L’UCRAINA DA LENIN A LUCIO CARACCIOLO

Lenin-reading-Pravda-c_19-007Gratta molti comunisti, e troverai degli sciovinisti gran-russi (Lenin).

Secondo Lucio Caracciolo, per gli abitanti di Kiev che hanno abbattuto l’ultima statua di Lenin, quest’ultimo «non è solo il padre dell’impero sovietico che li oppresse per settant’anni, è il fustigatore dell’indipendentismo ucraino che alla fine della prima guerra mondiale aveva sperato di emanciparsi dalla stretta russa. L’autore dell’ultimatum contro i secessionisti “borghesi”, con cui il 17 dicembre 1917 il nascente potere sovietico volle chiarire che non avrebbe tollerato l’indipendenza ucraina» (1). Ma le cose, almeno per ciò che riguarda il rapporto tra Lenin e l’Ucraina del suo tempo, stanno davvero così? Vediamo.

In effetti il 4 (17) dicembre il Consiglio dei Commissari del Popolo presieduto da Lenin presentò alla Rada di Kiev un ultimatum, che imponeva: 1. di cessare ogni attività disgregatrice al fronte; 2. di proibire l’afflusso di forze controrivoluzionarie verso il Don; 3. di abbandonare l’alleanza con Kaledin; 4. di restituire in Ucraina le armi ai reggimenti rivoluzionari e ai reparti della Guardia Rossa. A Caracciolo tuttavia sfugge un insignificante – faccio dell’ironia – particolare: la Russia, considerata in tutta la sua estensione geopolitica (ossia Grande Russia e nazionalità oppresse), a quel tempo fu attraversata da una tempesta rivoluzionaria che mise all’ordine del giorno il superamento della fase borghese iniziata nei primi mesi del ’17, e che aveva messo fine al regime zarista. Il tutto, in stretta connessione con quanto andava producendosi nel resto del Vecchio Continente, soprattutto in Germania, dove il proletariato d’avanguardia sembrava poter «fare come in Russia». Sembrava, appunto. Ma questo è un altro capitolo della storia.

Alle smaliziate orecchie di Caracciolo la tesi leniniana secondo la quale «I comunisti della Russia e dell’ucraina, con un lavoro comune e paziente, [si battono] per la distruzione del giogo dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, per la repubblica federativa sovietica mondiale» (2), deve naturalmente suonare come puramente propagandistica. E ideologica gli deve apparire lo sforzo leniniano di tenere insieme la dimensione classista del processo sociale rivoluzionario russo, e la sua dimensione nazionale, che originava dal retaggio storico della Russia.

Ciò testimonia la sua assoluta incomprensione di quel processo, che egli legge attraverso schemi, concetti e categorie mutuate dalla dottrina geopolitica, mentre ovviamente l’approccio critico-rivoluzionario alla storia della Rivoluzione d’Ottobre gli è precluso dalla sua concezione (borghese) dei rapporti tra le classi, tra gli Stati, tra le Nazioni e via dicendo. D’altra parte, bisogna sempre considerare l’ombra e il discredito che lo stalinismo ha gettato su quella Rivoluzione, rispetto alla quale esso si è posto non in continuità, magari contraddittoria e non del tutto coerente, bensì in radicale, totale e drammatica cesura, insomma come controrivoluzione. Possiamo dunque, in tutta onestà, essere troppo severi nel considerare le “lacune” storiche del nostro accreditato esperto di cose geopolitiche? Io non me la sento. Personalmente sono disposto a concedergli l’attenuante stalinismo. Piuttosto, bisogna esercitare la massima ostilità critica nei confronti di chi, da sedicente “comunista”, continua a interpretare lo stalinismo come la continuazione dell’Ottobre con altri mezzi, nelle mutate circostanze interne e internazionali.

360_putin_illo_1219Checché ne possa pensare Caracciolo dall’alto della sua scienza geopolitica (3), affermo senza alcun dubbio che l’aggressivo imperialismo energetico di Vladimir Putin è, mutatis mutandis, in assoluta continuità storica con l’Impero zarista e con l’Imperialismo staliniano sorto dalle ceneri della Rivoluzione d’Ottobre. La metaforica anima di Lenin non ha nulla a che spartire con l’esistenza e la vitalità della «Madre Russia». Per questo quando una statua di Lenin cade in un luogo qualsiasi dell’immenso spazio Russo e russificato, personalmente non posso che sorridere, pensando malignamente agli stalinisti ancora attivi nel Bel Paese: come le macerie del famigerato Muro, quelle miserabili statue cadono sulla loro zucca sedicente “comunista”.

