, tutti i paesi asiatici dell’estremo oriente desiderano ridurre la propria dipendenza dal greggio del Medio Oriente. L’alternativa più attraente è l’estremo oriente russo, le cui vaste risorse energetiche sono ancora poco sfruttate. Per sviluppare i giacimenti siberiani occorre spendere molti miliardi di dollari e programmare il trasporto del greggio verso i mercati di consumo: verso la Cina ed il suo cuore industriale, o verso un porto russo del Mar del Giappone? Da qui è nato uno scontro politico e finanziario» (16). D’Orlando non dimentica di ricordare una verità storica che certamente non si armonizza con la storia mainstream della Seconda guerra imperialistica scritta dai vincenti: «Sessant’anni fa il Giappone fu indotto a lanciare l’attacco di Pearl Harbor proprio dall’embargo sul petrolio e su altre materie prime decretato dal presidente Roosevelt pochi mesi prima».

Concludo con un’ultima notizia, tutta da verificare: «Nonostante le continue minacce di chiudere i mercati ad est, il Consiglio dei ministri dell’Ucraina ha preso la decisione di avvicinarsi all’Unione Europea e di firmare in novembre a Vilnius, in Lituania, il cambio di rotta definitivo: ha scelto così, davanti all’out out, di abbandonare la strada dell’Unione doganale proposta da Mosca per aprirsi completamente a occidente. Il consigliere di Putin, Sergej Glaziev, ha affermato che “i produttori ucraini perderanno i mercati russi, bielorussi e kazaki. Anche la cooperazione nel campo della meccanica dovrà passare test molto severi. Aggiungere dazi comporta la fine della cooperazione in molti rami dell’economia”, ma, nonostante l’industria specialmente siderurgica dell’Ucraina sia ancora molto collegata a quella russa, Kiev sembra intenzionata a percorrere fino in fondo la sua strada. In questa chiave lo scoglio Timoshenko appare come del tutto superabile ed anzi, una moneta di scambio da mettere sul tavolo delle trattative con i nuovi alleati» (17). Come si dice in questi casi, seguiremo gli sviluppi della scottante questione.

Vedi anche:

Intrigo ucraino.
Quando una statua di Lenin (o di Marx) cade.

(1) Karl Marx, Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo, p. 150, L’erba voglio, 1978.
(2) EUobserver, 4 ottobre 2013.
(3) Stefano Grazioli, Ue o Russia? Per l’Ucraina è iniziato il conto alla rovescia, Limes, 3 ottobre 2013.
(4) Polonia: il gas di scisto scorre, da Presseurop, 28 agosto 2013.
(5) Jean Daniel, L’imperialismo russo, La Repubblica, 20 marzo 1994.
(6) «Curiosamente il termine nazionalsocialismo comparve per la prima volta nella storia – almeno per quanto ne so – in Russia, alla fine del ’22, nel fuoco dello scontro che vide Stalin, diventato da poco tempo segretario generale del partito, opporsi ai fautori di una integrazione morbida delle tre repubbliche sovietiche autonome del Caucaso (Armenia, Georgia e Azerbajdžan) nell’ambito della Federazione Sovietica centrata su Mosca. Lenin si schiera subito dalla parte dei “morbidi” contro l’atteggiamento “grande-russo” di Stalin, definito, soprattutto dai suoi compatrioti georgiani, “nazionalsocialista”. “Politicamente responsabile di tutta questa campagna, veramente nazionalista-grande-russa, bisogna considerare, naturalmente, Stalin e Dzerginski” (Lenin, Appunti del 31 dicembre 1922, Opere, XXXVI, p. 444, Editori Riuniti, 1969)». Così scrivevo in una nota di Lo scoglio e il mare. Riflessioni sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre (1917-1924). Il PDF è scaricabile da questo blog. Qui aggiungo quest’altra frecciata leniniana al noto georgiano «socialnazionalista»: «Il georgiano che considera con disprezzo questo aspetto della questione [ossia la necessità di una “grande prudenza, di un grande tatto e una grande capacità di compromesso”], quel georgiano in sostanza viola gli interessi della solidarietà proletaria di classe» (ivi, p. 442).
(7) Andrej Zubov, Mosca contro Berlino: il duello prossimo venturo, Limes, n. 1-94.
(8) Charles Urjewicz,  Il gigante senza volto, Limes, n. 1-94.
(9) Piero Sinatti, La riconquista geoeconomica dell’impero russo, Limes, n. 1-94. «A sua volta, la Russia importa macchinari e attrezzature (meccaniche ed elettroniche) e mezzi di trasporto, con una quota superiore al 40% del totale […] La crisi ha toccato due aspetti di particolare vulnerabilità del Paese, la dipendenza economica e finanziaria dal ciclo delle materie prime e il livello di indebitamento estero del settore privato. Con la riduzione delle entrate petrolifere, i saldi di bilancio pubblico e di conto corrente russi si sono deteriorati» (Gianluca Salsecci, Russia, un’economia ad alto potenziale di crescita di fronte alle sfide della crisi globale, Intesa Sanpaolo, 2009).
(10) Articolo redazionale, La Russia gioisce: siamo di nuovo una superpotenza, Il Giornale, 23 dicembre 2006.
(11) George Friedman, Una piccola Guerra Fredda: Russia, Europa e Stati Uniti, Conflitti e strategie, 9 settembre 2013.
(12) Leonardo Tirabassi, Il neo imperialismo russo porta il nome di Alexander Dugin, L’Occidentale, 4 ottobre 2008.
(13) L. Kasčiūnas, Perché l’Ucraina sceglie l’Europa, Veidas, 7 ottobre 2013.
(14) Gian Paolo Caselli, Madre Russia, la “nuova”Germania:ora è la più grande economia d’Europa, Il Fatto Quotidiano, 11 settembre 2013.
(15) Mauro De Bonis, Le Russie di Putin, Limes, 7 maggio 2012.
(16) Maurizio D’Orlando, Tokyo contro Pechino per l’oleodotto siberiano, Asia News. it,  12 gennaio 2004.
(17) Notizie geopolitiche, 13 ottobre 2013.

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23 thoughts on “L’IMPERIALISMO ENERGETICO DELLA RUSSIA

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  14. “…Sul terreno del fracking la Polonia sembra essere il Paese europeo meglio piazzato, insieme all’Inghilterra. Secondo stime attendibili, i giacimenti di shale gas della Polonia sono i più grandi d’Europa, ed è da almeno due anni che nel Paese è partita la corsa in grande stile al gas che ha come protagoniste diverse compagnie nazionali e internazionali….”

    Questo passaggio merita qualche aggiornamento. Il gas polacco è uscito di scena alla svelta dopo le prime analisi chimiche: troppo azoto, non è utilizzabile. I big americani che pensavano di andare a far la guerra dell’energia a Mosca (tipo Marathon) si sono ritirati frettolosamente. Che poi, essendo il gas un business marginale, la guerra a Mosca si può fare solo scoprendo una nuova Arabia: posto che le abbiamo già scoperte e sovra sfruttate tutte quante, è probabile che ci toccherà adattarci al cambiamento.

    In quel mentre, gli inglesi zitti zitti hanno comprato pure loro ricche partite di metano russo. L’importante è che non si sappia in giro, altrimenti sai che risate??

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