Scriveva Trotsky il 29 maggio 1920, dal suo “mitico” vagone militare: «Oggi, maggio 1920, nuove nubi si addensano sulla Russia sovietica. La borghese Polonia, col suo attacco all’Ucraina, ha dato il via alla nuova offensiva dell’imperialismo mondiale contro la Repubblica sovietica […] L’armata rossa guidata dagli operai comunisti distruggerà la borghese Polonia, e questo dimostrerà ancora una volta la potenza della dittatura del proletariato, infliggendo così un duro colpo allo scetticismo borghese (kautskismo) ancora presente nel movimento della classe operaia […] Noi combattiamo per L’Internazionale Comunista e per la rivoluzione proletaria internazionale. La posta è grande da entrambe le parti, e la lotta sarà dura e dolorosa. Noi speriamo nella vittoria, poiché ne abbiamo ogni diritto storico» (4). Chissà se Caracciolo è in grado di apprezzare in tutta la sua portata storica la radicale differenza che passa tra una guerra rivoluzionaria e una guerra “ordinaria”, ossia imperialistica, del tipo di quella che insanguinò l’Europa nel periodo 1914-18, e di quella che annegherà nel sangue il mondo nel 1940-45. Non credo. D’altra parte, se non si è in grado di afferrare quella differenza non si può comprendere la reale posta in gioco che allora si giocò nella Grande Russia e in Ucraina.

Come ricorda Edward H. Carr, «Tra le nazioni dell’impero zarista, le sole a rivendicare l’indipendenza completa subito dopo la rivoluzione di febbraio furono la Polonia e la Finlandia» (5). Com’è noto, il diritto delle nazioni oppresse all’autodecisione costituiva un punto assai importante del programma bolscevico, e più di una volta Lenin accusò il governo russo insediatosi al potere dopo la caduta dello zar di attuare nei confronti delle nazioni oppresse dalla Grande Russia la stessa politica reazionaria dei vecchi tempi: «La rivoluzione è limitata al fatto che al posto dello zarismo e dell’imperialismo abbiamo una pseudo repubblica, sostanzialmente imperialistica, nella quale persino i rappresentanti degli operai e dei contadini rivoluzionari non sanno comportarsi democraticamente verso la Finlandia e l’ucraina, cioè senza temere la loro separazione» (6). Lenin concepiva l’autodecisione non come un mero espediente tattico, ma come il solo approccio possibile in un Paese che da secoli opprimeva nazioni, popoli, etnie, culture: il veleno nazionalistico che scorreva anche nelle vene del proletariato delle nazioni oppresso poteva venir depotenziato, e poi del tutto superato a vantaggio di un approccio internazionalista delle contraddizioni sociali, solo manifestando, nel Paese oppressore, la massima disponibilità a soddisfare le rivendicazioni nazionali dei popoli oppressi, anche quelle orientate alla separazione delle loro nazioni di riferimento dal centro oppressore.

Il caso ucraino differiva molto da quello polacco e finlandese: «La zona più estesa, la Ucraina orientale, faceva parte dell’impero russo, ma l’Ucraina occidentale, che comprendeva la zona orientale della Galizia, era sotto la dominazione austriaca, e in Galizia la classe dominante era quella dei proprietari terrieri polacchi che avevano alle loro dipendenze contadini ucraini» (7). Si comprende, allora, la forte propensione antipolacca dimostrata dai contadini ucraini durante la guerra russo-polacca del 1920-21. «Non vi fu mai la possibilità che l’Ucraina potesse diventare davvero uno Stato sovrano indipendente, separato dalla Russia. Se i tedeschi avessero vinto la guerra, avrebbe potuto essere creata un’Ucraina formalmente indipendente, ma in realtà satellite della Germania; ma dopo la sconfitta tedesca non vi fu altra possibilità che la creazione di un’Ucraina sovietica, strettamente unita alla Russia» (8).

rougeCome precisa Carr, «Il nazionalismo ucraino era, in sostanza, più antisemitico e antipolacco che antirusso […] La supremazia politica di Mosca o di Pietrogrado poteva dar luogo a risentimenti in una nazione la cui capitale era più antica di mosca e di Pietrogrado. Ma questa capitale, Kiev, era essa stessa una capitale russa. Un nazionalismo ucraino che si fosse fondato anzitutto e soprattutto su un sentimento di ostilità alla Russia non avrebbe incontrato molto favore trai contadini. Per quanto riguarda il proletariato, la situazione era complicata dal fatto che un proletariato ucraino non esisteva. I nuovi centri industriali, la cui importanza era venuta rapidamente crescendo alla svolta del secolo, erano popolati per la maggior parte da immigrati venuti dal Nord; Char’kov, la maggiore città industriale ucraina, era anch’essa quasi esclusivamente gran-russa» (9). A differenza che in Polonia e Finlandia, «che disponevano d’una numerosa e ben sviluppata classe dirigente locale – agraria e feudale in Polonia, commerciante e borghese in Finlandia – (Carr)», il nazionalismo in Ucraina non aveva mai avuto una grande presa, e la stessa cosa vale per la Bielorussia, la cui struttura sociale era ancora più arretrata di quella ucraina.

Scriveva Trotsky nel suo capolavoro sulla Rivoluzione d’Ottobre: «Rosa Luxemburg sosteneva che il nazionalismo ucraino, che era stato in precedenza un semplice “divertimento” per una dozzina di intellettuali piccolo-borghesi, era stato artificialmente gonfiato al lievito della formula bolscevica del diritto delle nazioni all’autodecisione». Qui mi limito a ricordare le non poche divergenze che sulla questione nazionale divisero Lenin (favorevole in linea di principio all’autodecisione delle nazioni oppresse) e la Luxemburg (sfavorevole in linea di principio all’autodecisione). «Nonostante la sua intelligenza luminosa», continua Trotsky, Rosa Luxemburg «commetteva un errore storico assai grave: i contadini dell’Ucraina non avevano formulato in passato rivendicazioni nazionali per la semplice ragione che, in genere, non aveva raggiunto il livello della politica. Il merito principale della rivoluzione di febbraio, diciamo pure l’unico merito, ma del tutto sufficiente, consistette appunto nell’offrire finalmente la possibilità di parlare a voce alta alle classi e alle nazionalità più oppresse della Russia» (10). Dichiararsi disponibile alla secessione della nazione oppressa, o in qualche modo limitata nei suoi diritti nazionali e culturali, per il soggetto rivoluzionario proletario radicato nella nazione dominante ha il significato di un doveroso mettere le mani avanti, per togliere qualsiasi alibi al sentimento nazionale. Naturalmente Lenin capiva meglio di qualunque altro comunista quanto chimerica fosse l’idea piccolo-borghese dell’uguaglianza tra le nazioni, soprattutto nella fase imperialistica dello sviluppo capitalistico. E difatti, egli non pose mai la questione nazionale sul terreno della libertà e dell’uguaglianza, ma sempre su quello degli interessi della rivoluzione sociale anticapitalistica.

In ogni caso, quanto debole, politicamente e socialmente, fosse il nazionalismo ucraino, che pure segnò una certa ripresa dopo la Rivoluzione di febbraio, lo testimonia la linea politica filo-tedesca e filo-polacca seguita di volta in volta dalla Rada di Kiev, costituitasi nel marzo 1917 sotto la presidenza dello storico Hruševskijche, e che aveva nell’intellettuale Vinničenko e nell’autodidatta Petljura i suoi due massimi esponenti. Naturalmente alla Rada premeva soprattutto scongiurare l’avanzata della marea rossa, che nell’estate del ’17 si era appalesata con la formazione di Soviet di operai e di soldati a Kiev e in altre parti dell’Ucraina. C’è da dire, en passant, che mentre i bolscevichi ucraini scontavano una certa impreparazione organizzativa, surrogata in qualche modo dalla chiara visione strategica di Lenin, nell’Ucraina orientale erano molto attivi i partigiani capeggiati dal contadino anarchico (o «anarco-comunista») Nestor Machno, i quali «combattevano ora per i bolscevichi ora contro di loro» in vista di una non meglio definita Comune contadina. Questo per dire quanto ribollente dal punto di vista sociale fosse l’Ucraina d’allora, insanguinata peraltro dall’esercito controrivoluzionario di Denikin foraggiato dall’imperialismo occidentale, e segnata dalla carestia e dal dilagare di gravi malattie infettive.

Come ammise lo stesso Vinničenko, non solo la Rada non poté mai fondarsi su una vasta base popolare, ma i consensi della popolazione ucraina andavano sempre più orientandosi verso i bolscevichi, che almeno sembravano poterla difendere dal tirannico giogo dei tedeschi e dei polacchi. Solo i cannoni dei tedeschi e i fucili dei polacchi allungarono l’agonia del governo provvisorio di Kiev, e quando Petljura, il 2 dicembre 1919, firmò un accordo con il governo polacco che prevedeva l’abbandono da parte dell’Ucraina delle rivendicazioni sulla Galizia orientale, e per il Paese un futuro di satellite nel neo costituito Impero Polacco, il fragile e contraddittorio nazionalismo polacco fece bancarotta. Infatti, niente ossessionava di più il contadino ucraino che i grandi proprietari polacchi.

La stessa adesione dell’Ucraina a quella che sarebbe diventata la RSFSR, si spiega in larga misura con gli interessi dei contadini ucraini di scongiurare la prospettiva di una vittoria dei «bianchi», i quali «non nascondevano la loro volontà di restaurare il vecchio regime e di restituire ai proprietari fondiari le terre di cui si erano impossessati i contadini» (11). La paura dei contadini ucraini di perdere le terre da essi confiscate nell’estate del 1917, e le forti divisioni nazionalistiche, politiche, sociali e religiose che opponevano la parte orientale del Paese alla sua parte occidentale, resero possibile il realizzarsi di quella alleanza politico-sociale che fu alla base della creazione di un’Ucraina Sovietica nell’ambito della nuova Russia rivoluzionaria.
Quanto ambigua, instabile, strutturalmente fragile e alla fine insostenibile fosse quell’alleanza, che da virtuosa si trasformò rapidamente in viziosa, è ciò che ho cercato di spiegare nel mio lavoro sulla sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre Lo scoglio e il mare.

lenin_statua_500«Nell’aprile 1917 Lenin diceva: “se gli Ucraini vedono che abbiamo una repubblica dei soviet, non si distaccheranno; ma se abbiamo una repubblica di Miljukov, si distaccheranno”. Anche questa volta aveva ragione» (12). La controrivoluzione stalinista che da lì a poco avrebbe seppellito l’intera esperienza rivoluzionaria segnata dal genio strategico leniniano non può cancellare questa eccezionale pagina di storia, per intendere la quale, però, non è sufficiente l’intelligenza e la cultura dello scienziato geopolitico.

(1) L. Caracciolo, La statua di Lenin, l’Ucraina contro la Russia e la scelta dell’Europa, Limes, 11 dicembre 2013.
(2) Lenin, Lettera agli operai e ai contadini dell’Ucraina in occasione delle vittorie riportate su Denikin, Opere, XXX, p. 265, Editori Riuniti, 1967.
(3) «Il 24 agosto 1991 l’Ucraina si è proclamata indipendente – peraltro nei confini disegnati dal potere sovietico, prima da Lenin poi da Stalin e in ultimo da Krusciov» (L. Caracciolo, La statua…). Il «potere sovietico» da Lenin a Krusciov è un’assoluta assurdità, per apprezzare la quale bisogna però conquistare un punto di vista critico-rivoluzionario sulla Rivoluzione d’Ottobre.
(4) L. Trotsky, Introduzione alla prima edizione inglese (1920) di Terrorismo e Comunismo.
(5) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, p. 279, Einaudi, 1964.
(6) Lenin, Discorso al Primo Congresso dei Soviet, 4 (17) giugno 1917, 30, XXV, 1967.
(7) G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista, IV, Laterza, 1977.
(8) Ivi.
(9) E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, p. 283.
(10) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, II, p. 936, Mondadori, 1978.
(11) G. D. H. Cole, Storia del pensiero socialista.
(12) L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, II, p. 954.

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